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I diadochi ovvero l’eredità d’Alessandro Magno – Parte II

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Il precedente articolo si chiudeva con Antigono Monoftlamo che, dopo le vittorie del figlio Demetrio ad Atene e Cipro, cingeva il diadema reale spingendo gli altri diadochi ad imitarlo per non apparire a lui inferiori. Antigono però non intendeva accontentarsi della sua nuova titolatura, la sua ambizione era quella di ricostruire sotto di sé l’Impero che era stato d’Alessandro e, a tal fine, la sua prima vittima avrebbe dovuto essere Tolomeo, rientrato in Egitto a leccarsi le ferite dopo la disastrosa sconfitta navale cipriota. Nell’autunno del 306 a.c. il Monoftalmo si mosse via terra e via mare, sempre affiancato da Demetrio, contro il diadoco egiziano, ma le cose si rivelarono sin da subito meno facili del previsto. Tolomeo infatti, come già era avvenuto ai tempi dell’invasione di Perdicca, decise di usare il Nilo come una fortezza naturale nella quale far impantanare l’attacco nemico; l’esercito di Antigono infatti si trovò bloccato sul delta del sacro fiume mentre la flotta, guidata da Demetrio, non riuscì ad aggirare le posizioni di Tolomeo in quanto colpita da una violenta tempesta. Sfruttando la perdita di morale tra le file dell’avversario il diadoco d’Egitto emise un proclama con il quale si offriva di comprare la diserzione di soldati e ufficiali di Antigono. Temendo lo sfaldamento del suo esercito mentre si trovava in territorio a lui ostile, Antigono fu costretto ad ordinare la ritirata e rientrare in Siria; gli storici classici narrano che un sogno premonitore avesse avvertito il Monoftlamo che la sua impresa egiziana non si sarebbe conclusa con un successo. Per evitare la perdita di prestigio presso gli altri diadochi, prontamente informati da Tolomeo del suo successo, Antigono ordinò al figlio di attaccare Rodi colpevole, a suo dire, di non aver supportato adeguatamente la tentata invasione dell’Egitto. Diodoro Siculo narra le immense macchine d’assedio che Demetrio, dando ulteriore sostanza al suo soprannome Poliorcete, mise in capo per piegare la resistenza degli isolani che, dal canto loro, chiese aiuti a Lisimaco, Cassandro e Tolomeo paventando le conseguenze di un’ulteriore espansione dell’influenza di Antigono nel Mediterraneo Orientale. Tutti e tre i diadochi inviarono rifornimenti all’isola e Tolomeo inviò anche 2.500 soldati, per lo più mercenari della stessa Rodi, che contribuirono molto a tenere alto il morale degli assediati. Dopo circa un anno Demetrio si dovette arrendere all’evidenza che né le sue macchine, né la fame erano in grado di vincere la resistenza dei rodiesi per cui si giunse a una pace di compromesso: l’isola restava autonoma, ma alleata con Antigono tranne che nel caso di guerre contro Tolomeo. Fu per celebrare questa vittoria che gli abitanti di Rodi commissionario quel colosso in onore di Elios che sarebbe divenuto una delle sette meraviglie del mondo antico. Altro teatro di guerra caldo era quello della Grecia dove, dopo la partenza di Demetrio per Cipro, Cassandro aveva cercato di riconquistare Atene trovando però la fiera opposizione non solo del rinnovato regime democratico locale, ma anche della giovane lega etolica che stava rapidamente acquisendo potere. Nel 304 a.c. Demetrio tornò in Grecia e riuscì a scacciare il diadoco della Macedonia da Peloponneso e centro Ellade; ad Atene il figlio di Antigono prese in moglie Deidamia principessa della casa reale epirota, da cui già era provenuta la madre di Alessandro Magno, e sorella di un giovane re senza regno di nome Pirro (sì proprio quello che poi sarebbe divenuto, forse ingiustamente, famoso per la qualità delle sue vittorie). Nel 302 a.c., durante i giochi istmici, Demetrio volle dare ulteriore forma a questa Grecia filo-antigonide ricreando la lega panellenica già costituita a suo tempo da Filippo II; lo scopo di questa manovra era preparare un attacco contro la Macedonia di Cassandro. Il diadoco macedone tentò di trovare un accomodamento diplomatico con Antigono, ma questi, vittima di una fatale albagia, gli intimò null’altro che una resa incondizionata. Il Monoftalmo dimenticò o sottovalutò il fatto che Cassandro aveva in Lisimaco un fedelissimo alleato che, infatti, rispose subito alla richiesta d’aiuto del vicino e invitò anche Tolomeo e Seleuco a ricostruire l’alleanza anti-antigonide per contrastare l’ormai evidente progetto espansionista del Monoftalmo e di suo figlio. Antigono si trovò così di nuovo nella stessa situazione in cui si era trovato all’epoca del precedente conflitto: da solo contro tutti gli altri diadochi con l’aggravanti che però, adesso, alle sue spalle c’era un forte regno seleucidico pronto a dare man forte agli alleati occidentali. Se infatti Tolomeo, stremato dalla difesa dell’Egitto e del supporto dato a Rodi, diede una mera adesione formale, restando però in attesa pronto ad approfittare degli eventi, Seleuco si mise subito in marcia verso Ovest alla testa di un grande esercito rafforzato dai 500 elefanti da guerra donatigli da Chandragupta. In attesa che questa potente armata giungesse a dargli man forte Lisimaco decise, nonostante il minor numero d’effettivi rispetto ad Antigono, di passare all’offensiva sia per ridurre la pressione su Cassandro, sia per togliere l’iniziativa all’avversario e impedirgli di fomentare rivolte in Macedonia e Tracia come aveva già fatto durante la terza guerra dei diadochi. Così agli inizi del 302 a.c. Lisimaco sbarcò in Asia Miniore e, assunto il controllo dell’Ellesponto, divise in  due le sue forze: una parte, guidata da lui medesimo, avrebbe marciato sulla Frigia mentre una seconda parte, guidata dal generale Prepelao, sarebbe discesa lunga la costa dell’Egeo per occupare l’Eolia e la Ionia al fine da tagliare le comunicazioni tra Demetrio in Grecia ed Antigono in Asia. L’azione fu un completo successo e, una dopo l’altra, caddero città importanti come Efeso, Sardi, Sinnada (col suo tesoro reale) e Colofone. Colto di sorpresa Antigono dovette mettersi rapidamente in marcia verso l’Anatolia e una volta qui iniziò a ricondurre all’obbedienza le varie città che erano passate al nemico; Lisimaco però fu lesto a modificare la sua strategia passando da un atteggiamento offensivo e uno difensivo-attendista evitando scontri campali per mantenere integre le sue forze fino all’arrivo di Seleuco. Il diadoco della Tracia si ritirò così nella Frigia centrale, fortificando la sua posizione con un vallo e una palizzata; Antigono tentò di isolare questa posizione per prendere l’avversario per fame, ma Lisimaco fu abile a sgusciare fuori dall’accerchiamento e ritirarsi a Dorileo dopo giunse nell’autunno del 302 a.c.. Nuovamente assediato dal Monoftalmo, Lisimaco attese una notte di tempesta per operare una nuova ritirata tattica verso la Bitinia; Antigono, con un esercito orami stanco da questo continuo inseguimento, essendo orami la stagione avanzata decise di entrare negli accampamenti invernali mandando anche a chiamare il figlio perché venisse a rinforzare le sue schiere. Demetrio aveva passato l’anno in un perenne e infruttifero duello con Cassandro in Tessaglia, ma all’ordine paterno ubbidì subito riconquistando anche, lungo il tragitto, alcune delle città ioniche occupate da Lisimaco. Il diadoco della Tracia trascorse l’inverno nelle vicinanze di Eraclea Pontica dove, come già narrato, prese in moglie la vedova del tiranno della città, Amastri; gli storici parlano di un grande innamoramento, ma anche ragione strategiche consigliavano questa unione: Amastri si era schierata con Lisimaco quando questi era passato in Asia, ma adesso, di fronte al ritorno di Antigono, avrebbe potuto cambiare di nuovo fronte per cui il diadoco decise di legarla a sé con un’alleanza matrimoniale potendo così mantenere Eraclea come porto di contatto cone le sue basi in Tracia. Cassandro tentò di aiutare l’amico ed alleato inviandogli rinforzi, ma di questi ne giunse a destinazione solo 1/3 a causa di una violenta tempesta e degli attacchi della flotta di Demetrio. Nonostante ciò la campagna asiatica di Lisimaco del 302 a.c. resta un’ulteriore prova delle grandi capacità strategiche di questo diadoco in quanto, praticamente da solo, era riuscito a tenere in scacco Antigono, costringendolo a inseguirlo per mezza Anatolia senza ottenere alcun risultato effettivo, liberando così Cassandro dalla minaccia di Demetrio e guadagnando tempo per Seleuco che stava procedendo a tappe forzate verso Ovest. Il diadoco di Babilonia giunse nella zona di guerra nella primavera del 301 a.c.; non sappiamo dove si ebbe l’incontro con le forze di Lisimaco né quali movimenti vennero compiuti dai due schieramenti prima di disporsi per lo scontro decisivo a Ipso nella pianura Dolai-Chai in Frigia  (vicino all’odierno villaggio turco di Sipsin). Stando alle stime di Plutarco, ritenute dagli storici moderni attendibili, le forze unite di Lisimaco e Seleuco contavano di 64.000 fanti, 10.500 cavalieri, 120 carri da guerra e 400 elefanti mentre l’esercito antigonide era forte di 70.000 fanti, 10.000 cavalieri (guidati da Demetrio) e 75 elefanti. Demetrio riuscì a mettere in fuga la cavalleria di Seleuco, guidata dal figlio di questi Antioco, ma poi non riuscì a rientrare sul campo di battaglia perché bloccato dagli elefanti da guerra di Chandragupta; questo fu l’evento decisivo della battaglia e alcuni storici hanno supposto che la fuga della cavalleria seleucidica fosse stato un abile stratagemma per allontanare Demetrio dal campo e scoprire così il fianco di Antigono all’attacco della restante parte della cavalleria e dei carri da guerra. Infatti, con Lisimaco che sul lato opposto del campo di battaglia teneva testa agli elefanti del Monoftalmo, Seleuco ebbe campo aperto nell’attaccare di fianco la falange nemica. Incapace di reggere la pressione concentrica e senza il supporto del figlio, Antigono Monoftalmo cadde sul capo di Ipso insieme a buona parte del suo esercito; Demetrio riuscì a portare in salvo dal massacro solo 5.000 fanti e 4.000 cavalieri (tra questi vi era anche Pirro dell’Epiro all’epoca arruolato come ufficiale del suocero). I vincitori, dopo aver reso gli onori funebri al loro ex-compagno d’armi caduto, si avventarono come avvoltoi sul suo regno per spartirselo. Demetrio, contando sulla lealtà della lega pan-ellenica, tentò di rientrare in Grecia per riorganizzare le sue forze, ma il regime democratico di Atene, che lui stesso aveva permesso di insediarsi, gli rifiutò l’ingresso in città e, solo dopo lunghe trattative, accettò di restituire al figlio del Monoftalmo parte della flotta e sua moglie Deidamia. In rapida successione tutti gli alleati greci del Poliorcete passarono dalla parte dei vincitori lasciando Demetrio come un re senza regno, ma padrone di una potente flotta da usare per azioni di pirateria in attesa che si aprisse uno spiraglio di riscossa. Difficile stabilire in che modo i diadochi si divisero il regno antigonide  in primis in quanto non è chiaro se questa spartizione sia avvenuto a seguito di una trattativa o con la semplice presa d’atto dell’uti possidetis (chi aveva conquistato qualcosa se lo sarebbe tenuto); gli storici, partendo dalle fonti classiche e dalla cultura macedone, tendono a ritenere più probabile la seconda tesi e che quindi Lisimaco, Seleuco e Tolomeo fecero prevalere il diritto di conquista. Comunque a Lisimaco andò l’Asia Minore e la Frigia Ellespontica, Seleuco (che riteneva la vittoria di Ipso merito dei suoi elefanti) ottenne la Siria e la porzione di Frigia tra il fiume Halys (Kizilirmak) e la città di Sinnada, Plistarco, fratello di Cassandro e presente a Ipso, ricevette la Cilicia e, forse, la Lidia e la Panfilia. Infine Tolomeo, avuta notizia della vittoria di Ipso, si era affrettato ad occupare Palestina, Fenicia e Celesiria (la regione tra il monte Libano e l’ante-libano); quest’ultima regione era però rivendicata anche da Seleuco che rinfacciava al diadoco d’Egitto l’assenza di un suo contributo nella guerra contro Antigono. Tolomeo però fece valere anche egli l’uti possidetis e rifiutò di sgombrare la regione; si ebbe così una rottura nel rapporto tra i due diadochi, rottura che avrebbe portato i loro successori a un secolo di guerre per il possesso della Celesiria finché non giunse Roma ad imporre il suo ordine nella zona. Il diadoco di Babilonia, dopo Ipso, vide però anche rapidamente deteriorarsi i suoi rapporti con Lisimaco e ciò sia perché il secondo era rimasto “offeso” dal non aver potuto inglobare tutta la Frigia, sia perché Seleuco, dopo la sconfitta di Antigono, sembrava adesso trovarsi in quella medesima posizione di forza che aveva reso il Monoftalmo una minaccia per gli altri regnanti. Fu in luogo di questa rottura delle precedente alleanza che va letto il matrimonio tra due figlie di Tolomeo, Arsinoe e Lisandra, con rispettivamente Lisimaco e il figlio di questi Agatocle (o secondo altre fonti Lisandra avrebbe sposato Alessandro figlio di Cassandro così da creare un fronte anti-Seleuco a tre Macedonia-Tracia-Egitto); di converso Lisimaco diede sua figlia Euridice in sposa al secondo genito di Cassandro Antipatro. Per evitare di restare isolato Seleuco si rivolse all’unico attore rimasto fuori da questa nuova coalizione di diadochi: l’ex nemico Demetrio ancora al comando di una potente flotta e di qualche città sparsa qui e là tra Grecia e Asia Minore. Anche in questo caso la nuova alleanza venne sanzionata mezzo un matrimonio nello specifico tra Seleuco e Stratonice figlia di Demetrio (dieci anni dopo questo matrimonio si sarebbe sciolto per dare la possibilità ad Antioco, figlio della prima moglie di Seleuco, di sposare proprio Stratonice di cui le fonti classiche dicono si fosse follemente innamorato). Il primo effetto di questo rovesciamento delle alleanze mezzo matrimoni fu il colpo di mano con cui Demetrio si impadronì della Cilicia (placando poi l’ira di Cassandro per lo spodestamento del fratello tramite i buoni uffici di Fila, sorella del diadoco di Macedonia e moglie di Demetrio). Da par suo Seleuco, che non desiderava dare inizio a una nuova guerra, avviò trattative con Tolomeo e lo convinse a riappacificarsi a sua volta con Demetrio. Questo fatto produsse un effetto indiretto di grande importanza: come garanzia per il nuovo accordo Demetrio inviò in Egitto come ostaggio Pirro, qui l’epirota riuscì a convincere Tolomeo a dargli uomini e mezzi per tentare di riconquistare il trono d’Epiro, impresa che portò a compimento nel 297 a.c.. Se sperate che questi rapidi cambi di fronte siano conclusi… beh mi spiace deludervi perché non ci volle molto che tra Demetrio e Seleuco tornasse il gelo; casus belli fu la pretesa del diadoco babilonese di avere la Cilicia come contropartita dell’opera di mediazione svolta presso Tolomeo. Insomma il quadro che emerge a seguito della sconfitta di Ipso e quelli di diadochi che, uscito di scena di comune babau Antigono, iniziarono sin da subito a cercare avidamente un modo per estendere ulteriormente il proprio potere a reciproco scapito; ciò produceva l’unico risultato che, più un regno diveniva potente, più gli altri tendevano a coalizzarsi contro di lui in un continuo di alleanze, tradimenti e cambi di schieramento che creavano un fragile bilanciamento di potere in grado di essere rotto da un unico e decisivo evento quale già era stato Ipso. Riprendiamo il corso degli anni e precisamente torniamo all’estate del 295 a.c. quando Demetrio, con l’obiettivo di restaurare la sua posizione in Grecia, mise per la seconda volta sotto assedio Atene, dove il regime democratico era stato scalzato dal tiranno Lacare filo cassandreo. Ottenuta la resa della città dell’Attica, dove insediò una propria guarnigione, Demetrio si mosse contro Sparta, ma mentre era in Grecia Lisimaco e Tolomeo (evidentemente incurante della riappacificazione che c’era stata tra lui e l’antigonide) si avventarono come sciacalli sui suoi possedimenti asiatici. Nello specifico Lisimaco conquistò tutte le città della costa ionica rimaste fedeli al figlio di Antigono (es. Efeso) mentre Tolomeo si riprese Cipro che da quel momento entrò definitivamente nell’orbita egiziana finché, nel 58 a.c., a seguito di beghe interne alla famiglia tolemaica e una vicenda di pirati l’isola sarebbe stata conquistata dai romani. Frattanto però era successo un evento che, inevitabilmente, rimise in movimento l’intero scacchiere geopolitico dei diadochi: nel 297 a.c. era morto Cassandro. La successione non sarebbe stata problematica se non fosse stato che il figlio primogenito, Filippo, morì a sua volta poco tempo dopo lasciando la Macedonia in balia del duello tra i due fratelli minori Antipatro e Alessandro, con nell’ombra a tentare di reggere i fili la loro madre Tessalonice. Non si trattava di uno scontro solo macedone perché, come si ricorderà, Antipatro aveva sposato una figlia di Lisimaco mentre Alessandro una figlia di Tolomeo per cui sia il diadoco dell’Egitto che quello di Tracia avevano i loro interessi su chi dei due fratelli avrebbe regnato in Macedonia. In un primo momento parve che il progetto di Tessalonice di dividere il potere tra i due giovani, in modo che le rispettive alleanze matrimoniali si equilibrassero a vicenda potesse funzionare; ma ben presto tutta la vicenda assunse i toni di una tragedia d’Euripide. Antipatro infatti fece uccidere la madre, convinto che questa favorisse il fratello, e di conseguenza Alessandro chiamò in suo aiuto Demetrio e Pirro (che era come affidare il gregge al lupo). Il primo a muoversi fu Pirro che però, in cambio del suo aiuto, impose ad Alessandro gravose cessioni territoriali a favore dell’Epiro; Lisimaco, ovviamente preoccupato dell’incendio alla porta di casa, decise di aiutare il genero Antipatro provando però ad evitare una nuova guerra. Il diadoco della Tracia tentò così di far riappacificare i due fratelli cercando i buoni uffici di Pirro anche attraverso espedienti da romanzo, nello specifico una falsa lettera di Tolomeo; il trucco non funzionò, ma Pirro, avendo già ottenuto i territori bramati, fu ben felice di spingere Alessandro a trattare così da non dover combattere una rischiosa guerra con Lisimaco. Possiamo immaginare quale “sereno” clima dovesse esserci alla corte di Pella dopo la “riappacificazione” tra Antipatro e Alessandro… fan di Games of Thrones che ve ne pare di QUESTO games of thrones?!? Ovviamente la questione non era risolta perché uscito di scena Pirro, fu Demetrio nel 294 a.c. a presentarsi alla porta d’Alessandro il quale però gli comunicò che il suo aiuto non era più necessario; il Poliorcete finse di accettare lo status quo e chiese al giovane sovrano di riaccompagnarlo fino al confine con la Tessaglia. Neanche a dirlo appena giunti a Larissa Demetrio fece uccidere Alessandro e ne arruolò senza troppe difficoltà le truppe, rivendicando a sé il trono che era stato di Filippo II e Alessandro Magno. Tacitato Pirro con il riconoscimento delle sue annessioni e, forse, sconfitto Lisimaco ad Anfipoli, Demetrio si sbarazzò anche d’Antipatro ottenendo per sé la Macedonia e mettendo fuori dalla storia la dinastia antipatride ad appena tre anni dalla morte di Cassandro. Il sessennio successivo all’insediamento di Demetrio in Macedonia fu forse il primo periodo di autentica pace tra i diadochi da che era morto Alessandro Magno; non vi furono nuove spedizioni militari, ma tutti i regnanti si concentrarono sulla politica interna. Seleuco fece suo figlio Antioco coreggente, al fine di dare solidità alla sua dinastia, e continuò la sua opera di fondazione di nuove città che fossero i centri amministrativi del suo eterogeneo e vasto impero (sedici Antiochia in onore di suo padre, cinque Laodicea in onore della madre, nove Seleucia e tre Apamea in onore della moglie). Anche Tolomeo fondò alcune nuove città (come Tolemaide presso l’antica Tebe), ma soprattutto si dedicò ad Alessandria costruendo ad esempio il Museo (tempio delle Muse), un luogo dove gli uomini di cultura potevano riunirsi in una sorta di comunità autogestita dove discutere e scambiarsi idee. Il diadoco d’Egitto poi, un po’ per creare una classe sociale a lui fedele e un po’ per continuare il progetto di Alessandro di commistione culturale est-ovest, favorì l’insediamento di veterani macedoni e coloni greci in alcune nomoi, come il Fayum, in base all’offerta terra in cambio di servizio militare dei loro eredi. Di Lisimaco è rimasta invece traccia dell’oculata politica finanziaria che lo portò ad accumulare tre grandi tesori reali posti nelle città di Tirizi, Pergamo e Sardi; il diadoco della Tracia fu poi colui che rifondò Smirne, spostò la posizione di Efeso per riavvicinarla al mare (essendo il suo porto stato interrato dai detriti del fiume Caistro) e usò spesso il così detto sinecismo cioè il riunire tra loro piccole comunità in un’unica nuova grande città. Questa situazione di calma apparante si concluse nel 288 a.c. quando Demetrio, che già qualche anno prima aveva dovuto affrontare una nuova incursione di Pirro, decise di tentare di riconquistare parte del regno paterno. I suoi grandiosi preparativi militari non passarono inosservati a spinsero Lisimaco, Tolomeo e Seleuco a mettere da parte le reciproche diffidenze per riforgiare la loro alleanza, in cui inserirono stavolta anche lo stesso Pirro. Il ritorno di un fronte unito anti-antigonide, nonostante le evidenti fratture nate dopo Ipso, dimostra chiaramente che Demetrio, forse ancora all’inseguimento del sogno del padre di restaurare un Impero unito, fosse avvertito come il perturbatore di un bilanciamento di potere instauratosi tra i diadochi. Certo Lisimaco, Tolomeo e Seleuco potevano anche fantasticare ancora sull’Impero e scontrarsi per regioni di confine di comune interesse, ma, gelosissimi del potere conquistato, in concreto preferivano la sicurezza di tre grandi regni in equilibrio tra loro piuttosto che il rischio di un’avventura che avrebbe inevitabilmente condotto i più deboli a coalizzarsi contro il più forte come già era stato ai tempi del Monoftalmo. Se dunque Demetrio avesse accettato di essere “solo” re di Macedonia, probabilmente gli altri diadochi non avrebbero avuto problemi ad inserirlo nel loro sistema geopolitico, ma animo inquieto (non a caso Plutarco lo fa parallelo a Marco Antonio) il Poliorcete non riuscì ad accettare i limiti che la Storia aveva dato ai diadochi e si lanciò in un ultimo volo che gli sarebbe stato fatale. Nel 287 a.c. si aprirono le ostilità: mentre Tolomeo inviava la sua flotta in Egeo per spingere la Grecia alla rivolta, Pirro e Lisimaco invasero contemporaneamente la Macedonia così da stringere Demetrio in una morsa. In pochissimo tempo l’esercito del Poliorcete iniziò a disgregarsi falcidiato da una devastante diserzione sia in favore del diadoco della Tracia, celebre tra i macedoni in quando compagno d’Alessandro Magno, sia in favore di Pirro. Temendo di essere catturato Demetrio abbandonò notte tempo il suo accampamento, che fu occupato da Pirro, e fuggì in Grecia mettendo, per la terza volta nella sua vita, sotto assedio Atene che, avuta notizia della sconfitta del Poliorcete, si era ribellata alla guarnigione macedone. Grazie al decisivo supporto di Tolomeo la capitale dell’Attica resse costringendo  Demetrio nel 286 a.c. a stipulare una pace, mediata dal diadoco egiziano, in base alla quale Atene restava indipendente accettando però il mantenimento di una forza antigonide nel Pireo, a Salamina e in alcune fortezza della regione. Sia Pirro che gli altri diadochi controfirmarono questo accordo di pace; contemporaneamente il re dell’Epiro e Lisimaco si erano spartiti la Macedonia. Demetrio però non riteneva ancora persa la sua partita e così si imbarcò per l’Asia Minore nel tentativo, forse, di sfruttare l’insofferenza delle polis locali all’autocratico governo di Lisimaco per occupare Lidia e Caria; l’idea del Poliorcete era che vi fosse uno spazio di manovra in quanto il diadoco della Tracia doveva fare fronte alle mai sopite mire di Pirro sull’intera Macedonia. Probabilmente Lisiamco dovette avere davvero qualche problema in Macedonia visto che decise di non recarsi di persona in Asia, ma inviare invece il suo primogenito Agatocle. Quasi senza soluzione di continuità varie città passarono rapidamente prima in mano a Demetrio per poi essere riconquistate da Agatocle; secondo Franca Landucci ciò però non era dovuto solo al mai sopito desiderio di autonomia delle polis rispetto a un potere centrale, ma anche a una stanchezza generale dell’area ionica ormai da quasi vent’anni campo di battaglia dei diadochi; in questo senso molte città, pur di evitare l’ennesimo saccheggio, si schieravano automaticamente col vincitore del momento senza tentare alcuna resistenza. Incalzato da Agatocle Demetrio commise l’errore che gli sarebbe stato fatale: invece di riguadagnare la costa per riprendere il mare, si spinse verso l’interno dell’Anatolia nel tentativo di fomentare una grande rivolta anti-Lisimaco. Facendo così però il Poliorcete si mise in trappola da solo vedendosi chiudere progressivamente ogni via di fuga; forse Demetrio tentò di raggiungere la Media, ma Agatocle lo costrinse invece a spingersi verso il centro dell’Anatolia dove rimase intrappolato stretto tra le truppe lisimachee, che avevano chiuso ogni passo di montagna, e il rifiuto di Seleuco di concedergli un corridoio di salvezza attraverso la Cilicia. Con un ultimo slancio d’audacia Demetrio riuscì a passare nella regione siriana della Cirrestica, ma qui si trovò davanti l’esercito seleucidico e, ormai abbandonato dai suoi stessi uomini, decise di arrendersi nel 285 a.c. confidando che sua figlia Stratonice, sposata a Seleuco, avrebbe messo una buona parola per lui col diadoco di Babilonia. Condotto come prigioniero in una località sul fiume Oronte morì, o si lasciò morire,  qui nel 283 a.c. a cinquantaquattro anni. Mentre il figlio del Monoftalmo veniva condotto alla sua prigionia gli altri diadochi si affrettarono a spartirsi ciò che restava dell’eredità antigonide: Tolomeo, grazie al supporto della sua flotta, assunse il controllo della Lega degli isolani che divenne la sua longa manus nell’Egeo mentre Lisimaco lanciò un attacco a sorpresa contro Pirro per costringerlo ad abbandonare la Macedonia. Mostrando ancora una volta le sue abilità tattiche il diadoco della Tracia riuscì a catturare le salmerie dell’epirota obbligandolo così a ritirarsi dai territori conquistati; Lisimaco poi fece appello anche all’orgoglio nazionale dei macedoni rimproverandoli di essersi fatti sottomettere da un regno che, sotto Filippo II e Alessandro Magno, era stato loro vassallo. Così nel 285 a.c. Lisimaco poté farsi re di Macedonia raggiungendo il massimo apogeo della sua potenza e realizzando quello che era stato il progetto di Filippo II, cioè creare un grande regno ellenico che riunisse la Macedonia, la Grecia e l’Asia Minore. Al figlio di Demetrio, Antigono Gonata, rimasero solo una serie di piazzeforti sparse per tutta la Grecia e il dovere di dare sepoltura alle ceneri del padre, inviategli da Seleuco, nella città da questi fondata: Demetriade. Ancora una volta parve che la pace potesse finalmente regnare tra i diadochi, certo una pace fatta di diffidenze e sospetti reciproci (ad esempio Seleuco aveva vietato ad Agatocle di continuare l’inseguimento di Demetrio nel suo regno), ma comunque una pace con fondamenta sufficientemente solide in quanto sul campo ormai erano rimasti solo tre regni tra loro pari in potenza e prosperità. Tre regni i cui regnanti iniziavano però ad essere un po’ avanti con gli anni: Tolomeo aveva raggiunto gli ottanta mente Seleuco e Lisimaco avevano superato i settanta. Il primo ad andarsene tra loro fu proprio Tolomeo che morì di morte naturale nel 282 a.c., già da qualche anno comunque questi aveva lasciato le redini del governo al figlio Tolomeo II ritirandosi a scrivere una biografia di Alessandro Magno. Il nuovo re era figlio di Berenice, seconda moglie e grande amore di Tolomeo I, e sarebbe passato alla storia soprattutto per aver fatto d’Alessandria d’Egitto la grande metropoli e centro della cultura dell’antichità (fu lui a far costruire la Biblioteca e il Faro); la sua designazione come erede costrinse però il figlio della prima moglie di Tolomeo, Tolomeo Cerauno, a lasciare l’Egitto per trovare rifugio presso la corte di Lisimaco dove sua sorella Lisandra aveva sposato Agatocle. Tolomeo Cerauno, lo vedremo, come carattere era molto vicino a Demetrio: ambizioso, tormentato e perennemente alla ricerca di quella gloria che riteneva gli fosse stata ingiustamente negata dal padre e dal fratellastro; in questa affannosa ricerca del suo ruolo nel mondo si renderà protagonista dell’ultimo atto della vicenda dei diadochi. Anche Seleuco aveva già scelto il suo successore ed era quell’Antioco, figlio della sua moglie persiana Apama, che aveva comandato la cavalleria ad Ipso e che infine era riuscito a prendere in moglie l’amata Stratonice, figlia di Demetrio e per un breve periodo seconda moglie di suo padre. La tragedia invece si abbatté improvvisamente, sempre nel 282 a.c., sulla dinastia di Lisimaco dando inizio agli eventi che avrebbero portato alla scomparsa degli ultimi due diadochi. Si ricorderà come durante l’ultima guerra contro Antigono, Lisimaco avesse sposato per ragioni politiche Amastri d’Eraclea Pontica; a questo matrimonio ne era seguito un terzo con Arsinoe figlia di Tolomeo I e sorella di Tolomeo II. Nonostante da questa unione fossero nati due figli la successione al trono di Tracia e Macedonia sembrava sicura per Agatocle, ma invece alla fine del 282 a.c. questi venne fatto giustiziare dal padre. Si tratta di una vicenda complessa e in larga parte oscura in quanto gli storici classi, in questo caso, più che alla narrazione storica degli eventi prediligono dipingere un grande affresco drammatico con personaggi eccessivamente stereotipati per essere autentici: ad esempio Lisimaco, fino a poco prima descritto come un monarco prudente e coscienzioso, diventa una sorta di vecchio tra il rancoroso e il rimbambito, facile preda delle ambizioni della giovane moglie Arsinoe; invece Agatocle diviene l’eroe tragico amato da tutti e che soccombe di fronte all’invidia paterna. Gli storici moderni hanno progressivamente preso le distanze da questo dramma shakespeariano provando a ricostruire i fatti mettendo insieme tra loro una serie di circostanze: 1) subito dopo la morte di Agatocle sua moglie Lisandra (sorella di Tolomeo Cerauno) fuggì presso Seleuco nonostante questi fosse ufficialmente alleato di Lisimaco, 2) Seleuco non solo accolse la fuggiasca, ma decise di muovere guerra contro Lisimaco (alcuno storici classici affermano che voleva tutelare i diritti di figli della vedova, altri parlano di mera ambizione), 3) a favore di Seleuco ci fu un’ampia defezione di ufficiali e funzionari lisimachee tra cui, molto importante, quella del governatore di Pergamo Filetero che consegnò al diadoco di Babilonia il tesoro reale custodito nella sua città. Mettendo insieme tutti questi frammenti Franca Landucci ha supposto che Agatocle, durante il periodo passato in Asia ad inseguire Demetrio, forse temendo che l’ambizione di Arsinoe potesse insediare i suoi diritti dinastici, abbia stretto una rete di alleanze, che includevano anche Filitero e Seleuco , al fine di garantirsi la successione al trono; questa “cospirazione” sarebbe stata scoperta da Lisimaco e per questo avrebbe deciso di far giustiziare il figlio come traditore. Seleuco probabilmente sperava che, sostenendo Agatocle, avrebbe potuto rendere la Tracia da lui governata un fedele alleato o magari anche un regno semi satellite del suo; fatto sta che, praticamente senza soluzione di continuità, subito dopo la morte di Agatocle gli eserciti seleucidi si misero in marcia supportati da un gran numero di disertori come Filitero, Tolomeo Cerauno, che aveva seguito la sorella Lisandra, e un altro figlio di Lisimaco cioè Alessandro. Probabilmente le forze seleucidiche furono divise in due: una parte guidata dal summenzionato Alessandro attraversò l’Anatolia centrale puntando sulla città frigia di Cotieo, mentre il secondo segmento d’esercito, condotto dallo stesso Seleuco, sarebbe passata più a sud attraverso le porte cilicie investendo Sardi, così da saccheggiare anche il secondo tesoro reale del regno di Lisimaco. I due tronconi dell’esercito si sarebbero riuniti proprio in prossimità dell’antica capitale della Lidia e qui si sarebbero preparati allo scontro contro il diadoco di Tracia e Macedonia che, non appena avuta notizia della defezione di Filitero, era passato a sua volta in Asia pronto allo scontro. La battaglia decisiva si svolse in una località chiamata Curupedio, una pianura individuata nella Lidia centrale, nel Febbraio 281 a.c. e, anche stavolta, la narrazione degli storici classici è più concentrata su aneddoti a scopo moraleggiante che sui fatti, per cui non conosciamo né le dimensioni dei due eserciti né lo svolgimento dello scontro. L’unica cosa che sappiamo è che Lisimaco morì sul campo di battaglia e i suoi resti, restituiti da Seleuco al figlio fedifrago Alessandro, furono tumulati con tutti gli onori a Lisimachia. Apparentemente nessun ruolo in questo conflitto lo ebbe Tolomeo II e, se alcuni storici suppongono che ciò fosse dovuto a un patto segreto tra lui e Seleuco per spartirsi il regno di Lisimaco, gli stretti legami familiari che univano il diadoco dell’Egitto con quella della Tracia, come anche il fatto che a fianco di Seleuco cavalcava il suo fratellastro Tolomeo Cerauno, lasciano piuttosto supporre che gli eventi si svolsero così rapidamente da non dare possibilità a Tolomeo II di intervenire a favore del cognato. Ciò pare anche dimostrato dal fatto che questi accolse in Egitto con tutti gli onori la sorella Arsinoe (vedova di Lisimaco), che era fuggita rocambolescamente da Efeso dopo Curupedio, e in seguito l’avrebbe anche sposata, inaugurando la tradizione tolemaica dei matrimoni tra fratelli, in un’intensa storia d’amore che sarebbe stata cantata dai maggiori poeti dell’antichità. Da par suo Seleuco ignorò bellamente i diritti dinastici dei figli di Agatocle, che pure erano suoi ospiti, e annetté interamente il regno di Lisimaco al suo facendo ancora una volta valere l’uti possidetis… lui era il vincitore e lui si portava a casa tutto. Per un attimo parve che, quarantadue anni dopo la morte d’Alessandro Magno, il suo impero fosse lì lì per essere ricostruito; Seleuco dominava dalla Persia sino alla Macedonia e all’appello di quelle che erano state le conquiste di Alessandro mancavano solo Egitto, Palestina e Fenicia dominati da Tolomeo e la valle dell’Indo adesso parte dell’Impero Maurya. Ovunque andasse a Seleuco venivano tributati grandi onori, ma qualche entità decise di approfittare dell’improvviso evolversi degli eventi e dell’inevitabile fase di vuoto di potere durante la transizione per provare a riacquistare una maggiore autonomia. Ci riuscirono ad esempio le città di Bisanzio e Calcedone, che avrebbero gettato le basi per la così detta Lega del Nord, le quali tra l’altro strinsero un’alleanza con un signorotto locale della regione del Ponto: Mitridate; questi, dopo aver tenuto testa alle truppe seleucidiche, riuscì a farsi riconoscere la sua indipendenza creando una dinastia che, un secolo e mezzo dopo, avrebbe dato non pochi grattacapi a Roma. Anche Tolomeo II provò a rosicchiare qualcosa prima che Seleuco fosse in grado di stabilizzare le sue nuove conquiste; sfruttando ancora una volta la sua potente flotta il sovrano dell’Egitto estese la sua influenza sull’Egeo e sul Mediterraneo Orientale facendo in modo che la Lega degli isolani si allargasse a grandi isole come Creta, Thera, Chio e Samo. Comunque, nonostante queste scosse d’assestamento, Seleuco fu in grado di assorbire senza grosse difficoltà la gran parte di quello che era stato il dominio di Lisimaco e passò i mesi successivi alla vittoria di Curupedio in Asia Minore per riorganizzarne l’amministrazione, ma si sa sic transit gloria mundi. Verso settembre del 281 a.c. Seleuco decise di rientrare in Macedonia per la prima volta da che l’aveva lasciata al seguito di Alessandro Magno, ma, poco dopo passato l’Ellesponto, mentre la sua nave si avvicinava a Lisimachia venne ucciso a tradimento da Tolomeo Cerauno. Così scomparve l’ultimo dei diadochi, colui che era andato più vicino di tutti a realizzare il grande sogno d’eguagliare Alessandro. Difficile comprendere le ragioni di questo gesto, compiuto da un giovane che Seleuco aveva accolto come un principe e trattato con tutti gli onori; personalmente credo che Tolomeo Cerauno vivesse un rabbioso complesso di inferiorità per essere stato escluso dalla successione dell’Egitto e desiderasse in maniera spasmodica divenire “protagonista della storia”. Con la morte di Seleuco termina l’era dei diadochi e inizia quella degli epigoni cioè la generazione di regnanti che non aveva conosciuto Alessandro Magno né visto il suo grande impero come realtà vivente. Antioco I successe senza troppe difficoltà al padre e riuscì mantenere il controllo di buona parte dei suoi domini, anche se dovette rinunciare alla Bitinia dove anche qui si insediò una dinastia locale fondata da Zipoite I; in seguito anche Pergamo si renderà indipendente sotto il successore di Filitero, Eumene, e la città diventerà uno dei più vitali centri culturali dell’antichità. Tolomeo Cerauno riuscì infine a farsi re, precisamente re di Macedonia e Tracia, ma il suo regno non durò che un anno e cinque mesi in quanto nel 280 a.c. varie tribù celtiche, probabilmente lo stesso gruppo etnico che già nel 386 a.c. aveva saccheggiato Roma, scesero nella penisola balcanica facendo razzia di tutto ciò che si trovava sul loro cammino. Chiamati dai greci Galati questi invasori uccisero Tolomeo Cerauno in battaglia e saccheggiarono la Macedonia lasciando questo regno nell’anarchia dinastica; in seguito procedettero verso sud, irrompendo in Grecia e puntando sul tesoro del santuario di Delfi, ma vennero sconfitti e respinti nel 279 a.c. dalla Lega etolica che da quel momento assunse il lucroso controllo del santuario. I galati comunque rientrarono a casa portandosi dietro un cospicuo bottino che però, essendo frutto del sacrilego saccheggio del santuario di Apollo, si disse fosse maledetto e portasse sfortuna a chiunque se ne impadronisse; conosciuto in seguito come Aurum Tolosanum lo ritroveremo a latere della sconfitta romana di Arausio e ancora oggi è uno dei “Graal” dei cacciatori di tesori. Infine nel 277 a.c. il figlio di Demetrio Antigono Gonata, rimasto spettatore delle vicende dopo la morte del padre, sconfisse in battaglia presso Lisimachea un altro gruppo di razziatori celti e riuscì a restaurarsi re di Macedonia; circa nello stesso periodo Pirro d’Epiro guerreggiava in Italia contro Roma e Cartagine.

Con il ritorno della dinastia antigonide sul trono di Macedonia l’area dell’ex-impero d’Alessandro Magno trovò infine la sua stabilizzazione definitiva in tre grandi regni (Tolemaico, Seleucide e Antigonide) e una serie di entità minori indipendenti di una certa importanza (Epiro, Ponto, Bitinia, Armenia, Pergamo, Lega Etolica ecc.). Gli epigoni si faranno a loro volta la guerra tra loro, in particolar modo gli eredi di Tolomeo e di Seleuco per la Siria, ma senza più le grandi avventure e rivolgimenti di fronte dei loro genitori e, soprattutto, senza più l’ambizione di restaurare l’Impero. Questi “regni dei successori” andranno incontro a un progressivo decadimento politico, legato al decadimento delle qualità delle dinastie regnanti, e ciò proprio nel momento in cui Roma, archiviata la pratica cartaginese, si avviava con forza a divenire la padrona indiscussa del bacino del Mediterraneo. I primi ad uscire di scena furono gli eredi di Antigono Monoftalmo e Demetrio, sconfitti a Cinocefale e poi a Pidna, così nel 146 a.c. la Macedonia divenne provincia romana. Pergamo e Bitinia vennero lasciate dai loro re in eredità a Roma rispettivamente nel 133 e nel 74 a.c. mentre il Ponto, sotto Mitridate VI, condurrà tre dure guerre contro la res publica venendo però sconfitto prima da Silla e poi, definitivamente, da Lucullo e Pompeo; suo figlio, Farnace II, tentò di nuovo di fare la voce grossa sfruttando la seconda guerra civile romana, ma venne zittito da Giulio Cesare che venne, vide e vinse a Zela. L’impero seleucide andò incontro ad alti e bassi, ma infine sembrò aver ritrovato la propria grandezza sotto l’energico Antioco III o almeno così sembrò finché questi non incontrò Publio Cornelio Scipione a Magnesia nel 190 a.c.; in seguito il dominio che fu di Seleuco finì per logorarsi in una serie di infinite guerre civili per la successione finché non venne schiacciato ad Ovest dalla campagna asiatica di Pompeo e ad Est dall’ascesa dei Parti. Chi resistette più di tutti fu l’Egitto Tolomaico e sotto la sua ultima regina, la celebre Cleopatra VII, riuscì anche a divenire una mortale minaccia per Roma; con il suicidio della regina del Nilo nel 30 a.c. scomparve anche l’ultima degli epigioni e su  metà di quello che era stato l’Impero d’Alessandro scese la pax romana. Ma se il bilancio politico finale dei regni dei successori appare negativo, non si può dimenticare che fu grazie alla stabilità da loro data per quasi un secolo all’area del Mediterraneo orientale che si poté sviluppare in tutta la sua gloria quel magnifico modo di sentire e vedere il mondo che prese il nome di Ellenismo. La cultura greca si universalizzò venendo però allo stesso tempo influenzata da elementi propri del mondo orientale, come ad esempio il misticismo, così da riceverne un rinnovato vigore d’idee e sensazioni. Lo splendore di quest’epoca è data da metropoli multiculturali come Alessandria d’Egitto o Pergamo, dalla letteratura alessandrina dei versi di Callimaco e Teocrito, dalla filosofia di Epicuro e della scuola stoica o neoplatonica, dalla scultura della Venere di Milo, della Nike di Samotracia, del gruppo di Laocoonte o dello stupendo altare di Pergamo; e che dire poi d’ingegneri come Ctesibio o Erone, geografi come Tolomeo e matematici come Archimede ed Eratostene. Non è questa la sede per un’analisi della cultura ellenistica che, sotto l’ombrello della pax romana, illuminò l’intero Mediterraneo sino al trionfo del cristianesimo, ma certamente se il progetto politico d’Alessandro andò in frantumi con la sua prematura morte, il suo sogno di unire oriente ed occidente in una unica grande cultura universale gli sopravvisse (un po’ anche per merito dei vituperati diadochi) dando luogo a una delle più alte fioriture dell’animo umano che la storia ricordi.

 

Bibliografia:

  • Franca Landucci, Il testamento di Alessandro – La Grecia dall’Impero ai Regni

 

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