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I fasci siciliani dei lavoratori

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DI CARLO BONACCORSO

Il movimento dei Fasci Siciliani fu una delle principali esperienze di mobilitazione collettiva della storia della Sicilia contemporanea. I Fasci nacquero come organizzazioni politico – sindacali dei lavoratori e si svilupparono tra il 1891 ed il 1893. La protesta, che coinvolse diverse categorie quali operai delle industrie, lavoratori delle miniere di zolfo e contadini, portò alla formazione di Fasci urbani e rurali. La caratteristica principale di questo movimento, che in pochi anni arrivò a contare un numero altissimo d’iscritti, fu la sua matrice socialista. Con la formazione del Partito dei Lavoratori Italiani (poi Partito Socialista Italiano) nel 1892, la protesta acquistò sempre più la fisionomia di lotta di classe con l’ideale di socialismo ed eguaglianza sociale come punti fermi. Le figure principali del movimento dei Fasci (Garibaldi Bosco, Verro, Barbato, De Felice Giuffrida, Montalto) furono espressione dunque, di un ideale che in quegli anni andava diffondendosi in tutto il paese. L’esperienza dei Fasci si concluse nel 1894, quando Francesco Crispi, ritornato a capo del governo dopo la parentesi giolittiana, decise di adottare una linea dura: in Sicilia fu proclamato lo stato d’assedio e i capi del movimento vennero arrestati e processati.

GLI INIZI

L’analisi storica, elaborata dagli studiosi che si occuparono del fenomeno dei Fasci, data al 22 Dicembre 1889 la nascita del primo Fascio siciliano. In particolare, si tratta del Fascio di Messina sorto nella città dello Stretto per iniziativa di Nicola Petrina (che negli anni successivi ne sarà la figura principale). Come Francesco Renda ci fa notare nella sua opera “I Fasci Siciliani 1892 -94”, edita da Einaudi e pubblicata nel 1979, per capire la nascita dei Fasci Siciliani, bisogna soffermarsi, però, su una piccola ma essenziale differenza tra “Fascio” e “Fascio dei Lavoratori”1. Il primo, infatti, non nacque in Sicilia; diversi fasci si formarono anni prima in varie regioni italiane (come ad esempio quello bolognese nel 1871); il Fascio dei Lavoratori, nato nell’isola, invece, si distinse in quanto esso arrivò a rappresentare il simbolo di una rottura ideologica del movimento operaio nei confronti dell’anarchismo, dando inizio a quello che successivamente fu l’ideale preponderante del movimento dei lavoratori siciliani, ovvero quello socialista. Tuttavia, il Fascio dei lavoratori messinese non riuscì ad esprimere pienamente il proprio programma iniziale. Saranno quello catanese (fondato da De Felice Giuffrida nel 1891) e quello palermitano (fondato da Rosario Garibaldi Bosco nel 1892) a presentare alla Sicilia ed all’Italia tutta, le intenzioni e le posizioni di tali organizzazioni. La nascita dei Fasci urbani, dunque, formati prevalentemente da operai delle industrie, segnò l’inizio di un movimento che negli anni successivi arrivò a contare quasi 300000 iscritti. Fattore determinante di tale espansione, fu il coinvolgimento della classe contadina.

LA SITUAZIONE NAZIONALE E LA FORMAZIONE DEI FASCI RURALI

Per comprendere appieno l’espansione dei Fasci Siciliani, bisogna conoscere la situazione economica e politica dell’Italia di fine Ottocento. In un arco di tempo che va dal 1888 al 1894, l’Italia subì una grave crisi agricola legata alla guerra commerciale con la Francia che contribuì a bloccare le importazioni di prodotti per effetto della politica doganale. Il settore del vino, più di tutti, subì un grave crollo reso ancora più drammatico dalla diffusione della fillossera. Oltre a questo, diverse vicende climatiche avvenute nel 1892, contribuirono a peggiorare ulteriormente la situazione. Per di più, l’Italia affrontava lo scandalo della Banca Romana che portò alla fine del governo Giolitti e all’inizio di quello Crispi. Tutto ciò contribuì a creare nella classe lavoratrice un associazionismo forte e compatto, soprattutto tra i contadini. La Sicilia agricola di fine Ottocento presentava un quadro piuttosto disomogeneo: allo strapotere dell’aristocrazia terriera si poneva un forte malcontento del lavoratore contadino che viveva in condizioni di profondo disagio.  I sub affitti dei terreni ai gabellotti non facevano altro che peggiorare le condizioni dei contadini in quanto su di loro gravavano tutti i pesi degli oneri previsti nei contratti. Un proprietario terriero, infatti, subaffittava ad un gabellotto un determinato terreno; a loro volta i subaffittuari offrivano contratti d’affitto ai contadini a condizioni tutt’altro che favorevoli. Prendere o lasciare era la loro unica possibilità di scelta. C’era poi la forte componente degli jurnatari, ovvero, quei lavoratori braccianti che, ridotti alla miseria, si presentavano nelle campagne con la speranza di ottenere lavori giornalieri. Ultimo, ma non per questo meno importante, fu la nascita del Partito dei Lavoratori Italiani, poi rinominato Partito Socialista Italiano (Agosto 1892). Tra i suoi punti principali, infatti, quello della questione agraria fu, almeno all’inizio, il più importante. Tale problema fu l’argomento di discussioni principale non solo del PSI ma di tutti gli altri partiti socialisti europei che si affacciavano sulla scena politica europea. La formazione politica dell’ideale socialista influì parecchio nei Fasci dei Lavoratori Siciliani grazie ad una larga diffusione di tale ideale che oscurò le vecchie teorie repubblicane e democratiche, ma soprattutto grazie ai loro capi che ne abbracciarono il progetto.   

IL GRUPPO DIRIGENTE

Rosario Garibaldi Bosco, Bernardino Verro, Giuseppe De Felice Giuffrida, Nicola Barbato, Giacomo Montalto. Questi nomi andavano a comporre il direttivo del movimento dei Fasci, gente con qualifiche differenti eppure determinata e compatta. Non mancarono, soprattutto nei momenti più difficili, tensioni legate ad una diversa interpretazione degli ideali socialisti o ad un tipo di reazione piuttosto che un’altra; tuttavia, la capacità di diffusione e propaganda fece loro guadagnare un’importantissima posizione nel palcoscenico politico isolano e per molti militanti, tali figure divennero fondamentali per le rivendicazioni della classe lavoratrice. Barbato e Verro furono i protagonisti dell’espansione dell’ideale dei Fasci all’interno delle comunità rurali. Il primo era un medico di Piano dei Greci, presidente del Fascio di quel paese. La sua capacità oratoria coinvolse le masse popolari dei paesi limitrofi ed il suo nome arrivò alla bocca di molti. Verro, impiegato comunale, fondò il Fascio dei Lavoratori di Corleone e ne fu il capo. Dotato di un forte carisma, riuscì a diventare un punto di riferimento per i contadini, tanto da suscitare gioia ed entusiasmo nelle comunità rurali da lui visitate. Giacomo Montalto, esponente principale del Fascio dei Lavoratori di Trapani, fece una massiccia propaganda in tutta la provincia contribuendo alla nascita dei fasci nella zona occidentale dell’isola. Fondò la rivista “Il Mare”, organo di stampa del Fascio trapanese. Giuseppe De Felice Giuffrida, capo del Fascio dei Lavoratori di Catania e Rosario Garibaldi Bosco, capo del Fascio dei Lavoratori di Palermo, meritano un discorso a parte. Il primo, fondatore del giornale “L’Unione”, si dimostrò restio alla diffusione del socialismo nelle campagne, schierandosi su posizioni fortemente estremiste ed indipendenti rispetto al pensiero dominante del direttivo che voleva , invece, una simbiosi con il PSI. Rosario Garibaldi Bosco, ragioniere e studioso delle teorie socialiste, da sempre cercò un legame con il socialismo nazionale, rappresentando i Fasci ai Congressi nazionali del Partito Socialista. La repressione crispina del 1894 portò all’arresto di tutti i componenti del gruppo dirigente; la scarsa capacità di trovare una soluzione politica nel momento più delicato, è ancora oggi una delle principali colpe che la storiografia attribuisce ai capi dei Fasci dei Lavoratori.

LA STRAGE DI CALTAVUTURO E L’ESPANSIONE DEI FASCI

“Ma nel Gennaio del 1893 avveniva qualcosa che doveva avere notevole influenza nello sviluppo della organizzazione dei Fasci nelle campagne. L’eccidio dei contadini di Caltavuturo, i quali rivendicavano antichi diritti di ripartizione sulle terre comunali usurpate, che provocava l’intervento e l’interessamento a favore delle vittime, del Fascio dei lavoratori di Palermo e delle società operaie e del Partito Socialista dei lavoratori italiani”2. Questo estratto preso dal libro di Salvatore Francesco Romano, “Storia dei Fasci Siciliani, ci spiega l’importanza dell’eccidio di Caltavuturo nello sviluppo dei Fasci nelle campagne. I contadini, infatti, stanchi dei continui soprusi perpetrati dall’amministrazione comunale in combutta con i proprietari terrieri, decisero di far sentire la propria voce. I lavoratori delle campagne non accettavano la mancata ripartizione di quelle terre incolte che, tramite sotterfugi, venivano controllate abusivamente da borghesi e gabellotti. La società operaia presente nel paese, formata pochi anni prima da Bernardo Comella e Giambattista Vivirito, decise di occupare quelle terre il 20 di Gennaio del 1893. Quella mattina, infatti, circa 500 contadini si diressero verso le terre comunali per dare inizio alla protesta; poco dopo, però, la folla decise di tornare per chiedere un incontro con il sindaco il quale pensò bene di non farsi vedere. Decisi a non mollare, i contadini si ritiravano per andare ad occupare le terre del feudo di San Giovannello ma ad un tratto, senza alcun preavviso, una scarica di fucili si abbattè su quei poveri disgraziati, uccidendone 11 e ferendone 40. La strage creò grande sdegno non solo nell’isola ma in tutta la nazione. Il Fascio urbano di Palermo decise di far partire una sottoscrizione per le vittime che in poco tempo superò i confini isolani. A tal proposito, riprendiamo nuovamente il testo di Romano che ci permette di comprendere l’enorme importanza che tale fatto ebbe nella storia del movimento: “Se nelle elezioni alcuni dopo Bernardo Comella e Vivirito saranno eletti consiglieri comunali, ed il feudo di San Giovannello lottizzato in poderi di mezza salma, distribuiti ai braccianti, ciò avverrà non solo per l’eco di indignazione che si levò contro l’eccidio nel paese, ma anche e soprattutto per l’azione di assistenza, di intervento e di guida del Fascio di Palermo e dell’appoggio che i Fasci siciliani ricevettero dagli operai italiani e dal Partito Socialista, sul piano nazionale.”3 La città e la campagna trovarono così quell’unione tanto temuta dalla classe padronale e fortemente auspicata dal socialismo. Nei diversi paesi dell’isola il ceto popolare, forte del sostegno del PSI e galvanizzato dalle idee socialiste, creò Fasci nei diversi comuni siciliani. La reazione governativa dell’allora Presidente Giolitti, però, non tardò ad arrivare. Oltre ai divieti di manifestazione (come ad esempio quelli per il 1 Maggio 1893), le forze di polizia arrestarono alcuni tra i capi del movimento, tra i quali Barbato; la condotta di Giolitti, fino a quel momento piuttosto indifferente, cambiò per una questione puramente politica: il suo governo, ormai in crisi, necessitava dell’appoggio baronale siciliano per potersi mantenere in vita e la richiesta di scioglimento dei Fasci presentata dai proprietari terrieri, non poteva rimanere inascoltata. I Fasci, però, dimostrarono la loro forza partecipando alle elezioni amministrative, eleggendo consiglieri in diversi comuni dell’isola. Ma il risultato davvero importante furono i Patti di Corleone. Il 30 Luglio del 1893, infatti, I Fasci si riunirono in Congresso a Corleone principalmente per discutere dei rapporti lavorativi presenti nelle campagne. Da quel Congresso vennero fuori quelle rivendicazioni che la classe contadina portò avanti nei decenni successivi, tra cui:

1)i contadini non dovevano più combattere da soli, ma qualsiasi richiesta veniva portata avanti da un gruppo organizzato così da costringere il padrone ed i gabelloti a confrontarsi;

2) la mezzadria come contratto d’affitto;

3) divisione delle terre demaniali.

Altrettanto importante fu il Congresso minerario che si svolse nell’Ottobre del 1893 a Grotte, provincia di Agrigento, in cui parteciparono più di 2000 operai zolfatari e piccoli imprenditori. Tutti contribuirono all’elaborazione del documento in cui vennero stilate le richieste da presentare ai proprietari. In particolare, si chiedeva la garanzia del salario minimo, la riduzione dell’orario di lavoro e l’innalzamento dell’età dei carusi (14 anni). I carusi erano bambini, prevalentemente tra i 6 e i 12 anni, impiegati nelle miniere alle dirette dipendenze del picconiere. Costretti a trasportare in superficie carichi pesantissimi, arrivando anche a 16 ore di lavoro, molti di loro morivano o rimanevano infermi. Spesso erano le stesse famiglie, poverissime, che portavano i figli in miniera in cambio di un po’ di denaro.

GLI ECCIDI E LO STATO D’ASSEDIO

A Maggio del 1893, ci furono due importanti congressi dei Fasci Siciliani dei lavoratori, a Palermo. Venne confermato il Comitato Centrale e si discusse vivacemente sulla scelta politica decisiva per le azioni future. Nello specifico, si scontrarono due correnti: quella capeggiata da Garibaldi Bosco, favorevole ad una unione con il Partito Socialista Italiano e l’altra, capeggiata da De Felice, che difendeva l’autonomia dei Fasci Siciliani. Nessuna delle due prevalse appieno. Intanto, nel Novembre del 1893, Giolitti rassegnò le dimissioni. L’8 Dicembre, Crispi venne chiamato a formare il nuovo governo. Il ritorno al potere dell’ex garibaldino fu visto benevolmente da diverse correnti che, nei periodi precedenti, sorridevano ai Fasci principalmente per screditare Giolitti. Ma con Crispi, le cose cambiarono in peggio per il movimento dei lavoratori. Tante società operaie presenti nell’isola prima della nascita dei Fasci risultavano di fatto strumenti in mano a politici per raccogliere voti. Molte di queste si rifacevano proprio al nuovo capo di governo che cercò di sfruttare questa popolarità per contrastare politicamente i Fasci dei Lavoratori. Questa tattica, tuttavia, si dimostrò inutile e il tentativo d’isolare il movimento dei Fasci andò a vuoto. Dal canto loro, i dirigenti del movimento decisero di dimostrare la forza usando come strumento la lotta di massa. Le diverse manifestazioni furono piena espressione di compattezza popolare ma soprattutto, si distinsero per la serietà e l’assenza di qualsiasi episodio violento. Il governo, dunque, passò ad una fase dura; il primo ministro italiano iniziò a ponderare la possibilità di reprimere i Fasci con la forza. Ancora prima dell’infausta decisione di proclamare lo stato d’assedio nell’isola, diversi eccidi vennero commessi contro la popolazione durante il governo Crispi:
1) Il 10 Dicembre 1893, a Giardinello, una dimostrazione contro il Sindaco e la sua politica di favoritismo, provocò 11 morti;

2) il 25 Dicembre dello stesso anno, a Lercara, una manifestazione contro le tasse portò all’uccisione di 11 morti e diversi feriti;

3) il 1 Gennaio 1894, a Pietraperzia, una manifestazione, anch’essa contro le tasse, provocò 8 morti e numerosi feriti;

4) il 3 Gennaio 1894, a Marineo, una nutrita folla radunatasi per protestare contro i dazi sulle farine, ricevette come risposta il piombo. Sul terreno rimasero i corpi di 18 persone.

A queste ed altre proteste portate avanti dalle popolazioni rurali per la riduzione o l’abolizione delle tasse comunali, il governo rispose con un silenzio inspiegabile; in realtà, “il 23 Dicembre, il consiglio dei ministri votò l’autorizzazione al presidente di proclamare lo stato d’assedio nelle provincie siciliane ove e quando l’avesse creduto necessario.”4 Si arrivò così al 3 Gennaio 1894, data in cui iniziò la repressione militare. Il gruppo dirigente dei Fasci venne arrestato insieme con tanti altri militanti. Miglia furono gli arresti e gli invii al confino operati in più di settanta paesi siciliani;  tutti i fasci vennero sciolti e i capi subirono processi dai Tribuni Militari. Le manifestazioni di solidarietà nei confronti dei processati furono tante e l’interesse dell’opinione pubblica si dimostrò alto. Le accuse rivolte al comitato centrale, riportate da Salvatore Francesco Romano, erano:

“1. Di cospirazione per commettere fatti diretti a far sorgere in armi gli abitanti del regno contro i poteri dello Stato, per mutarne violentemente la costituzione; 2. Di eccitamento alla guerra civile e alla devastazione, strage e saccheggio in qualsiasi parte del regno con la consecuzione in parte dell’intento. Reati avvenuti nei mesi di novembre e dicembre 1893 e gennaio 1894 in Sicilia e a Palermo. Ed inoltre De Felice Giuffrida Giuseppe per avere in un discorso tenuto pubblicamente il 18 ottobre 1893 al popolo radunato in Casteltermini (Bivona) vilipeso le istituzioni costituzionali dello Stato e incitato alla disobbedienza delle leggi e all’odio fra le classi sociali. Verro Bernardino ad istigazione a delinquere per avere il 28 dicembre 1893 in Prizzi profferito discorso sovversivo in una riunione di quel Fascio dei lavoratori usando della parola calma al fine di una migliore preparazione onde compatti insorgere contro i poteri dello Stato”5

I capi dei Fasci subirono condanne dai 12 ai 18 anni. Due anni dopo venne loro concessa l’amnistia ma il rimase il divieto di costituzione dei Fasci Siciliani dei Lavoratori. Si concluse così l’esperienza di un movimento che negli anni successivi diventò un riferimento nelle lotte contadine italiane. I Fasci siciliani dei Lavoratori, pagarono la mancanza di sostegno del Partito Socialista che alla fine decise di non dare un riconoscimento politico al movimento siciliano, abbandonandolo al suo destino. Seppur con i loro errori, i capi dei Fasci dimostrarono una fede enorme verso i loro ideali come dimostra il discorso pronunciato da Nicola Barbato al processo: “Da socialista ho tentato di contribuire alla più umana, alla veramente umana delle rivoluzioni con tutti i mezzi che ho creduto necessari e che il codice della borghesia permette a tutti i cittadini italiani. Certo la nostra propaganda è stata energica, essa fa rialzare la testa alla gente che prima andava curva. I contadini si lasciano crescere i baffi, diceva il delegato. E’ vero, essi hanno acquistato la coscienza di essere uomini. Non domandano più l’elemosina, chiedono ciò che è loro di diritto…Il socialismo procede appunto perché non è sentimentalismo, è forza e pratica. Esso si fonda sulle leggi economiche…Davanti a voi abbiamo fornito i documenti e le prove della nostra innocenza e i miei compagni hanno creduto di sostenere la loro difesa giuridica. Questo io non credo di dover fare. Non perché non abbia fiducia in voi, ma è il codice che non mi riguarda…. Voi condannerete; noi siamo gli elementi distruttori di istituzioni per voi sacre…E noi diremo agli amici che sono fuori: non domandate grazia, non domandate amnistia, la civiltà socialista non deve cominciare con atti di viltà.”

NOTE:

1 Francesco Renda, I Fasci Siciliani 1892 – 94, Einaudi, 1979; pag. 5

2 Salvatore Francesco Romano, Storia dei Fasci Siciliani, Laterza, 1959, p. 168

3 Salvatore Francesco Romano, Storia dei Fasci Siciliani, Laterza, 1959, p.172

4 Francesco Renda, I Fasci Siciliani, Einaudi, 1979, p. 300

5 Salvatore Francesco Romano, Storia dei Fasci Siciliani, 1959, p.486

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