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Il secolo dell’eresia iconoclasta

L’iconoclastia bizantina rappresenta probabilmente una delle più importanti e allo stesso tempo dimenticate eresie del cristianesimo. Importante perché per più di un secolo produsse un’autentica crisi non solo teologica, ma anche politica a Costantinopoli, divenendo materia centrale nella lotta per il controllo della porpora imperiale. Inoltre determinò una frattura tra imperatori d’oriente e papato che, ancora prima dello scisma del 1054, portò il pontefice a una rivoluzione geopolitica che ebbe conseguenze decisive per la storia d’Europa. Allo stesso tempo però è un’eresia dimenticata perché generalmente è meno conosciuta e ricordata rispetto a molte altre eresie del medioevo, ad esempio il catarismo, che pur ebbero un minor peso specifico nell’evoluzione storico-politica del nostro continente; in effetti si potrebbe dire che oggi dell’iconoclastia è rimasto principalmente il nome, divenuto aggettivo d’uso comune, comunque usato dai più forse senza neanche sapere il perché vi è correlato un senso negativo. Con questo articolo intendo dunque ripercorrere da un punto di vista storico, provando anche a dare delle coordinate di tipo teologico, le vicende dell’eresia iconoclasta mettendo in particolar modo in luce gli effetti che produsse sia all’interno dell’Impero bizantino, sia nell’intero quadro dell’Europa della sua epoca.

Il 25 Marzo 717 Leone, stratego del tema anatolico, entrava a Costantinopoli per impadronirsi della porpora imperiale dopo che, al termine di una breve guerra civile, l’Imperatore Teodosio III aveva accettato di farsi volontariamente da parte in cambio della salvezza della vita sua e della sua famiglia. L’ascesa al trono di Leone III portò alla conclusione di un periodo di anarchia, iniziata nel 711 con la deposizione di Giustiniano II ultimo della dinastia eracliana, che coincise con una nuova offensiva araba, nel 717 questi sarebbero giunti di nuovo ad assediare Costantinopoli, che sarebbe durata fino a quando il nuovo imperatore non ottenne una schiacciante vittoria a Akroinos nel 740. Questo periodo di anarchia, con l’indebolimento dell’autorità statale, favorì il riaffiorare della disputa cristologica; visto che si tratta di una materia che citerò spesso conviene fornire subito alcune brevi informazioni per facilitare la lettura dell’articolo. La disputa cristologica riguardava la disputa sulla natura di Cristo, solo umana o solo divina o miste, e il suo rapporto con quella del padre, materia che divise il cristianesimo delle origini. Il così detto Credo niceo-costantinopolitano, ciò quello che noi pronunciamo la domenica a messa, aveva riconosciuto una doppia natura, sia umana che divina, ma diverse dottrine discordanti erano sorte, in particolare in quella che restava la pars orientalis dell’Impero Romano, come l’arianesimo, il donatismo il marcionismo, il nestorianesimo, il monofisismo e molti altri. Queste dottrine ebbero alterne fortune, ad esempio l’arianesimo ebbe molta diffusione presso alcuni popoli germani come i longobardi, ma in generale ebbero strascichi più lunghi in Oriente rispetto che in Occidente. Come detto durante gli anni dell’anarchia alcune di queste dottrine ebbero una nuova fiammata, ad esempio l’imperatore Filippico tendeva al monofisismo,e per la prima volta le icone vennero chiamate in causa seppur ancora per il loro carattere simbolico dell’incarnazione di Cristo come strumento della controversia dottrinale. Da un punto di vista strettamente teologico la questione dell’ammissibilità del culto delle immagini rimane ambigua. Nelle sacre scritture c’è il primo comandamento e in Esodo e Deuteronomio sta scritto “Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra” inoltre vi è l’episodio celebre di Mosè e il vitello d’oro; anche le lettere di Paolo e alcuni dei primi scritti teologici cristiani rigettano il culto delle immagini definendolo una forma d’idolatria. Allo stesso tempo però alcuni padri della chiesa, pur avendo riserve sulla legittimità dell’arte sacra, ne avevano ammesso l’utilità allo scopo di diffondere più facilmente presso le masse gli episodi della vita di Gesù e dei primi Santi; certo inevitabilmente ciò portò molta della popolazione ex-pagana ad attribuire un significato taumaturgico a queste immagini, ma questo fu uno dei tanti compromessi a cui la nuova fede accettò di giungere al fine di più facilmente imporsi sui vecchi culti pagani (stesso tipo di compromesso di fissare il Natale nello stesso periodo della festività del sol invictus). Pensandoci bene la controversia sull’arte sacra non poteva che nascere nell’ambiente della chiesa greca dove quest’arte, e in particolare le icone, già all’epoca, avevano da tempo assunto un valore simbolico fortissimo, divenendo una delle forme principali in cui si esprimeva la religiosità cristiana in Oriente. Ancora oggi il ruolo delle icone religiose è centrale nella fede ortodossa al punto da assurge ad espressione primaria della sua arte sacra. Nonostante ciò vi erano varie correnti della chiesa greca che iniziavano ad assumere un atteggiamento di critica, se non di aperta condanna, nei confronti di questo culto delle immagini, considerato una forma di neo-paganesimo non in linea con una fede essenzialmente spirituale come avrebbe dovuto essere quella cristiana. Il paragone tra il culto delle icone e quello delle immagini delle divinità classiche faceva particolarmente presa nelle regioni orientali dell’Impero dove, come detto, gli anni dell’anarchia avevano visto il riaffiorare del monofisismo, la cui condanna al concilio di Calcedonia non era stata accettata dalla chiesa siriana ed egiziana, e il sorgere della setta dei pauliciani che rifiutavano i culti ecclesiastici ritenendo inutile la mediazione della Chiesa per giungere al Divino. Su questo sistema culturale si abbatté poi il contatto col mondo arabo, tendenzialmente ostile alla rappresentazione degli esseri viventi (Allah non viene mai raffigurato mentre Maometto spesso ha il volto velato), che proprio in quegli anni conosceva una forte campagna contro il culto delle immagini ad opera della dinastia degli Omayyadi. Leone III proveniva proprio da quelle province orientali, come detto era stato stratego del tema anatolico che all’epoca era la linea del fonte con l’islam, dove si stava facendo sempre più forte l’opposizione al culto delle icone; alla guida di questo movimento iconoclasta non c’erano eremiti e improbabili profeti, ma il clero locale tra i quali il metropolita Tommaso di Claudiopoli  e il vescovo Costantino di Nacolea, indicato da Georg Ostrogorsky come il capo spirituale dell’iconoclastica, che venne soprannominato “Eresiarca” dai suoi nemici ortodossi. Leone III sicuramente condivideva la condanna per il culto delle immagini, ma pragmaticamente decise di non sollevare la questione nei suoi primi anni di regno essendo necessario respingere l’offensiva araba e stabilizzare l’Impero attorno alla nuova dinastia. Così solo nel 726, quasi dieci anni dopo il suo ingresso a Costantinopoli, l’Imperatore si pronunciò ufficialmente a favore dell’iconoclastica, secondo alcuni in ragione di un terremoto che aveva colpito la capitale e che fu interpretato come segno della collera divina. Agli inizi comunque cercò di procedere per passi e senza traumi: avviò una serie di politiche per convincere la popolazione che il culto delle immagini fosse sbagliato, in linea con l’idea orientale di un ruolo oltre che temporale anche semi-sacerdotale dell’Imperatore, nonché provò ad ottenere l’appoggio del Papa. Entrambe le strade si rivelarono difficilmente percorribili. A Costantinopoli, non appena Leone tentò di far rimuovere l’immagine di Cristo dalla Porta Bronzea del palazzo, l’ufficiale incaricato venne linciato seduta stante dalla folla inferocita. Papa Gregorio II poi, nonostante all’epoca fosse ancora politicamente legato all’Imperatore di Costantinopoli in quanto suo difensore contro i longobardi, fu estremamente duro nella sua risposta e dura fu anche la presa di posizione anti-iconoclasta del Patriarca Germano. A loro sostegno si pose sin da subito il clero delle province occidentali dell’Impero, Balcani ed Italia in particolare, e il movimento monacale che trovarono il loro campione nel teologo Giovanni Damasceno, uno dei più importanti dell’alto medioevo. Questi compose tre orazioni in difesa del culto delle immagini respingendo l’accusa di neo-paganesimo e affermando che invece l’icona ha un significato simbolico nonché di mediazione verso il divino in senso neoplatonico; l’immagine di Cristo invece si legava con il tema dell’incarnazione, dimostrandone la realtà, entrando così in diretto rapporto con la dottrina della salvezza. Il pensiero di Giovanni Damasceno sarà la base culturale di tutta l’opposizione all’iconoclastia negli anni a venire. Di fronte alle ripetute porte in faccia Leone infine si decise per l’atto di forza e il 17 Gennaio 730 convocò nel palazzo imperiale un’assemblea delle massime cariche civili ed ecclesiastiche dell’Impero (chiamato silentium) a cui sottoporre l’approvazione di un editto iconoclasta. In “piena libertà”, il Patriarca Germano che si opponeva fu subito destituito e sostituito dal suo più accomodante synkellos Anastasio, l’assemblea approvò l’editto che decretava la distruzione di ogni immagine religiosa presente nell’Impero. Il nuovo Papa Gregorio III, che aveva sperato di convincere l’Imperatore ad evitare lo strappo, di fronte alla presa di posizione di Costantinopoli non ebbe altra scelta che convocare un sinodo nel quale condannò l’iconoclastia. Di fatto si era alla presenza di uno scisma interno alla chiesa perché una dottrina, dichiarata eretica dalla massima autorità del cristianesimo, era divenuto culto ufficiale in quello che era l’unico Impero cristiano all’epoca esistente. I rapporti tra Imperatore e Papa avevano avuto durante gli ultimi secoli degli alti e bassi, soprattutto in  merito alla questione del primato tra le due cariche, e vi erano stati dei momenti di autentica crisi, come quando nel 653 l’Imperatore Costante II aveva fatto arrestare e processare Papa Martino I, ma si era sempre cercato di evitare la rottura. Questa infatti non conveniva a nessuna delle due parti né al Papa, che come detto necessitava della difesa bizantina contro i longobardi, né all’Imperatore, che attraverso il Papa legittimava il suo ruolo universale nonché scoraggiava le rivolte nei territori italiani rimasti sotto l’autorità di Costantinopoli. Leone ordinò la rimozione di tutte le immagini sacre nonché la loro distruzione; allo stesso tempo chi adorava o sosteneva l’adorazione delle icone fui perseguitato senza però cadere ancora in eccessi di crudeltà. Se le province orientali applaudirono, quelle occidentali fecero resistenza e, anzi, in Italia si dovette addirittura rinunciare a portare avanti la battaglia per evitare che l’opposizione all’iconoclastia minasse la resistenza contro la penetrazione longobarda. Quanto comunque la nuova dottrina fosse poco gradita alla maggioranza della popolazione lo si vide chiaramente subito dopo la morte di Leone III (741) allorché il suo successore Costantino V venne tradito e rovesciato da suo cognato Artavasde. Molti funzionari civili della capitale si schierarono subito con l’usurpatore e, con la promessa di mettere fine all’iconoclastia, questi entrò trionfalmente a Costantinopoli venendo incoronato dal Patriarca Anastasio, che si era rapidamente messo a vento. Le fortune di Artavasde furono però di breve durata in quanto Costantino era un comandante brillante e, facendo base nelle province orientali del padre, riuscì rapidamente ad avere ragione dell’usurpatore recuperando la porpora perduta nel Novembre 743. Ne seguì un tripudio di esecuzioni e accecamenti mentre Anastasio fu fatto sfilare nell’ippodromo di Costantinopoli in sella ad un asino. Costantino V, passato alla storia come un imperatore crudele e nevrotico, condusse una serie di vittoriose campagne contro arabi e bulgari, ma soprattutto, ai fini della nostra narrazione, ridiede impulso all’iconoclastica con ancora maggior vigore del padre. Ciò comportò la rottura definitiva col papato; il rapporto tra Roma e Costantinopoli, già in fibrillazione per la questione religiosa, subì un colpo politico-strategico fatale nel 751 allorché Ravenna, capitale dell’Esarcato, cadde in mano longobarda. Con la presenza bizantina ridotta al solo meridione a Roma si dovette iniziare a ragionare se conveniva mantenersi legati per la propria difesa a un imperatore eretico; probabilmente se non vi fosse stata un’alternativa la risposta sarebbe stata uno scontato sì, ma da qualche anno un’alternativa era sorta a nord nelle vesti del potente regno franco rivitalizzato da re Pipino della nuova dinastia dei Carolingi. Compiendo un’autentica rivoluzione geopolitica il 6 Gennaio 754 Papa Stefano II incontro Pipino a Ponthion, stringendo quel rapporto speciale tra papato e regno franco che avrebbe fatto la fortuna di entrambe le parti in occidente. A fronte del “tradimento” romano Costantino V decise per una mossa che Georg Ostrogorsky indica come l’origine della sostanziale divisione geografica tra il futuro mondo ortodosso ad est e quello cattolico romano ad ovest: l’Imperatore sottrasse alla diocesi romana, ponendole sotto il Patriarcato di Costantinopoli, le province del meridione italiano e l’Illiria; in particolar modo l’aggiunta delle Illiria viene indicata dallo storico russo come decisivo per la futura espansione della chiesa ortodossa nel mondo slavo. Costantino però non reagì solo politicamente, ma anche teologicamente alla mossa del Papa; se suo padre si era limitato a un editto adesso lui decise di convocare un concilio che sanzionasse l’iconoclastia come dogma della chiesa. In tal modo l’Imperatore si riappropriava simbolicamente del potere di convocare concili, così com’era stato ai tempi di Costantino il Grande e di Giustiniano I, che nel corso dei secoli era stato usurpato dal Papa relegando il basileus a mero protettore. Costantino non  lasciò nulla al caso e operò per far divenire vescovi personalità filo-iconoclaste e creare anche nuove sedi vescovili così da aumentare le fila del suo partito; vennero poi anche incoraggiati dibattiti pubblici tra iconoclasti e sostenitori del culto delle immagini (anche se spesso i secondi al termine venivano arrestati). Soprattutto però il basileus si dedicò anche a un’intesa attività letteraria per dare all’iconoclastia dei fondamenti culturali in grado di reggere il confronto con il pensiero di Giovanni Damsceno. L’imperatore scrisse che tra immagine e archetipo vi era una perfetta consustanzialità, in opposizione dei sostenitori del culto delle icone che ne facevano una distinzione fondamentale, e dunque non erano un mero simbolo in senso neoplatonico come sostenuto dal Damasceno. Riallacciandosi poi alla disputa cristologica e alle dottrine monfisite, Costantino scrisse che un’autentica immagine di Gesù era impossibile a causa della natura esclusivamente divina del Cristo; comunque almeno su questa rimessa in discussione del Credo niceo-costantinopolitano l’Imperatore non fu seguito dalla maggioranza del partito iconoclasta. Il 10 Febbraio 754 si aprì il concilio di Hieria che si proclamò ecumenico nonostante non fosse presieduto dal patriarca di Costantinopoli, che era da poco morto, e che né il Papa né i Patriarcati orientali vi avessero inviato loro rappresentanti. Le sette sessioni si dipanarono sino all’8 Agosto quando tutti i 338 vescovi presenti si espresso a favore dell’iconoclastia partendo dagli scritti di Costantino V, seppur facendo lo slalom sulle fughe in avanti in materia cristologia dell’Imperatore. Non volendo infatti sconfessare i concili precedenti l’assemblea, con qualche salto mortale, riuscì ad affermare che il culto delle icone ricadeva o nell’eresia nestoriana o in quella monofisista in quanto comunque l’immagine trasmetteva l’idea di un’unica natura di Cristo, divina o umana, negando così la doppia natura inseparabile stabilita nel Credo. La risoluzione finale, una durissima condanna delle immagini sacre e del loro culto, venne letta nel foro di Costantinopoli il 29 Agosto; in essa altresì si scomunicavano gli oppositori come Giovanni Damasceno o il vecchio Patriarca Germano mentre si elogiava Costantino V ponendolo alla stregua degli apostoli. Forte di questa investitura dello Spirito Santo per procura l’Imperatore si attivò per dare esecuzione alle disposizioni del concilio: un nuovo patriarca venne scelto nella persona del vescovo Costantino Sileo, le immagini sacre iniziarono ad essere distrutte in tutto l’Impero mentre venne incoraggiata l’arta profana, in particolar modo quella che esaltava la figura del sovrano. Se però Leone III, pur nel perseguimento del medesimo obiettivo, aveva tentato di evitare persecuzioni dure e violente, Costantino V non si fece scrupoli a mettere il ferro nel guanto per imporre in tutto l’Impero l’iconoclastia. Ben diciannove alti funzionari civili e ufficiali militari dell’Impero vennero mandati a morte per cospirazione e opposizione alla distruzione delle icone mentre l’abate Stefano del Monte Auxentios, considerato il leader del partito dei contrari, venne linciato da una folla di partigiani iconoclasti per le vie di Costantinopoli nel Novembre 767. In effetti se precedentemente la difesa delle icone era stata guidata dal clero delle province occidentali, adesso la guida dell’opposizione alla politica imperiale venne assunta dai potenti ordini monacali. Il monachesimo aveva trovato terreno fertile nell’Impero bizantino e in alcune province, come quelle balcaniche, i monasteri aveva finito per trovarsi in possesso di ampie proprietà terriere. Ovviamente questa forza del movimento monacale aveva prodotto col tempo dei nemici, sia ecclesiastici che laici, e così quando i monaci si trovarono dall’altra parte della barricata rispetto al potere imperiale non ci volle molto perché la lotta contro le icone si andasse a intrecciare con la lotta contro i monasteri. Molti monaci furono costretti ad abbandonare il saio mentre i monasteri venivano sequestrati e trasformati in caserme per le truppe; lo stratego della Tracia Michele Lacanodracone impose a tutti i monaci presenti nel suo tema una scelta: tornare allo stato laico e sposarsi oppure venire accecati ed esiliati. Questa campagna anti-monacale portò ad una grande emigrazione verso il meridione d’Italia e molti monasteri di quest’area sorsero proprio ad opera di esuli dalle persecuzioni di Costantino V. Negli ultimi anni di vita l’imperatore radicalizzò poi sempre di più le sue posizioni andando anche oltre le risoluzioni del concilio di Hierea e iniziando ad attaccare anche il culto dei santi in quanto tale nonché quello di Maria. Giustamente Ostrogorsky scrive che se l’opera dell’imperatore non fosse stata fermata dalla sua morte nel 775, probabilmente l’intera vita religiosa dell’Impero bizantino avrebbe subito una trasformazione completa. Infatti il suo successore Leone IV, seppur intenzionato a continuare sulla politica iconoclasta, decise sin da subito di mettere fine agli eccessi chiudendo sia con la campagna anti-monastica sia con l’attacco al culto della Madonna, disapprovato anche all’interno dello stesso movimento iconoclasta e disprezzato da ampi strati della popolazione. La prova di quanto il clima fosse cambiato rispetto ai tempi di Costantino è dato dal fatto che è rimasta traccia di solo una grande persecuzione e cioè quando nel 780 alcuni funzionari imperiali favorevoli al culto delle immagini vennero pubblicamente fustigati e incarcerati. L’autentica reazione all’iconoclastia dovette però attendere la precoce morte di Leone IV, avvenuta l’8 Settembre 780, che portò sul trono suo figlio Costantino VI sotto però l’energica reggenza di sua madre l’Imperatrice Irene. Irene proveniva da Atene cioè da una zona dell’Impero dove l’iconoclastia non aveva mai attecchito e dunque fu inevitabile che il ritorno al culto delle icone finisse rapidamente nell’agenda di governo, ma l’imperatrice era sufficientemente prudente da capire che una svolta improvvisa e radicale non fosse il modo migliore di affrontare la materia. In effetti la gran parte degli uffici pubblici ed ecclesiastici erano ricoperti da uomini nominati da Costantino V e l’esercito era rimasto fanaticamente fedele alla memoria del defunto imperatore; un tentativo di mettere fine all’iconoclastia senza una preventiva attenta preparazione rischiava solo di creare un ampio fronte contrario alla reggente e potenzialmente favorevole a un usurpatore del trono. Così Irene si mosse con cautela e aspettò la fine d’Agosto del 784,  quando riuscì a convincere il Patriarca iconoclasta Paolo a dimettersi, per rendere pubblico il suo progetto di archiviazione dell’iconoclastia. Il nuovo patriarca, scelto da un’ “assemblea del popolo” convocata nel palazzo Magnaura, fu il segretario imperiale Tarasio, personalità colta e diplomatica per ciò adatta a condurre in porto una transizione che si voleva quanto più indolore possibile. Poiché era stato un concilio, sebbene molto discutibile nella sua conduzione, a sanzionare l’iconoclastia adesso doveva essere un altro concilio a sconfessarla e a riammettere il culto delle immagini. Stavolta sia Roma che i patriarcati orientali risposero positivamente all’iniziativa e inviarono propri rappresentanti in quello che sarebbe stato l’ultimo concilio ecumenico di un cristianesimo unito da Oriente ad Occidente prima dello scisma del 1054. Nonostante l’accurata preparazione le cose però non andarono come sperato perché, subito dopo l’apertura del concilio nella Chiesa dei Santi Apostoli di Costantinopoli il 31 Luglio 786, soldati, legate a un giuramento di difendere l’iconoclastia fatto a Costantino V sul letto di morte, fecero irruzione nella chiesa disperdendo l’assemblea spade alla mano. Irene non si perse d’animo e, dopo aver inviato le divisioni infedeli al confine orientale con la scusa di una campagna contro gli arabi, spostò la sede del concilio a Nicea sotto la protezione di truppe anti-iconoclaste giunte apposta dalla Tracia. Tra il 24 Settembre e il 13 Ottobre 787 si tennero le sette sessioni del concilio al termine delle quali, il 23 Ottobre, la maggioranza ortodossa approvò all’unanimità una risoluzione che, sulla base sempre di passi della Bibbia e dei Padri della Chiesa, condannò l’iconoclastia; la base teologica della risoluzione era ancora una volta il pensiero di Giovanni Damasceno e quindi collegamento dell’immagine con la dottrina della salvezza nonché affermazione che ciò che si adora non è l’immagine in sé, ma la persona sacra che vi è rappresentata. Maggiori divisioni si ebbero in merito a quale dovesse essere il trattamento di quei vescovi che si erano schierati con l’iconoclastia durante i regni di Costantino V e Leone IV; qui il concilio si divise tra i così detti politici, a favore di riammettere nelle chiesa tutti coloro che avessero abiurato in nome del quieto vivere, e gli zeloti (che per la maggior parte erano monaci) i quali rifiutavano ogni forma di compromesso. Alla fine prevalse ovviamente la moderazione dei politici, i quali argomentavano che molti di questi vescovi non avevano avuto scelta essendo “nati, cresciuti ed educati nell’eresia”, ma si ebbe in quest’occasione il primo assaggio di una divisione interna alla chiesa d’Oriente che poi sarebbe perdurata anche dopo la separazione definitiva da Roma. Altra controversia, che rimase sotto traccia producendo però in seguito conseguenze epocali per tutta l’Europa, si ebbe su questioni eminentemente politiche tra Roma e la corte imperiale. Torneremo a breve su questo argomento, per intanto l’iconoclastia era stata sconfitta, ma non debellata e i suoi sostenitori si ritirarono a leccarsi le ferite in attesa del momento giusto per lanciare la controffensiva; il momento giunse allorché esplose lo scontro tra Irene e suo figlio Costantino VI in merito a chi dovesse governare realmente l’Impero. Raggiunta la maggiore età all’Imperatore cominciò a stare stretto il suo ruolo di comprimario e così iniziò a complottare contro la madre trovando ovviamente appoggio tra gli elementi iconoclasti, suo consigliere fu l’ex-stratego di Tracia nonché l’iconoclasta radicale Michele Lacanodracone (quello dell’ultimatum ai monaci); ne scaturì una feroce lotta per il potere che si concluse quando le truppe dei temi dell’Asia minore si ammutinarono contro Irene la quale fu costretta ad uscire di scena in favore del figlio. Si trattò comunque solo di una ritirata momentanea perché poco dopo il debole sovrano fu convinto a richiamare la madre a corte. Seguì un periodo torbido che, sebbene interessante, non attiene direttamente alla nostra trattazione; la polemica iconoclasta rimase infatti a covare sotto le ceneri in quanto i due partiti si trovarono inaspettatamente alleati allorché esplose una nuova lotta tra potere politico e potere ecclesiastico: Costantino VI ripudiò la moglie e prese in sposa, con una cerimonia sfarzosa, la sua amante. La così detta disputa moicheanica (dal termine greco per adulterio) alienò a Costantino l’appoggio tanto degli ortodossi zeloti che degli iconoclasti, quando poi la sua codardia sul campo di battaglia gli mise contro anche l’esercito il suo destino fu segnato; il 15 Agosto 797 l’Imperatore venne assassinato per ordine della madre che rimase così l’unica autorità al comando dell’Impero. L’assunzione del comando esclusivo da parte di Irene non riuscì comunque a mettere fine alla fase di instabilità interna e il palazzo imperiale divenne una centrale di intrighi tra varie camarille mentre nelle province covava la rivolta contro l’Imperatrice. Alla difficile situazione interna seguì anche un devastante colpo ideologico-culturale all’autorità stessa dell’Impero: la notte di Natale dell’800 Papa Leone III incoronò Carlo Magno Imperatore. Fu un fatto d’importanza epocale in quanto la mentalità dell’epoca considerava l’Impero come un’entità universale e quindi unica; ciò voleva dire che il Papa con il suo atto riconosceva come unico titolare della dignità imperiale il sovrano franco negando che il sovrano di Costantinopoli fosse ancora il legittimo continuatore dell’eredità di Roma. Sul Bosforo la notizia fu accolta come un affronto inaccettabile e da allora in poi, sino alla caduta di Costantinopoli per mano dei turchi, i Basileus considerarono la loro controparte occidentale come un usurpatore a cui mai riconobbero la titolazione di Imperatore romano. Sebbene, lo ripeto, probabilmente sarebbe stato inevitabile un riallineamento politico del papato a seguito del  crollo dell’autorità bizantina in Italia, le vicende della crisi iconoclasta contribuirono in maniera rilevante a scavare il solco tra Roma e Costantinopoli. Il secondo concilio di Nicea poteva infatti aver messo una pezza sulla controversia teologica, ma politicamente la distanza tra i due poteri universali era rimasta invariata se non anzi aumentata. Il Papa infatti si aspettava che la rinuncia all’iconoclastia comportasse un ritorno dello status quo ante in ogni aspetto e quindi anche la restituzione a Roma delle diocesi del Sud Italia e dell’Illiria sottrattegli da Costantino V; inoltre il Papa contestava le modalità con cui era stato scelto il Patriarca Tarasio, che si fregia del titolo di Patriarca Ecumenico in aperto contrasto col principio del primato di San Pietro. Se Costantinopoli non faceva discussioni in merito a una resa totale sul tema della sconfessione dell’iconoclastia, dall’orecchio delle questioni politiche non ci volle mai sentire e fece censurare ogni punto sconveniente della lettera inviata dal Papa al concilio. La riprova che le ragioni della scelta di Roma di scommettere su Carlo Magno dipendessero eminentemente dall’ormai insanabile rottura politica col Bosforo è dimostrato dal fatto che, da un punto di vista teologico, non c’era perfetta sintonia neanche con il re dei Franchi. L’iconoclastia, sebbene ebbe il suo massimo sviluppo in Oriente, fu oggetto di discussione anche nel Regno franco dove, pur rigettando ostilità radicale al culto delle immagini, si avanzavano delle riserve sulla posizione di Roma preferendo la dottrina di Gregorio Magno che aveva affermato le icone dovessero essere né distrutte né venerate. Un sinodo convocato da Carlo Magno condannò, sulla base va detto di gravi errori di traduzione, le risoluzioni del Concilio di Nicea, ma in questo caso il Papa scelse di fare buon viso a cattivo gioco dimostrando come sul piatto della bilancia l’interesse politico della Santa Sede prevaleva su quello delle controversie teologiche (finché restavano entro un limite accettabile). A Costantinopoli il regno di Irene si concluse nell’802 quando l’imperatrice venne spodestata dal sovrintendente (logoteta) alla finanze Nicoforo I che riuscì finalmente a rimettere ordine sia da un punto di vista amministrativo che militare nella disastrata situazione dell’Impero; da un punto di vista di politica religiosa continuò la disputa moicheanica mentre l’iconoclastia perdeva terreno. Il successore di Nicoforo Michele I Rangabe fu invece un fermo sostenitore del partito dell’ortodossia più stretta dando piena soddisfazione a questo sia in materia moicheanica sia in merito al culto delle immagini. Il regno di questo imperatore ultra-ortodosso durò poco in quando, dopo una disastrosa sconfitta a Versinikia contro i bulgari, venne deposto dal generale Leone l’Armeno. Questi proveniva dagli stessi ambienti dell’Asia minore che avevano prodotto la prima generazione di imperatori iconoclasti e Leone, che prese il titolo di Leone V, era assolutamente convinto che la sconfitta contro i bulgari fosse stato un castigo divino per la reintroduzione del culto delle immagini. Sebbene militarmente meno dotato dei suoi predecessori Leone III e Costantino V, Leone V riuscì comunque a fronteggiare egregiamente l’emergenza dell’invasione bulgara concludendo la guerra a favore di Bisanzio; stabilizzato il fronte militare il nuovo imperatore si rivolse alla politica ecclesiastica fermamente deciso a ridare vigore a un’iconoclastia ormai tramontante. L’uomo scelto per questo compito fu lo studioso Giovanni Grammatico che si attivò per creare un ampio corpus di fonti teologiche che dimostrassero l’errore del culto delle immagini; la nuova ondata iconoclasta ebbe l’effetto di riunire le due anime dell’ortodossia (zeloti e politici), ancora divise sulla disputa moicheanica, in un fronte unico contro la pretesa imperiale di sottomettere la chiesa d’oriente alla sua volontà religiosa. Si ebbe così un ritorno allo scontro muscolare come all’epoca di Costantino V; molti sostenitori del culto delle immagini furono imprigionati o costretti all’esilio mentre il Patriarca Nicoforo venne deposto e sostituito da una persona di fiducia dell’Imperatore. Nella Pasqua 815 questo nuovo Patriarca convocò un sinodo che sconfessò le risoluzioni del secondo concilio di Nicea restaurando l’iconoclastia secondo i dogmi del concilio di Hieria, seppur stemperando alcuni punti nel tentativo di renderla più digeribile alla maggioranza della popolazione. Ostrogorsky afferma che la lettura dei documenti del sinodo del 815 mostra chiaramente come questa nuova marea iconoclasta fosse solo una mera imitazione dei furori del secolo precedente; si trattava di un movimento che ormai aveva perso molta della sua forza attrattiva e doveva affidarsi interamente all’autorità imperiale per imporsi. Quanto ormai la difesa dell’iconoclastia fosse più che altro una fonte di grattacapi per gli imperatori è dimostrato dall’atteggiamento di Michele II l’Amoriano che assunse la porpora nell’820 dopo aver fatto assassinare Leone V. Michele era infatti senza ombra di dubbio contrario al culto delle immagini, fece educare suo figlio da Giovanni Grammatico e volle come Patriarca l’altro leader degli iconoclasti Antonio Sileo, ma era anche consapevole che ormai il movimento era in involuzione e per evitare un indebolimento della sua posizione causa l’opposizione degli ortodossi scelse la via pilatesca di non riconoscere né il secondo concilio di Nicia né i vari sinodi iconoclasti. Semplicemente si vietò ogni discussione in merito alla questione; ufficialmente l’iconoclastia era ancora in vigore, ma ufficiosamente si chiudeva un occhio al fatto che il culto delle immagini fosse pratica comune. L’unico caso di “persecuzione” durante il suo regno fu l’incarceramento del vescovo siciliano Metodio che aveva portato a Costantinopoli un’ammonizione papale in merito al perdurare dell’iconoclastia; Ostrogorsky comunque spiega che Metodio non fu arrestato in quanto sostenitore delle icone, ma perché rappresentava quel papato con cui gli Imperatori d’Oriente erano ormai ai ferri corti per l’appoggio dato agli “usurpatori” Carolingi. L’ultima grande ondata iconoclasta bizantina si ebbe sotto il figlio di Michele, Teofilo, che divenne Imperatore nell’829. Questo giovane, come detto educato dall’ultra-iconoclasta Giovanni Grammatico elevato nell’837 a Patriarca, era un colto romantico affascinato dalla cultura araba i cui tredici anni di regno sarebbero forse passati senza infamia e senza lode se non fosse stato per il fanatico tentativo di reimporre l’iconoclastia tornando anche ai metodi di Costantino V. In particolare è rimasta nelle cronache la vicenda dei due fratelli palestinesi Teodoro e Teofane, il secondo era un poeta autore di versi in lode delle icone, sulla cui fronte vennero impressi col ferro rovente delle frasi iconoclaste. Lo scontro di nuovo fu particolarmente duro con i monaci, strenui difensori del culto delle immagini, ma il quadro reale era che, nonostante gli sforzi di Teofilo e Giovanni Grammatico, l’iconoclastia sopravviveva artificialmente solo nella capitale per testarda volontà dell’imperatore. Quando nel Gennaio 842 Teofilo venne fatto assassinare dalla moglie Teodora, il primo gesto del nuovo governo fu quello di restaurare ufficialmente il culto delle icone. Giovanni Grammatico venne deposto da Patriarca e al suo posto fu nominato quel Metodio incarcerato da Michele II il quale, l’11 Marzo 843, tenne un sinodo che sconfessò definitivamente l’iconoclastia. Ancora oggi la chiesa greco-ortodossa celebra la memoria di questo evento con la “festa dell’ortodossia” nella prima domenica di Quaresima.

Ostrogorsky scrive che l’iconoclastia ebbe come effetto quello che “Roma fosse cacciata dall’Oriente greco, Bisanzio dall’Occidente Latino. E questo significò che tanto all’universalismo dell’impero bizantino quanto all’universalismo della Chiesa romana cominciò a franare il terreno sotto i piedi.”. L’analisi si rileva corretta in quanto si può facilmente osservare come il secolo dell’iconoclastia segnò la nascita di quel confine ideale tra un Occidente latino fedele alla Santa Sede e un Oriente greco-bizantino che dopo il 1054 sarebbe divenuto terra d’elezione della chiesa ortodossa. Non si trattò solo di una divisione teologica, ma anche politica e culturale in quanto l’idea autocratica bizantina trasmigrò poi agli Zar di Russia mentre  i canoni artistici di Costantinopoli vennero fatti propri da gran parte dell’Europa orientale slava. L’iconoclastia però indirettamente preparò anche il terreno al grande scisma tra cristianesimo d’Oriente e d’Occidente; ciò non tanto in ragione della disputa religiosa avutasi tra Roma e Costantinopoli, ma per gli effetti che la crisi iconoclasta produsse all’interno della chiesa orientale. Infatti quei settori della chiese, monaci e clero ortodosso, che avevano guidato vittoriosamente la lotta contro le pretese degli Imperatori di subordinare la chiesa alla loro autorità erano adesso ancor più ostili a sottomettersi alla pretesa di primato da parte del Papa di Roma. Sicuramente nel 1054 tra i due cristianesimi esistevano delle differenze teologiche insanabili, ma molto probabilmente lo scisma non sarebbe stato  possibile se la chiesa d’oriente non avesse acquistato, nel corso della sua lotta contro l’iconoclastia, quel prestigio presso i fedeli e quell’autorità morale che la resero sicura dei suoi diritti contro le pretese di universalità dei successori di Pietro. Gli effetti dell’iconoclastia sul patrimonio artistico bizantino furono pesanti in quanto andò persa, soprattutto negli anni di Leone III e Costantino V, molta dell’arte sacra dei secoli d’oro di Giustiniano ed Eraclio; fortunatamente ciò non determinò un avvizzimento della vena artistica nell’Impero d’Oriente che anzi era alle porte di una grandiosa fioritura culturale tra la fine del IX e l’inizio del X secolo. Cosa rimase invece dell’iconoclastia come dottrina religiosa? Essa sembrò finire negli archivi della storia finché non riemerse con improvvisa e rinnovata violenza nell’età della riforma. Zwingli, Calvino e Lutero, anche se questi con più distinguo, si scagliarono duramente contro non solo la pratica di venerazione delle immagini, ma anche delle reliquie, riesumando alcuni degli argomenti che erano stati propri degli iconoclasti orientali dell’VIII secolo. Le aree in cui trionfò il calvinismo come la Svizzera, i Paesi Bassi olandesi, la Scozia, la Francia ugonotta e l’Inghilterra puritana furono attraversate da violente ondate iconoclaste che andarono a rimuovere molta dell’arte religiosa presente nelle chiese. Con lo stabilizzarsi della geografica religiosa dell’Europa e il radicarsi delle fedi riformati come dei culti tendenzialmente contrari all’adorazione delle immagini l’iconoclastia uscì nuovamente di scena come dottrina religiosa per avviarsi ad assumere, come termine, quel significato principalmente simbolico-culturale che le diamo ancora oggi.

 

Bibliografia:

  • Georg Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino

 

1 Response
  • Tommaso
    31 Ott 2017

    Grazie per la sintesi. Mti interessanti i collegamenti dell’iconoclastia con il neoplatonismo. Inevitabile poi vedervi una riflessione anticipatrice, pur in un contesto e con modalità completamente diverse, della teoria dei simulacri del post-moderno Jean Baudrillard.

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