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Lo scisma d’Oriente

Quando nel 1054 il Papa di Roma e il Patriarca di Costantinopoli si scomunicarono a vicenda probabilmente nessuno immaginò che il cristianesimo si era appena spezzato in due tronconi che da quel momento avrebbero viaggiato per strade diverse. Il motivo è che per secoli le due facce del cristianesimo si erano ora scontrate violentemente ora riappacificate e quindi nulla dava da supporre che stavolta le cose sarebbero andate diversamente; invece la frattura perdurò, si incancrenì e continua ancora oggi per cui credo sia giusto raccontare di come la chiesa ortodossa divenne un fratello perduto (anche se oggi si dice solo separato).

Lo scisma derivò da ragioni tanto politiche quanto religiosa. La liturgia orientale aveva iniziato a distanziarsi da quella occidentale, o forse sarebbe più corretto dire che fu Roma a distanziarsi dato che Costantinopoli si attenne sempre a una visione rigidamente dogmatica, sin dai tempi in chi la chiesa aveva iniziato a organizzarsi come istituzione. Due esempi principali di queste differenze sono l’uso del pane lievitato al posto di quello azzimo nella comunione e il celibato dei preti che per le chiese orientali era da imporre solo dai vescovi in su mentre i presbiteri e i chierici potevano liberamente sposarsi; tali questioni possono apparire di poco conto, ma bisogna entrare nella mentalità di un’epoca in cui la religione era un elemento centrale della vita di ogni individuo. Il primo grande scontro religioso si accese però quando l’Impero bizantino entrò nell’epoca della crisi iconoclasta: tra il 726 e  l’843 d.c. alcuni imperatori tentarono di imporre come eresia il culto delle icone considerate come un ritorno all’idolatria pagana. Questo progetto si scontrò sia contro il netto rifiuto del Papa che del Patriarca di Costantinopoli, Roma però era lontana così il patriarcato per poter resistere dovette mobilitare l’intera chiesa orientale chiamando a raccolta i monaci e i fedeli. Alla fine, anche per la necessità di un’unità interna al fine di poter resistere alla spinta degli arabi, gli imperatori dovettero capitolare e abbandonare l’iconoclastia decretando la vittoria dei patriarchi che avevano nel corso degli anni acquisito grande autorità e prestigio per aver condotto la lotta.

In contemporanea con questi fatti nella notte dell’800 d.c. Carlo Magno veniva incoronato Imperatore dal Papa, con quest’atto si metteva in discussione l’unicità dell’impero e la pretesa di Bisanzio di essere l’unico legittimo erede della romanitas. Con quest’atto il papa aveva di fatto spostato il suo asse d’alleanza dai bizantini ai franchi e gli imperatori di Costantinopoli reagirono incoraggiando l’autonomia del patriarcato per usarlo in funzione anti papale. Durante l’ottavo secolo dopo cristo inoltre iniziò la grande opera di cristianizzazione delle tribù slave dei Balcani ad opera dei fratelli Cirillo e Metodio, la conversione prima dei bulgari e in seguito dei russi non fece altro che accentuare i problemi con Roma perché il patriarcato insistette perché le nuove chiese si riconoscessero come sottoposte alla sua autorità anziché a quella del papa.

E’ in questa situazione che si giunse al primo confronto muscolare quando nell’858 il reggente Barda destituì l’allora patriarca Ignazio in favore di Fozio, brillante studioso di teologia e abile diplomatico; a Roma però sul seggio di Pietro era appena salito Niccolò I fermamente intenzionato a rafforzare l’universalismo del pontefice e che quindi, per rimettere in riga i bizantini, dichiarò nulla la nomina di Fozio. Il patriarca però era ben deciso a resistere e anzi rilanciò mandando una lettera a Roma in cui rivendicava l’autonomia e il primato di Bisanzio arrivando ad accusare il papa di eresia a causa della dottrina del Filioque o processione dello Spirito Santo dal Padre al Figlio. Questa è una questione dogmatica estremamente complessa che proverò a spiegare, ma sin da ora chiedo venia se non dovessi riuscire ad essere troppo chiaro: recitando il Credo i cattolici affermano “credo nello Spirito Santo che è il signore e dà la vita e procede dal Padre e dal Figlio”, la problematica riguarda quel “e dal Figlio” (in latino appunto Filioque) perché originariamente nel concilio di Costantinopoli si era detto che lo Spirito Santo procede solo dal Padre. Il cambiamento di dottrina in occidente era già in uso agli inizio del 600 d.c., ma divenne dogma nell’810 quando papa Leone III ratificò il nuovo credo approvato al concilio di Aquisgrana solo che quando si provò ad introdurlo in oriente scoppiò lo scontro con Fozio. Il Patriarca sosteneva infatti che presupporre due cause per lo Spirito Santo diminuiva la “monarchia” del Padre e la divisione della Trinità confondendo tra loro Padre e Figlio, per Fozio solo la prima versione del credo che non conteneva il Filioque era dogmatica. Si capisce il paradosso in cui si trovò Niccolò I che aveva chiamato a rispondere il patriarca per deporlo e si vedeva invece dare da questi dell’eretico, sottoterra c’era però anche un problema politico perché Roma non ci stava a vedersi sottrarre tutte le masse neobattezzate degli slavi e iniziò a inviare propri missionari per contendere il campo a quelli bizantini. Comunque nessuna delle due parti intendeva retrocedere e così si arrivò alla rottura nell’867 quando un sinodo a Costantinopoli scomunicò il papa accusandolo di eresia. Poco dopo questo trionfo però Fozio fu a sua volta deposto a causa di uno dei tanti cambi di regime che sconvolgevano la corte bizantina e tanto il papa quanto il vecchio-nuovo patriarca Ignazio volevano ricomporre la frattura; si giunse così a un compromesso: la chiesa bizantina avrebbe smesso di affermare che il Filioque era eretico (divenne “sconveniente) mentre Roma accettava che in oriente si continuasse a recitare il credo secondo il vecchio rito.

La crisi era superata però aveva acuito ancora di più le distanze tra le liturgie e la dogmatica delle due anime della chiesa inoltre il patriarca aveva accettato di recedere dalla strada dello scontro frontale, ma non di sottomettersi a Roma o di rinunciare alla sua pretesa di primato sulle altre chiese che si stavano formando nell’est Europa. Le due parti rimasero così in guerra fredda per un secolo, ma sembrava fossero in grado se non di andare d’accordo quanto meno di convivere anche se la fine dell’universalismo dell’impero aveva di riflesso inflitto un duro colpo al parallelo universalismo della chiesa. Per il grande storico dell’Impero Bizantino Georg Ostrogirsky è un errore credere che fu il cesaropapismo a determinare la rottura finale anzi a Bisanzio era proprio l’imperatore quello che teneva di più a preservare l’unità perché tanto più forte era l’idea di un universalismo cristiano tanto più forti erano le corrispondenti pretesi imperiali soprattutto sull’Italia, dove in quel momento gli ultimi avamposti bizantini erano presi d’assalto dai normanni. I segnali però di insofferenza del patriarcato a una sua sottomissione, anche solo formale, al papa erano sempre più forti e se già dopo l’anno 1000 il nome del pontefice non compariva più negli atti del patriarcato nel 1024 questo ottenne su un papato debole una grande vittoria vedendo riconoscere alla chiesa di Costantinopoli il  ruolo di “universale nella sua sfera”. Sembrava si stesse andando a un mantenimento dell’unità cristiana attraverso il compromesso di una divisione delle sfere d’influenza tra Roma e Bisanzio, ma quando il papato, liberatosi dall’opprimente abbraccio dell’imperatore d’occidente, fu contagiato dallo spirito riformista di Cluny che propugnava un ritorno al primato assoluto della santa sede si andò di nuovo verso lo scontro frontale. Sfortuna volle che da entrambi i lati della barricata vi fossero uomini estremamente sicuri di sé e delle loro ragioni: a Bisanzio era appena divenuto patriarca Michele Cerulario fermo assertore di una volontà di potenza della chiesa orientale mentre a Roma il braccio destro del papa era il cardinale Umberto capo della corrente antibizantina che intendeva annullare tutto ciò che il patriarcato aveva strappato a Roma.

Finché si rimase sulle questioni politiche parve che un accordo di massima fosse possibile dato il reciproco interesse di fare fronte comune contri normanni che avanzavano dal sud Italia, ma quando si scese sul campo della liturgia e della dottrina (di nuovo il Filioque) lo scontro apparve subito insanabile perché nessuna delle due parti era disposta a fare passi indietro. Astutamente Michele Cerulario si appoggio alla massa dei fedeli mettendo in primo piano le questioni liturgiche, perché facilmente comprensibili anche dall’uomo comune, e approfittò del fatto che in tutto l’oriente non c’era nessun altro vescovo o patriarca a cui Roma potesse appoggiarsi in funzioni anti-bizantina perché tutte le principali diocesi erano indebolite dal fatto di essere finite sotto il dominio degli arabi. Quando infine giunse a Costantinopoli un’ambasciata, la quale di fatto chiedeva la resa del patriarca, guidata dal cardinale Umberto questi, confortato dal supporto datogli dal debole imperatore Costantino IX che non voleva la rottura, il 16 Luglio del 1054 depose sull’altare di Santa Sofia la bolla papale di scomunica contro il patriarca e i suoi seguaci dicendo “Dio veda e giudichi!”. Michele però facendo appoggio sui fedeli e sulle gerarchie ecclesiastiche obbligò l’imperatore ad allinearsi alla sua posizione e così poté convocare un sinodo in cui contro scomunicò il papa e i suoi legati. Lo scisma era consumato. Paradosso della storia il papa che aveva inviato quell’ambasciata, Leone IX, era morto ad Aprile quando i suoi legati erano ancora in viaggio per cui è dubbio che essi avessero ancora l’autorità per scomunicare il patriarca.

Come detto sulle prime nessuno si accorse che qualcosa di irreparabile era successo, di scontri, l’abbiamo visto, ve ne erano già stati e questo non sembrava diverso dai precedenti per cui tutti rimasero in attesa della riconciliano attraverso un nuovo compromesso. La riconciliazione non avvenne però e gli anni iniziarono a passare aumentando il solco tra le due chiese finché nel 1204 non venne la quarta crociata e la conquista latina di Costantinopoli, i bizantini identificarono i fratelli separati con gli occupanti e questo non fece che accrescere la loro ostilità verso di loro e il papato che aveva bandito la crociata (sebbene almeno nel suo esito il Papa non ebbe colpe). Su spinta degli imperatori nei concili di Lione (1274) e di Firenze (1445) si tentò un effimero ritorno all’unità, ma entrambe le volte fu un fallimento perché il papato non accettava nulla di meno che un resa incondizionata, che nessun in oriente né tra i fedeli né tra gli ecclesiasti era disposto a concedere, mentre gli imperatori erano mossi solo dalla speranza di poter ottenere l’aiuto occidentale nella loro sempre più disperata resistenza contro l’avanzata dei turchi. Quando infine nel 1453 Costantinopoli cadde il centro della cristianità ortodossa si spostò nelle steppe russe e la chiesa divenne un instrumentum regni dell’autocrazia degli Zar. Solo nel 1964 papa Paolo VI e il patriarca Atanagora si incontrarono a Gerusalemme scambiandosi un abbraccio e ritirando le rispettive scomuniche riaprendo tra le due chiese un dialogo rimasto interrotto per quasi mille anni.

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