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La decifrazione della scrittura cuneiforme

Qualche tempo fa scrissi un articolo in cui narravo la vicenda di Champollion e del suo lavoro per decifrare i geroglifici; oggi voglio raccontarvi di una storia affine, ma meno conosciuto, anche se per questo non meno importante dal punto di vista archeologico. Sto parlando ovviamente, come da titolo, della decifrazione della scrittura cuneiforme. Il punto di partenza del nostro racconto dovrebbe essere ovviamente la domanda: che cos’è la scrittura cuneiforme? La prima volta che se ne sente parlare a scuola è quando si toccano, agli inizi degli studi di storia, i primi popoli della pianura mesopotamica: sumeri, accadi e babilonesi; sui bravi libri di storia sta scritto che tale scrittura si chiamava così perché i caratteri, incisi con uno stilo su delle tavolette d’argilla, assomigliavano a dei cunei. Ed effettivamente punto perché sfido a cercare in un qualsiasi testo, anche del liceo, qualche notizia in più e quindi il giovane scolare ne deduce di conseguenza che il carattere cuneiforme fu la scrittura di questi primi popoli e che scomparve insieme ad essi, mentre le civiltà successive che abitarono l’area, vedi gli assiri o i persiani, avessero un altro tipo di scrittura magari una basata su quell’alfabeto fenicio di cui a un certo punto sempre il buon testo di storia parla come origini del nostro alfabeto latino. Purtroppo il bravo scolaro è stato indotto in un madornale errore perché per cinque millenni, fino al definitivo sostituirsi di Roma sugli eredi di Alessandro Magno, il Vicino Oriente vide alternarsi, spesso violentemente, almeno nove grandi civiltà, che spesso costruivano la loro gloria sulle rovine di quella che l’aveva preceduta, tutte adoperanti la scrittura cuneiforme. Come dissi già all’epoca dell’articolo sui geroglifici, se pensate alle differenze che vi sono tra come scriviamo in italiano noi oggi e come scriveva l’autore dell’indovinello veronese, distante da noi poco più di mille anni, pensate all’evoluzione che può aver avuto la scrittura cuneiforme in cinque millenni e quindi le differenze ad esempio tra il cuneiforme babilonese e il cuneiforme persiano. Inoltre, se la scrittura era unica, così non era per la lingua in quanto ognuna di queste civiltà aveva la propria; ciò vuol dire che il semplice capire il significato dei segni non significata avere automaticamente una possibilità di lettura del testo perché, restando a un paragone coi giorni nostri, imparare come si legge il nostro alfabeto latino non vuol dire automaticamente essere in grado di comprendere l’italiano, il francese o il tedesco. Partendo da questi elementi è facile allora capire quanto il compito di chi intendeva approcciarsi all’opera di decifrazione fosse oneroso quanto quello di coloro che lavoravano sul mistero dei geroglifici; anzi sotto certi punti di vista la cosa era ancora più difficile, ma ci torneremo a breve su questo punto.

Le prime notizie della scrittura cuneiforme giunsero in Europa attorno al XVII quando il viaggiatore italiano Pietro Della Valle spedì nel nostro paese alcuni dei primi esemplari di documenti contenenti questi strani caratteri. Gli esempi di testo giungevano col contagocce, nel numero di due-tre righe di testo copiate spesso da originali mutilati o mal riprodotti, e c’erano anche dubbi si trattasse di una scrittura perché ad esempio l’inglese Hyde parlo di decorazioni. La maggior parte di queste iscrizioni giungeva da un’area nei pressi dell’odierna città iraniana di Shiraz, dove si trovava un gigantesco cumulo di rovine che un viaggiatore europeo del ‘700, l’hannoveriano Carsten Niebuhr, riconobbe essere l’antica Persepoli cioè la città dove gli storici greci affermavano si erano trovati i meravigliosi palazzi di Dario I e Serse distrutti poi da Alessandro Magno durante una serata alcolica. Persepoli era effettivamente ricca di iscrizioni sparse un po’ sui monumenti, un po’ su delle tavolette d’argilla cotta che di tanto in tanto spuntavano dal terreno, ma nessuno seppe bene cosa farci con questo materiale finché non ci mise mano un giovane maestro di scuola tedesco: Georg Friedrich Grotefend. La vicenda della decifrazione della scrittura cuneiforme fu il trionfo dei dilettanti, termine qui non da usare nella sua accezione negativa, bensì in quella tecnica di coloro che svolgono un compito per puro diletto. Grotefend era un semplice assistente (supplente) alla Scuola di Stato di Gottinga col pallino della filologia quando, in una notte del 1802, bevendo in compagni di alcuni amici accettò la scommessa lanciatagli di riuscire a decifrare quelle strane iscrizioni che giungevano da Persepoli.  Non siamo dunque alla presenzia di uno Champollion, ritenuto già dai suoi contemporanei uno dei massimi esperti di lingue medio-orientali dell’intera Francia e che mise mano ai geroglifici solo dopo aver perfettamente padroneggiato il copto, da lui giustamente individuata come l’evoluzione finale della lingua degli antichi egizi. Inoltre Champollion, nonché tutti coloro che si avventuravano alla decifrazione dei geroglifici, partivano, come detto, da una posizione molto migliore rispetto a quella di Grotefend. Costoro infatti avevano la stele di Rosetta, quindi un testo geroglifico di cui si aveva una completa e precisa traduzione in una lingua conosciuta, nonché avevano sparsi per tutta Europa centinaia di papiri, obelischi e manufatti  pieni di geroglifici da studiare; Grotefend aveva invece un pugno di tavolette e qualche iscrizione di cui ignorava completamente il contenuto (potevano essere un decreto reale come la lista della spesa). Inoltre Champollion e compagni avevano i riferimenti degli autori classici ai geroglifici, che erano molti addirittura, apparentemente, un’opera completa sull’argomento cioè lo Hieroglyphika di Orapollo, mentre della scrittura cuneiforme né gli studiosi greci né quelli latini vi accenno più di tanto. Il motivo di ciò in realtà è piuttosto semplice: i geroglifici rappresentavano già per gli antichi greci e romani un mistero quindi qualcosa di affascinante; la scrittura cuneiforme invece non era un mistero perché i contatti con le civiltà del Vicino Oriente erano stati talmente prolungati e costanti che a un certo punto quel modo di scrivere divenne noto anche ad Atene o a Roma. Pensiamo solo a tutti i rapporti tra la Grecia classica e l’Impero Persiano, è ovvio che a un certo punto almeno le classi più colte abbiamo familiarizzato con la scrittura cuneiforme per necessità commerciali, diplomatiche o anche solo scientifiche. Ricordiamo infatti che la scrittura cuneiforme era ancora largamente utilizzata nel I secolo a.c. mentre nello stesso tempo in Egitto i geroglifici erano il retaggio di un’epoca ormai andata, appannaggio di pochi dotti locali come i sacerdoti, mentre la scrittura comune era il demotico che, infatti, essendo anch’essa ben nota agli altri popoli non trova particolari citazioni nei testi classici. Dunque la situazione in cui si trovò Grotefend accettando la scommessa sarebbe quasi la stessa in cui mi troverei io, e credo anche molti di voi, se un amico per scommessa mi dicesse di decifrare i kanji giapponesi a freddo, cioè senza poter usare dizionari, internet o una persona che già li conosca; voi accettereste? Grotefend lo fece e, sebbene avesse comunque le sue conoscenze di filologia cui appoggiarsi, si trattava pur sempre di una vera impresa, anche perché chi ci aveva provato prima di lui non gli aveva lasciato tantissimi elementi da cui partire. Agli inizi dell’ottocento ciò che si era appurato sulle iscrizioni di Persepoli era: che ognuna di essere presentava tre maniere diverse di scrivere su tre colonne tra loro separate, che, in base al principio che ciò che è al centro è la cosa più importante, il testo centrale era quello in persiano antico e infine che si era notata in particolare il ripetersi di un gruppo di segni e di un segno singolo. La supposizione che venne avanzata era che il gruppo di segni potesse stare per “re”, mentre che il singolo segno, un cuneo tracciato da sinistra in alto verso destra in basso, fosse un elemento per dividere tra loro le parole. Questo è quanto; non si aveva invece nessuna sicurezza in merito a quale fosse l’alto e il basso oppure da che direzione bisognasse iniziare a leggere. Grotefend partì proprio questo problema e, osservando il modo in cui erano incisi i cunei sull’argilla, affermò che le iscrizioni “Bisogna tenerle in modo che le punte dei cunei verticali siano rivolte verso il basso, quelle dei cunei trasversali verso destra e l’apertura degli uncini ad angolo ugualmente a destra”; dedusse anche che la scrittura cuneiforme, così come tutte le altre scritture occidentali, fosse da leggere da sinistra verso destra. Era questo un passo in avanti non da poco, ma obbiettivamente permetteva di avvicinarsi di poco o nulla alla traduzione. Grotefend ebbe però a questo punto una trovata di genio che lo pose sulla strada giusta; semplicemente lui ipotizzò che, sebbene trascorsi millenni, alcune formule rituali, come le nostre intestazioni sulle lettere o la scritta “riposa in pace” sulle tombe, potessero essere rimaste invariate nel tempo. Osservò dunque che in Persia era cosa comune che scritte su documenti o monumenti iniziassero con una lunga elencazione dei titoli e della genealogia del monarca cui si riferivano, si domandò quindi se non poteva essere lo stesso per le iscrizioni di Persepoli. Tenuto conto che si riteneva già di aver individuato quanto meno il gruppo di segni per la parola re, Grotefend andò alla ricerca di una costruzione del tipo: X gran re, re dei re, re di A e B, quindi un nome/segno di divisione/due parole tra le quali re. Immaginate l’eccitazione quando scorrendo vari testi si accorse effettivamente che la parole re appariva molte volte posta in maniera compatibile con lo schema da lui teorizzato. Era un bel passo in avanti, ma non ancora decisivo perché ancora non aveva trovato un modo per leggere tutti quegli altri gruppi di segni diversi dalla parola re. L’intuizione avuta però permise a Grotefend di mettersi sulla strada giusta del successo e questa strada, incredibilmente, era molto vicina a quella che avrebbe seguito un paio di anni dopo Champollion: cercare il nome dei re. Se ricordate infatti il mio articolo sul tema cosa fece il ricercatore francese? Cercò sulla stele di Rosetta il nome del re Tolomeo e ordinò sotto i geroglifici le lettere per ottenere il suddetto nome; quando poi trovò lo stesso nome sull’obelisco di Philae e vide che le lettere condivise del nome Cleopatra con quello Tolomeo corrispondevano nei geroglifici, seppe di essere giunto alla soluzione. Grotefend prese una strada simile e ritenne che, trovando il nome di uno o due re e sostituendo ai segni cuneiformi le corrispondenti lettere o gruppi di lettere, avrebbe avuto in mano la chiave. La fortuna fu dalla sua perché confrontando le varie iscrizioni si rese conto che i nomi citati prima della parola re erano sempre due, per cui si poteva supporre che tutte le iscrizioni a sua disposizione facessero riferimento a due e solo due re; ma come capire di quali si trattava? Ancora una volta il supplente tedesco ebbe un’intuizione: se sono solo due re è possibile che si tratti di un padre e un figlio, per cui nelle iscrizioni il gruppo di segni tra il primo nome-re e il secondo nome-re avrebbe potuto voler dire figlio. A questo punto però si accorse di un dettaglio interessante e decisivo: in tutte le iscrizioni il gruppo di segni che lui riteneva indicassero figlio si ripeteva due volte, ma nel primo caso il nome a seguire non conteneva la parola re; poteva significare che il testo facesse riferimento a un re figlio di un re il cui nonno però non era stato re? Sembra un gioco della settimana enigmistica, ma invece è davvero il percorso logico che Grotefend seguì! Erano tutte una serie di ipotesi messa l’una sopra l’altra e sarebbe bastato che anche una sola saltasse per spazzare via l’intera costruzione, ma incredibilmente ogni passo successivo sembrava appoggiarsi perfettamente su quello precedente. Quello che Grotefend doveva fare a questo punto era solo trovare il nome dei due re citati così da poter fare il “gioco” delle sostituzioni. Un re, figlio di un re, ma il cui nonno non era stato re? Facile bastava prendere gli autori classici e spulciare le liste degli imperatori persiani per trovare i due vincitori. Fortunatamente per lui le possibilità erano tre e c’erano ampi mezzi per lavorare di esclusione. Prima ipotesi: Ciro e Cambise, impossibile perché avevano la stessa iniziale e così non era nelle sue iscrizioni. Seconda ipotesi: un Ciro o un Artaserse, impossibile perché, rispetto alla lunghezza dei nomi nelle sue iscrizioni, Ciro era troppo breve e Artaserse troppo lungo. Terza ipotesi: Dario e Serse; centro! Il nome dei due re che tentarono di invadere la Grecia si adattavano perfettamente come lunghezza ai gruppi di segni sulle iscrizioni! Passo successivo e finale era cercare usare il nome del nonno di Serse, Istaspe, per ottenere un totale di dodici lettere identificate. Non era facile perché questi nomi erano giunti a lui solo nella versione greca e per avere una traduzione corretta serviva ricondurli al loro originale fonema persiano; fortunatamente però, attraverso lo studio dei testi sacri persiani, trovò la pronuncia corretta di Istaspe potendo così dare notizia alla Royal Society di Gottinga di aver attribuito con certezza dodici lettere a dodici segni della scrittura cuneiforme. Negli anni che seguirono continuò a perfezionare il suo metodo e nel 1837 diede alle stampe “Contributi all’interpretazione delle scritture cuneiformi di Persepoli”; mentre ulteriori studi per tentare di approcciare i testi in babilonese delle iscrizioni ebbero meno successo. Comunque, oh voi precari, se sperate che il vostro collega dopo questa grande scoperta abbia ottenuto gloria e onori tali da vendicare l’intera categoria… ben mi spiace deludervi. L’importanza del suo lavoro fu oscurata dalle scoperte di Champollion in materia di geroglifici mentre la sua carriera accademica non ebbe nessun sussulto particolare: divenuto nel 1803 professore di ruolo (Prorektor e poi Konrektor) nel Ginnasio di Francoforte sul Meno, venne fatto nel 1821 direttore del liceo di Hannover per poi andare in pensione nel 1849 e morire il 15 Dicembre 1853. Il suo lavoro comunque non andò dimenticato perché venne portato avanti dal francese Emile Burnouf e dal norvegese Christian Lassen e ce ne era bisogno perché tra il 1843 e il 1846 Paul Emile Botta aveva trovato quella che lui identificò come Ninive, in realtà era il palazzo di Sargon II, dimostrando che le grandiose civiltà di cui si parlava nella Bibbia non erano leggende e riportando alla luce anche una montagna di nuove iscrizioni. E il numero delle iscrizioni da decifrare continuò ad aumentare negli anni seguenti quando Austen Henry Layard  trovò prima Nimrud nel 1845 e poi, finalmente, Ninive degli Assiri nel 1849, dove riemerse una biblioteca di due vani  contenente oltre 30.000 tavolette cuneiformi nel palazzo di re Sennacherib. Nel 1852 poi un assistente siriano di Layard, Hormuzd Rassam, scoprì il palazzo di re Assurbanipal con l’annessa biblioteca; al suo interno tra le tante tavolette c’era, ma sul momento nessuno se ne rese conto, la prima parte di quella che oggi conosciamo come “Epopea di Gilgamesh”. Ovvio che tutta questa montagna di materiale andasse decifrato, ma sebbene Grotefend avesse fornito la chiave, e i suoi successori l’avessero irrobustita, sarebbe toccato a un ufficiale politico inglese ampliarne il raggio d’azione permettendone la divulgazione a tutti coloro che ne necessitavano per gettare luce sulla storia di queste civiltà millenarie. Eccoci dunque, dopo il supplente di Gottinga, a narrare la vicenda del secondo dilettante cui dobbiamo la possibilità che abbiamo oggi di leggere la scrittura cuneiforme: il maggiore Henry Creswicke Rawlinson.

Rawlinson faceva parte della schiera di ufficiali politici della Compagni delle Indie che, nei primi dell’ottocento, iniziarono ad essere inviati in lungo e in largo per l’Asia all’interno di quello che avrebbe assunto il nome di Grande Gioco. Non fu però un giocatore qualsiasi, ma uno dei protagonisti di questa avvincente piccola guerra fredda fatta d’esplorazioni e spionaggio. Incontrò in Persia il misterioso agente zarista Jan Vitkevic e poi prese parte alla disastrosa prima spedizione inglese in Afghanistan, intuendo tra i primi l’odio crescente dei locali per gli inglesi, ma lasciando per sua fortuna il paese precedentemente all’esplodere della rivolta. Nel mentre di tutto ciò Rawlinson si dedicò anche alla decifrazione della scrittura cuneiforme senza avere la ben che minima conoscenza del lavoro di Grotefend, ma adoperando il medesimo metodo d’attacco: cercare il nome dei re partendo dai tre citati nelle iscrizioni di Persepoli. Solo nel 1836 il maggiore inglese ebbe modo di leggere i lavori del maestro di Gottinga e, oltre ad avere una riprova della validità dei suoi risultati, scoprì che il suo alfabeto del persiano antico era già più avanzato rispetto a quello di Grotefend. Sempre alla ricerca di nuovo materiale su cui poter lavorare, Rawlinson decise nel 1837, approfittando della sua presenza in Persia come agente della Compagnia delle Indie, di acquisire una delle iscrizioni più note e spettacolari presenti nel paese: quella incisa sulla parete di roccia a Behistun. Situato nell’odierna regine iraniana di Kermanshah, lungo l’antica via carovaniera che da Ecbatana conduceva a Babilonia, il monte Behistun fu il luogo prescelto dal Gran Re Dario I per incidere la sua res gestae. Al centro un gigantesco bassorilievo mostra Dario troneggia sul corpo del mago Gaumata, che aveva tentato di deporlo, mentre di fronte a lui, incatenati e con una corda attorno al collo, i nove “re bugiardi” sottomessi dal Gran re; ai lati e sotto queste sculture invece le colonne di testo nelle tre lingue identificate già da Grotefend, e che in seguito si appurò essere persiano antico, elamico e babilonese. Nonostante tutto ciò fosse stato scolpito cinquanta metri a strapiombo dal fondo della valle, Rawlinson non ebbe timore a farsi calare per mezzo di una carrucola così da poter copiare la parte di testo in persiano antico. Fu un lavoro molto pericoloso e difficile perché bisognava far giungere nel mezzo del deserto scale, rampini, corde ecc., ma alla fine l’ufficiale inglese completò il lavoro e nel 1846 poté consegnare alla Società Reale Asiatica a Londra non solo le copie delle iscrizioni, ma anche una loro precisa traduzione a riprova che ormai era possibile leggere in chiaro il persiano antico “Questo re Darayawaush (Dario) proclama: Tu, che nei giorni futuri vedrai questa iscrizione, che io feci incidere nella roccia, queste figure di uomini, non cancellare e non distruggere nulla! Bada, finché lasci un seme, di conservarle intatte!”. Il lavoro di Grotefend, Rawlinson e di un’intera comunità internazionale di studiosi permise in breve tempo di fornire l’identificazione di oltre settanta segni del persiano antico permettendo così la traduzione di tutti i documenti di quel grande impero che aveva dominato per tre secoli buona parte del mondo conosciuto. Adesso la sfida cui bisognava dedicarsi era provare ad attaccare le altre due scritture cuneiformi che erano state identificate e i cui esemplari apparivano sempre in maggior numero dagli scavi di Nimrod e Ninive. Definite rispettivamente Classe II (elamico) e Classe III (babilonese), la prima venne decifrata nel 1854 dal danese Westergaard mentre sulla seconda ancora Rawlinson, divenuto intanto console inglese a Baghdad, fece una scoperta che parve dover affondare ogni speranza di giungere a una decifrazione. La scrittura cuneiforme Classe I (persiano antico) era una scrittura a base di lettere cioè simile alla nostra: a un dato segno corrisponde un suono, per cui bastava fare il “gioco” delle sostituzioni modello Grotefend/Rawlinson per avere un alfabeto in chiaro. Ciò di cui l’inglese e altri studiosi che si stavano dedicando alla Classe III si resero conto era che questa scrittura ogni simbolo rappresentava una sillaba quando non una parola intera; ancora peggio poteva capitare che a un singolo simbolo corrispondesse un insieme di sillabe oppure a due parole diverse a seconda del contesto dell’intero discorso! Per capire la gravità del problema cito per intero l’esempio fatto da C. W. Ceram: “R viene espresso mediante sei segni differenti, secondo che si tratti della sillaba RA, RI, RU, AR, IR, UR. E se a queste sillabe si aggiunge una consonante, nascono, dalla composizione di due segni, altri segni speciali per REM, MAR e così via. L’ambiguità risiede nel fatto che parecchi segni riuniti in gruppo, in seguito a questa unione, perdono il loro valore fonetico primitivo, ed esprimono un concetto definito oppure un nome. Così il gruppo di segni che esprime il nome del famoso re Nabukadnezar, letto giustamente dà “Nabukuduriussur”; ma se si attribuisce ad ogni segno il suo valore fonetico comune si ha la lettura “An-pa-sa-du-sis”.” Potente immaginare lo scoramento generale che colse la comunità degli studiosi. Sarebbe stato mai possibile riuscire a districarsi all’interno di un sistema così multiforme? Addirittura ci fu chi arrivò a negare l’intera teoria affermando che fosse impossibile per civiltà così antiche aver sviluppato un sistema di scrittura talmente complesso. Il rischio era che intere civiltà restassero mute perché per quanto riguardava le iscrizioni dell’impero persiano, come abbiamo visto, esse erano sempre in tre forme e, avendo acquisito la piena comprensione della Classe I e della Classe II, il non essere in grado di leggere il testo in Classe III non inficiava il lavoro di ricerca. Invece i reperti che Botta e Layard stavano portando alla luce appartenevano a civiltà precedenti a quella persiana, civiltà che non scrivevano i loro documenti usando tutte e tre le forme, ma solo una cioè la Classe III. Come già scrissi al tempo dell’articolo sui geroglifici, la comprensione della scrittura è un passo fondamentale per la conoscenza della storia di una civiltà; senza la scrittura non possiamo conoscerne i loro miti, le leggi e la storia di prima mano. Molti elementi della civiltà minoica per noi sono ancora un mistero proprio perché ad oggi la Lineare A è ancora indecifrata. Ora immaginate ciò esteso a tutte le civiltà del vicino oriente precedenti all’Impero Persiano e diverse dagli Elamiti (Classe II); sarebbero rimasti muti non solo babilonesi e assiri, ma anche civiltà precedenti di cui la Classe III era un’evoluzione (esempio i sumeri e gli accadi) oppure civiltà che avevano derivato la loro scrittura della Classe III (esempio gli ittiti). Un’insuperabile barriera pareva essersi abbattuta sulla ricerca, ma lì dove non poté la bravura venne in supplenza la fortuna. Accadde infatti che durante uno scavo a Ninive venissero alla luce cento tavole d’argilla, risalenti al VII secolo a.c., che altro non erano se non dei prontuari di comparazione per studenti tra i valori e i significati della scrittura cuneiforme in rapporto al significato della scrittura alfabetica. Praticamente, come scrive ancora una volta Ceram, si trattava di dei dizionari usati in un’epoca in cui l’antica e complessa scrittura cuneiforme figurata e sillabica si andava ad evolvere verso una più moderna e semplice scrittura alfabetica. Si trattava insomma di una sorta di versione cuneiforme della stele di Rosetta; un punto di partenza dal quale muovere per tentare di scardinare il mistero della Classe III.  Negli anni successivi sempre nuovi testi venivano alla luce come dizionari dove il nome sumerico era accoppiato alla sua equivalenza semitica, oppure i resti di una specie di dizionario dove erano riuniti in gruppi sostantivi appartenenti a una medesima categoria della vita quotidiana sempre con prima la versione sumerica, lingua che aveva assunto nel tempo la funzione del Latino per noi quindi usata solo in ambito giuridico o religioso, e poi quella semitica .Chiariamo però che le tavolette di Ninive non permettevano a chiunque volesse di cimentarsi nella decifrazione della Classe III.Parlando di “dizionario” non dobbiamo pensare a una versione mesopotamica del IL o del GI (questa la capiranno solo i miei colleghi di liceo classico); si trattava infatti di materiale frammentario ed incompleto che poteva quindi essere d’utilità solo per gli esperti del settore. Anche per costoro però il lavoro era tutt’altro che semplice perché questi “dizionari” e “compendi” potevano fornire solo delle line guida e degli appigli, ma poi il grosso del lavoro di decifrazione andava comunque compiuto attraverso la logica e l’intuizione. Non furono pochi gli studiosi che si accorsero improvvisamente, dopo mesi passati lungo una via che pareva promettente, di essere completamente in errore e di dover quindi ricominciare da capo. La molteplicità di sensi che potevano essere attribuiti ai segni costrinse gli esperti a soppesare ogni risultato raggiunto, non cullandosi nella certezza fintanto che non fossero emersi sufficienti elementi di riprova tali da far cadere ogni eventuale dubbio o obiezione. Stavolta non ci fu uno Champollion o un Grotefend che si poté fregiare della paternità della scoperta del metodo di decifrazione; per la Classe III fu uno sforzo collettivo internazionale con frequenti casi di collaborazione. A un certo punto una serie di esperti iniziarono ad avanzare delle proposte di decifrazione strutturale; il tutto però sempre con una certa incertezza e con un’accoglienza sia nel vasto pubblico che in quello accademico quanto meno tiepida. Nei primi anni cinquanta anche Rawlinson pubblicò una serie di lavori in cui suggeriva una possibile chiave di lettura della Classe III, ma la reazione accademica fu in alcuni casi sprezzante se non proprio rabbiosa. Probabilmente, come afferma Ceram, ciò era dovuto per il quasi fisiologico odio degli scienziati professionisti per i dilettanti. La polemica attorno a Rawlinson spinse però la Società Asiatica di Londra, di cui l’ufficiale inglese era uno stimato membro e ne sarebbe stato anche presidente per due volte, a tentare, su suggerimento di Wiliam Talbot un altro dilettante d’ingegno, un esperimento non proprio ortodosso, ma si sicuro effetto mediatico. Venne inviata una copia di uno lungo scritto assiro di recente scoperta a quelle che venivano considerate le quattro autorità nel campo della scrittura cuneiforme: Rawlinson, Talbot stesso, l’irlandese Edward Hincks e il franco-tedesco Jules Oppert. A ognuno di questi venne chiesto di fornire nel più breve tempo possibile una traduzione senza informarli, Talbot escluso ovviamente, del contemporaneo lavoro degli altri. I risultati, contenuti in buste sigillate, vennero messi a disposizione di una commissione appositamente costituita che, analizzandoli, poté constatare come le quattro traduzioni, se non per marginali differenze, concordavano sul contenuto del testo. Così nel 1857 apparve “Una iscrizione di Tiglath-Pileser, re di Assiria, tradotta da Rawlinson, Talbot, Dr. Hincks e Oppert.” a prova che si era giunti a una concorde decifrazione della scrittura cuneiforme, seppur attraverso metodi diversi. Fatto saltare il lucchetto e spazzata via la paura che l’impresa fosse impossibile, gli studi per una decifrazione completa anche della Classe III ripresero con rinnovato vigore e già nel 1867 venne pubblicata la prima grammatica di lingua assira. Da par suo Rawlinson raccolse riconoscimenti ben maggiori di quelli del supplente di Gottinga: oltre che come detto due volte presidente della Società asiatica fu anche presidente della Royal Geographical Society, ambasciatore a Teheran e infine membro del Parlamento da dove, da buon ex-giocatore del Grande Gioco, denunciò insistentemente le mire russe contro l’Impero Britannico.

Si è generalmente concordi che la decifrazione della scrittura cuneiforme fu, nel complesso, molto più difficile rispetto a quella geroglifica. Non tanto per l’assenza di un genio assoluto come Champollion, perché a meno di non voler attribuire tutto a fortuna alcune intuizioni di Grotefend hanno l’impronta di una mente brillante, ma perché non si trattava di una sola scrittura bensì di una serie di scritture, una evoluzione dell’altra partendo da un sistema più complesso e andando verso uno più semplice. Perché però allora la leggenda è legata al lavoro attorno ai geroglifici? Semplice perché il vicino Oriente, giustamente o meno, ebbe sempre da un punto di vista archeologico un fascino minore rispetto all’Egitto. Piramidi, tombe sepolte e mummie riuscivano a catturare facilmente l’immaginazione del pubblico e gli stessi geroglifici hanno innegabilmente un loro fascino. Purtroppo invece le mura, i bassorilievi e le statue di Ninive o di Nimrud hanno molto meno “appeal” e a dimostrarlo basta la sproporzione di pubblico che al British Museum affolla la stele di Rosetta e i fregi di Elgin rispetto alla “Caccia reale al leone” recuperata da Ninive. Ancora pensiamo alla indifferenza di fondo con cui l’occidente ha accolto la notizia che l’ISIS stava distruggendo proprio Ninive, ci siamo scandalizzati si e no  per cinque minuti, rispetto alla reazione che ci sarebbe stata se a venir distrutto fosse stata neanche una piramide intera,  ma solo un suo angolo… come minimo mille mila post su facebook. A dimostrazione però di quanto importante scientificamente fu l’opera di quegli studiosi che si dedicarono alla decifrazione della scrittura cuneiforme basta un esempio fatto ancora una volta da Ceram: le tavolette ritrovate a Nippur tra il 1888 e il 1900 dall’americano V. Hilprecht furono talmente tante che la loro decifrazione e pubblicazione è ancora in corso oggi.

Bibliografia

  • C. W. Ceram, Civiltà sepolte

 

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