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La tomba di Tutankhamun e i suoi scopritori.

Il ritrovamento della tomba di Tutankhamun nel 1922 segnò sia l’apice dell’epoca romantica dell’archeologia, iniziata alla fine del settecento con i primi scavi a Pompei, che la sua conclusione. Fu l’ultima volta che una scoperta archeologica riempì per mesi le prime pagine dei giornali di tutti il mondo, catturando a tal punto l’attenzione dell’opinione pubblica da condizionarne addirittura i gusti e la moda per un breve periodo. La grandezza della scoperta ha fatto in modo che l’intera vicenda finisse avvolta da un’aura semi-mitica, ma al contrario del ritrovamento di Troia da parte di Heinrich Schliemann, vicenda che in certi momenti pare davvero avvicinarsi alla trama di un film di Indiana Jones, il ritorno alla luce di Tutankhamun non ebbe momenti avventurosi o drammatici se non nell’immaginazione popolare per la leggenda senza fondamento di una “”maledizione””. La “normalità” con cui si giunse a quello che H.V.F. Winston, autore di una biografia su Howard Carter, ha definito la più grande scoperta della storia dell’archeologia egiziana non deve però ridurne l’importanza perché essa fu il trionfo del metodo e, soprattutto, dell’ostinazione quasi fideistica di due uomini che non si arresero anche quando tutti gli altri lo fecero. Questa storia infatti non può essere narrata senza narrare anche quella di Howard Carter e di Lord Carnarvon, le due persone che consegnarono al mondo uno dei più incredibili tesori archeologici mai trovati; così il mio racconto non inizierà da quando Carter giunse nell’Ottobre 1922 nella vale dei re per quella che avrebbe dovuto essere l’ultima campagna di scavo, ma ripercorrerà innanzitutto le vicende di questi uomini prima che gli operai individuassero i gradini di quella che sarebbe stata l’unica tomba di un faraone intatta mai trovata.

L’importanza del ritrovamento di Tutankhamun ha talmente pervaso la vita di Howard Carter da fare quasi in modo che tutto ciò che era successo prima dell’inverno del 1922 si sbiadisca e rimescoli in una serie di credenze popolari e false notizie che hanno finito per alterare la verità. Così in alcuni documentari televisivi Carter appare come un archeologo semi fallito o un profeta che va predicando nel deserto l’esistenza di una tomba reale a cui nessuno vuole credere. In verità nel 1922 Carter era unanimemente molto apprezzato nell’ambiente dell’archeologia egizia e aveva già fatto alcune scoperte di una certa rilevanza; i problemi che doveva affrontare non erano infatti legati al successo professionale bensì alla spigolosità del suo carattere. Howard Carter era infatti una di quelle persone che avrebbe mantenuto un impegno preso a qualsiasi costo, ma che contemporaneamente, se convinto della giustezza di una propria posizione, avrebbe prima visto la fine del mondo piuttosto che cedere. Tendenzialmente privo di diplomazia, utilissima per muoversi all’interno di quel groviglio politico che era l’amministrazione per le antichità dell’Egitto dell’epoca, era anche piuttosto carente dal punto di vista dell’empatia tant’è che il suo diario, né in occasione della morte di Lord Carnarvon né in quella di alcuni suoi parenti,  tradisce slanci emotivi particolarmente forti. In positivo però vi era che si trattava di una persona onesta, affidabile nonché gran lavoratrice che non lasciava nulla al caso. La cosa sorprendente è che giunse all’archeologia quasi per caso, infatti non aveva compiuto alcuni studio specifico né aveva frequentato uno dei templi dell’educazione britannica come Eton, Oxford, Cambridge o l’Imperial Collage di Londra. Nato in una famiglia della piccola borghesia della provincia di Norfolk, la sua vocazione originaria pareva esse la stessa di suo padre e dei suoi sette fratelli e sorelle: l’arte. Samuel Carter fu infatti un artista molto apprezzato a suo tempo e dotato, come scrive Winstone, di grande talento, ma poca fantasia; la sua bravura passò un po’ a tutti i figli tra i quali anche Howard che sarebbe giunto in Egitto proprio grazie a questo suo talento. Da giovane infatti iniziò a frequentare la residenza dell’agiata famiglia locale di Tyssen-Amherst che, come molte altre famiglie dell’alta borghesia e dell’aristocrazia dell’epoca, aveva una propria collezione di antichità egizie. Dopo la grande ubriacatura per l’arte greca all’inizio dell’ottocento, esplicitata dall’acquisto dei marmi del Partenone da parte di Lord Elgin, era stato l’Egitto a catturare progressivamente l’immaginazione popolare e ben presto non vi era Lord inglese che non avesse in casa almeno un vaso canopo. Wiliam Amherst si spinsero però oltre e iniziò a trattare con l’Egypt Exploration Fund per ottenere una concessione di scavo in Egitto, durante questi negoziati a casa Amherst giunse il giovane archeologo Percy Newberry che notò l’abilità artistica di Carter. In quel momento all’EEF serviva un bravo disegnatore che ricopiasse le iscrizioni e gli affreschi che venivano costantemente alla luce nei templi e nelle tombe egizie; Newberry suggerì Carter che avrebbe così allo stesso tempo potuto svolgere il compito di rappresentante degli interessi degli Amherst nella loro concessione. Nel 1891 Carter mise per la prima volta piede in Egitto e finì ben presto sotto l’ala protettiva di uno dei più importanti egittologi del suo tempo: Flinders Petrie. A quel tempo Petrie era già un’autorità universalmente riconosciuta per essere entrato nel 1889 nel sepolcro della piramide del faraone Amenemhat III e stava per iniziare a scavare Tell el-Amarna, la capitale del re eretico Akhenaton; era però anche una sorta di sergente dei marines coi suoi collaboratori pretendendo ad esempio che si costruissero da soli le rispettive baracche nel sito di scavo o che tutte le mattine si rifacessero il letto piegando alla perfezione le lenzuola. Sotto la sua supervisione Carter iniziò la trasformazione da artista ad archeologo; purtroppo però Petrie gli insegnò anche la scarsa pazienza con le autorità che osavano mettere bocca nel modo di condurre i lavori. A Tell el-Amarna Carter condusse il suo primo scavo personale presso la concessione di Lord Amherst; la meticolosità del lavoro e il supporto di Petrie fece in modo che l’EEF decidesse di assumerlo in pianta stabile non più solo come artista, ma anche come scavatore. Negli anni che precedono il suo incontro con Lord Carnarvon Carter lavorò presso il tempio della regina Hatshepsut, nella necropoli di Ben Hasan, nelle tombe della regina Nefertari e di Seti I; nel 1898 poi scoprì la sua prima tomba, quella del faraone Mentuhotep II, provando per la prima volta la delusione di tanti suoi colleghi quando, rimossi i blocchi all’ingresso, si accorse che secoli prima ignoti saccheggiatori erano già passati a far man bassa di tutto ciò che avrebbe dovuto accompagnare il faraone nel suo viaggio nell’aldilà. Nonostante questa delusione Carter continuò a scavare e agli inizi del novecento,  grazie al supporto finanziario del miliardario americano Theodore Davis, scoprì la tomba di Thutmosi IV, ovviamente già saccheggiata, e completò lo scavo della tomba di Thutmosi I. Ormai Carter era riconosciuto nell’ambiente dell’egittologia come una figura di primo piano e così Gaston Maspero, altro gigante dell’ archeologia che scoprì il deposito delle mummie reali a Deir el-Bahari, nella sua carica di Direttore generale al dipartimento delle antichità decise di nominarlo nel 1899 ispettore capo per l’area di Luxor e Karnak. Si trattava di un incarico di grande prestigio, tenuto anche conto che Carter aveva appena venticinque anni, ma nell’inverno del 1904 il suo carattere difficile gli provocò la prima grande delusione. Era avvenuto che alcuni turisti francesi avevano tentato di accedere all’area di Saqqara senza biglietto, ne era nata una “battaglia” con le guardie egizie del luogo durante la quale Carter autorizzò l’uso dei manganelli sugli europei. Ne nacque un mezzo caso diplomatico con il console francese che pretese delle scuse da parte del dipartimento delle antichità; Maspero, da quanto risulta dai documenti, sembra non ritenesse che Carter avesse sbagliato, ma, dovendo nel suo ruolo fare anche un po’ di equilibrismo politico, supplicò l’inglese di tapparsi il naso e venire insieme a lui a porgere le loro scuse così da poter passare oltre. Howard però puntò i piedi costringendo Maspero a rimuoverlo per un incarico di minor prestigio a Tanta, sul delta del Nilo, che Carter abbandonò dopo pochi mesi. Sembrava l’inizio del declino per il giovane e promette archeologo inglese, costretto a tornare a lavorare come disegnatore per mantenersi, ma Maspero dimostrò di non serbare rancore per il suo pupillo, nonostante alcune lettere molto poco diplomatiche inviate da Carter nei giorni del caso Saqqara, e quando nel 1907 un Lord inglese appena giunto in Egitto gli chiese un archeologo che conducesse delle campagne di scavo a suo nome, gli fece subito il nome di Carter. Questo Lord inglese era George Edward Herbert, barone di Porchester e V conte di Carnarvon. Lord Carnarvon venne definito da C.W. Ceram una tipica personalità inglese: “un miscuglio di sportivo e collezionista d’arte, gentiluomo e giramondo, realista nelle azioni e romantico dei sentimenti”. Effettivamente per certi aspetti sembrava il prototipo del Lord inglese: studente prima a Oxford e poi a Eton nonché amante delle corse dei cavalli, del tiro a segno e del canottaggio, ma quando poi si scopre che fu il terzo uomo in Inghilterra ad ottenere la licenza per u automobile si capisce che vi era molto di più in lui. Come Carter anche Carnarvon arrivò in Egitto per caso; nel 1903 mentre guidava per le campagne tedesche ebbe un brutto incidente d’auto che, oltre a causargli una serie di ferite immediate, gli lasciò anche un’infezione respiratoria per cui i medici gli consigliarono l’aria calda egiziana. Al Cairo Carnarvon fece vita di società girando i circoli privati inglesi e i balli nei grandi alberghi all’occidentale, ma si spinse anche nella valle dei re e lì, lui che era sempre stato un collezionista d’arte, fu colto dal desiderio di legare il suo nome a una grande scoperta archeologica. Contattò il dipartimento delle antichità per le concessioni e, come detto, Maspero indicò Carter come guida; i due uomini, all’apparenza così diversi, apparentemente si intesero subito. I primi lavori non furono nella valle, dove operava ancora ex-finanziatore di Carter Davis, bensì nell’area di Deir el-Bahri; le scoperte iniziarono subito come alcune tombe fatte risalire alla XVII dinastia o una tavoletta in cui si narrava per la prima volta della cacciata degli Hyksos dall’Egitto, ma la “grande scoperta” latitò mentre Carnarvon continuava a investire soldi per una campagna di scavo dopo l’altra. Nel 1913 il duo si spostò sul Delta del Nilo, ma un invasione di cobra dell’area di scavo convinse Carnarvon ad assecondare Carter che gli chiedeva insistentemente di fare domanda per la Valle; qui Davis si era infine arreso e accettò di cedere la sua concessione al Lord inglese. La richiesta di Carter aveva un preciso motivo: nonostante tutti pensassero che la Valle fosse ormai esaurita lui aveva la convinzione che lì vi fosse ancora una tomba reale non scoperta. Da che Belzoni vi aveva messo piede all’inizio dell’ottocento non vi era stata zolla di sabbia della Valle che non fosse stata setacciata. I più ritenevano che i ritrovamenti di Davis fossero gli ultimi possibili e che tutte le tombe reali fossero ormai state scoperte, ma Carter non era d’accordo; lui aveva lavorato con Davis scoprendo alcuni vasi, contenitori in legno e bende di lino recanti il nome di Tutankhamun, da questi indizi l’archeologo inglese aveva ricavato la convinzione che da qualche vi fosse la tomba non ancora scoperta di questo faraone. In verità i più erano dell’idea che già Davis avesse individuato il sepolcro, ormai vuoto di questo antico re, ma Carter riuscì a convincere Carnarvon della validità della sua teoria. Erano però appena cominciati gli scavi che scoppiò la Grande Guerra e l’Egitto, dopo la grande fuga del Goeben, divenne la linea del fronte tra gli alleati e l’Impero Ottomano. Carnarvon tornò in Inghilterra per adempiere i sue doveri di patriota al servizio del suo paese mentre Carter rimase in Egitto dove però tentò anche lui di mettersi al servizio del Arab Bureau, dove lavorava il suo ormai ex-collega T. E. Lawrence. Anche stavolta però il suo carattere spigoloso fece in modo che venisse ben presto messo da parte; gli anni della guerra non furono però infruttuosi perché nel 1917, su segnalazione di alcuni suo ex-operai, Carter beccò alcuni ladri che avevano scoperto quello che sembrava l’ingresso di una tomba. Al termine di una piccola avventura, questa sì davvero a livello di Indiana Jones, i ladri furono scacciati e Carter poté entrare in quella che sarebbe dovuta essere la tomba della regina Hatshepsut, ma che infine non venne mai utilizzata custodendo per secoli solo un sarcofago vuoto d’arenaria. Finito il conflitto mondiale gli scavi ripresero, però gli anni passavano e i risultati mancavano; Carnarvon, che aveva investito in Egitto qualcosa come un milione di sterline, si convinse che la tomba di Carter non esisteva ed invitò l’archeologo nella sua residenza nel Giugno del 1922 per staccare la spina all’impresa. Carter però era ancora sicuro della sua tesi e così si offrì di rilevare la concessione per un’altra stagione di scavi, se nulla fosse emerso avrebbe gettato la spugna mentre in caso di scoperta essa sarebbe stata di Carnarvon come da loro precedenti accordi. Se fino ad ora avevamo visto la parte oscura del carattere di Carter, questo incontro ne mette in luce invece quella migliore cioè l’uomo onesto, leale e riconoscente nei confronti del mecenate che l’aveva costantemente finanziato. Carnarvon, colpito da questa offerta, sentì che il suo noblesse oblige gli imponeva di dare all’amico un’ultima occasione; si sarebbe andati avanti per un’ultima stagione. Il 28 Ottobre 1922 Carter tornò a Luxor in compagnia di un amico, un canarino giallo che gli operai presero subito come segno di buon augurio. L’archeologo inglese non andava a caso, ma aveva un preciso piano d’azione: tra il 1919 e il 1920 aveva iniziato a scavare un triangolo di terra intorno alla tomba di Ramses VI scoprendo la zona dove si erano trovate le baracche degli operai che avevano lavorato a questa tomba. In seguito aveva però deciso di abbandonare quell’area per spostarsi nei pressi della tomba di Thutmosis III senza risultati; per quell’ultima stagione decise però di rimettersi a scavare nell’area delle baracche. Non è chiaro se già avesse intuito che gli operai di Ramses VI aveva costruito i loro alloggi sopra la tomba di Tutankhamun o se semplicemente decise di scavare l’unica zona che ancora non era stata setacciata; fatto sta che 100 operai iniziarono a lavorare il 3 novembre e già il giorno dopo venne trovato un gradino di pietra. Carter rimase prudente fino al 5 novembre quando divenne evidente che si era trovato l’ingresso di quella che sicuramente una tomba, ma i precedenti raccomandavano di continuare ad essere cauti; poteva trattarsi di un sepolcro inutilizzato oppure di una tomba, magari reale, però già saccheggiata come molte altre. Una volta giunti alla porta d’ingresso la visione del sigillo della necropoli reale, con Anubi e nove schiavi, chiariva che si trattava di una tomba di qualcuno legato alla famiglia reale; possiamo solo immaginare il conflitto di emozioni che si combatté nell’animo di Carter e l’autocontrollo che dovette dimostrare nel non dare ordine di buttare giù l’ingresso per entrare e fugare subito ogni dubbio. Si concesse solo di aprire un piccolo spioncino dove infilare una torcia, ma vide solo detriti; non sapeva che se avesse ordinato di completare la pulitura della base dell’ingresso avrebbe trovato un sigillo con un nome impresso: Tutankhamun. Il giorno dopo Carter spedì un telegramma a Carnarvon  che diceva “Finalmente abbiamo fatto meravigliosa scoperta nella valle -stop- magnifica tomba con sigilli intatti -stop- coperta di nuovo in attesa vostro arrivo -stop- congratulazioni”, già l’8 giunse la risposta dall’Inghilterra “Penso arrivare Alessandria giorno 20”. Carnarvon giunse a Luxor il 23 accompagnato dalla prediletta figlia Evelyn, sul cui rapporto con Carter si è molto speculato senza però alcun fondamento, e il giorno dopo fu a fianco di Carter quando vennero fatte due scoperte che dovettero essere un colpo al cuore per entrambi; finendo di pulire la zona dell’ingresso apparve subito evidente che i sigilli non erano intatti, per cui qualcuno era già entrato nello tomba, e la scoperta di una serie di cocci e manufatti recanti i nomi di altri faraoni faceva supporre che potessero essere davanti a un secondo rifugio delle mummie reali come quello già trovato da Maspero. Aperto la porta d’ingresso il gruppo si trovò davanti, come consuetudine, a un corridoio pieno di detriti e ci vollero due giorni per rimuoverli trovandosi al cospetto di una seconda porta anch’essa con i sigilli infranti. Ormai Carter era quasi sicuro di aver trovato solo un altro nascondiglio reale, per altro visitato dai saccheggiatori, ma quando praticò un buco nella porta per infilarci dentro una candela accesa, alla domanda di Carnarvon se vedeva qualcosa, l’unica cosa che l’archeologo riuscì a dire fu “Si, cose meravigliose!”. Altro che saccheggiata! Davanti al suo sguardo c’era quello che, sul momento, gli ricordò “il magazzino di attrezzi teatrali di un’opera lirica appartenente a una civiltà scomparsa.”. Il gruppo fece ritorno al campo perché l’apertura della seconda porta sarebbe dovuta avvenire alla presenza di un rappresentante delle autorità egiziane, ma la curiosità era troppa e così nella notte Carter, Carnarvon e la figlia fecero ritorno alla tomba ed entrarono nella prima sala della tomba. Ciò che trovarono furono vasi, mobili, statue, bighe… insomma un tesoro, ma l’assenza del sarcofago lasciava supporre che ci fosse almeno un’altra stanza e se tanto mi da tanto si poteva solo supporre cosa ci fosse nel sepolcro vero e proprio. In un attimo Carter si rese conto della eccezionalità della scoperta: aveva trovato una tomba che, nonostante violata da alcuni saccheggiatori, era rimasta integra per secoli! Volgarizzando la cosa si può dire che Carter aveva fatto l’equivalente archeologico di vincere al lotto giocando 1-2-3-4-5-6, oppure di cambiare quattro carte a poker e ricevere quattro assi. Il 27 Novembre si procedette alla apertura “ufficiale” della prima camera, Carter scisse che la consapevolezza che qualcuno era entrato secoli prima lo stava uccidendo e avrebbe voluto subito entrare nella camera sepolcrale per sapere cosa fosse rimasto, ma lo scienziato ebbe la meglio sull’avventuriero e comprese che prima di andare avanti bisognava svuotare la stanza in cui si trovavano per garantire la preservazione di tutti quegli oggetti che vedevano la luce, e l’aria soprattutto, per la prima volta dopo millenni. Il mondo ebbe notizia dell’scoperta solo il 30 Novembre quando, dopo la prima visita delle più alte autorità archeologiche e politiche egizie alla tomba, il Times sparò in prima pagina la notizia “Un tesoro egiziano – Grande ritrovamento a Tebe – La lunga ricerca di Lord Carnarvon”. In un attimo tutti i giornali del mondo si fiondarono a Luxor per ottenere una foto, un commento o uno scampolo di notizia mentre allo stesso tempo iniziava una delle più meravigliose collaborazioni archeologiche internazionali della storia. In primis fu il Metropolitan Museum di New York a mettere a disposizioni i suoi esperti, guidati dall’egittologo Harry Burton,  per aiutare Carter; seguì poi il dipartimento di egittologia del British Museum e dunque disegnatori come Lindslay Hall e Walter Hauser, esperti di geroglifici come Alan Gardiner e infine il chimico Alfred Lucas il cui lavoro sarebbe stato fondamentale per garantire la preservazioni dei manufatti che di volta in volta venivano portati fuori dalla tomba. Venne allestito un laboratorio temporaneo presso la vicina tomba di Ramses IX dove sarebbero stati portati, catalogati e trattati i vari “tesori” prima della loro spedizione direzione il Cairo. Insieme però agli onori iniziarono anche a nascere gli oneri legati al rapporto con l’amministrazione egiziana e con la stampa. L’Egitto infatti non era più un protettorato britannico ed era stata varata una nuova legislazione in materia di antichità che prevedeva che ciò che era trovato su suolo egiziano dovesse rimanere all’Egitto, al massimo in condizioni particolari governo e scopritore potevano accordarsi per un equo compenso; il nuovo direttore alle antichità Pierre Lacau era fermamente intenzionato a far rispettare questa legge, ma allo stesso tempo Lord Carnarvon aveva speso una fortuna in quell’avventura egizia e non intendeva andarsene a mani vuote. Secondo Winstone agli egiziani fondamentalmente della tomba interessava poco, ma essendo stata scoperta da un inglese a pochi anni dalla fine del protettorato, la difesa del fatto che tutto il tesoro dovesse restare sul Nilo divenne una questione politica e di orgoglio nazionale. Se poi aggiungiamo all’equazione un carattere pepato come quello di Carter… possiamo immaginare che non ci si poteva aspettare niente di meno che tuoni e fulmini! La stampa poi ci mise sul suo, ma qui la colpa va ricercata nella scellerata decisione di Lord Carnarvon di concedere l’esclusiva assoluta su tutto ciò che riguardava la tomba al Times; ciò voleva dire che ogni altro giornale, per documentare quella che sembrava la scoperta archeologica del secolo, avrebbe dovuto passare dalla concorrenza che, comunque, avrebbe sempre potuto godere dell’anteprima di ogni novità. Ovviamente nessuno accettò la cosa di buon grado e, soprattutto la stampa inglese ed egiziana, iniziò una lotta senza quartiere contro il Times e il duo Carnarvon\Carter dando risalto a ogni chiacchiera in merito a possibili furti o “complotti” per portare la mummia in Gran Bretagna. Va detto che Carter, a parte prendersi il cronista del Times Merton come addetto stampa, non si interessò mai in prima persona della vicenda limitandosi a rispettare quella che era stata la scelta di Carnarvon; fu infatti il Lord inglese a occuparsi della gestione pubblicitaria della scoperta firmando contratti a destra e a manca. L’archeologo invece si perse completamente nel lavoro di ripulitura della prima stanza. Richiederebbe uno spazio abnorme trattare nel dettaglio del lavoro scientifico svolto e descrivere ogni cosa trovata, per cui mi limiterò a riferire di alcune dei pezzi più belli che furono recuperati: una cassa di legno con un intonaco di gesso e dipinta sui lati con scene di battaglia e di caccia piena di ogni sorta di oggetti, per comprendere la meticolosità di Carter Ceram ricorda che ci impiegò tre settimane per vuotarla e catalogare ogni singolo oggetto; tre bare decorate con teste d’animali (leoni, ippopotami e un misto di ippopotami e coccodrilli) anch’esse piene del corredo funebre reale; un trono dorato con la spalliera decorata con un’immagine della moglie di Tutankhamun nell’atto di, apparentemente, fare la toilettatura mattutina del re; quattro bighe ricoperte d’oro; due statue a grandezza naturale di sentinelle poste ai lati dell’ingresso della camera sepolcrale; e poi mobili di varia natura come un letto e riproduzioni della barca sacra che aveva accompagnato il faraone nel suo ultimo viaggio sul sacro fiume. Poco prima della fine dello sgombero della prima camera avvenne però un fatto che poi avrebbe assunto grande rilevo nella mitologia della “”maledizione””: un cobra, uno degli animali simbolo dei faraoni, mangiò il canarino di Carter. Naturalmente né Carter né Carnarvon poterono restare sempre nella Valle avendo a volte necessità di rientrare al Cairo o in Inghilterra; in un primo momento in queste occasioni la tomba veniva nuovamente ricoperta di detriti, ma ovviamente era soluzione scomoda sul lungo periodo per cui Carter acquistò al Cairo una cancellata di ferro con cui bloccare l’ingresso del sepolcro. Una guardia e gli operai rappresentavano poi l’ultima linea di difesa rispetto ai moderni emuli dei profanatori dei tempi antichi e mi sembra giusto a questo punto, come già ha fatto Ceram nel suo libro, spendere una parola alla memoria di questi spesso ignoti lavoratori locali che per più di dieci anni resero possibile il successo di Carter sopportandone, soprattutto negli ultimi anni, le sfuriate e i cambi d’umore. Verso Febbraio del 1923 l’anticamera era stata svuotata e ci si apprestava a penetrare nella camera sepolcrale, ma già a quel punto Carter poté esprimere nei suoi taccuini uno sconfortante pensiero che ben presto sarebbe stato condiviso da tutti gli egittologi del mondo: se per un faraone fondamentalmente di secondo piano come Tutankhamun era stato riservato un tale corredo funebre, cos’era andato perduto nelle tombe di giganti come Ramses II, Seti I o Thutmosi III? Il 17 Febbraio si procedette all’apertura della camera sepolcrale davanti a un piccolo gruppo di autorità, uno alla volta vennero accuratamente rimossi i blocchi in pietra che avevano tenuto il faraone al sicuro per secoli. Quando si venne a creare uno spazio sufficiente Carter si fece porgere una lampada per osservare all’interno, Ceram afferma che nessuno credeva si potesse trovare qualcosa di più meraviglioso di ciò che già era emerso all’anticamera, ma non appena l’oscurità si diradò ciò che apparve davanti a Carter fu quello che sembra un muro d’oro massiccio! Solo quando venne completata la rimozione dei blocchi tutti i presenti poterono constatare estasiati che non era un muro, bensì un gigantesco tabernacolo funerario in legno ricoperto d’oro. Anche stavolta avvenne un piccolo fatto che Ceram e Winstone portano a riprova della pignoleria scientifica di Carter: la piccola folla ovviamente avrebbe voluto precipitarsi all’interno della stanza, ma l’archeologo inglese vietò ogni ingresso finché  non ebbe completato la raccolta, una per una, di ogni singola perla di una collana che era andata in pezzi proprio davanti l’ingresso. Le dimensione del tabernacolo erano immense, precisamente 5,20 x 3,35 x 2,75 metri, e la mummia del faraone si sarebbe trovata all’suo interno inserita, come in una specie di matrioska, dentro una serie di sarcofaghi. Carter trovò che le porte del tabernacolo erano sprangate, ma senza sigillo e di nuovo si adombrò su di lui il timore che dei ladri potessero aver fatto danni; con eccitazione aprì il contenitore funebre per trovarsi davanti a una seconda porta stavolta con i sigilli ancora intatti! Tutankhamun era esattamente nelle stesse condizioni di quando secoli prima era stato lì depositato. Si potrebbe pensare che a questo punto non vi potesse essere altro da scoprire, ma non è così perché, esaminando la stanza, ci si accorse che tutto intorno al tabernacolo vi era un sontuoso tesoro il cui apice, così a prima vista, era dato da quattro statue a grandezza naturale di una dea poste ai lati come per fare da guardie al faraone morto. La grandezza della scoperta, che rioccupò le prime pagine di ogni giornale del mondo, venne però presto offuscata dalla tragica notizia della morte di Lord Carnarvon. Tra Carter e il suo facoltoso mecenate vi erano stati degli screzi molto duri negli ultimi mesi; la guerra costante della stampa e con il dipartimento per le antichità si era infine ripercossa sul rapporto tra i due amici. Carter non sopportava di dover costantemente interrompere i lavori per fare da guida a qualche importante ospite che veniva in pellegrinaggio alla tomba mentre Carnarvon, interessato a mantenere delle buone pubbliche relazioni, non si faceva scrupolo ad accettare ogni richiesta di re, principi, ministri, ecc. che gli veniva rivolta. Il 6 Marzo, dopo il litigio più duro verificatosi tra i due, Carnarvon venne punto su una guancia da una zanzara e in seguito, nel farsi la barba, il Lord rimosse la pustola che si era creata. La ferita creatasi si infettò e in meno di un mese intervenne una setticemia che provocò una polmonite lobare; alle due del mattino del 5 Aprile 1923 Lord Carnarvon spirò a il Cairo. Nelle ultime settimane il suo rapporto con Carter, incrinatosi solo in superfice, si era ricomposto e la prova del perdurante rispetto che Carnarvon provava per l’archeologo fu la disposizione testamentaria in base alla quale solo questi avrebbe dovuto valutare la sua immensa collezione d’antichità egizie qualora Lady Carnarvon avesse deciso di venderla. Carter da per suo agì negli anni successivi sempre nel tentativo di garantire i diritti del suo defunto amico continuando la guerra con il dipartimento delle antichità perché venisse riconosciuto un qualche genere di premio alla famiglia Carnarvon in risarcimento delle spese sostenute per le varie campagne di scavo. La morte di Carnarvon bloccò i lavori nella tomba fino in autunno e solo in Ottobre, dopo aver sistemato la questione della concessione di scavo con gli eredi del Lord, Carter poté dedicarsi alla delicata procedura di apertura dei sarcofaghi. Il tabernacolo venne riaperto e si poté accertare che tra il primo e il secondo contenitore vi era un pesante telaio di legno che reggeva un drappo funebre in lino costellato di rosette d’oro. Solo dopo essere riusciti a rimuovere in sicurezza questo telo si poté passare ad aprire le seconde porte e giungere così d’innanzi a un terzo e poi a un quarto tabernacolo finale che, una volta aperto, diede accesso al sarcofago reale. I lavori su questo iniziarono il 19 Novembre e alla fine ci si sarebbe accorti che la “matrioska” era composta da quattro sarcofaghi, uno in un blocco di quarzite e gli altri tre antropomorfi. Lo smontaggio di tabernacoli durò fino a febbraio e durante questa operazione si scoprì che nelle intercapedini tra l’uno e l’altro vi erano vari oggetti come archi o vasellame, ma anche il dettaglio curioso che alcuni parti erano state a suo tempo montate alla rovescia, infine il 3 si poté ammirare il sarcofago in quarzite gialla in tutta la sua magnificenza.  La pesante lastra di granito che lo teneva chiuso venne rimosa durante una pubblica cerimonia il 12; ciò che vi era all’interno era ricoperto da un sudario di lino che, con estrema attenzione, Carter rimosse per mostrare a un pubblico esterrefatto il primo sarcofago di due metri che era una riproduzione in oro delle fattezze del faraone; gli occhi erano in aragonite e ossidiana, le palpebre in vetro mentre le braccia erano incrociate sul petto con in una mano un pastorale d’oro ingioiellato e nell’altra una mezza frusta anch’essa d’oro. Carter scrisse che però ciò che più lo colpì fu “la commuovente, piccola corona di fiori, l’estremo saluto della giovane vedova all’amato consorte.”. Molti si aspetterebbero che adesso parli del lavoro per aprire una dopo l’altra le varie bare sino a giungere alla mummia, purtroppo però devo deludervi perché poco dopo l’apertura esplose lo scontro finale tra Carter e le autorità egiziane. L’archeologo era sempre più insofferente ai tentativi egiziani di controllare il suo lavoro e al continuo afflusso di visitatori che gli facevano saltare le tabelle di marcia, in più era ancora in corso la controversia tra la famiglia Carnarvon e il Cairo. Il 13 Febbraio ci fu la rottura perché allorché il governo decise di vietare l’accesso alla tomba alle famiglie dei ricercatori, Carter chiuse tutto e se ne tornò a il Cairo per mettere la cosa nelle mani dei legali. Probabilmente la vicenda, che era tracimata in politica essendo in quel momento in corso lo scontro tra il governo egiziano e la rappresentanza britannica, si sarebbe potuta concludere con un misto di tatto e diplomazia, ma come abbiamo visto Carter era privo sia dell’uno che dell’altro e, come già era successo quasi vent’anni prima, decise di puntare i piedi convinto di essere nel giusto. Si giunse così ad un’impasse con il governo egizio che riaprì “con la forza” il sepolcro rifiutandosi di restituirlo a Carter senza però riuscire a trovare nessun altro archeologo che se la sentisse di assumere la guida dei lavori a un punto così avanzato e critico. Carter dal canto suo partì per un giro di conferenze negli Stati Uniti, ottenendo per altro un grande successo, mentre nell’ombra si ricominciava a trattare per riuscire a trovare una soluzione al pasticcio. Il 25 Gennaio 1925 Carter riprese infine possesso del sepolcro dopo un accordo, lievemente svantaggioso per lui, con il governo egiziano che, contemporaneamente, chiuse la vertenza con i Carnarvon sulla base di un equo premio che inizialmente avrebbe dovuto essere in pezzi doppi della tomba, ma che infine sarebbe stato in una cifra di 34.000 sterile versata alla vedova. Si poté dunque passare a rimuovere il coperchio del primo sarcofago, arrivando così al secondo anch’esso in legno dorato dove il Faraone era raffigurato con le fattezze di Osiride. Il 23 Ottobre 1925 si giunse infine all’ultima bara che, sotto un altro sudario in lino rosso, si scoprì essere fatta d’oro massiccio. Aprirla fu un parto perché gli oli e gli unguenti funebri usati per i riti sacri sul corpo del faraone si erano induriti divenendo una colla che, se forzata, poteva recare gravi danni alla struttura. Il 28 Ottobre infine si riuscì ad aprila e finalmente ci si trovò d’innanzi alla mummia di Tutankhamun il cui volto però restava nascosto dietro la celeberrima maschera funebre in oro massiccio descritta da Carter come “la maschera dall’espressione triste,. ma tranquilla che simboleggiava Osiride”. La mummia comunque non si presentava nelle migliori condizioni, apparve subito chiaro infatti che oli e unguenti erano stati usati in quantità eccessiva creando una sorta di pece nera che aveva incollato tutto. L’11 Novembre il professore di Anatomia Derry fece la prima incisione nelle bende e sin da subito iniziarono a emergere gioielli e amuleti posti a protezione del defunto. Ceram fa rilevare come la più importante scoperta però non fu negli oggetti d’oro, ma in un amuleto in ferro perché rappresentava il più antico oggetto egizio in ferro che si era fino ad allora scoperto. Infine furono centouno gli oggetti che vennero trovati tra i vari strati di lino delle bende; quando infine si giunse al corpo si appurò l’ultimo danno fatto dagli oli sacri: la loro ossidazione aveva provocato un processo di combustione che aveva carbonizzato parte dei tessuti del Faraone. L’esame della mummia non fu l’ultima scoperta che si ebbe nella tomba perché vi era ancora una stanza da esplorare; si trattava di un vano laterale alla camera sepolcrale che sarebbe stata battezza “stanza del tesoro”. Era un’altra stanza piena di ogni ben di dio tra statue ( in particolare una bellissima d’Anubi), oggetti preziosi, mobilio vario ecc., ma c’era un oggetto che merita un’ultima attenzione perché venne considerato da Carter come il pezzo migliore nonché forse l’opera d’arte di maggior pregio che fosse giunta a noi dall’antico Egitto. Si trattava di uno scrigno d’orato su una slitta, sorretto da quattro pilasti e protetto da quattro divinità femminili, al cui interno vi era uno scatola in cui erano stati posti i vasi canopi in alabastro contenenti le viscere del faraone all’interno di piccoli sarcofaghi d’orati. Non c’erano però solo i vasi canopi all’interno di questo scrigno, ma anche altre due mummie di feti, probabilmente figli mai nati dello stesso Tutankhamun. L’importanza di questa scoperta venne fatta rilevare dallo stesso Carter perché “se uno di quei bambini fosse vissuto non ci sarebbe stata nessuna dinastia ramesside. Fu così che la celebre dinastia passò per le mani del Gran Maestro di Camera il quale fu a sua volta sostituito dal generale di Tutankhamun, Horemheb, che fondò la XIX dinastia (appunto quella dei Ramses)”.Quella dello scrigno canopico fu l’ultima grande scoperta all’interno della tomba; dopo lo svuotamento della camera del tesoro fu tutto lavoro di conservazione e di catalogazione dei reperti. Il 1 Febbraio 1932 l’ultimo carico di casse contenenti oggetti del sepolcro venne spedita a il Cairo chiudendo così un lavoro durato dieci anni; nella tomba rimase solo il corpo del Faraone che si decise di lasciare nel luogo che gli antichi avevano scelto per il suo eterno riposo. Carter, divenuto col passare degli anni sempre più scontroso e misantropo,  continuò a vivere tra l’Inghilterra e l’Egitto tenendo, di tanto in tanto, conferenze in giro per il mondo in cui raccontava la sua grande scoperta. Non si sposò mai e Winstone, dopo un lungo studio, ritenne di poter affermare con una certa sicurezza che non ci fu mai una donna speciale nella sua vita e che ogni rapporto che ebbe fu meramente momentaneo. Morì il 2 Marzo 1939 e ad eterna infamia della sua patria va ricordato che nessun riconoscimento accademico o civile venne mai concesso dal Regno Unito al suo figlio che aveva realizzato una delle più grandi scoperte archeologiche di tutti i tempi.

Ancora oggi la scoperta della tomba di Tutankhamun resta il più grande risultato archeologico conseguito in Egitto. Va però detto che già all’epoca, una volta finiti i lavori nella tomba, alcuni studiosi affermarono che se da un punto di vista artistico i ritrovamenti di Carter erano senza precedenti, da un punto di vista storico la tomba era stata una delusione in quanto non si era trovata nessuna testimonianza, papiro o iscrizione che aiutasse a gettare maggior luce su quel convulso periodo dell’Antico Egitto rappresentato dall’eresia del presunto padre di Tutankhamun Akhenaton. Ci sono oggi ancora possibilità di ripetere una scoperta del genere? Secondo i più quella di Carter fu un unicum. Va detto però che nella Valle, nuovamente ritenuta esaurita dopo il 1922, recentemente sono stati trovati tre nuovi sepolcri che, sebbene vuoti, autorizzano a supporre che vi possa essere ancora qualcosa da scoprire. Resta un fatto che di alcuni Faraoni oggi ancora non conosciamo il luogo di sepoltura; è difficile dire se costoro siano potuti sfuggire ai ladri di tombe e se dunque da qualche parte vi è ancora una seconda tomba inviolata. Bisogna ricordare infatti che la “fortuna” di Tutankhamun fu che un secolo dopo la sua morte gli operai di Ramses VI costruirono i loro alloggi sulla sua tomba di fatto celandola ai ladri. L’esplorazione dell’Antico Egitto resta comunque ancora in corso e se Carter deve insegnare qualcosa è che bisogna perseverare senza mai dare per certo che si sia scoperto tutto di una civiltà durata quasi quattromila anni.

-Leggende della storia: la maledizione di Tutankhamun

Questa me la voglio sbrigare rapidamente perché davvero non intendo dedicare più di tanto spazio a questa fiaba. La cosa nacque interamente sui giornali che, a un certo punto stanchi di noiosi dettagli scientifici, preferirono versare fiumi d’inchiostro su di una serie di coincidenze. Non esiste un numero vero delle presunte vittime della “”maledizione”” in quanto ogni volta che si racconta la fiaba si aggiunge qualcuno e si toglie qualcun altro, per non parlare poi degli ignoti cioè di persone sconosciute che si dice sia entrate in contatto con la tomba o i suoi tesori (tipo qualche funzionario del dipartimento di antichità che aprì una delle casse inviate da Luxor o cose del genere). Volendo fare nomi ovviamente abbiamo Lord Carnarvon, due suoi fratelli, il suo segretario, due cronisti del Times che seguirono la vicenda e alcuni visitatori della tomba come un principe egiziano a cui sparò la moglie. Carter rispose sempre con rabbia a ogni accenno alla “”maledizione”” tentando di spiegare, apparentemente inutilmente visto che è un errore comune ancora oggi, che le scritte a protezione del defunto poste all’interno delle tombe egizie non erano maledizioni, ma avevano lo scopo di “spaventare, fino a farlo fuggire, l’avversario di Osiride in qualsiasi forma si presenti (quindi umana o spirituale).”. Sempre Carter rispose con scherno a chi gli faceva notare che il suo canarino era stato mangiato proprio da un cobra, simbolo della regalità nell’antico Egitto, l’archeologo faceva notare che non era insolito che un serpente fosse attratto da un uccello di piccole dimensioni visto che rientrava nelle sue prede abituali. Di fatto nessuna delle morti verificatesi può non essere spiegata razionalmente da un punto di vista medico, ad esempio uno dei due fratelli di Carnarvon morì a seguito di un trattamento altamente sperimentale nel tentativo di recuperare la vista. Sempre Carter poi fa notare che delle sei persone che furono presenti all’apertura della tomba, a oltre un decennio da quell’evento, solo una era morta…. o la “”maledizione”” era strabica oppure aveva funzionato davvero male. Ancora se prendiamo gli studiosi che hanno maggiormente lavorato allo scavo possiamo vedere che mediamente essi sono morti in un lasso di tempo tra i sei i cinquant’anni dall’apertura della tomba e tutti con un’età superiore ai cinquantatré anni. Lo stesso Carter, diciamo l’autore materiale della profanazione, morì diciassette anni dopo l’apertura della tomba a sessantacinque anni; infine Richard Adamson, il poliziotto assunto per montare la guardia all’ingresso, che per tutti e dieci gli anni dello scavo fu la persona più a lungo a contatto con i supposti influssi maligni della tomba morì sessant’anni dopo la scoperta all’età di ottantuno anni! Allora però se c’è così poco a sostegno della “”maledizione”” perché la fiaba ebbe tanto successo? Il motivo che mi sono dato è in fondo abbastanza semplice: gli anni ’20 e ’30 sono gli ultimi della grande ondata occultista nata alla fine dell’ottocento; nella società europea, anche in quella colta, fantasmi, spiritelli e teorie di storia magica alternativa come quelle propugnate dalla Madame Blavatsky erano all’ordine del giorno. Basta pensare al credito dato da Arthur Conan Doyle e da altri studiosi alla farsa delle fate di Cottingley appena due anni prima la scoperta della tomba. Sono gli anni in cui c’è il trionfo della teosofia che porta a discussioni dotte in merito a Thule, Mu e Agarthi e in questi ambienti l’antico Egitto veniva visto come una terra magica depositaria di conoscenze e segreti occulti. Non è un caso che la terra dei Faraoni ebbene sempre un ruolo nella mitologia di Cthulhu di H. P. Lovecraft, da me considerato il più grande autore di narrativa dell’orrore di tutti i tempi, con ad esempio la figura del Faraone nero (una delle incarnazioni del dio Nyarlathotep) nonché con un racconto, “Sotto la piramide”, in cui immagina un prestigiatore si trova alle prese con le conseguenze della profanazione di un antico sepolcro egiziano.

Bibliografia:

  • H. V. F. Winstone, Alla scoperta della tomba di Tutankhamun
  • C. W. Ceram, Civiltà sepolte

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