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STORIA DEI FASCI SICILIANI DEI LAVORATORI – LO STATO D’ASSEDIO IN SICILIA

Di Carlo Bonaccorso

In questo nuovo lavoro si andrà ad esaminare la proclamazione dello stato d’assedio in Sicilia avvenuta ufficialmente la sera del 3 gennaio 1894, gli effetti che essa provocò nell’isola ed il processo che venne portato avanti nei confronti del Comitato Centrale.

Come già scritto nella precedente pubblicazione1, il 3 gennaio 1894, a Palermo, ore 12, presso la casa di Ignazio Salemi (studente di Medicina e socio del fascio di Favara), tutto il gruppo dirigente dei fasci ad eccezione di Lo Pomar2 si ritrovò per una riunione d’emergenza. La notizia che di lì a poco il governo avrebbe dichiarato lo stato d’assedio, spinse Bosco e compagni ad incontrarsi per decidere come affrontare l’imminente mossa repressiva dello stato.3 A sostenere l’opzione dell’insurrezione armata fu il solo De Felice, sostenuto dal direttore de L’Unione Luigi Macchi, che dunque vide bocciata la sua proposta; da tempo il deputato catanese si era convinto della necessità di passare ad una fase più violenta, in opposizione alla corrente vicina al Bosco che non rifiutava la rivoluzione armata ma che non la considerava attuabile in quel momento, rifiutando le tesi anarco-rivoluzionarie da lui viste come congiure alla carbonara, piccole rivolte isolate4. Che Bosco fosse in contrasto con De Felice, questa era cosa ormai nota all’interno del Comitato Centrale. L’ala socialista marxista si scontrava con quella anarco-socialista, indebolendo da un punto di visto politico e ideologico, il movimento dei Fasci. Se De Felice veniva sostenuto da Cipriani, convinto assertore dell’insurrezione dell’isola, Bosco dal canto suo veniva consigliato da Labriola che in maniera decisa consigliava di evitare le proposte di De Felice da lui definito fanfarone rivoluzionario di vecchia scuola.5 In questo clima, nel quale si aggiungeva la posizione del Partito dei Lavoratori Italiani che il 31 dicembre 1893 dalle pagine di Lotta di Classe di Milano di fatto sconfessava i fasci con un articolo dal titolo Rivoluzione6, si svolse la riunione straordinaria del Comitato Centrale che alla fine optò per l’elaborazione di un manifesto da inviare al capo del governo Francesco Crispi e al giornale Il Siciliano7; il contenuto del manifesto rivolto ai lavoratori di Sicilia aveva come scopo quello di riportare alla calma le masse dopo i tumulti delle settimane precedenti e allo stesso tempo esporre le rivendicazioni che stavano alla base della lotta portata avanti dai fasci:

Lavoratori di Sicilia,

La nostra isola rosseggia del sangue dei compagni che sfruttati, immiseriti, hanno manifestato il loro malcontento contro un sistema del quale indarno avete sperato giustizia, benessere, libertà. L’agitazione presente è il portato doloroso, necessario di un ordine di cose inesorabilmente condannato e mette la borghesia nella necessità o di seguire le esigenze dei tempi o di abbandonarsi a repressioni brutali.8 In questo momento solenne mettiamo alla prova le declamazioni umanitarie della borghesia, e in nome vostro chiediamo al Governo:

  1. Abolizione del dazio sulle farine.
  2. Inchiesta sulle pubbliche amministrazioni della Sicilia col concorso dei Fasci.
  3. Sanzione legale dei patti colonici deliberati nel Congresso socialista di Corleone.
  4. Sanzione legale delle deliberazioni del Congresso minerario di Grotte, e costituzione dei sindacati per la produzione dello zolfo.
  5. Costituzione di collettività agricole e industriali, mediante i beni incolti dei privati e beni comunali dello Stato e dell’asse ecclesiastico non ancora venduti, nonché espropriazione forzata dei latifondi, accordando temporaneamente agli espropriati una rendita annua che non superi il 3% del valore dei terreni.
  6. Concessione di tutti i lavori delle pubbliche amministrazioni e di quelle dipendenti e sussidiate dallo Stato ai Fasci dei Lavoratori, senza l’obbligo di cauzione.
  7. Leggi sociali, che basandosi su di un minimo di salario ed un massimo di ore di lavoro valgano a migliorare economicamente e moralmente le condizioni dei lavoratori.
  8. Per provvedere alle spese necessarie per mettere in esecuzione i suddetti progetti, per acquistare strumenti di lavoro, tanto per le collettività agricole quanto per quelle industriali, per anticipare ai soci e porre le collettività in grado di funzionare utilmente, stanziare sul bilancio dello Stato la somma di venti milioni di lire.9

Lavoratori,

Seguitate intanto ad organizzarvi ma ritornate alla calma, perché con i moti isolati e confusionari non si raggiungono benefici duraturi. Dalle decisioni del Governo trarremo norme per la condotta che dovremo tenere.

Palermo, 3 gennaio 1894

Firmato: Nicola Barbato, Garibaldi Bosco, Giuseppe De Felice Giuffrida, Francesco De Luca, Luigi Leone, Giacomo Montalto, Nicolò Petrina, Bernardino Verro.10

Il manifesto voleva essere inoltre una dimostrazione di unità e robustezza politica in risposta ad una situazione gravissima quale quella dell’imminente repressione governativa. Ma fu un tentativo tardivo. I Fasci, loro malgrado, riuscirono nell’intento di unire tra loro gruppi politici dominanti prima divisi per la paura di una rivoluzione socialista nell’isola;11 di fatto, la soluzione repressiva portata avanti da quei settori autoritari e repressivi prevalse rispetto a quella legata ad una massiccia opera di riforme sociali. Già il 23 dicembre 1893 il Consiglio dei ministri diede l’autorizzazione a Crispi per lo stato d’assedio in Sicilia; nelle intenzioni di Crispi e del Regio Commissario Straordinario generale Morra di Lavriano12, non doveva trattarsi solo di un intervento armato ma anche di un’opera moralizzatrice verso quelle amministrazioni comunali che non avevano gestito correttamente la cosa pubblica.13 La scelta repressiva dello statista di Ribera non fu quella iniziale; nelle intenzioni di Crispi, infatti, la risoluzione del problema legato ai fasci poteva trovarsi nell’influenza che lui stesso contava d’avere nell’isola e per questo progettò un incontro a Palermo proprio con il gruppo dirigente del movimento; fu Farini, Presidente del Senato, che lo sconsigliò vivamente presentandogli i rischi di un possibile fallimento. Fu per questo che si decise, poi inutilmente, di creare un canale esterno e lo si trovò in Napoleone Colajanni.14 Tuttavia, a prevalere fu l’opzione portata avanti da quel blocco agrario alleato di Crispi che spinse il governo allo stato d’assedio, elaborando poi successivamente un piano di riforme sociali (anch’esse mai attuate). Crispi, d’altronde, non era nuovo all’uso della forza; lui stesso ammise d’aver dato l’ordine a Bixio, nel 1860, di intervenire con la forza a Bronte, in difesa dell’unità nazionale appena conquistata e che per lo stesso motivo stava agendo in quel modo.15 Seguendo gli articoli 243 e 246 del Codice penale militare, relativi a stati di guerra dichiarati e passaggio di poteri ai militari per attacco nemico, egli si sentiva legittimato all’uso della forza. Fu per questo, dunque, che i tentativi di riportare la calma tra le popolazioni rurali dell’isola, ebbero come fine quello di dimostrare ai siciliani buone intenzioni, mascherando di fatto i reali intenti.

Seguendo la circolare del 25 dicembre 1893, il prefetto di Girgenti in data 3 gennaio 1894 comunicava l’abolizione dei dazi deliberata nei comuni di Comitini, Naro, Palma, Realmonte, Lucca Sicula, Menfi, Santa Margherita, Ravanusa; la riduzione dei dazi avveniva invece nei comuni di Casteltermini, San Biagio Platani, Favara, Canicattì, Racalmuto; Aragona e Castrofilippo oltre al dazio di consumo abolirono altre tasse locali. In altre parti dell’isola si faceva altrettanto come a Misilmeri, Bisacquino, Carini, Valledolmo, Gibellina, Santa Ninfa, Calatafimi, Alcamo, Salemi, Resuttano, Caltanissetta, Aidone, Villarosa, Modica, Scicli, Francavilla.16 Lo stesso Morra, successivamente, ammise il fallimento dei commissari regi inviati nei comuni per intervenire e denunciare eventuali illegalità. Pochissimi furono i casi nei quali i commissari si misero contro i notabili locali a capo delle amministrazioni, mantenendo di fatto quello status quo che aveva causato le agitazioni e i tumulti di dicembre – gennaio contro i dazi. Caso eccezionale fu quello di Parco (oggi Altofonte) dove venne inviato il commissario straordinario dopo lo scioglimento dell’amministrazione comunale con decreto del 4 gennaio 1894. Il commissario si chiamava Benedetto Carrozza ed aveva l’incarico di indagare sui problemi del comune che portarono alla nascita del fascio e sulle cause legate ai disordini scoppiati nelle settimane precedenti. Dopo un attento studio dei documenti e dopo aver interrogato numerosi testimoni, Carrozza inviò al Ministero dell’interno una relazione dettagliata nella quale metteva in risalto la pessima gestione del municipio e i numerosi abusi legati alla pratica clientelare che avevano aumentato le spese ed aggravato lo stato della popolazione locale; egli scriveva “Tutte le ire erano rivolte verso l’amministrazione comunale, la quale tuttoché retta per quindici anni dal cav. Domenico Vernaci, uomo onesto ed intelligente, ma da ventidue anni paralitico pure pel fatto di essersi quasi infeudato nel Comune, aveva a mio credere, finito per commettere degli errori (quale la costruzione dell’edificio scolastico, costato la ingente somma di 124.000 lire circa e che per conseguenza oberò di debiti per lunghissimo tempo il già gramo bilancio del Comune di appena 40000 lire annuali di introito), per stabilire le sue clientele, per spendere un po’ troppo i denari dei contribuenti e in generale per non dare alle cose del Comune quell’indirizzo oculato, spassionato e corretto che sarebbe stato nei desideri di una grandissima parte degli amministrati.17“. La nascita del fascio, dunque, forte di quasi mille iscritti, fu conseguenza di una mala amministrazione. Le proteste, tutte legali, miravano quasi esclusivamente a denunciare le nefandezze commesse in municipio. Carrozza, in particolare, accusò il segretario comunale d’approfittare delle condizioni di salute del sindaco per gestire direttamente gli affari del Comune, ritraendone e facendone derivare verso sé stesso una somma di vantaggi personali addirittura eccessivi e scandalosi.18 Si abbatté così sul commissario Carrozza un’ondata di denigrazioni ed insulti prodotte dai notabili di Parco guidati dal segretario sotto accusa; nonostante il funzionario s’appellò direttamente a Crispi per chiedere sostegno, venne sostituito per volere di Morra di Lavriano che chiese espressamente al capo del governo la rimozione di Carrozza: “per circostanze specificate mio rapporto 23 corrente […] esonerare signor Carrozza incarico affidatogli e nominare urgenza altro commissario straordinario di conosciuta abilità, prudenza.19“. Dal canto suo, Crispi nonostante accusò il questore di Palermo Lucchesi d’aver sostenuto cattivi individui come quelli legati all’amministrazione di Parco, provvide alla rimozione del commissario straordinario.

Nessuna vera opera moralizzatrice, dunque, fu realmente applicata in Sicilia da Crispi. Come sostiene lo storico Giuseppe Astuto “La politica moralizzatrice, annunciata da Crispi e sollecitata da Morra cone le circolari inviate ai prefetti, trova ostacoli insormontabili nell’opposizione dei partiti e delle clientele locali, contrari al rinnovamento amministrativo e alle nuove direttive provenienti dall’alto. D’altra parte, non è possibile un risultato diverso, poiché i regi commissari, nominati per rimettere ordine nei comuni, seguono gli stessi criteri e principi, che il Morra adotta per l’opera di repressione, cioè cercano il sostegno di quei sindaci e dei loro partiti, responsabili dei disordini amministrativi e incapaci di ricomporre i conflitti del mese di dicembre.20“. Lo stesso Morra, nella sua relazione sull’andamento dello stato d’assedio in Sicilia, scrisse “Non possono colpirsi gli uomini delle maggioranze imperanti, perché queste non avrebbero aggredito sé stesse e però devono cercarsi gli autori dei fatti deplorati fra quelli delle minoranze.21“. Il Regio Commissario sostenne le amministrazioni nelle revisioni delle liste elettorali, nell’arresto di figure rivali, eliminando di fatto elementi sgraditi alle amministrazioni al potere22; gli stessi sindaci consegnavano alle forze militari le liste di nomi da arrestare.23 Un migliaio le persone inviate al domicilio coatto24, nessuna tra queste era guardia municipale o sindaco. Pochi giorni dopo la proclamazione dello stato d’assedio, Morra emise inoltre il decreto sul disarmo, nonostante le agitazioni avvenute nelle settimane precedenti, non videro l’uso di alcuna arma tra i protestanti. Ma era chiaro che per dare maggiore peso all’uso della forza, necessitava operare come se si avesse di fronte un nemico pronto a sparare. Risultò dunque privo di senso l’intento di Crispi di operare una grande riforma agraria che incentivasse lo sviluppo della piccola proprietà contadina dopo l’uso della forza, riforma che non venne mai comunque realizzata, per l’opposizione di quella componente agraria che egli accettò nel suo governo.25

Deboli furono le motivazioni che Crispi diede pubblicamente per giustificare lo stato d’assedio; tra queste il fantomatico rischio di separazione della Sicilia dall’Italia. Tra le accuse rivolte al movimento dei fasci, infatti, vi fu quella legata ad un intento separatista sostenuto da forze estere quali Francia e Russia. Tale teoria fu interamente basata su un documento passato alla storia come Trattato di Bisacquino, redatto dal delegato del suddetto paese del palermitano e indirizzato al sottoprefetto di Corleone; secondo il delegato, il Comitato Centrale dei Fasci aveva raggiunto un accordo con potenze straniere per staccare l’isola dall’Italia tramite insurrezione armata. Il rapporto, pubblicato dal Giornale di Sicilia durante il processo contro De Felice, così riportava:

  1. La congiura che ha la sua manifestazione a mezzo dei Fasci dei lavoratori socialisti ha per obiettivo un’azione politica, protetta e promossa dalla Francia e dalla Russia, che hanno di mira lo smembramento della Sicilia dal resto d’Italia;
  2. La Sicilia sarebbe invasa dalla Russia e tenuta da essa come base d’operazione sopra Costantinopoli;
  3. Si promette alla Sicilia un governo libero, indipendente, senza oneri, con l’obbligo però di tenere dei punti in cui vorrebbe la Russia, delle guarnigioni militari;
  4. Non più tardi del maggio 1894 la Francia simulerà un passaggio delle Alpi per invadere il Piemonte, nel mentre la Sicilia farà l’insurrezione socialista, protetta al di fuori dalla Francia, la cui flotta terrebbe a bada quella italiana e quella inglese ecc.;
  5. Per aver vivo lo spirito di ribellione in Sicilia si forzeranno i soci dei Fasci allo sciopero, permodoché esasperati dalla miseria, l’impeto della rivolta sia indomabile;
  6. I Fasci di Sicilia attendono due navi di fucili a retrocarica, munizioni e bombe cariche di dinamite;
  7. Si tratterà ancora la rivoluzione dei Fasci e di altri sodalizi sovversivi delle altre regioni d’Italia e quando il governo cercherà di riparare per la Sicilia, la Francia tenterebbe una spedizione per invadere Roma;
  8. Tutto avrà luogo con rapidità fulminea, che in ciò le potenze nemiche posano la maggior fiducia per completamente riuscire;
  9. Si fa assegnamento sulla non intera compattezza dell’esercito italiano, tanto più che la bassa forza ritiensi voglia partecipare nelle aspirazioni comuni ed unisone alla redenzione del proletario;
  10. Il consiglio generale di tale congiura è composto da vari deputati siciliani, fra i quali Colajanni, De Felice Giuffrida ed un Granduca (?);
  11. Per ora si è concertato un moto rivoluzionario da verificarsi o nell’atto in cui venissero sciolti i Fasci, o nel prossimo inverno, perché i soci del Fascio potessero avere agio di approfittare coi saccheggi, e così poter campare fino all’epoca in cui insorgesse con la Sicilia il resto d’Italia. Tale rivolta che precorrerebbe la generale, si limiterebbe alla sola provincia di Palermo, essendo questa ben preparata con armi in parte nostrane, in parte a retrocarica e a Wetterly, e già i soci del Fascio attendono in segreto alla formazione, delle cartucce;
  12. Si è stabilito che la corrispondenza dei cospiratori di tutti i Fasci, venga affidata ad appositi pedoni espressamente scelti fra i più scaltri e fidi gregari, escluso il mezzo postale e il telegrafo, con eccezione di quest’ultima nei casi impellenti, ma con la preintelligenza fra i corrispondenti di specificare l’opposto di quello che si dovrebbe manifestare.26

La falsità di tale documento venne fuori durante il processo di Palermo quando Vincenzo Morandi, il delegato di Bisacquino, interrogato, diede versioni contrastanti, sostenendo d’avere la certezza metafisica di quelle fonti.27

Altro documento usato dal governo Crispi per giustificare lo stato d’assedio fu l’appello ai Figli del Vespro conosciuto come il firmatissimo28; si trattava di un proclama che incitava all’insurrezione armata, presentato dal Presidente del Consiglio durante la seduta parlamentare del 21 dicembre 1893. L’appello risultò essere un falso. Nel 1994, la Professoressa Vera Brucato presentò al convegno sui fasci di Piana degli Albanesi una documentazione inedita ritrovata nella quale venne dimostrata la falsità di quei proclami. Nello specifico, la professoressa Brucato presentò due documenti; il primo fa riferimento ad un certo Ignazio Abbate, militante socialista, falegname e consigliere comunale che provò a creare a Petralia Soprana il fascio locale, proclamando una manifestazione antigovernativa per giorno 10 dicembre 1893; quello stesso giorno venne fermato ed arrestato e la suddetta manifestazione venne bloccata come riportato dal rapporto del Comandante dei Carabinieri al Prefetto di Palermo.

Il secondo documento è di vitale importanza in quanto si tratta di una comunicazione del Sottoprefetto di Cefalù al Prefetto di Palermo datata 26 dicembre 1893 nella quale si fa riferimento all’avvenuto arresto, giorno 17 dicembre, di un certo Alessi, pastaio del paese, accusato di voler organizzare la liberazione dal carcere di Termini Imerese di Ignazio Abbate (frattanto trasferito lì) e d’aver scritto un manifesto indirizzato ai lavoratori di Petralia Soprana: “Operai Sopranesi, figli del Vespro!!! Ancora dormite?!! Corriamo al carcere a liberare il fratello (Ignazio Abbate). Morte al re e agli impiegati. Abbasso le tasse. Fuoco al Municipio e al Casino Civili. Viva il fascio e i lavoratori. Quando le campane della Matrice Salvatore e Oreto suonano assieme corriamo armati al castello che è tutto pronto per la libertà. Attenti al segnale!!! F d L Sangue friddu ca tuttu e piotu pi Natali Capud’annu.29“. Leggiamo adesso il proclama letto da Crispi in Parlamento il 28 febbraio 1894: “Operai! Figli del Vespro: Ancora dormite? Corriamo al carcere a liberare i fratelli. Morte al Re, agli impiegati. Abbasso le tasse. Fuoco al municipio e al casino dei civili. Evviva il fascio dei lavoratori! Quando le campane della Matrice e del Salvatore suoneranno, assieme corriamo armati al castello, ché tutto è pronto per la libertà.30“. Si tratta dello stesso proclama, modificato in alcuni punti. Impossibile che Crispi non sapesse dell’esistenza di quel documento datato 26 dicembre, per di più ricoprendo, oltre alla carica di Presidente del Consiglio, anche quella di Ministro degli Interni. Inoltre, lo stesso Napoleone Colajanni non ci mise molto a capire l’inganno e denunziò pubblicamente la cosa; Crispi difese sempre la validità di quel documento in particolare per ottenere dal Parlamento l’autorizzazione a processare De Felice (autorizzazione concessa il 9 marzo 1894): “La Camera, l’8 marzo, è chiamata a discutere su tre domande di autorizzazione a procedere contro De Felice per cospirazione, per eccitamento alla guerra civile, alla devastazione e al saccheggio ed infine per apologia di reato. Nonostante l’accanita posizione degli esponenti più autorevoli dell’Estrema (Barzilai, Colajanni, Imbriani e Cavallotti), che sottolineano la violazione dello Statuto in materia di immunità parlamentare e giudicano l’arresto di De Felice del tutto arbitrario, la Giunta competente concede l’autorizzazione.31“.

Vi fu dunque un disperato tentativo da parte delle istituzioni per cercare di trovare quelle prove lampanti che giustificassero l’azione repressiva; lo stesso Morra creò una speciale commissione dedicata esclusivamente all’esame di tutti i documenti sequestrati all’interno delle sedi dei fasci, affinché uscisse fuori anche solo una parola relativa ad un tentativo di insurrezione.32 La commissione oltre al giudizio negativo nei confronti dell’organizzazione dei fasci, accusata di inculcare nell’animo dei popolani l’odio contro le patrie istituzioni e contro la borghesia33, non trovò nulla di concreto tra i documenti esaminati, né riuscì a dimostrare l’esistenza di un piano insurrezionale in Sicilia. Ma Crispi rimase fermo sulla sua convinzione. Lo stesso Morra di Lavriano, in un attimo di dubbio, propose al capo del governo di sospendere lo stato d’assedio e i tribunali militari e di deferire gli accusati alla giustizia ordinaria, così come consigliava anche Girolamo De Luca Aprile34, uomo fedele del Nostro in Sicilia, ma Crispi non volle sentire ragione.35 Quella stessa magistratura ordinaria che si rese complice di un’illegalità costituzionale quale fu, di fatto, la proclamazione dello stato d’assedio. Gli articoli 70 e 71 dello statuto albertino, infatti, così recitavano: “Niuno può essere distolto dai suoi giudici naturali. Non potranno perciò essere creati Tribunali o Commissioni straordinarie.36“. La Corte dei conti si rifiutò inizialmente di registrare il decreto di proclamazione dello stato d’assedio, facendolo però successivamente ma con riserva. Lo stesso Crispi cercò in tutti i modi di trovare degli espedienti legislativi per giustificare lo stato d’assedio; come scrive lo storico Giuseppe Oddo: “La Corte dei conti, che si rifiutava di registrare il decreto di proclamazione dello stato d’assedio, lo fece poi con riserva, dichiarando che usciva “dai confini della legge scritta”. Il 23 febbraio Crispi dovette, perciò, proporre alla commissione senatoria incaricata di riferire sul progetto di riforma del Codice penale militare di aggiungere l’articolo 337 bis che legittimava la proclamazione dello stato di guerra “in caso di insurrezione o d’imminente pericolo della pace pubblica”.37“.

Ottenuta l’autorizzazione parlamentare a procedere contro De Felice, accusato di intrattenere pericolosi rapporti con l’anarchico Cipriani,38 ad aprile 1894 cominciarono dunque i processi ai capi dei fasci; con editto dell’8 gennaio vennero instaurati tre Tribunali militari (a Messina, Caltanissetta, Palermo e una sezione autonoma decentrata a Trapani39). A Palermo il processo si svolse tra l’aprile e il maggio 1894 nell’ex convento di San Francesco di Via del Parlamento, lo stesso dove nel 1848 venne dichiarata decaduta la monarchia borbonica in Sicilia. Se la fase di preparazione dell’istruttoria venne svolta dalla magistratura ordinaria, ai tribunali militari spettò il compito del giudicare e sentenziare. Tra gli arrestati vi erano Nicolò Petrina e Francesco De Luca entrambi arrestati il 4 gennaio mentre tornavano a Palermo; Bosco, Verro e Barbato arrestati il 15 gennaio mentre cercavano di imbarcarsi per Tunisi clandestinamente all’interno del piroscafo Bagnara; De Felice Giuffrida venne arrestato la mattina del 4 gennaio, a Palermo, in Corso Vittorio Emanuele, ma essendo deputato parlamentare, poteva ricorrere all’immunità. Crispi che lo considerava suo principale antagonista, come detto prima, fece fuoco e fiamme per ottenere dal Parlamento l’autorizzazione all’arresto. 40 Il processo ai capi dei fasci acquisì in breve tempo un’importanza nazionale e non poca fu la simpatia dell’opinione pubblica nei confronti degli accusati, nonostante Morra di Lavriano avesse vietato con un decreto speciale sulla censura preventiva del febbraio 1894, la diffusione di notizie da parte dei giornali.41 Così come impedì l’entrata nell’isola di emissari politici.42 Come sostiene la storica Michela Schillaci: “Il processo, i cui resoconti stenografici avevano reso pubblico in ogni sua parte, aveva fatto conoscere la vera indole di quelli che erano stati loro invisi come i traditori della patria e i nemici delle istituzioni. Le autodifese pronunciate in aula dagli imputati e che rappresentano senz’altro le pagine più belle di quel processo mostruoso, accattivarono loro le simpatie del pubblico, oltre a modificare la grigia atmosfera del processo.43“. I fatti di Sicilia e il corso del processo al gruppo dirigente dei fasci vennero raccontati dal Giornale di Sicilia.

Il processo si aprì il 7 aprile 1894; il tribunale era composto da 6 giudici militari, l’accusa sostenuta inizialmente dal Cav. Soddu Millo, avvocato fiscale, venne portata avanti successivamente dal Cav. Viesti44; ai membri accusati venne negata la difesa civile, nominando di fatto avvocati tra i militari: Truglio, tenente del 38° fanteria per De Felice – Caldarera; un tenente del 22° fanteria per Ciralli – Calcagno; un tenente del 22° artiglieria per Cassisa – Lelli; un tenente del 57° fanteria per Bosco – Palizzolo; un tenente del 22° artiglieria per Petrina – Orioles; un capitano del 57° fanteria per Verro – Piccoli; un capitano del 22° artiglieria per Barbato – Trulla; un tenente del 38° fanteria per Benzi – Ponti; un tenente del 57° artiglieria per Montalto – Palizzolo, un tenente del 22° artiglieria per Pico – Trulla, un tenente del 38° artiglieria per Gulì.45 Il processo si contraddistinse per le numerose dichiarazioni mendaci e contraddittorie di sindaci, funzionari di polizia, questori; le falsità vennero presto dimostrate come tali, con grande disappunto di Crispi e di Morra; i difensori svolsero egregiamente il loro lavoro (coadiuvati esternamente dagli avvocati civili) ma trattandosi di militari, si trovavano costretti a non superare certi limiti. Altrettanto lodevole fu l’autodifesa portata avanti dai dirigenti dei fasci che dimostrarono la loro assoluta fede agli ideali socialisti, convinti della loro azione; riprendendo ancora Giuseppe Oddo: “Deposero contro i giovani imputati “sette prefetti, un ex prefetto, un consigliere delegato di Prefettura, tre questori, sei ispettori di pubblica sicurezza; e poi delegati, ufficiali dell’esercito, di ogni arma e di ogni grado, sindaci e proprietari, avversari notissimi dei Fasci; e poi questurini e carabinieri; e poi pochissimi lavoratori, che o depongono su circostanze inconcludenti o smentiscono ciò che risultava nel processo scritto…” Tra i testimoni a difesa, oltre a Napoleone Colajanni, c’erano altri noti “deputati di ogni colore – da Pierino Lucca a Prampolini, da Imbriani a Tasca Lanza, da Cavallotti a Paternostro – consiglieri provinciali e comunali, proprietari, avvocati, medici, ingegneri, farmacisti, commercianti, – insomma il fior fiore delle intelligenze e del carattere di ogni angolo della Sicilia e di altre regioni”. Non c’erano però prove o attestati di benemerenza capaci d’impedire che gli imputati fossero condannati a dure pene detentive.46“. Crispi e Morra di Lavriano volevano la loro condanna. Il questore di Palermo, Lucchesi attuò qualsiasi metodo per dimostrare le intenzioni violente dei fasci, convincendo testimoni quali il sarto Laganà o lo studente Pico di Lentini a fare dichiarazioni compromettenti nei confronti di De Felice,47 dichiarazioni facilmente smentite e sin da subito apparse contraddittorie.48 Frattanto, in Via del Parlamento le proteste portate avanti soprattutto da giovani dell’area socialista, si facevano sempre più frequenti e sempre più l’opinione pubblica, nonostante la censura, andava convincendosi della buona fede di quegli uomini che avevano unicamente la colpa di aver portato all’attenzione della nazione la questione contadina e le misere condizioni delle classi rurali e operaie. Davanti ai giudici, Nicola Barbato disse: “Persuadevo dolcemente i lavoratori morenti di fame che la colpa non è di alcuno; è del sistema […] Perciò non ho predicato l’odio agli uomini ma la guerra al sistema […] Davanti a voi abbiamo fornito i documenti e le prove della nostra innocenza; i miei compagni hanno creduto di dover sostenere la loro difesa giuridica; questo io non credo di fare. Non perché non abbia fiducia in voi, ma è il codice che non mi riguarda. Perciò non mi difendo. Voi dovete condannare: è logico, umano. Io renderò sempre omaggio alla vostra lealtà. Ma diremo agli amici che sono fuori: non domandate grazia, non domandate amnistia. La civiltà socialista non deve cominciare con un atto di viltà. Noi chiediamo la condanna, non chiediamo la pietà. Le vittime sono più utili alla causa santa di qualunque propaganda. Condannate49“. Bosco, nel difendersi dall’accusa di cospirazione, sostenne: “Se voi vorrete punire non i cospiratori, non gli eccitatori, ma i socialisti, allora io e i miei compagni orgogliosi e convinti delle idee che professiamo, a fronte alta abbiamo il coraggio di dirvi: Avanti, colpite.50“. Montalto, così come anche De Stefano, rivendicò l’azione dei fasci come naturale proseguimento dell’opera risorgimentale, rimasta incompiuta: “Nati nella generazione della libertà intesa come affrancamento da ogni monopolio, tramontata la generazione dell’unità, noi vedemmo per ammonimento di quei grandi che profetarono, lottarono, morirono per l’indipendenza della patria che l’unità doveva essere mezzo non fine ultimo. […] Ma i miseri e gli ignoranti sono sempre schiavi, noi con il socialismo abbiamo fede che saranno liberi e con essi anche coloro che oggi si dicono borghesi, con il socialismo abbiamo fede che si ameranno tutti, mentre oggi si odiano. E perciò alla diffusione del socialismo ci siamo dati…Accettiamo questo posto di combattimento perché lo riteniamo degno di uomini liberi, affrontando persecuzioni e condanne come i giovani della generazione passata affrontarono i fucili degli austriaci e il patibolo dei Borboni.51“.

La manifestazione più forte avvenne il giorno della sentenza, 30 maggio 1894, quando centinaia di persone si ritrovarono davanti l’ex convento portando simbolicamente dei garofani rossi; le condanne fuori pesanti:

  1. Giuseppe De Felice Giuffrida condannato a 18 anni e 3 di sorveglianza speciale e interdizione dai pubblici uffici per cospirazione per commettere fatti diretti a far sorgere in armi gli abitanti del regno contro i poteri dello Stato, per mutarne violentemente la costituzione; eccitamento alla guerra civile e alla devastazione, strage e saccheggio in qualsiasi parte del regno con la consecuzione in parte dell’intento (reati avvenuti nei mesi di novembre e dicembre 1893 e gennaio 1894 in Sicilia); vilipendio delle istituzioni costituzionali dello Stato ed incitamento alla disobbedienza delle leggi e all’odio fra le classi sociali;
  2. Rosario Garibaldi Bosco condannato a 12 anni e 2 di sorveglianza speciale e interdizione dai pubblici uffici per eccitamento alla guerra civile e alla devastazione, strage e saccheggio in qualsiasi parte del regno con la consecuzione in parte dell’intento (reati avvenuti nei mesi di novembre e dicembre 1893 e gennaio 1894 in Sicilia e a Palermo);
  3. Bernardino Verro condannato a 16 anni e interdizione dai pubblici uffici per cospirazione eccitamento alla guerra civile e alla devastazione, strage e saccheggio in qualsiasi parte del regno con la consecuzione in parte dell’intento (reati avvenuti nei mesi di novembre e dicembre 1893 e gennaio 1894 in Sicilia); istigazione a delinquere (per il discorso pronunciato il 28 dicembre 1893 a Prizzi durante un’assemblea del fascio locale).
  4. Nicola Barbato condannato a 12 anni e 2 di sorveglianza speciale e interdizione dai pubblici uffici per eccitamento alla guerra civile e alla devastazione, strage e saccheggio in qualsiasi parte del regno con la consecuzione in parte dell’intento (reati avvenuti nei mesi di novembre e dicembre 1893 e gennaio 1894 in Sicilia);
  5. Giacomo Montalto condannato a 10 anni e 1 anno di sorveglianza e interdizione dai pubblici uffici per eccitamento alla guerra civile e alla devastazione, strage e saccheggio in qualsiasi parte del regno con la consecuzione in parte dell’intento (reati avvenuti nei mesi di novembre e dicembre 1893 e gennaio 1894 in Sicilia);
  6. Nicola Petrina condannato a 3 anni per reato di cospirazione in Sicilia, nel continente e altrove, dal 1888 ad oggi.52

Le interdizioni ai pubblici uffici furono perpetue per De Felice, Verro, Bosco e Barbato, temporanea per Montalto.53 De Stefano Paternò, Presidente del Fascio di Vittoria e delle organizzazioni ragusane, venne condannato a 2 anni e sette mesi per eccitamento alla guerra civile all’odio di classe54; Luigi Macchi direttore de L’Unione di Catania venne condannato a 6 mesi anch’egli per eccitamento alla guerra civile.55 I Tribunali militari distribuirono nell’isola più di 5000 anni di prigione tra dirigenti e contadini iscritti al movimento dei fasci; 1962 il numero di persone inviate al domicilio coatto: 667 Palermo e provincia; 361 Catania e provincia; 277 Trapani e provincia; 275 Girgenti e provincia; 174 Caltanissetta e provincia; 135 Messina e provincia; 73 Siracusa e provincia. 56 Il ricorso in Cassazione portato avanti dall’avvocato penalista Giovan Battista Impallomeni (Professore di Diritto penale presso l’Università degli studi di Palermo) non venne accolto ma servì ad aprire un dibattito acceso tra i giuristi italiani sulla legittimità dei tribunali militari.

Lo stato d’assedio vanificò i risultati ottenuti dai fasci con lo sciopero contadino dei mesi precedenti; proprietari e gabellotti non rispettarono più gli accordi presi e molti sindaci funzionali al blocco agrario – mafioso, tornarono ad operare secondo le vecchie metodologie fatte di clientelismo e favori personali. La riunione indetta dai proprietari terrieri a Sala Ragona, a Palermo, nell’aprile del 1894 fu in tal senso esplicita. Si discusse, infatti, di come evitare in futuro episodi simili a quelli riguardanti i fasci arrivando a proporre l’abolizione della scuola obbligatoria o che l’insegnamento nelle scuole fosse a base morale. Vi furono però casi nei quali i patrizi siciliani si mostrarono più sensibili alle condizioni dei contadini, come ad esempio il marchese Antonio Paternò Castello di San Giuliano, Sottosegretario di Stato durante il governo Giolitti, il quale proponeva degli interventi miranti a trasformazioni fondiarie, quali l’introduzione di contratti d’affittanza di lungo periodo, la soppressione della figura del gabellotto, ma soprattutto riconosceva nel latifondo un limite al progresso economico e sociale dell’isola. Liberale, si schierò per lo sviluppo della piccola proprietà contadina grazie alla divisione delle grandi distese del latifondo, dando ettari in gestione in enfiteusi; sostenne l’accesso al credito agricolo e l’esenzione dell’imposta fondiaria per i primi anni.57 Tutto ciò fu da lui riportato per iscritto nel saggio Condizioni della Sicilia, Treves, 1894 e seppur condiviso da numerosi esponenti del liberalismo, non sortì effetti concreti. Lo stesso di San Giuliano non sostenne il progetto di Colajanni, proposto all’interno della commissione parlamentare eletta da deputati siciliani, di censire i latifondi in Sicilia.58

Nella discussione parlamentare del 23 febbraio 1894 sulla questione siciliana, a schierarsi in difesa dei fasci furono i socialisti e i componenti dell’estrema sinistra; gli onorevoli Altobelli e Badaloni, nel condannare l’atteggiamento repressivo del governo, ricordarono a Crispi il suo discorso sull’emancipazione dei lavoratori del 1886 a Palermo: “Bisogna una volta uscire da cotesto egoismo borghese, che ha già sconvolto altre nazioni e, quel che più conta, ha soffocato nel sangue i reclami del popolo, volta a volta blandito e tradito. La questione sociale, se non venga risolta come dovere, verrà imposta come necessità. Alle plebi manca tutto, il loro rinascimento comincia da oggi. Bisogna che i lavoratori siano redenti dalla schiavitù della ignoranza, e dalla schiavitù del capitale […]. Noi avremo allora la vera concordia degli animi, avremo costituita quella unità morale, senza la quale non è possibile che duri l’unità politica del popolo italiano. Imperocché fino a quando le classi sociali dureranno distinte per gli interessi rivali, e qualche volta l’una tiranna dell’altra, saremo in continuo pericolo di disordini e conflitto.59“. Tra le proposte volte al miglioramento delle condizioni sociali ed economiche in Sicilia, vi fu quella portata avanti nell’estate 1894 dal Comitato promotore dei grandi proprietari siciliani che prevedeva: l’esenzione per legge dalle tasse di focatico, sul bestiame, bestie da tiro e da soma e ricchezza mobile per questi contadini che avessero preso stabile dimora nella campagne; riduzione del 50% dell’imposta fondiaria sui latifondi che i padroni avessero in futuro dotato di case coloniche e coltivato con tecniche colturali conformi alle indicazioni di apposite commissioni tecniche nominate dal ministero dell’agricoltura e commercio60; venne approvata dal Senato l’istituzione di una banca che anticipasse al proprietario che ne facesse richiesta i fondi per il riscatto dei censi.

Crispi, convinto di dover operare una grossa opera riformatrice nell’interesse delle classi popolari, il 1° luglio 1894 presentò alla Camera il suo progetto di legge Sull’enfiteusi dei beni degli enti morali e sui miglioramenti dei fondi privati nelle province siciliane, sostenendo l’incremento della produzione agricola con la divisione delle terre incolte61; creare una classe di piccoli contadini proprietari interessati alla coltura intensiva; eliminare il sistema dei grandi affitti o gabelle; promozione del credito per la trasformazione delle colture; ripopolamento delle campagne e incentivi volti alla creazione di forme di cooperazione necessarie per un elevamento economico e sociale delle classi rurali in Sicilia. 62 Il progetto di legge non arrivò mai a compimento per la forte opposizione del gruppo agrario guidato dal Rudinì; Crispi non si oppose per non danneggiare l’alleanza borghesia – aristocrazia necessaria alla sopravvivenza del suo governo e per questo spostò la sua attenzione sull’elaborazione delle leggi antisocialiste ed anti-anarchiche.

Lo stesso Crispi, nel tentativo fallimentare dell’impresa coloniale in Africa, fu costretto alle dimissioni il 5 marzo 1896, dopo la sconfitta delle truppe italiane ad Adua (Eritrea), e sostituito dal di Rudinì che di fatto non operò nessun miglioramento sociale nell’isola63. Quelli furono gli anni nei quali l’emigrazione transoceanica diventò l’unica alternativa possibile alla fame per migliaia di contadini siciliani.64

Nonostante i fasci avessero perso la loro principale battaglia, ebbero comunque il merito di portare all’attenzione nazionale la questione legata al latifondo e di conseguenza le condizioni dei contadini in Sicilia, producendo un’ampia e accesa discussione che coinvolse settori prima restii o comunque lontani dalle vicende sociali isolane, quali ad esempio i cattolici che impostarono la loro attività sociale ed elaborarono il loro programma anche grazie all’azione dei fasci siciliani.65

Relazione sull’andamento dello stato d’assedio in Sicilia durante l’anno 1894

La Relazione sull’andamento dello stato d’assedio in Sicilia fu redatta dal Regio Commissario Roberto Morra di Lavriano e della Montà il 13 agosto 1894; l’originale è conservata all’Archivio Centrale dello Stato di Roma66. Si tratta di un documento importante in quanto presenta tutta l’opera repressiva compiuta dal generale con l’obiettivo di reprimere i fasci siciliani dei lavoratori e qualsiasi altra organizzazione di stampo socialista o comunque volta all’emancipazione della classe lavoratrice. Il compito di Morra fu quello d’applicare uno stato d’assedio che di fatto ebbe un’impronta politica prima che militare, come risposta all’avanzata delle classi popolari che non erano più elemento passivo, ma parte attiva di un processo che le vide negli anni successivi protagoniste della storia.

Nella relazione Morra riconosce le tragiche condizioni del lavoratore siciliano “Non è lecito negare che un complesso di contingenze morali, storiche, agrarie, commerciali, tengono il lavoratore siciliano in uno stato di disagio, d’indigenza, ad allontanare il quale sarà mestieri di molto tempo e di speciali cure da parte dei poteri dello Stato.67“, ma accusa i fasci d’aver trasferito questo malessere in una ideologia, quella socialista, pericolosa per l’ordine e la pace nazionale.

Morra entra poi nel dettaglio e descrive i provvedimenti presi dopo la proclamazione dello stato d’assedio in Sicilia:

  1. Provvedimenti diretti alla tutela dell’ordine pubblico;
  2. Provvedimenti d’indole commerciale, sociale ed economica;68
  3. Provvedimenti d’indole amministrativa.

Il primo venne a sua volta suddiviso in 6 parti:

  1. Provvedimenti relativi alla sospensione dei diritti di riunione ed allo scioglimento dei fasci e società affini;
  2. Provvedimenti relativi alla libertà di stampa e censura telegrafica;
  3. Provvedimenti relativi al disarmo69;
  4. Provvedimenti relativi all’arresto ed invio a domicilio coatto delle persone pregiudicate e di mala fama;70
  5. Provvedimenti relativi alla istituzione dei tribunali militari;71
  6. Provvedimenti per migliorare le condizioni della sicurezza pubblica.72

Il Regio Commissario che ricevette il 9 agosto 1894 l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine Militare d’Italia per i servizi svolti in Sicilia, nel descrivere i procedimenti attuati, ammise più o meno consapevolmente, quanto gravi fossero le condizioni sociali nell’isola, rendendo di fatto ancora più evidente il bisogno di un intervento dello stato in Sicilia che mirasse a distruggere il potere clientelare e mafioso e a migliorare le condizioni economiche e sociali della popolazione. Si scelse l’uso della forza, mantenendo di fatto un sistema che limitò sempre il progresso nell’isola.

Si conclude così questo lavoro sui fasci siciliani dei lavoratori. Nel voler descrivere e analizzare i fatti storici che si svilupparono in Sicilia a fine Ottocento, ho ritenuto importante osservare a 360 gradi l’evoluzione delle società operaie e contadine siciliane, dando risalto al contesto politico, economico e sociale nel quale esse crebbero e si svilupparono.

Il movimento dei Fasci ebbe il merito di portare all’attenzione pubblica nazionale la questione siciliana e meridionale, ma soprattutto, aprì le porte alla partecipazione popolare delle masse in Italia, da quel momento in poi protagoniste della storia nazionale.

Ma questo lavoro non si conclude qui; come detto precedentemente, nel voler analizzare in toto il contesto del periodo, ritengo opportuno completare il percorso con una pubblicazione dedicata al cattolicesimo sociale, all’influenza che esso ebbe tra le masse popolari siciliane indirizzate al socialismo e alle posizioni che la Chiesa cattolica assunse nei confronti della questione sociale in Sicilia; nello specifico vedremo in che modo l’enciclica Rerum Novarum del 1891 di Papa Leone XIII venne recepita e assimilata dal clero locale.

Note bibliografiche:

1 https://www.restorica.it/novecento/storia-dei-fasci-siciliani-dei-lavoratori-le-proteste-contro-i-dazi-e-gli-eccidi/

2 Sostituito da Fontanazza. In quella riunione vennero inviati anche il direttore de L’Unione di Catania Luigi Macchi, il segretario del Comitato Centrale Giovanni Cassina e il direttore di Giustizia Sociale Francesco Maniscalco.

3 Crispi voleva l’arresto di tutto il gruppo dirigente quel giorno stesso, ma le autorità non riuscirono ad effettuarlo in quanto il Comitato Centrale anticipò l’ora di riunione. Crispi, informato dal questore Lucchesi era a conoscenza di quella riunione e delle intenzioni pacifiche dei dirigenti socialisti: S.E. Crispi, (Riservato). In seguito, attive pratiche da me fatte con molte persone influenti ed anche con diversi presidenti dei fasci parte certo concludere che nella riunione che si terrà giovedì prossimo dal Comitato Centrale, contrariamente al volere del De Felice, si delibererà fare circolare perché si desista da qualunque ulteriore agitazione. La posizione quindi prossima modificata. Deciso intanto lo invio di diversi messi per consigliare la calma. ACS Roma, fasc. 601. Al mancato arresto del gruppo dirigenti, Crispi se la prese con il questore Lucchesi: Ha fatto una delle sue solite asinerie. Telegramma di Crispi al Generale Morra, in ACS, Carte Crispi Roma, b. 700-723, fasc. 712 (I).

4 Giustizia Sociale, 24 settembre 1893

5 A. Labriola, Lettere a Engels, Edizioni Rinascita, Roma, 1949, Biblioteca del Movimento Operaio Italiano. Anche Colajanni, in fase di rottura con i dirigenti dei fasci, rifiutando la lotta di classe, già nel luglio 1893 esprimeva perplessità sulla continua pressione di De Felice per l’attuazione di un movimento insurrezionale nell’isola. S.F. Romano, Storia dei Fasci siciliani, edizioni Laterza, Bari, 1959.

6 L’articolo preannunciava la fine del movimento dei fasci dei lavoratori: Ormai per la Sicilia, la cronaca degli avvenimenti perde quasi ogni importanza. È la rivoluzione, è la rivoluzione più spontanea, più naturale, più legittima; la rivoluzione di un popolo il quale preferisce morire di piombo piuttosto che di fame. E ciò che la rende più solennemente tragica è la certezza del suo fato; essa sarà soffocata nel sangue dalla forza armata ai servizi della borghesia. Giacché per quanto il partito socialista abbia il diritto di non rimanere insensibile al grido di dolore di un intero proletariato, esso si rende ben conto che la sua azione sarà nulla o quasi nulla di fronte a un movimento che non procede da un pensiero determinato, che non è l’espressione di una coscienza chiara e precisa del suo fine.La rivolta della fame non è una rivolta di partito. […] Ma la voce del nostro partito non rimarrà senza effetto. Ai sopravvissuti dell’ecatombe essa rimarrà come la buona novella della salvezza. Il socialismo raccoglierà dal funesto campo di battaglia i feriti, darà il conforto ai loro dolori, indirizzerà i loro rancori, i loro odi ad una meta più alta che non sia la ribellione selvaggia ed incomposta. (Lotta di Classe, 30-31 dicembre 1893). Il gruppo parlamentare socialista si ritrovò comunque a Modena per lanciare un appello alla nazione contro le violenze che si stavano consumando in Sicilia. A schierarsi con i fasci fino all’ultimo fu invece una delle massime figure del socialismo italiano, Filippo Turati, che per questo entrò in contrasto con il Partito Socialista che scelse la linea della socialdemocrazia tedesca.

7 Dopo la conferma dello stato d’assedio, si decise di telegrafare direttamente agli uffici governativi. S. F. Romano, Storia dei Fasci siciliani, op. cit.

8 La scelta di operare riforme o agire con la repressione fu il tema centrale all’interno della borghesia italiana; per Crispi, uomo del Risorgimento, difendere lo stato di cose prodottosi dall’unità veniva prima di ogni cosa. Il solo sospetto di insurrezione fu per lui motivo sufficiente per agire con la violenza; inoltre, la possibilità di agire operando riforme sociali era cosa ardua soprattutto per l’opposizione di quella destra agraria alleata del governo Crispi. I tentativi di riforma agraria successivi allo stato d’assedio da parte dello statista di Ribera furono inutili.

9 Questo punto fu voluto da De Felice con il consenso di tutto il Comitato che la considerò una forte presa di posizione regionalista.

10 F. De Luca, Prigioni e processi, Giannotta editore, Catania, 1907

11 Fu Domenico Farini, Presidente del Senato del regno e consigliere del Re, a proporre Crispi come sostituto di Giolitti: Crispi o nessuno è adatto a trattenere o comprimere i Fasci di Sicilia. D. Farini, Diario di fine secolo, a cura di Emilio Morelli, Bardi, Roma, 1961.

12 Nominato Comandante del XII Corpo d’Armata in Sicilia il 23 dicembre 1893 in sostituzione del generale Corsi, Morra di Lavriano, senatore del Regno e deputato per tre legislature, già Comandante del Corpo d’armata di Napoli, assunse la reggenza della Prefettura di Palermo sostituendo Colmayer, pochi giorni dopo; con la proclamazione dello stato d’assedio e la nomina a Regio Commissario Straordinario, di fatto ebbe potere su tutte le prefetture dell’isola. R. Morra di Lavriano, Relazione sull’andamento dello stato d’assedio in Sicilia durante l’anno 1894, Archivio F. Crispi, Inv. 48, 30 – 34.

13 Venne richiamata la classe 1869 ed inviata in Sicilia una forza composta da 30000 uomini espressamente richiesta da Crispi al Ministro della guerra Mocenni.

14 Profondamente deluso dalla scelta repressiva, Colajanni fino all’ultimo credeva in un’azione dimostrativa che non avrebbe portato ad un effettivo uso della forza: Crispi avvertiva, che spesso ad impedire che si ricorresse all’uso delle armi bastava spiegare le forze in proporzioni imponenti, perciò sentiva il bisogno di inviare immediatamente molte truppe in Sicilia, non per fare a quelle popolazioni la cura del piombo, ma per incutere timore e far convinti i riottosi che il governo avrebbe saputo e potuto reprimere energicamente e prontamente. N.Colajanni, op.cit. Più volte Crispi rassicurò Colajanni promettendogli che mai avrebbe dichiarato lo stato d’assedio. Visti i fatti, la promessa non venne mantenuta.

15 Crispi e Colajanni, Corriere della Sera, 8 – 9 gennaio 1894. Paragonando i fatti di Bronte del 1860 con quelli legati ai Fasci, Crispi dimostrò ampiamente di non avere chiaro il momento storico che stava vivendo, ragionando da uomo del Risorgimento, senza tener conto dell’avanzata delle classi popolari.

16 Circolare Crispi 25 dicembre 1893 ai prefetti di Sicilia: Movimento dei contadini contro i municipi rileva i vizi delle amministrazioni comunali. La ripartizione delle tasse locali spesso non è stata fatta con equità e prudenza e in molti luoghi quelli cosiddetti galantuomini hanno fatto pesare sui lavoratori il pagamento delle imposte. È tempo ormai di correggere cotesti errori e sarebbe questo il vero mezzo per impedire giorni luttuosi e di portare la pacificazione negli animi di coloro che vivono della loro opera manuale. Comunichi immediatamente questi miei consigli ai sindaci della provincia e provveda perché siano esauditi i voleri del governo. ACS Roma, fasc. 606. La circolare, nonostante volesse essere un mezzo per calmare gli animi, provocò invece ulteriori tumulti nell’isola soprattutto dopo la sua pubblicazione sul Giornale di Sicilia; la stessa circolare, inoltre, venne considerata nulla dal Ministro delle finanze Sonnino in quanto ai comuni non era permesso eliminare tasse senza il consenso parlamentare. I tumulti, dunque, furono anche il risultato di una promessa mancata.

17 ACS, Crispi – Ro, f.699, Carrozza a Crispi, Parco, 23 febbraio 1894.

18 G. Astuto, Crispi e lo stato d’assedio in Sicilia, Università di Catania, Pubblicazioni della facoltà di Scienze Politiche, Giuffrè editore, Milano, 1999

19 ACS, Crispi – Ro, f. 699, Morra a Crispi, Palermo, 25 febbraio 1894.

20 G. Astuto, op. cit.

21 R. Morra, op. cit.

22 Lo stesso Crispi lo avvisò d’essere più attento nel valutare le denunce per evitare quelle ingiustizie che non possono essere tollerate sotto un governo libero ACS, Crispi – Ro, f. 720, Crispi a Morra, 31 gennaio 1894.

23 Morra creò un apposito ufficio militare speciale dedicato al coordinamento delle attività delle autorità civili e militari dell’intera isola posta sotto il suo controllo. Di questo gabinetto politico facevano parte: Marchese Gabriele Mersi, capo gabinetto, 1° maggiore 88° fanteria; cavaliere Raffaele Cafiero, consigliere reggente alla prefettura d’ordine del ministero dell’Interno; Vittorio Serra Caracciolo, segretario alla prefettura di Roma, inviato in missione a Palermo; Luigi Battilani, sottosegretario alla prefettura di Milano, comandato in missione a Palermo; tre delegati e quattro guardie di PS. ACS, Crispi – Ro, f. 723.

24 Decreto emanato giorno 11 gennaio 1894 come provvedimento eccezionale. Di fatto tutte le persone considerate socialmente pericolose venivano private delle loro libertà fondamentali ed inviate, anche solo in via precauzionale, in una delle cinque colonie siciliane (Ustica, Favignana, Pantelleria, Lampedusa e Lipari) oppure in altre colonie penali quali Tremiti, Ponza, Ventotene e Pontercole).

25 Già prima della proclamazione dello stato d’assedio, il suo uomo di fiducia in Sicilia, De Luca Aprile, lo esortò più volte a preferire la pubblicazione di un decreto-legge contenente le necessarie riforme da attuare nell’isola, ma Crispi non lo ascoltò. F. Renda, I Fasci siciliani 1892 – 94, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1977.

26 Giornale di Sicilia, 8 – 9 aprile 1894, in AA. VV. I Fasci dei lavoratori e la crisi italiana di fine secolo (1892 – 1894), a cura di Pietro Manali, Salvatore Sciascia editore, Caltanissetta – Roma, 1995.

27 Giornale di Sicilia, 21 – 22 parile 1894, in AA.VV., I Fasci dei lavoratori e la crisi italiana di fine secolo (1892 – 1894), op.cit.

28 Chiamato così in riferimento alla risposta data da Crispi durante il dibattito parlamentare del 28 febbraio 1894 nel quale si chiedevano maggiori dettagli su questo proclama. Atti parlamentari, Camera dei deputati, Legislatura XVIII, 28 febbraio 1894.

29 V. Brucato, Le prove della cospirazione: l’appello ai figli del Vespro e il trattato di Bisacquino, in AA.VV. I fasci dei lavoratori e la crisi italiana di fine secolo, op. cit. In realtà a scrivere questo proclama – farsa fu Accursio Bonsignore vicecancelliere della Pretura di Petralia Soprana, il quale si era invaghito della moglie dell’Alessi e cercava di far fuori il di lei marito. A denunciare il tutto fu proprio la moglie dell’accusato.

30 Ibidem

31 G. Astuto, op. cit.

32 La speciale commissione era composta dal procuratore generale del re, da un maggiore dei carabinieri e dal consigliere di prefettura addetto al gabinetto politico dello stesso Morra.

33 S.F. Romano, op. cit. pag. 477

34 Insegnante a Palermo e Provveditore agli studi di Messina, venne incaricato da Crispi di seguire le vicende che si stavano svolgendo nell’isola, provando a prendere i primi contatti con il Comitato Centrale dei Fasci; negò l’esistenza di una cospirazione messa in atto dai dirigenti socialisti sollecitando il Primo Ministro ad intervenire in Sicilia tramite riforme sociali, rinunciando all’opzione repressiva. Ma non venne ascoltato. G. Astuto, op. cit.

35 Morra a Mocenni, Palermo, 2 febbraio 1894, in Carte Crispi, b.74, f.865, ACS Roma.

36 AA. VV., I Fasci dei lavoratori e la crisi italiana di fine secolo (1892 – 94), op. cit.

37 G. Oddo, op. cit.

38 Crispi usò tale corrispondenza per accusare De Felice di cospirare per lo scoppio di una insurrezione in Sicilia. Le lettere erano già state pubblicate nei giornali nei mesi precedenti, senza che vi fosse mai stata alcuna accusa. L’odio del presidente del consiglio verso il deputato catanese che in un colloquio privato, secondo Cavallotti, avrebbe detto Stu Cagliostro avi a muriri n’galera e ddu schifiusu di Colajanni au spiziu. F. Cavallotti, Per la storia. La questione morale su F. Crispi nel 1894 – 1895.

39 Si svolse a Trapani il processo per i fatti di Giardinello del 10 dicembre 1893; Undici i lavoratori accusati, una sola guardia campestre, Girolamo Di Miceli che venne assolto. Di Piazza Giuseppe, il presidente del Fascio venne condannato all’ergastolo, così come gli altri accusati che subirono pene che andavano dall’ergastolo ai trent’anni. Solo 4 vennero assolti. G. Oddo, op. cit.

40 Si disse che al momento dell’arresto, De Felice portasse con sé vistosissime somme di denaro oltre ad una corrispondenza con certi uomini politici francesi. La diceria venne presto smentita da due avvocati presenti al momento della cattura. N. Colajanni, op. cit.

41 Tra i giornali siciliani chiusi nel febbraio 1894 vi furono Il Siciliano e L’Amico del Popolo (a Palermo), L’Unione (a Catania), Il Riscatto, Il Vespro, I Pagliacci e L’Imparziale (a Messina). G. Oddo, Il miraggio della terra nella Sicilia post-risorgimentale, (1861 – 1894), Istituto Poligrafico Europeo, Palermo, 2013.

42 Agnini e Prampolini, deputati socialisti, inviati in Sicilia dal Partito, vennero bloccati al porto e fu impedito loro di sbarcare dal piroscafo Polcevera. I due scrissero una lettera di protesta al Commissario Regio Morra nella quale esprimevano tutto il loro dissenso e protestando contro l’abuso di potere che si stava commettendo in Sicilia. A. Angiolini, Socialismo e socialisti in Italia, Nerbini, Firenze, 1903.

43 M. Schillaci, Fasci, ultimo atto, il processo in AA.VV., I Fasci dei lavoratori e la crisi italiani di fine secolo (1892 – 94), op.cit.

44 Apparentemente sostituito per motivi di salute, il Cav. Soddu Millo in realtà fu più volte costretto ad ammettere la falsità di certe dichiarazioni rilasciate durante il processo, dichiarazioni che miravano unicamente a screditare i fasci.

45 N. Colajanni, Gli avvenimenti di Sicilia e loro cause, Sandron editore, Palermo, 1894

46 G. Oddo, op. cit.

47 Notizia all’interno della lettera riservata n.7714 in ASP, 1894, cat.16, f.30.

48 Lucchesi era tristemente conosciuto per i suoi metodi poco ortodossi; a Bologna, per arrestare gli anarchici, fece scoppiare lui stesso una bomba; definito agente provocatore durante il governo borbonico dall’onorevole Altobelli, fu più volte condannato dallo stesso Crispi che in diverse corrispondenze aveva da dire sul questore. Lucchesi arrivò ad accusare i fasci di essere sostenitori della mafia.

49 Processo del Comitato Centrale, udienza del 16 aprile 1894, in Giornale di Sicilia, 16 – 17 aprile 1894.

50 S.F. Romano, op. cit.

51 Montalto al processo del Comitato Centrale, udienza 25 maggio in Giornale di Sicilia, 26 – 27 maggio 1894.

52 Sentenze del Tribunale Militare di guerra in Palermo (I sezione) contro De Felice Giuffrida e compagni, Stamperia militare, Palazzo San Ninfa, Palermo, 1894; G. Oddo, op. cit.; S.F. Romano, Storia dei Fasci siciliani, op. cit.; R. Marsilio, I Fasci siciliani, Edizioni Avanti, Milano – Roma, 1954; AA.VV., I Fasci dei lavoratori, op. cit. De Felice Giuffrida venne eletto comunque deputato nel 1895, così come anche Barbato e Bosco, tutti in carcere in quel momento.

53 G. Oddo, op. cit.

54 L’avvocato De Stefano così dichiarò davanti al tribunale militare di Messina: Noi vogliamo dare ai lavoratori la piena coscienza del loro diritto, fugare le tenebre dell’ignoranza, far meno penosa la loro esistenza; ecco il nostro ideale. Il nostro programma si ispira agli alti sentimenti di progresso umano, esso trova necessario che un’idea civile per quanto sublime si faccia convinzione. Noi ritendendo l’uguaglianza di diritti e doveri non possiamo riconoscere le classi fra gli uomini, perché innanzi all’Umanità spariscano le vecchie distinzioni, create da un vecchio ordinamento costituito sulle basi della forza alimentata dal più turpe egoismo. Noi facciamo la lotta di classe per sconfiggere le classi… S.F. Romano, op. cit., pag. 489.

55 Processo De Stefano, Macchi, Caruso, Motisi, Tribunale Militare Messina (2 sezione), udienze dal 4 al 12 giugno 1894, Tipografia commerciale, Catania, 1894).

56 F. Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, Vol. II, Sellerio editore, 1985

57 Le tesi di San Giuliano furono condivise da diversi esponenti del cattolicesimo sociale quale il prelato Isidoro Carini che nella sua impostazione cattolico – liberale, si ispirò al marchese ma anche alle inchieste di Franchetti e Sonnino, dei contributi di Giuseppe Salvioli, nel segno di un cambiamento dello spirito cattolico verso la questione sociale e l’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII. F. Renda, Socialisti e cattolici in Sicilia, 1900 – 1901, Salvatore Sciascia editore, Catanissetta – Roma, 1972.

58 G. Oddo, op. cit.

59 Il discorso dell’on. Crispi agli operai, in Giornale di Sicilia, 17 – 18 maggio 1886, in G. Astuto, op. cit.

60 N. Colajanni, op. cit.

61 In Sicilia vi erano ancora 86.000 ettari di terre incolte che non vennero quotizzate.

62 G. Manacorda, Crispi e la legge agraria per la Sicilia, in Archivio storico per la Sicilia orientale, 1972.

63 Il percorso autonomista in Sicilia trovò un suo primo concreto tentativo di realizzazione a fine Ottocento e nello specifico con il governo di Antonio Starabba marchese di Rudinì che tornò a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio dei ministri nel 1896. Egli, da regionalista convinto qual era, decise di applicare in Sicilia una prima forma di autonomia, arrivando alla conclusione che un decentramento amministrativo nell’isola avrebbe apportato indubbi miglioramenti. Dopo aver concesso l’amnistia ai condannati dai tribunali di guerra per i fatti del 1893-1894, (con la minaccia di nuovo arresto in caso di ricostituzione dei Fasci), istituì con Decreto regio (poi convertito in legge nel luglio 1896) la figura del Commissario Civile come primo passo verso l’autonomia speciale per l’isola. Nell’aprile del 1896 venne nominato il conte Giovanni Codronchi – Argeli, senatore del Regno, il quale s’insediò a Palermo con ampi poteri. Durante quell’anno, inoltre, venne elaborato il Memorandum dei socialisti di Palermo indirizzato proprio a Codronchi (una delegazione guidata da Rosario Garibaldi Bosco consegnò il documento direttamente al senatore conte) che oltre a stabilire la linea politica del socialismo isolano, espresse il desiderio autonomista. Nello specifico, la piattaforma rivendicativa riguardava: autonomia regionale, suffragio universale, elezione annuale delle amministrazioni locali, introduzione del referendum popolare, istituzione delle Camere del lavoro e dei Probiviri per la fissazione dei Patti agrari e dei salari, nazionalizzazione delle miniere, affidamento dei lavori pubblici a cooperative, sostegno pubblico alla cooperazione di consumo, riforma fiscale, lavoro minorile, abolizione del cottimo, riduzione orario di lavoro, libertà dei lavoratori di organizzarsi e lottare per difendere i loro interessi politici ed economici. Fu la prima volta che autonomia e movimento operaio e contadino si incontrarono, dando vita all’autonomismo democratico socialista, contrapposizione naturale del più vecchio e dannoso autonomismo conservatore. In quell’anno, inoltre, per la prima volta fu discussa l’autonomia regionale in Parlamento, proprio in riferimento alla Sicilia e che vide tra i sostenitori figure quali Napoleone Colajanni e Leopoldo Franchetti.

64 Dal 1894 al 1913 emigrarono 1.063.734 siciliani. P. Maccarrone, Fasci siciliani e lotte dei cattolici, edizioni Makar, Biancavilla, 2007

65 A Palermo si formò il Circolo dei Buoni Studi, guidato da giovani quali Torregrossa e Mangano che diventeranno figure di rilievo della democrazia cristiana siciliana. Durante la riunione del I° maggio 1894 intitolata L’attuale movimento socialista e la società dell’avvenire, Torregrossa sostenne che il socialismo in quanto è movimento delle masse […] è un fenomeno che merita la più seria riflessione e che richiede molta sagacia e molta franchezza per essere giustamente giudicato; bisogna definire la via da battere dell’azione cattolica per opporsi a tanto sfacelo, per avviare a giuste tendenze questo movimento minaccioso. Al Circolo dei Buoni Studi, in La Sicilia Cattolica, 1 -2 maggio 1894. I cattolici siciliani si resero conto della necessità di un programma intenso di azione sociale tra la classe lavoratrice isolana. Mangano parlò di socialismo cattolico e dell’importanza dell’attitudine sociale del cattolicesimo, quasi dimenticata. Nel luglio 1895 a Palermo si tenne il congresso cattolico dell’Opera dei Congressi, organizzazione che riuniva tutte le società operaie cattoliche italiane.

66 Archivio F. Crispi. Inv.48, 30 – 34. Stato d’assedio in Sicilia, fasc. n. 699, sottofasc.10; fasc.711, sottofasc.5; fasc.720-723.

67 Relazione, pag. 9

68 Per far fronte alla situazione di disagio che molte attività commerciali stavano subendo per colpa dello stato d’assedio, venne emanato un decreto del 5 gennaio 1894 che prorogava di due mesi la scadenza di tutti gli effetti cambiari in corso di circolazione, in tutte le province della Sicilia.

69 Lo stesso Morra ammise la differenza rispetto allo stato d’assedio proclamato nel 1866 soprattutto nell’elemento più importante: la mancanza effettiva di armi.

70 Morra sostiene che, cessato lo stato d’assedio, gli inviati a domicilio coatto riottennero la libertà.

71 I Tribunali di guerra ebbero potere di giudizio sui reati previsti negli articoli 225, 246, 247, 252, 253, 254, 255 del Codice penale comune e con decreto del 20 gennaio 1894 quelli contemplati nel libro 2° titolo primo dello stesso codice. Se le istruttorie vennero preparate dalla magistratura ordinaria, quella legata ai reati di contravvenzione al decreto sul disarmo venne preparata dai tribunali militari per la facilità d’accertamento alle contravvenzioni al disarmo. Le pene andavano dai 6 mesi ai due anni. Vennero istituti tribunali militari a Palermo, Messina e Caltanissetta con una sezione autonoma a Trapani: Con ordinanza del 16 febbraio per la gran quantità dei processi di competenz del Tribunale di Guerra di Palermo, istituii tre sezioni e siccome i tumulti scoppiati durante l’insurrezione in provincia di Trapani non erano pochi ad evitare il gran dispendio di una non facile traduzione di tanti catturati da paesi vicinissimi a Trapani sin alle carceri di Palermo, una delle tre sezioni funzionò autonoma a Trapani. Relazione pag.23

72 Secondo Morra, la crescita della banda maurina presente sui Nebrodi, fu causa dei disordini e del dilagare delle agitazioni nell’isola. La fiducia del popolo nei confronti delle forze dell’ordine poteva essere riconquistata solo con un atto di forza degno di questo nome. Relazione pag. 27. Ma la sfiducia delle classi popolari nei confronti di polizia e carabinieri, in realtà aveva una spiegazione ben più profonda e radicata nel tempo come causa dell’assenza dello stato.

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