Sign up with your email address to be the first to know about new products, VIP offers, blog features & more.

Le tre volte degli inglesi in Afghanistan

L’Afghanistan non è una terra facile da conquistare, o da pacificare se vogliamo usare il termine di moda oggi. Il paese è infatti costituito principalmente da montagne e steppe abitate da tribù da secoli ostili a qualsiasi tentativo di imporre loro il controllo di un’autorità centrale; amanti delle loro lotte di potere intestine, fatte di continui cambi di regime all’insegna di tradimenti, assassini e guerre civili, gli afghani hanno sempre mal sopportato qualsiasi tentativo di stabile un governo “stabile” ad opera di una potenza straniera. Questa verità oggi la sta imparando l’occidente, che vede la sua così detta Coalizione da sedici anni impantanata in Afghanistan, ma prima di noi al medesimo esito erano giunti i sovietici, i persiani e gli inglesi che tra ottocento e novecento per ben tre volte tentarono di rendere il paese un satellite del loro impero. La curiosità e che tutti questi tentativi sono andati fallendo seguendo lo stesso schema: facile successo iniziale, sottovalutazione del pericolo che covava sotto le ceneri e infine un ritorno di fiamma ingestibile. Oggi vi narrerò delle tre guerre anglo-afghane che furono i più grandi fallimenti dell’imperialismo britannico nonché, almeno in un caso, uno dei più grandi disastri della storia militare inglese. Bisogna però partire dall’inquadrare la questione domandandosi: perché improvvisamente agli inizi dell’ottocento l’Afghanistan divenne così importante agli occhi di Londra? La risposta è che non era importante il paese in quanto tale bensì era importante la sua posizione strategica che lo rendeva la porta d’accessione all’India; infatti un’invasione che avesse voluto penetrare in India  sia se fosse disceso da Nord attraverso le steppe centro-asiatiche sia se fosse venuto da Ovest attraverso la Persia avrebbe infine dovuto usare i passi afghani (ad esempio quello di Khyber) per giungere direttamente sulle rive del fiume Indo. Le alternative, inerpicarsi sulle cime del Pamir e del Karakorum oppure attraversa il crudele deserto del Belucistan, non erano infatti realistiche e non a caso quasi tutte le invasioni dell’India da occidente, quella islamica del XII secolo seguita da quella dei Moghul del XVI secolo e infine quella degli afghani Durrani del 1752, erano passate attraverso l’Afghanistan. Con questa storia alle spalle allora si capisce perché gli inglesi guardassero con grande apprensione a quel turbolento vicino; l’India era il gioiello dell’Impero, ma durante l’ottocento fu anche la sua principale ragione d’apprensione e fondamentalmente si ci fosse stata la possibilità di staccare quel subcontinente dal resto dell’Asia o  isolarlo da questa con un gigantesco muro di confine modello Vallo d’Adriano gli inglesi ne sarebbero stato ben contenti. Essendo però entrambe queste opzioni irrealizzabili l’unica possibilità era allora sigillare ogni singolo punto d’accesso in modo tale che nessuno potesse avere la possibilità anche solo di avvicinarsi alla pianura dell’Indo; ma chi era questo nessuno che angustiava tanto i sonni dei sudditi di sua maestà? I persiani? No questi massimo ambivano a riconquistare l’Afghanistan che un tempo era stato una loro provincia. Gli stessi afghani? Si e no, in effetti come detto nel 1752 questi avevano conquistato il Panjab e il Sind, ma adesso erano temuti dagli inglesi più come razziatori che come invasioni. Ma allora chi era il nemico? I russi! L’impero degli Zar infatti, dopo aver regolato Napoleone e portato il suo confine europeo in Polonia, adesso avanzava verso Est direzione Siberia e Khanati del centro-asia arrivando pericolosamente vicino alle ultime linee di difesa prima dell’India. Se dopo la seconda guerra mondiale l’ossessione di Papa Pio XII furono i cosacchi che si abbeveravano in Piazza San Pietro, per gli inglesi nell’Ottocento (e basta guardare alcune delle pubblicazioni di maggior successo dell’epoca)  l’ossessione fu invece quella dei cosacchi che si abbeveravano sull’Indo; al contrario però di quella di Papa Pacelli l’ossessione inglese non era completamente campata per aria perché a Pietroburgo le ricchezze dell’India rappresentavano un sogno superato solo da quello ancestrale di Costantinopoli. I grandi generali russi che avrebbero proceduto alla sottomissione uno dopo l’altro dei Khanati di Chiva, Buchara e di Kokonda non nascosero mai che il loro obiettivo ultimo era l’India e in più di un’occasione, incontrando alcuni dei tanti ufficiali inglesi spediti dall’India a Nord per controllarne i progressi, candidamente dichiararono che una guerra tra Regno Unito e Russia per l’India infine sarebbe stata inevitabile. La guerra non sarebbe mai venuta, ma ciò che venne invece fu quello che sarebbe stato chiamato “il Grande Gioco” cioè una sorta di antesignano in piccolo della Guerra Fredda nel centro dell’Asia; il Grande Gioco fu caratterizzato da una serie di guerre parallele e soprattutto da agenti di varia natura spediti, con non pochi rischi personali, dalla Persia al Tibet per mappare ogni singolo metro di terreno o stringere alleanze con i despoti locali in previsione del momento in cui la parole sarebbe passata alle armi. Ecco dunque il contesto all’interno del quale l’Afghanistan improvvisamente assunse per l’amministrazione britannica dell’India un ruolo centrale al punto da convincerli nel 1839 a invadere per la prima volta il paese nel tentativo di renderlo un docile vassallo nonché la prima linea di difesa contro l’avanzata dei cosacchi. Negli anni ’30 dell’Ottocento tre erano i principali attori della scena politica afghana: il primo era l’Emiro Dost Mohammed che si era impadronito del trono nel 1826 vincendo la lotta di potere interna al paese seguita alla cacciata dell’Emiro Shah Shuajan, il secondo attore, che viveva da esule a Ludhiana cercando qualcuno disposto a rimetterlo sul trono. Dost Mohammed non era il tipo despota centro asiatico perché, sebbene in grado di dimostrare crudeltà ed efferatezza quando ve n’era bisogno, era anche una persona estremamente intelligente ed astuta e Alexander Burnes, uno dei più importanti giocatori nonché primo inglese a giungere a Kabul, rimase colpito da come l’Emiro fosse stato in grado di tenere a bada le varie confederazioni tribali per restaurare l’ordine e la prosperità del paese. Il terzo attore era Kamran Shah signore di Herat, seconda città del paese, che ambiva a scalzare Dost Mohammed per sostituirlo con sé stesso; ciò che accomunava questi tre personaggi e che nessuno di loro aveva una simpatia particolare per inglesi o russi, ma da buoni principi afghani, educati quindi sin da giovani all’intrigo, restavano pronti a schierarsi ora dall’una ora dall’altra parte a seconda di come tirasse il vento. La successione di eventi che avrebbe portato alla prima guerra anglo-afghana ebbe inizio nel 1837 quando il capitano russo Jan Vitkevic, uno dei primi giocatori russi, partì per raggiungere Kabul e negoziare un’alleanza con Dost Mohammed; quest’azione faceva parte di un piano più generale per estendere l’influenza russa in Afghanistan infatti, contemporaneamente al viaggio di Vitkevic, l’ambasciatore russo in Persia Simonic aveva convinto lo Scià a lanciare una spedizione per riconquistare Herat la porta dell’Afghanistan. In quel momento Dost Mohammed stava già negoziando un trattato con Burnes e l’Emiro avrebbe preferito giungere a un accomodamento con gli inglesi sia perché questi erano più vicini sia perché sperava che lo aiutassero a riconquistare Peshawar da Ranjit Singh Maharaja del Punjab. Tale era l’orientamento di Dost Mohammed che Vitkevic venne ricevuto con molta freddezza, ma il governatore dell’India Lord Auckland aveva già da tempo deciso che tra il Maharaja del Punjab e l’Emiro dell’Afghanistan il Regno Unito dovesse puntare sul primo pena la stabilità dell’intera India e così inviò a Kabul quella che era né più né meno che un ultimatum in cui si ingiungeva a Dost Mohammed di mandar via Vitkevic e fare formale rinuncia di Peshawar. Questo messaggio fu un gigantesco errore tattico perché Dost Mohammed, come molti altri principi asiatici, era una persona estremamente orgogliosa che non accettava di ricevere ordini da nessuno neanche dagli inglesi e così mentre Burnes, che fino all’ultimo aveva cercato di evitare l’invio dell’ultimatum, perdeva terreno, Virkevic venne ricevuto con tutti gli onori. Purtroppo per i russi i loro piani in Asia erano destinati all’insuccesso infatti l’attacco persiano contro Herat fu un fallimento, anche per l’azione dentro le mura della città del tenente inglese Eldred Pottinger che si era trovato lì per caso, e Londra da un lato mise in campo la sua gunboat diplomacy contro la Persia e dall’altro ingiunse a Pietroburgo di richiamare i suoi agenti dall’Asia pena un brusco peggioramento delle relazioni. Lo Zar, che non era ancora pronto a una guerra con il Regno Unito, non poté far altro che ritirare Simonic e Vitkevic lasciando così Dost Mohammed da solo in attesa della rabbiosa reazione inglese. L’amministrazione britannica era rimasta infatti offesa dal modo in cui l’Emiro aveva ignorato il suo ultimatum e decise per un cambio di regime a Kabul così da condurre l’Afghanistan definitivamente dentro la sfera d’influenza inglese. Bisogna però decidere chi mettere sul trono? I candidati furono sostanzialmente due cioè Kamran Shah, che aveva dato prova di non voler dialogare coi russi, e l’esule Shah Shuajan che infine fu preferito in quanto uomo debole e quindi facilmente manovrabile. Il piano originale era che Ranjit Singht mettesse a disposizione il suo ottimo esercito per restituire il trono a Shah Shuajan in cambio dell’abbandono di ogni pretesa afghana sulle sue terre; il Maharaja del Punjab però conoscendo bene la durezza con cui le tribù afghane erano solite difendere la loro autonomia accampò un sacco di scuse per sottarsi all’ingrato compito e così alla fine gli inglesi dovettero accettare il fatto che se volevano realizzare l’impresa avrebbero dovuto scendere in campo personalmente. Va detto l’azione più che un prodotto di Londra fu un prodotto dell’amministrazione indiana; in Inghilterra infatti in molti avanzarono dubbi sulla sua utilità mettendo in luce sia gli alti costi che i rischi, ma sia il governo Palmerston che l’amministrazione si erano ormai spinti così avanti che l’unico cambiamento che venne fatto al progetto fu una leggere riduzione della forza d’invasione. Questa comunque rimase di tutto rispetto consistendo di quindicimila uomini tra inglesi e indiani al seguito dei quali c’era un secondo esercito di trentamila ausiliari di vario tipo più una una carovana di cammelli e una di bestiame; Shah Shuajan seguiva il tutto con un suo piccolo esercito composto però, e questo non disponeva a suo favore agli occhi dei futuri sudditi, da neanche un afghano, ma da un insieme di indiani a libro paga inglese. Nella primavera 1839 questo esercitò passò il confine presso il passo Bolan; in avanguardia c’era di nuovo Burnes armato di una ricca cassa per corrompere le tribù, ma nonostante ciò sin da subito i banditi, che da sempre infestavano le aree lontane dai centri abitati, non si fecero timori ad attaccare la colonna. A ciò poi si aggiunsero gli errori tipici di un’operazione mal organizzati: l’esercito rischiò infatti la fame perché non si era tenuto conto che le zone attraversate erano vittime della carestia  e Burnes salvò la situazione in estremo comparando dai beluci diecimila pecore. Altro elemento che faceva mal sperare era l’ostilità con cui Shah Shuajan era guardato dagli afghani tutti il contrario dell’entusiastica accoglienza che il capo politico-diplomatico dell’impresa Sir Wiliam Macnaghten aveva garantito ai suoi superiori in India; a Kandahar, prima importante città lungo la via d’invasione, l’accoglienza fu tiepida e gli afghani venuti ad onorare il loro nuovo Emiro durante una grandiosa cerimonia organizzata dagli inglesi non furono più di un centinaio. Si andava così profilando il primo dei difetti del piano inglesi: pur di scegliere un nuovo re debole e facilmente controllabile si stava per mettere sul trono afghano una persona con zero supporto popolare e che quindi probabilmente sarebbe potuto restare in sella solo in forza delle baionette britanniche. La tappa successiva era Ghazni una poderosa fortezza che non si sarebbe arresa senza combattere come Kandahar e qui di nuovo gli inglesi dettero prova della loro pressapochezza: i cannoni necessari per aprire una breccia nelle forti mura di Ghazni erano stati lasciati a Kandahar! Fortunatamente si trovò un gruppo di soldati e giovani ufficiali disposti a rischiare una missione suicida consistente nel portarsi sotto la porte di Kabul (che un traditore aveva rivelato non essere stata murata) per piazzare dei barilotti esplosivi e farli saltare; incredibile a dirsi l’azione ebbe successo, grazie soprattutto al coraggio del tenente Durand e del colonnello Dennie, e perdendo solo diciassette uomini gli inglesi riuscirono a espugnare Ghazni aprendosi così la strada per Kabul. Ai primi di Luglio del 1839 gli inglesi occuparono la capitale abbandonata da Dorst Mohammed; ancora una volta però l’accoglienza riservata dalla popolazione al suo nuovo Emiro fu fredda anche perché si era saputo che durante l’assedio di Ghazni Shah Shuajan aveva fatto massacrare cinquanta prigionieri dopo che uno di questi l’aveva accusato di essere un traditore della fede. Inizialmente si era sperato che presa Kabul gli inglesi avrebbero potuto ritirarsi lasciando il nuovo sovrano a consolidare il suo potere, ma adesso l’evidenza delle debolezza di Shah Shuajan impose ai britanni di trasformarsi da forza d’invasione a forza d’occupazione; comunque in un primo tempo tutto sembrava andare bene e molti soldati e ufficiali fecero venire a Kabul le loro famiglie mentre si introducevano alcuni divertimenti all’occidentale come le corse dei cavalli, il cricket e i club. Dopo un anno di occupazione, precisamente il 3 Novembre 1840, Dost Mohammed infine si arrese agli inglesi i quali, dispiacendo a Shah Shuajan che lo voleva giustiziato, lo mandarono in esilio in India; pareva insomma che la situazione stesse piano piano migliorando e Macnaghten, ansioso di capitalizzare il suo successo per ottenere una promozione, scrisse entusiasta a Lord Aukland che l’Afghanistan era ormai da considerarsi pacificato. La situazione in realtà era molto meno rosea perché se l’oro inglese era riuscito a comprare i notabili locali, la popolazione era sempre più ostile alla presenza britannica. Gli afghani infatti avevano sempre più l’impressione che gli inglesi avessero intenzione di restare e la presenza di una così consistente forza d’occupazione aveva provocato un rialzo dei prezzi dei beni di prima necessità al bazar; sopratutto però gli inglesi commisero l’imprudenza di non fare nulla per non offendere il sentimento religioso locale ad esempio prendendosi per amanti le moglie dei locali attratte dal miglior stile di vita degli acquartieramenti. La tragedia ebbe inizio la sera del primo Novembre 1841 quando una folla prese d’assalto la residenza di Burnes nel centro di Kabul; l’ufficiale inglese era odiato sia per i suoi modi libertini sia perché ritenuto l’uomo che aveva aperto la strada all’invasione, inoltre presso la sua residenza c’era la cassa degli inglesi che faceva gola a molti. Incredibilmente nonostante Burnes non distasse più mezz’ora dagli acquartieramenti e dalla Bala Hisar (la fortezza-palazzo degli Emiri) nessuno venne mandato in suo soccorso e così la folla poté dare alle fiamme la residenza e massacrare Burnes e gli altri presenti. Dopo questo “successo” quella che era iniziata come un disordine divenne ben presto una rivolta aperta contro l’occupazione favorita dall’inazione degli inglesi; al comando delle forze britanniche c’era infatti un vecchio generale di nome William Elphinstone persona troppo debole e incerta per controllare una situazione del genere sopratutto avendo accanto Macnaghten più interessato a salvarsi la carriera che a evitare il disastro. Gli inglesi si trovarono ben presto assediati all’interno dei loro acquartieramenti che, a prova ulteriore della faciloneria con cui era condotta l’intera vicenda afghana, era stati posti in un terreno paludoso circondato da colline e protetti da un muro d’argilla alto si e no un metro. Tutti gli storici sono d’accordo che se gli inglesi si fossero attivati per reprimere immediatamente la rivolta questa sarebbe stata soffocata con facilità, ma Macnaghten per non offuscare il suo capolavoro politico tentò di uscirne con la corruzione dei capi popolo i quali però, consapevoli della precarietà della posizione inglese, si limitarono a intascare il denaro prima di mettersi a disposizione di Mohammed Akbar Khan, figlio di Dost Mohammed, rientrato nel paese per porsi alla guida dell’insurrezione. Con l’arrivo dell’inverno negli acquartieramenti assediati iniziò a mancare il cibo e i medicinali mentre il 23 Novembre gli afghani iniziarono a bombardare gli inglesi con due cannoni catturati; Elphinstone decise allora di agire organizzando una sortita che riuscì a cacciare gli afghani dalle colline, ma venne poi disgraziatamente diretta contro un vicino villaggio occupato dagli insorti. Qui gli inglesi, armati di un solo cannone che presto si surriscaldò, finirono ben presto sotto il devastante tiro dei moschetti a canna lunga afghani (jezail) per essere poi aggirati e messi in fuga dai rinforzi dei ribelli giunti sul posto. Gli inglesi persero trecento uomini e, cosa più grave, la fuga fu talmente disordinata che se gli afghani avessero inseguito con convinzione avrebbero potuto fare irruzione nell’accampamento massacrando tutti i presenti. La situazione peggiorò ulteriormente quando a Kabul giunse la notizia che la spedizione di soccorso da Kandahar aveva dovuto fare dietro front a causa dell’inverno, ma incredibilmente, quando sembrava che tutto fosse perduto, Mohammed Akbar Khan offrì una tregua. Il giovane principe era consapevole che il padre era ancora in mano inglese in India per cui ritenne più opportuno invece che annientare la guarnigione inglese provare a negoziare il ritorno di Dost Mohammed e il ritiro inglese. Macnaghten accettò la capitolazione, ma illudendosi di poter ancora salvare l’impresa afghana tentò di fare il furbo contando sul fatto che alcuni capi della rivolta tra il duro Dost Mohammed e il debole Shah Shujan avrebbero preferito il secondo. Mohammed Akbar fiutò il pericolo e prima che la situazione potesse sfuggirgli di mano decise di giocare a sua volta l’intrigante inglese; il principe afghano invitò infatti Macnaghten a un incontro nel quale si sarebbero dovuti concordare nuovi termini sulla base di una permanenza di Shah Shujan sul trono con Akbar come Visir, ma, e non era poi così difficile da immaginare, il tutto era una trappola e Macnaghten e il suo seguito vennero catturati, uccisi ed esposti macabramente mutilati nel bazar. Ripreso il pieno controllo della rivolta Mohammed Akbar si preparò a farla finita con gli inglesi visto che neanche il massacro di Macnaghten era riuscito a convincere Elphinstone all’azione. Contro ogni evidenza logica il generale inglese decise di fidarsi di una nuova offerta del principe afghano che offriva alla guarnigione libertà di ritirarsi in cambio della libertà del padre, dell’abbandono di Shah Shujan al suo destino e sopratutto all’abbandono a Kabul di tutto l’oro, l’artiglieria e un gruppo di ostaggi. Il 1° Gennaio 1842 gli inglesi, ormai allo stremo delle forze, firmarono l’accordo che nei fatti era una completa resa agli afghani e il 6 Gennaio l’esercito inglese lasciò Kabul direzione la guarnigione di Jalalabad a 130 km oltre delle montagne innevate. Se fino ad ora era stata una tragedia adesso si apprestava la catastrofe. La marcia era resa difficile dal fatto che la lunga colonna aveva al seguito un migliaio di civili e le premesse furono sin da subito fosche perché della scorta che Mohammed Akbar aveva promesso per garantire la neutralità delle tribù non vi fu traccia. Non appena gli inglesi furono usciti dalla città gli afghani iniziarono a sparare loro contro a tradimento e da quel momento in poi non passò momento che la colonna non venisse costantemente attaccata allo stesso modo in cui i cosacchi russi aveva attaccato la Grande Armata di Napoleone durante la drammatica ritirata di Russia. Anche qui come Russia il freddo poi lavorò a favore degli inseguitori perché gli inglesi, mal vestiti e con poco combustibile, iniziarono ben presto a congelare nelle gelide notte afghane. Il secondo giorno riapparve Akbar che dopo scuse puerili offrì un nuovo accordo: lui sarebbe andato avanti per placare le tribù dei passi montani e in cambio gli inglesi gli avrebbero consegnato tre ostaggi. Incredibile a dirsi Elphinstone accettò di nuovo restando anche un giorno interno in attesa che Akbar compisse la sua opera di pacificazione; ovviamente non serve dire che l’unica cosa che il principe fece fu mettere i montanari sull’avviso così che questi si poterono appostare per prendere d’infilata gli inglesi che entrarono negli stretti passi di montagna. In tremila morirono in quella drammatica attraversata e se alcuni civili poterono sopravvivere fu solo perché Akbar tornò una terza volta chiedendoli come ostaggi in cambio di altre vane promesse. Il 12 Gennaio con ormai poco più di duecento soldati e un migliaio di civili Elphinstone si recò da Akbar praticamente per accettare ogni condizione da questo posta,ma qui scoprì la verità e cioè che l’afghano non aveva alcun controllo sulle tribù di montagna le quali, ingolosite dal possibile bottino e accecate dall’odio per gli inglesi, non avrebbero mai permesso alla colonna di raggiungere Jalalabad. Elphinstone venne fatto prigioniero da Akbar mentre ciò che restava dell’esercito inglese,principalmente soldati del 44th Regiment of Foot, tentò il tutto per tutto riuscendo, a prezzo di perdite terrificanti, a farsi strada lungo la gola per trovarsi però circondati fuori da questa. Solo in quattro, presi prigionieri, sopravvissero al massacro finale presso Gandamak e Peter Hopkirk narra che ancora nel 1979 si potevano trovare i resti dei caduti sul luogo della carneficina finale. La notizia della catastrofe giunse a Jalalabad per mano del dottor William Brydon; lui e un pugno di compagni erano riusciti a fuggire a cavallo la sera in cui Elphinstone era stato fatto prigioniero,alla fine di un viaggio drammatico nel quale lui solo era sopravvissuto aveva infine raggiunto mezzo morto la guarnigione di Jalalabad… l’unico dei sedicimila partiti da Kabul. Un celebre quadro dal titolo “Remnantes of an army” ha immortalato il momento dell’arrivo di Brydon “cavaliere solitario che pareva un messaggero di morte” come scrisse in seguito uno storico britannico. Dire che fu una catastrofe è dire poco. In un attimo il prestigio inglese in Asia colò a picco e si temette a addirittura un’invasione afghana dell’India; ovviamente si cercò il colpevole in agenti russi, tentando di sopire, troncare sugli errori dilettanteschi degli inglesi, ma allo stesso tempo fu subito evidente che un’umiliazione del genere non potesse essere lasciata impunita. Venne così appronta una forza di soccorso alla guida, finalmente, di due generali competenti, George Pollock e William Nott, che entrarono in Afghanistan per proteggere le guarnigioni di Jalalabad e Kandahar e poi, dopo qualche tentennamento di Londra e Calcutta, marciare su Kabul per vendicare l’onore (o meglio gli fu detto di ritirarsi passando per Kabul). In città era il caos assoluto perché Shah Shujan era stato ovviamente assassinato, ma anche Akbar non se la passava meglio perché scomparsa la minaccia inglese gli afghani erano tornati al loro sport preferito: le lotte di potere interne. Il 15 settembre gli inglesi rioccuparono Kabul e si “vendicarono” sulla città per il suo tradimento demolendone il mercato coperto; dopo aver recuperato gli ostaggi che erano finiti nelle mani di Akbar (tutti tranne Elphinstone morto di stenti e una donna fuggita con uno dei carcerieri afghani) l’11 ottobre l’Union Jack venne ammainata dalla Bala Hisar e gli inglesi abbandonarono l’Afghanistan. Dopo tre mesi di scontri sanguinari Dost Mohammed tornò al governo del paese con la benedizione inglese in quanto considerato l’unico uomo in grado di poterlo stabilizzare. A volte il disastro della ritirata inglese da Kabul è stato paragonato all’altra grande sconfitta del colonialismo britannico e cioè  quella di Isandlwana contro gli Zulù nel1879, ma in realtà i due eventi sono molto diversi. Isandlwana fu una “giornata no” in cui gli inglesi persero 1300 uomini, uccidendo quasi altrettanti nemici, che però spinse il Regno Unito a una risposta decise che si concluse con la sottomissione del regno Zulù e l’avviò della creazione del moderno Sud Africa; l’Afghanistan invece fu una completa disfatta perché un’intera colonna di sedicimila tra soldati e civili venne spazzata via e, dopo la magra soddisfazione dell’onore, si dovette lasciare il paese senza aver conseguito nessuno dei risultati per cui quella disgraziata impresa era stata lanciata. Va detto inoltre che la guerra anglo-zulù fu soprattutto il prodotto dell’ambizione dell’alto commissario britannico della colonia del Capo che trascinò il governo Disraeli in un conflitto non voluto; al contrario l’invasione dell’Afghanistan rientrava all’interno di una precisa strategia britannica per l’Asia e il suo fallimento sono solo, come già detto, ridusse il prestigio inglese nel settore, ma incoraggiò anche i russi a riprendere le loro manovre. Inoltre l’incapacità di Elphinstone mise per la prima volta in luce le deficienze del sistema di avanzamento di grado su base aristocratica e di acquisto dei gradi in uso nell’esercito inglese; questo sistema avrebbe di lì a breve mostrato il peggio di sé prima in Crimea e poi durante il grande ammutinamento indiano del 1857 conflitti nei quali gli inglesi andarono incontro a pesanti perdite anche a causa dell’incompetenza degli ufficiali di comando.

Si potrebbe pensare che dopo un simile disastro gli inglesi avessero deciso di mettere una pietra sopra all’Afghanistan e invece il 21 Novembre 1878 tre colonne inglesi entrarono nuovamente nel paese. Anche il secondo conflitto anglo-afghano ebbe origine da un errore diplomatico di Londra cui approfittarono i russi. Emiro del paese era adesso il figlio di Dost Mohammed Sher Alì il quale avanzò richiesta a Calcutta per un’alleanza difensiva; gli inglesi però non solo rifiutarono, ma gli fecero anche una reprimenda per il modo in cui governava il paese ferendone l’orgoglio. Accortosi dell’errore il governo Disraeli tentò di recuperare dicendosi pronto a firmare il trattato a patto che l’Emiro accettasse una missione britannica in Afghanistan allo scopo di tenere sotto controllo le mosse dei russi i quali, sotto il vigoroso generale Kaufman, stavano inglobandosi l’intero Turkestan. Sher Alì, temendo di essere considerato dai suoi un mero fantoccio britannico, non voleva inglesi nel suo paese quindi prese tempo. Kaufman, forte della reputazione temibile che si era creato in Asia per il modo duro con cui aveva realizzato le sue conquiste, decise di inserire l’Afghanistan nella sfera d’influenza russa e inviò una missione a Kabul; Sher Alì tentò di evitarla, ma venne esplicitamente minacciato che sarebbe stato ritenuto responsabile della sua sicurezza. Sotto nuove minacce l’Emiro firmò un trattato di amicizia coi russi che gli ingiunsero di non accettare nessuna missione inglese, promettendo anzi di inviargli ben trentamila uomini in caso di bisogno. Gli inglesi ovviamente non erano intenzionati ad accettare la possibilità che i russi si prendessero l’Afghanistan e così organizzarono una loro missione che però fu respinta alla frontiera; adirato il Viceré dell’India inviò un ultimatum in cui si esigevano le scuse dell’Emiro e l’immediato ricevimento della missione inglese. La mancata risposta fece sì che il 21 Novembre 35.000 uomini entrassero in Afghanistan occupando in breve tempo gli strategici passi di Khyber, Jalalabad e Kandahar. Sher Alì ovviamente chiese aiuto ai russi che però fecero orecchie da mercante; abbandonato dai suoi alleati l’Emiro si lasciò morire a Balkh nel Febbraio 1879 lasciando il trono al figlio Yaqub Khan a lungo avversario del padre, ma anche privo di forti appoggi tra i capi tribali. Il nuovo sovrano si affrettò a cercare la protezione inglese e questi, dato che l’invasione si stava impantanando tra mille difficoltà, furono ben lieti di accordargliela pretendendo però che l’Afghanistan consegnasse a Londra la gestione della sua politica estera, che una missione britannica si insediasse a Kabul e che alcuni territori di frontiera passassero all’India. Il trattato non fu ben accolto dagli afghani che, ormai lo si è capito, non gradivano stranieri insediati in pianta stabile nel loro paese; alcuni dei più accorti ufficiali inglesi, memori di ciò che era successo la volta precedente, espressero dubbi sulla opportunità di imporre una missione permanente a Kabul non venendo però ascoltati. Per l’importante ruolo venne scelto il maggiore Louis Cavagnari, discendente di un generale napoleonico, che partì con grande entusiasmo del Viceré, ma anche con i foschi presagi di altre personalità come Sir John Lawrence che si limitò a un lapidario “Saranno tutti uccisi”. Il 24 Luglio 1879 la missione si insediò a Kabul in un edificio preparato apposta all’interno della Bala Hisar, ma dopo appena due mesi le cose iniziarono a precipitare perché molte truppe afghane stavano convergendo in città per pretendere il pagamento di tre mesi di paga arretrata. L’Emiro poté permettersi un solo mese che però non bastò a placare i soldati che decisero di presentarsi alla porta di Cavagnari che, era noto a tutti, disponeva di una ricca cassa. Il rifiuto dell’ufficiale inglese di pagare gli uomini iniziò la sassaiola a cui le truppe indiane del Corpo delle Guide risposero aprendo il fuoco; fu questa la loro condanna a morte perché gli afghani corsero a prendere le loro armi e diedero l’assalto alla residenza. Di fatto fu un ripetersi della morte di Burnes durante la prima guerra anglo-afghana e l’Emiro non volle o non poté inviare soccorsi; tutti i presenti nella residenza, inglesi ed indiani, furono massacrati, ma a onore del Corpo delle Guide queste resistettero fino all’ultimo uccidendo fino a seicento assalitori. Per la seconda volta un gruppo di ufficiali inglesi era stato trucidato a Kabul tra il giubilo della popolazione e quando la notizia giunse in India destò profondo sgomento e rievocò terribili ricordi. Gli inglesi stavolta però non avevano a capo un Elphinstone bensì il generale Frederick Roberts, considerato all’epoca il miglior soldato inglese dopo Wellington, che senza perdere tempo riunì un esercito per investire Kabul mentre Jalalabad e Kandahar venivano rioccupate. Yaqub Khan tentò di trattare, ma Roberts non volle sentire ragioni e ai primi di ottobre entrò in città fermamente intenzionato a vendicare Cavagnari: Mentre all’Emiro venne concesso il beneficio del dubbio altri cento afghani, tra cui il sindaco di Kabul, vennero impiccati nella Bala Hisar. Molti in Europa e in India criticarono la durezza del generale inglese vaticinando che queste esecuzioni non avrebbero fatto altro che aumentare ulteriormente l’odio degli afghani e in effetti, verso Natale, numerose tribù iniziarono a convergere verso Kabul. Lo spettro del disastro del 1842 si affacciò di nuovo, ma Roberts invece di attendere passivamente il nemico come aveva fatto Elphinstone, portò i suoi seimilacinquecento uomini in accampamento ben difendibile fuori dalla città preparandosi a subire l’urto degli afghani. Questi avevano il vantaggio del numero, ma non della tecnologia: i nuovi fucili a retrocarica e le mitragliatrici Gatling fecero faville così,dopo quattro ore di scontri contro, stando a stime di Roberts, sessantamila afghani, gli inglesi furono vincitori avendo perso solo cinque uomini. La vittoria comunque non risolse il problema afghano perché era evidente che la popolazione non avrebbe mai accettato gli inglesi che, da par loro, non potevano permettersi una nuova ritirata. Yaqub Khan aveva abdicato rifugiandosi in India e il paese era di fatto governato da Roberts, ma un’annessione all’impero britannico era fuori discussione; fu in quel momento che da Samarcanda rientrò in Afghanistan alla testa di un manipolo di seguaci Abdur Rahman, nipote di Dost Mohammed, che si proclamò legittimo Emiro.  L’azione era stata favorita dai russi che speravano di mettere in difficoltà gli inglesi, ma questi, dimostrando per una volta lungimiranza in merito alle vicende afgane come ha scritto Hopkirk, intuirono che Abdur Rahman non era né pro-russo né pro-inglese bensì come il nonno pronto ad appoggiarsi a chiunque lo avesse aiutato ad ottenere il trono. Si decise quindi di trattare e Abdur accettò che in cambio del trono e del ritiro inglese lui avrebbe accettato un agente musulmano come rappresentante britannico e non avrebbe intrattenuto relazione diplomatiche con nessun altro che non fosse il Regno Unito. Il nuovo Emiro fu abile a dissimulare presso il popolo  l’accordo come un suo grande successo grazie al quale gli inglesi avevano lasciato l’Afghanistan; edotto dai precedenti Abdur Rahman aveva capito che mostrarsi esplicitamente amico della Gran Bretagna era una condanna a morte a Kabul quindi inscenò un’abile pantomima per nascondere la vera natura del rapporto. Gli inglesi avevano poi necessità di lasciare Kabul sia perché a Londra il nuovo governo Gladstone aveva deciso per l’abbandono della politica aggressiva anti-russa in Asia dei conservatori sia perché a Kandahar c’erano problemi. La guarnigione inglese era infatti assediata da Ayub Khan governatore di Herat e cugino del nuovo Emiro di cui sperava di poter prendere il posto. Una forza di duemilacinquecento tra inglesi e indiani era stata inviata a intercettarlo, ma mal diretta e priva d’informazioni sulla consistenza del nemico dovette ritirarsi per non essere annientata dopo aver comunque inflitto grosse perdite agli afghani. La guarnigione britannica decise di non andare per il sottile durante l’assedio e per evitare di essere tradita mandò fuori dalla città ogni maschio in età da combattimento. Frattanto Roberts, che si stava preparando a rientrare in India, non appena saputo ciò che stava succedendo si mosse a marce forzate coprendo cinquecento chilometri di terreno ostile in appena venti giorni. Temendo la vendetta inglese Ayub Khan si ritirò e provò a negoziare, ma il generale inglese non era intenzionato a lasciare impunita l’offesa e il giorno dopo il suo arrivo a Kandahar decise di dare battaglia. Non fu uno scontro facile perché gli afghani avevano una buona artiglieria e ben manovrata, ma dopo una giornata di combattimenti gli inglesi furono vincitori lamentando solo trentacinque morti a fronte di più di seicento nemici caduti.  Per un po’ gli inglesi pensarono di tenere una guarnigione “di garanzia” a Kandahar, ma infine decisero di offrire la città a Abdur Rahman per facilitare il consolidamento del suo potere. Sebbene iniziata con le peggiori premesse la seconda guerra anglo-afghana si concluse con un risultato tendenzialmente positivo per il Regno Unito; infatti la presenza russa in Afghanistan era stata cancellata e il paese era adesso governato da un Emiro energico che aveva accettato di gravitare nell’orbita inglese pur con precisi limiti. Inoltre stavolta la Gran Bretagna lasciava l’Afghanistan con il suo prestigio intatti e forse anche aumentato dalle vittorie ottenute da Roberts. Va però detto che nonostante i successi gli inglesi avevano comunque dovuto accettare una sistemazione della vicenda afghana non esattamente in linea con le loro aspettative iniziali; il paese si era infatti dimostrato ancora una volta ostile a qualsiasi tentativo di stabilire una presenza inglese di qualsiasi tipo al suo interno e Londra aveva dovuto accettare di riconoscere piena autonomia ad Abdur Rahman nella gestione degli affari interni afghani. Di fatto il Regno Unito dovendo scegliere tra un accordo imperfetto e un pantano infinito avevano scelto il primo in quanto sufficiente a garantire un Afghanistan come stato cuscinetto amico tra l’India e la Russia, che poi era ciò che stava più a cuore al governo di sua maestà. L’alternativa era fare i conti con un’insurrezione infinita perché, a meno di un grande impiego di forze che avrebbe però lasciato completamente sguarnite le altre frontiere indiane, sarebbe stato impossibile venire a capo dell’ostilità delle varie confederazioni tribali afghane costantemente sul piede di guerra e pronte a lanciare regolari attacchi contro le forze d’occupazioni inglesi.

Con il trattato anglo-russo del 1907 il Grande gioco giunse provvisoriamente a una conclusione; la necessità di fronteggiare il comune nemico tedesco e il ritorno al governo inglese dei liberali, favorevoli a un dialogo con Pietroburgo sulla falsariga dell’Entente con la Francia, portarono le due potenze ad accordarsi per una delimitazione delle rispettive sfere d’influenza in Asia e l’Afghanistan venne riconosciuto dai russi come un satellite del Regno Unito. Pietroburgo accettò di passare per Londra per qualsiasi dialogo diplomatico con l’Emiro; il trattato comunque non rese l’Afghanistan meno problematico per gli inglesi in quanto durante la Grande Guerra tanto i tedeschi quanto i turchi inviarono missioni a Kabul con lo scopo di spingere l’Emiro ad attaccare l’India britannica. L’azione, oltre ad avere lo scopo di distrarre forze inglesi dal fronte occidentale e orientale, rientrava poi nel grande progetto inglese di una rivolta indiana e/o islamica anti-britannica e se può sembrare un piano di fantasia tenete conto che tra questi piani di fantasia tedeschi vi era anche quello di mandare in Russia Lenin su un vagone blindato perché portasse il paese fuori dal conflitto… Gli afghani non furono completamente sordi alle proposte che gli giungevano, ma soppesandole infine ritennero sempre che né i tedeschi né i turchi sarebbero stati nelle condizioni di portare loro un concreto aiuto se gli inglesi avessero deciso di punire l’Afghanistan per la sua infedeltà… meglio per cui restare in attesa e vedere come si sarebbe evoluta la situazione. Le cose cambiarono il 19 febbraio 1919 quando l’Emiro Habibullah Khan venne assassinato e, dopo una breve lotta di potere, gli successe il suo terzogenito Amanullah Khan personalità ambiziosa, intelligente e fermamente intenzionata a restaurare l’autonomia del suo paese. Senza perdere tempo il nuovo Emiro si presentò al Governatore generale dell’India come capo “del libero e indipendente governo dell’Afghanistan” che può sembrare ovvio, ma in diplomatichese significava che Amanullah Khan non riconosceva validità né al trattato sottoscritto tra Afghanistan e Regno Unito al termine della guerra del 1878-1880 né al trattato anglo-russo del 1907. Per David Fromkin l’Emiro non solo voleva riprendere le redini della politica estera del paese, ma progettava anche un attacco all’India in concomitanza con una grande sollevazione nazionale indiana che paralizzasse la reazione inglese. Gli afghani però si mossero troppo presto e il 3 Maggio 1919 passarono il passo di Khyber per occupare una serie di villaggi di frontiera; era iniziata la terza e ultima guerra anglo-afghana. Gli inglesi andarono in completa confusione; come ho già raccontato in un altro articolo proprio tra il 1919 e il 1920 l’intero mondo arabo si sollevò contro la sistemazione che Francia e Gran Bretagna pensavano di dare al Medio Oriente post-ottomano, sistemazione in netto contrasto con le promesse fatte durante la guerra ai popoli locali. Malati di mentalità imperialistica e non potendo accettare che semplicemente il Medio Oriente non avesse alcuna intenzione di farsi governare come una colonia, gli inglesi iniziarono a cercare un grande manovratore nell’ombra ora nei rimasugli del governo dei Giovani Turchi di Enver Pascià, sorta di primula rossa medio orientale, ora nella Russia sovietica. In realtà, sebbene l’URSS avesse iniziato dei progetti di esportazione della rivoluzione del mondo delle colonie, l’iniziativa di Amanullah Khan non aveva altri padrini che l’Emiro stesso intenzionato a sfruttare un momento di debolezza del Regno Unito, esausto dopo la guerra e in piena smobilitazione a furor di popolo, per trarre il massimo vantaggio. Temendo che l’azione di Amanullah potesse incoraggiare gli indiani alla rivolta, ed essendo dagli inizi del novecento sempre più forte il terrore della forza d’urto di “orde di fanatici musulmani”, gli inglesi decisero per una reazione immediata ordinando alle truppe di frontiera di contrattare. Ben presto la guerra divenne una serie di scontro di frontiera inconcludenti, ma estremamente impopolari in Inghilterra dove il governo stava tentando di ridurre le spese militari dopo la fine del conflitto mondiale. Verso la fine di Maggio gli afghani furono infine costretti a lasciare l’India; nonostante ciò però le truppe inglesi non erano sufficienti per un’invasione dell’Afghanistan così ci si risolse a tentare di costringere Amanullah alla pace sfruttando la superiorità tecnologica. La neonata RAF condusse varie missioni sia contro l’esercito afghano, il cui unico armamento contraereo era sparare in cielo con i fucili, sia contro le città; furono proprio questi bombardamenti a spingere l’Emiro ad accettare di intavolare dei negoziati nella consapevolezza comunque di potersi sedere al tavolo delle trattative in una posizione molto più forte rispetto a quella dei suoi predecessori. Con il trattato di Rawalpindi dell’8 Agosto 1919 veniva riconosciuta la totale indipendenza dell’Afghanistan anche nell’ambito della politica estera, e contro le speranza del amministrazione dell’India che aveva sperato di mantenere almeno in quell’ambito un certo controllo del vicino. A onor del vero  i timori inglesi che un Afghanistan indipendente avrebbe alla lunga rappresentato un pericolo per l’India britannica furono presto confermati quando nel 1921 Amanullah Khan concesse ai russi il diritto di aprire una sede diplomatica a Kabul; Londra tentò in tutti i modi di riaprire un dialogo con l’Emiro ora fattosi Re per convincerlo a rivedere la sua politica estera, ma Amanullah non fece mai concessioni continuando a inquietare i sonni dell’Impero più grande del mondo. Probabilmente se una cosa del genere fosse successa quarant’anni prima il Regno Unito non ci avrebbe pensato due volte a iniziare una quarta guerra anglo-afghana, ma il mondo era cambiato e la stanchezza dopo cinque anni di guerra unita con i primi segni della decolonizzazione facevano in modo che l’imperialismo aggressivo dell’ottocento divenisse il ricordo di un’epoca passata.

Come detto ad inizio articolo ciò che più sorprende dall’analisi delle tre guerre anglo-afghane e come il loro svolgimento ricordi, negli elementi fondamentali, le successive esperienze sovietiche e poi occidentali. Tanto i sovietici quanto la Coalizione occidentale infatti entrarono in Afghanistan fondamentalmente convinti che dopo aver ottenuto una vittoria militare sarebbe stato solo lavoro di pacificazione e stabilizzazione; invece dopo qualche anno di sonnecchiamento (ammettiamolo tra Iraq e primavere arabe l’Afghanistan ce lo siamo un po’ tutti scordato) improvvisamente ci si accorgeva che la maggioranza del paese era contro gli occupanti e iniziava così una guerriglia spietata certo non in grado di ottenere una vittoria completa come quella contro Elphinstone e la sua colonna, ma sufficiente a trasformare il paese in un pantano infinito. Come gli inglesi prmia i sovietici o oggi noi siamo costretti a chiederci se sia possibile ottenere una vittoria in Afghanistan, intesa come un completo raggiungimento degli obiettivi prefissati, o se invece non si debba scegliere tra un negoziato al ribasso e la palude infinita. A monte infatti di Talebani, esportazione della democrazia, lotta al terrorismo e via dicendo c’è secondo me una verità incontrovertibile consegnataci dalla storia: gli afghani sono un popolo diviso, spesso legato più alle confederazioni tribali che a una nazione in senso occidentale, ma odiano qualsiasi straniero che provi a immischiarsi dei loro affari e sono pronti a trovare una provvisoria unità d’intenti pur di combatterlo. Non voglio adesso scendere in un’analisi dell’attuale conflitto in Afghanistan o di quello combattuto dai sovietici, temi entrambi lunghi che andrebbero solo ad appesantire ulteriormente questo articolo, ma studiano i tre tentativi inglesi mi sono domandato se nel 2001, all’atto di organizzare l’Operazione Enduring Freedom, qualcuno abbia pensato di trarre insegnamento dalla storia e si sia chiesto perché due delle più grandi potenze della storia, l’Impero britannico e l’Unione Sovietica, non siano riuscite ad avere la meglio su dei “montanari e pastori” spesso in guerra tra loro.

Bibliografia:

  • Peter Hopkirk, Il Grande Gioco
  • David Fromkin, Una pace senza pace – La caduta dell’Impero ottomano e la nascita del Medio Oriente moderno
5 Responses
  • Enza Coletta
    2 giugno 2017

    Mi ha informato di cose che ignoravo però troppo lungo nella totalità e nei periodi

  • raffaella
    5 giugno 2017

    Molto lungo forse perché troppo particolareggiato, qualche svista nella correzione ortografica ma complimenti per la passione storica.

    • Eduardo D'Amore
      5 giugno 2017

      La lunghezza e l’attenzione al particolare sono il “marchio di fabbrica” di questo blog; come ho detto altre volte un articolo generico non lo sento come mio e visto che questo per ora è ancora un hobby non riuscirei a portarlo avanti se non fossi soddisfatto di quello che produco. Quando scrivo sento il bisogno di dare al lettore il quandro più completo possibile delle vicende; non è semplice ego, ma la trasposizione nella realtà di quello che per primo io vorrei in un articolo che parli di un evento storico. Sono consapevole che i miei articoli non sono particolarmente user friendly e che il mio stile di scrittura a volte è cemento, ma ho deciso di puntare tutto sulla qualità del lavoro che offro ai miei lettori. Per gli errori ammetto che a quest’ultimo articolo, avendo la necessità di pubblicarlo anche per alcuni impegni di studio, ho potuto solo darvi una rapida rilettura e quindi spero che alcuni refusi mi posssano essere perdonati.

  • Gianni
    2 settembre 2017

    Ma i Russi negli anni ’80 furono sconfitti grazie (diciamo anche) agli armamenti forniti dagli USA ( lanciarazzi portatili Stinger) che abbattevano gli elicotteri (arma totale e vincente) come mosche. Senza l’interferenza di tecnologia straniera gli Afgani non ce l’avrebbero mai fatta.

    • Eduardo D'Amore
      2 settembre 2017

      Certamente l’intervento americano, ma la guerriglia contro i sovietici non fu scatenata dagli USA. Quando gli americani iniziano ad inviare le armi l’Afghanistan era già un mezzo pantano per Mosca che non riusciva neanche a trovare un modo per vincere in maniera chiara e assoluta. Certamente gli afghani senza l’aiuto straniero non sarebbero riusciti a spingere i russi a lasciare il paese, ma dubito che avrebbero rinunciato alla guerriglia; probabilmente si sarebbe creata una situazioni simil oggi cioè paese “pacificato” nelle aree urbane, ma incontrollabile al di fuori di queste.

Cosa ne pensi? Commenta!

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *