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Carre – Il disastro dimenticato

La millenaria storia di Roma è ricca di grandi vittorie militari guardate con ammirazione ancora oggi, ma anche l’Urbe, di tanto in tanto, andò incontro a dei veri e propri disastri che, nonostante l’opera di “sopire tronacare” degli storici latini, hanno lasciato la loro traccia nella storia. La sconfitta per eccellenza ovviamente resta Canne di solito seguita nella memoria collettiva dal massacro delle legioni di Varo nella selva di Teutoburgo; trovano poi spazio nei libri si storia lo scacco di Edessa, con la resa dell’Imperatore Valentiniano a Sapore I di Persia, e Adrianopoli inizio della fine della parabola di Roma. Vi è però una sconfitta di cui nella storia generalista resta sempre poca traccia e che, solitamente, compare nei libri di scuola solo per spiegare l’improvvisa uscita di scena del triunviro Marco Licinio Crasso; eppure si trattò di una battaglia in cui i romani persero tra morti e prigionieri almeno 30.000 uomini, più che a Teutoburgo, subendo anche la suprema umiliazione della cattura delle insegne di ben sette legioni. Oggi vi racconterò la storia della battaglia di Carre il disastro più dimenticato cui andò incontro un esercito romano.

Le origini della guerra che si concluderà a Carre vanno fatte risalire alle creazione del primo triumvirato nel 60 a.c. quando Giulio Cesare, nell’ambito della sua campagna per farsi eleggere console, negoziò con Gneo Pompeo e Marco Licinio Crasso un accordo privato allo scopo di controllare la politica della res publica scavalcando il ruolo del senato. Apparentemente Cesare era la parte più del debole del rapporto dato che Pompeo poteva portare in dote, oltre alla sua immensa popolarità, anche le schiere di suoi fedelissimi veterani mentre Crasso era l’uomo più ricco di Roma, e probabilmente uno dei più ricchi della storia, vantando crediti con mezzo senato. In realtà però Cesare era il fondamentale ago della bilancia in quanto dotato di quell’intelligenza politica, di cui invece tanto Pompeo quanto Crasso difettavano, necessaria per tenere in piedi l’accordo. Crasso e Pompeo infatti mal si sopportavano vicendevolmente; l’astio tra i due risaliva ai tempi in cui erano entrambi stati legati di Silla durante la prima guerra civile e si era poi incancrenito in occasione della rivolta di Spartaco. Fu Crasso ad annientare sia militarmente che moralmente la rivolta con il triste paesaggio di croci che adornò la via da Roma a Capua, ma una manciata di ribelli riuscì a sfuggire al massacro solo per finire nelle fauci delle legioni di Pompeo che rientravano dalla Spagna. Pompeo, che era tanto egocentrico quanto improvvido nelle scelte non militari, prese a pretesto questo successo per accreditarsi come il vero debellatore della rivolta ottenendo dal senato il trionfo mentre a Crasso fu tributata solo un’ovazione. Crasso se la legò al dito, era paragonato a un toro per il suo atteggiamento irruento, e infatti l’anno di consolato che condivise con Pompeo fu una costante guerra fredda tra i due che non divenne mai calda solo perché, appunto, Cesare fu costantemente dietro le quinte ad agire da paciere. Nonostante questi screzi il triunvirato resse anche perché tutti e tre i componenti sapevano che da soli sarebbero stati facili prede della vendetta del senato che non aveva dimenticato il modo velatamente minaccioso con cui era stata proposta/imposta la candidatura a consoli di Crasso e Pompeo… di Silla ne era bastato uno. Cesare però giocava anche una partita personale e dopo un consolato speso a ottenere la riconoscenza dei suoi colleghi e a crearsi una base di consenso si fece assegnare l’apparentemente innocuo proconsolato della Gallia Cisalpina insieme con l’Illiria e la Gallia Narbonense. Erano buona province, ma non ricche come quelle orientali e le promesse di grandi successi militari parvero ai più una spacconata e invece… invece gli anni passarono e le notizie di tribù sconfitte, popoli sottomessi e lontane isole invase iniziarono ad accumularsi. Gli altri due triumviri iniziarono ad essere rosi dalla gelosia; nel reciproco gioco di potere, non potendo contare sull’appoggio del senato, era vitale ottenere quello della plebe e nulla accattivava le simpatie del foro come una serie di brillanti successi militari. Pompeo per il momento poteva ancora sentirsi al sicuro. Certo non era contento, ma dopotutto lui era ancora nell’immaginario collettivo Gneo Pompeo Magno il vincitore di Sertorio, il castigatore dei pirati e il conquistatore d’Oriente; Crasso invece si rendeva conto che il suo successo su Spartaco era troppo effimero se paragonato ai meriti dei suoi colleghi e iniziò a temere di poter diventare l’azionista di minoranza dell’accordo. Preso da questi timori, e senza più Cesare a fungere da camera di compensazione, Marco Licinio finì nuovamente per litigare con Pompeo stavolta in merito a chi tra di due avrebbe dovuto aiutare Tolomeo XII d’Egitto, scacciato dai suoi sudditi, a tornare sul trono ricevendone la munifica riconoscenza. Consapevole che il destino suo e della sua guerra in Gallia dipendeva dalla tenuta dell’accordo, nel 56 a.c. Cesare convocò i colleghi e Lucca per rinsaldare il patto. Pompeo e Crasso sarebbero stati nuovamente consoli insieme e da quella posizione avrebbero fatto ottenere a Cesare la proroga del suo proconsolato in Gallia; poi, una volta terminato l’anno consolare, all’atto dell’assegnazione dei governatori delle province “casualmente” Pompeo avrebbe avuto la Spagna mentre Crasso la Siria e, implicitamente, l’Egitto. Ancora una volta il senato fu messo di fronte al fatto compiuto dovendo accettare fuori tempo massimo, sotto la minaccia della piazza, le candidature dei due triumviri che poi furono eletti in modi che dire fraudolenti sarebbe un eufemismo. Ovviamente anche l’assegnazione delle province andò come programmato, ma Pompeo non si lasciò sfuggire l’occasione di fare uno sgambetto al collega/avversario facendo in modo che l’intervento in Egitto venisse anticipato così che a condurlo fosse l’attuale governatore della Siria, nonché suo uomo, Aulo Gabinio. Crasso sicuramente non ne fu felice, ma per una volta trattenne la sua ira perché in cantiere aveva già un piano B. Certo l’Egitto era allettante, ma la Siria era anche il luogo perfetto per cogliere due piccioni con una fava: riportare un lauto guadano e conseguire allo stesso tempo il successo militare che agognava; bastava solo volgere il proprio sguardo ad est verso la ricca Mesopotamia e il Regno dei Parti.

E’ difficile stabilire con certezza quale fosse il progetto di Crasso; alcuni storici hanno suggerito che la Partia fosse solo una fermata intermedia verso l’India e magari il mercato della seta cinese, adducendo a supporto della tesi l’amore quasi patologico che, stando alla biografia di Plutarco, Marco Licino aveva per il guadagno. Altri pensano che a sessant’anni Crasso difficilmente avrebbe elaborato un progetto di tale portata, ma più semplicemente intendesse fregiarsi dei galloni di una grande vittoria militaria ottenendo alla stesso tempo un lauto incasso dal bottino di guerra che ne sarebbe conseguito. Una cosa però sembra certa: ai suoi occhi l’impresa non doveva essere niente di più o di meno che una passeggiata militare senza rischi di sorta. E qui Crasso commise il primo di una serie di errori che gli sarebbero risultati fatali: sottovalutò il nemico non preoccupandosi di acquisire una conoscenza di esso e del suo modo di combattere. Ma chi era il nemico? I parti erano una popolazione di ceppo iranico che nel III secolo, sotto la dinastia arsacide, si erano resi indipendenti dall’Impero selucide sostituendolo in un secondo momento pur mantenendone i caratteri ellenistici. Era un regno che fino ad allora non era mai stato nemico di Roma anzi durante la prima guerra mitridatica era stato alleato di Silla; certo i rapporti si erano poi un po’ guastati durante la campagna orientale di Pompeo perché questi non aveva riconosciuto il confine sull’Eufrate, ma comunque non si poteva vedere nei parti un nemico di Roma. Mancava dunque un casus belli, ma come aveva insegnato Cesare in Gallia se ne manca uno basta crearlo! Il regno partico era allora in guerra civile tra i fratelli Orode II e Mitridate e quest’ultimo, chiuso dentro la capitale Seleucia, aveva chiesto e ottenuto l’appoggio di Aulo Gabinio. Era un casus belli debole e infatti la popolazione romana non mancò di mostrare il suo disappunto, il giorno della partenza per l’Oriente di Crasso e delle sue legioni, con dei tumulti che vennero placati solo dall’intervento di Pompeo che mise in campo tutti il suo prestigio.  Non si poté però evitare, stando a Plutarco, che il tribuno della plebe Gaio Ateio Capitone maledisse l’intera spedizione invocando dei che i romani non nominavano tanto ritenevano portassero sventura. Insieme con gli uomini che gli avrebbe lasciato Gabinio al suo arrivo, Crasso aveva a disposizione sette legioni cioè una forza considerevole (30.000 legionari), ma vanno tarate sulla considerazione che gli arruolati erano ciò che era avanzato dopo il passaggio di Cesare e Pompeo e che dominava il pensiero che non si andasse a combattere bensì a fare bottino. Giunto in Siria Crasso volle subito saggiare la consistenza del nemico, nonostante fosse quasi inverno, costruendo un ponte sull’Eufrate per entrare in Mesopotamia, atto che già di per se implicava una guerra tra Roma e i parti. Il nemico, ancora nel pieno della sua guerra civile, non aveva la forza per opporsi all’iniziativa dei romani che poterono facilmente occupare vari città lungo il fiume Belick. Tutto sembrava confermare le aspettative di Crasso di una guerra senza rischi e il triunviro non rifiutò l’acclamazione a imperator all’esito di questi piccoli successi decidendo poi di rientrare nella provincia siriaca. Avrebbe fatto meglio a continuare la campagna in quel momento? Alcuni storici hanno, col senno di poi, sostenuto di si tenendo conto che la guerra civile in corso poteva essere un’occasione perfetta per cogliere i parti nell’incapacità di organizzare una valida resistenza; Crasso però, pur avendo delle competenze strategiche, non era un Pompeo o un Cesare e non se la sentiva di rischiare una campagna invernale in un territorio sconosciuto senza per altro aver prima organizzato la Siria secondo le sue esigenze. Inoltre Marco Licinio attendeva dei rinforzi che Cesare aveva promesso di inviargli nella persona del figlio Publio Licinio Crasso alla testa di un contingente di 1000 cavalieri galli veterani della campagna contro gli aquitani. Plutarco ci narra che Crasso trascorse l’inverno, in perfetta sintonia col ritratto fattogli, preoccupandosi più di riscuotere i tributi dai locali piuttosto che addestrare le truppe molte delle quali, nient’altro che reclute, finirono per crogiolarsi nel lassismo. Come è sempre da farsi con gli storici classici le affermazioni di Plutarco sono da prendere con le pinze in quanto è difficile dire quanto ci sia di vero e quando sia stato messo per dare forza all’immagine dell’avarizia di Crasso. Certo se fosse vero sarebbe un altro gravissimo errore commesso dal triumviro, ma mi sembrerebbe strano un tale pressappochismo ad opera dello stesso uomo che invece, stando sempre alle fonti classiche, mostrò il pugno di ferro nei confronti delle proprie truppe ai tempi della rivolta di Spartaco usando anche lo strumento della decimazione.

Giunse quindi la primavera del 53 a.c. durante la quale Crasso si preparò a riprendere le operazioni mentre nel regno partico Orode II vinceva la guerra civile. Fu tentato un velleitario dialogo diplomatico, ma entrambe le parti non avevano interesse a un esito pacifico della vicenda: Crasso perché non voleva lasciarsi sfuggire la sua guerra, Orode II perché non voleva fare concessioni che potessero incoraggiare future nuove aggressioni romane. Alcuni tra i legati militari di Crasso, in particolare il questore Gaio Licinio Cassio, però espressero la loro contrarietà rispetto un’impresa che pareva loro sempre più mal organizzata e diretta invitando il triumviro a ripensarci. Questi però decise di andare avanti col suo progetto anche perché gli erano giunti nuovi e consistenti rinforzi da parte dei regni alleati di Roma. In particolare il nuovo re dell’Armenia Artavasde portò 6000 uomini, in gran parte cavalleria, promettendo altri 10.000 catafratti e 30.000 fanti nonché il passaggio attraverso la stessa Armenia dove l’assenza di pianure avrebbe reso difficile alla cavalleria partica attaccare. Artavasde non dimenticava che suo padre Tigrane II aveva sfidato Roma, alleandosi con il grande nemico di questa Mitridate del Ponto, venendo però duramente sconfitto prima da Lucullo e poi da Pompeo; era dunque il caso di guadagnarsi subito la simpatia dei quiriti aiutandoli in una guerra che sembrava dovesse concludersi con una loro facile vittoria. Crasso però rifiutò questo vassoio d’argento perché il suo obiettivo erano le ricchezze di Seleucia, non raggiungibile attraverso l’Armenia, e non intendeva spostarsi sulla meno invitante Ectabana; inoltre altri due monarchi alleati locali, Abgar di Osroene e Antiomeno d’Arabia, avevano promesso a loro volta rinforzi probabilmente allo scopo di guadagnare anche loro benemerenze presso i futuri vincitori. La storiografia latina, sempre abbastanza reticente in merito alle ragioni delle sconfitte romane, troverà poi in questa pletora di alleati dei perfetti capri espiatori per giustificare il disastro. Prima però di passare a narrare nello specifico la campagna di Carre conviene soffermarci un attimo in una breve descrizione della natura dell’esercito partico, natura che avrà un ruolo fondamentale nella sconfitta di Crasso.

Se l’esercito romano era una forza principalmente di fanteria incentrata sul sistema delle legioni, la potenza dei parti stava nella letale combinazione di cavalleria leggera e pesante eccellenti per le ampie distese pianeggianti della Mesopotamia e dell’altopiano iraniano. La cavalleria pesante partica si basava sui devastanti catafratti, di estrazione nobiliare, che i romani avevano già avuto modo d’incontrare ai tempi della guerra mitridatica quando avevano invaso l’Armenia di Tigrane II. All’epoca Lucullo, brillante comandante troppo spesso dimenticato per la contemporaneità con due geni come Pompeo e Cesare, aveva dato ordine ai legionari di affrontare questi cavalieri pesantemente corazzati corpo a corpo tentando di azzoppare i cavalli. Tra i parti esistevano, almeno stando ad Andrea Frediani, due tipi di catafratti: uno con armatura bronzea ed elmo a “ditale” con una maglia di ferro che proteggeva il collo e si congiungeva all’armatura, l’altro dotato invece di una corazza di ferro ricoperta da una cotta di stoffa con un elmo a quattro piaste. Ciò che però caratterizzava questi cavalieri e li rendeva immediatamente riconoscibili era il fatto che anche i cavalli fossero ricoperti quasi interamente da un’armatura a scaglie, di ferro o pelle non conciata, che proteggeva corpo e testa dell’animale. Si trattava insomma di una sorta di carro armato equino la cui carica, soprattutto se in gruppo con le armature che riflettevano il sole d’Oriente, doveva produrre un effetto contemporaneamente magnifico e terrificante. A rendere però più temibili i catafratti partici, rispetto ai loro simili armeni, era il supporto ricevuto dai velocissimi arcieri a cavalli, per lo più schiavi o seguaci “feudali” del nobile catafratto. Anche stavolta per la descrizione mi rimetto alle parole di Andrea Frediani nel capitolo che dedica alla battaglia di Carre ne “Le grandi battaglie di Roma antica”: questi cavalleggeri erano privi di armatura indossando il tipico berretto scita a punta, un kaftan di cuoio stretto in vita con una cintura e lunghi gambali a protezione dei pantaloni. Sebbene armati anche per il combattimento corpo a corpo il loro mezzo d’offesa principale era il temibile arco partico costruito con un’anima di legno su cui era disposti strati di corna di bufalo e una copertura di muscolo seccata, tagliata a pezzi e impregnata nella colla allo scopo di aumentare la resistenza a compressione e pressione. Per permettere tiri più volenti senza che ciò comportasse il rovinarsi delle dita dell’arciere si usavano degli anelli di corno con cui tendere l’arco. La strategia partica consisteva nell’usare questa cavalleria leggera allo scopo di creare confusione nelle file nemiche tramite il così detto colpo o tiro partico: si avanzava al trotto sino a una distanza di 90 metri per poi lanciarsi alla carica scagliando una prima salva di frecce, giunti a una distanza di 45 metri dal nemico i cavalli venivano fermati di colpo per farli ruotare verso destra per tornare indietro o procedere orizzontalmente lungo il fronte continuando a scoccare. Una volta che il nemico era entrato in confusione a causa di questo tiro costante ad opera di un avversario sfuggente scendevano in campo i catafratti che caricavano violentemente. Era ovvio che per un esercito come quello romano, scarsamente dotato di cavalleria propria, era vitale sia elaborare preventivamente una tattica per non diventare un bersaglio immobile alle frecce nemiche, sia avere contingenti alleati a cavallo sufficientemente affidabili da poter contendere il campo ai parti. La domanda era però se Crasso fosse l’uomo giusto per risolvere problemi del genere.

Torniamo alla primavera del 53 a.c. quando Crasso passò nuovamente l’Eufrate presso Zeugema. Bisognava decidere la direzione da far prendere all’esercito e qui esplose il primo di una serie di contrasti tra Crasso e Cassio nel ruolo, il secondo, della voce della ragione e della logica militare. Cassio infatti suggeriva di scendere lungo il fiume allungando sì i tempi, ma sfruttando il vantaggio di un costante approvvigionamento nonché la difesa delle pendici montane che avrebbero reso più difficile la manovra alla cavalleria nemica. Crasso invece, convinto evidentemente di poter chiudere facilmente la partita con un attacco diretto, decise di seguire il consiglio di Abgar di Osroene che gli indicò la via carovaniera attraverso il deserto per puntare su Seleucia. Ovviamente la traversata nel deserto mesopotamico si rivelò ben presto spossante per il combinato di sole, sabbia, mancanza d’acqua e nulla a perdita d’occhio; stando a Plutarco Crasso se la sarebbe presa con Abgar accusandolo di tradimento per averlo condotto in quel luogo ricevendo la sprezzante risposta “Credete forse di marciare attraverso la Campania, per desiderare le fontane, i ruscelli, i luoghi ombrosi e i bagni, magari ogni giorno, e le locande? Non vi ricordate che state attraversando i confini dell’Arabia e dell’Assiria?”. Come se già il deserto non fosse sufficiente a fiaccare il morale romano giunse anche la notizia che i parti avevano invaso l’Armenia costringendo così re Artavasde a rientrare in patria, inseguito anche lui dall’accusa dalle ire di Crasso; Cassio ancora una volta si fece avanti per portare il triumviro a più miti consigli suggerendogli di ritirarsi per andare a dare man forte all’alleato così da non perdere l’importante contributo della cavalleria armena. Crasso però dava retta ormai solo alla sua logica e, convinto che Orode gli avesse solo fatto un favore attaccando gli armeni perché così sguarniva il suo stesso regno, ordinò di andare avanti. La mossa di Orode era sicuramente a scopo diversivo, ma il re non era tanto ingenuo da lasciare le sue terre senza difese; inviò anzi ad affrontare i romani l’uomo al quale doveva la sua vittoria nella guerra civile: Surenas. Plutarco ci ha lasciato ancora una volta  una descrizione in cui non è facile distinguere il vero dal fiabesco: pare che questo giovane aristocratico di grandi capacità, all’epoca non ancora trentenne, fosse solito dipingersi il viso come una donna e viaggiare sempre con un seguito di duecento carri di concubine. Sembra abbastanza veritiero che avesse a disposizione una guardia personale di 10.000 arcieri a cavallo e catafratti accompagnata sempre, pare, da un migliaio di cammelli che portavano ceste di frecce. Fu con queste forze, a cui si unirono altri 1000 catafratti del governatore della Mesopotamia, che Surenas si posizionò sul fiume Belik, in un luogo tra le cittadine di Carre e Icte. Non sappiamo in che giorno si ebbe il primo contatto tra l’avanguardia romana e le forze partiche, ma è certo che i legionari furono colti completamente di sorpresa e annientati se non per pochi fortunati che riuscirono a tornare da Crasso per informarlo della presenza del nemico. Il triumviro disponeva di forze nettamente superiori consistenti in, stando alle stime di Plutarco abbastanza accettate dagli storici, 30.000 legionari, 4000 fanti leggeri, 4000 cavalieri più la cavalleria di Abgar e Antiomeno. Questi ultimi due però, non appena seppero della battaglia imminente, disertarono evidentemente intuendo che le cose si stavano mettendo molto male per i romani; in questo modo però Crasso perse il grosso della sua cavallerai esperta del combattimento nel deserto. Colto di sorpresa il triumviro per una volta diede ascolto a Cassio che gli suggerì di schierare le truppe su un fronte ampio per non essere accerchiato, ma in seguito cambiò idea riprendendo la marcia vero il Belik disponendosi a quadrato con dodici corti per lato intervallate dalla cavalleria e con la fanteria leggera in avanguardia. Lo stesso Crasso prese il comando del centro dello schieramento mentre Cassio si pose al’ala sinistra, che poggiava sul fiume, e Publio Crasso all’ala destra, che invece aveva sul fianco il deserto. Siamo dunque giunti al 9 Giugno del 53 a.c. quando, data l’assenza di contatti col nemico, gli ufficiali suggerirono a Crasso di far accampare le truppe così da dar loro modo di rifocillarsi e risposare. Il triumviro però, sostenuto dal figlio, non intendeva fermarsi finché non avesse preso contatto con i parti e ordinò che le truppe mangiassero sul posto prima di proseguire. Commettendo una grave imprudenza il triumviro non inviò forze in avanscoperta per accertarsi della posizione del nemico, ma lanciò le sue truppe in un inseguimento del deserto a marcie forzate. Facendo così Crasso non poté scoprire che Surenas aveva nascosto dietro le dune il grosso del suo esercito ordinando anche che le armature fossero coperte così da non riflettere i raggi del sole; in tal modo il comandante partico poté dare l’ordine d’attacco cogliendo completamente di sorpresa i romani ancora in ordine di marcia. Gli arcieri a cavallo iniziarono a riversare le loro frecce contro i quiriti mentre i catafratti si lanciarono alla carica, giunti però quasi a contatto con lo schieramento legionario i cavalieri partici si avvidero della sua profondità e, memori delle disposizioni date da Surenas di evitare un iniziale scontro corpo a corpo, si mossero sui lati per circondare il nemico. Come scrive Plutarco i ranghi serrati delle legioni romane furono un facile bersaglio per le frecce dei parti che iniziarono a mietere vittime in quantità “trapassando le armature e penetrando attraverso qualsiasi riparo, duro o molle che fosse.”, una delle immagini più crude lasciataci dallo storico latino è quella di soldati cui le frecce avevano inchiodato le braccia agli scudi o i piedi al terreno. La stanchezza dei romani sicuramente non aiutò a contrastare l’azione di un avversario a cavallo, il lancio dei pilum fu largamente inefficace perché con la loro tattica di avanzare e ritirarsi gli arcieri a cavallo sfuggivano rapidamente dal raggio d’azione dei giavellotti. In un primo momento Crasso ordinò di tenere la posizione e attendere che il nemico finisse i dardi, ma la notizia che nelle retrovie vi era quella colonna di cammelli che riforniva costantemente i parti di frecce convinse il triumviro della necessità di prendere l’iniziativa. In particolare l’ala sinistra, su cui si trovava suo figlio Publio, era quella maggiormente minacciata dalle manovre d’accerchiamento dei catafratti; Crasso diede ordine a queste truppe di lanciare loro il primo attacco. Publio Crasso, forte di otto corti e della sua cavalleria gallica, si lanciò contro i cavalieri parti che però, invece di accettare lo scontro, fecero per ritirarsi in modo da invogliare i romani a seguirli. Il figlio di Crasso si rese conto troppo tardi della trappola in cui si stava ficcando e non poté evitare di trovarsi improvvisamente circondato da una moltitudine di cavalieri partici che, volutamente, alzarono la sabbia del deserto in modo da confondere ulteriormente i romani. Ben presto i quiriti si trovarono a mal partito e neanche un’audacie carica dei galli, condotta personalmente dallo stesso Publio, servì a cambiare le sorti dello scontro. Gravemente ferito Publio fu condotto dai suoi in un’improvvisata fortificazione fatta con gli scudi dei legionari e i cavalli superstiti; erano topi in trappola bersagliati costantemente dalle frecce dei parti che non si arrischiavano a un inutile attacco diretto. Vistosi perduto Publio decise di morire da vero romano, facendosi aiutare da un commilitone a lanciarsi sulla sua stessa spada per non cadere prigioniero. Intanto, venuto a conoscenza della situazione del figlio, Crasso fu lacerato tra i suoi affetti di padre e i doveri di un generale; quando infine decise di provare ad andare in suo soccorso i parti lanciarono un nuovo attacco portando però stavolta in prima fila un macabro trofeo: la testa di Publio issata sulla lancia di un cavaliere. Crasso si comportò con estrema dignità e, stando a Plutarco, invitò i suoi uomini a non dolersi per un lutto che era solo suo, ma piuttosto vendicare la morte di tanti romani. Il morale stava però rapidamente crollando e i nervi di alcuni legionari crollarono a causa delle costanti salve di frecce che i parti continuavano a riversare su di loro. Nonostante le perdite gravissime però i romani riuscirono a tenere la posizione sino a sera; non vi era dubbio che la  battaglia fosse ormai irrimediabilmente perduta, ma c’era da evitare almeno che si trasformasse in un completo disastro. I parti si erano momentaneamente ritirati, il buio non era amico degli arcieri, e molti ufficiali suggerirono di approfittare di quell’occasione per ritirarsi su Carre, anche se ciò avrebbe voluto dire lasciare i feriti alle mercié del nemico. Stando a Plutarco Crasso non ebbe alcun ruolo in queste decisioni, ma rimase tutto il tempo seduto in disparte come fuori dal modo forse pensando al figlio, forse al biasimo generale che lo avrebbe colpito se fosse mai riuscito a tornare a Roma. La ritirata si trasformò ben presto in una rotta, le grida dei feriti abbandonati vennero scambiate per un attacco nemico determinando così il caos totale; le varie corti iniziarono a perdere il contatto tra di loro e a smarrirsi in quella terra sconosciuta. Solo un gruppo di 300 cavalieri riuscì a raggiungere le mura di Carre, dove diede notizia della battaglia svoltasi senza scendere nei particolari, per poi fuggire al di là dell’Eufrate; il comandante di quest’unità, tale Ignazio, fu poi biasimato per non aver tentato di far giungere aiuti a Crasso. Fortunatamente il comandante romano rimasto a Carre, Coponio, intuì che le cose doveva essersi messe molto male per il triumviro e quindi lasciò la città per radunare i dispersi inseguiti, da che era sorto il sole, dagli instancabili cavalieri partici. Questi, dopo aver massacrato 4000 soldati rimasti sul campo di battaglia del giorno prima, iniziarono l’opera di rastrellamento concentrandosi, ovviamente, sulla caccia all’ animale pregiato: Crasso. Questi era riuscito a mettersi in salvo coi suoi ufficiali dentro le mura di Carre e qui venne raggiunto da alcuni messi di Surenas che lo invitarono a discutere i termini della resa. Si trattava di uno stratagemma escogitato dal comandante partico per accertarsi della natura delle difese della città e, una volta appurato che il triumviro si trovava a Carre, mosse con tutto il suo esercito contro di lui dopo averlo ingannato con la promessa di volerlo incontrare per trattare. L’ipotesi restare e  sostenere un assedio era da escludersi a priori data la scarsità di provviste, per cui l’unica soluzione era tentare una nuova fuga e Crasso decise di fidarsi di alcune guide locali che si fecero avanti. Scesa la notte l’esercito romano sgusciò fuori da Carre e da questo momento le sorti dei protagonisti della vicenda si divisero. Cassio, sospettando all’ultimo momento di un tradimento, decise di rientrare in città con 500 cavalieri. Altri 5000 uomini, al comando di un Ottavio esponente dell’omonima gens, si lasciò condurre verso l’Armenia in una località chiamata Sinnaca mentre Crasso, al comando di quattro legioni, fu guidato verso il nulla da un carreno, tale Andromaco, che, stando a Plutarco, aveva già deciso di tradirlo. Tra Crasso e Ottavio vi erano appena tre km e il secondo, quando vide Marco Licinio arroccarsi su una collina per difendersi da un attacco nemico, decise di muovere in suo soccorso. L’arrivo di Ottavio permise di respingere l’attacco nemico e Surenas, temendo che lo scendere della notte desse di nuovo ai romani l’occasione di fuggire, decise di ricorrere all’astuzia. Si fece avanti personalmente e chiese un incontro con Crasso dando anche prova di buona volontà rilasciando alcuni prigionieri; Marco Licinio sentì subito puzza di bruciato, ma i suoi uomini, stanchi e demotivati, iniziarono a rumoreggiare accusandolo di volerli condurre tutti alla morte. Forse un Cesare sarebbe riuscito ad aver ragione con l’eloquenza dell’ira dei suoi, ma Crasso, evidentemente non completamente padrone di se stesso a causa di ciò che era successo, cedette infine alla minacce dei suoi stessi uomini. Plutarco ci lascia di lui un’ultima immagine eroica mentre da solo si avvia verso morte certa pronunciando ai suoi queste ultime parole “Ottavio, Petroni e voi comandanti romani qui presenti, vedete che la mia strada è segnata e siete testimoni che subisco un’oltraggiosa violenza. Ma dite a tutti gli altri, se sopravvivrete, che Crasso è morto per l’inganno dei nemici e non per il tradimento dei suoi concittadini.”. La fine di Marco Licinio Crasso, l’uomo più ricco di Roma, è avvolta dal mistero e dalla leggenda. Plutarco ci racconta che effettivamente vi fu un incontro tra questi e Surenas con questi che tentava, in maniera melliflua, di insistere nell’inganno mentre il romano lo invitava ad abbandonare la commedia. Adducendo la volontà di re Orose di incontralo personalmente per firmare un trattato, Crasso venne issato a forza su un cavallo che sarebbe stato lanciato al galoppo se Ottavio non fosse intervenuto per difendere il triumviro. Ne seguì una schermaglia nella quale Ottavio e altri romani morirono mentre Crasso, sempre secondo Plutarco, sarebbe stato ucciso da un parto di nome Exatre. Una leggenda diffusa vuole che in seguito Orode abbia dato ordine di versare oro fuso nella bocca del cadavere, una sorta di legge del contrappasso per punire Crasso dell’avarizia che lo aveva condotta a far guerra ai Parti. Un’altra storia ancora vuole che la testa del triumviro sia stata usata come soprammobile durante le nozze tra la sorella di Artavasde d’Armenia, subito pronto a cambiare fronte, e il figlio di Orode. Ovviamente di entrambe le vicende l’unica fonte sono gli storici latini, alcuni dei quali di molti secoli successivi ai fatti di Carre, e personalmente mi paiono fatti troppo romanzati, soprattutto l’oro fuso, per darvi incondizionatamente credito.

In tutto i romani avevano perso 20.000 uomini, cioè l’equivalente di circa cinque legioni, alcuni di questi vittime dei predoni arabi durante la fuga verso la Siria; ai morti si dovevano aggiungere altri 10.000 prigionieri che vennero stanziati presso l’odierna Merv, al confine orientale del regno partico, come guardie di confine. La sconfitta era interamente addebitabile a Crasso e alle scelte da lui fatte sin dal suo arrivo in Oriente. Si trattò di una sequela di errori che confermarono una massima di Sun Tzu: una battaglia può essere persa ancora prima che si inizi a combattere. Il 9 Giugno i romani infatti si trovavano già in una situazione difficilissima e Surenas, come abbiamo visto, non dovette ricorrere a nessun particolare colpo di genio per vincere, si limitò a sfruttare al meglio le competenze delle sue truppe. Nonostante il disastro 10.000 uomini riuscirono comunque a rientrare in Siria e lì  furono organizzati in due legioni da Cassio, a sua volta riuscito a fuggire dalla Mesopotamia, per contrastare la successiva invasione partica della provincia. Roma invierà in soccorso del questore nientemeno che Marco Tullio Cicerone come proconsole della Siria; il grande oratore riuscì a difendere Antiochia costringendo il nemico a ritirarsi. In seguito, nel 50 a.c., un nuovo tentativo partico di invasione della Siria venne bloccato proprio da Cassio  ad Antigoneia. Nota conclusiva il vincitore di Carre, Surenas, non poté godersi più di tanto il trionfo in quanto Orode, temendone la popolarità, lo fece mettere a morte poco tempo dopo.

Dunque ecco la storia della battaglia di Carre, il disastro dimenticato della Repubblica Romana, eppure questa vicenda non fu importante solo per lo scontro in sé, ma anche per gli effetti che produsse tanto nel breve quanto nel lungo periodo. Sul lungo periodo Carre ebbe ad Oriente il medesimo effetto che Teutoburgo ebbe in Germania; bloccò l’espansione romana verso la Mesopotamia. Le insegne delle legioni di Crasso sarebbero state recuperate da Augusto con la pace del 17 d.c., ma il ricordo dei cavalieri partici divenne uno spauracchio e, sebbene altre guerre sarebbero state combattute, Roma non tentò più un’invasione della Mesopotamia fino al 114 d.c. quando Traiano riuscì finalmente a conquistare la terra tra i due fiumi. Fu però una vittoria effimera e la nuova provincia venne già abbandonata da Adriano nell’ambito della sua politica di rafforzamento dei confini “naturali” dell’Impero; riconquistata da Settimo Severo sarà definitivamente persa quando i parti vennero sostituiti dai loro vassalli Sasanidi. L’impero Sasanide, o secondo impero persiano, sarebbe divenuto in breve tempo uno dei più mortali nemici di Roma e avrebbe inflitto all’urbe una sconfitta ben peggiore di quella patita da Crasso. Le conseguenze di Carre sul breve periodo furono però ancora più rilevanti, il disastro infatti determinò la fine del triumvirato dando inizio al conto alla rovescia per la guerra civile tra Cesare e Pompeo. Finché infatti il rapporto era stato a tre nessuno dei triumviri aveva tentato di prevalere, per il timore di una coalizione degli altri due contro di lui, ma adesso che sul terreno di gioco erano rimasti solo Cesare e Pompeo il rischio di uno scontro si faceva concreto. Consapevole di ciò Cesare tentò in tutti i modi di mantenere i rapporti con Pompeo, ma, appena un anno dopo Carre, Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, morì recidendo l’ultimo legame esistente tra i due. Viene a questo punto da chiedersi: se Crasso non fosse morto, la guerra civile si sarebbe evitata? Come tutti i se della storia non si possono avere certezze, ma solo ragionevoli ipotesi. Ritengo sia abbastanza probabile che la permanenza sulla scena politica romana di Crasso avrebbe reso più difficile un deteriorarsi delle relazioni tra Cesare e Pompeo sino al punto di rottura. Certo come abbiamo visto anche Crasso era invidioso dei successi di Cesare, ma i pessimi rapporti tra Marco Licinio e Pompeo rendevano estremamente improbabile una loro coalizione anti-cesariana. Sarebbe stata anzi molto più facile una coalizione tra Crasso e Cesare, dopotutto era stato proprio Marco Licinio a introdurre il futuro dittatore nella politica romana, ma in questo caso è dubbio che tanto Pompeo quanto il senato avrebbe osato sfidare a cuor leggero una tale potenza economica oltre che politico-militare. Infatti va considerato, in conclusione, che l’immensa ricchezza di Crasso avrebbe forse contribuito ad impedire la creazione di un ampio fronte anti-cesariano in un senato pieno di suoi creditori. Ovviamente queste sono e restano solo ipotesi ragionate, ma dimostrano quanto la battaglia di Carre abbia contribuito ad alterare gli equilibri della storia.

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