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Hastings – L’ultima invasione riuscita dell’Inghilterra.

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La battaglia di Hastings del 1066 è forse uno dei principali spartiacque della storia inglese per due ragioni fondamentali. In primo luogo segnò la fine dell’Inghilterra sassone, cioè l’Inghilterra post-romana e alto medievale, segnata da divisioni interne e dalla costante lotta con gli invasori scandinavi, che venne sostituita dall’Inghilterra anglo-normanna, che diede al paese la sua prima vera dinastia regnante e avrebbe visto la nascita di un sistema istituzionale destinato a durare, inalterato nei suoi caratteri fondamentali, sino all’epoca dei Tudor. Se l’Inghilterra moderna, a mio parere, nacque nel 1485 a Bosworth Field, con la fine della guerra delle due rose, la conquista normanna diede però al paese il suo definitivo assetto geografico, culturale e politico. In seconda luogo si trattò dell’ultima invasione ostile di successo delle isole Britanniche; dopo Guglielmo il Conquistatore infatti tutti i successivi tentativi di invadere l’Inghilterra o fallirono miseramente (Carlo Edoardo Stuart, Napoleone, Hitler ecc.) oppure ebbero successo perché l’invasore poteva contare su un ampio supporto interno che gli spianasse la strada (Enrico Tudor, Guglielmo III d’Orange).

Come tutti i più importanti eventi della storia inglese anche l’invasione normanna ebbe la sua origine in una crisi successoria a seguito della morte, il 5 Gennaio 1066, di re Edoardo il Confessore. Questi era salito al trono nel 1042 dopo anni d’esilio in Normandia, dove il padre Eteraldo IX Unraed l’aveva mandato per metterlo al sicuro a fronte di una nuova ondata di attacchi scandinavi. Nel 1016 l’Inghilterra era stata conquistata da Canuto il Grande, forse l’ultimo grande re vichingo, che, oltre a sposare la madre di Edoardo Emma di Normandia, riunì sotto il suo scettro anche la Danimarca e la Norvegia. Alla morte di Canuto i figli di questo Aroldo e Canuto si contesero il trono inglese, infine Canuto II riuscì ad avere la meglio, sebbene avesse frattanto perso la Norvegia per mano di Magnus I. La repentina morte di Canuto II senza figli diede il destro alla nobiltà sassone per rendere l’Inghilterra nuovamente indipendente dal dominio scandinavo; approfittando del fatto che apparentemente, e come vedremo questi apparentemente in materia di successione saranno costanti in questa storia, Canuto II avesse richiamato Edoardo, che ricordiamo era il suo fratellastro, per associarlo al trono e indicarlo come erede, questi poté ascendere al trono praticamente incontrastato. Gli anni trascorsi in Normandia avevano però reso Edoardo un estraneo all’ambiente dell’Inghilterra anglo-sassone, inoltre il suo reale potere era fortemente limitato dagli influenti conti sassoni. Il più importante di questi era Godwin, conte di Wessex e praticamente titolare dell’intero Inghilterra meridionale, la cui figlia era andata in moglie al nuove re. Già però dopo un decennio di regno iniziava a palesarsi il problema che avrebbe infine condotto agli eventi del 1066: Edoardo aveva ormai quasi cinquant’anni e ancora non vi era un erede al trono, anzi si vociferava addirittura che il suo matrimonio non fosse mai stato consumato. Le simpatie del re per i normanni  erano sempre più evidenti e, stando ad alcune cronache filo-normanne dell’epoca, attorno al 1051 Edoardo offrì per la prima volta il trono, dopo la sua morte, al cugino Guglielmo Duca di Normandia. Probabilmente furono questi movimenti a spingere Godwin, che evidentemente ambiva al trono per il suo casato, alla ribellione, finendo però esiliato per oltre un anno. Godwin morì nel 1053 lasciando i suoi domini nel sud ai suoi tre figli Aroldo, Gyrth e Leofwine mentre un quarto figlio, Tostig, ricevette la Northumbria da dove però sarebbe stata cacciato nel 1065 a causa del suo governo dispotico. Ricapitolando dunque questa situazione particolarmente ingarbugliata abbiamo re Edoardo, senza eredi, la cui preferenza per la successione va al cugino Guglielmo di Normandia; allo stesso tempo però la più potente delle famiglie della nobiltà sassone sperava di evitare l’ascesa di un normanno al trono nel timore che ciò ne avrebbe potuto ridurre l’influenza nel regno. L’arazzo di Bayeux, magnifica opera d’arte nonché fonte storiografica e di propaganda normanna per celebrare la conquista dell’Inghilterra, ci narra che probabilmente nel 1065 lo stesso Aroldo Godwinson (cioè figlio di Godwin) venne inviato da re Edoardo in missione in Normandia. Gli storici ritengono che, se la data è corretta, il re volle approfittare della momentanea debolezza di Aroldo, che non aveva supportato il fratello Tostig quando era stata cacciato dai suoi domini, per fargli riconoscere Guglielmo come il legittimo erede al trono d’Inghilterra. Secondo Christopher Gravett, autore di uno studio sulla battaglia di Hastings per la Osprey, all’epoca del suo viaggio in Normandia Aroldo non pensava di diventare re, ma puntava a stabilire una buona relazione con Guglielmo per salvaguardare il potere della sua famiglia. Si verificò a questo punto un evento che è ancora oggi materia di discussione tra gli storici: apparentemente Aroldo avrebbe giurato su delle sacre reliquie fedeltà a Guglielmo, impegnandosi a favorirne l’ascesa al trono. Cronisti di parte sassone, quasi di un secolo dopo, affermarono che il giuramento fu estorto con l’inganno in quanto le reliquie erano state nascoste. Non vi è ancora concordia tra gli storici su cosa successe realmente, anche se la storia delle reliquie nascoste pare eccessivamente romanzata per essere reale; fatto sta che successivamente Aroldo accompagnò Guglielmo in una campagna militare in Britannia, anche se non possiamo dire se nelle vesti di alleato (l’arazzo così intende mostrando Guglielmo nell’atto di nominare Aroldo cavaliere) o di prigioniero speciale, e in seguito poté tornare in Inghilterra con molti doni. Si può argomentare che, se Guglielmo avesse ritenuto Aroldo un pericolo per la sua ascesa al trono inglese, non gli avrebbe permesso di tornare in patria, ma Gravett fa osservare come le molte amicizie che il nobile sassone aveva con vari principi stranieri (es. i conti delle Fiandre), ne impediva una sua permanenza forzata in Normandia. Negli ultimi giorni del 1065 Edoardo entrò in coma, per spirare il 5 Gennaio 1066. Anche in merito alla successione di eventi che portarono Aroldo sul trono non vi è certezza causa la grande confusione nelle fonti dell’epoca. La Cronaca Anglosassone, una serie di annali aggiornati costantemente presso i vari monasteri in cui erano custoditi, presenta differenti versioni a volte in contrasto tra loro; le versioni C e D infatti affermano che il regno sarebbe stato “affidato” ad Aroldo, termine che è stato inteso come un custodire il trono per Guglielmo, e anche la Vita Edwardi Regis parla del regno “consegnato” al Godwinson. La versione E invece, orientata a favore dei sassoni, afferma che poco prima di morire Edoardo avrebbe brevemente ripreso conoscenza indicando Aroldo come erede; se anche le cose fossero andate effettivamente così, contraddicendo tutti i precedenti orientamenti di Edoardo, era impossibile che Guglielmo di Normandia accettasse un cambiamento del genere all’ultimo secondo, anche in ragione del giuramento di fedeltà che Aroldo gli aveva fatto meno di un anno prima. Edoardo fu seppellito il 6 Gennaio e lo stesso giorno Aroldo venne incoronato re, ma era evidente che il sassone avrebbe dovuto difendere con le armi il suo trono. Tra l’altro Guglielmo non era l’unico che si candidava a sotituirlo; ad est infatti si profilava l’ultimo grande assalto scandinavo all’Inghilterra ad opera di re Harald Hardrada (duro consiglio) di Norvegia, figlio di Magnus I. V’era infatti una vulgata in base alla quale Canuto II  e Magnus si era accordati che se uno dei due fosse morto senza discendenti, l’altro e i suoi eredi avrebbero avuto il trono rimasto vacante. La Cronaca Anglosassone comunque respinge decisamente questa storia e definisce Harald Hardrada come un semplice opportunista che approfittò del caos del 1066 per tentare di restaurare il regno di Canuto il Grande.

Il dilemma strategico di Aroldo era comprendere quale dei due pretendenti si sarebbe mosso per primo. Facendo parte della schiera degli sconfitti della storia, le cronache non sono state sempre tenere con l’ultimo re sassone finendo per farlo diventare il cattivo della vicenda. Abbiamo però visto come una vera certezza in merito a come sia realmente avvenuta la successione di Edoardo non vi sia e, onestamente, possiamo condannare l’aristocrazia sassone se volle evitare che il trono passasse a un forestiero che, quasi sicuramente, avrebbe ridotto il loro potere in favore di nobili normanni importati dal continente? Prima del 1066 Aroldo aveva già dato prova delle sue abilità come comandante fermando le incursioni in Inghilterra del re gallese Gruffyd; lo studio di questa campagna, durata meno di tre, permette di comprendere la mentalità strategica del Godwinson fondata sulla rapidità d’azione al fine di tenere l’avversario sotto pressione e impedirgli l’iniziativa. La medesima rapidità d’azione Aroldo sperava di sfruttare anche nel 1066 colpendo prima uno e poi l’altro invasore non appena questi avessero messo piede sull’isola. Il sassone era “costretto” a questa strategia anche dalla natura dell’esercito inglese basato sull’unione di seguiti personali e di truppe dei fryd. I seguiti personali erano una tradizione per l’aristocrazia sassone e ne facevano parte anche i famosi huscarl, soldati di professione, probabilmente con un loro codice, a volte stipendiati e alloggiati dal loro signore altre volte titolari loro stessi di qualche possedimento, che però non rappresentavano la totalità di questa specie di guardia del corpo personale del re o del conte. Accanto ai seguito vi era poi il grosso dell’esercito basato sulla leva dei fyrd; ogni uomo che possedeva della terra del re era tenuto a prestare una serie di servizi tra i quali quello militare. Tecnicamente si trattava di una leva a carattere censitario basata sull’hide, un’unità di misura legata al valore economico della terra posseduta; ogni cinque hide, che indicavano un uomo agiato o thegn, dovevano fornire un soldato all’esercito del re. L’esercito anglo-sassone era fondamentalmente una forza di fanteria con una cavalleria apparentemente quasi assente, solo un cronista del epoca parla del suo uso in battaglia, e Gravett suppone che il cavallo fosse usato esclusivamente per raggiungere il campo di battaglia da huscarl o thegn. Cosa fondamentale era però che questa leva non poteva essere a tempo indeterminato e quindi si capisce perché Aroldo aveva tanta necessità di capire quando e da dove si sarebbe materializzata la prima minaccia; voleva evitare che uno o entrambi gli invasori potessero sbarcare con l’esercito sassone ancora smobilitato.

Dall’altra parte della Manica Guglielmo di Normandia, consapevole di ciò, preparava i suoi piani di guerra di conseguenza. Fino al 1066 Guglielmo aveva preso parte a una sola battaglia campale e Hastings sarebbe stata la prima in cui si sarebbe trovato personalmente alla guida dell’esercito. Da che però aveva ereditato il ducato di Normandia dal padre Roberto, di cui era figlio illegittimo, aveva costantemente dovuto difendere il suo titolo armi alla mano e la consapevolezza della instabilità del suo potere lo portava a preferire un approccio indiretto piuttosto che rischiare tutto in una battaglia. La strategia di Guglielmo era allora solitamente quella di assediare una fortezza alla volta, logorare il nemico rifiutando lo scontro, mettere in campo una costante ricognizione e infine colpire quando l’avversario fosse stato stanco o disorganizzato. Gravett suppone che Aroldo,che come abbiamo detto partecipò a una campagna militare di Guglielmo in Bretagna, potrebbe aver mal compreso la mentalità del suo avversario scambiando il metodo per eccessiva prudenza. Appena saputo dell’incoronazione di Aroldo, Guglielmo non bruciò le tappe, ma si accinse a preparare con cura la rischiosa invasione dell’Inghilterra. Approfittando di un dissidio tra l’Arcivescovo di Canterbury Stigand, che secondo alcuni fonti e l’arazzo di Bayeux presiedette all’incoronazione di Aroldo, e la Santa Sede, ottenne la benedizione del Papa all’invasione; il favore papale fu poi reso manifesto dall’invio di una bandiera con le insegne di San Pietro da poter portare in battaglia. Assicuratosi poi che i confini del ducato erano sicuri e che dunque nessuno avrebbe tentato di colpirlo alle spalle nel momento in cui si fosse trovato oltre Manica, Guglielmo tenne il primo di una serie di consigli di guerra per convincere la nobiltà normanna a supportare l’impresa. La cosa era più facile a dirsi che a fari sia perché il dovere feudale non prevedeva il servizio oltremare sia perché molti dubitavano della possibilità di avere la meglio su un avversario apparentemente molto più forte. Il Duca si attivò quindi per convincere uno a uno i suoi principali feudatari, un po’ con le minacce, un po’ con la promessa di ricchezze e titoli a conquista avvenuta. Si racconta che a favorire l’opera di Guglielmo fu l’avvistamento il 24 Aprile di un segno nel cielo che, brillando per una settimana, preannunciava un grande cambiamento; quel segno altro non era che la cometa di Halley che, proprio nel 1066, attraversava l’orbita terrestre. Convinti i suoi vassalli Guglielmo poté entrare nella fase operativa del suo piano dando ordine che venissero costruite o reperite le navi necessarie all’invasione. Aroldo era convinto che il primo attacco sarebbe giunto proprio da Guglielmo, invece non furono né i normanni né i norvegesi i primi a minacciare il trono del re bensì altri sassoni e precisamente il fratello esiliato del re Tostig. Questi non aveva dimenticato che Aroldo non l’aveva difeso quand’era stato cacciato dalla Northumbria e così, agli inizi di maggio, attaccò il sud dell’Inghilterra con una flotta di sessata navi. Condusse poi le sue forze verso Nord, venendo però duramente respinto  dai nuovi conti della Northumbria Edwin e Morcar, per infine trovare ospitalità presso gli scozzesi da dove prese contatti con Harald Hardrada al fine di giungere a un’alleanza. Agli inizi d’Agosto le forze di Guglielmo iniziarono a radunarsi presso Dives-sur-Mer; non si è mai riusciti ad accertare con sicurezza quali fossero le dimensioni della flotta normanna, con le fonti dell’epoca che variano da un minimo di 696 (Wace) a un massimo di 776 (lista navale compilata attorno al 1067), e dubbi vi sono anche sulle dimensioni reali dell’esercito sebbene qui gli storici tendono a essere più concordi nel parlare di 7500 forze combattenti più circa 2500-3000 non-combattenti di vario tipo (marinai, servitori, carpentieri ecc.). Se l’esercito sassone era, come detto, principalmente una forza di fanteria, la forza dei normanni stava invece nella loro cavalleria. Ma precisamente chi erano questi Normanni che tanta parte poi ebbero anche nella storia del nostro meridione? Ebbene altro non erano che i discendenti dei vichinghi che, durante l’epoca delle grandi razzie, avevano finito per insediarsi in pianta stabile nel Nord della Francia. Nel 911 Carlo il Semplice di Francia riconobbe come suo vassallo il capo scandinavo Rollon, anche allo scopo di evitare ulteriori assalti nordici, e il padre di Guglielmo, Riccardo I, era stato il primo ad abbandonare il titolo di Jarl per quello di Duca. Traccia di queste discendenze scandinave vi sono nel design delle navi normanne, visibile anche nell’arazzo di Bayeux, che ricorda le navi lunghe o Drakkar vichinghe. I nobili normanni erano, secondo gli obblighi feudali, tenuti a fornire un contingente di truppe che, solitamente, consisteva in un gruppo tra i 25 e i 50 cavalieri (detto conrois) composto dal nobile più altri cavalieri al suo servizio e da lui stipendiati. Il contingente normanno, che poi era la più grossa parte dell’esercito di Guglielmo, su un totale approssimativo di 4000 uomini aveva in forza 1070 cavalieri. La fanteria era invece un misto di leva feudale e truppe mercenarie provenienti principalmente dalle Fiandre e dalla Francia. Il contingente franco-fiammingo, al comando di Guglielmo Fritz Osbern e di Eustachio di Boulogne, si aggirava attorno ai 1500 uomini mentre l’ala sinistra dell’esercito era composto da circa 2000 truppe bretoni, principalmente di fanteria, comandate forse dal cugino del conte di Bretagna, ufficiosamente vassallo di Guglielmo. Varie fonti ci confermano con una certa sicurezza che il Duca di Normandia portò con se oltre che degli arcieri anche dei balestrieri. Guglielmo decise di tenere questa grande forza invasione accampata per quasi un mese, con tutte le difficoltà logistiche del caso, in ragione di una precisa scelta tattica. Come detto il Duca sapeva che Aroldo non poteva tenere il suo esercito in armi indefinitamente per cui, piuttosto che rischiare di attraversare la Manica con un nemico pronto a riceverlo, aspettò che il re sassone fosse obbligato a smobilitare i suoi prima di muoversi. Effettivamente Aroldo si era convinto che i normanni sarebbero stati i primi ad attaccare e quindi presidiò il sud dell’Inghilterra per tutto il mese di Agosto, inviando anche la potente flotta inglese nella Manica per intercettare gli invasori. L’8 Settembre però le provviste iniziarono a scarseggiare e il re fu infine costretto a scogliere l’esercito e la flotta. Trovando finalmente via libera Guglielmo fece imbarcare i suoi verso un nuovo punto di raccolta nel Nord della Francia; le risorse a Dives-sur-Mer stavano infatti iniziando a scarseggiare e Guglielmo, avendo già scelto come zona di sbarco il tratto di costa tra Pevensey e Hasting, volle portarsi in un punto d’imbarco il più vicino possibile. La nuova base fu posta a St. Valéry-sur-Somme una località che offriva sia ottimi venti da sud che protezione dalle ondate di maree della foce della Senna. Mentre Guglielmo completava questi ultimi preparativi all’invasione, a Nord Harald Hardrada aveva  però intanto lanciato il suo attacco.

Harlad Hardrada aveva lasciato la Norvegia con una forza tra le 300 e le 500 navi. Dopo essersi riunito con Tostig all’estuario del Tyne, portando il suo esercito tra i 5000 e i 6000 uomini (alcuni autori però arrivano anche a 9000), risalì l’Ouse fino a Riccall dove si accampò prima di iniziare la marcia verso York. I conti Edwin e Morcar lo affrontarono presso Fulford Gate il 20 Settembre; la battaglia, come tutta la spedizione di Harald, è narrata dal poeta islandese Snorri Sturluson nella Heimskringla. L’esercito inglese era schierato con il fianco destro sull’Ouse e lo scontro, privo di tatticismi elaborati, si risolse in uno cozzare frontalmente delle due linee di fanteria. Dopo momenti altalenanti Harald guidò personalmente la carica finale riuscendo a spezzare il fronte anglo-sassone, costringendo i conti a ritirarsi e potendo entrare a York. Da sud però stava marciando a tappe forzare re Aroldo che, avuto notizia dello sbarco norvegese, aveva frettolosamente richiamato le sue truppe, conducendole in cinque giorni per 300 km fino a Tadcaster dove giunse il 24 Settembre. Rioccupata York il giorno dopo il re si mosse verso Stamford Bridge, dove si era accampato l’esercito scandinavo ignaro della vicinanza del nemico. Stando a Snorri fu solo quando una nuvola di polvere fu avvistata alzarsi dalla strada che Harald si rese conto del pericolo e, dopo aver inviato un messaggero alle truppe rimaste a Riccall perché lo raggiungessero, preparò il suo esercito che però era spezzato in due con alcune forze oltre il fiume Derwent. Questi soldati, investiti dall’avanzata inglese, tennero la posizione il più possibile per dare tempo ad Harlad di disporre le truppe su un lieve pendio. Dopo aver spezzato questa resistenza e superato il ponte, che la storia vuole essere stato difeso da un singolo vichingo, gli inglesi attaccarono il grosso dell’esercito norvegese. La descrizione fatta da Snorri della battaglia ha creato molti dubbi perché sembra ricorda in molti aspetti, come gli attacchi a cavallo degli inglesi, la successiva battaglia di Hastings. Sembra certo che Aroldo offrì al fratello la Northumbria e un terzo del regno, ma quando Tostig gli chiese cosa avrebbe avuto Harald la risposta sprezzate fu “sette piedi di terra inglese, o anche di più se fosse stato più alto di un uomo normale”. Gravett crede che anche Stamford Bridge fu poco più di un combattimento frontale tra le due fanterie in cui gli inglesi tentavano di spezzare l’anello norvegese. La resistenza scandiva crollò quando Harald Hardrada cadde morto, sembra per una freccia nella trachea, e neanche il sopraggiungere dei rinforzi da Riccall, stanchi per aver marciato ininterrottamente con addosso l’armatura, cambiò l’esito dello scontro. Si dovette comunque attendere la sera perché le ultime sacche di resistenza crollassero; al figlio di Harald, Olaf, fu concesso di riportare i pochi superstiti, bastarono 24 navi per contenerli, in Norvegia in cambio di un giuramento di amicizia. Il successo di Aroldo era avvelenato dalle pesanti perdite subite e dalla consapevolezza che il sud dell’Inghilterra era indifeso; infatti, forse già durante i festeggiamenti per la vittoria il 1 Ottobre, un messaggero giunse per informarlo che Guglielmo era sbarcato.

Il Duca di Normandia aveva atteso i venti da sud e, non appena si fecero vivi, imbarcò subito le sue forze probabilmente il 27 Settembre. Sfrutta l’alta marea per portare i cavalli a bordo, la flotta prese il mare intorno al tramonto per raggiungere Pevensey, a 90 km oltre la Manica, già il mattino dopo. Attesa la bassa marea, per poter meglio condurre le imbarcazioni ad approdare sui banchi di ghiaia della laguna, gli uomini iniziarono a prendere terra e, stando agli storici moderni, non incontrarono nessuna resistenza. Appena a terra i normanni iniziarono a erigere una fortificazioni, ma i lavori furono presto interrotti quando Guglielmo decise di far reimbarcare gli uomini per spostarsi ad est verso Hastings. La scelta aveva due ragioni una di carattere strategico, l’intenzione di marciare su Londra seguendo la strada di Dover, e una di carattere tattico, l’area era facilmente difendibile avendo a ovest la laguna di Bulverhyte e ad est una zona paludosa, inoltre l’antica strada romana che conduceva ad Hastings era in pessimo stato e obbligava ad attraversare il fiume Brede. Gravett fa osservare come Guglielmo avrebbe potuto marciare subito su Londra, ma, trovandosi in territorio nemico, la sua natura prudente lo spinse a evitare di rischiare di dare occasione agli inglesi di tagliare le sue comunicazioni con la costa. Preferì invece rafforzare la sua posizione lì dove si trovava facendo costruire un castello motte and bailey e fu durante questi lavori che un normanno da tempo residente in Inghilterra lo informò della vittoria di Aroldo a Stamford Bridge. A fronte di alcuni consigli di trincerarsi nella penisola, Guglielmo preferì invece cercare la battaglia in campo aperto. Questa scelta può sembrare in contraddizione con quanto detto in precedenza sulla natura della mentalità militare del Duca, il quale aveva sempre preferito evitare il rischio di uno scontro campale, ma invece dobbiamo comprendere che stavolta la battaglia rappresentava il minor rischio per Guglielmo. Trincerandosi e tirando la cosa per le lunghe c’era infatti il rischio che la flotta inglese creasse un blocco impedendogli di reimbarcarsi, mentre Aroldo non avrebbe dovuto far altro che aspettare che i normanni finissero le provviste. Il tempo era infatti a favore del re sassone, il quale stava riattraversando metà paese a tappe forzare e con un esercito già provato da uno scontro. Per Aroldo non poteva che essere un vantaggio avere l’occasione di ricostruire le sue forze e farle riposare; meglio quindi provocarlo allo scontro il più presto possibile. I normanni si diedero dunque a saccheggiare le terre intorno Hastings sia per fare rifornimento, sia per provocare Aroldo essendo il Sassex parte della sua vecchia contea. Il re inglese era rientrato a Londra dopo una marcia di cinque giorni e decise di fermarsi nella capitale lo stesso tempo per far arrivare rinforzi e dare modo ai suoi uomini di riposare. Cronisti dell’epoca riferiscono che suo fratello Gyrth gli consigliò di temporeggiare prima di permettere a lui di rischiare la battaglia, ma il re rifiutò affermando che non intendeva danneggiare il suo stesso popolo. Intorno al 12 Ottobre Aroldo, forte di circa 7500 uomini, si mosse verso sud, giungendo la sera del giorno dopo a Celdbec Hill a circa 11 km da Hastings. Non sappiamo per certo quali fossero le intenzioni del re sassone; forse voleva provare a ripetere l’assalto a sorpresa di Stamford Bridge o forse infine si era convertito all’idea di tenere bloccati i normanni nella penisola, alcuni storici dell’epoca riferiscono che aveva ordinato alla flotta inglese di impedire un eventuale reimbarco, ma qualsiasi fosse il suo piano non ebbe seguito in quanto Guglielmo mosse per primo. I ricognitori avevano infatti portato tempestivamente notizia dell’arrivo inglese e il Duca non perse tempo ordinando che l’esercito si preparasse per dare battaglia il giorno dopo.

Non era ancora l’alba del 14 Ottobre 1066 quando Guglielmo ascoltò messa, prese i sacramenti e ordinò al suo esercito di muoversi incontro agli inglesi; probabilmente fu quando giunsero a Blackhorse Hill, ultima collina prima delle linee inglesi, che i normanni si fermarono per indossare l’armatura. Dalla parte opposta Aroldo, non appena informato che il nemico si stava muovendo, aveva schierato i suoi su una cresta conosciuta come Telham Hill. Si trattava di un’ottima posizione difensiva in quanto la forte pendenza e il sottobosco rendevano estremamente difficile un attacco ai fianchi, riducendo così il vantaggio rappresentato dalla cavalleria normanna. C’erano però anche degli svantaggi: il primo era la ristrettezza dello spazio, denunciata già dai cronisti medievali, il secondo era che l’unica via di ritirata era lo spazio alle spalle degli inglesi. Partendo dalle cronache dell’epoca Gravett suggerisce questa organizzazione dello schieramento inglese: una linea stesa per 700 m. lungo la cresta, con il re, la sua guardia e lo stendardo al centro dello schieramento e le truppe migliori in prima linea guidate dai fratelli di Aroldo Gyrth e Leofwine. Lo schieramento normanno vedeva davanti gli arcieri e i balestrieri, dunque la fanteria e dietro gli squadroni della cavalleria. Sulla sinistra v’era il contingente bretone, sulla destra quello franco-fiammingo al comando del conte Eustachio di Boulogne e del siniscalco Guglielmo Fitz Osbern; il Duca, con a fianco la bandiera inviatagli dal Papa, si trovava invece al centro con il contingente normanno. Se Aroldo, che i cronisti riferiscono essere stato preso di sorpresa dall’avanzata normanna, probabilmente intendeva tenere la difensiva facendo inizialmente affidamento sul “muro di scudo” sassone, una serrata falange di scudi in prima linea, la strategia di Guglielmo sembra fosse quella di fiaccare il nemico col tiro degli arcieri, per poi lanciare la fanteria all’attacco in modo da aprire dei varchi nei quali si sarebbe inserita la cavalleria. Alle nove, ora terza stando alle cronache, la battaglia ebbe inizio. Lo sbarramento degli arcieri e dei balestrieri normanni ebbe poca efficacia a causa della posizione sopraelevata degli inglesi, le frecce o finivano sul muro di scudi o superavano lo schieramento di Aroldo, e ben presto i tiratori finirono la loro scorta di frecce anche perché, essendoci pochi arcieri nello schieramento avverso, non vi erano molti dardi da poter rilanciare. Fallita la prima parte del suo piano, Guglielmo diede ordine alla fanteria di avanzare sul pendio per attaccare gli inglesi; i cronisti riferiscono che durante questa avanzata il nemico tirò di tutto contro i normanni. L’urto tra le due linee di fanteria fu brutale, ma non si produsse nessuna frattura nei due schieramenti e quindi ebbe inizio il combattimento ravvicinato con i normanni che tentavano di aprirsi un varco. Di fronte a questo ennesimo stallo il Duca di Normandia decise di buttare in campo anche l’ultima cosa che gli era rimasta: la preziosa cavalleria. Gli squadroni, organizzati nei già citati conrois, iniziarono ad inerpicarsi a loro volta sul pendio per lanciarsi contro lo schieramento inglese, per poi ritirarsi brevemente e riorganizzarsi se non riuscivano a trovare un’apertura tra le fila nemiche. L’arazzo di Bayeux mostra con grande efficacia la mischia venutasi a creare con l’urto delle due armate; i normanni sono all’attacco, ma gli inglesi riescono a tenere la posizione difendendo il pendio con le unghie e con i denti. L’impasse venne rotto verso mezzogiorno quando il fianco sinistro dello schieramento del Duca, cioè i bretoni, cedette e si ritirò esponendo così il fianco del centro normanno all’avanzata inglese. Messi sotto pressione anche i normanni furono costretti a indietreggiare e all’improvviso si diffuse la voce che lo stesso Guglielmo fosse morto; la notizia era falsa, ma visto il momento poteva avere un effetto devastante sul morale degli invasori portando a un loro completo crollo. Il Duca dimostro in questo momento tutto il suo sangue freddo:  si tolse o alzò l’elmo in modo che a tutti fosse ben visibile che fosse ancora vivo, l’arazzo mostra chiaramente questo momento con Guglielmo nell’atto di sollevare l’elmo e il conte Eustachio di Boulogne, con in mano il vessillo papale, che lo indica. Per tamponare la falla creatasi a sinistra venne inviato il fratello di Eustachio, il vescovo Oddone, perché rimettesse ordine nelle file bretoni mentre Guglielmo, radunata una forza di cavalleria, guidò personalmente una carica contro gli inglesi che stavano inseguendo i fuggiaschi. Non è chiaro se questa avanzata inglese sia stata spontanea o se fu parte di un preciso contrattacco ordinato dallo stesso Aroldo; Gravett fa osservare come l’arazzo di Bayeux mostri la morte dei due fratelli del re poco prima della carica della cavalleria normanna, quindi forse furono loro a guidare l’assalto contro il fianco sinistro bretone. Probabilmente a questo punto vi fu un momento di stanca in cui lo scontro calò d’intensità per permettere a entrambe le parti di riorganizzarsi; Guglielmo però doveva essere preoccupato per l’incapacità dei suoi di forzare le difese nemiche, se entro sera non fosse riuscito a vincere difficilmente avrebbe potuto continuare quell’assalto così sanguinoso. La ripresa degli scontri non portò a una variazione sul tema e si è supposto, anche sulla base delle immagini dell’arazzo, che a questo punto Guglielmo tentò di scombinare lo schieramento nemico invogliandolo ad avanzare. Sostanzialmente il Duca avrebbe ordinato una serie di false ritirate così che gli inglesi, eccitati, tentassero di inseguire i falsi fuggiaschi rompendo l’unità dello schieramento. Non vi è certezza che questa tattica sia stata davvero messa in campo o che le ritirate rappresentante sull’arazzo non siano stati degli autentici indietreggiamenti dello schieramento normanno. Gravett, pur non parlando di certezza, mette in luce come la cavalleria normanna era tutto il giorno che avanzava e si ritirava per raggrupparsi; i conrois erano composti da uomini che si erano addestrati insieme e che dunque avrebbero avuto la compattezza e la reciproca comprensione per mettere in atto manovre del genere. Comunque sia andata questa serie di ritirate e riorganizzazioni dei normanni, se non avevano portato a uno sfaldamento della linea inglese, ne avevano pero comunque ridotto gli effettivi perché ogni tentativo sassone di avanzare si era concluso col massacro degli attaccanti da parte della cavalleria. La situazione era difficile per entrambe le parti; tra gli inglesi molti dei guerrieri migliori erano morti e dovettero essere sostituiti dalla più inesperta milizia dei fyrd mentre tra i normanni molti cavalli o erano morti o esausti costringendo alcuni cavalieri a combattere appiedati. Era ormai quasi il tramonto quado Guglielmo decise di giocarsi il tutto per tutto con un ultimo attacco coordinato. Gli arcieri e i balestrieri, che evidentemente erano stati riforniti con nuove frecce, iniziarono un tiro costante contro gli inglesi e tutti i cronisti affermano, in un modo o nell’altro, che questo loro improvviso rientro nella battaglia ebbe un effetto fondamentale sull’esito dello scontro. Sicuramente un nuovo sbarramento di frecce dovette costare un grosso pedaggio di vite alla line inglese, non più schierata nel muro di scudi e affaticata da una giornata di scontri. Contemporaneamente fanteria e cavalleria normanna sarebbero avanzate cercando di spingere indietro il nemico; fu probabilmente durante questo rinnovato attacco che avvenne l’evento che , di fatto, decise lo scontro: la morte di re Aroldo. La versione comune, accreditata dall’immagine dell’arazzo, è che il re sarebbe stato colpito da una freccia in un occhio per poi essere colpito da un cavaliere normanno. Altro storia molto diffusa è che un cavaliere normanno si sarebbe accanito sul corpo di Aroldo, già agonizzante per la freccia che gli era entrata nel cervello, e che per questo fu privato del suo titolo da Guglielmo stesso. Storici moderni hanno messo in dubbio la vicenda della freccia, assente nelle cronache dell’epoca, affermando che l’immagine sull’arazzo era simbolica e rappresentava Aroldo, poco prima di morire, colpito da una punizione divina, appunto l’accecamento, per essere venuto meno al suo sacro giuramento di supportare Guglielmo come re. Escludendo l’ipotesi della freccia allora la teoria più probabile è che Aroldo sia caduto quando alcuni cavalieri normanni riuscirono a fare breccia nelle difese inglesi raggiungendo lo stendardo reale che, strappato, venne in seguito inviato al Papa come pegno per la bandiera. Morto il re la resistenza inglese iniziò a sfaldarsi permettendo ai normanni di guadagnare la cresta e iniziare ad accerchiare lo schieramento nemico che si andava assottigliando di attimo in attimo. Probabilmente la milizia del fyrd iniziò a ritirarsi, ma sembra certo che gli huscarl e il seguito personale di Aroldo si radunò attorno al corpo del re per un’ultima resistenza. Con il tramontare del sole verso le cinque la battaglia lentamente si spense; troppa era la fatica perché i normanni potessero tentare un vero inseguimento del nemico in fuga. Già quella sera venne recuperato il corpo di Aroldo, riconosciuto dalla moglie, cui Guglielmo concesse che venisse data sepoltura dove, apparentemente, riposa ancora oggi cioè nella fondamenta della chiesa, andata poi distrutta, di Santa Croce di Waltham nell’Essex. I normanni rimasero ancora cinque giorni nel loro accampamento di Hastings per seppellire i morti e riposarsi dopodiché iniziò la marcia verso Londra. Guglielmo aveva perso molti uomini e, sebbene vincitore, era ancora in territorio nemico così non piombò sulla capitale, virtualmente ancora solida in difese, ma procedette a una meticolosa sottomissione delle aree attorno e al rafforzamento della sua posizione. Fu solo quando la stessa nobiltà sassone locale, incapace di trovare un sostituto credibile ad Aroldo, si fece avanti per fare atto di sottomissione che il Duca decise di muovere sulla capitale. Guglielmo fu incoronato re d’Inghilterra nella cattedrale di Westminster il giorno di Natale del 1066.

La battaglia di Hastings decise le sorti della conquista normanna dell’Inghilterra, ma non la concluse. Molti conti sassoni infatti si rifiutarono di riconoscere Guglielmo come re e decisero di ribellarsi; senza però un coordinamento unitario e con i normanni stabilmente insediatisi sull’isola, e quindi in grado di ricevere costanti rinforzi dal continente, si trattò di una resistenza vana. Ci sarebbero comunque voluti sei anni a Guglielmo per pacificare definitivamente il suo nuovo regno dovendo affrontare, oltre ai conti sassoni ribelli, anche gli scozzesi a nord e un’ultima invasione norvegese tra il 1069 e il 1071. La sottomissione dei sassoni avvenne sia attraverso la devastazione sistematica di intere zone, famoso il “sacco del Nord” nel Dicembre 1069, e la costruzione di castelli un po’ in tutto il paese per creare delle posizioni stabili dove insediare i nuovi conti normanni. Come detto quella normanna fu l’ultima invasione ostile di successo delle isole britanniche; conviene dunque in conclusione chiedersi perché Guglielmo ebbe successo mentre chi venne dopo di lui no. L’idea che mi sono fatto studiando l’intera campagna del 1066 fu che il Duca di Normandia vinse per il combinarsi di una sua scelta e di un evento esterno. La scelta fu quella di non prendere il mare subito dopo che la sua forza di invasione si era radunata a Dioves-sur-Mer. Tanto Napoleone quanto Hitler videro naufragare i loro piani d’invasione, ancora prima di iniziare, per l’incapacità di risolvere il problema dell’attraversamento della Manica; una flotta d’invasione infatti è  naturalmente vulnerabile agli attacchi da parte di una marina posta a difesa delle coste e non intralciata dalla necessità di proteggere i lenti trasporti truppe. Se Guglielmo avesse preso il mare quando la flotta di Aroldo era nel canale è probabile che i normanni avrebbero fatto la fine dell’Invincibile Armata spagnola; aspettando che il re sassone fosse costretto a richiamare quelle forze Guglielmo poté attraversare il canale praticamente indisturbato. Questa intelligente scelta avrebbero però potuto essere di molto meno effetto se comunque, una volta sbarcato, il Duca si fosse trovato davanti un Aroldo in grado di reagire tempestivamente e investirlo subito con tutte le forze. Come ha dimostrato lo sbarco in Normandia il momento più critico di qualsiasi invasione anfibia è quello immediatamente successivo allo sbarco perché l’invasore si trova inevitabilmente esposto al rapido contrattacco nemico. Qui si inserisce l’evento esterno che andò a vantaggio di Guglielmo; ovviamente sto parlando della contemporanea invasione norvegese di Harald Hardrada. L’attacco scandinavo infatti costrinse Aroldo a lasciare indifeso il sud dell’isola per precipitarsi a Nord; l’esercito anglo-sassone dovette così, in meno di un mese, marciare per un totale di circa 700 km e affrontare due battaglie campali potendo riposare per un massimo di una decina di giorni. Aroldo fu sicuramente svantaggiato nel dover affrontare Guglielmo con un esercito sicuramente non al massimo delle sue forze e a ranghi ridotti; considerando quanto fu solida la resistenza inglese durante la battaglia di Hastings possiamo solo immaginare cosa sarebbe successo se gli inglesi fosse stati al loro meglio, magari supportati anche dalle forze dei conti del Nord andate invece perse a Fulford Gate. Ogni se della storia va preso con le dovute molle, ma non è da escludere che se l’ordine delle invasioni fosse stato inverso, prima i normanni e poi i norvegesi, a sedere sul trono d’Inghilterra alla fine sarebbe stato Harald Hardrada. Possiamo così dire che, probabilmente, la decisione di Aroldo di andare incontro a Guglielmo non fu la migliore. Come già scrissi in merito alla spedizione ateniese in Sicilia le operazioni anfibie sono un incubo militare per gli attaccanti; questi infatti si troveranno sempre in pieno territorio nemico con un sottile cordone ombelicale di rifornimenti navali che se spezzato, o dal nemico o dalla natura, potrebbe lasciarsi a fare la fame. In un’invasione anfibia il tempo gioca sempre a vantaggio del difensore perché questi potrà continuamente rafforzarsi mentre l’attaccante avrà sempre la necessità di crearsi il più presto possibile una base stabile nella quale ricevere rinforzi e rifornimenti. Nel 1066 Guglielmo scelse di dare battaglia non appena ne ebbe l’occasione perché consapevole che, se Aroldo avesse deciso di bloccarlo nella penisola di Hastings, l’invasione sarebbe fallita. L’errore strategico di Aroldo nel non temporeggiare fu parzialmente compensato della eccellente gestione tattica che ebbe della battaglia; la scelta di una forte posizione difensiva mise molto in difficoltà i normanni che dovettero sudarsela non poco una vittoria che, come abbiamo visto, fu sul filo di lana. La presenza di una forte cavalleria e di molti arcieri e balestrieri favorì non poco i normanni, sempre però ricordando che gli inglesi non erano nelle loro migliori condizioni, ma infine fu comunque la morte di Aroldo a segnare il destino dello scontro.

La battaglia di Hastings fu però anche importante perché produsse un cambiamento epocale nella storia inglese e, indirettamente, in quella europea. Con i normanni infatti giunse oltre Manica il sistema feudale nella sua pienezza, ma soprattutto venne formalizzata la monarchia, con i suoi poteri e le sue prerogative, nonché nacquero molte delle istituzioni che sarebbero state l’ossatura civile dell’Inghilterra del basso medioevo. Hastings però produsse anche un gigantesco cambiamento geopolitico; fino al 1066 la storia inglese si era legata con quella scandinava e il paese oltre Manica era finito quasi ai margini degli eventi del continente. Con la sconfitta di Harald Hardrada a Stamford Bridge, e la successiva respinta dell’ultimo attacco norvegese del 1069, le isole britanniche e la Scandinavia presero sentieri diversi e nessun re scandinavo avrebbe più provato ad attaccare l’Inghilterra. Allo stesso tempo l’arrivo dei Normanni spostò l’asse geopolitico inglese in direzione dell’Europa continentale e in particolare della Francia; il paradosso che si venne a creare con i re inglesi che, in ragione del loro essere  duchi di Normandia, erano anche nominalmente vassalli del re di Francia fu all’origine di quella rivalità anglo-francese che avrebbe segnato la storia europea fino all’ottocento.

Bibliografia:

  • Christopher Gravett, La battaglia di Hastings
  • George Trevelyan, Storia d’Inghilterra
  • Andrea Frediani, I grandi condottieri che hanno cambiato la storia

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