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La congiura di Catilinia

“Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?” chiunque come me abbia studiato latino al liceo si sarà trovato, almeno una volta, a fare i conti con questa frase; si tratta dell’incipit dell’orazione con cui Cicerone denunciò in Senato la congiura di Lucio Sergio Catilina contro la Res Publica l’7 Novembre del 63 a.c.. A lungo la versione data dall’avvocato di Arpino e poi da Sallustio, una sorta di “House of cards” dell’antica Roma farcita con femme fatale, patti di sangue e tradimenti,  è stata ritenuta verità storica, ma, negli ultimi due secoli, l’affidabilità di questi autori, come di molti storici dell’antichità, è stata messa in forse perché il primo era parte in causa mentre il secondo aveva interesse a cancellare ogni ombra rimasta in merito al ruolo di Cesare nella vicenda. Ci si è quindi chiesti fu davvero un complotto? Oppure Cicerone inventò o ingigantì il tutto per dare notorietà al suo consolato altrimenti destinato all’anonimato? E ancora davvero Catilina fu la mente oppure fu solo una testa di legno guidata da un puparo rimasto fino alla fine nell’ombra?

Sicuramente i trent’anni che vanno dall’79 a.c., la fine della dittatura di Silla, al 49 a.c., il passaggio del Rubicone, sono i più politicamente instabili e violenti della storia della Res Publica romana; le ferite inferte dalla prima guerra civile e dalle liste di proscrizione sono insanabili e mi sono sempre chiesto se Silla, al momento di dimettersi da dittatore, fosse consapevole che tutte le riforme da lui volute per rinnovare lo stato non avrebbero mai potuto compensare l’esempio che aveva dato a un’intera generazione con le sue azioni gravemente eversive. Non è un caso che, eccezion fatta per Cicerone e Cesare, tutti i principali protagonisti della storia di quel trentennio (Pompeo, Crasso, Lucullo, Verre e lo stesso Catilina) fossero stati suoi luogotenenti e che tutti adottarono una condotta politica improntata alla sfida all’autorità del senato culminata con l’imposizione, dietro minaccia di due eserciti accampati alle porte di Rome, di Crasso e Pompeo come consoli per il 70 a.c. nonostante che il secondo non fosse eleggibile. Il contesto era dunque perfettamente consono all’elaborazione di una cospirazione allo scopo di sovvertire l’oligarchia senatoria e vi era anche il sostrato sociale su cui appoggiarsi perché l’affermarsi di aziende agricole, di cui spesso erano proprietari proprio le grandi famiglie senatorie, stava portando a un impoverimento dei soldati veterani divenuti liberi coloni soprattutto in quell’Etruria che, non a caso, sarà il teatro dell’ultima resistenza di Catilina.

Partendo da questi presupposti allora non bisogna sorprendersi nel constatare che, quella del 64-63 a.c., non fu la prima congiura anti-senatoria a cui Catilina prese parte con un ruolo da protagonista. Nell’66 a.c. le elezioni riaccesero al massimo lo scontro tra optimates e populares a causa della presenza all’orizzonte del gran convitato di pietra Pompeo che stava attraversando l’Asia Minore mietendo vittorie su vittorie e ottenendo una popolarità che lo avrebbe reso l’ago della bilancia una volta rientrato a Roma. Consapevoli di ciò entrambi gli schieramenti tentarono di accaparrarsi il maggior numero di magistrature per poterlo controbilanciare nell’immediato futuro e i populares si erano recentemente rafforzati a causa dell’passaggio nelle loro schiere di Crasso, l’uomo più ricco di Roma nonché nemico di Pompeo e irritato con il senato per essere stato da questo dimenticato, che si prese come cervello politico il giovane Giulio Cesare. Le elezioni sembrarono un trionfo per i populares: Cesare è edile, Crasso censore ed entrambi i candidati al consolato, Cornelio Silla (nipote del dittatore) e Autronio Peto, risultarono eletti. Gli optimates però riescono a far decadere i due consoli eletti, sostituendoli con i loro candidati, accusandoli di ambitus ovvero corruzione elettorale; è a seguito di questo colpo di mano che,apparentemente, Crasso riunisce in casa sua una schiera di fidati, tra i quali anche Cesare e Catilina, per progettare l’eliminazione fisica del senato così da poter rimettere sullo scranno i due consoli eletti che lo avrebbero nominato dittatore in funzione anti-pompeiana. Il golpe non si sarebbe verificato perché il giorno prestabilito, con tutti quanti in posizione, Cesare non avrebbe dato il segnale convenuto (come vedremo la teatralità sarà una costante in queste vicende) essendosi Crasso tirato indietro all’ultimo momento, anche se è più probabile che sia stato Cesare stesso ad avanzare dubbi sulla possibilità di riuscita e a convincere Crasso, di cui era lo stratega politico, a bloccare tutto. Catilina emergerebbe dall’oscurità a questo punto tentando, insieme all’amico Autronio, di riesumare il piano e di metterlo in pratica un mese dopo, ma anche in questo caso sarebbe venuto a mancare il segnale, questa volta da parte proprio di Catilina, che avrebbe dovuto dare inizio al massacro causa lo scarso numero di partecipanti. Sallustio e Cicerone però si spingono oltre e affermano che Catilina sarebbe stato la mente organizzativa di tutta l’operazione con Cesare completamente furi scena secondo Sallustio o comunque nel ruolo solo di ispiratore insieme a Crasso secondo Cicerone. Sicuramente entrambi gli autori non sono disinteressati nel lanciare questa accusa perché l’arpinate vuole rendere tanto più grande la minaccia di Catilina così da rendere di riflesso tanto più grande il suo merito per averla arginata, mentre Sallustio, come già detto, scrive da cesariano con lo scopo di far apparire Cesare immacolato; resta però la domanda del perché Catilina si sarebbe dovuto mettere alla guida di un progetto che non avrebbe portato a lui nessun tornaconto visto che il risultato finale sarebbe stato Crasso come dittatore. Sicuramente lui aveva già maturato la sua ostilità per un senato che, facendolo processare per concussione, gli aveva impedito di presentare la candidatura per le elezioni consolari del 65 a.c., ma ciò è sufficiente per imbarcarsi in un tentativo di rovesciamento delle istituzioni? Per me è molto più razionale che Catilina fosse solo una delle pedine all’interno del gioco di qualcun altro, quando il progetto fu abbandonato lui tentò di riesumarlo, anche se non riesco a immaginare il perché, decidendo poi di archiviare momentaneamente il tutto finché non avesse messo insieme una forza sufficiente per darvi esecuzione.

Prima di procedere oltre conviene però conoscere un po’ meglio il protagonista di questa vicenda. I ritratti di Catilina che ci hanno lasciato i suoi contemporanei hanno contribuito a crearne la leggenda nera con Cicerone che ne fa l’archetipo di tutto ciò che vi è di sbagliato e corrotto a Roma, ma la descrizione più famosa resta sicuramente quella di Sallustio talmente alta da un punto di vista letterario che si trova in quasi tutte le antologie di letteratura latina ed è spesso usata come versione per gli studenti. Sallustio infatti ci descrive un  personaggio che ricorda molto certi “cattivi” shakespiriani come Riccardo III, Iago o Ledy Macbeth cioè un individuo malvagio sino al midollo, ma non privo di doti ammirevoli e, per certi versi, anche affascinate: carismatico, intelligente, playboy, capace di sopportare sforzi disumani, simulator ac dissimulator, ma anche crudele ed efferato. Massimo Bocchiola e Marco Senatori, autori di un recente studio di ampio spettro sulla congiura, fanno notare come questo ritratto, all’apparenza così oscuro, si avvicini molto, da un altro punto di vista, a quello che poteva essere il principe golpe e lione di Machiavelli. Restando alla certezza storica sappiamo che Catilina combatté la guerra civile schierandosi con Silla e fu durante questo conflitto che si sarebbe macchiato di quelle efferatezze che gli sarebbero poi rimaste attaccate addosso per sempre (famosa resta la sua cavalcata per Roma con in mano la testa di suo cognato mariano Mario Gratidiano). La sua carriera politica è tutt’altro che sfolgorante e nel 66 a.c. non ha ancora registrato alcun successo degno di nota pur essendo più anziano del grande Pompeo o del giovane astro nascente Cesare; sicuramente questo restare sempre in seconda fila mortifica il suo carattere ambizioso anche perché non intravede una possibile via d’uscita essendo la gens Sergia, antichissima e molto prestigiosa, da secoli in declino e in gravi ristrettezze economiche mentre il suo protettore Crasso non sembra voler  scommette su di lui più in là che farlo diventare governatore dell’Africa. Stante così le cose possiamo allora intuire quale delusione e rabbia gli abbia procurato l’esclusione dalla corsa al consolato per il 65 a.c.; per lui quella carica diventerà una sorta di ossessione, un traguardo a cui giungere con qualsiasi messo. Alla ricerca di uno spazio politico in cui poter brillare di luce propria Catilina finisce così per unirsi all’area più estremista dei popolari potendo finalmente emergere come leader, ma condannandosi anche a un’ancor maggior irrilevanza politica.

Escluso, come abbiamo detto, dalle elezioni del 65 a.c. Catilina poté  presentarsi a quelle dell’anno successivo insieme, tra gli altri, all’amico Marco Antonio Ibrida e a Cicerone; è all’incirca in questo stesso periodo che, sicuramente incoraggiato dall’inspiegabile impunità per i fatti della congiura del 66 a.c. da tempo di pubblico dominio, inizia a stendere le trame del suo complotto. Per tutto il biennio 64-63 a.c. conviveranno in Catilina la doppia natura di candidato legale al consolato e di cospiratore ed è certo che la sua campagna elettorale non sia di pura facciata quindi non vi è da parte sua un’esclusione a priori della possibilità di giungere al potere con mezzi legali. Curiosamente nessuna delle fonti da me studiate si è posta la domanda di cosa sarebbe successo qualora Catilina fosse riuscito a farsi eleggere al consolato: la congiura sarebbe andata avanti magari favorita dal ruolo pubblico rivestito ora dal suo capo?  Oppure sarebbe stata abbandonata? Mi sento di dire che, a meno di credere che per Catilina l’unico obiettivo fosse raggiungere il consolato e quindi una volta esserlo diventato legalmente il suo ego sarebbe stato quietato, sia che fosse un ambizioso che bramava il potere assoluto sia che fosse un rivoluzionario con un programma politico radicale difficilmente il semplice essere eletto a console avrebbe segnato la fine dei suoi progetti eversivi. Stando a Sallustio è nel Giugno del 64 a.c. che Catilina riunisce per la prima volta a casa sua i cospiratori per dare loro la linea mantenendo però la sua duplicità d’intenti perché, se da un lato parla già di sovversione, dall’altro incoraggia i presenti a fare campagna elettorale per lui. Da questo momento gli incontri si susseguiranno e, nel raccontarli, Sallustio pare proprio diventare uno sceneggiatore televisivo riferendo gli accorati discorsi di Catilina fino a giungere al momento più teatrale in cui racconta, pur non nascondendo lui stesso dubbi sulla veridicità del fatto, che vi sarebbe stato un giuramento di segretezza sancito dal reciproco bere da una coppa contenente vino misto a sangue umano. La voce di sacrifici umani, considerati barbari a Roma, era già stata avanzata da Cicerone e si era diffusa in maniera incontrollata e forse anche per questo Sallustio, su tale punto, sceglie la via della prudenza; devo dire però che, secondo me, l’ipotesi non è così improbabile perché non sarebbe strano che all’interno di un’associazione segreta il vincolo di omertà possa essere rafforzato attraverso un rituale dal forte connotato religioso (magari non era sangue umano bensì animale) basti pensare al valore ancora oggi molto forte che ha in Cosa Nostra la bruciatura del santino per sancire le nuove affiliazioni. Ma chi erano gli altri congiurati? Stando sia a Sallustio che a Cicerone intorno al capo si era riunita una pletora di soggetti di varia natura: criminali, giovani scapestrati e persone rovinate dai debiti contratti. Gli storici attuali concordano che almeno le due ultime categorie siano corrette perché, quasi sicuramente, all’appello di Catilina risposero quei giovani di buona famiglia che, a causa del restringersi degli spazi nella politica romana, non riuscivano a trovare uno sbocco alla loro esuberanza nella cosa pubblica insieme con persone di varia estrazione sociale afflitte dai debiti (va però detto che in  alcuni casi le due categorie finivano per coincidere) nonché i veterani di Silla che, dopo essere divenuti liberi coloni, si videro rovinati dalle concorrenza delle grandi aziende agricole; non bisogna escludere però che vi potessero essere dentro anche dei sinceri idealisti convinti dell’ingiustizia del dominio oligarchico della nobiltà senatoria e desiderosi di una specie di dittatura popolare come sarebbe stata poi quella di Cesare. Catilina è il capo di questa “accozzaglia” come la chiamerà Cicerone, ma non è l’unico leader perché almeno due altri personaggi emergono sin da subito: Publio Cornelio Lentulo e Publio Autronio Peto  entrambi, come Catilina, frustrati dall’incapacità di assumere un ruolo di primo piano nella politica romana perché disprezzati dagli optimates per le loro condotte lascive e considerati troppo avventurosi dai populares come Crasso o Cesare. Il programma politico dei cospiratori è, per così dire, una versione “hard” del programma elettorale di Catiliana: il punto forte è la promessa di tabulae novae cioè l’azzeramento dei debiti, ritenuta da Cicerone eversiva perché mina la fede pubblica nella certezza del diritto, rivolta però non solo alle masse popolari minacciate della perdita temporanea della libertà in favore dei creditori, ma anche a quel patriziato indebitatosi per far fronte alle sempre più costose campagne elettorali (lo stesso Catilina ha molti debiti e si racconta che Cesare vi sfuggì solo divenendo pontefice massimo spesato dallo stato). Altro punto su cui batteranno molto i congiurati è la difesa della loro dignitas (intesa come il prestigio pubblico unito con le qualità morali) infangata da un senato dove gli immeritevoli facevano strada, ovviamente c’è anche la promessa di spartizioni delle cariche pubbliche e degli uffici sacerdotali una volta preso il potere, la proscrizione dei ricchi per impadronirsi dei loro patrimoni e infine ci sono gli abboccamenti con le popolazioni della Gallia Cisalpina a cui viene offerta la possibilità di ottenere la cittadinanza romana. Bisogna notare come alcuni punti di questo programma come la difesa della dignitas contro il senato, l’ampliamento della cittadinanza e un’azione in favore del popolo in merito ai debiti rientrino in quelli che erano i cavalli di battaglia dei populares; soprattutto però erano già elementi centrali del progetto politico di Cesare convinto che, per scardinare il potere del senato, bisognasse estendere la cittadinanza ai provinciali e procurarsi il favore del popolo. Molti storici, sia in ragione di questa comunanza ideologica sia alla luce del suo coinvolgimento nella precedente congiura del 66 a.c., si sono chiesti se davvero Cesare, come tenta di affermare Sallustio in ogni riga del suo racconto, sia stato completamente estrano alla congiura. Sospetti su di lui aleggiarono già dopo la denuncia di Cicerone, ma non trovarono mai riscontri sufficienti per un’accusa formale; sicuramente Cesare, dopo il 66 a.c., aveva perso fiducia nei colpi di mano preferendo una tattica più sul lungo periodo e sembra improbabile che possa essersi aggregato a un gruppo di soggetti così imprevedibili, ma è altresì difficile credere che un politico così accorto non abbia indagato quando iniziarono a girare le prime voci di una possibile nuova cospirazione in seno alla sua stessa fazione e allora, nell’ipotesi che sia venuto a conoscenza del progetto di Catilina, perché non intervenne per fermalo? Qui siamo nella speculazione pura perché nessuna prova storica è emersa a favore di una pre-conoscienza della congiura da parte di Cesare anche se apparentemente, nel pieno della campagna elettorale del 63 a.c., Catilina tagliò i ponti con il resto dei populares presentandosi come l’unico vero “difensore fedele alla causa dei miseri” ed è possibile che tale scelta sia dovuta all’ostilità ormai dichiarata che Cesare e Crasso hanno verso di lui, un’ostilità che in termini elettorali può risultare molto pesante contando la popolarità di Cesare presso la plebe e la ricchezza di Crasso. Forse, e sottolineo forse, Cesare e il resto dei populares  vennero in effetti a sapere ciò che si stava tramando e, convinti che il tutto si sarebbe risolto in un fallimento, decisero di prendere platealmente le distanze da Catilina così da non poter essere in alcun modo associati a lui quando la marea della repressione si fosse alzata; non è poi da escludere che il futuro triumviro sperasse anche che la sua pubblica condanna potesse spingere parte dei congiurati a tornare sui propri passi così da mettere un bastone tra le ruote del progetto di Catilina.

Riprendiamo il filo degli eventi certi. Siamo alle elezioni del 64 a.c. dove Catilina è candidato con un programma fortemente populista per usate un aggettivo moderno, gli ottimati per fermarlo decidono di fare quadrato attorno a Cicerone come candidato istituzionale nonostante si tratti di un homo novus molto lontano dalle camarille dell’aristocrazia senatoria. L’Arpinate inquadra subito in Catilina il suo principale avversario e lo colpisce con tutta la eloquenza iniziando ad abbozzare il ritratto mostruoso che avrebbe trovato piena forma nelle catilinari. Il 29 Luglio si tengono le votazioni al termine delle quali risultano eletti Cicerone e Marco Antonio Ibrida; Catilina è sconfitto, ma decide di non ricorre alla violenza preferendo ricandidarsi per l’anno dopo continuando però a tessere la sua trama rivoluzionaria aggiungendo un nuovo pezzo alla sua scacchiera: le donne. Nel progetto di Catilina le donne avrebbero una duplice funzione dovendo sia sobillare gli schiavi perché si ribellino sia fungere da sicari dei propri mariti, ma fu proprio una donna a disvelare per prima le trame dei congiurati: si tratterebbe di una certa Fulvia, sicuramente però non la moglie di Clodio e poi di Marco Antonio, amante di uno dei congiurati, Quinto Curzio, il quale, allo scopo di non farsi lasciare, si vanta dei ruoli che avrebbe ricoperto una volta preso il potere insieme a Catilina. Da quel che ci viene raccontato Fulvia non ci pensa due volte a correre da Cicerone per riferirgli il tutto in una svolta di trama davvero degna di un TV drama americano, ma non è detto che questa sia stata la prima notizia in merito alla congiura giunta all’arpinate perché, dato il materiale umano che si portava dietro Catilina, non è improbabile che qualcuno tra gli indebitati cronici possa essersi presentato dal console per barattare informazioni in cambio di danaro. Certo però il racconto di Fulvia è quello più adatto a suscitare l’interesse del pubblico e sappiamo che spesso gli storici romani tendano a deragliare nel gossip preferendo la forza narrativa all’asciuttezza dei fatti. Comunque fatto sta che, nel pieno della campagna elettorale del 64 a.c., Cicerone viene a conoscenza dei progetti di Catilina mentre questi è candidato al consolato insieme al giurista Sulpicio Rufo, a Decimo Giunio Silano (marito dell’amante di Cesare e padre del futuro cesaricida Bruto) e a Lucio Murena ex ufficiale di Lucullo con qualche scheletro nell’armadio. La campagna è ancora più drammatica di quella di un anno prima basti dire che tanta è la paura di brogli che Cicerone è costretto a emanare una nuova lex de ambitu puntualmente violata dai candidati; Catilina è l’uomo da battere per cui gli ottimati decidono di puntare su Murena mentre i populares, e qui potrebbe esserci stata la plateale rottura di Cesare con lo schieramento dei congiurati, su Silano. Spendo adesso qualche riga per dare un’infarinatura di notizie su cos’era una campagna elettorale nella Roma del primo secolo che, per fare un paragone, possono essere paragonate alle moderne elezioni comunali in paesi di piccole-medie dimensioni: quindi una campagna basata molto sul rapporto diretto tra candidato ed elettori, sull’individuazione di persone o gruppi che possano garantire pacchetti di voti (quelli che oggi chiamiamo capibastone) e promesse post elettorali spesso dirette a singoli soggetti. Come oggi le campagne elettorali sono caratterizzate da comizi, manifesti e cene elettorali anche nella res publica romana esistevano una serie di mezzi tipici che i candidati usavano per guadagnarsi la gratia degli elettori sebbene in teoria questi avrebbero dovuto fare affidamento unicamente alla loro onorabilità e alle gesta compiute; questi mezzi possono essere: l’offerta di giochi gladiatori aperti alla cittadinanza, il girare con dietro la torma dei propri supporter così che i vari clientes vedano con chi sta il loro patrono, organizzare banchetti pubblici e infine il puro e semplice promettere denaro in cambio di voto; chiariamo che nella mentalità romano tutti i comportamenti da me appena citati configurano ambitus cioè corruzione elettorale. Catilina sembra aver rinunciato a ogni freno inibitore perché, dopo aver convocato un nutrito gruppo di ex soldati di Silla dall’Etruria, si aggirano con essi per tutta la città destando lo scandalo dei ben pensanti (sebbene anche Murena abbia un suo personale seguito anche se meno minaccioso); è sicuramente a fronte di questi atteggiamenti sferzanti, uniti alla denuncia di Fulvia, che Cicerone convoca il senato chiedendo il rinvio del voto (così che i veterani di Silla se ne tornino a casa) e pretendendo da Catilina una spiegazione per la sua condotta. Il senato però, forse non credendo alla serietà della minaccia in una Roma dove la lotta politica era ormai degenerata da tempo, non prende provvedimenti mentre Catilina si fa pubblicamente beffe del console. Va detto che Cicerone, nel raccontare questi fatti, calca molto la mano in modo da rappresentare se stesso come lo sceriffo di “mezzogiorno di fuoco” da solo in lotta contro i cattivi mentre il resto della città è chiuso in casa tremante. All’inizio di questo articolo ho inserito tra le ipotesi quella che l’arpinate possa aver volutamente esagerato la minaccia per accrescere la sua figura di pater patriae, ma mi sento di affermare che, sebbene sicuramente Cicerone fu non solo preoccupato, ma anche felice di sapere della congiura perché rappresentava l’occasione di far passare alla storia il suo consolato, da un punto di vista militare una minaccia c’era perché Catilina, una volta lasciato Roma, mise subito in piedi un forte esercito. Più difficile dire se anche i progettati attentati fossero un pericolo reale perché un conto è promettere un conto è vedere veramente alcuni di questi giovani afferrare una lama e massacrare il senato. Le votazioni si tennero tra la fine di Giugno e gli inizi di Luglio e Cicerone, dovendo presidiare i comizi nel suo ruolo di console, si presentò con una scorta indossando un’armatura per manifestare pubblicamente il pericolo in cui si trova la Res Publica, ma fece anche qualcosa di più concerto perché, per bilanciare i coloni dell’Etruria portati da Catilina, ha concesso il trionfo a Lucullo, di cui Murena era stato come detto ufficiale, per permettere a 16o0 soldati di partecipare al voto. A fine giornata risultano eletti Murena (che in seguito sarebbe stato portato a processo per ambitus e difeso con successo proprio da Cicerona) e Silano così che a Catilina non resta ormai altra strada che quella della sovversione armata. La notte tra il 20 e il 21 Ottobre si tiene la riunione che sarà decisiva sia perché vede il piano d’azione prendere la sua forma concreta sia perché precede la delazione. L’incontro si ebbe nella casa di uno dei congiurati, Marco Porcio Leca, e il piano che ne esce fuori è di una serie concomitante di attentati contro i consoli in carica, i consoli eletti e molti senatori per diffondere il panico in città mezzo anche una serie di incendi appiccati dagli schiavi; Catilina, con un perfetto cliché, si sarebbe occupato personalmente di Cicerone prima di partire per l’Etruria dove si sarebbe messo al comando dell’esercito che avrebbe occupato Roma sancendo il colpo di stato. Molti storici si sono interrogati in merito a questa sua decisione di lasciare la città nell’ora decisiva e hanno avanzato l’ipotesi che, durante quella riunione, vi sia stata frattura ai vertici della congiura perché Publio Lentulo, intenzionato a far concorrenza alla leadership del capo, si sarebbe creato un proprio micro-gruppo con un proprio piano da seguire, ad esempio sfruttando i gladiatori di Capua, ed è dunque possibile che Catilina abbia deciso di mettersi alla testa dell’esercito per ribadire il suo primato. Verso mezzanotte di quella stessa sera però tre individui bussano alla porta di Cicerone, sono Scipione Metello, Marco Marcello (parente di uno dei congiurati) e Crasso che consegna al console un pacco di lettere in cui si preannuncia la strage progettata. Forte di questa prova  Cicerone si presenta il giorno dopo in un senato che, ovviamente sconvolto nel leggere le missive, vara in tutta fretta lo stato di emergenza culminante con il senatus consultum ultimum in base al quale il console è autorizzato a prendere qualsiasi misura per garantire la sicurezza della Res Publica. Giungiamo così al 7 Novembre quando, dopo aver dispiegato un vero e proprio servizio di intelligence contro i congiurati e preparato la difesa armata sia della sua persona che del governo, Cicerone convoca il senato nel tempio di Giove Statore e scaglia contro Catilina la sua celebre I catilinare, sebbene non sia quella a noi giunta in quanto l’arpinate era solito pubblicare i suoi discori solo dopo averli rivisti da un punto stilistico e retorico, in cui schernisce l’avversario dimostrandogli come ormai sia a conoscenza dei suoi piani e abbia già preso ogni misura atta a ostacolarli. Catilina si è presentato in senato con spavalderia, probabilmente convinto che non vi siano ancora prove sufficienti contro di lui, ma vedendosi abbandonato da tutti contro l’aggressione verbale di Cicerone tenta di replicare con altrettanta durezza, definendo l’arpinate semplice inquilino di Roma in contrapposizione a lui erede di una delle gens più illustri, concludendo con un’esplicita minaccia “Ebbene poiché, circondato da nemici, sono trascinato al precipizio, estinguerò tra le rovine il mio incendio.” Detto ciò Catilina lascia il tempio di Giove Statore, si reca e casa sua e subito dopo parte per raggiungere il suo esercito in Etruria. Può sembrare assurdo che il capo di una congiura venga lasciato fuggire così, ma bisogna tenere presente che Cicerone, sebbene abbia convinto il senato che la Res Publica fosse in pericolo, non era riuscito a produrre alcuna “pistola fumante” della colpevolezza di Catilina; l’isolamento in cui si è trovò in senato però convinse il capo della congiura che fosse meglio allontanarsi dalla città lasciando a Lentulo il compito di mettere a segno la congiura a Roma che, nonostante la denuncia ciceroniana, procede nei preparativi. Fu solo quando si ebbe notizia certa che Catilina era al campo militare alla testa di un esercito, atteggiandosi come fosse un console in carica, che il senato decise di rompere gli indugi proclamandolo nemico pubblico. La nuova data decisa per mettere in atto gli attentai è il 17 Dicembre, vigilia della festività dei Saturnalia, ma Lentulo commette l’errore di provare a inserire nel complotto i galli allobrogi, una popolazione della Gallia Cisalpina da poco sottomessa, i cui delegati sono a Roma per contestare alcuni abusi da parte dei governatori romani. Non è ben chiaro come Cicerone sia venuto a conoscenza di questi abboccamenti, e gli storici si sono sbizzarriti a immaginare una qualche spy story con pedinamenti e appostamenti nell’ombra, fatto sta che contatta Sempronia (madre di un altro futuro cesaricida), nella cui casa si tiene il primo incontro tra i galli e i congiurati, affinché gli faccia da informatore in cambio dell’impunità. Forte di questa fonte interna Cicerone viene così a sapere che gli emissari degli allobrogi, sebbene allettati dalle promesse di Lentulo, nutrono ancora dei dubbi e che quindi intendono recarsi a chiedere consiglio al loro patrono in senato Fabio Sanga, questi viene così contattato dal console perché convinca i galli a fare il doppio gioco per mettere in trappola i congiurati. Gli ambasciatori, debitamente istruiti, chiedono ai congiurati delle lettere firmate in cui questi mettano nero su bianco tutte le loro promesse, Lentulo e gli altri abboccano all’amo. Nella notte tra il 2  e il 3 Dicembre va in scena un finto casuale arresto dei galli in modo che le missive compromettenti giungono nelle mani di Cicerone; il console si affretterà a convocare una nuova riunione del senato per procedere personalmente all’arresto di Lentulo, che essendo pretore in carica poteva essere tratto in custodia solo da un magistrato suo superiore, insieme ad altri tre congiurati. Di fatto il 3 Dicembre la congiura venne stroncata: Lentulo e i suoi erano in stato di arresto e i vari colpi di mano previsti nel resto dell’Italia non sono neanche stati tentati, resta solo Catilina a capo di un esercito contro cui si stanno però già dispiegando le legioni della Res Publica. La dimostrazione pratica che ormai per i congiurati non vi è nessuno spazio di manovra si ha  quella sera stessa quando Lentulo e Cetego, dalle case private in cui sono detenuti, danno ordine ai loro schiavi e liberti di girare la città per riunire una torma di gente allo scopo di liberarli, ma la plebe resta completamente sorda a qualsivoglia appello e il tentativo di evasione non avrà mai luogo. Dunque ai congiurati, nel momento decisivo, è venuto completamente a mancare il supporto popolare, ma perché? Cos’è cambiato dai giorni immediatamente successivi alla fuga di Catilina, quando la plebe ancora sospettava che tutto fosse una macchinazione degli ottimati per sbarazzarsi del campione dei miseri, alla sera della fallita evasione? Due cose fondamentalmente: in primo luogo Cicerone, nel rivolgersi al popolo, ha molto battuto sul progetto dei congiurati di appiccare incendi in varie zone di Roma e gli incendi, in una città in cui molte delle insulae dei quartieri poveri sono in legno, rappresentano uno spauracchio costante per l’intera cittadinanza; inoltre il senato ha in tutta fretta varato una serie di provvedimenti, volti a migliorare le condizioni dei debitori, molto più concreti della sbandierata remissione totale di Catilina.

In questa storia c’è ancora però spazio per un ultimo atto ricco di dramma, ma anche di un siparietto comico. Il 5 Dicembre al tempio della Concordia il senato si riunisce per celebrare il processo ai congiurati tratti in arresto e tutti, messi di fronte alle lettere consegnate dagli Allobrogi, crollano confessando il loro coinvolgimento nella congiura per cui non resta che da decidere la pena. I primi ad esprimersi paiono tutti concordi per la condanna a morte, Cicerone incluso, allo scopo di stroncare qualsiasi restante velleità d’azione a chi, sia dentro che fuori la città, è stato parte del complotto sebbene non ancora scoperto. Il momento clou però si raggiunge quando prende la parola contro la sentenza capitale nientemeno che Cesare e con un certo coraggio visto che, nel clima di sospetto del momento, qualsiasi cedimento in merito alla severità di trattamento per i congiurati può essere visto come connivenza. Già a inizio seduta alcuni ottimati hanno cercato senza successo di mettere sul banco degli accusati Cesare e Crasso, che da più di un mese ha lasciato Roma in via precauzionale, ma ciò non ferma il giovane senatore dal pronunciare un discorso appassionato che, argomentando sul diritto, sostiene l’illegittimità di una condanna a morte senza la provocatio ad populum cioè la possibilità per i condannati di chiedere alle assemblee popolari di commutare la sentenza. Cesare non parla per spirito caritatevole, ma per tenere viva una fazione populares di cui molti membri hanno preferito restare a casa perché, amici dei congiurati, temono di essere a loro volta accusati; il suo bersaglio non è la pena di morte in sé, ma l’abuso da parte degli ottimati del senatus consultum ultimum, visto dai populares come uno strumento usato dal senato per reprimere il dissenso sin dai tempi dei Gracchi, vietando appunto a dei cittadini romani l’istituto secolare della provocatio. Le parole di Cesare paiono far breccia e nel senato iniziano i distinguo finché non interviene Marco Parcio Catone, allora tribuno della plebe, con un discorso duro tutto sul registro “o noi o loro” farcito con un nuovo, violento, attacco a Cesare. E’ in questo momento che si verifica quell’intermezzo comico narrato da Sallustio che, per la perfezione temporale, pare più opera di un romanziere che di uno storico: mentre infatti Catone sta parlando Cesare riceve un bigliettino e il tribuno della plebe, notando la cosa, gli lancia contro una nuova invettiva affermando che il messaggio viene dai congiurati con cui Cesare è in contatto anche dentro le mura del senato; senza scomporti Cesare si alza e consegna il biglietto a Catone che, dopo averlo letto, sbianca e lo restituisce urlando “Tieni disgraziato!”. Il biglietto infatti non era da parte di Catilina, ma era un infuocato messaggio d’amore di Servilia che, oltre ad essere la moglie del console designato Silano, era anche sorella dello stesso Catone. Indipendentemente da se questo momento scabroso vi sia davvero stato le parole di Catone rinfocolarono il clima di paura del senato che votò a maggioranza per le condanne a morte dei congiurati che furono eseguite quella sera stessa nel carcere Tulliano mezzo strangolamento; Cicerone le annuncerà al popolo con la celebre frase “Vixerunt” (Vissero) perchè era considerato di cattivo auspicio usare la parola “morte” nel foro.

Non resta che Catilina alla testa di un esercito che, dopo la notizia delle condanne a morte, si è però ridotto a forse non più di tremila uomini di cui solo una quarto armati militarmente. Contro di lui si muovo due eserciti: uno, guidato dall’ambiguo console Antonio Ibrida, che punta gli punta contro forte di due legioni e un secondo che gli taglia la ritirata bloccando i valichi sugli Appennini. Come ogni eroe tragico che si rispetti Catilina, consapevole che non vi è via di scampo, decide di uscire di scena con la bella morte gladio in mano alla testa dei suoi uomini. Agli inizi di Gennaio nell’Agro Piceno (tra Fiesole e Pistoia) va in scena una battaglia dura, ma a senso unico e ben presto ai congiurati non resta che lo spazio per una disperata resistenza all’ultimo uomo; non sappiamo come morì Catilina anche se sia Sallustio che Cicerone gli riconoscono il coraggio finale di cadere combattendo attorniato da nemici “fu trovato lontano dai suoi, tra i cadaveri dei nemici: respirava ancora debolmente e sul volto serbava la fierezza d’animo che lo aveva caratterizzato da vivo.”

E’ il trionfo di Cicerone acclamato pater patrae e salvatore della Res Publica, ma è un trionfo di breve durata perché il suo progetto politico della concordia ordinum non è in grado di porre un freno all’ascesa di comandanti militari alla testa eserciti sempre più privatizzati. Nel 60 a.c. una nuova congiura porterà alla formazione del primo triunvirato, perché hanno ragione Bocchiola e Sartori nel chiamarlo una congiura dato che fu un accordo tra privati in funzione anti-senatoria, e Cesare, in procinto di iniziare la sua avventura in Gallia, riesumerà le condanne a morte di Lentulo e compagni per sbarazzarsi dell’arpinate dando mandato al tribuno della plebe Clodio Pulcro di far approvare una legge che condanni all’esilio chiunque abbia negato la provocatio  a un cittadino romano. Non fu comunque la fine per Cicerone che, dopo due anni lontano da Roma, poté rientrare in città per seguire da protagonista tutte le ultime fasi dell’agonia della Res Publica.

Giunti alla conclusione mi chiedo la congiura poteva avere successo? Rivedendo l’intera vicenda nel suo insieme la risposta che sento di dare è un no, seppur molto cauto, principalmente sulla base di tre elementi:

  1. la natura dei complici di Catilina. Se le descrizioni lasciateci da Cicerone e Sallustio in merito ai soggetti che presero parte alla congiura fossero vere anche solo al 50% viene da dire che è quasi un miracolo che il complotto venne scoperto solo nelle ultime fasi. Mancava completamente una figura riflessiva, politicamente astuta mentre abbondavano, anzi sovrabbondavano, avventurieri e personaggi inaffidabili che si sarebbero ben potuti vendere al miglior offerente. Tanto la vicenda di Fulvia che quella delle lettere consegnate a Crasso mostra che mancava completamente una disciplina interna e la faciloneria poi con cui Lentulo cade nella trappola tesa mezzo gli Allobrogi ha dell’incredibile quasi ignorasse che Cicerone fosse sul chi vive pronto a sfruttare ogni occasione per colpirli.
  2. la mancanza di un referente politico. Più ci si avvicinava alla messa in atto della congiura e più sembra che Catilina facesse il vuoto politico intorno a sé  infatti invece di provare a tenere un canale aperto con Cesare e Crasso per poter avere una sponda nei populares, li tratta alla stregua di avversari costringendoli, nel momento decisivo, a schierarsi apertamente contro di lui per evitare accuse di collusione. Non è un caso che Crasso, non appena ricevuto il pacco di lettere incriminanti, sia corso a consegnarle a Cicerone ritenendo, evidentemente, che nulla di buono sarebbe venuto da quella storia.
  3. Pompeo. Qualsiasi fosse stato l’esito della congiura Catilina avrebbe dovuto fare i conti con Pompeo che, presto o tardi, sarebbe tornato da trionfatore dalle sue campagne militari orientali alla testa di un esercito di veterani disciplinati a lui fedelissimi e con un enorme popolarità tra la popolazione. Catilina odiava Pompeo perché, sebbene entrambi legati di Silla, aveva avuto una carriera enormemente più sfolgorante della sua; oltretutto entrambi erano ambiziosi e desiderosi di essere l’unico centro di gravità di Roma quindi è probabile che, a meno che uno dei due non avesse accettato un ruolo da subordinato, il risultato sarebbe stata una nuova guerra civile come poi sarebbe accaduto tra Cesare e Pompeo.

Ma allora chi era Catilina? Cercando di non farmi influenzare dai ritratti lasciati dagli storici antichi l’ho inquadrato come un individuo ambizioso dotato di grande carisma e astuzia che fu la massima espressione del disagio di una generazione di giovani appartenenti all’alta società incapaci, a causa dei cambiamenti in atto nella politica romano, di trovare quello spazio d’azione in cui si erano mossi i loro antenato nella cui ombra, probabilmente, vivevano. Respinto dal suo stesso ordine sociale Catilina, alla ricerca di una nuova identità, si identificò interamente nella causa degli umili convincendosi di essere l’unico in grado di cambiare le loro sorti e che ciò poteva avvenire solo scardinando il sistema istituzionale romano fondato sull’oligarchia senatoria. Va però messo bene in chiaro che, non solo a mio parere, ma anche di alcuni storici alle cui fonti ho attinto per questo articolo, il progetto politico di Catilina non puntava a rendere Roma una democrazia, ad esempio sul modello dell’Atene di Pericle, bensì una dittatura populista molto vicina a quella instaurata da Cesare e proprio a Cesare, come abbiamo visto, va avvicinato Catilina sia per progetti che per alcuni aspetti caratteriali. Cosa ebbe però Cesare in più di Catilina che gli permise di trionfare? Due cose fondamentalmente: un vero esercito a cui appoggiarsi e l’intelligenza politica di evitare le avventure preferendo guardare al lungo periodo come un collaudato giocatore di scacchi. Cesare varcò il Rubicone solo quando non ebbe altra scelta, Catilina probabilmente non avrebbe avuto la pazienza di arrivare neanche al triumvirato.

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