Sign up with your email address to be the first to know about new products, VIP offers, blog features & more.

Leggende della storia – Atlantide, Lemuria e gli altri continenti scomparsi.

Il mito di Atlantide

“Colui che l’ha immaginata, l’ha fatta anche sparire”, questa frase attribuita a Aristotele sintetizza il pensiero del filosofo greco in ordine alla veridicità del racconto sul continente scomparso di Atlantide narrato dal suo maestro Platone in due suoi dialoghi. Non esiste infatti nessuna fonte, né in lingua greca né presso qualsiasi altra civiltà del bacino mediterraneo, precedente alle opere del pensatore ateniese che faccia riferimento a un antichissimo continente abitato da una meravigliosa civiltà perduta. Nello specifico le origini del mito di Atlantide vanno ricercate nei due dialoghi tardi del Timeo e del Crizia, scritti da Platone intorno al 360-350 a.c., quale prosieguo ideale de La Repubblica. Questi due dialoghi avrebbe dovuto far parte di una trilogia che si sarebbe conclusa con un terzo dialogo, Ermocrate, il filosofo però non solo non mise mai mano a quest’ultima opera, ma lasciò anche incompiuto il Crizia per dedicarsi alla scrittura di quello che sarebbe stato il suo ultimo dialogo cioè Le leggi.  Va altresì precisato che sarebbe errato credere che Atlantide fosse l’argomento centrale di questa trilogia; nel Timeo infatti del continente perduto si fa brevemento riferimento nel prologo mentre il resto dell’opera è una dissertazione ad opera appunto dell’astronomo Timeo di Locri sulle scienze naturali e la natura dell’uomo partendo dal pensiero pitagorico, il Crizia come detto ci giunge incompiuto ed è dunque difficile comprendere se la narrazione sarebbe proseguita restando centrata su Atlantide o se, come molti studiosi ritengono, si sarebbe spostata sulla filosofia politica essendo Crizia un importantissimo politico ateniese, che fu anche alla guida del regime dei trenta tiranni, infine è veramente difficile immaginare quale sarebbe potuto essere il contenuto dell’Ermocrate, ma poiché questi era un generale siracusano in esilio si è ipotizzato che avrebbe parlato della spedizione ateniese in Sicilia durante la guerra del Peloponneso e delle ragioni del suo fallimento.

Nel Timeo Socrate, protagonista e motore di tutti i dialoghi platonici, apre la conversazione chiedendo ai presenti se sono in grado di fornire un esempio di una città ideale come quella di cui si era discusso il giorno prima (cioè ne La Repubblica), a questo punto interviene Crizia il quale riferire di come suo nonno gli abbia raccontato che Solone, il grande legislatore ateniese, durante un viaggio in Egitto si sarebbe intrattenuto in una conversazione con i sacerdoti del tempio di Sais i quali gli avrebbero riferito di un conflitto combattuto intorno al 9600 a.c. tra Atene e Atlantide la cui posizione geografica viene così descritta “Davanti a quella foce che viene chiamata, come dite, colonne d’Ercole, c’era un’isola. Tale isola, poi, era più grande della Libia e dell’Asia messe insieme, e a coloro che procedevano da essa si offriva un passaggio alle altre isole, e dalle isole a tutto il continente che stava dalla parte opposta, intorno a quello che è veramente mare.”. A un certo punto della sua storia Atlantide avrebbe mosso guerra a tutti i popoli del bacino del mediterraneo per assoggettarli, ma Atene si sarebbe erta a difesa della libertà collettiva respingendo gli invasori fino a portare assedio direttamente alla loro isola. Qui però a seguito di improvvisi terremoti ed inondazioni Atlantide, insieme all’esercito ateniese, sarebbe sprofondata nel mare nel giro di appena un giorno. I maggiori dettagli sulla conformazione fisica e politico-culturale di Atlantide ci giungono dal Crizia; qui si riferisce di come, allorché all’inizio dei tempi le divinità si divisero il mondo, mentre Atena ed Efesto ottennero Atene, Poseidone chiese per sé l’isola di Atlantide così descritta “mentre tutt’intorno alla città vi era una pianura, che abbracciava la città ed era essa stessa circondata da monti che discendevano fino al mare, piana e uniforme, tutta allungata, lunga tremila stadi (555 km) sui due lati e al centro duemila stadi (370 km) dal mare fin giù… a una distanza di circa cinquanta stadi (9 km), c’era un monte, di modeste dimensioni da ogni lato…. L’isola, nella quale si trovava la dimora dei re, aveva un diametro di cinque stadi (0.92 km).” Qui il dio del mare si innamorò di Clito e “recinse la collina dove ella viveva, alternando tre zone di mare e di terra in cerchi concentrici di diversa ampiezza, due erano fatti di terra e tre d’acqua” dando così origine alla famosa e peculiare conformazione della capitale atlantidea. Da Clito Poseidone ebbe dieci figli il primo dei quali, Atlante, sarebbe divenuto il primo re che divise l’isola in dieci regioni assegnando ognuna a uno dei suoi fratelli; sotto la guida di questi monarchi semidivini Atlantide sarebbe prosperata divenendo un’isola ricca di risorse e dove si ergevano opere meravigliose come il grande tempio di Poseidone rivestito esternamente di argento, ed internamente di oro, avorio e oricalco (un misterioso minerale rossastro originario dell’isola).  E’ importante mettere in luce come Platone, pur descrivendo Atlantide come un impero ricco e prospero, non configuri mai gli atlantidei come una civiltà eccezionalmente evoluta e in possesso di conoscenze o tecnologie superiori rispetto ai popoli della Grecia classica. Crizia poi si dedica a illustrare l’ordinamento politico e i riti degli atlantidei, spiegando però come, con il passare delle generazioni, l’elemento divino nei governanti venne progressivamente meno in favore della natura umana e ciò li portò a divenire presuntuosi e dissoluti; ciò attirò su di loro le ire di Zeus che riunì in consiglio gli dei per decidere come punirli. Qui è dove si interrompe d’improvviso il Crizia, per cui manca sia la specificazione di quale fu la deliberazione delle divinità, sia i dettagli sulla guerra tra Atlantide ed Atene nonché della successiva distruzione dell’isola.  Ad un’attenta lettura del racconto ciò che emerge è che questo, più che diretto a glorificare Atlantide, vuole esaltare le virtù di Atene quali polis ideale, ordinata originariamente da Atene ed Efesto in modo tale da resistere alla corruzione dei costumi nei corso dei secoli, che da sola si pone baluardo della libertà contro gli invasori atlantidei, uscendone infine vittoriosa e meritevole della riconoscenza di tutti i popoli.  Ancora si può notare come non tutti gli elementi di questa narrazione appaiono come assolutamente originali: Atene che affronta da sola un invasore che vuole assoggettare la Grecia ricorda molto le vicende delle guerre persiane, ma possono anche farsi dei parallelismi con il mito di Teseo. Questi infatti, leggendario re di Atene e unificatore dell’Attica, da giovane si diresse a Creta per uccidere il minotauro e mettere così fine al tributo di sangue che re Minosse aveva imposto ad Atene dopo averla sconfitta in guerra; guarda caso Creta era un’isola abitata da una civiltà, quella minoica, prospera e che aveva eretto strutture immense come il palazzo di Cnosso, la cui rovina viene ricondotta dagli storici ad un insieme di catastrofi naturali (terremoti ed eruzioni vulcaniche) ed invasioni da parte dei micenei. Interessante poi far notare come i sostenitori di Atlantide trattato come vangelo ogni singolo dettaglio fornito da Platone in ordine a date, geografia, conformazione urbanistica e modalità di inabissamento, ma glissano sempre in ordine al conflitto che avrebbe visto contrapposti Atene e il continente perduto; ciò è comprensibile dato che è abbastanza strano che un conflitto di tali dimensioni, pur se avvenuto in tempi antichissimi, non abbia lasciato tracce nelle opere di storici come Erodoto, che pur fece molti riferimenti ad elementi mitologici, Tucidide, che all’inizio de La guerra del Peloponneso accenna a Minosse e alla guerra di Troia, o Senofonte. Si tratta di un approccio spesso usato dai sostenitori della storia alternativa e dell’archeologia misteriosa, un uso selettivo delle fonti di riferimento senza però fornire un criterio in base al quale classificare alcuni dati come veri e altri come non meritevoli di esame. 

Il dibattito sulla veridicità del racconto di Platone si aprì subito dopo la morte del filosofo, come detto il suo allievo Aristotele lo qualificò come nulla più che un racconto allegorico, e di orientamento simile furono Origene, Amelio, Porfirio e Longino; ad esprimersi invece per la sua autenticità fu Crantore di Soli, indicato da Proclo quale il primo commentatore di Platone, il quale sosteneva che il filosofo ateniese si fosse limitato a trascrivere quanto era contenuto su alcune colonne egiziane. Altri autori che si espressero a favore dell’esistenza di Atlantide furono Filone d’Alessandria, Posidonio di Rodi, Tertulliano, Diodoro Siculo e Strabone; alcuni inseriscono in questo elenco anche Ammiano Marcellino per aver scritto di come i druidi della Gallia riferivano che i popoli di quella terra erano giunti lì migrando da isole lontane, la tesi però che si riferisse a sopravvissuti di Atlantide non convince in quanto è più probabile che facesse riferimento alla Britannia e alle aree al di là del Reno. Plinio il vecchio e Plutarco infine riportano nelle loro opere il racconto di Atlantide, ma si mantengono neutrali sulla sua veridicità. Ciò che è significativo è che tutti questi autori successivi, sia quelli a favore che contro l’attendibilità del mito di Atlantide, sono partiti per le loro dissertazioni ed analisi da Platone e nessuno di loro ha mai citato ulteriori fonti precedenti al filosofo ateniese che abbiano fatto riferimento a questa isola scomparsa. La vicenda del continente scomparso non fu particolarmente considerata durante il Medioevo, riemergendo invece parzialmente con l’umanesimo e in particolare a seguito della scoperta dell’America, che accese le fantasie di alcuni studiosi sulla possibilità che il Nuovo Mondo fosse in realtà l’Atlantide di Platone (tanto l’esploratore Richard Hakluyt quando il mago elisabettiano John Dee proposero il nome di Atlantide per le terre oltre l’oceano). Francesco Bacone nel suo La nuova Atlantide posizionò l’Atlantide platonica a largo delle coste americane affermando che i sopravvissuti al cataclisma che la distrusse si stabilirono in Messico creando la società utopica dei Bensalem; nel seicento invece il mago gesuita Athanasius Kircher diede piena credibilità al racconto di Platone, inserendo in una sua opera una mappa di Atlantide, mentre nel settecento lo svedese Olaus Rudbeck e poi il francese Jean Sylvain Bailly furono i primi a spostare Atlantide nei mari del Nord unendo il suo mito a quella della misteriosa Iperborea, tesi in seguito ripresa da Cornelius Over den Linden e J.O. Ottema nel loro Il libro di Oera Linda del 1871 e che trova ancora oggi molti sostenitori.

La vera riscoperta di Atlantide di ebbe però nell’ottocento dove, dopo un iniziale suo uso nella narrativa fantastica come in Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, il mito narrato di Platone trovò ampio seguito negli ambienti mistico-esoterici. Già nel 1877 la fondatrice della teosofia Helena Petrovna Von Hahn, meglio nota come madame Blavatsky, nel suo Iside rivelata fece riferimento ad Atlantide all’interno di un più ampio attacco al positivismo scientifico di fino secolo in favore della riscoperta di varie teorie pseudoscientifiche.  Il vero punto di svolta fu però il libro del 1882 Atlantis – The antediluvian world (tradotto in Italia come Platone, l’Atlantide e il diluvio) di Ignatius Donnelly, avvocato e poi politico di primo piano del Minnesota (fu prima deputato al Congresso per questo stato e poi vice-governatore, tentando anche di farsi eleggere Vice-presidente con il Partito populista alle elezioni del 1900). In quest’opera, che fu un vero bestseller, Donnelly, assumendo ancora una volta la piena attendibilità del racconto di Platone, descrive Atlantide come il luogo dove si sarebbe sviluppata la prima civiltà del mondo. A seguito della sua distruzione, evento che sarebbe all’origine del racconto biblico del diluvio universale (e dei vari miti affini presenti in altre culture come quello di Deucalione e Pirra in Grecia o quello dell’epopea di Gilgamesh in Mesopotamia), i sopravvissuti avrebbero trovato rifugio tanto ad oriente quanto ad occidente presso popolazioni ancora primitive inspirando così loro il progresso culturale; prova di ciò secondo Donnelly sarebbe nelle affinità che si possono trovare tra popoli vissuti sulle due sponde dell’Atlantico i quali non erano mai entrati in contatto tra loro.

E’ quindi con Atlantis – The antediluvian world che nasce una delle tesi più care ai sostenitori della veridicità dell’esistenza di Atlantide: quella degli atlantidei come progenitori delle principali culture del mondo antico. In realtà le prove portate da Donnelly, spesso citate anche da chi ancora oggi sostiene calorosamente questa tesi, si dimostrano all’esame dell’archeologia e della storiografia alquanto superficiali. In primo luogo è importante osservare che alla fine le similitudini culturali citate da Donnelly non riguardano un gran numero di civiltà, ci si limita solo all’Egitto e ad alcuni popoli dell’America precolombiana, ed inoltre molte di queste similitudini sono solo apparenti. Ad esempio le mummie egizie sono molto diverse rispetto a quelle sudamericane già solo per il processo di mummificazione (artificiale nel caso delle prime, naturale tramite l’esposizione agli elementi per le seconde), ancora nessun rapporto sussiste tra la scrittura dei maya (erroneamente qualificata come geroglifici al tempo di Donnelly, ma in realtà composta da una serie di glifi sillabici come il giapponese) e i geroglifici egizi, infine, per quanto riguarda la “prova” ancora oggi più spesso citata, nessun legame vi è tra le piramidi dell’antico Egitto e quelle mesoamericane: in primo luogo quelle egizie avevano la funzione di tombe mentre quelle del centro America erano principalmente templi, poi vennero erette in periodi storici distanti tra loro non di secoli bensì di millenni (la grande piramide di Giza risale al 2560 a.c., le piramidi di Teotihuacan sono invece state realizzate tra il 200 e il 450 d.c, mentre la piramide di Kukulkan nel complesso di Chichén Itza nello Yucatan è datata tra il IX e il XII secolo d.c. ed infine la grande piramide di Tenochtitlan fu completata nel 1487) infine non deve sorprendere che civiltà tra loro così distanti non solo nello spazio, ma anche nel tempo, abbiano adottato la struttura piramidale per i loro monumenti, questa infatti è una delle più facili da padroneggiare basti pensare che se diamo a dei bambini dei blocchi per le costruzioni questi, anche senza essere guidati, una delle prime cose che impareranno a fare è di impilarli uno sull’altro dal più grande al più piccolo.

Nonostante questi evidenti problemi il libro di Donnelly ebbe un grande successo, il primo ministro inglese William Gladstone ne fu talmente colpito che propose l’organizzazione di una spedizione scientifica per cercare i resti di Atlantide, e ispirò un rinnovato interesse per il continente scomparso. In questo contesto si inserì nuovamente madame Blavatsky che nel 1888 diede alle stampe la sua magna opera in due volumi, La dottrina segreta, vera e propria bibbia dell’occultismo di fine ottocento. Rinviando a un capitolo successivo per un esame più approfondito delle teorie della Blavatsky, qui anticipiamo che la mistica russa proponeva quella che era in tutto e per tutto una cosmogonia alternativa; la Blavatsky asseriva di essere entrata in contatto mentale con alcuni iniziati dell’Asia Centrale i quali le avrebbero mostrato come la storia del mondo fosse costituita da una serie di cicli ognuno dei quali caratterizzato da una razza di esseri superiori (ognuna di essere abitante un continente perduto) scomparsa a un certo punto a causa di qualche tipo di cataclisma. Quella degli atlantidei sarebbe stata la quarta di queste razze progenitrici, esseri giganteschi e con una tecnologia avanzata basata sulla forza elettro-spirituale (Fohat) la cui fine fu dovuta a un cataclisma nato da uno scontro di tipo magico tra i suoi sapienti e quelli della città di Shambhala. La strada aperta dalla Blavatsky venne seguita da molti altri autori, direttamente o indirettamente influenzati dalla teosofia. Nel 1896 appare La storia di Atlantide di William Scott-Elliot il quale, affermando a sua volta di essere entrato in contatto con le stesse entità che avevano parlato alla Blavatsky, descrive gli atlantidei come esseri alti quasi due metri e mezzo con la pelle rossastra e dotati di poteri magici; fu proprio il cattivo uso di questi poteri che portò al progressivo sommergimento del loro continente-isola, fino alla sua definitiva scomparsa in un’ultima inondazione che sarebbe quella descritta da Platone nella quale si sarebbero inabissate le isole gemelle di Ruta e Daitya. Scott-Elliot precisava anche che quella che era l’antica capitale degli Atlantidei, la Città dalle porte d’oro, riposerebbe oggi al largo della costa del Senegal.  Anche Rudolf Steiner, l’eretico del movimento teosofico e fondatore della Società antroposofica che univa le teorie della Blavatsky con una rilettura della spiritualità cristiana, parlò in una sua opera di Atlantide descrivendo un continente immerso nella nebbia ed abitato da esseri semi-umani il cui aspetto sarebbe giunto noi oggi nelle fattezze della sfinge di Giza; gli atlantidei erano dotati di capacità di chiaroveggenza, dovute anche al fatto che essendo il loro corpo fisico non perfettamente unito alla parte spirituale poteva essere incarnato e guidato da entità superiori, non  avevano però un pensiero logico sviluppato, ma compensavano con una memoria pressoché eidetica. Ancora agli inizi del novecento la maga ed occultista britannica Dion Fortune affermò di essere la reincarnazione di un antico sacerdote atlantideo, così come buona parte dei più alti iniziati del gruppo esoterico da lei fondato, la Società della luce interiore, i cui rituali si affermava avevano origini nel continente scomparso. Ad Atlantide fece poi riferimento l’esoterista Aleister Crowley che scrisse Atlantis liber LI, the lost continent, un racconto sulla magia sessuale degli atlantidei i quali sarebbero stati per la maggior parte del tempo dediti ad orge al fine di produrre una sostanza, lo Zro, che avrebbe permesso loro di lasciare la terra ed emigrare su Venere. 

Sarebbe comunque pleonastico e alla lunga ripetitivo esaminare ogni singolo contributo di tipo esoterico dato in merito all’esistenza di Atlantide, per non citare poi tutta la componente a carattere ufologico in merito, ma prima di procedere oltre conviene chiudere questa rassegna con le visioni di Edgar Cayce, conosciuto anche come il “profeta dormiente” in quanto era solito fare le sue predizioni dopo essere entrato in una trance molto simile al sonno. Negli anni ‘20 Cayce affermò che, durante una di queste trance, era entrato in contatto con antichi atlantidei i quali gli descrissero una civiltà altamente avanzata tecnologicamente (macchine volanti, raggi X, sottomarini e ascensori); la loro religione era un monoteismo basato sul culto del sole, del quale veniva raccolta l’energia per mezzo di una cosiddetta “pietra del fuoco” o “grande cristallo” che consentiva di curare le ferite e le malattie. Nel corso del tempo però gli atlantidei iniziarono ad usare sempre più impropriamente questi dispositivi e ciò portò all’esplosione di uno di essi intorno al 10.000 a.c., ciò portò a una glaciazione che frammentò e poi portò all’inabissamento del continente. Cayce aggiunse anche che intorno al 1968-1969 una parte di Atlantide, che lui situava nell’area dei Caraibi, sarebbe riaffiorata. Su questa visione vanno dette alcune cose: intanto la riemersione di Atlantide non era indicato come un evento isolato, ma come parte di una serie di sconvolgimenti planetari (come la spaccatura in due del continente Nord Americano o l’inabissamento del Giappone) che si sarebbe conclusa negli anni novanta del novecento con la seconda venuta di Cristo; in secondo luogo quando Cayce descrive i traguardi tecnologici di Atlantide guarda caso fa riferimento a tutte cose che potevano apparire avanguardistiche agli inizi del novecento, ma che oggi sono elementi della quotidianità, mentre non cita nessuna di quelle scoperte dei nostri tempi che però ai suoi erano assolutamente inimmaginabili come i computer, le intelligenze artificiali o i telefoni cellulari. Insomma gli avanzatissimi atlantidei a conti fatti, tolto per i cristalli in grado curare le malattie con le energie del solo, sono stati da noi ampiamente sorpassati da un punto di vista tecnico-scientifico. Nonostante questi problemi la profezia di Cayce tornò improvvisamente d’attualità proprio nel 1968 quando una squadra guidata dal curatore onorario del museo delle scienze di Miami Manson Valentine scoprì nei pressi dell’isola di Bimini nelle Bahamas una formazione di pietre squadrate a sei metri sul fondo del mare, che pareva quasi i resti di una strada pavimentata lunga un centinaio di metri. Immediatamente vi fu chi affermò che la formazione di Bimini erano i resti di Atlantide che, come profetizzato da Cayce, stavano riemergendo dalle profondità del mare. Nonostante l’iniziale entusiasmo che questa scoperta accese nelle menti di molti, i geologi rapidamente provvidero a riportare tutti coi piedi per terra. Stando agli esperti infatti la formazione di Bimini non è altro che beachrock cioè una roccia sedimentaria tipica delle Bahamas composta da resti di conchiglie, sabbia e frammenti di roccia cementati dai carbonati rilasciati dalla decomposizione degli organismi viventi; a seguito dei processi di erosione e dei movimenti della crosta marina questa massa originariamente compatta si spacca sia in orizzontale che in verticale creando così dei blocchi, ciò secondo Eugene Shinn dell’Istituto geologico americano è suffragato anche dalle analisi che sono state compiute su detti blocchi le quali dimostrano che gli stessi erano originariamente parte di un unico blocco. Il Dipartimento di geologia dell’Università di Miami nel 1979 effettuò anche una datazione al carbonio-14 della formazione di Bimini dalla quale risulta che la stessa risale a circa 2.800 anni fa dalla cementazione di conchiglie risalenti ad almeno 3.500 anni fa, una conclusione questa perfettamente coerente con l’età del beachrock dell’area delle Bahamas. 

Vale la pena infine citare anche Hanns Horbiger, altro personaggio di cui si dirà più in seguito, che elaborò la teoria del ghiaccio cosmico, molto apprezzata nella Germania nazista, il quale asserì che i continenti di Atlantide e Lemuria sarebbero scomparsi a seguito del precipitare sulla terra di uno dei sette satelliti che originariamente orbitavano attorno al nostro pianeta; nonché Charles Hapgood autore di “Le mappe degfli antichi re del mare” e “La fine di Atlantide” il quale partendo dall’esame di alcune mappe, come quella dell’ammiraglio e cartografo turco cinquecentesco Piri Reis, ha concluso che non molto dopo la fine dell’ultima grande glaciazione (glaciazione di Wurm) intorno al 10.000-9.600 a.c. sia esistia una civiltà marittima relativamente avanzata sulle due coste dell’Atlantico scomparsa a seguito di un cambio dell’asse terreste e dell’innalzamento dei livelli dei mari a seguito dello sciglimento dei ghiacciai. 

Come si evince da questa lunga cronistoria coloro che hanno affrontato la questione della veridicità di Atlantide si dividono tra chi ha cercato di dare ai suoi studi un approccio quanto più possibile scientifico, e chi invece ha trovato le sue risposte nell’occulto. Volendo mettere completamente da parte le tecnologie fantascientifiche e i poteri soprannaturali non solo Atlantide ma uno qualsiasi dei vari continenti scomparsi di  si inabissi e se esistono prove empiriche che un tale evento si sia verificato in natura.   Sebbene si sia verificato, anche in tempi recenti, che isole si siano inabissate a causa di fenomeni naturali come terremoti o eruzioni (ciò in particolare avviene con le isole vulcaniche come l’Isola Ferdinandea, che emerse e si inabissò nel 1831) si tratta comunque sempre di porzione di terre emerse di dimensioni molto limitate; perché un intero continente (che ricordiamo stando alle misure di Platone era grande 555 km x 370 km) possa sprofondare servirebbero millenni anche ipotizzando quale causa dell’evento la più catastrofica tra le ipotesi prospettata, come l’impatto di un asteroide o di un satellite naturale della Terra. Inoltre l’ipotesi dell’inabissamento di un continente risulta incompatibile con la teoria della deriva dei continenti e il sistema della tettonica delle placche in base al quale la litosfera è composta da una serie di placche che scivolano sul astenosfera, la fascia più superficiale del mantello terrestre, con movimenti che si sviluppano nell’ordine di milioni di anni. Inserire in tale modello un continente che che sarebbe scomparso in un epoca in cui già l’uomo si era diffuso sull’intero pianeta, e quindi ben dopo la divisione della Pangea datata intorno al Giurassico quindi almeno 145 milioni di anni fa, risulta semplicemente impossibile in quanto non si comprende dove fisicamente questo continente si sarebbe dovuto collocare.  Va altresì tenuto in considerazione che, se questo inabissamento realmente si fosse verificato, ne dovrebbero essere rimaste tracce geologiche nei fondali marini; la crosta oceanica è infatti composta per la maggior parte di basalto mentre la crosta continentale è soprattutto granito, quindi se un continente fosse sprofondato nei mari da qualche parte nei fondali dovrebbe esserci un accumulo di questo materiale che però non è mai stato trovato. Ovviamente i favorevoli alla tesi dell’esistenza di Atlantide sostengono che tale discrepanza si spiegherebbe col fatto che il continente atlantideo sia stato l’unico la cui crosta fosse composta principalmente da basalto, ma è evidente che siamo di fronte a un ragionamento che tenta di giustificare sé stesso. Inoltre sempre nei fondali marini dovrebbero essere rintracciabili nella sedimentazione tracce della flora e della fauna di questo contiene, ma di nuovo niente del genere è mai emerso da nessuna analisi geologica.

Se dunque la geologia esclude che da quando l’uomo ha iniziato ad abitare la terra un continente possa essersi inabissato, resta da chiedersi se è possibile che Platone, più che fare riferimento ad una vera civiltà perduta, possa aver tratto ispirazione da un evento reale per poi costruirci sopra una parabola a sfondo morale. Premesso che un gran numero di isole nel mondo (da Cuba, alle Canarie, all’Islanda) sono state in un qualche momento indicata o come Atlantide o come i resti di ciò che fu Atlantide, è soprattutto al Mediterraneo che hanno guardato coloro che ritengono che Platone effettivamente inventò Atlantide partendo però da un dato reale. Nel 2002 il giornalista Sergio Frau pubblicò il suo libro Le colonne d’Ercole in cui sostiene che le colonne citate da Platone nel Timeo non sarebbero l’attuale stretto di Gibilterra, ma bensì lo stretto di Messina e che dunque l’Atlantide di cui parlò il filosofo ateniese sarebbe stata in realtà la Sardegna. Sempre secondo Frau il popolo dei Shardana, citato nelle fonti egizie come parte di quei popoli del mare che colpirono le coste egiziane durante il regno di Ramses II e Ramses III, non sarebbero altro che appartenenti alla civiltà nuragica che avrebbero abbandonato l’isola dopo che un maremoto ne devastò la parte meridionale. Altri autori hanno seguito la tesi di Atlantide = Sardegna suggerendo però che l’evento catastrofico a cui si riferì Platone fu la fine della già citata glaciazione Wurm intorno ad 10.000 anni fa che, a seguito dell’innalzamento dei livelli del mare per lo scioglimento dei ghiacci, provocò l’inabissamento della striscia di terra che collegava la Sardegna alla Corsica. Altre teorie hanno chiamato in causa Malta, Cipro e il Monte Argentario (suggerito dall’ex colonnello dell’aeronautica italiana Costantino Cattoi a seguito del ritrovamento di alcuni resti archeologici nell’area), ma l’ipotesi più famosa e discussa è certamente quella basata sul binomio Creta – Thera.

Tra la fine del XVII e il XVI secolo avanti Cristo l’isola di Thera (oggi Santorini) nelle Cicladi fu teatro di uno dei più devastanti cataclismi naturali che hanno colpito la terra in età storica. Originariamente Thera era un’isola circolare con la suo centro il cratere di un vulcano, ma una eruzione ultra-pliniana la fece letteralmente saltare in aria con conseguente collasso della caldera su se stessa e l’ingresso dell’acqua marina che formò una laguna lì dove c’era il cratere (un evento simile si ebbe nel 1883 con l’eruzione del Krakatoa in Indonesia). Si trattò di una eruzione che gli esperti hanno classificato al grado sette dell’indice di esplosività vulcanica (per fare un paragone l’eruzione pompeiana del Vesuvio è un grado cinque mentre la già citata eruzione del Krakatoa un grado sei) con una quantità di materiali piroclastici espulsi approssimativa di 100 km³, una nube eruttiva di 30-35 km che si elevò fino alla stratosfera e che soprattutto provocò un maremoto con onde alte tra i 35 e il 150 m. L’ipotesi avanzata nel 1939 dall’archeologo greco Spyridon Marinatos, che fu colui che scoprì le rovine di Akrotiri una vera e propria Pompei di Thera, è che il maremoto causato dall’eruzione abbattendosi su Creta portò al collasso della civiltà minoica e che la memoria di questo immane disastro fu ciò a cui attinse Platone per la creazione del mito di Atlantide. Effettivamente tra il XVII e il XVI secolo avanti Cristo la civiltà minoica si trovava nella fase indicata dagli storici come neopalaziale, durante la quale l’architettura dei palazzi come quello di Cnosso raggiunse il suo apice artistico, ma proprio in quello stesso periodo si ebbe la distruzione di molti di quei palazzi e l’inizio della parabola discendente della civiltà minoica. Molti studiosi rimasero affascinati dalle teorie di Marinatos e rileggiendo il Timeo e il “Crizia” alla luce di esse fecero osservare come le date e le misure indicate da Platone potevano effettivamente essere compatibili con queste se si assumeva che il filosofo greco avesse moltiplicato per dieci ogni numero: così se Platone aveva collocato la distruzione di Atlantide novemila anni prima il viaggio di Solone in Egitto questo numero dovrebbe essere fatto scendere a novecento anni prima che porterebbe così ad un evento intorno al 1600 a.c.; ancora la pianura di Atlantide misurava 3000×2000 stadi, ma scendendo a un 300×200 stadi si giunge a una misura vicina a quella della pianura di Creta. Va detto che ancora oggi non c’è piena concordia tra storici e archeologi sull’impatto che l’eruzione di Thera ebbe sulla civiltà minoica, la cui conclusione viene fatta risalire all’invasione da parte dei micenei tra il 1450 e il 1400 a.c.; altri studiosi, influenzati dal pensiero di Marinatos, hanno proposto che la memoria a cui si è rifatto Platone non è l’eruzione di Thera, ma bensì gli eventi ancora oggi misteriosi che condussero tra il XIII e XI secolo avanti cristo al cosiddetto collasso dell’età del bronzo durante il quale si ebbe il crollo della civiltà micenea e dell’Impero Ittita nonché l’attacco dei popoli del mare all’Egitto.

Rimane comunque sempre altamente possibile che, come suggerito da Aristotele, quello di Atlantide sia un racconto inventato in tutto e per tutto da Platone, il quale non trasse ispirazione da alcun fatto reale, ma si limitò, come un brillante narratore fantasy, ad ideare una storia accattivante che fosse funzionale al messaggio etico-filosofico che aveva intenzione di trasmettere.

Lemuria, Mu, Iperborea e Thule

Subito dopo Atlantide il secondo continente perduto più famoso della storia è certamente Lemuria, le cui origini però non sono stavolta da ricercare in qualche antico mito, ma bensì nella necessità di risolvere un enigma paleontologico sorto nella seconda metà dell’ottocento. Era accaduto che gli studiosi avevano iniziato a notare come molti fossili dello stesso tipo di animali, in particolare quelli dei lemuri che oggi vivono solo in Madagascar, venissero ritrovati tanto Sudafrica quanto in India e non si capiva come ciò fosse possibile. Fu così che uno zoologo inglese di nome Philip Sclater, basandosi sulla teoria geologica allora molto in voga dei “ponti di terra” che in epoche antichissime avevano unito territori oggi divisi dal mare (es. Russia e Alaska), ipotizzò che millenni addietro era esistita una massa di terre emerse che connetteva l’Africa all’India la quale in seguito si era inabissata. Come nome per questa terra egli propose, in onore proprio ai lemuri, Lemuria. La teoria dell’esistenza di Lemuria rimase accademicamente accettata fino alla prima metà del novecento, quando l’emergere della teoria di Alfred Wegener sulla deriva dei continenti fornì una soluzione alternativa al problema del perché fossili della stessa specie fossero ritrovati in zone del pianeta tra loro anche molto distanti, molto semplicemente un tempo i vari continenti erano uniti in una sola massa di terre emerse (la Pangea) e l’attuale subcontinente indiano costituiva un tutt’uno con l’odierna Africa orientale.  Il colpo definitivo a Lemuria giunse poi quando negli anni ‘60 fossili di lemure iniziarono ad essere scoperti anche in Asia meridionale e Medio Oriente; intanto però le discussioni sulla sua esistenza erano uscite dall’ambito scientifico per divenire oggetto di speculazione in ambito occultista.

A dare il là alla questione fu ancora una volta madame Blavatsky che, sempre nel suo La dottrina segreta, trasformò Lemuria in un antichissimo continente che si estendeva dall’Africa all’Australia e dove aveva avuto sede la terza delle stirpe di essere razzialmente superiori che avevano preceduto l’umanità: una specie di uomini-scimmia ermafroditi che si riproducono deponendo uova. Dopo la mistica russa il mito di Lemuria venne ulteriormente sviluppato da un altro esponente della teosofia che abbiamo già incontrato cioé William Scott-Elliot che ne La perduta Lemuria del 1904 spostò questo continente dall’Oceano Indiano all’Oceano Pacifico descrivendo i lemuriani stavolta come esseri alti tre metri che avevano per “animali da compagnia” niente meno che dei plesiosauri che venivano portati a passeggio come gli odierni cani. Per Scott-Elliot gli ultimi discendenti di questi antichi giganti erano gli aborigeni australiani e i boscimani dell’Africa sud-orientale, mentre la lingua cinese sarebbe un diretto derivato dall’antico lemuriano. Per Rudolf Steiner invece i lemuriani avevano un corpo molle e dunque facilmente modificabile nella sua forma, possedevano doti di chiaroveggenza e alcune funzioni, come respirazione e digestione, erano svolte da un unico organo. Altro contributo molto importante al canone lemuriano giunse poi da Frederik Oliver che ne Abitante di due pianeti del 1886 affermò di aver ricevuto telepaticamente dal saggio Phylos il Tibetano la rivelazione che una colonia lemuriana sarebbe sopravvissuta sino ai giorni nostri nascosta all’interno del monte Shasta nel nord della California. Ormai completamente acquisita al mondo dell’esoterismo Lemuria venne ampiamente citata nelle pubblicazione delle due principali associazioni rosacrociane americana (l’Antico Ordine Mistico Rosae Crucis e la Societas Rosicruciana in America), vi fece altresì riferimento la già citata Società della luce interiore di Dion Fortune seppur in posizione subordinata ad Atlantide e negli anni settanta acquistò grande fama nell’ambito del movimento New Age che provvide ad unire l’elemento occultista a quello ufologico.   

A rendere poi tutto ancor più confuso contribuì il fatto che nel secondo dopoguerra si iniziò a mescolare il mito di Lemuria con quello dell’altro continente perduto che si diceva fosse millenni addietro fosse stato situato nell’Oceano Pacifico e cioè Mu. Le origini di Mu vanno ricercate in quello che potremmo definire essere stato un errore di traduzione. Nel cinquecento il monaco spagnolo Diego de Landa seguì i conquistadores nella loro conquista dello Yucatan e qui si attivò per distruggere buona parte dei manoscritti maya, considerandoli superstizione demoniaca, ma prima di far ciò provò ad abbozzare una decifrazione della scrittura sbagliando però completamente strada ritenendo di avere a che fare con un alfabeto quando invece, come già detto, i maya avevano un sistema di glifi sillabici. Nel 1864 il missionario ed abate francese Charles-Etienne Brasseur de Bourbourg annunciò di aver decifrato il cosiddetto codice di Madrid o codice tro-cortesianus, uno dei pochissimi manoscritti maya sopravvissuto all’epoca dei conquistadores, il problema è che per la traduzione si era basato sulle conclusioni di de Landa e così, da un testo che oggi sappiamo parlare di astronomia, lui trasse uno sgangherato racconto di un continente chiamato “Mu, terra del fango” scomparso a seguito di una eruzione vulcanica.  Di Mu si persero le tracce per oltre cinquant’anni, non attirando stranamente l’interesse dei gruppi occultisti di fine ottocento, ma nel 1925 riacquistò gli onori delle cronache quando l’inglese James Churchward pubblico Il continente perduto di Mu nel quale sosteneva che, durante il suo periodo di stanza militare in India, era entrato in possesso di alcune tavolette d’argilla, da lui chiamate tavolette Naacal dal nome del gruppo dei sacerdoti di Mu che le avevano scritto, nel quale si descrive questo continente che avrebbe occupato gran parte dell’odierno Oceano Pacfico centrale e che sarebbe stato la sede della nascita della prima civiltà. Al suo apice Mu avrebbe avuto una popolazione di 64 milioni di abitanti, governati da un re-sacerdote chiamato Ra che presiedeva su dieci tribù; poi 13.000 anni fa a causa di esplosioni dovute a giacimenti sotterranei di gas Mu sarebbe sprofondata nel mare e tutto ciò che ne rimarrebbe oggi sarebbero le varie isole sparse nel Pacifico in particolare l’isola di Pasqua con i suoi moai (ovviamente di origine Mu) e le rovine della città di Nan Madol in Micronesia. Dettaglio le tavolette di cui parlò Churchward non sono mai state viste da nessun altro a parte Churchward stesso. Ovviamente l’archeologia ha provveduto a fare a pezzi le affermazioni dello scrittore inglese: l’unico mistero che rimane sull’isola di Pasqua riguarda la ancora oggi indecifrata scrittura rongorongo mentre dei moai sappiamo perfettamente siginificato, modalità di realizzazione e spostamento, ragioni per cui si smise di scolpirli e che i primi esemplari risalgono all’incirca all’anno 1000 d.c.; invece per quanto riguarda Nan Madol la datazione al carbonio-14 ha permesso di affermare che la città era sicuramente abitata intorno al 1275 a.c. e continuò ad esserlo probabilmente fino al 200 a.c..

Ormai però il mito di Mu aveva catturato l’interesse della comunità occultista e, come detto, dagli anni cinquanta iniziò a mischiarsi con Lemuria finendo per divenire un nome alternativo per riferirsi a quest’ultima. La posizione di Lemuria-Mu continuò a vagare per gli oceani finché non si giunse al compromesso di collocarlo all’incirca dove oggi vi è l’Indonesia, che ovviamente è ciò che resta di questo continente scomparso; paradosso negli ultimi anni tra gli studiosi si è fatta avanti con sempre maggior forza l’ipotesi del Sundaland cioè l’esistenza, prima della fine dell’ultima glaciazione, di una vasta regione pianeggiante che univa la penisola Sud-Est Asiatica con le principali isole dell’arcipelago indonesiano (Borneo, Sumatra e Java) inabissatasi a seguito dell’innalzamento del livello dei mari per lo scioglimento dei ghiacci. 

Spostandoci adesso dai caldi mari del Sud ai freddi mari del Nord qui troviamo altri due continenti mitici, i cui primi riferimenti sono ancora una volta d’origine greca, che nel corso del novecento ripetutamente sono stati ora trattati separatamente, ora uniti. Il primo di questi è Iperborea, una misteriosa terra nel profondo nord abitata da “coloro che vivono oltre il vento del nord”, citata da vari autori greci: Erodoto parla di un luogo a nord immerso in un’eterna primavera con l’aria piena di piume, Pindaro nella sua decima Pitica Ode alla Pizia indica in Iperborea il luogo dove Perseo si recò per uccidere Medusa specificando però che non era raggiungibile né per terra né per mare, Esiodo pone Iperborea “presso le alte cascate dell’Eridano dal profondo alveo”, infine Ecatone di Abdera scrisse l’opera “Sugli Iperborei”, giuntaci solo in frammenti, in cui descrive una grande isola nell’oceano a largo della costa francese dove vive un popolo famoso per i suoi suonatori d’arpa e che venera Apollo in un tempio circolare. Anche rispetto ad Iperborea gli studiosi si sono divisi tra coloro che la relegano integralmente al mito e coloro che invece pensano possano esservi riferimenti a luoghi reali, in particolare in questo senso l’ipotesi più accreditata è che con il nome Iperborea i greci si siano riferiti alle isole britanniche e che il tempio circolare di Apollo citato da Ecatone non fosse altro che Stonehenge. Abbiamo già citato il primo importante riferimento ad Iperborea successivo all’età antica ad opera del francese Jean Bailly, che nel suo Storia dell’astronomia fuse tra loro Atlantide e quest’isola nel profondo Nord indicandolo anche come il luogo dove sarebbero apparse le prime civiltà, ma ancora una volta la svolta la si ebbe con madame Blavatsky. Anche Iperborea infatti divenne la sede di una delle razze progenitrici dell’uomo, nello specifico in questo caso la seconda composta da enormi mostri androgini, e si sarebbe trattato di un continente polare esteso dalla Groenlandia sino alla penisola della Kamchatka. Diversamente però da Atlantide e Lemuria il mito di Iperborea non rimase confinato agli ambiti dell’occultismo poiché, unendosi alle teorie in merito all’antichissima esistenza di una superiore razza ariana, divenne parte integrante del substrato culturale a cui attinse il nazismo. Per questo motivo Iperborea è ancora molto popolare negli ambienti del misticismo neonazista e ad esempio lo scrittore cileno Miguel Serrano la indica quale luogo dove atterrarono gli ariani una volta giunti sulla terra dalla “dimensione del Raggio Verde” passando per “la fessura cosmica di Venere”; qui in seguito si unirono con gli uomini-bestia dando vita all’umanità, ma perdendo anche la loro purezza razziale. A seguito di ciò Iperborea, attraverso l’apertura nel Polo Nord, sprofondò nella Terra Cava dove ancora oggi le città di Shambala e Agharta sono governate da una stirpe di puro sangue ariano depositaria del potere del Sole Nero.

Destino simile lo ebbe il mito dell’altra terra nell’estremo Nord, Thule, che viene spesso confusa con Iperborea. Il primo accenno a quella che Virgilio chiamò “l’ultima Thule” lo si trova nelle cronache dei viaggi dell’esploratore greco Pitea di Massalia, il quale scrisse l’opera Sull’Oceano giuntaci solo per frammenti citati da altri autori. Pitea esplorò i mari del Nord intorno al 330-320 a.c.descrivendo per primo fenomeni come il sole di mezzanotte e l’aurora boreale, in questo contesto asserì di aver raggiunto un isola a sei giorni dalle Gran Bretagna abitata da una popolazione dedita all’agricoltura che produceva una bevanda fatta di grano e miele. Già in epoca antica vi fu ampio dibattito sull’attendibilità dei resoconto di Pitea; alcuni autori come Polibio sono apertamente scettici, altri come Strabone assumono un atteggiamento dubitativo mentre altri come Plinio, Procopio, Orosio o l’astronomo Claudio Tolomeo danno per certa l’esistenza di Thule. Comunque, sempre stando alle fonti classiche, Pitea non fu l’unico a giungere a Thule; nel suo Agricola Tacito sostiene che una nave romana giunse in vista dell’isola non sbarcandovi in quanto l’inverno era alle porte e non faceva parte dell’area che gli era stato dato l’ordine di esplorare.  Gli studiosi moderni ritengono che le descrizioni di Pitea siano troppo accurate per essere frutto dell’immaginazione e dunque si sono interrogati su quale terra il navigatore greco scoprì dandole il nome di Thule; la rosa dei possibili candidati comprende le Orcadi, le isole Shetland, le Fær Øer, l’Islanda e persino la Groenlandia. Per molto tempo Thule rimase nella cultura come figura poetica ad indicare l’ultima terra al di là dei confini del mondo conosciuto, ma il suo nome venne recuperato tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento nell’ambito dell’ariosofia come terra d’origine della razza ariana (fondendosi così con Iperborea e divenendo anzi il nome più usato per riferirsi a quel luogo tanto che la società segreta bavarese antesignana del Partito Nazionalsocialista scelse per nome Thule Gesellschaft ovvero Società di Thule, ma di questo ho già parlato in due articoli appositi).

Ulteriori continenti perduti di cui si è vagheggiato negli ultimi secoli, in particolare in ambito occultista, e che vale la pena citare per completezza sono Isuria, nome con cui si indica l’Antartide quando era ancora una terra fertile prima che venisse ricoperto dai ghiacci, Pan un continente che sarebbe stato situato tra la Siberia e il Nord America ed Arkotagaa altro continente situato nel profondo nord e ulteriore patria dei popoli ariani; infinito poi l’elenco di isole mitiche quali l’Avalon di re Artù, l’Estotiland che appare vicino alle coste canadesi nella mappa di Niccolò Zeno o Hy-Brasil.

Bibliografia:

  • John Michael Greer, Dizionario enciclopedico dei misteri e dei segreti

Ancora nessun commento. Commenta per primo...

Cosa ne pensi? Commenta!

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.