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La caduta di Costantinopoli

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La caduta di Costantinopoli fu forse uno degli eventi storici meno inatteso dai contemporanei, ma che contemporaneamente generò le più grandi emozioni nel momento in cui la notizia si diffuse in Europa. A secondo dei punti di vista il crollo dei bastioni teodosiani poteva infatti rappresentare la perdita in favore dell’islam di uno dei più antichi centri della cristianità oppure la scomparsa di quello che, seppur magari solo formalmente, comunque restava l’ultimo scampolo di romanitas nel vecchio continente. Seppur tramontata da secoli la potenza del fu Impero bizantino, Costantinopoli era ancora una città di grande importanza strategica e simbolica per tutta la cristianità; eppure quando le truppe di Maometto II si accamparono sotto le sue mura nell’Aprile 1453 nessuno ebbe mai dubbi su quale potesse essere l’esito della contesa. Del gigantesco impero di Costantino, Giustiniano e Basilio II restava ormai solo la capitale coi suoi dintorni e la Morea in Grecia; il resto era stato tutto progressivamente divorato dai turchi ottomani dopo che l’occidente, con una delle sue “migliori” trovate d’ingegno, decise di ammazzare la grandiosa struttura statale bizantina inviandole contro la quarta crociata. Certo già all’epoca l’impero era entrato nella sua fase calante, ma era ancora in grado di difendersi adeguatamente costituendo un tappo all’avanzata dei popoli islamici di ceppo turco verso l’Europa; sostituire a quell’immenso edificio un’entità fittizia, l’Impero latino, circondato da tre entità bizantine in esilio segnò l’inizio del conto alla rovescia perché la croce su Santa Sofia venisse sostituita da una mezza luna. Infatti anche dopo che nel 1261 la dinastia dei Paleologi riuscì a restaurare l’unità dell’impero espellendo i latini, Bisanzio era ridotta all’ombra di se stessa e i suoi territori iniziarono ad essere progressivamente perduti a favore dei nuovi arrivati turchi ottomani. Per altro l’occidente, invece di aiutare adesso Costantinopoli in funzione anti-turca, continuò a lavorare per indebolire lo stato bizantino subordinando l’accettazione di ogni richiesta d’aiuto proveniente dal Bosforo all’unione, cioè capitolazione, della chiesa ortodossa alla Santa Sede e minacciando di tanto in tanto una nuova spedizione per restaurare un dominio latino ad oriente. Fu solo quando gli ottomani, aggirando l’ostacolo rappresentato da Bisanzio, alla metà del trecento fecero irruzione nei Balcani, occupando in un lampo l’odierna Bulgaria e distruggendo l’esercito del potente regno di Serbia nella battaglia del Kossovo, che l’Europa si rese conto del pericolo in agguato e tentò di reagire; le mucche erano però ormai fuggite dalla stalla e la crociata organizzata per respingere i turchi andò incontro a un gigantesco disastro a Niceopoli nel 1396. Sembrava che ormai fosse solo questione di tempo prima che il sultano Bayezid I rimuovesse quella piccola enclave a cui ormai era ridotta Costantinopoli, ma la fortuna salvò i bizantini perché ad appena sei anni da Niceopoli l’espansione ottomana subì una battuta d’arresto quando Bayezid venne sconfitto dai mongoli di Tamerlano ad Ankara. Gli imperatori bizantini ebbero così un decennio d’ossigeno, ma questa breve luna di miele era destinata a concludersi non appena i turchi avessero riconquistato la loro unità. Sotto la mano ferma del sultano Murad II gli ottomani recuperarono tutto ciò che era andato perso durante gli anni difficili e intorno al 1444 tutti i Balcani meridionali erano dominati dai turchi mentre la Valacchia, la Serbia, la Bosnia e la stessa Bisanzio erano ridotti a meri vassalli del Sultano; in Anatolia il dominio ottomano non era ancora invece assoluto, ma fatta eccezione per l’emirato di Karaman non vi era nessun serio avversario che potesse angustiare i sonni della corte di Edirne. Ho indicato come data il 1444 perché in quell’anno la cristianità ebbe l’ultima occasione di frenare gli ottomani per un tempo sufficiente a organizzare una vera difesa di Costantinopoli; il giovane sultano Maometto II non era infatti riuscito a far fronte a un attacco combinato ad opera di un’ampia coalizione di regni dell’Europa orientale (Polonia, Ungheria, Lituania, Boemia e monarchie balcaniche) riunite in una crociata bandita da Papa Eugenio IV e supportati da azioni di disturbo dei bizantini. Di fronte al pericolo il vecchio Murad II, che aveva abdicato proprio in quell’anno a favore del figlio, decise di riprendere il comando, ma invece di combattere offrì ai crociati una pace a condizioni vantaggiose: tregua decennale e ritorno alla piena autonomia del Regno di Serbia. Re Ladislao III di Polonia era favorevole ad accettare quella di fatto sarebbe stata una momentanea battuta d’arresto ai piani d’espansione turchi, ma gli inviati del Papa lo obbligarono a rifiutare per perseguire invece la vittoria totale scacciando gli infedeli dai Balcani. Risultato? il 10 Novembre 1444 Murad II ottenne una vittoria totale a Varna annientando l’esercito crociato e uccidendo lo stesso re Ladislao. L’imperatore Giovanni VIII Paleologo fu costretto alla suprema umiliazione di accogliere a Costantinopoli il vincitore facendogli anche i complimenti per il successo ottenuto. Per Georg Ostrogorsky Varna segnò la fine di ogni speranza occidentale di portare un aiuto concreto a Bisanzio che, da quel momento, fu alla completa mercé del buon cuore del sultano; se però Murad II, forse anche per un suo amore per la cultura greco-bizantina, non volle muovere contro Costantinopoli, suo figlio Maometto II, non appena tornato sul trono nel 1451, rese subito evidente di avere ben altri piani. La conquista di Costantinopoli per l’ex-neo Sultano era di primaria importanza per due motivi: in primis Maometto II aveva bisogno di inaugurare il suo regno con una grande vittoria che cancellasse l’ombra della deposizione del 1444; in secondo luogo la crociata di Varna aveva dimostrato come Costantinopoli, sebbene ridotta quasi all’impotenza, data la sua posizione, esattamente a metà strada tra i domini balcanici e quelli anatolici dei turchi, poteva ancora essere una base che i “crociati” potevano usare per colpire alla spalle l’Impero Ottomano. Fintanto che Bisanzio restava indipendente i turchi avrebbero dovuto tenere parte delle loro forze a farvi da guardia e inoltre non avrebbero potuto usare i Dardanelli per far passare rapidamente i loro eserciti dall’Asia all’Europa in caso di emergenza; insomma come per gli Arabi di secoli prima Costantinopoli restava il bastione che virtualmente impediva all’islam di riversarsi in Europa.

Maometto II non fece nulla per nascondere le sue intenzioni ostili nei confronti degli ultimi rimasugli dell’Impero Bizantino. Non appena salito al trono mise subito il guinzaglio all’Anatolia regolando l’emiro di Karaman, che aveva tentato di sfruttare il momento per estendere i suoi domini, per poi sposarne la figlia. La sua risposta invece all’imperatore bizantino, che giudicando male il personaggio lo aveva velatamente minacciato di supportare il fratello del sultano Orhan nel fomentare una guerra civile se in cambio non avesse ottenuto maggior autonomia da Edirne, fu la costruzione di una fortezza, Rumeli Hisar, sulla sponda europaea del Bosforo in quella che, nominalmente, era ancora terra bizantina. La risposta gelida di Maometto II alle proteste di Costantinopoli fu che i bizantini non possedevano nulla al di fuori delle mura della loro capitale. Rumeli Hisar serviva a togliere a Bisanzio il suo ultimo potere: il controllo esclusivo degli strategici Dardanelli; dopo la costruzione della fortezza infatti ogni nave che intendeva passare per il Bosforo o pagava un pedaggio ai turchi o sarebbe stata cannoneggiata. Fatto ciò il Sultano si dedicò a preparare il suo esercito per il prossimo assedio della capitale bizantina; in particolare diede ordine a un fonditore di cannoni ungherese di nome Urbano di preparare delle bocce da fuoco in grado di annientare le ancora imponenti mura teodosiane. Dopo il successo dei primi cannoni sperimentati contro le navi veneziane a Rumeli Hisar, Maometto chiese un cannone in grado di sparare un proiettile di 450 kg che fu felicemente collaudato fuori dal nuovo palazzo del Sultano ad Edirne. Ovviamente a Costantinopoli e in Occidente non si era ciechi a quanto stava succedendo e sin da quando i cannoni di Urbano avevano affondato una nave veneziana (il cui capitano era poi stato impalato mentre l’equipaggio superstite segato in due) era divenuto chiaro che gli ottomani avevano accelerato il passo dei loro piani di conquista. Sul trono di Bisanzio vi era dal Gennaio 1449 Costantino XI Paleologo, ex despota della Morea che in quel ruolo era riuscito a conseguire alcuni successi contro i turchi e i principati latini locali, il quale era perfettamente consapevole che senza un aiuto esterno le possibilità di resistenza erano pari a zero, per cui iniziò a tempestare l’occidente con richieste di soccorso. Purtroppo l’Europa cristiana non volle e non poté andare in aiuto di Costantino; sui rapporti tra bizantini e occidente pesava infatti ancora come un macigno la memoria della quarta crociata e la maggiore potenza del mediterraneo dell’epoca, l’Aragona di Alfonso V, guardava a Costantinopoli più come a una terra di conquista che come un confratello cristiano da aiutare. Anche l’Ungheria, pesantemente castigata a Varna, nicchiò alle richieste d’aiuto  bizantine, nonostante Costantino XI si disse pronto a offrire terre dell’Impero in cambio del soccorso, e l’immobilismo ungherese spinse all’inazione tanto la Valacchia quanto l’Albania di Skanderberg che non se la sentirono di offendere gli ottomani per combattere una causa persa. Infine Papa Nicola V, teoricamente l’unica autorità che avrebbe potuto spingere i cristiani a una grossa mobilitazione a favore dei fratelli orientali, ancora una volta pretese come contro partita la sottomissione del Patriarcato di Costantinopoli a Roma; Costantino XI era talmente disperato da accettare questo ricatto e il 12 Dicembre 1452 il legato papale Isidoro celebrò messa secondo il rito romano a Santa Sofia. La popolazione di Bisanzio però non ci stette e, guidata da buona parte del clero ortodosso, rifiutò energicamente l’unione delle chiese; l’odio anti-latino e anti-cattolico era tale che Ostrogorsky riporta questa frase di un funzionario imperiale “Preferisco vedere in mezzo alla città il turbante turco piuttosto che la mitra latina.”.  L’unico aiuto concreto a Costantinopoli venne dalle due repubbliche marinare di Genova e Venezia, ma fu un aiuto bizzarro perché troppo per poter essere considerato di mera apparenza e troppo poco perché si potesse credere che avrebbe in qualche modo influito sul corso degli eventi. Secondo David Nicolle il senato della Serenissima considerava quella bizantina una causa persa, ma l’affondamento della loro nave ad opera degli ottomani creò tra i veneziani molti timori per le possibili conseguenze di un’occupazione ottomana del Bosforo; vennero così organizzate verie spedizioni di aiuto, ma nella confusione generale l’unico a partire fu Alvise Longo con una sola nave da guerra. Allo stesso tempo Girolamo Minotti, balivo veneziano a Costantinopoli, convocò un consiglio del fondaco veneziano che deliberò che i veneziani dovevano rimanere in città per contribuire alla difesa; nonostante il blocco imposto alle partenze da questo voto sei navi lasciarono comunque Bisanzio portando con loro 700 persone. L’aiuto di Genova consistette invece in 700 uomini e due navi da guerra al comando di Giovanni Giustiniani Longo, che venne seduta stante nominato comandante delle difese bizantine, che giunsero sul Bosforo nel Novembre 1452.

Agli inizi del 1453 Maometto II era pronto a lanciare il suo assalto contro Costantinopoli. Nell’Ottobre dell’anno prima, mentre le sue forze si radunavano ad Edirne, contingenti ottomani avevano fatto irruzione nella Morea bizantina in modo che questa provincia non potesse inviare aiuti alla capitale. L’esercito ottomano che si andava organizzando era un insieme di volontari uniti alle forze provinciali della Rumelia e dell’Anatolia (divisa in cavalleria feudale o toprakli suvarisi, cavalleria di frontiera o serhadkulu suvarisi e fanteria locale o yerlikulu piyadesi) e alle truppe scelte della guardia di palazzo all’interno della quale si trovavano i famosi giannizzeri, ex-schiavi o prigionieri di guerra (detti kapi kulu) principalmente di origine slava o albanese. Può sorprendere, ma vi era un’ampia presenza di cristiani all’interno delle file dell’esercito ottomano che si apprestava a muovere su Bisanzio; soprattutto tra le truppe della Rumelia vi era un gran  numero di ausiliari slavi e valacchi di lingua romena e David Nicolle afferma che, poco prima dell’inizio dell’assedio, 1500 cavalieri e alcuni minatori provenienti dalla Serbia si unirono all’esercito. La prima mossa di Maometto II fu ordinare di costruire una strada da Edirne a Costantinopoli non solo per poter agevolmente spostare le gigantesche bombarde di Urbano, ma anche per saggiare le resistenze greche; i pionieri inviati da Karaca Bey, beylerbey della Rumelia, giunsero fin sotto le mura della capitale indisturbati e poterono iniziare ad abbattere vigne e frutteti per spianare il campo di fuoco dei cannoni. A febbraio iniziarono i movimenti delle truppe ottomane per stringere l’assedio attorno a Costantinopoli; mentre le avanguardie condussero fino a 8 km da Bisanzio le tre gigantesche bombarde, la più grande delle quali necessitò di sessanta buoi per essere trasportata, vennero conquistati le ultime città bizantine sul Mar di Marmara e sul Mar Nero. Contemporaneamente anche la flotta turca si mosse e, dopo essersi riunita a Gallipoli, passò i Dardanelli mettendo base sul Bosforo nella baia di Diplokinion a Nord di Galata. Chiaramente la strategia del Sultano era quella di bloccare Costantinopoli sia per terra che per mare, ma poco prima che la flotta ottomana prendesse posizione l’imperatore Costantino XI aveva inviato ogni nave bizantina a fare scorte di viveri e a saccheggiare le città turche sul Mar di Marmara. Il Basileus tentò in tutti i modi di rafforzare le scarne difese delle sua capitale sia dando ordine che tutto l’argento presente nelle chiese fosse fuso per poter pagare gli uomini sia ordinando un censimento dell’intera popolazione così da spremere ogni singolo uomo abile alle armi da mandare sulle mura. Nonostante tutti questi sforzi non più di 8500 uomini, 6000 locali e 3000 stranieri,  si preparavano a sopportare l’urto dei turchi e in gran parte si trattava di miliziani scarsamente addestrati che potevano contare sul supporto di poche bocca da fuoco e qualche spingarda provenienti dall’Europa occidentale; le poche truppe d’elite erano i balestrieri e i seguiti dei nobili bizantini . Un cronista dell’epoca, Giacomo Tedaldi, fornì numeri che secondo David Nicolle possono essere considerati come i più attendibili: 6000-7000 soldati veri e propri più 35.000 civili armati alla bene meglio per un totale di 42.000 contro 60.000 soldati ottomani accompagnai da 140.000 tra operai e non combattenti di vario tipo (cuochi, schiavi ecc.). Di fronte a questi numeri è ovvio che i bizantini facessero interamente affidamento per le loro possibilità di resistenza sulla forza delle antiche mura di Costantinopoli, rafforzate e modernizzate da ultimo tra il 1433 e il 1448, ma sarebbero state in grado di reggere alla forza devastante della moderna artiglieria ottomana? Stando a Nicolle il piano bizantino era quello di resistere sufficientemente a lungo da spingere l’occidente a intervenire seriamente, ma se ciò era veramente un piano di guerra e non una semplice speranza per darsi forza è opinabile; certamente pare sicuro che l’imperatore Costantino avesse già deciso di restare al suo posto fino all’ultimo cercando la bella morte qualora tutto fosse stato perduto. Il 23 Marzo 1453 Maometto II lasciò Edirne con il grosso del suo esercito per piantare la sua tenda sulla collina di Maltepe il 2 Aprile; lo stesso giorno i bizantini avevano tirato la catena che bloccava alle navi l’accesso al Corno d’oro  cioè il piccolo braccio di mare (esattamente l’antico estuario di un fiume) che delimitava i confini della penisola di Bisanzio e divideva la città dalla genovese Galata. L’assedio tecnicamente però non iniziò sino al 6 quando l’interno esercito turco raggiunse la linea delle fortificazioni e i cannoni non  furono portati in posizione per poter bombardare le mura; oltre alle tre bombarde giganti gli ottomani potevano schierare circa sessantanove bocce da fuoco di vario calibro che dimostrarono sin da subito la loro forza distruttiva, nonostante gli inconvenienti tecnici che a volte determinavano la rottura di qualche pezzo. Come giustamente afferma Ostrogorsky se secoli prima, in occasione del primo assedio arabo, Costantinopoli era stata salvata anche dalla superiorità tecnologica dell’armamento bizantino, es. il fuoco greco, adesso questo vantaggio era interamente transitato nelle mani dei turchi che, per l’epoca, disponevano di uno dei più moderni e devastanti arsenali bellici dell’intera Europa. Già il 7 Aprile una breccia venne aperta nelle mura all’altezza di porta Charisus e Maometto, probabilmente più per verificare la capacità di resistenza nemica che per tentare di risolvere subito il tutto, lanciò all’assalto le sue truppe meno capaci: gli irregolari e i volontari. La resistenza bizantina fu però capace e i turchi vennero respinti indietro senza troppe difficoltà. Sin da che l’artiglieria nemica aveva iniziato a sparare Costantino XI aveva preso posizione sui bastioni della sua città affiancato da molti comandanti veneziani cui erano stata affidate, non solo metaforicamente, le chiavi della difesa della città. Sperando infatti forse che un’ampia presenza di suoi concittadini tra i difensori potesse spingere Venezia a scendere i  campo Costantino aveva affidato le chiavi di quattro porte della città ai veneziani e tre loro comandanti (Filippo e Jacopo Contarini più il balivo Girolamo Minotto) erano stati posti alla guida delle difese di altrettante zone delle mura mentre Alvise Diedo e Zuan Venier guidavano la flotta. Paradossalmente i discendenti di quel doge che nel 1204 era stato tra i massimi artefici dello sviamento della quarta crociata adesso si ergevano a ultimi difensori dell’Impero bizantino. Nei primi giorni dell’assedio i difensori italo-bizantini si permisero anche una serie di sortite, ma ben presto Giustiniani Longo le vietò constatando che le perdite subite superavano di molto i magri vantaggi concreti ottenuti da queste azioni. Dopo il primo attacco del 7 Aprile Maometto II si prese una pausa per far rimettere a nuovo alcuni cannoni, una delle tra grandi bombarde si era già rotta, per poi riprendere il bombardamento tra l’11 e il 12; fatto curioso un cronista di parte greca, Ducas, afferma che in questa seconda fase il tiro ottomano fu molto più preciso ed efficace grazie ai suggerimenti dati da un ambasciatore ungherese giunto al campo di Maometto come osservatore. Difficile dire se ciò sia vero, certamente il Sultano decise di aumentare la pressione sui difensori iniziando ad attaccare anche dal mare. Un primo attacco contro lo sbarramento del Corno d’oro era già stato tentato fallendo e il comandante ottomano aveva deciso di attendere l’arrivo delle ultime navi dal Mar Nero; il 12 Aprile, con una flotta tra le 100 navi, venne lanciato l’attacco contro la molto più piccola flotta italo-bizantina, sedici navi, che però, sfruttando il poco spazio a disposizione del nemico per manovrare, si difese bene e tentò anche una manovra di accerchiamento costringendo l’ammiraglio Baltaoglu a una seconda ritirata. Nonostante la gigantesca superiorità di uomini e mezzi dei turchi dopo quasi una settimana d’assedio i progressi erano stati pressoché nulli e un grande attacco notturno tra il 17 e il 18 Aprile nel settore di Masoteichon venne respinto dopo una battaglia di quattro ore. I difensori ottennero poi anche un gigantesco successo psicologico il 20 quando tre navi a vela inviate all’ultimo momento da Papa Nicola V, cariche di truppe e rifornimenti, si avvicinarono a Costantinopoli accompagnate da una nave bizantina piena di grano siciliano; le imbarcazioni era riuscite a entrare nei Dardanelli senza farsi notare, ma sembrava che nulla potessero contro lo sbarramento della più grande flotta turca. Ancora una volta però Davide vinse Golia, infatti le più veloci vele cristiane ebbero la meglio sui remi ottomani che non riuscirono né ad incendiare, né ad abbordare, né a cannoneggiare le quattro navi nemiche le quali, con il tramontare del sole e il ritorno del vento, superarono il blocco giungendo sane e salve alla catena del Corno d’oro. Il successo non solo galvanizzò i difensori, ma aprì anche delle crepe all’interno del fronte ottomano; ricordiamo infatti che Maometto II era asceso al trono da poco e alcuni dei più anziani ministri del padre, in particolare il gran visir Candarli Halil, guardano a una possibile soluzione politica della questione di Costantinopoli. Maometto però aveva ancora dalla sua la maggioranza degli altri ufficiali, in particolare l’abile e popolare Zaganos Pascià, e così, trovato in Baltaoglu il capro espiatorio per l’insuccesso del 20, si decise di andare avanti con l’assedio, ma era chiaro che i turchi avevano urgenza di mettere a segno un punto. Ritenendo che fosse imprescindibile conquistare il Corno d’oro e verificato che era impossibile sfondare lo sbarramento si scelse di aggirarlo portando le più piccole navi turche dall’altra parte via terra attraverso Galata. L’audace manovra fu resa possibile dal fatto che nel punto più basso Galata fosse a soli 70 m sul livello del mare; si costruì uno scivolo di carico in legno che dal Bosforo, aggirando la neutrale città genovese, giungesse alle spalle dello sbarramento del Corno d’Oro. La rampa, completata il 22 Aprile, permise lo spostamento di settantadue navi turche, coperte dal fuoco dell’artiglieria, all’interno del Corno d’Oro. L’ingresso degli ottomani nello stretto braccio di mare mise in difficoltà i difensori che furono costretti a sguarnire parte delle loro difese per presidiare le sezioni di mura che davano sul Corno al fine d’evitare che la città cadesse per un attacco dal mare com’era successo in occasione della quarta crociata. Lo scontro ben presto si accese nel Corno d’Oro tra le opposte artiglierie, ma quella turca, meglio diretta e supportata da un nuovo modello di mortaio che si dice fosse stato ideato dallo stesso Sultano, costrinse ben presto le navi cristiane a ripiegare nel porto Prosforiano lasciando solo una piccola guardia presso lo sbarramento della catena. Ormai Costantinopoli era circondata e cannoneggiata da ogni lato; il 6 Maggio si aprì una seconda breccia presso Porta di San Romano che venne il giorno dopo presa d’assalto dalle forze di Maometto nonostante fosse larga solo 3 metri. Stando alle cronache dell’epoca si fu a un passo dal crollo delle difese quando Giustiniani Longo e lo stesso Imperatore Costantino giunsero per rincuorare gli uomini e tamponare la falla. La situazione però si andava facendo disperata, tra l’ 8 e l’11 Maggio fu aperta una nuova breccia a Porta Caligaria, ed era evidente che senza un soccorso immediato le difese non avrebbero potuto reggere ancora a lungo. Come spesso avviene durante gli assedi voci incontrollate di una grande forza di salvataggio si andarono a diffondere in città; esse erano alimentare dalla notizia che era giunta poco prima dell’inizio dell’assedio che Venezia stava approntato una flotta agli ordini di Alvise Longo e Giacomo Loredan da inviare a Costantinopoli. In effetti Venezia aveva organizzato qualcosa del genere, ma tra ritardi e poca convinzione come già detto a partire fu il solo Alvise Longo con una nave a cui fu poi ordinato di attendere nell’Egeo il giungere del resto della flotta; così l’occidente nel momento decisivo si era presa l’unica cosa che a Bisanzio difettava: il tempo. Il ritorno senza notizie di una nave che aveva lasciato Costantinopoli agli inizi d’Aprile per cercare questa evanescente forza d’aiuto affossò il morale della città che, forse per la prima volta, si rese conto di essere rimasta da sola. Nonostante ciò però la difesa continuò e i bizantini furono in grado di cogliere un ultimo successo: i turchi avevano infatti iniziato a minare le mura della città, in sostanza si scavava un tunnel sotto le mura per poi farlo franare così da far venir giù le fortificazioni sovrastanti, ma i bizantini aprirono dei contro tunnel e si ebbero dei combattimenti sotto terra da cui alla fine uscirono vittoriosi i difensori di Costantinopoli. Ovviamente però questa vittoria nel sottosuolo non modificò in nulla l’inerzia dello scontro ormai sempre più a vantaggio dei turchi che ormai ricevevano anche segnali “divini” della loro prossima vittoria: l’Odigitria, la più sacra icona ortodossa, cadde a terra durante una processione mentre un giorno si alzò su tutta la città una nebbia fenduta solo da una luce che avvolse Santa Sofia. Maometto II inviò un’ultima ambasceria a Costantino in cui chiedeva la resa della città in cambio della garanzia del possesso della Morea all’imperatore; alcuni consiglieri suggerirono all’Basileus di accettare, ma questi rispose “Dio vieta che io debba vivere come un imperatore senza un impero. Quando la mia città cadrà, io cadrò con essa. Chiunque desideri fuggire, che si salvi come può, e chiunque è pronto ad affrontare la morte che mi segua.”. Per Nicolle questa risposta forse fu dettata dalla speranza del giungere della famosa flotta veneziana, la nave che uccise questa speranza non era ancora rientrata in città, e dalla voce che gli ungheresi si fossero finalmente decisi a intervenire; Ostrogorsky, e anche io nel mio piccolo, invece è convinto che Costantino cercasse solo di uscire di scena nel modo più confacente al titolo che portava. Esclusa così la possibilità di una conclusione non cruenta dell’assedio Maometto II preparò l’assalto finale che avrebbe dovuto essere lanciato il 29 Maggio; ancora una volta il consiglio di guerra si spaccò tra i favorevoli alla trattativa e i favorevoli all’attacco, ma la sensazione che infine nessun aiuto sarebbe giunto dall’occidente a Bisanzio fece pendere la bilancia per la soluzione di forza. Per due giorni ci fu una relativa calma, la calma che precede la tempesta si potrebbe dire volendo essere poetici, ma i falò e le luci dei festeggiamenti turchi furono scambiati dai difensori per l’inizio di una ritirata così che, per qualche ora, a Costantinopoli ci fu una felicità immotivata per la speranza che l’assedio stesse per finire. Il piano d’attacco prevedeva un assalto coordinato da terra e dal mare: nel Corno d’Oro la flotta ottomana avrebbe dovuto portarsi sotto le mura e poggiarvi contro delle scale, allo stesso tempo le truppe della Rumelia avrebbero attaccato Porta di Charisus mentre quelle anatoliche si sarebbero mosse contro Porta di San Romano e la spiaggia del mar di Marmara. Durante le ultime ore di luce del 28 Maggio i turchi iniziarono a riempire il fossato difensivo e ad avvicinare i cannoni il più possibile alla cinta muraria. Da dentro la città i difensori, dopo l’attimo di speranza di cui si è detto, si resero conto che qualcosa di grande si stava preparando e così cercarono anche loro di riorganizzarsi redistribuendo le forze lungo la cinta muraria per portare le truppe migliori nelle zone più vulnerabili; in particolare lo stesso Giustiniani Longo con 400 italiani e il grosso dei bizantini si portò a Porta San di Romano mentre il Basileus visitò ogni settore per incoraggiare personalmente gli uomini. Merita menzione il fatto che nelle ultime ore della Costantinopoli bizantina i dissidi religiosi della scisma vennero messi da parte quando ortodossi e latini si unirono insieme in preghiera dentro Santa Sofia.

Tre ore prima dell’alba del 29 Maggio l’artiglieria turca aprì un devastante fuoco contro le mura di Costantinopoli. La prima ondata fu quella delle truppe volontarie e gli scontri più violenti si ebbero subito intorno alla Porta di San Romano; nonostante le perdite elevate i turchi continuarono ad attaccare finché il sultano non diede ordine di indietreggiare. Anche dal lato del Corno d’Oro il tentativo della flotta di poggiare scale sulle mura non ebbe successo. Il secondo attacco, dopo un ennesimo cannoneggiamento, fu quello delle truppe provinciali che si lanciarono nelle brecce aperte per poi momentaneamente ritirarsi dando così modo ai cannoni di fare nuovamente fuoco. Anche stavolta però i difensori, seppur esausti e ridotti sempre più a un pugno di uomini, tennero la posizione sfruttando a loro vantaggio la ristrettezza dello spazio delle brecce cosa che, parzialmente, annullava il vantaggio numerico dei turchi. Un’ora prima dell’alba anche l’attacco dei provinciali venne fatto rientrare e Maometto II si preparò a mettere in capo per l’assalto finale l’elité del suo esercito: la guardia di palazzo con i 3000 giannizzeri. Mostrando la loro estrema disciplina questi reggimenti si fecero sotto le mura manovrando alla perfezione e dopo un’ora di scontri un gruppo di giannizzeri scoprì che la posterla Kerkoporta, si trattava di piccoli ingressi alla mura semi nascosti utili ai difensori per uscire di nascosto o lanciare sortite, non era stata chiusa accuratamente. Una cinquantina di giannizzeri sciamò dentro innalzando lo stendardo di Maometto sulle mura, ma ben presto si trovarono isolati e rischiarono di essere annientati senonché avvenne un fatto che fece crollare la resistenza dei difensori: un proiettile colpì Giustiniani Longo che, ferito mortalmente, indietreggiò verso le retrovie. Nella confusione dello scontro nessuno, neanche l’Imperatore Costantino che apostrofò l’italiano di tornare a combattere, si era reso conto di ciò che era successo e si diffuse la voce che Longo si fosse dato alla fuga; in breve il panico si diffuse e i difensori iniziarono a ripiegare lasciando incustodita la breccia che venne occupata e tenuta da un gruppo di giannizzeri finché non giunsero altri turchi a supportarli. Non si sa bene chi diede l’ordine a questi giannizzeri di muoversi e se vi fu un ordine o non si tratto invece di una di quelle iniziative individuali che soldati veterani prendono nel corso degli scontro quando si accorgono del palesarsi di una possibilità; fatto sta che in breve le mura intorno a Porta di san Romano caddero in mano agli attaccanti  e da questo momento in poi fu un effetto a catena inarrestabile. Si diffuse infatti la voce che anche il porto era caduto mentre altri stendardi turchi vennero alzati sulla mura delle Blacherne gettando nel panico i difensori del muro del Corno d’Oro che lasciarono le loro posizioni. Verso le 4 del mattino le difese crollarono e iniziò l’ognuno per sé; gli europei si diressero vero il porto nella speranza di trovare la salvezza sulle navi veneziane e genovesi mentre i bizantini si schierarono a difesa dei loro quartieri e delle loro case. Molti fuggirono in direzione di Galata e a un certo punto la catena che bloccava l’ingresso al Corno d’Oro venne tagliata permettendo a molte navi cristiane di sgusciare tra le maglie del blocco ottomano; su una di queste sarebbe in seguito morto lo stesso Giustiniani Longo che, pur ferito, aveva fatto appello a tutte le sue forze per riorganizzare i suoi uomini e condurli verso la salvezza. A margine va però detto che se queste navi della salvezza poterono prendere il mare fu perché un pugno di marinai cretesi tennero tre torri presso porta di Horaia finché anche l’ultima imbarcazione non si fu allontanata; Maometto II si dice rimase così impressionato dal loro coraggio da concedergli la libertà e la possibilità di rientrare a Creta. Un altro che rimase in posizione e vendette cara la pelle fu l’imperatore Costantino XI che morì caricando con pochi fedeli le truppe turche che stavano passando attraverso la breccia di porta di San Romano; vistosi accerchiato sembra che le sue ultime parole siano state “Non c’è nessun cristiano che prenderà la mia testa?” prima di essere colpito in faccia e alla schiena. Va detto che cronisti di parte turca narrano una storia diversa e cioè che un gruppo di marinai ottomani avrebbero intercettato per caso l’imperatore mentre questi si dirigeva a un piccolo porto dove una barca lo attendeva per portarlo in Grecia, non riconosciuto sarebbe dunque stato ucciso.

Con il liquefarsi delle difese la battaglia per Costantinopoli cessò sostituita dal saccheggio della città che però, stando sia ai cronisti del tempo che agli storici attuali, fu molto meno sanguinoso e devastante rispetto a quello operato dai crociati nel 1204. E’ probabile che Maometto II, intendo fare della città la sua nuova capitale, non avesse intenzione di devastarla e sembra che il grosso del sacco si ebbe ad opera dei marinai turchi e delle truppe irregolari che si avventarono su tutto ciò che trovarono prima che i regolari giungessero per assumere il controllo della situazione. Ovviamente chi soffrì di più furono le chiese e i monasteri, ma a dimostrazione che probabilmente vi erano degli ordini precisi dati dal Sultano prima della battaglia la chiesa dei Santi Apostoli, nonostante la sua posizione centrale, non venne toccata e in seguito divenne la sede del patriarcato ortodosso. Circa 4000 greci morirono durante i saccheggi, ma per lo più i turchi cercarono di prendere prigionieri per ottenere dei sostanziosi riscatti; è un esempio di ciò il fatto che i molti nobili e funzionari bizantini rifugiatisi dentro Santa Sofia non furono passati a fil di spada, ma per lo più catturati vivi. Verso mezzogiorno lo stesso Maometto II entrò in città e per prima cosa ordinò che il sacco di Santa Sofia venisse interrotto così da poter convertire la chiesa in moschea giusto in tempo per la preghiera del pomeriggio; fatto ciò il Sultano si fece fare una lista dei prigionieri e pagò personalmente il riscatto: era chiara la sua volontà di accattivarsi le simpatie degli amministratori civili greci e allo stesso tempo stemperare le tensioni con Genova e Venezia. Altro esempio della volontà di Maometto II di chiudere la vicenda Costantinopoli senza ulteriore sangue fu il negoziato condotto per una pacifica resa della Galata genovese. Tranne alcuni comandanti della difesa della città, come Luca Notara o Girolamo Minotto, per lo più gli europei vennero presi prigionieri e riscattati o dai paesi o da funzionari turchi allo scopo di favorire relazioni quanto meno normali con l’occidente. Il senato di Venezia calcolò che quaranta nobili e cinquecento cittadini della Serenissima morirono durante l’assedio, tutte le loro famiglie ricevettero una pensione dalla Repubblica mentre chi aveva perso proprietà con la caduta della città venne indennizzato. Infine il 1 Giugno 1453 venne dato alle truppe l’ordine di cessare ogni saccheggio e di ritirarsi fuori dalle mura decretando anche ufficialmente la fine dell’assedio di Costantinopoli.

Con la caduta di Bisanzio si concluse, anche da un punto di vista formale, la storia dell’Impero Romano durata quasi tredici secoli. Va detto che la pars orientalis uscì di scena con molta più dignità di quella occidentalis, con la spada in mano la prima, arrendendosi senza combattere la seconda, ma comunque era un destino segnato perché un salvataggio occidentale di Bisanzio avrebbe voluto dire salvare la città mentre l’Impero sarebbe stato sostituito da un’entità latina comunque altro rispetto alla monarchia che fu di Giustiniano ed Eraclio. Gli effetti sulla storia della caduta di Costantinopoli come si sa furono immensi e sinceramente non ho mai capito perché non è questo evento a segnare la fine del Medioevo, bensì la scoperta dell’America che invece ne fu una delle tante conseguenze. Il viaggio di Colombo infatti fu, tra l’altro, giustificato dalla necessità di trovare un  nuovo accesso ai ricchi mercarti asiatici dopo che i turchi avevano chiuso l’antica rotta mediterraneo-medio orientale. Se poi vogliamo riferirci alla fine del Medioevo, concetto tra l’altro molto opinabile perché mettere questi paletti al corso della storia è secondo me estremamente arbitrario, da un punto di vista sociale e culturale allora ancora dobbiamo guardare alla caduta di Costantinopoli perché l’umanesimo non sarebbe mai stato tale senza il contributo dell’emigrazione in occidente, e in particolare in Italia, degli studiosi greci fuggiti alla conquista turca. Ancora la conquista turca generò un’autentica rivoluzione geopolitica dell’Europa perché l’avanzata ottomana, che ben presto sarebbe stata anche un’offensiva navale contro l’occidente, face in modo che il centro del potere economico-politico transitasse del Mediterraneo all’Oceano Atlantico e quindi dall’Italia, con l’inizio della parabola discendente delle nostra penisola dopo i fasti del ‘300  del ‘400, verso le grandi monarchie nazionali atlantiche: Spagna, Francia e Inghilterra. Il 1453 segnò poi l’inizio dell’ultima grande offensiva islamica verso il cuore dell’Europa; come detto agli inizi di questo articolo Costantinopoli, pur indebolita, restava ancora quel tappo che aveva per secoli impedito ai musulmani di dilagare nel vecchio continente attraverso i Balcani. Come sostenuto da Ostrogorsky e da me condiviso all’epoca della prima avanza islamica post morte di Maometto a salvare l’Europa non fu la battaglia di Poitiers del 732 d.C., ma la sconfitta degli arabi sotto le mura di Costantinopoli nel 678 d.c.. Sigillando per quasi nove secoli la via balcanica, oggettivamente quella con le difese più deboli, l’Impero Bizantino tenne al sicuro l’Europa, ma paradossalmente proprio in contemporanea con il definitivo chiudersi della rotta occidentale d’invasione, con l’avviarsi a felice conclusione della reconquista spagnola, la porta orientale venne scardinata e i turchi poterono dilagare portando la linea del fronte tra islam e cristianità nelle pianure dell’Ungheria e dell’Ucraina. Dopo la perdita di Bisanzio per due secoli gli ottomani saranno all’offensiva mentre la cristianità sulla difensiva tra sconfitte umilianti, come Mohacs nel 1526 o Rodi nel 1522, e vittorie disperate, ma mai decisive come sotto le mura di Vienna nel 1529, sotto quelle di Malta 1565 o a Lepanto nel 1571. Fu solo con la grande vittoria della Lega Santa alla fine del secondo assedio di Vienna nel 1683 che l’inerzia dello scontro cambierà dando occasione all’Austria e alla nascente potenza Russa, che nel 1462 aveva raccolto il manto di Bisanzio con Ivan III, di respingere i turchi avviando l’Impero Ottomano a diventare il grande malato dell’Europa ottocentesca. In una sorta di finale contrappasso nel XIX secoli quegli stessi ottomani che avevano approfittato della decadenza dell’Impero Bizantino per costruire la loro potenza si troveranno a fare i conti con la loro decadenza divenendo non più lo spauracchio dell’occidente, ma l’oggetto di giochi politici tra le grande potenze e di una finale spartizione coloniale a conclusione della Grande Guerra.

Bibliografia:

– Georg Ostrogorsky, Storia dell’Impero bizantino

David Nicolle, La caduta di Costantinopoli

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