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La notte di San Bartolomeo

Non si direbbe, ma tra tutte le grandi capitali europee Parigi è quella che nella sua storia ha visto scorrere la maggior quantità di sangue nelle sue strade. I tragici fatti di un anno fa sono solo l’ultimo episodio in cui il fanatismo religioso o l’odio politico hanno portato dolore e morte sotto le guglie di Notre Dame: nel Settembre del 1792 la folla prese d’assalto le prigioni della città massacrando i detenuti mentre nel 1871, alla resa della Comune, le truppe governative operarono una spietata repressione; ma tutti questi eventi durarono per settimane se non per mesi e resta quindi senza paragone ciò che accadde nei tre giorni che seguirono gli eventi di una notte di Agosto del 1572: la notte di San Bartolomeo.

Durante il cinquecento la riforma trovò sin da subito terreno fertile in Francia, soprattutto il pensiero di Calvino, e ben presto le comunità riformate iniziarono ad organizzarsi  scontrandosi sia con gli elementi più fanatici del cattolicesimo che con il potere regio. La monarchia temeva il formarsi di un corpo parzialmente estraneo all’interno del regno che potesse minare l’unità del paese e il potere regio mentre i cattolici non erano intenzionato a permettere all’eresia di mettere radici; dal canto loro i riformati, o ugonotti come iniziarono ad essere chiamati dalla deformazione della parola Eidgenossen (congiurati) la fazione che a Ginevra aveva rovesciato il governo savoiardo, chiedevano libertà di culto nonché la possibilità di tenere proprie milizie e piazzeforti per l’autodifesa. Ben presto iniziarono gli eccidi degli ereti che portarono alla guerra aperta all’interno del paese. Non c’erano solo ragioni di carattere religioso a fondamento di questi scontri, ma anche la determinazione della direzione politica del paese: infatti in quello stesso momento nei Paesi Bassi era scoppiata l’insurrezione contro Filippo II di Spagna e la Francia poteva essere decisiva a seconda se decideva o meno di appoggiare i ribelli calvinisti.

Nel 1570, dopo già tre guerre di religione, di giunse alla pace di Sant-Germain che concedeva ai riformati una limitata libertà di culto e il diritto di tenere in armi quattro fortezze. Al trono sedeva il giovane Carlo IX affiancato dalla madre Caterina da Medici il cui scopo principale era quello di riportare la pace civile nel paese, anche a costo di delle concessioni sul piano religioso, in modo da garantire il potere della monarchia. Cattolici e protestanti erano infatti andati a organizzarsi in due fazioni con proprie milizie che si contendevano il controllo della corte; a capo dei cattolici vi era la famiglia dei Guisa, un ramo cadetto dei Duchi di Lorena, che oltre al desiderio di mondare la Francia dall’eresia sperava anche di aumentare il suo potere nel paese magari entrando anche nella famiglia reale con un buon matrimonio, gli Ugonotti invece riconoscevano come loro guida il casato dei Borboni, re di Navarra e ramo cadetto della monarchia francese, anche se il vero capo era l’Ammiraglio Coligny. Dopo anni in cui erano stati i Guisa a controllare la corte ora, dopo la pace religiosa, era il Coligny che assumeva sempre più il ruolo di braccio destro del giovane re generando preoccupazione sia nei cattolici oltranzisti sia negli ambienti vicini alla regina madre che, dopo aver avversato lo strapotere di Guisa, non gradivano questo semplice cambio della guardia.

Per rafforzare l’unità interna del paese si era deciso di unire in matrimonio Enrico di Borbone, re di Navarra, e Margherita di Valois sorella del re di Francia, ma in tutto il paese gli episodi di violenza si andavano moltiplicando e già si erano verificate sommosse ed eccidi a Orange, Rouen e nella stessa Parigi quando gli invitati giunsero nella capitale per le nozze il 18 Agosto 1572. La città sulla Senna però è tutt’altro che tranquilla e si accumulavano eventi che eccitano gli animi: il papa non concesse la dispensa per il matrimonio tra una cristiana e un calvinista mentre la gente è rimase contrariata nel vedere il neo-marito lasciare la cattedrale per non assistere alla messa.

La goccia che fece traboccare il vaso si ebbe però il 22 Agosto quando Coligny vienne ferito a un braccio da un colpo di archibugio mentre stava uscendo dal Louvre. L’attentatore è un uomo del Duca di Guisa il che ovviamente fa ricadere su di questi i sospetti e non mancano i motivi per credere a questa ipotesi: oltre all’odio religioso per il capo dei calvinisti e il desiderio di annullare la sua influenza sul volubile monarca c’è anche del risentimento personale in quanto Coligny aveva ordinato l’assassino di Francesco di Guisa padre dell’attuale Duca. Ma già all’epoca si pensò che questa versione fosse troppo semplice e quindi si suggerì una pista internazionale che faceva capo a Filippo II, il quale sicuramente voleva morto l’ammiraglio che stava spostando la politica francese verso l’appoggio ai ribelli olandesi, e la pista del machiavellico complotto di Caterina de Medici che con un colpo solo si sarebbe sbarazzata del capo degli ugonotti compromettendo i Guisa. In effetti la regina madre è passata alla storia con la nera nomea di cinica tessitrice di intrighi, l’italiana era chiamata con disprezzo nel paese, e tale reputazione trova ancora oggi molti sostenitori falsando, a mio parere, molti giudizi che sono stati dati sugli eventi di quei giorni. Di fatto a oggi non esiste alcuna prova decisiva, se non voci e supposizioni, che ci permettano di individuare con certezza il mandante dell’attentato.

Com’è come non è l’attentato fu la premessa della strage perché, mentre il re si recava al capezzale dell’ammiraglio per promettere giustizia, gli animi in città si scaldavano con i capi ugonotti, tutti a Parigi per il matrimonio, che si riunivano per decidere come reagire contro il Duca di Guisa ritenuto il mandante. E’ in questo clima che giunse al Louvre, non si sa portata da chi, la voce infondata che gli ugonotti si preparano a farsi giustizia da sé colpendo anche la famiglia reale vista come complice; ovviamente a corte si scatena il panico e in pochi minuti si decide si colpire per primi uccidendo tutti insieme venti dei capi ugonotti nella notte tra il 23 e il 24 agosto. Anche questa volta non sappiamo chi decise la strage: è certo che il re diede il suo assenso, ma questi approvò solo un piano che era già stato elaborato e, nella ricerca del colpevole, ancora una volta i riflettori si sono accesi sulla figura della regina madre. Già alla epoca essa fu indicata come la vera mente dietro l’azione e si affermò addirittura che lo stesso matrimonio non fosse altro che una trappola per riunire in uno stesso posto tutti i capo degli ugonotti; oggi sebbene qualche storico propenda per tesi più moderate come di Caterina spinta dal panico del momento, in molti condividono ancora la tesi del piano dell’italiana per decapitare in una sola volta il movimento calvinista. Personalmente resto stupito dalla sicurezza con sui si sono espressi in materia certi storici dato che anche per la strage, come per l’attentato, eccezion fatta per testimonianze successive e interessare non vi sono prove di una responsabilità originaria della De Medici; sicuramente essa approvò il piano, ma credo più probabile che sia stato il Duca di Guisa, forse essendo o temendo di essere additato come il mandante dell’attentato, a spargere la voce del complotto ugonotto per convincere la corte a quest’antesignana notte dei lunghi coltelli. Resta sorprendente la faciloneria con cui ci si convinse che, in una città in cui gli animi erano già sovraeccitati, un’azione del genere potesse concludersi “solo” con la morte di venti ugonotti e qualche dubbio a corte all’ultimo momento dovette sorgere se è vero quello che si racconta che Carlo IX mandò all’ultimo momento l’ordine al Guisa perché si bloccasse tutto.

Era però troppo tardi, le porte della città erano state sbarrate per impedire la fuga delle vittime designate e il Guisa si era già mosso facendo irruzione nella casa dove si trovava Coligny trucidando le poche guardie e uccidendo l’ammiraglio nel suo letto per poi buttarne il corpo da una finestra. Questo fu il segnale d’avvio per la strage: in tutta la città e dentro lo stesso Louvre i capi Ugonotti furono tirati fuori dalle loro stanze e giustiziati sul posto. A questo punto, stando al progetto della corte, tutto si sarebbe dovuto concludere invece, com’era facilmente prevedibile, si scatenò la caccia all’ugonotto per tutta Parigi non solo ad opera delle milizie cattoliche, ma anche dei semplici cittadini che, non appena il mattino dopo si resero conto di ciò che stava succedendo, si unirono alla mattanza.

Centinai di cadaveri furono gettati nella Senna tra i quali quello dello stesso Coligny che fu poi ripescato per essere impiccato e decapitato con la testa inviata come omaggio al papa. E’ certo che, in quest’orgia di sangue, finì invischiato anche chi non era ugonotto perché sicuramente molti sfruttarono l’occasione per regolare vecchie rivalità e inimicizie sicuri dell’impunità delle loro azioni. A nulla valse l’ordine del re perché le violenze cessassero e neanche l’apparente fioritura miracolo di un biancospino in un cimitero servì a fermare il massacro che si esaurì da solo verso il 26 Agosto; mentre però il sangue si fermava a Parigi nuovi eccidi scoppiarono in tutto il paese non appena si diffuse la notizia di ciò che era successo nella capitale. Tra i pochi a sopravvivere lo stesso Enrico di Borbone e il cugino Enrico di Condé che furono arrestati la sera del massacro e costretti ad abiurare la loro fede calvinista sebbene avrebbero rinnegato questa conversione non appena lasciato Parigi.

La strage inorridì l’Europa, anche quella cattolica, solo Filippo II e il papa plaudirono pubblicamente al fatto mentre per protestanti e riformati fu uno shock sebbene le loro reazioni si limitarono alla condanna. Ma quanti furono i morti? Difficile a dirsi e quindi negli anni le cifre sono cambiate anche a seconda del partito di chi le forniva, si va quindi dall’assolutamente impossibile cifra di centomila morti al più realistico calcolo di duemila-tremila morti a Parigi e da un minimo di tremila a un massimo di diecimila in tutta la Francia fino a Settembre anche se alcuni hanno spinto questa cifra anche a trentamila morti. Comunque sia il massacro fu una catastrofe per il paese. Carlo IX si presentò il 26 Agosto al parlamento di Parigi per rivendicare l’atto accusando gli ugonotti di aver complottato contro la famiglia reale, ma invece che ridare unità al paese la notte di San Bartolomeo lo spaccò definitivamente sbriciolando l’autorità della monarchia perché da un lato i Guisa uscirono rafforzati per aver guidato la repressione dall’altro gli ugonotti presero le armi per sollevarsi contro il re che aveva ordinato la strage. Ci sarebbero volute altre cinque guerre di religione, l’omicidio dello stesso Duca di Guisa e del successore di Carlo IX perché la Francia ritrovasse la sua unità proprio sotto quell’Enrico di Borbone che, al motto di “Parigi val bene una messa”, salì al trono come Enrico IV dando inizio al regno dei Borboni che sarebbe durato fino alla rivoluzione del 1830.

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