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I Fasci Siciliani: i protagonisti (Parte I)

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Di Carlo Bonaccorso

Tra il 1892 e il 1894, la Sicilia fu teatro di una delle più importanti esperienze di mobilitazione collettiva. Operai ma soprattutto contadini, aderenti al movimento dei Fasci Siciliani dei Lavoratori, si organizzarono in maniera massiccia, determinati a far valere i loro diritti. Un fatto estremamente importante che, tuttavia, ancora oggi, non trova la giusta considerazione, venendo declassata a semplice rivolta di disperati. Così non fu. E basta conoscere le figure organizzatrici per rendersene conto; tutti uomini colti e determinati, uniti da una ideologia e da un comune senso d’unione. I Fasci Siciliani dei Lavoratori furono il primo vero esempio di lotta sindacale. Per poter parlare di questi personaggi, però, è doveroso descrivere in breve il contesto storico ed economico siciliano di quegli anni. La causa del rapido sviluppo dei Fasci va individuata nella crisi che l’economia nazionale visse in quegli anni; l’avanzata delle idee socialiste e l’attenzione del Cattolicesimo nei confronti delle classi proletarie e contadine, diedero un maggiore impulso (nel 1892 nacque il Partito dei Lavoratori Italiani poi rinominato Partito Socialista Italiano e un anno prima, nel 1891, venne pubblicata l’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII). Ultimo, ma non meno importante, lo scandalo della Banca Romana del 1893 che portò ad una crisi bancaria e alla caduta del governo Giolitti. Che una rivolta avvenisse proprio in una delle regione meno industrializzate del paese, non è cosa strana, anzi, fu proprio la conseguenza di una società, quella italiana, che stava avviandosi verso un tipo di economica capitalistica. Se è vero che ad essere protagonista fu la classe contadina (sicuramente più forte e numerosa in un sistema economico prevalentemente agricolo), allora si può dire senza remore che i Fasci portarono alla luce quella Questione agraria che caratterizzò anni di lotta in Sicilia, almeno fino agli anni ’60 del Novecento. Cerchiamo dunque di comprendere la situazione economica di quel periodo: tra il 1860 e il 1885 le industrie minerarie dello zolfo e l’agricoltura avevano fatto significativi passi in avanti, progredendo nei mercati nazionali ed internazionali. La produzione di olio, grano e vino era significativamente aumentata. La crisi successiva e conseguente scelta protezionistica, ridusse fortemente le esportazioni e diversi settori non vennero adeguatamente difesi. I mercati tedeschi, austriaci e statunitensi subirono una grossa perdita e la guerra doganale con la Francia distrusse molta della produzione isolana del vino. Si aggiunga, inoltre, la diffusione della fillossera (insetto che distrugge le radici delle viti). La gente iniziò a non avere più il pane né il denaro per pagare le tasse. Bisogna puntualizzare un aspetto determinante, ossia che in Sicilia a beneficiare principalmente dei periodi positivi furono comunque i grandi proprietari terrieri; essi avevano accresciuto i loro possedimenti e gli effetti della crisi non furono da loro percepiti. I gabellotti (subaffittuari che scaricavano sulle spalle dei contadini i maggiori oneri, mafiosi che guadagnavano grazie alla fatica dei lavoratori) riducevano quanto più possibile la parte di prodotto destinata al contadino, affamandolo. Il contratto di mezzadria, preferito dai contadini, venne sostituito con quello del terraggio: il lavoratore poteva portare a casa qualcosa solo se la produzione superava le 6-7 sementi; in caso contrario, il terraggere tornava a casa dopo un anno di lavoro, senza niente in mano. La classe rurale si organizza per cambiare tutto ciò. Non bisogna poi dimenticare l’aspetto politico che contraddistinse il movimento; come detto precedentemente, nel 1892 nacque il Partito Socialista ma già da anni, in Italia, organizzazioni di lavoratori si erano messe in moto. Il proletariato industriale era sicuramente maggiore nel Nord Italia, a differenza della Sicilia, dove comunque i lavoratori delle industrie non svolgevano ruolo passivo. Da tempo, infatti, in Sicilia, società operaie erano presenti soprattutto nella parte orientale dell’isola; pochissimi, però, erano i complessi industriali presenti ed era difficile poter trovare una classe proletaria compatta ed organizzata. Fonderia Oretea e officine ferroviarie andavano a comporre lo sterile complesso industriale dell’isola. 
Il tessile, una volta attivo e ricco, era stato penalizzato e sacrificato per lo sviluppo delle industrie settentrionali.
Intanto, le idee socialiste si diffondevano tra gli intellettuali e giovani studenti. Numerose riviste nascevano tra cui “L’Isola”, ma soprattutto venivano alla ribalta uomini e idee destinate a cambiare la scena politica siciliana. Come Rosario Garibaldi Bosco.

Rosario Garibaldi Bosco

Nato a Palermo nel 1866 da Niccolò, impiegato del Comune e Teresa Patorno, Rosario partecipa alla vita politica locale sin da giovanissimo; appena quindicenne, infatti, aderì ai movimenti repubblicani e radicali. Diplomatosi in Ragioneria, continuò con maggiore determinazione la sua attività politica, fondando un circolo radicale che indirizzò verso l’anarchismo. Dividendosi tra la politica ed il lavoro (venne assunto in una ditta come contabile), Rosario si dimostrò sempre determinato e solidale. La conoscenza con Napoleone Colajanni, (figura principale dei radicali repubblicani siciliani), accrebbe ulteriormente le sue conoscenze e i suoi studi sui movimenti operai, costituendo a Palermo il primo comitato per la formazione di colonie agricole sperimentali. Si recò a Milano e a Parigi poi, dove conobbe e si interessò all’esperienza sindacale de la Bourse du Travail; imparò molto e al suo ritorno si adoperò alla realizzazione e costituzione del Fascio dei Lavoratori di Palermo. L’esperienza dei Fasci portò lui e gli altri capi del movimento alla ribalta nazionale. Aderì al socialismo ed entrò a far parte del neonato Partito Socialista Italiano. Tale fu la corrente che i Fasci presero, abbandonando di fatto le idee precedenti radicali. Una sorte di evoluzione politica che però non fu mai pienamente accettata dagli altri dirigenti, o meglio era per loro difficile accettare quel legame con il Partito. Garibaldi Bosco, che inizialmente lavorò per un pieno coinvolgimento degli operai palermitani (e vi riuscì), si rese conto di come in realtà ad essere protagonista era effettivamente la classe contadina. Le terribili condizioni cui erano sottoposti e la mancanza di una stabilità, furono cause che concorsero al dilagare dei Fasci e del socialismo nelle campagne. La strage di Caltavuturo, che scosse profondamente il nostro, avvenuta il 20 Gennaio 1893, aumentò il malcontento e di conseguenza le adesioni. Più di 175 Fasci nacquero in tutta l’isola e 300000 fu il numero dei contadini iscritti. Quel gonfalone lasciato a Palermo dagli operai milanesi del Consolato Operaio anni prima, veniva ripreso da Rosario Garibaldi Bosco il 4 Dicembre 1892; un segno che a Palermo era nata una vera organizzazione di lavoratori. Da qui il percorso dei Fasci fu sorprendente per tutti, probabilmente anche per lo stesso Bosco. Nel Maggio del 1893 il nostro organizzò due congressi: uno dei Fasci, l’altro del Partito Socialista. Lo scopo suo, infatti, fu quello di legare l’organizzazione sindacale siciliana al PSI, perseguendo così un obiettivo sostenuto da tutti i socialisti. Ma dovette scontrarsi con una forte opposizione anarchica e autonomista (sostenute principalmente da De Felice e Noè) e di fatti la sua intenzione venne bloccata o quanto meno, non vi riuscì pienamente. Tuttavia, un grande risultato fu prodotto il 3 Gennaio 1894, quando il Comitato Direttivo, basandosi sulle richieste del Congresso di Corleone (31 Luglio 1893), mandò al governo centrale un civile manifesto di riforme. Il governo Crispi, però, insediatosi dopo la caduta di quello Giolitti, aveva già messo in moto la macchina della repressione; il generale Morra di Lavriano, pochi giorno dopo il manifesto, emanò lo stato d’assedio e instituì i Tribunali militari. Diverse furono le stragi commesse dai soldati (Marineo, 18 morti; Pietraperzia, 8 morti; Giardinello, 11 morti) in risposta alle continue manifestazioni e altrettanti furono gli arresti. Tutti i dirigenti vennero trattati come delinquenti e sottoposti ai Tribunali militari. Rosario Garibaldi Bosco venne condannato a 12 anni per incitamento alla guerra civile; fece 27 mesi nel carcere di San Gimignano e 6 in quello di Paliano. Venne rilasciato a marzo del 1895 per amnistia. Il Partito Socialista (che aveva deciso di non schierarsi apertamente con i Fasci), riuscì a farlo eleggere, durante la sua permanenza in carcere, al Collegio di Palermo nel Maggio del 1895. Il 17 Maggio 1896 durante un discorso pubblico e successivamente pubblicando Il Memorandum, rivolgendosi al commissario civile Codronchi, dichiarò di favorire una politica più regionalistica così da favorire la risoluzione di quella Questione Siciliana mai effettivamente risolta. Ma per fare questo, bisognava prima vedere in Sicilia quella rivoluzione borghese mancata e determinante per la fine del “feudalismo imperante”. Occupò diverse cariche amministrative e si fece promotore di quella corrente moderatrice che però non attecchì mai del tutto. Ritiratosi dalla vita politica, morì nel Dicembre del 1936. Queste le sue parole, pronunciate durante il processo contro i Fasci: “sarebbe bastato che pochi di noi impugnassero un fucile ed inforcassero un cavallo per ridurre la Sicilia in fiamme in sole 24 ore. Noi non lo volemmo allora, non lo vogliamo adesso, anche dopo tanti dolori, non lo vorremo mai, finché non si sarà compiuta la grande rivoluzione delle coscienze umane”. Dedicheremo il nostro prossimo articolo alla figura di Giuseppe De Felice Giuffrida, altro promotore dei Fasci Siciliani dei Lavoratori e membro del Comitato Direttivo.

GIUSEPPE DE FELICE GIUFFRIDA

Una delle maggiori figure dei Fasci Siciliani dei lavoratori, fu senza dubbio quella di Giuseppe De Felice Giuffrida. Esponente principale del Fascio di Catania (nonché fondatore dello stesso), si dimostrò uno dei più fedeli militanti della causa socialista in Sicilia. De Felice rappresentò quella parte del socialismo isolano forse più distante dal movimento contadino e più vicina al proletario operaio, ma comunque, punto di riferimento per i tanti lavoratori siciliani costretti a subire la fame dai diversi governi colonialisti succedutisi dall’Unità d’Italia in poi. Fondatore di testate giornalistiche quali Lo Staffile e l’Unione, si contraddistinse sempre per la sua coerenza politica e per la sua onestà. Nato a Catania il 17 Settembre del 1859 da Sebastiano e Maria Giuffrida, il nostro non ebbe una infanzia felice in quanto la famiglia visse in forti ristrettezze economiche. Nel 1868 il padre venne arrestato dopo un tentativo di rapina e ciò complicò ancor di più la già fragile situazione economica familiare; Giuseppe venne affidato all’ospizio comunale ma nel corso degli anni riuscì comunque a laurearsi in Giurisprudenza. Molti furono i lavori che De Felice svolse nel corso della sua vita, ma la politica fu da sempre il suo obiettivo. Repubblicano democratico prima, socialista poi, visse il periodo politico catanese con estremo fervore; la Sinistra Estrema, infatti, caratterizzata dalle differenti correnti (democratica, repubblicana, mazziniana, socialista), si dimostrò cantiere politico in continua trasformazione, minando le basi di quel clientelismo che strozzava la povera gente. La conoscenza di Colajanni (esattamente come per Bosco), lo portò ad una maggiore consapevolezza dell’ideale socialista, più di tipo positivista che marxista. Cercò l’unione della sinistra, in chiave collettivista e anti padronale. Dopo la fondazione de L’Unione (1884), venne riconosciuto come dirigente delle società operaie repubblicane e socialiste catanesi. Da sempre fervente sostenitore della gestione democratica della cosa pubblica, riuscì a entrare nel Consiglio Comunale dove diede battaglia ai numerosi ascari presenti all’interno delle istituzioni pubbliche. Pur essendone la figura principale, il De Felice si rese conto di come le società di mutuo soccorso fossero effettivamente bacini di voti utili ai “soliti nomi”; si rese conto, quindi, del bisogno di un rinnovamento delle organizzazioni dei lavoratori con nuovi metodi di lotta: nacque così il Fascio dei Lavoratori di Catania, nel 1891. Composto principalmente da artigiani e piccolo borghesi (era questo il proletariato operaio siciliano), ebbe da subito una forte partecipazione popolare; i contatti con i movimenti socialisti del Nord Italia lo persuasero ad intraprendere con maggiore vigore la via socialista. Nel 1892, dopo una condanna di tredici mesi da scontare a Malta per diffamazione nei confronti del Sindaco Giuseppe Carnazza Puglisi, rientrò ancora più determinato e venne eletto deputato nel 1892. L’espansione dei Fasci rurali (contadini) nella Sicilia Occidentale e di quelli urbani (operai) nella Sicilia Orientale portò i dirigenti a riunirsi nel Maggio 1893 per decidere il futuro politico dell’organizzazione: o fondersi con il Partito Socialista Italiano, o mantenere una sua autonomia. Il De Felice optava per l’opzione seconda, andando in contrasto con Garibaldi Bosco che riuscì a prevalere. Tuttavia, il nostro, convinse il resto dei dirigenti a parlare di aggregazione e non totale fusione. Venne dichiarata, in maggioranza, il carattere socialista dei Fasci. In quello stesso anno, diverse furono le manifestazioni e altrettante le repressioni poliziesche. Pur mantenendo un atteggiamento non violento, l’isola sembrava avviarsi verso una rivoluzione. Giuseppe De Felice Giuffrida, pur sostenendo la tesi rivoluzionaria (rifiutata invece dal Bosco), non volle gettare benzina sul fuoco. Ma la salita al governo di Crispi e la conseguente repressione nel sangue del movimento dei Fasci, portarono all’arresto di tutto il quadro dirigenziale siciliano. Deciso a difendere i suoi compagni e il movimento strenuamente, studiò ogni passo del processo, consultando quotidianamente elementi di diritto penale, dimostrando una enorme preparazione ai giudici di quei tribunali militari che avevano già deciso le condanne prima ancora della fine del processo. De Felice venne condannato a diciotto anni di carcere da scontare presso il Mastio di Volterra. Grazie all’amnistia, ne scontò due e nel 1896 tornò trionfante a Catania dove venne eletto alla Camera. Denunciò senza remore il connubio mafia politica presente in Sicilia, ma per il suo appoggio al governo Di Rudinì, venne espulso dal Partito Socialista; continuò tuttavia la sua attività da indipendente e, non avendo il movimento operaio catanese, vissuto la repressione come nella Sicilia Occidentale, dimostrò di essere ancora forte e sempre più si identificò nella figura di De Felice Giuffrida. Nel 1902 venne eletto Sindaco di Catania e quello fu il periodo di una amministrazione realmente socialista: sgravi sui dazi delle materie prime per le industrie, municipalizzazione del pane, referendum, portarono ad una forte riduzione del potere aristocratico e mafioso. Ma quella lista popolare creata per governare, messa insieme con tanti sacrifici, non tenne e si sfaldò anche per quel clientelismo che mai venne sconfitto. Nel corso degli anni, il De Felice dovette far fronte ai tanti scontri tra le forze popolari che lo avevano sostenuto, perdendo molto del suo prestigio. Inoltre, quella che possiamo definire come corrente defeliciana, non seppe cogliere l’opportunità nata dalle proteste antilatifondistiche avvenute nelle campagne catanesi nel 1919/1920, dimostrando la sua debolezza. Giuseppe De Felice Giuffrida, esattamente come gli altri dirigenti socialisti dei Fasci, dedicò la sua vita alla causa operaia e contadina, probabilmente commettendo degli errori (alcuni dei quali fatali da un punto di vista politico) ma fatti in buona fede e con la consapevolezza di lavorare per una Sicilia sicuramente migliore. Morì a Catania nel 1920. “De Felice studiava attentamente il processo e consultava quotidianamente trattati di diritto penale e commenti del nostro codice, concludendo che non c’era delitto nei fatti imputati…La sua preparazione fu completa, intelligente, tanto da pronunziare al tribunale di guerra quell’autodifesa che smantellò l’accusa ed accattivò a lui e agli altri coimputati la simpatia del pubblico” (F.De Luca, Prigione e processi).

Bernardino Verro

Bernardino Verro, nato a Corleone (rione San Nicolò) nel 1866, dimostrò sin da giovane un profondo interesse per la politica e il benessere dei più deboli. Abbandonò presto gli studi (arrivò fino alle prime classi giovanili) per lavorare all’Ufficio Anagrafe bestiame nel 1888, ma l’ambiente municipale con il quale dovette confrontarsi lo disgustò e più volte tentò di denunciare le amministrazioni comunali, definendole usurpatrici e corrotte. Il suo definitivo allontanamento dagli uffici comunali avvenne nel 1892 quando fondò il Circolo “La Nuova età”.  L’attività del nostro ebbe un largo consenso ma dovette fare i conti con il famoso Circolo dei civili, organizzazione legata ai conservatori e a quella parte del clero poco incline ad ascoltare le richieste della popolazione più umile; tuttavia, le adesioni all’ organizzazione di Verro aumentarono ogni giorno di più e quando venne decisa l’unione con i socialisti, fondando il Fascio dei lavoratori di Corleone, i contadini trovarono finalmente uno strumento coeso di lotta e rivendicazione. Interessante fu l’approccio di Verro verso quei giovani che andavano a comporre gli strati più bassi della mafia: cercò infatti, di portare molti di essi verso il socialismo, spiegando loro i soprusi che i mafiosi perpetravano verso i poveri contadini, le umiliazioni che essi subivano e lo sfruttamento che erano costretti a sopportare. La sua lotta contro l’organizzazione mafiosa lo portò a ricevere continue minacce. Ma questo non frenò mai Bernardino Verro che insieme a Nicola Barbato (capo del Fascio di Piana dei Greci), contribuì alla diffusione dell’ideale socialista nelle campagne e paesi limitrofi; al loro arrivo la gente li accoglieva con manifestazioni e feste e le loro parole venivano recepite come Vangelo. Non è esagerato dire che l’espansione dei Fasci dei Lavoratori fu, in larga parte, merito di Verro e Barbato che seppero ascoltare i contadini e li guidarono verso giuste rivendicazioni. Nel 1893, anno in cui i Fasci raggiunsero i 300000 iscritti, nel paese di Verro si svolsero i “patti colonici” (31 Luglio), primo vero contratto sindacale scritto nell’ Italia capitalistica.  Il nostro fu determinante nella stesura; si chiedeva l’abolizione del terraggio ovvero della colonia parziaria e al suo posto il contratto di mezzadria; la semente e la terra dovevano essere concesse a fondo perduto e la divisione del prodotto suddivisa a metà. Molte realtà rurali aggiunsero richieste complementari in base, ovviamente, alla situazione da loro vissuta ma sempre prendendo come punto di ispirazione, i patti di Corleone.  Bisogna qui fare un appunto: Il socialismo italiano non seppe mai cogliere l’importanza dei patti di Corleone in quanto diversa fu la visione della realtà contadina; la mezzadria, ad esempio, non era vista come un punto di arrivo ma era invece fondamentale lasciare libera scelta ai contadini. Il socialismo siciliano, invece, si dimostrò più attento alla realtà rurale isolana ed operò in maniera democratica; questa lontananza contribuì ad allontanare il Partito Socialista Italiano dai Fasci Siciliani. Dall’Agosto al Novembre del 1893, dunque, i contadini entrarono in sciopero, guidati da Verro. In molti paesi i proprietari terrieri cedettero e firmarono i patti. Una maggiore avanzata dei Fasci però, portò ad una risposta forte da parte dello stato accentratore e repressivo; e diverse furono le repressioni che guardie campestri ed esercito attuarono in diverse parti dell’isola. Le pressanti richieste dell’aristocrazia terriera portarono il governo Crispi, nel 1894, alla chiusura dei Fasci e alla proclamazione dello stato d’assedio; tutto il comitato direttivo venne arrestato. Gli uomini del generale Morra di Lavriano commisero stragi, macchiando di sangue un movimento che mai si rese protagonista di episodi violenti; Verro venne arrestato e condannato dal Tribunale militare a 12 anni di carcere. Nel 1896, uscì dopo due anni di detenzione. Tornato a Corleone, fondò “La Terra”, cooperativa agricola che si ispirava ai Fasci, ma venne sciolta. Deluso, il nostro emigrò negli Usa dove rimase per due anni; tornò più determinato di prima e fondò ancora una volta, un’altra cooperativa agricola che ebbe forte seguito in quanto aiutò molte famiglie corleonesi a risollevarsi dalla fame. Tuttavia, nel 1905, dovette lasciare nuovamente l’isola dopo la sua elezione al Consiglio Comunale, per una condanna relativa ad articoli da lui scritti nella rivista “Li Viddanu”. Andò a Tunisi, dove trovò una comunità siciliana emigrata molto forte e successivamente si recò a Marsiglia. Al suo ritorno nel 1907, fondò l’Unione agricola che si radicò nel territorio in maniera molto forte, tanto da sostituire la figura del mafioso gabellotto nella gestione dell’affittanza. La mafia lo prese di mira: nel 1910 subì un attentato ma riuscì a salvarsi; due anni dopo, con elezioni a suffragio universale maschile, divenne Sindaco. Per i mafiosi, Verro era ormai diventato una figura pericolosa; fu decretata la sua condanna a morte. Il 3 Novembre 1915 venne ucciso davanti casa con tre colpi di pistola di cui uno alla testa. I mandanti e gli esecutori non furono mai condannati. La sua figura dimostra quanto forte possa essere la determinazione, accompagnata da ideali di equità e giustizia; insieme con Placido Rizzotto, altro sindacalista ucciso dalla mafia, essi mostrano un’altra faccia di Corleone, non quella mafiosa ma quella delle lotte sociali e dell’antimafia.  Queste sono le figure di cui ancora oggi Corleone e la Sicilia tutta avrebbero bisogno. “Il nostro fascio conta circa seimila soci tra maschi e femmine, ma ormai si può dire che, meno i signori, ne fa parte tutto il paese, tant’è vero che non facciamo più distinzione fra soci e non soci. Le nostre donne hanno capito così bene i vantaggi dell’unione tra i poveri, che oramai insegnano il socialismo ai loro bambini.”

Nicola Barbato

Insieme a Verro, Barbato (fondatore e capo del Fascio di Piana dei Greci, oggi Piana degli Albanesi) fu il maggiore responsabile della diffusione ed espansione dei Fasci Siciliani nelle comunità rurali. Nato nel 1856 e laureatosi in Medicina, si distinse per la sua attività socialista nel paese. Definito “medico dei poveri” per le sue visite gratuite e per la sua devozione verso il popolo, Nicola Barbato riuscì a coinvolgere le masse contadine grazie alla sua oratoria, semplice ma diretta e grazie alla sua preparazione. Socialista positivista ed evangelico, rifiutava l’opzione rivoluzionaria; la fratellanza, l’uguaglianza e l’educazione dovevano essere gli strumenti utili per arrivare all’emancipazione della classe contadina. Ancora oggi, a Piana degli Albanesi si dice che “a democrazia na nsignò Barbatu!” Il 21 Marzo 1893, Barbato fondava il Fascio dei Lavoratori di Piana dei Greci; un paese, per la stragrande maggioranza abitata da contadini, che soffriva le tremende angherie perpetrate dai proprietari terrieri e dai gabellotti, in una economia rurale arcaica. Grazie al medico socialista, la popolazione riuscì ad abbandonare quella condizione di sfruttato, emancipandosi ed impegnandosi attivamente per far valere i propri diritti. Arrestato il 12 Maggio 1893, non partecipò ai Congressi dei Fasci del 21 e 22 Maggio ma venne comunque eletto nel Comitato Centrale. Questo dimostra l’estrema importanza che il nostro occupò all’interno del movimento dei Fasci; già da tempo le autorità repressive seguivano l’operato del Barbato, ritenuto “pericoloso”. Essendo infatti una figura che alla violenza preferiva le parole, non poteva non essere considerato pericoloso dallo stato accentratore. Il Fascio di Piana dei Greci era infatti definito come “tra i più pericolosi per attività di propaganda, per i propositi rivoluzionari e per l’influenza che esercita sugli altri Fasci della provincia. Presidente: Barbato Nicola, medico, denunciato per associazione a delinquere, articoli  247, 248, 251 del Codice Penale”. (Relazione Giuseppe Sensales, Direttore Generale Pubblica Sicurezza). Nicola Barbato continuò la sua opera di diffusione nei comuni rurali, fino a quel Gennaio del 1894 quando il Governo Giolitti decise di reprimere con la forza i Fasci e fece arrestare tutto il Comitato Centrale del movimento.  Venne condannato a dodici anni di reclusione con l’accusa di cospirazione contro i poteri dello Stato, ma uscì nel 1896 grazie all’amnistia proclamata da Di Rudinì, subentrato nel frattempo a Giovanni Giolitti. Il medico dei poveri continuò la sua attività a favore dei contadini, aderendo completamente al Partito Socialista Italiano e ricoprendone importanti cariche. Trasferitori negli USA per qualche anno, instaurò relazioni con i gruppi anarchici e socialisti presenti lì e tornò ancora più determinato. L’assassinio di Verro e le continue minacce mafiose che Barbato subiva, lo spinsero ad accettare la richiesta del Partito che lo voleva a Milano. Nel 1921 fu contrario alla scissione del Partito Comunista, continuando a sostenere il PSI. Morì nel 1923.  La tenacia di Nicola Barbato fu straordinaria, così come la considerazione che il popolo di Piana dei Greci aveva nei confronti del nostro; grazie al Fascio, la popolazione riuscì ad alfabetizzarsi e a comprendere i propri diritti, mostrando anni dopo una caparbietà e uno spirito di lotta tra i più accesi in Sicilia. La sua decisione di autodifendersi, durante il processo subito nel 1894, è ancora oggi esempio di dignità e umanità. “Persuadevo dolcemente i lavoratori morenti di fame che la colpa non è di alcuno; è del sistema […] Perciò non ho predicato l’odio agli uomini ma la guerra al sistema […] Davanti a voi abbiamo fornito i documenti e le prove della nostra innocenza; i miei compagni hanno creduto di dover sostenere la loro difesa giuridica; questo io non credo di fare. Non perchè non abbia fiducia in voi, ma è il codice che non mi riguarda. Perciò non mi difendo. Voi dovete condannare: è logico, umano. Io renderò sempre omaggio alla vostra lealtà. Ma diremo agli amici che sono fuori: non domandate grazia, non domandate amnistia. La civiltà socialista non deve cominciare con un atto di viltà. Noi chiediamo la condanna, non chiediamo la pietà. Le vittime sono più utili alla causa santa di qualunnque propraganda. Condannate.” (Nicola Barbato, Discorso davanti al Tribunale Militare di Palermo, pubblicato su Giornale di Sicilia , in Il Sogno negato della Libertà, di Carmelo Botta e Francesca Lo Nigro, Navarra Editore). Nel prossimo articolo parleremo di Giacomo Montalto, fondatore del Fascio dei Lavoratori di Trapani.

 

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