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Le crociate europee

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Cavalieri in armatura che nel deserto palestinese o siriano caricano arabi armati di scimitarra questa è la prima immagine che normalmente ci sovviene alla mente pensando alle crociate; difficilmente associamo questo nome ai paesaggi della Boemia o dell’Occitania o ancora alle nevi del Baltico eppure tutte queste zone da me appena citate furono teatro di crociare sanguinose quanto quelle che puntarono su Gerusalemme. Il mito, o l’infamia a seconda dei punti di vista, di Riccardo Cuor di Leone, Saladino, i Templari e il Santo Sepolcro hanno finito per identificarsi a tal punto con il concetto stesso di Crociata da coprire ogni altra espressione di questo movimento che pare quindi ridursi alle sole otto “canoniche”. Eppure l’Europa, non meno del vicino oriente e dell’Africa, ha avuto le sue crociate dirette non contro gli infedeli bensì contro eretici, pagani e nemici politici della chiesa finendo, alcune di queste, per modificare permanentemente la storia delle terre verso cui furono dirette. Come ormai avrete capito oggi proverò a fornirvi un quadro il più esaustivo possibile delle crociate europee, ma prima di addentrarci ad analizzarle credo sia opportuno spendere qualche riga per cercare di comprendere la mentalità che fu dietro a questo movimento che, per quasi tre secoli, caratterizzò la storia del cristianesimo. Figli della cultura laica dell’illuminismo non riusciamo a non guardare alle crociate con una certa repulsione ritenendole l’espressione di un fanatismo religioso che, nel nome di Dio, produsse solo morte e distruzione; oppure, se vogliamo mettere da parte l’elemento religioso ritenendolo null’altro che una bella scusa per i gonzi, finiremo facilmente per orientarci verso l’interpretazione marxista delle crociate come una forma di proto-imperialismo europeo. Personalmente trovo entrambe queste letture deboli la prima perché troppo semplicistica la seconda perché, come ormai saprete, non credo nell’interpretazione storica alla luce di un sistema ideologico assoluto, ma solo sulla base del fatto inserito nel contesto. Chiariamo certamente nelle crociate vi fu un’importante componente di calcolo politico e di ambizioni di conquista sia della chiesa che della nobiltà europea, ma possiamo davvero credere che re, nobili e gente comune, i quali a volte non si erano mai spinte più in là dei limiti geografici della propria regine, abbandonassero tutto per attraversare, anche a piedi, l’intera Europa dirigendosi in terre completamente sconosciute mossi solo dall’ambizione? Per me è ovvio che ci dovesse essere una molla ulteriore rappresentata dalla fede, ma una fede non fanatica bensì perfettamente inserita in quella che era la religiosità del medioevo un’epoca in cui la paura dell’inferno era reale e fortemente presente in ogni strato della società. Come oggi tutti avevano i propri piccoli o grandi peccati, ma all’epoca il timore di morire senza averli in qualche modo espiati si faceva sentire e così è ovvio che se la chiesa all’improvviso prometteva la conversione dei voti o l’indulgenza plenaria, che spesso nella bocca dei propagandisti diventava la promessa del paradiso, per chi andava a liberare la Terra Santa la anime vi rispondessero con entusiasmo, speranza o entrambe. Penso davvero che molte di queste persone fossero davvero convinte di stare adempiendo a un dovere divino e di combattere in nome di Dio perché altrimenti non si capisce il motivo per cui, alla notizia della caduta di Gerusalemme nel 1187, un monarca come Federico Barbarossa, che aveva avuto fortissimi contrasti col papato, a sessantacinque anni suonati con un Impero tutt’altro che pacificato decidesse di prendere la croce e rischiare la vita per il Santo Sepolcro. La chiesa poi delle crociate era quella post riforma di Cluny che dunque aveva non solo riacquistato la sua autonomia dai poteri secolari, ma era ancora nuovamente conscia del suo ruolo di guida universale della comunità dei fedeli e quale miglior modo di guidarli vi poteva essere che dissuadere i litigiosi signori e signorotti feudali a smettere di farsi la guerra tra loro per liberare i propri confratelli oppressi? Si capisce allora perché questo movimento non poteva rimanere confinato alla sola Terra Santa, ma, in caso di successo, si doveva estendere a dovunque si ritenesse che la comunità dei fedeli fosse minacciata da nemici interni o esterni; non a caso un grande storico delle crociate, Johathan Riley-Smith, si dice convinto che il papato post anno 1000 sarebbe comunque giunto a teorizzare una difesa armata della fede con o senza il casus belli specifico dell’avanzata in oriente dei turchi selgiuchidi. Il successo di consensi delle crociate si può dunque spiegare col fatto che furono, anche se non tutti saranno d’accordo, uno dei primi grandi movimenti collettivi rivolti a tutta la società in grado di intercettare i sentimenti e le pulsioni del loro tempo. Attenzione però non voglio dire che furono un’ideologia perché un’ideologia, o meglio una fede, c’era ed era il cristianesimo medioevale, ma furono un’espressione specifica di quella fede legata alla società e alla cultura dell’epoca e quando verso il ‘400 queste andarono scomparendo le crociate declinarono insieme a loro fino a restare solo un nome da usare per risvegliare la memoria di un passato da usare nella difesa dell’Europa dai turchi.

Ps: ho deciso di non inserire in quest’articolo la reconquista spagnola perché, sebbene geograficamente appartenga alle crociate europee, essendo stata diretta contro i mori non presentò le medesime difformità tecniche e ideologiche rispetto a quelle in Terra Santa.

Le crociate contro gli eretici

La chiesa non considerò mai le crociate come lo strumento primario per combattere le eresie. Sebbene fosse quasi inevitabile che, una volta teorizzato l’uso della forza per combattere i nemici esterni della fede, lo stesso mezzo potesse essere usato contro i nemici interni esisteva già un’efficace mezzo di lotta contro gli eretici: l’inquisizione. Questa però per funzionare necessitava dell’appoggio del potere secolare che mettesse a diposizione il suo monopolio della forza per sostenerne l’azione; lì dove c’era una forte autorità statale le eresie aveva maggior difficoltà di espansione basti pensare le severissime leggi in materia ad opera del laico, ma ultra-centralista Federico II di Svevia. Dove però il potere secolare o era debole o peggio diveniva esso stesso preda dell’eresia l’inquisizione avrebbe rischiato di rivelarsi inefficace e allora la crociata poteva diventare l’alternativa appunto all’assenza di un’autorità che mettesse il guanto di ferro accanto all’attività pastorale. Agli inizi del ‘200 una situazione del genere si era venuta a creare nel sud della Francia dove da tempo si era affermato l’eresia catara o albigese ( dal nome della città di Albì) un culto neomanicheo che credeva nell’esistenza di due principi: uno spirituale e benigno e uno materiale e maligno. Per loro l’anima era prigioniera della materia, il copro, e andava liberata attraverso la preghiera e la rinuncia alle cose del mondo come matrimonio e cibi di origine animale. Le comunità catare si dividevano in due gruppi di fedeli: la minoranza dei perfetti, cioè gli iniziati che avevano deciso di dedicarsi interamente all’attività spirituale accettando tutte le severe rinunce che il culto imponeva, e la maggioranza dei credenti che si preparavano per essere iniziati solo in punto di morte. Anche nel periodo di massimo proselitismo, quello immediatamente prima della crociata, in tutto il sud della Francia non vi era più di un migliaio di perfetti, ma ciò che agitava la chiesa era che almeno il trentacinque per cento di questi provenivano da famiglie nobiliari il che stava ad indicare un profondo attecchimento dell’eresia in ogni strato della società. I conti di Tolosa, feudatari di quelle zone, non erano in grado di contrastare il fenomeno a causa della loro ambigua condizione di vassalli del re di Francia, d’Inghilterra e d’Aragona che rendeva le loro terre una costante luogo di scontro. Volendo evitare di fomentare anche disordini interni questi avevano così deciso per una politica di tolleranza verso i catari dato il loro carattere tendenzialmente non violento; a causa però di questo modo di gestire l’eresia Raimondo VI era stato più volte richiamato all’ordine della santa sede e infine scomunicato. Neanche il re Filippo di Francia, al cui regno apparteneva il più delle zone catare, sembrava troppo interessato ad agire contro l’eresia a causa della lunga e dispendiosa guerra che lo contrapponeva a Giovanni d’Inghilterra non cambiando linea d’azione neanche quando papa Innocenzo III, con un atto senza precedenti, si disse pronto a concedergli l’indulgenza plenaria da crociato per il semplice fatto di autorizzare l’uso dell’autorità statale contro gli eretici. Il 24 Gennaio 1208 Pietro di Castelnau, legato pontificio in Linguadoca, venne assassinato in un modo che gettò pesanti sospetti su Raimondo VI e per Innocenzo, Papa energico e poco incline a cedere, proclamò la crociata autorizzando una predicazione in Francia e in Europa nella quale però invece dell’indulgenza plenaria si prometteva la conversione di una penitenza il che ha portato alcuni storici a credere che il papa non fosse pienamente certo della legittimità del suo atto. Comunque per la prima volta una crociata veniva diretta all’interno dell’Europa; come vedremo a breve in precedenza erano state messe in studio delle crociate politiche nel continente, ma nessuna di queste era mai entrata nella fase operativa. Questa novità di destinazione produsse alcuni effetti particolari come il fatto che i crociati, in ragione della semplice natura penitenziale della partecipazione, accettarono di prendere i voti militari solo per quaranta giorni scaduti i quali sarebbero tornati a casa, al contrario per le crociate in Terra Santa i voti erano presi sino alla vittoria o alla morta. Comunque la risposta fu entusiasta e Raimondo VI, temendo di essere travolto, si affrettò a fare la pace con la santa sede promettendo di prendere parte all’impresa. La prima ondata crociata invase le terre di Raimondo Ruggero di Trencaval, le cui terre ospitavano la più grande comunità catara, e investì la città di Beziers che cadde il 22 Luglio ; ne seguì un orribile massacro dell’intera popolazione, quasi 20000 persona, indistintamente da se si trattasse di eretici o cristiani e celebre è rimasta la frase del legato papale Arnaud Amaury “Uccidente tutti, dio riconoscerà i suoi.” anche se già i cronisti dell’epoca si definirono dubbiosi. Dopo Beziers alcune città come Narbona si arresero spontaneamente mentre altre come Carcassone dovettero essere espugnate con la forza senza però il ripetersi di nuovi massacri. La crociata aveva dunque assunto il controllo militare delle terre di Trencaval, ma bisognava adesso procedere all’annientamento della resistenza e all’estirpazione dell’eresia. Per far ciò bisognava nominare un capo che assumesse i doveri feudali su queste terre; la scelta cadde su Simon de Montfort conte di Leicester che, chi avrà letto il mio articolo sulla quarta crociata, aveva già preso parte a questa opponendosi alla sua deviazione su Costantinopoli. Coraggioso e devoto, ma anche ambizioso e spietato de Montfort fu anche padre del suo omonimo Simon de Montfort leader della rivolta dei baroni in Inghilterra del 1264 conclusasi con la sua morte alla battaglia di Evesham. Il suo compito non era facile perché, in ragione di quel servizio quadragesimale, i crociati giungevano in estate per poi ripartire bloccando quindi le operazione per quasi metà anno; come se non bastasse nel 1213 Innocenzo III, che stava progettando una nuova spedizione in Terra Santa, abolì le indulgenze per chi andava in Linguadoca così da concentrare le risorse verso l’oriente. Nonostante queste difficoltà Simon riuscì a farsi riconoscere il suo feudo da Pietro II d’Aragona e invase le terre di Raimondo VI, che non aveva adempiuto ai voti fatti all’epoca della riconciliazione, non riuscendo però a prendere Tolosa e dovendo fronteggiare continue rivolte della popolazione occitana, catara e non, insofferente al suo dominio. Ormai ai più pareva che il de Montfort stesse piegando le necessità della chiesa alle sue ambizioni private e così il re d’Aragona, che aveva molto credito a Roma in ragione delle sue vittorie sui mori, intervenne presso il papa per spingerlo a rimetterlo in riga riuscendo a fargli revocare i privilegi da crociato; nel 1213 Pietro II arrivò anche a scendere personalmente militarmente in campo, trasformando così il conflitto definitivamente da religioso a politico, ma ne uscì sconfitto e morto. Per il de Montfort sembrò l’ora del trionfo perché il re di Francia si disse pronto a riconoscere i suoi domini e il quarto concilio lateranense gli assegnò le terre che aveva conquistato a Raimondo VI prendendo le altre come appannaggio della chiesa. Sia la popolazione che la nobiltà locale però si ribellarono a questo arbitrio e dichiararono il loro appoggio al decaduto conte che, nel 1217, rientrò trionfalmente a Tolosa rimettendo tutto nuovamente in discussione. Meno di un anno dopo la crociata subì un colpo letale quando Simon de Montfort morì, proprio assediando Tolosa,  col cranio fracassato dal proiettile di un mangano azionato, non ho mai capito perché la storica ci abbia fatto così caso, da alcune donne. Suo figlio Almarico tentò di portare avanti la crociata, ma questa, nonostante il rinnovato appoggio del nuovo papa Onorio III, andò progressivamente a sgonfiarsi anche a causa della morte nel 1222 di Raimondo VI. A fronte di questo stallo il re di Francia decise finalmente di intervenire per portare ordine nel sud del suo regno separando la questione politica del possesso delle terre da quella religiosa della lotta al catarismo. Luigi VIII prese i voti da crociato e mosse verso il meridione andando ad espugnare Avignone e ricevendo la sottomissione di buona parte delle terre dei conti di Tolosa creando così i presupporti per giungere alla pace di Parigi del 1229 in base alla quale il figlio di Raimondo VI, Raimondo VII, riottenne una parte delle terre del padre mentre le altre sarebbero spettate a sua figlia Giovanna andata in sposa a un cugino del re. Per quanto riguardava l’eresia catara si prese atto che la crociata era stata inefficacie in quanto la sua natura saltuaria impediva quella lotta costante che l’estirpazione di un’eresia necessitava; la palla tornò quindi in mano all’inquisizione, stavolta pienamente appoggiata dall’autorità statale del re di Francia, che dal 1233 si stabilì a Tolosa, creando il primo nucleo dell’università cittadina, mettendo costantemente sotto pressione gli albigesi. Nel 1255 l’ultima fortezza catara nel sud della Francia cadde nelle mani delle truppe regie e prima del 1324 l’eresia scomparve nel sud del paese. Il sostanziale fallimento dell’opzione crociata per affrontare il catarismo raffreddò di molto gli entusiasmi sull’uso di questo strumento per combattere le eresie; come detto lì dove vi era un’autorità statale si preferiva appoggiarsi ad essa piuttosto che indebolire l’organizzazione delle spedizione nel vicino oriente bandendo crociate “meno impegnative” in Europa. Quando il papa ammise la predicazione di crociate contro eretici fu quasi sempre a livello locale, dietro promessa di indulgenze minori e quasi sempre allo scopo di invogliare l’autorità secolare a cedere ai vescovi le truppe necessarie per agire; non erano poi pochi i casi in cui si usava l’accusa di eresia per mascherare il perseguimento di interessi politici e un esempio in questo senso fu la crociata in Bosnia del 1227 e 1234, diretta contro la troppo indipendente chiesa locale genericamente accusata di eresia e di simonia, che si trasformò in una campagna di conquista da parte dell’Ungheria. Comunque sotto l’etichetta di crociate contro gli eretici possiamo ricordare: quella bandita dal vescovo di Brema contro i contadini di Stedinger nel 1232, quella del 1227 nella Germania nord-occidentale e quella contro Fra Dolcino in Piemonte nel 1305 guidata dal vescovo di Vercelli. Sembrava ormai che un’azione di grandi proporzioni come quella contro i catari non vi dovesse più essere in primo luogo perché non desiderabile dalla stessa Santa Sede che l’aveva vista trasformarsi ben presto in un gigantesco pantano politico, ma invece era alle porte qualcosa di ancora più grande e di ancora maggiori conseguenze per la storia d’Europa: le crociate contro gli Hussiti in Boemia. Tema estremamente interessante quello dell’eresia hussita che però, incrociandosi con la complessa materia successione al trono boemo e con quell’immenso casino che fu lo scisma d’occidente, dovrò affrontare, per ragioni di spazio, senza entrare troppo nel dettaglio ad esempio delle questioni teologiche. Jan Hus era un teologo boemo, nonché rettore dell’università carolina di Praga, che studiando le opere del riformatore inglese John Wycliff concordò sulla sua diagnosi di una profonda corruzione delle gerarchie ecclesiastiche e della necessità di una grande riforma ad opera delle autorità statali improntata a un ritorno al vangelo. Hus non era uno scismatico o un predicatore da strada e infatti non tentò di incendiare Praga, ma ripose le sue speranze nel concilio che dal 1409 si stava tenendo a Pisa per tentare di dirimere lo scisma che aveva portato ad avere contemporaneamente tre papi in Europa. I suoi discorsi in difesa di Wycliff avevano però già provocato una presa di posizione contro di lui dell’ultimo dei tre papi giunto in scena, Alessandro V, ma il verso scontro si accese con il suo successore Giovanni XXIII (considerato antipapa dalla cronologia ufficiale) che intendeva finanziare la sua crociata politica contro Ladislao di Napoli con la vendita delle indulgenze. Come poi avrebbe fatto Lutero il teologo boemo si sollevò contro il mercimonio delle indulgenze fatto dalla Santa Sede estendendo poi la sua critica all’intero sistema della chiesa fino ad arrivare a negare la necessità di un Papa; convocato nel 1413 al concilio di Costanza per discutere delle sue tesi dietro salvacondotto dell’Imperatore Sigismondo del Lussemburgo, che ambiva anche a divenire re di Boemia, Hus venne invece arrestato, processato e messo al rogo insieme ad alcuni suoi allievi due anni dopo. L’incredibile abuso, che un secolo dopo avrebbe molto condizionato la condotta di Lutero verso la chiesa, indignò la Boemia intera dove anche chi non era d’accordo con le posizioni di Hus trovò inaccettabile che Sigismondo non avesse mosso un dito in difesa del teologo nonostante il salvacondotto concessogli. L’hussitismo vero e proprio che predicava la comunione sotto le due specie, la giurisdizione civile sulle questioni morali e la revisione del ruolo secolare della chiesa finì per incontrarsi con il sentimento nazionale boemo che rifiutava come re un uomo che non era stato in grado di difendere un suddito che era sotto la sua protezione. Quando nell’Agosto 1419 re Venceslao IV mori gli hussiti insorsero per impedire a Sigismondo, fratellastro del defunto re, di ascendere al trono assumendo di fatto il controllo del paese; di nuovo la chiesa si trovò di fronte all’impossibilità di fare ricorso all’autorità civile per schiacciare un’eresia perché l’eresia si era fatta stato e di nuovo decise che l’unica soluzione fosse un intervento armato; così alla dieta imperiale di Breslavia del 1420 il legato papale lesse alla presenza dell’imperatore la proclamazione della crociata contro gli hussiti e i loro sostenitori dichiarando di fatto guerra all’intera Boemia a nome della cristianità. Gli hussiti all’epoca erano già divisi in vari gruppi tra i quali primeggiavano i moderati utraquisti e i radicali taboriti, il cui nome deriva dal monte Tàbor nel sud della Boemia, alla cui guida era giunto Ian Zizka un’ex- guardia di palazzo cieca da un occhio che si sarebbe rivelato un eccellente stratega. Gli utraquisti erano disponibili alla trattativa dicendosi pronti ad accettare come re Sigismondo se questi avesse controfirmato i quattro articoli di Praga: comunione nelle due specie, libertà di predicazione ai laici, secolarizzazione dei beni ecclesiastici e una forte azione per disciplinare il clero con la rinuncia alle ricchezze e al ruolo secolare; l’imperatore avrebbe preferito negoziare piuttosto che infilarsi in una guerra, ma essendo la sua posizione imperiale debole non poteva permettersi di litigare con Roma per cui non ebbe altra scelta che procedere all’invasione. Le cose furono fatte in grande e nel Marzo 1420 un esercito forte di 80000 uomini al comando del capitano di ventura Pippo Spano entrò in Boemia puntando su Praga; il pericolo imminente favorì l’accantonamento delle divergenze interne al movimento hussita e così Zizka fu chiamato a soccorrere la città assediata. Il 14 Luglio questi mise in fuga gli imperiali che stavano tentando di prendere d’assalto la cresta di Vitkov rendendo impossibile alle truppe di Sigismondo di continuare l’assedio costringendole così a ritirarsi. Appena un anno dopo una seconda crociata provò nuovamente a invadere la Boemia trovandosi però nuovamente di fronte le truppe di Zizka, frattanto divenuto completamente cieco a seguito di una ferita in battaglia, che sconfissero lo Spano a Kutna Hora e poi a Habry. Una delle armi vincenti messe in campo dagli hussiti furono le così dette fortezze di carri cioè l’evoluzione dell’uso fatti da alcuni popoli nomadi delle loro carovane di carri come mezzo di difesa: i carri venivano legati tra loro fino a formare un quadrato all’interno del quale si rifugiava l’esercito hussita bombardando il nemico con un’artiglieria primitiva e con le balestre prima di lanciare la cavalleria all’attacco. Scomparso momentaneamente il pericolo imperiale si riaccesero però subito i contrasti tra le varie anime dell’hussitismo in particolare i taboriti non si fecero scrupolo a ricorrere al massacro per ridurre all’obbedienza le comunità cattoliche nel nord della Boemia e lo stesso Zizka, dopo aver rotto con i taboriti ed essersi unito all’altro gruppo radicale degli orobiti, sconfisse in varie occasioni eserciti inviati contro di lui da Praga dominata dagli utraquisti. L’aura ormai eroica che circondava Zizka spinse le varie fazioni a firmare un armistizio per riunirsi intorno a lui nel lanciare una campagna di conquista contro la Moravia cattolica durante la quale però lo stesso condottiero ceco rimase ucciso a causa di una pestilenza. La scomparsa di Zizka non segnò però la fine della resistenza hussita anzi i suoi uomini continuarono a combattere con rinnovato vigore in nome della memoria del loro ex comandante di cui, si diceva, fosse stata usata la pelle per costruire i tamburi suonati in battaglia. Dopo una terza crociata che neanche partì per discordie interne tra i partecipanti, nel 1427 ne fu bandita una quarta sotto la guida del cardinale Enrico Beaufort che andò incontro a un completo disastro nella battaglia di Tachov ad opera del nuovo leader hussita Prokop detto il grande. Appena un anno dopo si tentò di organizzare una nuova crociata in Inghilterra di nuovo sotto la guida del cardinale Beufort, ma il suo esercito, pagato coi fondi raccolti della chiesa, venne invece messo a disposizione del Duca di Bedford in Francia mentre gli hussiti lanciavano delle incursioni in Germania spingendosi sino a Norimberga. L’ultima crociata venne bandita dalla dieta di Norimberga e fu di nuovo organizzata con grandi mezzi mettendo in campo addirittura tre eserciti: il primo venne usato per recuperare i territori tedeschi persi, il secondo, guidato da Alberto d’Austria, razziò la Moravia e il terzo, guidato da Federico dio Brandeburgo, condusse la vera e propria invasione della Boemia e fu annientato il 14 agosto 1431 alla battaglia di Domazlice. A questo punto, a fronte dei continui fallimenti che non facevano altro che cementare il connubio tra hussitismo e nazionalismo ceco, ci si convinse che la via della trattativa era l’unica percorribile anche perché nel fronte avverso gli utraquisti non avevano mai rinunciato alla possibilità di un accordo che mettese all’angolo le frange più radicali del movimento. Si giunse così nel 1433 alla firma dei Compactata di Praga o Basilea tra i rappresentati utraquisti e il Concilio di Basilea che, sulla base dei quattro articoli di Praga, andavano incontro ad alcune richieste hussite in merito alla comunione in due specie e alla libertà di proselitismo;  con questo accordo venne di fatto riconosciuta piena libertà di culto agli hussiti in Boemia. L’ampia libertà religiosa conseguita non solo favorì in seguito il diffondersi del protestantesimo nel paese, ma sarebbe stata anche accanitamente difesa, legandola ancora una volta con il tema dell’identità nazionale, sia contro i tentativi di abolizione dei compactata ad opera del papato che contro gli Asburgo divenuti nel frattempo titolari della corona boema. Nel 1618 il timore di un’abolizione delle libertà religiose boeme ad opera del neo eletto re Ferdinando di Stiria fu alla base della defenestrazione di Praga che segnò l’inizio della guerra dei trent’anni.

L’esperienza delle crociate hussite confermò che tale strumento era assolutamente inefficacie per combattere le eresie. Come già aveva dimostrato la crociata albigese la natura discontinua di queste spedizioni non si confaceva alla lotta a movimenti che spesso avevano profonde radici nella realtà locale. L’evangelizzazione necessitava per sua natura una presenza permanete sul territorio e infatti nel caso degli albigesi fu solo quando l’inquisizione si stabilì a Tolosa che il culto entrò in crisi; una crociata permanente però era difficilmente organizzabile e infatti gli unici due esempi sono la reconquista spagnola e la crociata baltica dove però in entrambi i casi vi era un’entità locale che le portava avanti senza mai dipendere però dagli aiuti esterni come invece accadde a Simon de Montfort. Inoltre essendo queste spedizioni contro gli eretici dirette sempre all’interno di uno dei regni dell’Europa medioevale c’era sempre il rischio che potessero deragliare in controversie di natura politica che avrebbero solo reso ancor più difficile l’opera di estirpazione dell’eresia. Proprio per questo motivo  Johathan Riley-Smith considerò le crociate hussite come il definitivo tramonto degli ideali crociati perché, nonostante i turchi in piena avanzata nei Balcani, l’imperatore Sigismondo distrasse molte forze alla lotta contro di questi al fine di portare avanti una guerra interna per la corona boema coperta dalla legittimazione datagli dalla Santa Sede. La disillusione per lo snaturamento del movimento crociato a favore di interessi di parte a opinione dello storico inglese spiega perché, nell’Europa divisa dalla riforma, non si riuscì mai ad affrontare la minaccia turca con lo stesso spirito con cui si erano state condotte le prime crociate neanche in situazione di estremo pericolo come in occasione dell’assedio di Vienna del 1529.

Le crociate politiche

La prima teorizzazione dell’uso delle crociate allo scopo di combattere i nemici politici della chiesa si ebbe nel 1135 al Concilio di Pisa quando papa Innocenzo II affermò che chi combatteva “per la liberazione della chiesa per terra o per mare” avrebbe ottenuto la stessa indulgenza promessa da Papa Urbano II a Clermont all’atto di proclamare la prima crociata. Sebbene nell’immediato nessuna crociata in questo senso venne propriamente bandita l’affermazione generò subito pareri discordanti tra chi affermava che il papa così facendo stesse abusando di uno strumento di difesa della fede e chi invece, come  Pietro il venerabile capo del movimento riformista e abate di Cluny, affermò che l’uso della violenza contro i fratelli cristiani che erravano era ancora più giustificato del suo uso contro gli infedeli; ciò perché i primi, col loro agire, danneggiavano la chiesa dal suo interno. Bisognerà attendere il Novembre 1199 perché vi fosse la prima predicazione di una crociata contro un nemico della chiesa ritenuto tale per ragioni politiche in questo caso il funzionario imperiale Marcovaldo di Anweiler che era giunto in Sicilia mettendo non solo in pericolo l’eredità del piccolo Federico II, il cui tutore era papa Innocenzo III, ma anche i territori meridionali dello stato della chiesa che faticosamente il pontefice stava tentando di ricondurre all’obbedienza. Innocenzo III fece appello alla popolazione siciliana perché gli si opponesse affermando che Marcovaldo si fosse alleato con gli arabi ancora presenti sull’isola e che fosse per questo una minaccia alla preparazione della quarta crociata, il tutto condito con la promessa della medesima indulgenza dei crociati in partenza per la Terra Santa. Gli arruolamenti furono scarsi e l’unica figura importante fu Gualtiero di Brienne, mosso però più che dalla fede dall’interesse a rivendicare il feudo di Taranto; sembra però che Innocenzo, per nulla intenzionati a desistere, a fronte dell’insuccesso stesse pensando di bandire una vera e propria crociata quando la morte di Marcovaldo nel 1202 chiuse la vicenda. Johathan Riley-Smith annovera anche come una pre-crociata le minacce rivolte sempre da Innocenzo III ai baroni inglesi ribelli in quanto, con la loro condotta, impedivano a re Giovanni di partire al seguito della quinta crociata; comunque sicuramente l’azione di Innocenzo pose le basi per l’uso dai parte dei papi degli strumenti propri della crociata al fine di perseguire i propri obiettivi politici. Questa linea d’azione ebbe il suo picco massimo nel XII secolo in Italia all’interno della secolare lotta tra l’autorità imperiale e quella papale. Tra il 1228 e il 1230 un esercito pontificio mosse contro i domini continentali di Federico II di Svevia, all’epoca impegnato in Terra Santa con la sesta crociata, e i soldati coinvolti ricevettero una generica remissione dei peccati mentre furono pagati con denaro proveniente da imposte a carico del clero europeo. Molti dubitano che questa possa essere considerata una crociata in ragione del fatto che non venne concessa l’indulgenza plenaria e che le truppe non portassero la croce bensì le chiavi di San Pietro, ma sicuramente fu invece una crociata quella bandita tra il 1239-1240 all’apice dello scontro tra papa Gregorio IX e Federico II. A fronte del rischio di un’affermazione del potere svevo sia nel nord che nel sud dell’Italia il papa autorizzò una predicazione nella penisola e in Germania e nel 1241, quando Federico era alle porte di Roma, autorizzò i suoi legati a commutare i voti dei crociati in Ungheria pronti a partire per la Terra Santa se fossero corsi in difesa della città santa. La crociata non produsse effetti spettacolari se non il ritiro da Roma di Federico, ma per ragioni più di natura logistica che per la predicazione papale; ma comunque diede avvio a una serie di eventi che avrebbe portato, prima della fine del secolo, a uno stravolgimento completo della carta politica del nostro paese. L’impossibilità di conciliare la posizione di papa e imperatore portò il successore di Gregorio, Innocenzo IV, a riprendere la predicazione della crociata nel 1244 ed è importante notare che l’esercito del pretendente imperiale Guglielmo d’Olanda che prese Aquisgrana avesse al suo interno molti crociati; più che però nella messa in campo di eserciti la predicazione della crociata contro Federico servì alla Santa Sede per raccogliere grosse somme di denaro in Europa con cui finanziare il prosieguo del conflitto con l’Imperatore. Quando questi morì nel 1250 le crociate bandite contro di lui, se non avevano portato mai a una vera e propria campagna militare croce sugli scudi, avevano però rappresentato un continuo incoraggiamento ai suoi nemici interni, e Federico ne aveva tanti sia in Germania che in Italia, contribuendo al fallimento dei suoi disegni politici di un rafforzamento dell’autorità imperiale. Anche contro il nuovo imperatore Corrado IV continuarono le predicazioni in Germania, ma dopo la morte di Federico il grande obiettivo verso cui il papato aveva spostato il suo sguardo come sede principale della lotta era divenuta la Sicilia, dove si era insediato Manfredi figlio illegittimo di Federico, la cui invasione però richiedeva mezzi e risorse molto più ingenti di quelle fino ad allora messe in campo contro l’impero. Mezzi del genere potevano essere offerti solo da un grande signore d’Europa e il papa iniziò a interpellarne alcuni avviando infine promettenti trattative con Enrico III d’Inghilterra che sperava di mettere il figlio sul trono siciliano; questi negoziati però giunsero a un nulla di fatto e così infine Urbano IV si rivolse a Carlo d’Angiò fratello di Luigi IX di Francia. La crociata contro Manfredi era stata ufficialmente proclamata nel 1255 e in un primo momento il papato tentò di fare da solo inviando un esercito guidato dal cardinale Ottaviano degli Ubaldini che venne però sconfitto; ma intanto il conflitto  si era innestato all’interno della lotta tra guelfi e ghibellini infatti un esercito veneziano-bolognese-mantovano, ufficialmente crociato, guidato da Azzo VII d’Este mise fine al governo dei fratelli ghibellini da Romano a Treviso. Nel 1265 la crociata, o l’invasione a seconda dei punti di vista, della Sicilia ad opera di Carlo d’Angiò e predicata in Italia, Germania e Francia si mise in marcia concludendosi con la celebre battaglia di Benevento nella quale lo stesso Manfredi morì, evento ricordato da Dante nel canto III del Purgatorio. Sempre all’ombra della croce venne giustificata la guerra del 1268 contro il giovane Corradino di Svevia, figlio di Manfredi, sconfitto a sua volta a Tagliacozzo sempre da Carlo d’Angiò e da questi fatto giustiziare con al benedizione del papa. L’ascesa angioina al trono di Napoli pareva il prodromo alla nascita di un impero mediterraneo che guardava ad oriente, un piano per restaurare l’Impero Latino a Costantinopoli fu subito messo in studio, ma l’esplodere dei vespri siciliani con la successiva guerra  nel 1282 determinò la fine di tale ambizione. Papa Martino IV non solo era francese, ma riteneva la Sicilia pur sempre un feudo della chiesa quindi ritenne l’intervento aragonese in favore dei ribelli un atto ai suoi privilegi; tutto queste ragioni spiegano perché nel Gennaio 1283 decise di compromettersi con la proclamazione di una crociata contro i siciliani e  poi contro Pietro d’Aragona scomunicato e privato del suo regno a favore, questo era il progetto, di Carlo di Valois. In tal modo anche la così detta guerra del vespro finì, nella prospettiva papale, per assumere il ruolo di una crociata con al conseguenza che furono poste tasse in campo alle chiese allo scopo di raccogliere fondi per la guerra che però andò abbastanza male. Non è questa l’occasione per seguire l’intera vicenda di questo conflitto basti ricordare che ogni tentativo francese di invadere l’Aragona fu un fallimento e che quando Pietro morì suo figlio Giacomo II, su pressioni di Bonifacio VIII, decise di abbandonare l’isola, ma suo fratello Federico si ribellò a questa decisione facendosi incoronare re e aggiungendo anche uno scontro fratricida a questo immenso guazzabuglio. Sempre nel contesto di questo conflitto nel 1297 proprio Bonifacio bandì una mini crociata interna ai suoi domini contro la famiglia Colonna sua rivale nonché alleata di Federico. Con la pace di Caltabellotta, che seppur riconosceva la Sicilia a Federico solo sino alla sua morte di fatto segnò la sua separazione dinastica dal regno di Napoli, e il trasferimento del papato ad Avignone le crociate politiche andarono a tramontare; la perdita d’autorità del papa ridottosi a una sorta di cappellano del re di Francia gli tolse quell’autorità necessaria a dare credibilità a delle imprese che già all’epoca furono considerate molto discutibili in Europa e le ultime furono bandite dagli avversi contendenti durante lo Scisma d’Occidente anche se quasi nessuna uscì dalla semplice fase preparativa. I più, seguendo gli eventi qui narrati, avranno fatto fatica a riconoscere nei conflitti contro Federico II, Manfredi e nella guerra del vespro delle crociate e, come detto, già i contemporanei condivisero questa valutazione. Il papato fu molto criticato per il suo dirottare risorse dalla Terra Santa al sud Italia proprio nel momento in cui le ultime piazzeforti cristiane in oriente cadeva sotto l’impeto dei musulmani e il cambio di rotte commerciali con l’Asia privava il Regno di Gerusalemme del grosso delle sue entrate; ci è rimasto un messaggio inviato da un templare a Niccolò IV dopo la caduta di Tripoli “Avresti potuto soccorrere la Terra Santa con la potenza dei re e con la forza degli altri fedeli di Cristo… ma hai armato i re contro i re, con l’intento di attaccare un re cristiano e i siciliani cristiani che, insorgendo invano, presero giustamente le armi”. Parole simili furono scritte in Germania, Inghilterra, Francia e Spagna e vi furono anche reazioni di fatto vere e proprie come quando, dopo che con poco tatto Innocenzo IV proclamò la crociata contro Corrado IV nello stesso momento in cui falliva la prima crociata di Luigi IX in Terra Santa, la reggente di Francia Bianca proibì la predicazione della crociata politica nel regno minacciando la confisca delle terre a chi avesse preso la croce per uno scopo diverso che andare in soccorso del proprio re. Resta però il fatto che, sebbene la cristianità non avvertì mai le crociate politiche alla stessa stregua di quelle dirette in Terra Santa, non vi furono sintomi di una diffusa disillusione nei riguardi del movimento nel suo complesso né le critiche rivolte alla Santa Sede furono dure e super partes come quelle lanciate dopo il fallimento della seconda crociata. Studi fatti hanno infatti dimostrano che le reazioni in termini di reclutamento, soprattutto in Francia e nell’Italia guelfa, furono entusiastiche e dunque è difficile dire che tali spedizioni non furono fortemente sentite, dal punto di vista ideologico, come parte del movimento crociato; aggiungo però una mia personale postilla del legittimo dubbio su quante di queste adesioni fossero interamente spontanee e non usate strumentalmente per coprire la natura meramente politica dell’impresa. L’effetto più importante delle crociate politiche del XII secolo fu però economico perché la Santa Sede, per finanziarle, si affidò all’imposizione di tributi sulle comunità di fedeli causando non solo una sua forte dipendenza dal credito che dovette in seguito essere curata attraverso nuove imposte, ma anche la nascita di profondi malumori presso le chiese locali che si vedevano taglieggiate per obiettivi non pienamente comprensibili. Resta infine da chiedersi se i Papi intesero queste crociate come un mero strumento politico oppure fossero convinti della loro legittimità. A tal proposito va detto che molti papi medievali, Innocenzo III in primis, erano a tal punto convinti del ruolo universale della Chiesa da ritenere qualsiasi attacco ad essa un aggressione alla cristianità intera cui opporsi con gli stessi strumenti usati contro gli infedeli; le argomentazioni della Santa Sede erano che il meridione d’Italia non era strategico non solo per la difesa della sua autonomia, ma anche per l’organizzazione di qualsiasi soccorso alla Terra Santa per cui chiunque attentasse alla stabilità di quelle terre indirettamente metteva in pericolo l’Oriente latino. Tali argomentazioni forse non convinsero però certamente, guardando comunque alla risposta che si ebbe in termini di reclute, non danneggiarono sul momento né il movimento crociato né il prestigio del papato.

Le crociate contro i pagani

La crociata baltica fu la più grande guerra santa combattuta in Europa dalla cristianità. Una crociata permanente condotta contro i popoli pagani del Baltico e i principati russi del Nord ad opera principalmente di un ordine militare che per portarla avanti si fece stato in queste terre: l’Ordine Teutonico. Data la vastità e l’importanza di questo argomento ho ritenuto che inserire una sua narrazione estesa e specifica in questo articolo l’avrebbe reso mastodontico per cui farò qui una sitentesi di questa lunga guerra rimandando poi a un futuro articolo, che ho già deciso di fare, specificamente dedicato all’argomento.

Le prime missioni di evangelizzazione presso i livoni sul fiume Dvina furono organizzate dall’arcivescovo di Brema allo scopo di ampliare la sua area d’influenza. I missionari ebbero però scarso successo e Celestino III decise di concedere una remissione dei peccati a chi si fosse recato a combattere per la sicurezza della nuova chiesa livone. Il vero e proprio inizio dell’azione militare si ebbe però con l’ascesa al titolo di arcivescovo di Brema di Alberto di Buxtehude la cui opera ricevette l’appoggio di papa Innocenzo III il quale nel 1199 concesse la commutazione del pellegrinaggio a Roma a coloro che partecipassero alle sue campagne nel Baltico e poi nel 1204, con una lettera pontificia, autorizzò laici e preti che non potevano recarsi a Gerusalemme a commutare i loro voti mettendosi a disposizione dell’arcivescovo. La prima misura di Alberto fu di trasferire la sede della nuova chiesa livone da Uxkull a Riga e ogni anno fece ritorno in Germania per reclutare nuovi contingenti da usare contro i pagani locali; cosa però più importante venne impiantato in loco stabilmente un piccolo ordine militare chiamato dei Fratelli della spada o Ordine dei Cavalieri Posrtaspada. Quest’ordine nei primi tempi non superò mai il centinaio di membri, ma la direzione delle operazioni in estate e la resistenza in inverso ricadde interamente sulle loro spalle. La Livonia venne interamente sottomessa nel 1230, ma non erano solo i tedeschi interessati a evangelizzare, e conquistare, queste terre ancora tribali infatti i danesi puntarono sull’Estonia, sulla Finlandia e sulla costa della Pomerania. Sin da subito quindi la crociata permanente baltica vice la fusione dell’elemento missionario di conversione dei pagani con quello della conquista dei loro territori ad opera dei regni cristiani che si ritenevano legittimati a farlo come pegno del grande regalo che veniva fatto ai locali della luce di Cristo. Innocenzo III parlò espressamente di “sradicare l’errore del paganesimo ed estendere i confini della fede cristiana…” in una lettera a re Valdemaro III di Danimarca definito “santo pellegrino”. Va detto che da un punto di vista strettamente tecnico definire una guerra missionaria una crociata, concedendo dunque a chi vi partecipava i relativi privilegi, rasentava di molto l’illegalità, ma tutti decisero di chiudere un occhio perché il Papa chi guadagnava centinaia di nuove chiese mentre i Regni secolari locali una costante giustificazione alle loro campagne. La presenza contemporaneamente di tre attori: tedeschi, danesi e svedesi, i quali stavano avanzando dalla Finlandia portò ben presto a delle frizioni con Valdemiro che non si fece scrupolo a usare la sua superiorità navale nel Baltico per costringere i suoi contendenti a cedergli terre da lui rivendicate come l’Estonia settentrionale. Inoltre le azioni dei cristiani iniziarono a preoccupare i principati russi ortodossi, in particolare quello di Novgorod, che si chiedevano quando ci sarebbe voluto prima che anche loro finissero per divenire un obiettivo della crociata permanente. Questa situazione venne a modificarsi radicalmente quando, nel 1225, Corrado di Masovia, in risposta alle richieste di aiuto da parte del suo padre cistercense Cristiano missionario presso le tribù prussiane, offrì un feudo ai cavalieri teutonici. L’ordine dei Cavalieri Teutonici o di Santa Maria dei Tedeschi in Gerusalemme era stato fondato ad Acri nel 1198 come ordine militare e ospitaliero con una regola simile a quella dei templari erano stati incaricati nel 1211 da re Andrea d’Ungheria di difendere i suoi confini orientali, ma a causa di contrasti sorti per la volontà per la voglia di indipendenza, anche territoriale, dell’ordine finirono per essere espulsi con la forza dalle terre magiare. Fu a questo punto che giunse la proposta di Corrado che il gran maestro Ermanno di Salza accettò all’inizio con lo scopo di avere un’area dove addestrare i nuovi confratelli prima di mandarli in Oriente; in sostanza il combattere in Prussia originariamente fu considerato null’altro che un terreno di prova  mentre allo stesso tempo si aveva l’occasione di creare uno stato ecclesiastico diretto dagli stessi teutonici. Nel 1226 con la Bolla d’Oro di Rimi Ermanno ricevette il titolo di principe imperiale della provincia di Kumerland nonché per tutte le terre di Prussia che fosse stato in grado di conquistare e per mettere al sicuro queste nuove acquisizioni da un possibile futuro ripensamento imperiale nel 1234 papa Gregorio IX le incluse nel patrimonio di Pietro dandole ai cavalieri come feudo pontificio. La prima campagna oltre la Vistola venne lanciata nel 1229 e ben presto sorsero contrasti con padre Cristiano il quale accusava i teutoni di avere più interesse a conquistare terre che a convertire le anime; la cattura del cistercense da parte dei prussiani e la sua prigionia per otto anni mise fine al problema lasciando campo libero ad Ermanno per sottomettere la Chiesa prussiana all’ordine. La politica dei Cavalieri teutoni fu di colonizzare la terre conquistate con cavalieri laici e uomini liberi provenienti dalla Germania  riservando alle popolazioni autoctone un ruolo di servaggio; i prussiani furono infatti obbligati a costruire i castelli con cui i cavalieri dell’ordine proteggevano le nuove terre mentre città come Memel e Konigsberg furono fondate per offrire un retroterra e un ponte cosante con la Germania cristiana. Nel 1245 Innocenzo IV per la prima volta concesse l’indulgenza plenaria a chi si recava a supportare l’opera dell’Ordine Teutonico nel Baltico, parificando quindi il servizio svolto qui con quello svolto in Terra Santa, indipendentemente da che vi fosse o meno uno specifico appello papale allo scopo; in questo modo veniva data facoltà all’ordine di predicare la sua crociata senza dover passare ogni volta per una specifica approvazione dell’atto da parte della Santa Sede. Una volta completata l’occupazione della costa i cavalieri si mossero verso l’interno livoniano, ma l’esplodere della prima grande rivolta prussiana questi dovettero passare i successivi dieci anni a recuperare i territori persi; ben più grave fu invece la seconda rivolta esplosa nel 1260 che vide la sconfitta dei cavalieri teutonici a Durbe e l’annientamento della prima crociata inviata in soccorso. Con l’appoggio di papa Urbano IV altre quattro crociate vennero organizzare per sottomettere i livoni, ma la rivolta fu definitivamente repressa solo nel 1283 al termine di un conflitto che, stando a Johathan Riley-Smith, spopolò mezza Prussia. Frattanto vi era stata l’unione, o meglio la sottomissione, dell’Ordine dei Cavalieri Portaspada con quello dei Cavalieri teutonici, ma tale unione portò a dirigere l’espansione anche verso i principati russi del est. Dopo alcuni iniziali successi i due ordini però andarono incontro nel 1242 alla sconfitta nella battaglia del Lago Ghiacciato, o lago Peipus, ad opera del principe di Novgorod Aleksander Nevskij, evento assurto a fondamentale per la storia russa, che bloccò le ulteriori velleità espansioniste in questa direzione anche perché, frattanto, da est avevano fatto irruzione in Europa le orde mongole che castigarono a loro volta duramente i Cavalieri Teutoni a Legnica nel 1241. Data la vastità del pericolo mongolo i papi non si fecero scrupoli a promuovere crociate anche contro di essi e dal 1241 fino al 1249 ne vennero predicate almeno quattro concedendo anche la commutazione dei voti per coloro che erano in partenza per l’Oriente latino. Nel 1309 il gran maestro dell’Ordine Teutonico stabilì la sua residenza a Mareinburgo in Prussia abbandonando di fatto la Terra Santa; le ragioni di questa decisione furono sia lo sgomento provocato dalla soppressione violenta dell’Ordine Templare ad opera di Filippo IV di Francia sia il timore di una concorrenza per il rinnovato interesse per le crociate nei paesi nordici come la Svezia-Norvegia dove re Magnus, influenzato dalla cugina santa Brigida, guidò una spedizione in Finlandia con l’appoggio del Papa seppur con scarsi successi. A est poi si stava affermando il nuovo stato Lituano sorto ad opera del principe Mindoug mentre la Polonia, animata da un profondo zelo crociato, sarebbe stata definitivamente riunita nel 1320. I teutoni dunque puntavano a un rafforzamento della loro compagine statale destinando tutte le proprie risorse e forze sul Baltico dove, nominalmente, avrebbero dovuto rispondere del loro operato unicamente al papa. Alla Prussia i cavalieri aggiunsero la Pomerania e Danzica sottomesse spietatamente mentre in Livonia e in Estonia si appoggiarono sui vescovi e cavalieri locali fondando entità semindipendenti come quella dei Cavalieri livoniani. Il ‘300 fu il secolo dei così detti reysen (incursioni) verso la Lituania in occasione delle quali nobili e crociati giungevano da tutta Europa per prendervi parte; tra i partecipanti più celebri possiamo ricordare: Enrico di Derby, futuro Enrico IV d’Inghilterra, Alberto d’Austria che nel 1377 portò duemila cavalieri per la sua “tanz mit den heiden” (danza con i pagani) e il Duca di Lorena che vi partecipò nel 1378 con settanta cavalieri. I reysen erano delle scorrerie a cui partecipavano dai duecento ai duemila cavalieri con lo scopo di devastare il maggior numero di terre nel minor tempo possibile in due periodi dell’anno: una in inverno (winter) a Dicembre e a Gennaio-Febbraio dopo una pausa natalizia e un’altra di maggiori dimensioni in estate (sommer); l’obiettivo finale era costruire una roccaforte cristiana che estendesse l’area d’influenza dell’ordine. I reysen erano delle occasioni solenni che si riteneva dessero grande prestigio a chi vi partecipava, infatti i nobili che vi prendevano parte avevano il diritto di appendere uno scudo col loro simbolo nella fortezza dell’ordine a Marienburgo e i più meritevoli partecipavano a una tavola d’onore con il gran maestro che di solito offriva loro regali come nel 1375 quando vennero donati vessilli con scritto a caratteri d’oro “Honneur vainc tout”. I reysen e in generale la crociata permanente potevano però avere una ragion d’essere fin tanto che alla frontiera est permanevano dei pagani da poter spacciare come una minaccia per i cristiani stabilitisi nel Baltico; quando però nel 1386 il granduca di Lituania Jagiello si fece battezzare e sposò la regina di Polonia sancendo l’unione dei due stati sotto il nuovo nome di Vladislao II di Polonia questa motivazione venne meno. Lo scontro frontale tra l’Ordine e Vladislao, che rivendicava la Pomerania orientale e il Kulmerland, divenne inevitabile e il 15 Luglio 1410 a Tannenberg i cavalieri  andarono incontro a una disastrosa sconfitta perdendo gran maestro e buona parte degli ufficiali superiori. Nonostante l’eroica difesa di Marienburgo e la pace di Thorn che lasciò all’Ordine molti dei suoi territori questo non riuscì più a recuperare il suo potere e anche la sua crociata permanente andò a estinguersi da sé, l’ultimo reysen con crociati non tedeschi si ebbe nel 1413, per assenza di nemici contro cui dirigerla. Negli anni successi i Cavalieri Teutonici persero rapidamente il controllo delle comunità locali che si unirono per chiedere un nuovo intervento del re di Polonia che, infine, iniziò una serie di conflitti con l’Ordine che si conclusero nel 1466 con la seconda pace di Thorn, a seguito della quale lo stato ecclesiastico dei cavalieri venne spartito tra i confinati lasciando ai cavalieri solo la Prussia orientale. Ormai il baluardo orientale della cristianità era divenuto la Polonia e l’Ordine vegetò finché nel 1525 l’ultimo Gran Maestro Alberto di Hohenzollern si convertì al luteranesimo e ne secolarizzò i possedimenti. Ciò che restava delle terre dell’Ordine sarebbe stato unito dopo la guerra dei Trent’anni alla Marca del Brandeburgo e avrebbe rappresentato il primo embrione del futuro stato prussiano. L’Ordine Teutonico sopravvisse però presso la corte asburgica, nel cui esercito mantenne un reggimento fino agli inizi dell’ottocento, ed esiste ancora oggi unicamente però come ente religioso composto da soli sacerdoti con sede a Vienna.

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