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La spedizione ateniese in Sicilia

La guerra del Peloponneso fu il più lungo e importante conflitto dell’antichità prima delle guerre puniche; un confronto non solo militare, ma anche politico-ideologico tra Atene, Sparta e i rispettivi alleati che trasformò per ventisette anni la Grecia e non solo in un campo di battaglia. Questo conflitto però non viene mai trattato in maniera particolarmente approfondita neanche alla scuola superiore: due massimo tre pagine sui manuali di storia e qualche accenno al liceo classico durante le ore di greco trattando di Tucidite, Senofonte e Aristofane. Eppure i suoi effetti sulla storia tanto d’occidente quanto d’oriente furono immensi perché la Grecia intera ne uscì sfinita non riuscendo mai più a tornare ai livelli di prosperità e ricchezza  seguiti alla sconfitta dei persiani dovendo infine, neanche un secolo dopo l’abbattimento delle lunghe mura, piegare la testa a un barbaro zoppo proveniente dalla Macedonia. Se non bastasse ciò a giustificare uno studio più analitico di questo conflitto si dovrebbe poi ricordare che la nostra penisola svolse un ruolo decisivo nel suo andamento perché fu la disastrosa spedizione ateniese contro Siracusa a segnarne il punto di svolta. Oggi vi racconterò appunto di questa spedizione ricca di misteri e dramma per poi, se vedrò un interesse particolare per l’argomento, dedicare magari una rubrica intera all’intero conflitto.

Nel 415 a.c Atene e Sparta erano in guerra da ormai da diciassette anni di cui gli ultimi sei trascorsi a riprendere le forze all’ombra di quella tregua armata che, pomposamente, venne chiamata pace di Nicia. Nessuno dei due schieramenti era riuscito a cogliere un successo tale da procuragli un vantaggio in grado di permettergli di imporre la sua volontà sull’avversario: Atene era stata devastata dalla peste perdendo la sua guida Pericle, ma controllava ancora i mari con la sua formidabile flotta rischiando di strangolare i nemici nella morsa della fame; Tebe aveva distrutto l’esercito ateniese a Delio, ma lo stratego Cleone aveva costretto alla resa Sfacteria catturando 120 opliti spartani e così via Sarebbe facile ridurre la guerra del Peloponneso a un semplice scontro tra la democrazia ateniese e l’oligarchia spartana, ma in realtà le cause del conflitto sono molto più complesse. Sparta aveva convissuto per secoli con la democrazia ateniese non amandola, ma neanche considerandola una minaccia vitale; a cambiare questo punto di vista fu il sempre più aggressivo imperialismo democratico che la capitale dell’Attica aveva assunto come sua linea politica dominante. Non solo Atene aveva di fatto reso gli alleati della lega di Delo dei suoi satelliti ad autonomia limitata, ma ovunque andava imponeva  arbitrariamente un regime democratico. Questo modo di fare da un lato gettò nel panico le polis rimaste ancora fuori dall’orbita ateniese come Tebe, Corinto e Megara e dall’altro preoccupò Sparta che vedeva nell'”esportazione della democrazia” un attentato al suo regime oligarchico dominato dalla ristretta elité degli spartiati e basato sullo sfruttamento degli iloti. Non è questa la sede per dire se l’espansionismo democratico-imperialista di Atene avrebbe sul lungo periodo giovato o meno alla Grecia; fatto sta che fu esso a rendere la guerra inevitabile, perché l’unica alternativa era che uno dei due contendenti rinunciasse ad essere se stesso, e fu anche tra le ragioni della decisione di mandare un contingente contro Siracusa.

 Il casus belli, o profasis visto che stiamo parlando della Grecia, fu la richiesta di aiuto delle città sicule di Segesta, colonia elima, e Leontini, colonie ionica, che temevano di finire sottomesse alla sempre maggior potenza di Siracusa, colonia dorica. In particolare Segesta, alleata di Atene, era in guerra con Selinunte a sua volta alleata di Siracusa e direttamente supportata da questa nel suo sforzo bellico. Da un punto di vista strettamente morale dunque gli ateniesi erano tenuti ad andare in soccorso di Segesta se questa ne avesse fatto, e lo fece, richiesta, ma già Tucidite mise in chiaro che il senso d’onore non fu la molla più potente che spinse Atene all’azione. A muovere il popolo della città a votare in favore dell’impresa fu qualcosa di molto più materiale: il denaro! Segesta aveva promesso di ripagare tutte le spese della spedizione inoltre si sapeva che le polis siciliane erano molto ricche, grazie ai floridi commerci, per cui c’era da aspettarsi un bottino sontuoso dalla conquista di Siracusa che, tra l’altro, era la più grande città di cultura greca del tempo. I più fermi sostenitori dell’impresa erano però gli imperialisti anti-spartani capeggiati da Alcibiade. Ritenevano infatti che in questo modo Atene si sarebbe potuta avvantaggiare in vista di una futura ripresa della guerra con Sparta interrompendo l’afflusso di genere alimentari al Peloponneso, la Sicilia era una terra molto fertile al contrario della Grecia e già 427 a.c. gli ateniesi vi avevano inviato un contingente con questo scopo, inoltre l’isola poteva diventare il trampolino di lancio per un’ulteriore espansione dell’impero verso l’Italia, l’Africa e le colonne d’Ercole. Il dibattito all’Ecclesia per decidere se dare seguito alla richiesta d’aiuto di Segesta fu caratterizzato, almeno stando a Tucidite, dall’ennesimo confronto tra Nicia, l’aristocratico moderato filo-spartano autore dell’omonimo accordo di pace, e Alcibiade… ah Alcibiade… Se c’è un personaggio dell’antichità che potrebbe essere definito da romanzo questi è sicuramente lui: bello, geniale, ambizioso, opportunista, donnaiolo, eccezionale oratore, soldato coraggioso e comandante brillante era imparentato con Pericle nonché allievo, e forse amante, di Socrate (anche se questo è oggi controverso). Già gli antichi si divisero ferocemente su di lui tra chi lo vide come la rovina di Atene (Plutarco), chi come la sua ultima speranza (Demostene) e chi come Tucidite non riuscì mai a scegliere tanto era estremo il personaggio. Dopo la morte del suo rivale Cleone ad Anfipoli Alcibiade divenne il punto di riferimento per tutti coloro che ritenevano che la guerra contro Sparta andasse ripresa e vinta. Finito nell’ombra dopo il fallimento dell’alleanza che aveva negoziato con Argo e Mantinea per contendere la leadership del Peloponneso a Sparta, la Sicilia fu per lui l’occasione di riprendersi il centro della scena scalzandovi il pacato Nicia che, con toni drammatici, tentò di dissuadere la popolazione dall’impresa ottenendo solo di aumentare ulteriormente gli entusiasmi. Da un punto di vista logico le obiezioni di Nicia erano perfettamente fondate perché metteva in evidenza come fosse assolutamente pretestuosa l’idea di poter combattere le oligarchie attaccando una città come Siracusa che, in quel momento, stava vivendo una delle sue fasi democratiche. Soprattutto però Nicia cercò di sottolineare quali fossero le grandissime difficoltà militari di un’operazione del genere e su questo punto vale la pena di soffermarsi un attimo per vedere quando la spedizione in Sicilia costituisse sin da subito un azzardo. Siracusa si trovava a quasi 1000 km da Atene, distanza da coprire coi mezzi dell’epoca, e qualsiasi tecnico potrà confermare che se c’è un tipo d’operazione militare che un comandante consideri un incubo queste sono le invasioni anfibie. Ciò perché il rifornire via mare un esercito d’invasione situato in territorio nemico risulta estremamente difficile tanto più se non vi è una base forte in loco a cui appoggiarsi, e Segesta non si dimostrò certo tale, ciò voleva dire che sarebbe bastata una tempesta in grado di affondare le navi dei rifornimenti per rendere difficile la situazione delle forze in Sicilia. Tanto per fare un paragone nel 1944 gli strateghi alleati ritenevano che uno dei problemi più grossi dello sbarco in Normandia non sarebbe stato tanto lo sbarco in sé, bensì l’essere subito in grado di fornire un pieno supporto logistico e molti storici militari concordano che la soluzione di Mulberry Harbour fu decisiva per il successo dell’invasione. Va considerato poi che, non sussistendo un retroterra verso cui ritirarsi nel caso in cui le cose andassero al peggio, qualsiasi forza anfibia corre sempre il rischio di rimanere imbottigliata tra il mare e il nemico spostando così l’alternativa sull’esito dell’operazione non tra vittoria e sconfitta, ma tra vittoria e disastro. Alla fine però come detto la saggezza di Nicia venne battuta dalla sofistica d’Alcibiade e l’ecclesia votò a favore di inviare contro Siracusa una forza di 134 navi (incluse 90 triremi) e 5100 opliti provenienti sia da Atene che dai suoi alleati insieme con 480 arcieri, 700 frombolieri, 30 cavalleggieri e 30 navi da carico. Era un esercito consistente, anche se non immenso, che rendeva però evidente come lo scopo della spedizione non fosse meramente punitivo. Al suo comando, con una decisione assolutamente insensata, anche se non nuova per Atene, si decise di porvi un triumvirato composto da Alcibiade, Nicia e Lamaco che dei tre era l’unico vero tecnico della guerra. Può sorprendere l’inclusione di Nicia nel terzetto, ma anche questa era una prassi tutta ateniese: dato che vi si era opposto ne veniva ora posto al comando così che tu possa fornire un contributo critico all’operazione. C’era però un grosso pericolo in questa scelta perché Nicia, conscio che in caso di sconfitta sarebbe stato il più probabile capro espiatorio,  avrebbe potuto essere riluttante ad assumere decisioni rischiose in una fase di crisi.

Nel Giugno del 415 a.c. tutto era pronto per la partenza e gli ateniesi guardavano carichi d’orgoglio e speranza la potente flotta che stava per prendere il mare quando, proprio la sera prima della partenza, avvenne l’inspiegabile. La storia ce l’ ha tramandato come lo scandalo delle erme: tutti i busti di Ermes (appunto erme) posti agli incroci stradali per proteggere i passanti vennero mutilati compiendo non solo un sacrilegio, ma gettando sfortuna sulla spedizione. Ovviamente furono subito iniziate delle indagini per scoprire l’autore del fattaccio e, all’esito di testimonianze alquanto ambigue, venne fuori il nome di Alcibiade subito accusato dai suoi oppositori di essere alla testa di un complotto per abbattere la democrazia. Il comandante della spedizione chiese di essere subito giudicato sicuro di poterne uscire facilmente sia per la scarsità di prove sia grazie alla sua oratoria, ma per calcolo politico si prese invece la scriteriata decisione di far partire la flotta in un clima di sospetto. Ancora oggi lo scandalo delle erme resta un gigantesco punto interrogativo della storia; molti già nei tempi antichi hanno tentato di farvi luce alcuni confermando l’ipotesi della colpevolezza di Alcibiade, altri sostenendo che fu un’iniziativa dei suoi nemici per screditarlo mentre altri ancora suggerendo che si trattò solo di una bravata di un gruppo di giovani aristocratici annoiati e ubriachi. E’ abbastanza probabile che Alcibiade abbia partecipato ad alcune feste in cui ci si faceva beffe dei misteri eleusini e che frequentasse degli ambienti in cui il sacro non era trattato con il massimo rispetto, ma resta un fatto che noi non sappiamo, né probabilmente saremo mai in grado di sapere, cosa davvero accadde in quella notte di Giugno. Comunque come detto la spedizione partì e in un primo momento parve che ci si potesse, mettere l’infelice vicenda delle erme alle spalle perché le condizioni atmosferiche furono costantemente favorevoli e lo sbarco colse completamente di sorpresa Siracusa gettandola nel panico più assoluto. Appena però si giunse a Reggio, unica città che si era detta disponibile a offrire il suo porto, le cose iniziarono ad andare male perché invece di cogliere l’attimo e lanciare un assalto immediato contro la città nemica, come suggeriva Lamaco, il triunvirato perse tempo a litigare riuscendo solo a decidere di mettere campo a Catania, di cui Alcibiade era riuscito a guadagnarsi l’alleanza, dove fu impiantata la base delle operazioni contro Siracusa. Fu però sin da subito evidente che Segesta e Leontini aveva un po’ esagerato sia in merito alle ricchezze che potevano mettere a disposizione per supportare l’operazione (erano quasi in bancarotta) sia in merito all’accoglienza che le altre città siciliane avrebbero riservato agli ateniesi. Le cose poi era destinate a peggiorare ulteriormente perché ad Atene le indagini sulle erme erano andate avanti e infine il popolo, eccitato dai nemici di Alcibiade, ne chiese il rientro immediato così da poterlo processare. Venne dunque mandata in Sicilia la “Salamina”, la nave di stato, con l’incarico di riportare in città il sospettato, ma questi, consapevole di rischiare la vita, fuggì a Turi e da lì defezionò a favore di Sparta. Giunto davanti l’assemblea dei lacedemoni Alcibiade non si fece scrupoli ad invitarla a riprendere la guerra contro la sua ex patria per impedirne una vittoria in Sicilia argomentando, stando a Tucidite, che “non crediate di deliberare solo sulla sorte della Sicilia, ma anche su quella del Peloponneso.” Frattanto in Sicilia Nicia e Lamaco non riuscivano ancora a decidere per una linea d’azione perché il primo, ancora convinto che l’intera spedizione fosse un errore, puntava a un coinvolgimento minimo schierandosi a difesa di Segesta mentre il secondo insisteva ancora per sfruttare la breve finestra di vantaggio che avevano per attaccare Siracusa. Dopo quattro mesi l’unico risultato conseguito fu la presa della cittadina di Iccara, la cui popolazione fu venduta come schiava, ma nel frattempo Siracusa si era ripresa dal primo momento di sbandamento e, vedendo un avversario incerto e tremebondo, si preparò per una resistenza ad oltranza.

Il problema più grosso con cui gli ateniesi dovevano fare i conti non era però né la defezione di Alcibiade né lo scarso supporto delle polis sicule bensì la sempre maggior consapevolezza che l’esercito che avevano condotto sull’isola non era il più adatto allo scopo. Abituati agli aspri paesaggi dell’Attica gli ateniesi avevano portato un grosso contingente di fanteria che però, nelle pianure siciliane, si trovò ben presto in difficoltà senza un adeguato supporto di cavalleria. I soli 30 cavalleggieri giunti sull’isola non erano sufficienti per coprire i fianchi degli opliti, tenere le comunicazioni tra le varie polis amiche sparse per la sconfinata Sicilia e fare razzie tra le fattorie siracusane. Dal lato opposto il nemico da solo poteva mettere in campo 1200 cavalieri che regolarmente giungevano sotto le fortificazioni ateniesi a Catania per farsi beffe degli invasori. Nicia finalmente comprese che Lamaco aveva ragione, bisognava portare al più presto possibile l’esercito sotto Siracusa prima che l’intera spedizione si trasformasse in un pantano. Non volendo però rischiare un attacco a sorpresa della cavalleria siracusana durante la marcia si optò per un tranello: diffondendo false informazioni gli ateniesi riuscirono a spingere l’esercito nemico ad allontanarsi dalla città potendo così riprendere segretamente il mare e sbarcare in tutta sicurezza a sud del Porto Grande. Ben presto i siracusani si resero conto di essere stati ingannati e fecero rapidamente dietro front trovando gli ateniesi schierati per la battaglia su un terreno che offrisse la massima protezione dalla cavalleria nemica ed ebbero ragione nel farlo perché, dopo aver facilmente sconfitto la meno esperta fanteria sicula, non poterono inseguire il nemico perché i cavalleggieri siracusani si schierarono in copertura riducendo di molto il valore della vittoria. Tornati mestamente a Catania per gli ateniesi la necessità di procurarsi una potente forza di cavalleria si fece schiacciante al punto che dovettero chiedere rinforzi da casa dato che né le altre città siciliane né tanto meno i cartaginesi insediati a ovest si dimostravano troppo disponibili. Questo fu un altro errore degli ateniesi, in cui però furono indotti dagli emissari di Segesta, sopravvalutarono l’accoglienza che avrebbero ricevuto in Sicilia, ma pensandoci bene non avrebbe dovuto essere più di tanto una sorpresa perché, non appena fu chiaro che Atene era venuta per restare, l’alternativa tra lo schierarsi dalla sua parte e una neutralità non compromettente fu di facile soluzione. Dopotutto mettendosi dalla parte degli ateniesi c’era solo da rimetterci perché se avvero vinto avrebbero imposto il loro dominio sull’isola mentre se avessero perso Siracusa non avrebbe esitato a presentare il conto. Il 415 a.c. si avviò così a concludersi con gli ateniesi ritiratisi nei quartieri invernali a Catania senza aver ancora conseguito alcun successo degno di nota mentre, allo stesso tempo, i siracusani approfittavano dei mesi di pausa per rinforzare le difese della città, eleggere a stratego Ermocrate, il loro più abile comandante, e inviare resoconti entusiasti a Sparta per spingerla a scendere in campo.

Presso gli spartani intanto Alcibiade stava facendo opera di convincimento ben al di là della semplice Sicilia; offrì in realtà un’intera strategia di guerra contro Atene che, sul lungo periodo, sarebbe stata decisiva per la sconfitta della sua ex patria. Appare davvero sorprendente l’acredine mostrata da quest’uomo quasi come a dire se non posso condurre io Atene alla vittoria allora nessuno dovrà farlo. Sparta certo non era l’unica alternativa per il suo esilio c’erano molte altre polis anti-ateniesi che avrebbero potuto offrigli rifugio anche solo per fare dispetto alla città dell’Attica, eppure lui scelse proprio l’unica che poteva anche sconfiggerla militarmente. L’ho detto e lo ripeto Alcibiade coi suoi estremi resta un personaggio ancora molto enigmatico forse l’unico che, solo con le sue scelte, indirizzò l’intero conflitto in una direzione piuttosto che in un’altra. Frattanto a Catania era giunto il nuovo anno, ma non aveva portato un cambiamento nella situazione: ci si continuava a limitare a qualche scaramuccia con i siracusani che non concedevano battaglia e gli ateniesi troppo spaventati dalla cavalleria per arrischiarsi a qualche azioni d’ampio respiro. Solo in estate giunsero finalmente i rinforzi: 250 cavalieri esperti insieme a 300 talenti per ingaggiarne altri in loco; con queste risorse gli ateniesi riuscirono finalmente a mettere in campo una cavalleria di quasi 600 uomini in grado di fronteggiare quella nemica. Lamaco convinse il suo recalcitrante collega a non perdere ulteriormente tempo e a dirigersi di nuovo verso Siracusa per mettere la città sotto assedio disciplina in cui gli ateniesi erano considerati degli specialisti. La città sicula non era facile da assediare perché il suo fianco meridionale era coperto da una palude, la fonte Arteusa all’interno delle mura forniva un costante rifornimento di acqua pulita e infine l’isola di Ortigia, vero centro politico-religiosa della città, era a sua volta una fortezza difficile da espugnare. Nonostante ciò, ottenuto il controllo delle alture di Epipole, gli ateniesi vi costruirono un torrione circolare (conosciuto appunto come kuklos ovvero cerchio) che doveva essere il punto di partenza per un ingegnoso piano d’isolamento della città tramite la creazione di due muri uno verso est fino alla località di mare detta Trogilo e l’altro verso sud tagliando i contatti con il Grande Porto. La speranza ateniese è che una volta impedito a Siracusa di ricevere rifornimenti da terra e dal mare prima o poi la fame e le malattie (come la peste che aveva colpito anni prima Atene) avrebbero fatto il resto e va detto che per i siciliani la situazione si fece giorno dopo giorno sempre più preoccupante. Grazie alla nuova forza di cavalleria i genieri  ateniesi godevano di sufficiente copertura per poter portare avanti i lavori con celerità e sembra, stando a Tucidite, che i siracusani iniziarono a valutare la possibilità concreta di arrendersi quando giunse una notizia che li convinse a resistere: Sparta aveva riaperto le ostilità con Atene e stava organizzando l’invio di un contingente d’aiuto. Per tentare di guadagnare tempo i siracusani iniziarono la costruzione di una serie di contro muri, linee perpendicolari per interrompere il percorso delle fortificazioni nemiche, e approfittarono di ogni occasione per infastidire i lavori ateniesi. Si accesero così una serie di scaramucce in cui solitamente gli ateniesi avevano la meglio, ma durante una di queste Lamaco rimase ucciso lasciando al comando solo l’incerto Nicia. Questi, sottovalutando le notizie di un prossimo arrivo degli spartani, non fece nulla per mettere fretta ai lavori quasi fosse convinto di avere tutto il tempo della terra; eppure aveva a disposizione 10000 operai per costruire 8 km di fortificazioni e, senza tirare in ballo Cesare ad Alesia che in tre settimane ne tirò su 15 km, nel 70 d.c. Tito circondò Gerusalemme con una muraglia di altrettanta lunghezza e con circa lo stesso numero di uomini in appena tre giorni. Altro errore di Nicia fu di lasciare inattiva la potente flotta che li aveva condotti in Sicilia non usandola per mettere in atto un blocco del Grande Porto; è probabile che lo facesse allo scopo di risparmiarla nel caso si fosse reso necessario un rimbarco rapido, ma in questo modo le navi iniziarono a deteriorarsi e gli equipaggi a rumoreggiare per l’inerzia in cui erano lasciati. Così, senza nessuno che controllasse i mari, una triremi di Corinto poté senza problemi entrare al Grande Porto dando la notizia che il generale spartano Gilippo era in viaggio per portare rinforzi agli assediati. Gli spartani erano partiti dall’isola di Leucade con 700 opliti (parti messi in campo dai corinzi) e avevano aumentato le loro forze toccando prima Himera, dove arruolarono altri 2000 uomini principalmente da città sicule alleate, per poi far vela su Siracusa. L’arrivo di Gilippo era provvidenziale perché gli ateniesi erano già riusciti a completare il muro meridionale e dovevano dunque solo portare l’altro sino a Trogilo per isolare la città. Senza indugio il generale spartano assunse il comando delle difese e lanciò una serie di attacchi contro le fortificazioni a nord della città allo scopo di bloccarne, o almeno ritardarne, la costruzione  in attesa di ulteriori rinforzi dal Peloponneso. Per gli ateniesi le speranze di riuscir a concludere vittoriosamente l’assedio si riducevano a vista d’occhio; sentendo l’odore del sangue molte polis greche e sicule si affrettarono a mettere a disposizione propri contingenti per aiutare Siracusa così da trovarsi dalla parte giusta della barricata quando tutto sarebbe finito. Per Nicia la scelta più saggia sarebbe stata quella di rientrare ad Atene accettando il fallimento, ma salvando l’esercito; l’ultimo generale ateniese rimasto era però terrorizzato all’idea di essere incolpato della sconfitta, essendo gli ateniesi sempre abilissimi a trovare un capro espiatorio, per cui decise di non decidere inviando un messaggio all’ecclesia in cui spiegava che, se non riceveva ingenti rinforzi, la cosa migliore da fare era richiamare la spedizione. Ad Atene non si comprese, o non si volle comprendere, che quella di Nicia era una velata richiesta di autorizzazione a ritirarsi e fu quindi votato l’invio di un secondo contingente (sempre col supporto degli alleati della Lega di Delo) composto da 6200 opliti, più di cento triremi nonché varie truppe ausiliarie di arcieri e frombolieri guidati da Demostene l’uomo che, anni prima,era stato ingiustamente accusato del disastro di Delio. Sommando questa seconda forza a quella che era partita nel 415 a.c. Atene andava a impegnare in Sicilia ben più della metà del suo intero potenziale bellico scegliendo la pericolosissima strada dell’escalation, come avrebbero fatto secoli dopo gli Stati Uniti a fronte delle prime difficoltà in Vietnam, in una fase in cui per altro, ripresa la guerra con Sparta, il nemico invadeva l’Attica e fomentava la rivolta tra le polis satelliti. Tucidite, pur denunciando senza riserve l’assurdità di tali scelte, si dichiarerà comunque impressionato dalla dimostrazioni della quantità di mezzi che, nonostante le difficoltà, Atene fosse in grado di mettere in campo nonché dalla determinazione della popolazione decisa a difendere il regime democratico sino alla vittoria o alla sconfitta totale. Demostene era uno dei migliori stratego ateniesi artefice, insieme a Cleone, della fortunata campagna nel Peloponneso del 425 a.c. conclusasi con la presa di Pilo e la vittoria di Sfacteria; ma in seguito, come già detto, era stato ritenuto responsabile della sconfitta di Delio per mano dei tebani e non sappiamo quanto questa umiliazione abbia influito sulle decisioni che prese in Sicilia. Giunto sull’isola però Demostene si rese però subito conto che la situazione era molto peggiorata rispetto a quella descritta da Nicia nella sua lettera all’ecclesia; questi infatti, avendo compreso che non vi erano più speranze di isolare Siracusa via terra, si ricordò finalmente di avere una flotta e decise di usarla per attaccare il Porto Grande mentre le truppe spartano-siracusane erano impegnate sulle alture della città. Questa nuova strategia marina portò Nicia a prendere anche un’altra decisione gravida di conseguenze per il futuro: avendo perso la piazzaforte di Labdalo sull’Epipole spostò la sua base operativa, con le attrezzature e i rifornimenti, a Plemmirio un’area situata a sud del Porto Grande dove poteva restare in contatto diretto con la sua flotta, ma che era scarsamente difendibile e poco provvista d’acqua. Gilippo si rese conto della debolezza della posizione di Nicia ed esortò i siracusani ad accettare, insieme ai corinzi, una rischiosa battaglia navale contro i più esperti equipaggi ateniesi in modo da sguarnire le difese del Plemmirio. Lo scontro che si accese nelle acque subito adiacenti al Porto Grande  fu molto duro per gli ateniesi in quanto il nemico tentò di trasformare la battaglia da navale a terrestre abbordando le triremi avversarie. Alla fine gli ateniesi riuscirono a rintuzzare l’attacco, senza comunque infliggere perdite importanti al nemico, ma il successo fu del tutto eclissato dalla quasi contemporanea perdita del Plemmirio, con tutto ciò che vi era stipato, ad opera di Gilippo.

Questa era la situazione quando Demostene assunse il comando delle operazioni spostando nuovamente l’attenzione al sistema di fortificazioni e contro-fortificazioni. Il neo arrivato comandante ateniese era infatti convinto che, se fosse riuscito a sfondare la contro fortificazione siracusana si sarebbe ancora potuto finire il muro settentrionale; decise così di lanciare un grande attacco notturno alla contro fortificazione contando sul momentaneo vantaggio numerico ritrovato. L’azione fu però un disastro perché un attacco notturno andrebbe sempre accuratamente preparato e invece Demostene praticamente lanciò migliaia di opliti pesantemente armati su un terreno roccioso completamente sconosciuto ai nuovi arrivati nel cuore della notte. Non c’è da sorprendersi che ben presto vi fu una rotta completa della quale approfittò la solita cavalleria siracusana per fare strage degli sbandati. Quasi 2000 ateniesi morirono e questo disastro sembra convinse Demostene che l’unica possibilità per evitare la catastrofe completa fosse abbandonare quella maledetta isola e rientrare subito ad Atene che stava subendo una nuova invasione del suo territorio da parte di Sparta. Incredibilmente però, invece di semplicemente risalire in nave e andarsene, gli ateniesi persero altro tempo in sterili dibattiti sul da farsi e, infine, decisero di tentare un assurdo tutto per tutto sul mare. La scelta era una follia assoluta perché, sebbene dopo l’arrivo dei rinforzi la flotta ateniese aveva riacquistato la superiorità strategica oltre a quella tecnica, le navi erano l’unica cosa che poteva portare in salvo tutti per cui perse queste si sarebbe rimasti intrappolati alla mercé dei siracusani. 110 triremi con a bordo 20000 soldati ateniesi e alleati, più un numero imprecisato di schiavi e fanti ausiliari, si lanciarono nel Porto Grande per dare battaglia alle 70 triremi siracusano-corinzie. Lo stesso problema che sconfisse i persiani a Salamina fu la causa principale del disastro ateniese: la mancanza di spazio di manovra. Con quasi duecento navi stipate all’intero della rada del Porto Grande le possibilità manovra si ridussero al lumicino e così lo scontro si trasformò in una serie di abbordaggi in cui infine ebbero le meglio i siracusani. Per quegli ateniesi che osservarono da un’altura l’evolversi dello scontro esso dovette apparire come un’immane tragedia, ogni loro nave che veniva affondata era un chiodo aggiunto alla bara e a fine giornata ben 78 chiodi erano stati piazzati (60 navi perse e 17 catturate). Persa ogni speranza di vincere l’assedio, cancellata la possibilità di un immediato rimbarco per Demostene e Nicia non rimase altro che condurre i 40000 uomini rimasti in un’anabasi ante litteram verso sud nella speranza di trovare rifugio presso i pochi alleati rimasti fedeli. L’impresa non era di per sé impossibile perché, come narrato appunto nelle Anabasi di Senofonte, appena una decina di anni dopo 10000 mercenari greci attraverseranno l’intera asia minore dalla Mesopotamia al Mar nero e gli ateniesi, nonostante le perdite per battaglie e malattie, avevano ancora in campo forze superiore all’insieme di spartani e siciliani; ciò che mancava però era il morale completamente scomparso dopo il disastro del Posto Grande e certo non ricostruibile durante una marcia disperata in territorio ostile senz’acqua e sotto il sole dell’Agosto siciliano. I siracusani non diedero respiro ai fuggiaschi lanciando la loro cavalleria in continue azioni di disturbo per impedirgli di fare rifornimento così che la fame e la fatica facessero il grosso del lavoro. Dopo otto giorni e 30 km coperti Gilippo ritenne che il frutto fosse maturo per essere colto e attaccò la retroguardia ateniese comandata da Demostene il quale, vistosi circondato, si arrese. Restava il grosso dell’esercito guidato da Nicia e giunto sulla rive fangose dell’Assinaro nelle cui acque putride molti soldati si dissetarono contraendo una dissenteria che li avrebbe fulminati in pochi giorni. Informato della resa del suo collega Nicia decise di tentare il tutto per tutto e così ebbe inizio il massacro; Tucidite ci ha lasciato pagine strazianti nelle quali racconta di come gli ateniesi si lanciassero nel fiume tentando di guadarlo a nuoto sotto il tiro incessante delle frecce e dei giavellotti nemici. Non sappiamo per certo quali furono i numeri del massacro, ma Diodoro parla di 18000 caduti il che farebbe di quest’ultimo atto della spedizione ateniese in Sicilia il più grande bagno di sangue della storia greca. I prigionieri se schiavi o provenienti dalle polis alleate vennero venduti mentre gli ateniesi (si racconta fossero 7000) vennero richiusi nelle infami latomie cave di pietra a cielo aperto, ancora oggi visibili, dove i più morirono di stenti e malattie; la leggenda vuole però che i siracusani lasciarono liberi coloro che furono in grado di recitare dei versi di Euripide forse perché notoriamente pacifista. Demostene e Nicia, il quale prima di essere catturato aveva tentato di negoziare una pace che salvasse la vita ai suoi, vennero entrambi sbrigativamente passati per le armi. Sicuramente gruppi di sbandati riuscirono a sopravvivere al massacro e a rientrare, in un modo o nell’altro, ad Atene, anche se gli antichi ci hanno tramandato storie di azioni di guerriglia ad opera dei sopravvissuti continuate per mesi, ma di fatto l’intera spedizione, tra i 40000 e i 50000 uomini, era stata spazzata via “Fu insomma una distruzione radicale: é proprio questa la parola; e vi scomparve l’esercito, si dissolse la marina, e nulla si riuscì a salvare.” scrisse Tucidite ad epitaffio della vicenda. Ci vollero mesi perché la notizia del disastro giungesse al Pireo gettando nella disperazione più oscura l’intera città, ma creando anche, come spesso avviene in questi casi, una vera e propria mitologia dei caduti con steli e monumenti commemorativi in cui erano riportanti elenchi di nomi di chi non era tornato a casa.

Il disastro siciliani fu il punto di svolta della guerra del Peloponneso. La sconfitta di Atene diede a Sparta e ai suoi alleati per la prima volta la sensazione di poter vincere e spinse anche molti stati neutrali, in primis la Persia, a finanziare lo sforzo bellico peloponnesiaco per abbate definitivamente l’impero ateniese. Ma Atene era uno di quegli animali che, anche da feriti, continua a combattere con tutte le sue forze e infatti di sarebbero voluti altri nove anni di conflitto, il ritorno di Alcibiade alla guida degli ateniesi e apocalittici scontri di navi nell’Egeo perché si giungesse infine alla pace nel 404 a.c. con la resa della città dell’Attica e l’abbattimento delle sue lunghe mura. Sparta aveva vinto, ma era come un pugile che rimasto in piedi a stento su una Grecia devasta. Del tutto impreparato al suo ruolo di guida dell’intero mondo greco non tentò neanche di costruire una qualche forma di unità tra le polis che scongiurasse il ripetersi di una tale catastrofe bensì si preoccupò solo di garantire la propria sicurezza imponendo regimi oligarchici ovunque e facendo il cane da guardia per conto della Persia. Neanche un anno dopo la fine della guerra la democrazia fu restaurata ad Atene e pochi anni dopo la città intraprese la ricostruzione delle lunghe mura praticamente indisturbata. Nel 371 a.c. il più abile generale greco dell’antichità, il tebano Epaminonda, fece a pezzi il mito dell’invincibilità spartana sul campo di Leuttra prima di morire però a sua volta a Mantinea; rimasta senza una polis guida la Grecia si avvitò su se stessa in una spirale di piccoli conflitti inconcludenti finché, nel 338 a.c., Filippo il macedone non venne a imporre mano armata la sua pace prodromo della grande avventura del figlio Alessandro che segnò la fine del mondo greco e l’inizio dell’ellenismo. Conseguenze negative sul lungo periodo le ebbe poi anche Siracusa che, sebbene vincitrice, uscì stremata da due anni d’assedio e che dovette fronteggiare, appena cinque anni dopo, una grande invasione della Sicilia greca ad opera dei cartaginesi respinta solo mezzo l’instaurazione del governo tirannico di Dioniso I  che sarebbe durato trentotto anni.

La spedizione ateniese in Sicilia rimane un perfetto decalogo di come non si dovrebbe organizzare un’azione militare. Sebbene estremamente ambiziosa non di per sé un’impresa impossibile anzi, come abbiamo visto gli ateniesi furono almeno in un’occasione a un passo dalla vittoria sbagliata dunque non fu l’idea in se, ma la realizzazione pratica. Di fatto gli ateniesi aggiunsero errore ad errore a partire dal fidarsi ciecamente delle rassicurazioni dategli da chi era venuto con lo scopo dichiarato di farsi aiutare; nessuno si pose la domanda se gli ambasciatori di Segesta avessero infiorettato il loro racconto riguardo agli incredibili tesori da raccogliere e all’accoglienza entusiastica che ci sarebbe stata. Ancora peggio non ci si preoccupò minimamente di conoscere il territorio su cui si stava andando a combattere con il risultato di sbarcare un esercito completamente inadatto a combattere nelle pianure siciliane che fu così costretto a perdere mesi utili nell’inattiva attesa della cavalleria. L’errore più grave però fu lo schizofrenico sistema del triplice comando che, senza bisogno neanche provarlo, già di per sé dava un’immagine di caos assoluto; il tutto peggiorato poi dagli stessi ateniesi con la scriteriata scelta di far partire e poi richiamare Alcibiade nonché di inviare Nicia, l’uomo meno adatto a condurre un’impresa del genere, non solo perché vi era contrario ed era affetto da una grave forma di nefrite, ma perché talmente terrorizzato dall’idea che gli venisse imputata la sconfitta che rifiutò di assumersi il rischio di prendere una qualsiasi decisione. Viene infine da chiedersi se un’eventuale vittoria avrebbe realmente recato giovamento ad Atene. Sicuramente il bottino sarebbe stato immenso e probabilmente si sarebbe riuscito a imporre una qualche forma di protettorato sulla Sicilia il che avrebbe bloccato l’afflusso di grano a Sparta e alleati, ma per quanto sarebbe durato? L’isola era lontana più di 1000 km da Atene ed era immensa per cui per mantenerne il controllo sarebbe comunque stato necessario tenervi un grosso contingente armato, sottratto però alla guerra in casa, nella speranza poi che i cartaginesi non lanciassero un’offensiva per evitare il formarsi di un impero rivale troppo potente nel Mediterraneo occidentale. Bisogna poi chiedersi come il resto della polis, già di per sé abbastanza insofferenti all’imperialismo ateniese, avrebbero reagito a un così spaventoso aumento della potenza della città dell’Attica? Rimanendo comunque in campo un avversario di primo ordine quale era Sparta credo più probabile un’ulteriore riunirsi attorno ad essa piuttosto che piegarsi ad Atene. E’ difficile dire quanto vi fosse di vero e di realizzabile nel progetto di Alcibiade di un impero ateniese dall’Egeo a Gibilterra; le futura esperienza di Roma e di Cartagine dimostrano come non fosse irrealistico per un città sostenuta da istituzioni forti e da risorse sufficienti ambire a un ruolo di potenza mondiale. All’inizio della guerra del Peloponneso Atene era già alla guida di una Lega di Delo sempre meno alleanza e sempre più impero, commerciava con tutto il Mediterraneo incamerando ricchezze sufficienti a finanziare il grandioso programma edilizio di Pericle e il regime democratico resse senza troppi scossoni fino alla fine del conflitto, sebbene mostrò certe storture che ne minarono pesantemente la conduzione. Le basi dunque c’erano, ma senza una qualche forma di controllo sull’itera Grecia ogni ambizione era da ricondurre all’ambito delle fantasie e un tale controllo poteva essere imposto solo per vie militari perché la caratteristica del mondo greco, nonché la sua rovina a lungo termine, fu proprio questa gelosia assoluta della propria libertà.

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