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La seconda crociata

Schiacciata tra l’incredibile e inaspettato successo della prima crociata e l’epica delle terza crociata, la così detta crociata dei re, la seconda crociata è forse una delle più dimenticate tra le spedizioni europee in Terrasanta. Eppure anche a questa vi parteciparono monarchi di primo piano, anzi fu la prima che vide la partecipazione delle teste coronate, e fu l’ultimo tentativo cristiano di espandere i confini dell’Oriente Latino oltre i risultati della prima crociata. Dopo il fallimento sotto le mura di Damasco infatti l’Europa sarebbe tornata in Terrasanta solo dopo lo shock della perdita di Gerusalemme tentando o di riconquistare il terreno perduto, o di aiutare indirettamente ciò che restava dei regni crociati prendendo “alle spalle” il mondo musulmano (puntando ad esempio all’Egitto o persino a Tunisi). Oggi dunque vi racconterò della Seconda crociata e proverò a rispondere a una domanda secondo me centrale per comprendere il motivo del complessivo fallimento dell’epopea delle crociate: perché la spedizione del 1096 sebben molto improvvisata nella sua organizzazione e senza il supporto diretto di nessuno dei grandi regni europee riuscì a conseguire il suo obiettivo, mentre tutti i tentativi successivi, nonostante i superiori mezzi e risorse messe in campo, fallirono?

Le ragioni che avrebbero portato alla seconda crociata sono da ricercare nella controffensiva musulmana a seguito della conquista di Gerusalemme e della Terrasanta ad opera dei cristiani. Sin da subito era stato chiaro che i Regni crociati non avrebbero avuto vita facile circondati com erano da paesi islamici e da un Impero bizantino a Nord che guardava con sospetto all’insediamento dei “confratelli” latini in un territorio che Costantinopoli ancora rivendicava come suo. Alla sconfitta della battaglia dell’Ager Sanguinis nel 1119, fece da contraltare la conquista ad opera di Gerusalemme di Tiro; ma i tentativi di procedere verso l’interno della Siria si risolsero tutti con una serie di insuccessi come quando, nel 1129, fallì un assalto contro Damasco. Interessante notare come entrambi i fronti di lotta, tanto i regni crociati come i paesi mussulmani, fossero segnati da profonde rivalità, divisioni interne e alleanze di convenienza con gli infedeli; basta pensare alle continue lotte di potere interne al Regno di Gerusalemme, nel 1143 re Folco d’Angiò venne assassinato ad Acri, dove la regina Melisenda intrattenne buoni rapporti con la vicina Damasco o al riacutizzarsi dello scontro tra sunniti e sciti con il contemporaneo emergere di alcune sette come quella degli ismailiti o quella dei nizariti (che in seguiti sarebbero divenuti famosi come gli Assassini). Nel mondo musulmano non esisteva poi una guida unitaria in quanto ufficialmente erano divisi solo tra i Selgiuchidi e i Fatimidi, ma in realtà si trattava di un universo spezzettato in tanti microcosmi in cui ogni governatore cittadino, o atabeg, poteva ambire a costruirsi un proprio regno autonomo. Tra questi atabeg intorno alla metà del XII secolo iniziò ad emergere Imad al-Din Zangi di Mosul che nel 1128 conquistò Aleppo, destando più preoccupazione tra i suoi confratelli mussulmani che tra i cristiani, e nel 1144 attaccò la contea di Edessa, dopo che questa aveva stretto un’alleanza contro di lui con un altro vicino mussulmano. Con un’audace campagna, favorita dall’assenza del conte Joscelin II, Zangi giunse davanti ad Edessa il 24 Novembre e la notte di Natale irruppe in città decretando la fine di quello che era stato il primo tra i regni crociati. La notizia della caduta di Edessa produsse profonde emozioni sia nel mondo mussulmano sia in quello cristiano, sebbene di segno diverso. Tra gli islamici la riconquista di una delle grandi città del Vicino Oriente perse a seguito della Prima crociata creò grandi entusiasmi e nelle madrase sunnite di Damasco, dove fino a poco prima si predicava la jihad anti-scita, adesso si chiamavano i fedeli alla jihad contro i cristiani occupanti. Il prestigio di Zangi volò e ciò favori i suoi piani per un’ulteriore espansione territoriale con l’obbiettivo ultimo di unificare la Siria mussulmana. Ben diversa fu l’impressione in Europa dove la notizia giunse per mezzo di varie ambascerie inviate dai regini crociati; quella diretta al Papa arrivò a Viterbo nel Novembre 1145 poco dopo l’elezione alla cattedra di San Pietro di Eugenio III. Il nuovo pontefice il 1° Dicembre emanò la bolla Quantum praedecessores in cui, paventando il pericolo che correva l’Oriente Latino, chiamava alle armi i fedeli per una nuova spedizione in Terrasanta. Per lungo tempo si è ritenuto che questa sia stata la prima bolla diretta ad organizzare una crociata, Urbano II nel 1095 non emise nessun documento ufficiale, ma sebbene oggi questa tesi sia messa in dubbio, per la teoria avanzata da alcuni storici di una bolla ad opera di papa Callisto II nel 1119, sicuramente la bolla di Eugenio III fu la prima in cui si indicavano precisamente quali sarebbero stati i benefici materiali e spirituali garantiti a chi avrebbe preso la croce. La remissione dei peccati promessa era molto più ampia rispetto a quella di Urbano II, inoltre si concedeva ai crociati una moratoria al pagamento degli interessi sui debiti contratti nonché la protezione ecclesiastica sui beni lasciati in Europa; di fatto la Quantum praedecessores funse da modello per tutte le bolle papali successive in materia di crociate. Il regno su cui il Papa faceva più affidamento per una risposta al suo appello era la Francia non solo perché, come scrive David Nicolle, all’epoca questo paese era ritenuto il centro culturale e militare del movimento crociato, ma anche perché il suo re Luigi VII era noto per essere un monarca forte oltre che estremamente pio e pareva già da tempo intenzionato a compiere un pellegrinaggio a Gerusalemme. Nel giorno di Natale Luigi riunì la corte a Bourges per tastare il polso dei feudatari in merito a un grande piano di soccorso dell’Oriente Latino; le reazioni furono però piuttosto fredde e Luigi, per non rischiare, decise di rinviare la discussione alla Pasqua dell’anno successione quando si sarebbe potuto ottenere il parere di una delle massime autorità spirituali occidentali: l’abate Bernardo di Chiaravalle. Definito da Jonathan Riley-Smith come il più grande predicatore del suo tempo, dotato di eccezionale eloquenza ed oratoria, Bernardo era già molto vicino al movimento crociato e infatti fu lui ad ispirare la regola dei Templari il cui primo Gran maestro, Ugo di Payns, era suo parente. L’abate consigliò al re di Francia  di chiedere un nuovo intervento del Papa per dare ancora maggior forza al messaggio; Eugenio III così non solo rinnovò la sua bolla, specificando che stavolta prendere la croce non equivaleva a una penitenza bensì all’automatica remissione di tutti i peccati confessati, ma autorizzò anche lo stesso Bernardo a predicare in prima persona la Crociata a Nord delle Alpi. Forte di questa autorizzazione Bernardo preparò un grade evento a Vézelay per il giorno di Pasqua del 1146, esattamente il 31 Marzo, dove, con accanto re Luigi che già indossava la croce inviatagli dal pontefice, lesse la bolla papale e tenne un infiammato sermone; la reazione degli astanti fu talmente entusiastica che la stoffa per fare le croci si esaurì e l’abate cistercense dovette usare le sue vesti per realizzarne altre. Non furono però solo i discorsi lo strumento utilizzato da Bernardo per promuovere la Crociata, ma anche una serie di lettere, giunte sino a noi, inviate a comunità di fedeli, feudatari e monarchi. Come osserva ancora Riley-Smith in queste missive la crociata veniva dipinta come un evento epocale, un dono del signore, a cui è un privilegio poter partecipare “Io vi dico: il Signore non ha fatto tanto per nessun altra generazione prima di questa, non ha prodigato ai nostri padri un sì copioso dono di grazia. Guardate quanta abilità usa per salvarvi… Egli crea un bisogno, o lo crea o finge di averlo, mentre desidera soltanto aiutarvi nel vostro bisogno. Questa è un’impresa che non viene dall’uomo, ma viene dal cielo e procede dal cuore dell’amore divino.”. Non so voi, ma, nonostante il passaggio dei secoli, a me sembra che la retorica per attribuire a Dio la volontà di farci uccidere tra noi sia sempre la stessa. Comunque stavolta i vertici della chiesa ci tennero a mantenere il controllo dell’attività di predicazione al fine di evitare fenomeni estemporanei come quello di Pietro l’Eremita in occasione della Prima crociata. Così Bernardo si recò di persona in Germania per arginare la predicazione di un tale Radulf che faceva appello all’odio contro gli ebrei, ma approfitto anche dell’occasione per recarsi a Francoforte presso l’Imperatore Corrado III. Anche Corrado come Luigi era un monarca intelligente, risoluto e dai forti sentimenti religiosi. Lui in Terrasanta ci era già stato tra il 1124 e il 1125 come “cavaliere ospite” e adesso dimostrava un sincero ardore crociato, ma accanto ai doveri religiosi c’era anche la ragion di stato che sconsigliava si impegnarsi in un’impresa così difficile e lontana mentre la Germania era divisa tra tanti signorotti in costante lotta tra loro e ostili all’autorità imperiale. L’adesione alla croce nelle terre tedesche era però stata enorme per cui sembrava opportuno che l’unico Imperatore cristiano vi partecipasse assumendo personalmente la guida del suo stesso popolo. Ancora una volta risolutiva fu l’azione di Bernardo di Chiaravalle che, in un nuovo sermone pronunciato il giorno di Natale del 1146 a Speyer, si rivolse personalmente a Corrado facendo riferimento al modo in cui sarebbe stato giudicato dall’Onnipotente il Giorno del Giudizio se non avesse adempiuto ai suoi sacri doveri. Di fronte a questa prospettiva anche Corrado III Imperatore del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica prese la croce. La predicazione di Bernardo e la memoria ancora viva del successo della prima crociata fecero in modo che il numero di persone che decisero di prendere la croce fosse quasi pari a quelli della spedizione del 1096-1099. Molte famiglie della nobiltà europee avevano avuto un nonno o un padre che aveva partecipato alla conquista di Gerusalemme quindi si venne a creare un senso di emulazione o di rispetto della tradizione; inoltre avere un parente crociato era ragione di grande prestigio, basti pensare che ancora quasi un secolo dopo Dante, nel Paradiso, si fa vanto che il suo trisavolo Cacciaguida avesse preso parte proprio alla seconda crociata. Ben presto la febbre da crociata si diffuse in tutta Europa e iniziarono ad essere avanzate richieste al Papa per estendere i teatro delle operazioni e così il 13 Aprile 1147 Eugenio III, con la bolla Divina dispensatione ,equiparava l’impegno di coloro che sarebbero partiti per la Terrasanta a chi fosse andato a combattere i Mori in Spagna sotto la guida di Alfonso VII di Castiglia o a quei nobili tedeschi che si apprestavano a passare l’Elba per combattere contro i pagani slavi vendi. La crociata stava dunque diventando da un “semplice” aiuto all’Oriente Latino a una grande offensiva della cristianità unita al di sopra degli stati contro i nemici della fede: verso Oriente di preparavano a muovere cinque eserciti (Luigi VII, Corrado III, Amedeo di Savoia, Alfonso Giordano di Tolosa e un contingente anglo-fiammingo), nel Baltico si preparavano altre tre forze (Enrico il Leone di Sassonia, Alberto di Brandeburgo e il fratello del re di Polonia) mentre in Spagna i genovesi si mossero contro Minorca, la Castiglia contro Almeria, Barcellona contro Tortosa e il Portogallo contro Santarem e Lisbona. Non si era mai visto niente del genere nel Medioevo. Bisogna infatti ricordare che mentre la Prima Crociata fu lasciata all’iniziativa individuale stavolta si fece un attento lavoro di pianificazione, a cui prese parte personalmente il Papa e i vari monarchi coinvolti, per valutare tutti i possibili percorsi di marcia e decidere le iniziative diplomatiche da prendere per facilitare l’arrivo in Oriente. Paradossalmente però gli unici che non vennero coinvolti in quest’opera furono coloro che più di tutti avrebbero dovuto essere consultati: i Regni cristiani d’Oriente e Riley-Smith ritiene che l’unica spiegazione possibile per una tale omissione sia che l’idea generale fosse quella di puntare direttamente alla riconquista della contea di Edessa attraversando l’Anatolia. Già perché qual era l’obiettivo che si prefissavano i crociati? Corrado III era dell’idea che ci si dovesse limitare a riprendere Edessa, ma sia nel Principato di Antiochia che nel Regno di Gerusalemme si riteneva che una grande spedizione solo per Edessa fosse fatica sprecata mentre molto più utile sarebbe stato andare ad arginare la recente avanzata islamica e magari contrattaccare in direzione di Aleppo; interessante notare come in questa prima fase Damasco non fosse minimamente presa in considerazione. Appare dunque chiaro che nell’Oriente Latino, più che ai diritti del Conte di Edessa, ci si preoccupasse di ciò che stava succedendo nella vicinia Siria. Qui infatti Zangi era stato assassinato nel Settembre del 1146 e le sue terre divise tra i due figli; ciò invece di andare a vantaggio degli stati crociati aumentò i loro problemi perché il brillante Nur ad-Din ottenne Aleppo e, non dovendosi occupare come il padre anche di Mosul e dell’area mesopotamica, poté concentrare tutte le sue attenzioni in Siria rafforzando subito la sua posizione sposando la figlia dell’Emiro Anur di Damasco. Gerusalemme tentò di compensare questa variazione degli equilibri inglobando la provincia di Hawran, mettendo però così a rischio le buone relazioni che vi erano da tempo tra il Regno e l’Emiro di Damasco che controllava quel territorio. L’azione finì solo col favorire ulteriormente Nur ad-Din perché Anar di Damasco non poteva rinunciare ad Hawran, sia per questioni strategiche che di prestigio, e fu dunque costretto ad accettare l’aiuto del genero per respingere i cristiani. Nonostante la vittoria conseguita dai mussulmani né Anar né Baldovino III di Gerusalemme vollero dare seguito alla vicenda per non danneggiare ulteriormente i reciproci rapporti, ma certamente questi eventi fecero in modo che tra i regni crociati si guardasse con ancora più apprensione alla possibilità che Nur ad-Din potesse un giorno inglobare anche l’Emirato di Damasco.

Mentre in Oriente avveniva tutto ciò, in Europa i contingenti crociati si apprestavano a partire. I primi a mettersi in marcia nel Giugno 1147 furono i tedeschi di Corrado III, probabilmente attorno ai 2000 cavalieri perché i 900.000 uomini di cui parlano fonti bizantine sono assolutamente irrealistici, seguiti dai francesi di Luigi VII e dai vari contingenti minori. Di nuovo, com’era già avvenuto per la prima crociata, si decise per la via di terra attraversando Germania, Ungheria e Balcani per raggiungere infine Costantinopoli. I sentimenti dell’Imperatore bizantino Manuele verso i crociati erano però ondivaghi tendenti alla diffidenza. I rapporti tra Europa e Impero bizantino non erano facili sia per la questione dello scisma con Roma, sia per l’atteggiamento di sospetto e ostilità con cui i bizantini avevano guardato sin da subito all’insediamento dei cristiani in Terrasanta. Inoltre Manuele, come già il suo predecessore Alessio I Commeno, temeva che i crociati potessero essere una minaccia alla sicurezza stessa dell’Impero perché questi, come poi la storia si sarebbe premurata di dimostrare, avrebbero potuto essere usati non solo per combattere gli infedeli, ma anche per attaccare la scismatica Bisanzio. Ciò spiega perché Manuele, nonostante i buoni rapporti con Corrado III, avesse approntato le difese della capitale in contemporanea con l’avvicinarsi dei tedeschi. L’Imperatore del Sacro Romano Impero giunsero a Costantinopoli il 10 Settembre 1147 e la fiducia reciproca che vi era tra i due Imperatori, entrambi erano ostili ai Normanni nel Sud Italia, fece in modo che i bizantini si accontentassero di un giuramento da parte dei crociati di non arrecare danni agli interessi dell’Impero. Comunque, nonostante il giuramento, Manuele decise di seguire l’esempio del nonno e allontanare i crociati da Costantinopoli, traghettandoli in Anatolia, non appena possibile per evitare che i vari eserciti in marcia si potessero riunire sotto le mura della sua capitale. I motivi di tanta prudenza risiedevano nei sospetti che Manuele nutriva nei confronti di Luigi VII; questi infatti era, al contrario di Corrado, alleato di Ruggero d’Altavilla che proprio in quel momento stava lanciando una serie di attacchi contro la costa greca con il preciso obiettivo di espandere i suoi domini a scapito di Bisanzio. Va ricordato inoltre che i francesi avevano maggiori legami familiari e dinastici con l’Oriente Latino rispetto ai tedeschi e ciò comportava una loro maggiore ostilità nei confronti dei greci, considerati dai Regni crociati più alla stregua di nemici che di possibili confratelli cristiani alleati.  Fatto sta che Luigi giunse sul Bosforo il 4 Ottobre senza aver ancora raggiunto un vero accordo con Manuele perché l’Imperatore bizantino pretendeva un giuramento più oneroso rispetto a quello richiesto ai tedeschi. I rapporti tra francesi e greci poi peggiorarono ulteriormente quando si seppe che Bisanzio aveva siglato un trattato di amicizia con il Sultanato Selgiuchide di Rum, il quale si preparava a contrastare la marcia dei crociati, e nel campo di Luigi si parlò anche della possibilità di lanciare un assalto a Costantinopoli col supporto dei Normanni di Ruggero d’Altavilla. Alla fine l’idea non ebbe seguito perché c’era urgenza di raggiungere Corrado, che si diceva stesse mietendo incredibili successi in Anatolia, ma questo clima fa ben comprendere come il risultato sulla successiva quarta crociata non sia stato il frutto di un semplice concorso di circostanze. Luigi continuò quindi a trattare con Manuele, ma l’intero piano della crociata fu improvvisamente scosso dal giungere della notizia che invece di mirabolanti successi, i tedeschi erano incorsi in una disastrosa disfatta nei pressi di Dorilea. Cosa sia realmente successo non si è mai capito con esattezza, ma, come scrive Nicolle, è probabile che Corrado intendesse seguire lo stesso cammino della Prima crociata contando però in un viaggio più facile e veloce dato che si trattava di attraversare terre da poco riconquistate da Bisanzio. L’imperatore tedesco decise di dividere il suo esercito in due: il grosso dei soldati avrebbe attraversato l’Anatolia per raggiungere rapidamente il Mediterraneo, mentre i bagagli e i civili avrebbero fatto la via costiera sotto la guida del vescovo Otto di Freising. Sembra probabile che questo secondo contingente a un certo punto abbia deciso di abbandonare la costa e di spingersi verso l’interno dove, senza guide locali, ben presto finì i rifornimenti e cadde in un’imboscata selgiuchide presso Laodicea. Non andò meglio alla forza principale di Corrado il quale iniziò ad incontrare le prime difficoltà avvicinandosi a Dorilea essendo l’inverno alle porte e la regione poco fertile. Il foraggiamento venne costantemente ostacolato da imboscate turche e infine il 25 Ottobre si ebbe un duro scontro dal quale i tedeschi uscirono sconfitti; impossibilitato a proseguire Corrado dovette dare ordine di ritirarsi verso Nicea, ma i costanti attacchi dei selgiuchidi trasformarono il tutto in una rotta. Lo stesso Imperatore venne ferito più volte e le perdite patite furono altissime così non deve sorprendere se, quando infine venne raggiunta Nicea, sebbene il grosso dei cavalieri fosse ancora vivo, il morale era praticamente crollato e alcuni crociati iniziassero mestamente a fare ritorno a casa. Informato di questa disfatta Luigi VII si preoccupò di salvare la spedizione e così, raggiunto rapidamente un ambiguo accordo con i bizantini, passò il Bosforo e raggiunse i resti dell’esercito tedesco presso Lopardion al fine di riprendere la marcia verso la Terrasanta. Stavolta si decise di prendere la più sicura via costiera e, nonostante a un certo punto si dovette far ricorso al saccheggio per rifornirsi, a Natale i crociati giunsero ad Efeso dove però ad attenderli c’era un messaggio di Manuele Commeno che li informava del radunarsi di un ingente esercito turco. I tedeschi, stanchi e feriti, avrebbero voluto fermarsi per qualche settimana, lo stesso Corrado dovette rientrare a Bisanzio per l’aggravarsi delle sue ferite, ma  ai francesi decisero invece di proseguire addentrandosi nella Valle del Meandro direzione Laodicea. Nonostante un primo attacco turco fosse respinto il 1° Gennaio 1148, la marcia era resa ogni giorno più difficile dall’ostilità della popolazione locale greca, insofferente ai saccheggi crociati, che non poche volte fece causa comune con i mussulmani. L’8 Gennaio i crociati si apprestarono a superare il monte Cadmo, ma la cattiva comunicazione tra avanguardia e retroguardia fece in modo che il centro della colonna, dove si trovavano i bagagli, si trovasse senza scortata quando i turchi lanciarono un attacco a sorpresa. Si accese dunque  una dura lotta, anche perché il terreno di montagna mal si prestava alla tattiche cavalleria, e a fine giornata, nonostante il nemico fosse stato respinto e i bagagli salvati, le perdite erano state alte e re Luigi era scampato per poco alla cattura. Con non poche ulteriori difficoltà, date dal fatto che greci e turchi erano passati alla tattica della terra bruciata, i francesi giunsero infine ad Adalia in pessime condizioni e con la brutta sorpresa che la flotta bizantina non era in grado di portarli sino in Terrasanta. Si decise che solo le truppe meglio equipaggiate avrebbero preso il mare, mentre il resto dell’esercito avrebbe proseguito via terra. Il 19 Marzo il re francese giunse ad Antiochia e si ricongiunse con Corrado III a Gerusalemme dove l’Imperatore tedesco era giunto con ciò che restava del contingente tedesco rimpinguato però da nuove reclute, armate grazie a un generoso finanziamento di Manuele Commeno. In Terrasanta si riaprì la discussione su quale dovesse essere l’obiettivo finale di quella crociata fino ad allora così fallimentare. Il conte Raimondo di Tripoli si face portavoce dei regni cristiani settentrionali chiedendo di procedere contro Edessa al fine di rafforzare la posizione dei Latini nel Nord della Siria, ma c’erano molti dubbi che, dopo le perdite subite in Anatolia, la spedizione avesse ancora la forza sufficiente per riconquistare la contea di Edessa come da programma originale. Fu così che durante due consigli di guerra, una a Gerusalemme il giorno di Pasqua e uno ad Acri il 24 Giugno, venne avanzata la proposta di lanciare un attacco contro Damasco. Come nacque questa idea che in seguito venne considerata una delle scelte militari più scriteriate della storia? Abbiamo visto che, mentre ancora si preparava la spedizione, Damasco non fosse mai stata presa in considerazione come meta ultima, inoltre la politica estera del Regno di Gerusalemme era da anni diretta a instaurare buone relazione con il vicino Emirato islamico. Eppure è molto probabile che fu proprio in ambienti del Regno che nacque l’idea di sacrificare anni di sforzi diplomatici per impedire che in un prossimo futuro Nur al-Din potesse entrare in possesso di Damasco e unificare l’intera Siria. Accanto a questa necessità strategica vi era poi una serie di motivazioni storiche e religiose che rendevano l’idea molto meno peregrina di quanto si possa credere; i Regni crociati avevano infatti già fatto due tentativi di conquistare Damasco nel 1126 e nel 1129 essendo opinione generale che la città entrasse de jure all’interno delle terre proprie di Gerusalemme. Anur di Damasco venne presto a conoscenza di ciò che si stava preparando e iniziò ad approntare le difese ad esempio stringendo accordi con le tribù arabe o deviando i corsi d’acqua nelle zone che i crociati avrebbero dovuto attraversare; inviò anche richieste di aiuto ad Aleppo e Mosul e ciò segnò un cambio di passo nella gestione della minaccia crociata ad opera dei mussulmani perché nel 1099, a rendere possibile il successo europeo, fu la mancanza di solidarietà all’interno del campo islamico. Sebbene né Aleppo né Mosul avrebbero avuto il tempo di portare immediatamente le loro truppe sotto Damasco, entrambi gli atabeg accettarono di fornire supporto ad Anur e schierarono i loro eserciti. Frattanto a Tiberiade Corrado III, Luigi VII e Baldovino III radunarono una forza di 50.000 uomini, la più grande che fosse mai stata messa in campo dai cristiani in Terrasanta, che poi condussero, attraversando le colline di Kiswa, in vista del loro obiettivo nella giornata del 24 Luglio. I primi scontri si ebbero presso il villaggio di Darayya con i crociati impegnati nel tentativo di superare il fiume Barada e i suoi canali; dopo una serie di combattimenti l’iniziativa di Corrado III e dei suoi cavalieri tedeschi permise ai cristiani di guadare il corso d’acqua così da fare campo di fronte alla Bab al-Jabiya in una zona piena di frutteti in grado di fornire cibo e legno. Il giorno dopo i crociati lanciarono il loro attacco contro la città dovendo però allo stesso tempo far fronte a una controffensiva mussulmana tesa a riottenere il controllo della riva Nord del Barada. Non si sa quale fu la conclusione di questa azione, i cronisti islamici riferiscono solo della morte di alcune illustri figuri cittadine, ma Nicolle suppone per una vittoria araba dato che successivamente non ci furono crociati in zona a bloccare la strada ai rinforzi che giungevano dal Libano. Comunque il grosso dello scontro di ebbe attorno alla Bab al-Jabiya e, nonostante apparentemente l’assenza di armi d’assedio, il morale dei cristiani rimaneva alto anche perché alcune iniziative del nemico, come il costruire delle gigantesche barricate, vennero interpretate come segni di disperazione. In realtà già il 26 Luglio la bilancia iniziò a pendere a sfavore dei crociati perché sempre un maggior numero di rinforzi giungevano a Damasco per dare ma forte alla milizia ahdath: contadini dalla valle di Biqa’a, guerrieri beduini arabi nonché bande di turcomanni e turchi inviati da Sayf al-Din Ghazi di Mosul. Grazie a questo costante afflusso di uomini Anur fu in grado di iniziare a mettere in difficoltà i crociati con una serie di continui attacchi. La posizione dei cristiani fu poi ulteriormente resa precaria dalla notizia che i fratelli Sayf al-Din e Nur al-Din avevano condotto i loro eserciti a Hims  a soli cinque giorni di marcia da Damasco. Anur fu a questo punto molto astuto perché, sebbene questa forza avrebbe potuto spezzare l’assedio, diffidava dei figli di Zangi e così tentò di destabilizzare i crociati, ingigantendo i numeri della forza di soccorso, in modo da spingerli a ritirarsi subito. In effetti nel campo cristiani c’era profonda incertezza in merito a come agire: restando lì dove si era si rischiava di far entrare indisturbati a Damasco ingenti rinforzi, ma spostandosi a Nord per intercettare l’esercito zangide si rischiava di finire circondati tra questo e la guarnigione di Anur. Si pensò così di rischiare il tutto per tutto spostando il campo a sud dove si riteneva che le difese fossero più deboli, ma varie ricognizioni determinarono che in zona non vi era cibo. Probabilmente per una giornata i capi crociati furono indecisi sul da farsi, dando ordini contraddittori di iniziare uno spostamento per poi fermare il tutto; altri autori invece affermano che i cristiani effettivamente spostarono il loro campo, ma non a sud bensì verso le mura orientali scoprendo però che anche qui le difese, sebbene meno potenti, erano comunque in grado di reggere fino all’arrivo dei soccorsi zangidi. Comunque siano andate le cose di fatto nessun ulteriore attacco venne condotto contro la città e tra il 28 e il 29 Luglio si decise per la ritirata. Per ancora un paio di mesi ci furono degli scontri legati a una faida interna alla Contea di Tripoli, nella quale il conte Raimondo II si alleo con i mussulmani perché in rotta con i vicini cristiani, e a una campagna di Nur al-Din contro il Principato d’Antiochia. Di fatto però la seconda crociata si era conclusa con l’abbandono dell’assedio di Damasco che aveva affossato il morale e lasciato uno strascico di polemiche tra gli europei e i latini. Corrado III lasciò la Terrasanta l’8 Settembre 1148 seguito da buona parte dei comandanti francesi mentre Luigi VII, il cui matrimonio con Eleonora d’Aquitania iniziò a deteriorarsi proprio in quel periodo, sarebbe ripartito per l’Europa solo ad Aprile del 1149. Tra Damasco e Gerusalemme venne rapidamente raggiunta una tregua e nell’Agosto del 1149 Anur morì; la lotta di potere che ne seguì si sarebbe conclusa solo nel 1154 quando si concretizzò il grande timore dei regni crociati: Nur al-Dim assunse il controllo di Damasco, unificando la Siria sotto un’unica autorità mussulmana e creando i presupposti perché il suo successore Saladino potesse riconquistare Gerusalemme nel 1187.

La Seconda crociata si era così risolta in un fallimento; gli unici risultati positivi si erano raggiunti nella penisola iberica dove i portoghesi, con l’aiuto di un contingente crociato anglo-fiammingo, riuscirono ad espugnare Lisbona mentre i castigliani occuparono Almeria e gli aragonesi espulsero definitivamente i mori dalla Catalogna. Ovviamente ci si interrogò sui motivi dell’insuccesso, ma il tutto si risolse o in una serie di reciproche accuse di tradimento o in analisi teologiche sul motivo per cui Dio aveva deciso di abbandonare i suoi fedeli. Qualcuno parlò di una punizione divina contro la cupidigia dei Regni Crociati, altri che l’Onnipotente aveva aiutato la crociata “povera” in Spagna mentre aveva maledetto quella aristocratica in Oriente. Bernardo di Chiaravalle, messo ovviamente sulla graticola essendo stato il principale fautore dell’impresa, scrisse che questa polemiche era inutile perché la mente umana non poteva comprendere le trame del disegno divino, ma solo accettarlo (“Come possono le umane creature essere così avventate da osare un giudizio su qualcosa che non sono minimamente in grado di comprendere?”) accennando però anche qualche velato dubbio sull’opera dell’Onnipotente (“Evidentemente il Signore, provocato dai nostri peccati, sembra aver voluto giudicare gli uomini prima che si compisse il tempo e naturalmente a ragione, ma deponendo la pietà.”). Paradossalmente però nonostante il fiasco la Seconda crociata assurse a canone per l’organizzazione di tutte le successive spedizione. Alle iniziative individuali sul modello del 1096 si preferì infatti la centralizzazione del processo organizzativo nelle mani del Papa e di capi riconosciuti che preparavano la Crociata in ogni suo dettaglio anche per anni. Fu anche la prima occasione in cui vennero istituite delle tasse ad hoc per finanziare la spedizione; sistema che in seguito sarebbe divenuta una prassi strettamente regolata nei metodi e nelle forme. Inoltre i disastri in cui incorsero Corrado III e Luigi VII in Anatolia fecero sì che l’idea di raggiungere la Terrasanta via terra venisse definitivamente archiviata; dopo il 1149 solo Federico Barbarossa, all’epoca della Terza Crociata, avrebbe tentato, di nuovo con esiti disastrosi, di attraversare l’Asia Minore mentre tutti gli altri contingenti avrebbero d’ora in avanti scelto la via di mare, creando così anche le condizioni per l’affermarsi delle Repubblica marinare italiane. Velenose accuse furono dirette poi contro l’Impero Bizantino e il comportamento generalmente tenuto dai greci; ora se è vero che Manuele Commeno  non fece nulla per favorire il successo della crociata è allo stesso tempo un’esagerazione dire che la sabotò! Semplicemente i bizantini temevano che un ulteriore rafforzamento dell’Oriente Latino si sarebbe concluso con il minacciare l’esistenza stessa dell’Impero di Costantinopoli; la sfiducia reciproca tra Bisanzio ed Europa era troppa perché ci si potesse passare sopra nel nome della comune fede. Dopotutto era sin dai tempi della Prima crociata che Imperatori e cronisti greci vedevano in queste spedizioni un pericolo perché potenzialmente potevano essere facilmente usate allo scopo di soddisfare le ambizioni anti-bizantine di conquista di alcune dinastie come quella degli Altavilla. Sebbene nell’immediato non vi furono effetti è facile comprendere come queste accuse di intelligenzia col nemico abbiano contribuito a creare i presupposti per l’esito della Quarta Crociata.

Resta a questo punto da provare a rispondere alla domanda iniziale: come mai una spedizione, così ben preparata rispetto alla precedente, si risolse in un gigantesco insuccesso? Secondo me si può rispondere cambiando la domanda e chiedendosi invece: perché la Prima crociata ebbe successo? Fondamentalmente per tre motivi che mancarono entrambi alla spedizione del 1145-1149 e a tutte le successive. In primo luogo l’effetto sorpresa: una crociata prima del 1096 non era mai stata tentata e quindi, nonostante il modo dilettantesco e improvvisato con cui fu condotta, riuscì a prendere in contropiede sia l’Impero Bizantino che i Mussulmani che si videro piombare addosso inaspettatamente questa massa di cavalieri, senza sapere bene come fronteggiare il tutto. Secondariamente il fattore morale: in un’impresa su distanze così ampie e in pieno territorio nemico poter contare su un solido fattore morale era decisivo. Durante la Prima crociata i cristiani furono sempre estremamente motivati e sicuri di sé sia perché il già citato effetto sorpresa gli consentì di conseguire subito una serie di importanti successi che rafforzarono l’idea del Deus vult, sia perché ebbero dalla loro una serie di eventi fortunati come il “miracoloso” ritrovamento della Lancia Sacra poco prima della difficile battaglia d’Antiochia. Invece la Seconda crociata, come visto, andò sin da subito incontro a una serie di insuccessi che minarono lo spirito di molti fedeli e infatti, quando infine si raggiunse la Terrasanta, il morale già era stato intaccato e bastarono una serie di difficoltà, di fronte a un comunque difficile obiettivo come Damasco, per far evaporare la volontà di combattere. Infine, ma è secondo me l’elemento decisivo di distinzione tra la Prima crociata e tutte le successive, nel 1099 i cristiani vinsero sfruttando le divisioni interne al mondo mussulmano. Mentre infatti nel 1148 ci fu una coordinazione tra gli Emirati della Siria per fronteggiare congiuntamente la minaccia contro Damasco, durante la Prima crociata le rivalità interne ai mussulmani fecero in modo che i crociati non dovessero fronteggiare un fronte unito, ma una serie di avversari singoli. Basti pensare che l’unica volta che i mussulmani misero in campo una forza unica, in occasione della già citata battaglia d’Antiochia, parte di questo esercito decise all’ultimo di non prendere parte allo scontro per negare la vittoria al potente atabag di Mosul Kur-Bugha. Ovviamente fintanto che i cristiani avessero combattuto contro un avversario, anzi una serie di avversari, divisi e rissosi tra loro avrebbero sempre potuto contare su un vantaggio sia numerico che organizzativo decisivo. Dalla Seconda crociata in poi i cristiani si trovarono però a combattere o con nemici tra loro, seppur contro voglia, collaborativi oppure contro un nemico unico e non credo sia un caso che in tutte queste occasioni ad avere la peggio furono i crociati.

 

Bibliografia:

  • David Nicolle, La seconda crociata
  • Jonathan Riley-Smith, Storia delle crociate

 

2 Responses
  • Enza Coletta
    2 Luglio 2017

    Come sempre ho conosciuto tanti avvenimenti che,modestamente, ignoravo! Ancora una volta :CHAPEAU

  • marco
    3 Luglio 2017

    Son passati più di 900 anni e lo scontro tra l’occidente oggi sia cristiano che post cristiano e il medio oriente sunnita/ scita è più che mai vivo. nessuno perde o vince in modo assoluto. due religioni, due modalità di progresso che si confrontano in modo sanguinoso sul palcoscenico della storia. la pace e la cooperazione tra i due mondi potrebbe portare a vantaggi sostanziali per l’intero pianeta, ma pare impossibile; e dalla seconda crociata ad oggi la distanza fattuale sembra immensamente più piccola del decorso storico. qualcuno potrebbe dire che siamo noi a decadere oggi, e loro son sempre uguali, che sia un vantaggio o meno è difficile a dirsi.
    insomma un bel saggio breve, che mi ha fatto pensare, con argoemnti molto interessanti e certo non insignificanti o trapassati, più attuali di quanto dice la datazione stessa.

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