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Antonio Canepa, l’indipendentista rivoluzionario

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Di Carlo Bonaccorso

INTRODUZIONE

Il 17 Giugno 1945, presso Murazzu Ruttu, contrada Randazzo (Catania), moriva ucciso in uno scontro a fuoco con i Carabinieri, Antonio Canepa, “il professore guerrigliero”. Con lui persero la vita due giovani universitari, Carmelo Rosano e Giuseppe Lo Giudice, tutti componenti dell’EVIS (Esercito Volontario Indipendenza Sicilia). Ma chi era Antonio Canepa? Perché, ancora oggi, la sua storia ha punti poco chiari? Ma soprattutto, come è possibile che la vicenda della sua morte sia ancora piena di punti interrogativi?

IL CONTESTO STORICO E LO SVILUPPO DELL’IDEOLOGIA

Prima di addentrarci nella figura di Canepa, è necessario esaminare il contesto storico e lo sviluppo dell’ideologia indipendentista, per comprendere meglio i movimenti e le scelte del Nostro.

Il 10 Luglio 1943 in Sicilia avviene lo sbarco anglo-americano, senza particolari difficoltà. Le difese italo-tedesche erano deboli e da tempo ormai, reparti dell’esercito italiano dislocati nell’isola, poco riforniti e con il morale a terra, non credevano più nella vittoria. La popolazione siciliana, mai veramente fascista, nel 1941 fu colpita da un folle provvedimento del governo che vide la rimozione di tutti i nativi dagli uffici pubblici, per rimpiazzarli con gente del Nord. Il perché di questo ordine risiede nel tentativo di contrasto da parte di Mussolini delle tendenze separatiste che ormai si espandevano sempre di più all’interno della popolazione, diffuse dalle cellule antifasciste e presenti anche nei GUF (Gruppi Universitari Fascisti), ormai delusi da quel fascismo “governativo” che aveva abbandonato le idee racchiuse nel programma di San Sepolcro, assimilato ormai al sistema. D’altronde, il fascismo in Sicilia si aggrappò totalmente agli agrari, attirandosi sin da subito antipatie da parte di quella classe contadina, maggioranza della popolazione. Lo stesso Prefetto Mori nel 1919 si distinse contro quello che lui stesso definiva “delinquenza proletaria”, ovvero il movimento contadino sviluppatosi impetuoso nel primo dopoguerra. Ritornò in auge, quindi, quel sicilianismo già presente in passato nella storia isolana, presente prevalentemente negli ambienti liberali, ma adesso anche tra comunisti e socialisti che ne fecero una chiara rivendicazione nazionale. Quel 1941, dunque, fu determinante nel dare un fortissimo impulso all’indipendentismo e alla formazione clandestina di piccoli gruppi d’ispirazione separatista, tra cui spicca “Sicilia e Libertà”, molti dei quali successivamente confluiti in un’unica realtà politica.

In questo contesto, quindi, inizieranno a delinearsi quelle che saranno le due correnti del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (M.I.S.); tra il 1942 e il 1943, infatti, circoleranno oltre a numerosi manifesti clandestini, due opuscoli: “Elogio del latifondo siciliano” di Lucio Tasca, proprietario terriero, e “La Sicilia ai siciliani” di Mario Turri (pseudonimo di Antonio Canepa). Il primo, chiaro proclama di difesa del latifondo siciliano, reazionario e conservatore, il secondo invece un vero e proprio manifesto indipendentista d’ispirazione socialista. I numerosi tentativi da parte di quella che sarà la dirigenza del M.I.S. di conciliare queste due anime (inutilmente in quanto naturali contrapposizioni ideologiche e sociali) furono la causa principale del disfacimento del Movimento, negli anni successivi. Tra queste due correnti, vi fu un uomo che poco tempo dopo diventò il leader dell’indipendentismo siciliano: Andrea Finocchiaro Aprile. Figlio di Camillo Finocchiaro Aprile, liberale, Ministro di Grazia e Giustizia del governo Fortis, Andrea venne eletto alla Camera nel 1913 come liberale e nel 1919 fu nominato Sottosegretario alla Guerra nel governo Nitti. Dopo il 1922, si ritirò dalla politica, esercitando la carica di avvocato a Roma. Tra il 1940 e il 1943, si riunisce con esponenti liberali antifascisti in quello che ufficialmente era chiamato “Circolo dello scopone”, ma che in realtà discuteva le prime basi di quello che poi sarà il M.I.S.

Il 22 Luglio 1943, giorno dell’entrata a Palermo delle truppe alleate, la città si ritrovò piena di manifesti affissi nei muri a firma “Comitato per l’Indipendenza della Sicilia”. Questi manifesti di benvenuto esprimevano la necessità di uno stato siciliano indipendente di tipo repubblicano, mettendo l’accento sul fallimento dello stato italiano in Sicilia.  Quel Comitato si trasformerà poco dopo in Movimento e dopo un iniziale consenso da parte degli anglo-americani oltre a un significativo consenso popolare, i risvolti politici successivi e la riconsegna dell’isola al neonato governo italiano che lottò aspramente contro il separatismo, porteranno l’ideologia indipendentista alla quasi totale scomparsa.

ANTONIO CANEPA

“Quando faremo la Repubblica sociale in Sicilia, i feudatari dovranno darci le loro terre, se non vorranno darci le loro teste”. Questo pensiero racchiude perfettamente l’ideale di Antonio Canepa, leader di quell’indipendentismo di stampo socialista, figura rivoluzionaria di alto livello culturale. Canepa era comunista e questo la destra agraria separatista lo sapeva bene.

Nacque il 25 Ottobre 1908 da padre Pietro, giurista e professore universitario e da nobildonna Teresa, sorella del deputato Antonio Pecoraro, del Partito Popolare. Studiò presso il Collegio dei Gesuiti prima a Palermo e successivamente ad Acireale. Nel 1930 si laureò in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Palermo con una tesi dal titolo “Unità e pluralità degli ordinamenti giuridici”. Durante i suoi studi universitari, il Nostro entrò in contatto con cellule antifasciste, mostrando così sin da giovane il suo odio contro il fascismo. Tentò inoltre di organizzare un attentato contro Mussolini; la sua intenzione era quella di imbottire di esplosivi i cunicoli sotto Palazzo Venezia (da lui scoperti dopo attenti studi effettuati tramite mappe rinascimentali), tuttavia la sua reazione fu amara quando scoprì che quei cunicoli erano già stati bloccati dal Corpo di polizia personale del Duce. Nel Giugno del 1932 diventò Sottotenente di fanteria del 6° Reggimento, dopo aver completato la Scuola Allievi Ufficiali. Qui conobbe Luigi Attinelli, anche lui antifascista. I due, insieme e con il sostegno del fratello di Canepa, Luigi, organizzeranno un tentato colpo di Stato a San Marino, anch’essa governata da una giunta fascista. Il tentativo fallì e Antonio venne rinchiuso alla clinica “Bello sguardo” di Roma, in quanto dichiarato “insano di mente”. Probabilmente, l’intervento influente della famiglia materna gli evitò il carcere e lo fece trasferire a “Villa Stagno”, clinica di Palermo, dove terminò “la cura”. L’obiettivo del Nostro fu allora chiaro: fingersi un buon fascista per potere avere maggiore libertà d’azione. Riuscì a farsi dichiarare non idoneo al servizio militare e nel 1937 ottenne la cattedra all’Università di Palermo prima e Catania poi in “Storia delle dottrine politiche” e “Storia dei Trattati e politica internazionale”. A Canepa tuttavia, serviva la piena fiducia da parte del regime e così scrisse “Sistema di dottrine del fascismo”, un’opera che nel 1938 gli valse elogi in tutto il paese.  Attenuatasi l’attività di controllo su lui, ebbe modo (si dice) di entrare in contatto con i Servizi Segreti Britannici, tuttavia questo aspetto della vita di Canepa rimane oggi un grande punto interrogativo. Non esiste di fatti un documento o testimonianza che confermi l’attività di spionaggio del Nostro per conto degli inglesi. Confermata invece la creazione, insieme con alcuni suoi studenti, del Gruppo Etna, formazione clandestina che si rese protagonista di azioni di guerriglia, quale quella all’Aeroporto di Gerbini che costò ai tedeschi la perdita di quasi tutti i caccia stanziati nell’isola.

LA LOTTA PARTIGIANA IN TOSCANA

Nel 1944 Antonio Canepa si trovava in Toscana a combattere come partigiano. Inizialmente impiegato nelle Brigate “Matteotti”, lo si ritrova tempo dopo Comandante di una Brigata, la “Brigata Matteotti del Partito dei Lavoratori”, sotto pseudonimo Tolù. Tale nucleo partigiano fu creato dallo stesso Canepa, così come il Partito dei Lavoratori, in aperto contrasto con le forze del Comitato di Liberazione Nazionale. A Firenze, infatti, dopo l’entrata in città delle truppe anglo-americane, il 21 Settembre 1944, comparve un manifesto in città su carta rossa che scombussolò non poco l’area comunista. Il testo del volantino, dopo un iniziale ringraziamento alla truppe alleate, rivendicava per la classe lavoratrice la possibilità di essere lasciata libera di regolare i conti con quella borghesia che fu alleata del fascismo. Il manifesto si concludeva con il motto “Tutto il potere ai lavoratori e la firma “Partito dei Lavoratori”. Da dove veniva fuori questo volantino? Come mai il CLN non ne sapeva nulla? Lo stesso Canepa rispose dalla rivista del Partito, “Il Grido del Popolo”, rivendicandone la paternità e chiamando la classe lavoratrice alla lotta per la conquista del potere, diffidando dai governi che magari sotto la dicitura “socialista” non faranno altro che umiliare i lavoratori. Tolù provò a denunciare in questo le troppe ambiguità che lui stesso percepì più e più volte all’interno del CLN, venendo successivamente accusato di compiere azione di spionaggio per conto dei servizi segreti inglesi. Questa accusa non trovò mai fondamento.

Il Partito dei Lavoratori, guidato da Canepa e composto da un discreto numero di militanti, in un opuscolo programmatico, sosteneva: “Chi vuole agire sulla realtà, deve partire dalla realtà. Qual è, in realtà, la situazione italiana? E che cosa avverrà domani in tale situazione? L’Italia esce da una dittatura fallita e da una guerra perduta. Ne esce politicamente disorientata, economicamente rovinata. La cosa più terribile è che più di tutti verremmo a soffrirne noi lavoratori. Se lasciamo correre, se lasciamo fare agli altri, se non ci impadroniamo noi del potere, finirà che avremo la peggio. I grandi proprietari terrieri, gli industriali che hanno accumulato tesori con le loro forniture allo Stato, gli speculatori, i farabutti che ancora dispongono di ville e gioielli e servitori, ci cammineranno sulla faccia. Il Governo se lo combineranno sempre loro. Sarà un Governo di coalizione o magari un Governo socialista. A parole sarà un Governo pieno di tenerezze per noi, pieno di premure per noi. Ma sotto sotto, vedrete che fregatura! Coi nemici del popolo non si deve mai andare d’accordo! Scendere a patti con il nemico significa rinunciare alla lotta, significa cedere le armi, significa avvilirci, abdicare e forse tradire. In che differiamo dagli altri partiti: non soltanto ci distinguiamo per il nostro passato antifascista e rivoluzionario, per le nostre origini schiettamente proletarie. Ci distinguiamo perché con il nostro programma non c’è possibilità di equivoci. Qualche settimana fa un commentatore di Radio Bari lamentava l’indifferenza del popolo italiano di fronte ai partiti politici. Pochi si interessano alla loro attività. Pochi si scrivono alle loro file. Perché? Non parliamo dei partiti borghesi: Partito d’Azione, Partito Liberale, Democrazia Cristiana…tutti dicono che dietro questi signori si nascondono le forze oscure del capitale. Parliamo piuttosto dei veri partiti di sinistra che sono -oltre il nostro- quello dei socialisti e quello dei comunisti. I socialisti si sorprendono perché il popolo non ha più fiducia in essi. Non soltanto in Italia. In nessun paese il popolo ha più fiducia in essi. Ma come potrebbe avere fiducia? Ha veduto i socialisti al Governo tante volte e in tanti paesi! Renner in Austria. Scheidemann in Germania. McDonald in Inghilterra, Millerand e Blum in Francia, Branting, Sandler, Hansson in Svezia. Vandervilde e Spaak in Belgio. Bonomi in Italia. M tutti, riformisti o non riformisti, hanno lasciato le cose come prima. Nessuna riforma seria, coraggiosa, profonda, sono stati capaci di attuare durante il loro Governo. E allora il popolo non si fida più (…). I comunisti, invece, non hanno paura. Si è visto in Russia. Perché dunque nemmeno i comunisti riescono a trascinare dietro, come vorrebbero, la massa del popolo italiano? È che in Italia i comunisti sembrano molto accomodanti. Hanno cominciato con Vittorio Emanuele e con Badoglio. Molti temono che, andando avanti così, finiranno per andare a braccetto con i peggiori nemici del popolo. Che scherzo è questo? Lenin, in Russia, non ha mai collaborato con i governi borghesi (…). La storia ci insegna che le minoranze divengono presto forze predominanti se esse rappresentano la volontà popolare (…).

Le proposte, quindi, portate avanti dal Partito dei Lavoratori, venivano elencate in dodici punti:

  1. Le ricchezze del Paese dovranno servire esclusivamente al benessere del popolo lavoratore. Le banche, le fabbriche, le miniere, la terra, saranno affidate a coloro che vi lavorano;
  2. Nessuno farà il servo ad un altro uomo. Tutti dovranno lavorare. A tutti dovrà essere assicurato il lavoro;
  3. La giornata lavorativa sarà di 5 ore. I lavoratori avranno un mese di vacanza all’anno. Saranno creati loghi di ritrovo e di svago e saranno organizzati centri di cultura;
  4. Tutti i lavoratori dovranno avere gratuitamente una casa comoda ed igienica;
  5. La remunerazione dei lavoratori sarà stabilita, secondo un piano economico generale, dagli stessi lavoratori. Essa dovrà permettere di vivere dignitosamente. E sarà aumentata in base alla produttività di ciascuna azienda e in proporzione del rendimento di ogni lavoratore;
  6. I lavoratori ammalati o infortunati, e quelli in pensione, avranno il medesimo trattamento economico di cui godevano durante il servizio;
  7. L’educazione e l’istruzione, da quella elementare a quella universitaria, sarà interamente gratuita;
  8. Le donne avranno gli stessi diritti riconosciuti agli uomini;
  9. Tutto il potere ai lavoratori. Essi non solo eleggeranno coloro ai quali spetterà di amministrare la vita economica politica del Paese, ma dovranno anche essere singolarmente consultati prima di qualsiasi decisione che li riguardi;
  10. Il massimo rispetto della personalità umana dovrà essere garantito a tutti. La libertà di associazione e di stampa, di lavoro e di culto, dovranno essere effettive e complete;
  11. La giustizia sarà gratuita. Opportuni controlli dovranno permettere di scoprire qualunque menomazione delle libertà e dei diritti individuali;
  12. Scopi della politica internazionale saranno: sicurezza collettiva e rinunzia alla guerra, libertà degli scambi ed equa ripartizione di ogni ricchezza naturale.

La rottura con il Partito Comunista Italiano fu definitiva. Il CLN non riconobbe il Partito dei Lavoratori, osteggiandolo e bloccando le stampe degli opuscoli e del giornale. Antonio Canepa tornerà così a Catania il 20 Ottobre 1944, il giorno dopo la Strage del Pane avvenuta a Palermo nel quale persero la vita 19 persone. Da quel momento il Nostro si dedicò interamente alla causa indipendentista.

MARIO TURRI

Il 19 Ottobre 1944 a Palermo, centinaia di impiegati per lo più comunali, scendevano in piazza per rivendicare maggiori condizioni economiche. La Sicilia era tornata sotto l’amministrazione italiana, tuttavia la popolazione isolana continuava a soffrire la fame. Due giorni prima a scendere in piazza furono gli statali. Si chiedeva nello specifico, oltre ad un aumento dei salari, pane e pasta, l’indennità di carovita e il riconoscimento a Palermo della qualifica di “città disagiatissima”, come già concesso a Firenze, Roma e Napoli. Fu così che quella che doveva essere una protesta di categoria, si allargò coinvolgendo diversi strati della popolazione, diverse categorie di lavoratori, tutti ormai al collasso. Il corteo si diresse verso il palazzo della Prefettura, in Via Maqueda, per manifestare di fronte agli uffici dell’Alto Commissario e del Prefetto. Entrambi però erano assenti quel giorno e a gestire quella difficile situazione fu il vice prefetto Pampillonia che pensò bene di chiamare la divisione “Sabauda” dell’esercito italiano, con particolari compiti di sicurezza. Poco dopo l’arrivo dei militari, una bomba a mano esplose a pochi metri dal camion (almeno così viene riportato dai rapporti ufficiali); i soldati spararono uccidendo 20 persone (alcuni dei quali giovani compresi tra i 12 e i 17 anni) e ferendone 108. Una strage. Venne subito denunciata la presenza, all’interno del corteo, di sobillatori pronti a creare il caos. Tutti puntarono il dito contro i separatisti (ma non vi fu mai alcuna prova concreta del loro coinvolgimento). L’Alto Commissario Aldisio, in particolare, democristiano fortemente anti separatista, inizialmente optò per l’arresto di Andrea Finocchiaro Aprile, cambiando successivamente idea.

Il gruppo dirigente del MIS, frattanto, in quei giorni si trovava a Taormina per il I Congresso Ufficiale del Movimento. Le notizie della strage arrivarono nel pomeriggio di giorno 21. Aldisio decretò la chiusura di tutte le sedi del Movimento Indipendentista, suscitando sdegni all’interno del CLN, in particolare il suo gesto venne condannato da Li Causi, segretario regionale del PCI che condannò l’uso poco democratico delle forze dell’ordine. Finocchiaro Aprile, dal canto suo, dotato dell’esperienza politica necessaria, rispose con una fortissima propaganda antistatale, accusando Aldisio e il governo italiano di repressione anti democratica e fascista nei confronti del MIS. E vinse la battaglia. Le pressione del CLN costrinsero l’Alto Commissario alla riapertura delle sedi indipendentiste. Antonio Canepa, in tutto questo, non si limitava ad osservare, ma stava già organizzandosi per creare l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia. Sconvolto dalla strage di Palermo, il Professore a metà Novembre del 1944, diffuse clandestinamente il giornale “Sicilia Indipendente”, riprendendo lo pseudonimo di Mario Turri. Il 15 Novembre sulle pagine del suddetto giornale, scriveva: Democrazia, libertà, indipendenza, non sono doni che possono essere elargiti da un governo borghese e reazionario. Sono conquiste che dobbiamo strappare con le unghie e con i denti. A viva forza. […] Coraggio, siciliani! Teniamo duro! Contro ogni forma di tirannide e di sfruttamento! Per vivere nella libertà e nella giustizia, nella pace e nell’abbondanza! Viva la Sicilia Indipendente!

 Rientrato all’Università di Catania per insegnare, raccolse una somma decente tale da poter acquistare armi e munizioni al mercato nero.  Egli, infatti, decise di passare ad una fase più acuta del conflitto con l’Italia, organizzando gruppi di guerriglia. E all’interno della Lega Giovanile Separatista, trovò tanti giovani siciliani pronti a combattere. Canepa non accettò mai nessun finanziamento dal MIS, provvedendo autonomamente ai bisogni dell’EVIS. Tale scelta fu dettata principalmente dalla presenza all’interno del Movimento di figure baronali, nemiche giurate dell’indipendentismo socialista del Nostro. Seppur simpatizzante del MIS e in contatto con Finocchiaro Aprile, si tenne lontano dal suo gruppo dirigente, eccezion fatta per Attilio Castrogiovanni e Antonio Varvaro con i quali rimase sempre in buoni rapporti a tal punto che solo loro erano a conoscenza della figura che si celava dietro Mario Turri. E fu durante una discussione proprio con Castrogiovanni, preoccupato dalla caccia che la Polizia dava ai volontari dell’EVIS, che Canepa rispondendogli disse: “Caro Attilio, qualcuno deve morire se si vuole che la Sicilia viva”.

I MOTI DEL “NON SI PARTE”

Nel Dicembre 1944 e per tutto il mese successivo, diversi centri della Sicilia insorsero contro la chiamata alle armi del governo italiano per le classi 1921/1922. L’isola era tornata sotto l’amministrazione italiana nonostante in Sicilia vi fosse ormai un dilagante sentimento anti italiano. Vere e proprie rivolte antimilitariste che al grido “nun si parti” mostravano l’esasperazione dei siciliani, non solo ridotti alla fame ma obbligati a combattere una guerra che gli isolani non hanno mai voluto. Palermo, Enna, Messina, Catania e tanti altri centri dissero no. Sotto accusa caddero oltre al governo Bonomi anche tutto il CLN, colpevole secondo i manifestanti di aggravare ulteriormente le condizioni del popolo già stremato.  A Catania, l’11 Dicembre 1944, vi fu la prima vittima. Durante le proteste, si formò un corteo diretto al distretto militare, ingrossandosi sempre più di giovani contrari alla chiamata. Ciò che avvenne dopo, ancora oggi, non è chiaro; i manifestanti accusarono i militari del lancio di bombe a mano che uccisero il giovane sarto Antonio Spampinato, il distretto invece sostenne che i militari di guardia erano sprovvisti di tale armamento e che la bomba venne lanciata da manifestanti. Nei due giorni successivi, i giovani catanesi continuarono le proteste, denunciando la violenza militare e occupando il palazzo comunale. Gli arresti effettuati giorni dopo colpirono molti indipendentisti e questo venne usato dalle forze dell’ordine, con beneplacito del governo e dell’Alto Commissariato, per etichettare tali proteste come sommosse separatiste. Il 1 Gennaio 1945 a Piana degli Albanesi, comune in provincia di Palermo, la ribellione guidata da Giacomo Perrotta, porterà alla creazione di una Repubblica Popolare che durò 50 giorni, venendo poi repressa dall’esercito. Di intensità ancora maggiore furono le rivolte scoppiate in alcuni piccoli centri quali ad esempio Comiso, dove il 5 Gennaio 1945 insorti armati attaccarono un camion con tre carabinieri, presero la caserma e l’ufficio di polizia e occuparono inoltre gli uffici pubblici. Crearono posti di blocco e instaurarono un governo provvisorio, proclamando la Repubblica di Comiso. Erano più di duemila, quasi tutti giovani di non più di 25 anni. Crearono una milizia cittadina e razionarono i viveri. Resistettero fino a giorno 11. Il Generale Brisotto al comando di un intero reggimento e con la minaccia di un attacco aereo (sic!), era pronto a reprimere nel sangue la rivolta. Monsignor Franchini, incaricato di tentare una mediazione, inviò due sacerdoti che si occuparono dei negoziati: gli insorti ormai stremati, si impegnavano a deporre le armi qualora venisse loro garantita la libertà. Il Generale accettò, salvo sconfessare tutto giorni dopo e in esecuzione a ordini governativi, procedette all’arresto di centinaia di abitanti, inviandoli nelle carceri di Lipari e Ustica.

Il MIS venne accusato da più parti di essere l’istigatore delle rivolte; separatisti e fascisti camuffati, si diceva, avevano portato le popolazioni locali alla violenza, in alcuni casi, con il beneplacito di frazioni comuniste. Si tentò quindi di screditare una protesta che in realtà espresse radicalmente un fortissimo malcontento economico e sociale, malcontento che venne represso con violenza e la repressione da parte di un governo che di fatto, non si discostava molto dai metodi fascisti. E Canepa? Dalle pagine di “Sicilia Indipendente”, egli denunciava la repressione perpetrata dal governo italiano: Nuovi eccidi vengono commessi in Sicilia. Di nuovo i soldati hanno insanguinato le vie di questa isola martire, sparando sul popolo.

Un altro articolo a firma Franco Gemma, ribadiva il carattere antifascista dell’indipendentismo, affermando la volontà di creare battaglioni di volontari siciliani pronti ad arruolarsi per combattere un fascismo ancora ben presente, al comando di ufficiali siciliani e sotto la bandiera siciliana. Nessun giuramento ai Savoia. Canepa aveva quindi già lanciato la fase di resistenza militare. L’EVIS si stava organizzando.

L’ESERCITO VOLONTARIO PER L’INDIPENDENZA DELLA SICILIA

Antonio Canepa non rinnegò mai il suo essere comunista, tuttavia non riuscì mai a farsi coinvolgere pienamente dal Partito Comunista Italiano, reo secondo il Nostro, di non interessarsi realmente alla causa siciliana. Ritornato nell’isola dopo l’esperienza partigiana, frequentò per un periodo il PCI, costruendo parallelamente l’EVIS. Canepa voleva effettivamente capire quali fossero le posizioni dei comunisti nei confronti dell’indipendentismo, se il loro odio riguardasse più l’ideale o il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, considerato il partito degli agrari. Inoltre, già da diverso tempo, Canepa stava provando a gettare le basi per la costruzione di un Partito Comunista Siciliano, insieme con Giovanni Millemaggi, anch’esso indipendentista comunista. Un documento a firma PCS fu pubblicato nel 1944 ed esortava le masse popolari siciliane a ribellarsi contro lo sfruttamento capitalistico dell’Italia “dominatrice”. Lo stesso PCS attaccò successivamente il PCI accusandolo di servire la corona e il capitalismo settentrionale ed espresse la propria vicinanza all’Unione Sovietica definendosi “Partito marxista-leninista di ispirazione indipendentista”. Dal canto loro, il Partito Comunista Italiano e gli altri partiti del CLN si dichiararono sempre anti separatisti, promulgando e difendendo l’unità nazionale. Tuttavia, il PCI fu l’unica realtà politica che si sforzò realmente di capire i sentimenti indipendentisti scoppiati nell’isola, soprattutto perché essi, a dispetto di chi li collocava unicamente e ostinatamente nell’area reazionaria/agraria, furono in realtà ben accolti dal popolo e dalla classe lavoratrice, in special modo quella contadina. A tal proposito, è fondamentale riportare le parole del Segretario Generale del PCI, Palmiro Togliatti, indirizzate ai militanti comunisti siciliani: …ricordate, se volete diventare un partito veramente popolare, voi dovete diventare un partito che venga accolto da ogni lavoratore siciliano, da ogni giovane, da ogni donna, da ogni intellettuale, da ogni contadino come qualcosa di proprio, che parli il linguaggio della Sicilia, che sia capace di risolvere i problemi della Sicilia, appoggiandosi alla alleanza delle forze lavoratrici del Nord sul piano nazionale, ma che essenzialmente sia capace di sviluppare un governo delle masse popolari siciliane contro le forze della reazione

Frattanto, il progetto di sviluppo di un Partito Comunista Siciliano, Canepa lo aveva ben in mente già da tempo, in un’ottica futura, a indipendenza ottenuta. Ciò che in quel momento aveva però priorità assoluta, era l’organizzazione dell’Esercito Indipendentista. Le visite alla sede del PCI si fecero intanto sempre più frequenti, fino a quelle famose elezioni universitarie a Catania del 1944:  Canepa infatti, venne a sapere che il Movimento Giovanile Comunista coalizzatosi con gli altri gruppi universitari del CLN, prevedendo una netta vittoria dei gruppi indipendentisti,  decise di compiere un’azione forte, ovvero, staccare la corrente e rompere l’urna con dentro i voti, impedendo così il regolare svolgimento di conteggio (prendendo spunto da un’azione uguale compiuta da Peppino De Felice nel 1904, in Parlamento, per impedire l’approvazione di leggi liberticide). Una volta staccata la corrente, quindi, i giovani universitari comunisti si recarono nella stanza contenente l’urna, ma non la trovarono; riattaccata la corrente, rimasero di stucco nel vederla tra le braccia di Canepa, nascosto in un angolo.Con quell’azione Canepa uscì definitivamente allo scoperto. Il Partito Comunista Italiano non lo vide più.

Il Nostro, quindi, pensò unicamente alla lotta armata indipendentista. Oltre al recupero di armi e munizioni, Canepa e i suoi compagni, molti dei quali ex appartenenti al Gruppo Etna, cercarono dei posti dove addestrare e preparare i primi nuclei EVIS. Venne scelta la zona di Cesarò, ben conosciuta da Canepa; in poco tempo diversi giovani, universitari e non, molti dei quali provenienti dalla Lega Giovanile Separatista scelsero di entrare nell’Esercito indipendentista. La scelta di Canepa di cercare reclute tra i giovani indipendentisti fu precisa: erano loro i soldati scelti che avrebbero dovuto liberare la Sicilia, i giovani accompagnati da un ideale; rifiutò sempre il coinvolgimento dei banditi presenti in diverse zone dell’isola, dai Niscemesi a Salvatore Giuliano. L’EVIS, per Canepa, doveva essere composto principalmente da nuclei di giovani indipendentisti.

Il 9 Febbraio 1945 Mario Turri emana un regolamento dell’EVIS, nello specifico dei gruppi d’assalto che vengono da lui definiti: Avanguardia dell’Esercito per l’Indipendenza. Sono esclusivamente composti di uomini che non hanno paura. Uomini sceltissimi per fede e audacia, per disciplina e segretezza. Il regolamento prosegue: Prima devono mangiare i soldati e solo dopo gli ufficiali; di tutto ciò che va male la colpa è degli ufficiali. Di tutto ciò che va bene il merito è dei soldati. Non c’è azione, per ripugnante che possa sembrare, che non diventi sublime se fatta per l’idea.

L’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia si impegnò anche nella diffusione e nella propaganda dell’ideale. Già nel Gennaio 1945, ad esempio, su moltissimi muri delle città siciliane comparvero delle “S” ovvero Sicilia, per ricordare la rivoluzione del 1848. Azione rivendicata dall’EVIS.Ma ciò che destò stupore fu la decisione da parte del Nostro di portare alla conoscenza di tutti i campi di addestramento dell’EVIS, creando delle apposite insegne lungo le strade. Una scelta folle sembrerebbe, ma in realtà frutto di una decisione chiara: richiamandosi alla lotta armata di Eamon De Valera, leader dell’indipendentismo irlandese, Canepa optò per un tentativo di riconoscimento internazionale dell’Esercito Indipendentista, secondo le regole stabilite dalla Convenzione dell’Aja del 1907:Le leggi, i diritti e i doveri della guerra non si applicano soltanto all’esercito, ma anche alle milizie ed ai corpi volontari che riuniscano le condizioni seguenti:

-abbiano alla testa una persona responsabile per i suoi subordinati;

– abbiano un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza;

– portino apertamente le armi;

– si conformino alle leggi e agli usi della guerra.

Non solo segnaletiche dunque, ma anche divise e stemmi vennero creati da Canepa, dando così all’EVIS lo stato di esercito paramilitare di liberazione nazionale. Divisa color kaki e trinacria diventarono i tratti distintivi dei guerriglieri indipendentisti. Qualsiasi tentativo di dare all’Esercito Indipendentista una diversa visione rispetto a quella voluta dal Nostro, è frutto di mala fede. Nessuna delle figure del MIS si fece mai coinvolgere appieno dalla lotta armata e lo stesso Canepa lo mantenne indipendente, ben sapendo che la faccia politica dell’indipendentismo siciliano nascondeva figure che poco avevano a che fare con i reali bisogni del popolo di Sicilia. E forse questa scelta la pagò cara. Lui stesso d’altronde, confidandosi con l’amico D’Onofrio, dirigente comunista, disse: I baroni, i feudatari siciliani che pur stavano dietro al movimento indipendentista, ne sarebbero stati travolti sul piano sociale e politico. Ecco perché ritengo opportuna, anzi fondamentale la mia presenza da comunista nel movimento indipendentista.

L’AGGUATO E LA MORTE

Ancora oggi, la morte di Antonio Canepa rimane piena di aspetti poco chiari. La versione ufficiale, scritta in maniera piuttosto superficiale, parla di scontro a fuoco, avvenuto il 17 Giugno 1945, tra Carabinieri e uomini armati, sulla statale 120 all’altezza della contrada Murazzu Ruttu, nei pressi di Randazzo. A morire furono tre banditi. Un altro di essi, ritenuto morto, (si trattava dell’evista Armando Romano) venne chiuso in una bara e trasportato insieme agli altri deceduti al Cimiterro di Jonia (Giarre). Solo l’intervento provvidenziale del custode lo salvò. Tuttavia i verbali ufficiali riportano il trasferimento al Carcere di Catania di Romano la sera del 18 Giugno, dopo ricovero all’Ospedale di Randazzo giorno 17, poco dopo l’agguato. Sempre la versione ufficiale riporta “i banditi” come iniziatori dello scontro a fuoco, in quanto sorpresi dal posto di blocco effettuato dai Carabinieri, uno dei tanti presenti nelle strade siciliane in funzione anti banditismo. Ma già all’indomani della strage, molti aspetti non tornano. Anzitutto proprio la presenza di un posto di blocco lì. Seguendo l’egregio lavoro di Salvatore Barbagallo che nel suo libro “Antonio Canepa. Ultimo atto”, edito da Bonanno editore, ripercorre minuziosamente le fasi prima e dopo l’agguato, ci rendiamo conto delle tante contraddizioni e dei tanti punti lasciati in sospeso.

Anzitutto, il motocarro Guzzi E 500 trasportava ben 6 guerriglieri dell’EVIS: Antonio Canepa, Carmelo Rosano, Giuseppe Lo Giudice, Nino Velis, Armando Romano. Alla guida Pippo Amato. Un ipotetico scontro a fuoco non avrebbe lasciato scampo ai tre Carabinieri, armati unicamente di soli Moschetti 91, fucili pesanti da maneggiare sulle brevi distanze, mentre gli evisti erano armati di pistole” Berretta” calibro 9 e Colt americane. Inoltre, dove stava andando Antonio Canepa? Per rispondere a questa domanda, bisogna tornare indietro giorni prima. Il Comandante dell’EVIS si occupava personalmente di reperire le armi necessarie alla lotta armata e per questo contava su personaggi che nel mercato nero sapevano muoversi bene. Tra questi c’era Vincenzino Corvo, indipendentista vicino all’EVIS e riferimento di Canepa per il reperimento e l’acquisto di armi oltre che nella ricerca di nuove reclute. Ciò che però il Nostro non sapeva era che Corvo era anche un intimo amico di Calogero Vizzini, capo mafia di Villalba e uno dei pezzi grossi di Cosa Nostra nel MIS. Proprio Vizzini, venendo a conoscenza delle attività del Corvo, si premurò “di prendere le giuste misure”. Pochi giorni prima del 17, Canepa avrebbe dovuto incontrarsi a Catania con Corvo che aveva raccolto nuove reclute ma quest’ultimo non si presentò all’appuntamento. Nessuno seppe mai che fine fece. Fortemente preoccupato, Canepa tornò a Cesarò predisponendo tutti i preparativi per il viaggio di giorno 17 Giugno verso Francavilla, per ritirare un carico di armi. Non vi arriverà mai. Risulta fondamentale a tal proposito, tornare alla Conferenza dell’Aja cui si ispirò Canepa e nello specifico ai tratti distintivi che egli diede all’EVIS: divisa color kaki, trinacria cucita e fazzoletto giallo rosso intorno al collo. Tutti sapevano che quelli erano soldati indipendentisti. Soprattutto le forze dell’ordine. Com’è possibile dunque che nelle relazioni ufficiali, essi vengano etichettati semplicemente come banditi? L’esame specifico di come avvennero i fatti, poi, aumenta ancora di più i dubbi e le domande. Trovatisi davanti il posto di blocco, Pippo Amato alla guida del mezzo, inizialmente rallentò per poi accelerare di scatto provando a guadagnare la curva ma Canepa gli ordinò di rallentare. Subito dopo diverse raffiche vennero sparate e come lo stesso Amato racconterà anni dopo, egli riaccelerò allontanandosi dalla zona diventata d’improvviso un inferno. Fermatosi per controllare il cassone con gli altri, si trovò davanti una scena straziante: Canepa ancora vivo ma con uno squarcio alla coscia, Rosano ferito gravemente, Lo Giudice morto e Velis scomparso (quest’ultimo anni dopo dichiarò di aver conservato tutta la verità di quel giorno dentro una cassetta di sicurezza a Londra, ma niente è mai venuto fuori).  I tre Carabinieri, Maresciallo Salvatore Rizzotto, Vice brigadiere Rosario Cicciò e il Carabiniere Carmelo Calabrese riportarono solo ferite lievi. Pippo Amato, su ordine di Canepa, portò il motocarro con i due feriti in una casa di campagna, lasciando lì i feriti e facendosi promettere dai contadini il trasporto in ospedale. Cosa che fecero, ma non appena arrivati, i feriti vennero lasciati in lunga attesa. Lo stesso Dottor Paolo Mannino, fervente indipendentista di turno proprio all’Ospedale di Randazzo non venne informato della presenza di evisti feriti. Mannino, anni dopo, sostenne che Canepa si sarebbe potuto salvare bloccando tempestivamente l’emorragia con un fazzoletto. Per Rosano, invece, non c’era più nulla da fare. Canepa morì dunque per dissanguamento. La versione ufficiale parla di un proiettile che colpì la granata che il Nostro teneva in tasca, procurando così una mortale ferita. Ma, come è possibile che una granata esploda, lasciando intatto il mezzo? Ancora, i colpi ricevuti dagli evisti non combaciano con quelli che avrebbero dovuto essere spari ravvicinati da parte dei Moschetti dei Carabinieri, ma soprattutto, come detto precedentemente, risulta assai difficile immaginare che i suddetti militari possano avere avuto il tempo di trivellare di colpi gli indipendentisti con quei fucili, senza ricevere risposta efficace da parte di soldati armati di armi molto più maneggevoli come le pistole. Insomma, poco, pochissimo torna. Infine, sembra che nessun ordine scritto di realizzazione del posto di blocco sia mai stato ricevuto dal Maresciallo Rizzotto né dal Comandante della Compagnia di Acireale, Capitano Arturo Talò, da parte del Comandante del Gruppo Carabinieri di Catania, Maggiore Antonino Denti di Forlì.

Chi diede dunque l’ordine? Quanti effettivamente spararono quel 17 Giugno 1945? A distanza di anni e con la scomparsa di testimoni chiave, sembra impossibile conoscere la verità. Si potrebbe giungere a tante conclusioni, molte probabilmente più frutto di elaborazioni romanzesche che di concretezza. Di certo c’è che Canepa rappresentava un indipendentismo popolare, naturalmente nemico della corrente agraria separatista e dichiaratamente anti mafioso. In un momento in cui il MIS provava a trattare con lo Stato italiano, l’EVIS diventava una presenza troppo scomoda.

Supposizioni queste, certo, ma non così distanti da una realtà che andava sempre più defilandosi e nella quale la corrente reazionaria imponeva la sua logica all’interno dell’indipendentismo per poi abbandonarlo, passando con la Democrazia Cristiana. L’EVIS provò a rimanere in vita e venne nominato nuovo Comandante Secondo Turri (ovvero Concetto Gallo, figura indipendentista estremamente carismatica ma lontana dalle idee di Canepa). Molti evisti, morto Canepa, lasciarono la lotta armata; l’estremo bisogno di nuovi soldati portò il nuovo comando a coinvolgere i gruppi banditi (in particolar modo la banda capitanata da Salvatore Giuliano che arrivò a parlare finanche di una Sicilia “quarantanovesima stella americana”), distruggendo definitivamente l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia e ciò che restava della corrente socialista dell’indipendentismo siciliano.

Il 15 Maggio 1946 il Consiglio dei Ministri presieduto da Alcide De Gasperi approva il Decreto n.455 con il quale fu istituita la Regione Siciliana. Lo Statuto d’Autonomia, fortemente voluto dal CLN siciliano, diventò realtà e successivamente entrò a far parte della nuova Costituzione Italiana. Il 20 Aprile 1947 si tennero le prime elezioni regionali, vinte dal Blocco del Popolo che riportò 590.881 voti, la Democrazia Cristiana 399.182 voti, il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia 170.879. Ma sarà un lento declino che porterà il MIS alla quasi totale scomparsa negli anni successivi. Salvatore Giuliano rimarrà ancorato ai suoi fantasiosi e confusionari ideali separatisti, diventando un mero strumento in mano alla mafia che lo userà per compiere la prima Strage di Stato, quella di Portella della Ginestra, avvenuta il 1 Maggio 1947. Tre anni dopo, il bandito verrà ucciso in circostanze poco chiare a Castelvetrano.

Si conclude così un lavoro che con estrema umiltà ha voluto riportare le azioni e le vicissitudini di un uomo che, aldilà di come la si pensi, ha lottato per nobili ideali, con estremo coraggio e intelligenza. Antonio Canepa, l’indipendentista rivoluzionario. “La Sicilia di domani sarà quale noi la vogliamo: pacifica, laboriosa, ricca, felice senza tiranni e senza sfruttatori!”

Fonti:

Giuseppe Carlo Marino, “Storia del separatismo siciliano”, 1979, Editori Riuniti

Salvatore Nicolosi, “Sicilia contro Italia”, 1981, Tringale Editore

Lino Carruba, “Antonio Canepa e il separatismo siciliano”, 2008 Armando Riesi editore

Salvatore Barbagallo, “Antonio Canepa. Ultimo atto”, 2012, Bonanni editore

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