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I conflitti finali come esito delle crisi geopolitiche: il caso della Seconda guerra dei Trent’anni.

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Scrivendo la mia rubrica sulle origini della Grande Guerra e iniziando a lavorare sulla nuova rubrica dedicata alla origini del conflitto del 1939-1945 ho avuto modo di riflettere approfonditamente su una tematica che già da prima dell’apertura di questo blog arrovellava la mia mente di storico dilettante: è corretto affermare che la prima e la seconda guerra mondiale siano stati due conflitti separati e, soprattutto, che meritino quell’aggettivo di conflitti mondiali? Ovviamente non ho la presunzione di attribuirmi la paternità di questa tesi che è invece da ricercare nel pensiero di alcuni grandi storici della seconda metà del novecento come Ernst Nolte con la sua guerra civile europea o ancora Eric Hobsbawm che parlò di Seconda Guerra dei Trent’anni, definizione quest’ultima che trovo particolarmente calzante. Quest’interrogarmi sulla natura dei conflitti che dilaniarono l’Europa nella prima metà del Secolo breve mi ha però progressivamente portato a fare delle riflessioni più ampie e, in particolare, a chiedermi se non esista una “costante storica” in base alla quale, allorché si avvii una fase di sovversione di un dato status quo geopolitico, questo processo condurrà sempre all’esplodere di un conflitto generalizzato e conclusivo, nel quale tutti i nodi vengano al pettine, che terminerà con l’instaurazione di un nuovo status quo completamente altro rispetto al precedente. Osservando la progressione storica si può infatti a mio parere notare che, nelle relazioni tra gli stati, vi è sempre stato un momento in cui si è raggiunto un determinato ordine di rapporti definibile, in senso ampio, come uno stato d’equilibrio che può essere fondato su un balance of power o su una qualche forma di primato. Questo stato d’equilibrio però non è mai eterno perché, presto o tardi, interverranno delle forze che ne determineranno un’incrinazione; da questo momento in poi, se la mia ricostruzione fosse valida, qualora lo status quo non fosse in grado di assorbire queste incrinature, gli eventi di natura politica, bellica e sociale (in special modo il formarsi di due campi contrapposti di pari forza) che si andranno ad accumulare produrranno un aggraveranno sempre di più la crisi dello status quo fino ad un punto di non ritorno rappresentato da un conflitto finale tra tutti gli attori in campo. Caratteristica di questo conflitto finale sarà il progressivo radicalizzarsi delle posizioni delle parti in causa, cosa che trasforma lo scontro in una guerra di sfinimento tendente ad avere come unico risultato o uno stallo per reciproco esaurimento o il crollo di uno dei contendenti per schianto morale e materiale. È importante comprendere  che questo conflitto finale non nasce come tale, ma lo diviene in forza di quello che io chiamo il “contesto” cioè quell’insieme di memorie, rancori, timori e ambizioni che sono il prodotto del progressivo processo di crisi del sistema di equilibrio geopolitico. Spesso anzi il conflitto finale non è nemmeno il prodotto di una preordinata volontà delle potenze in causa, ma bensì il frutto di circostanze come l’attentato a Sarajevo o la defenestrazione di Praga. Una volta in gioco però queste potenze si trovano, in ragione del “contesto” di cui ho detto, progressivamente spinte ad accettare uno sforzo sempre maggiore che più tempo dura, meno rende accettabile la possibilità di risolvere il tutto attraverso una pace di compromesso.  Chiarisco che il sistema che ho appena delineato non avrebbe le caratteristiche di un ciclo ineluttabile tramite il quale suddividere le epoche storiche (anche perché ho sempre diffidato di ogni schema di periodizzazione rigido),bensì si tratterebbe, come ho già detto, di un modello costante nel processo di evoluzione di una situazione geopolitica. Soprattutto non si deve credere che questo modello abbia i caratteri dell’inevitabilità. L’alterazione dello status quo geopolitico infatti non deve necessariamente essere il prodotto di una crisi progressiva culminante nel conflitto finale, se infatti, come detto, l’equilibrio si dimostra in grado di arginare o assimilare le spinte di rottura è altresì possibile che si abbia un’evoluzione meno traumatica verso un nuovo status quo. L’esempio di ciò secondo me può essere dato dalla fase di storia Europea che andò dal congresso di Vienna alla guerra austro-prussiana: in quei cinquantuno anni, nonostante guerre e rivoluzioni, si evitò il rischio dell’innescarsi di una crisi perché l’equilibrio europeo fu appunto in grado o di arginare le spinte distruttive(contenimento della Russia ad Oriente con la guerra in Crimea e superamento della fase rivoluzionaria del ’48) o di assimilare le suddette spinte (Napoleone III imperatore in Francia, indipendenza del Belgio e unità d’Italia) in un nuovo status quo che non fosse rottura, ma “adeguamento di quello precedente”. Ancora può accadere che, sebbene il processo di crisi dell’equilibrio si inneschi, le parti in causa non abbiano la volontà, la forza o  le circostanze per spingere la crisi fino al confronto decisivo restando così in un limbo di conflittualità permanente a medio-bassa intensità che si traghetterà da se al nuovo status quo per inerzia (in tal senso la situazione italiana tra XI e XIII secolo, con lo scontro Impero-Papato e Guelfi-Ghibellini, è a mio parere l’esempio perfetto di un conflitto finale di sfinimento mancato). Lo ripeto ancora una volta ciò che davvero rileva è il contesto, cioè il progressivo accumularsi delle modalità in cui le potenze facenti parte di un determinato equilibrio hanno reagito agli eventi storici che, inevitabilmente, tendono ad alterare lo status quo. È questa alterazione dello status quo geopolitico che, per la natura stessa del divenire storico, sarà inevitabile, e non invece il modo in cui si svilupperà tale alterazione. Esaminando la progressione storica solo dell’Europa ritengo di aver individuato almeno otto conflitti che paiono confermare questa mia impostazione: la guerra del Peloponneso, le guerre puniche, la guerra dei cent’anni, la guerra dei trent’anni, la grande guerra nordica, la guerra dei sette anni, la seconda guerra dei trent’anni (mantenendo così la definizione di Hobsbawm) e infine le guerre jugoslave; vi sono poi almeno altri quattro conflitti su cui, sebbene presentino molti elementi di affinità al modello, mantengo delle riserve: le guerre dei diadochi, la guerra civile tra Cesare e Pompeo, la guerra di successione spagnola e le guerre napoleoniche. Applicando a livello pratico la progressione precedentemente descritta ad esempio sulla guerra dei trent’anni avremo la seguente evoluzione: status quo a fine quattrocento dovuto alla vittoria francese nella guerra dei cento anni, alla pace di Lodi in Italia e alla fine della reconquista in Spagna – rottura progressiva dello status quo con la nascita della rivalità franco-spagnola/asburgica, progetto universalista asburgico, riforma protestante in Germania ed esplosione della rivolta olandese – apice della crisi con l’elezione a re di Boemia di Ferdinando II e conseguente defenestrazione di Praga – guerra che da conflitto germanico a carattere religioso si evolve in un conflitto europeo a carattere politico – pace di Westfalia che sanziona un nuovo status quo incentrato sulla decadenza della Spagna, il riconoscimento dell’indipendenza delle Province Unite, l’abbandono asburgico del progetto di una restaurazione di un Sacro Romano Impero unitario, la certificazione della divisione della Germania in una serie di staterelli, il primato svedese nell’area nordico-baltica e l’affermazione della Francia come nuova potenza egemone. Il grafico a curva a campana che ho disegnato credo faccia ben comprendere il processo evolutivo status quo – crisi – guerra – nuovo status quo che ho provato a descrivere; basta provare e si può vedere come una curva simile sia applicabile a tutti i conflitti da me sopra citati.

Vorrei adesso entrare nello specifico tema delle due guerre mondiali o meglio, come chiamerò il tutto da ora in poi, la Seconda Guerra dei Trent’anni secondo la già citata definizione di Hobsbawm. Nello specifico procederò spiegando in primo luogo perché ritengo contestabile sia la definizione di “guerra mondiale” sia la divisione in due conflitti; fatto ciò proverò ad approfondire tutti i punti più rilevanti che credo siano necessari per rendere chiaro il mio pensiero e il modo in cui questa Seconda guerra dei Trent’anni si inserisce nel processo di crisi geopolitica-conflitto finale che ho sopra illustrato.  Inizio dicendo che, più che di guerra mondiale, per il conflitto che, a questo punto, sarebbe andato dal 1914 al 1945 la definizione più esatta a mia opinione è di una guerra europea a rilevanza mondiale.  Già Winston Churchill ebbe modo di affermare che la vera prima guerra mondiale dovrebbe essere considerata la guerra dei sette anni visto che fu combattuta contemporaneamente su tre continenti (Europa, Nord America e Asia) e sotto molti aspetti essa fu molto più mondiale della fase di ostilità che va, ad esempio, dal 1914 al 1918. Fondamentalmente credo che sia stata l’eterna malattia dell’eurocentrismo a fare in modo di elevare il più grande conflitto europeo mai combattuto allo status di guerra mondiale. Sia la prima fase (1914-1918) che la seconda fase (1939-1945) di questa Seconda Guerra dei Trent’anni furono dei conflitti europei che più che coinvolgere il mondo, come avvenne nella guerra dei sette anni, videro l’intervento in Europa di una potenza extra-europea cioè gli Stati Uniti (sento già le obiezioni in merito al teatro del pacifico tra il 1941 e il 1945, ma datemi tempo perché chiarirò anche questo aspetto). Infatti in quasi dieci anni di conflitto effettivo e totale i 2/3 del mondo furono  o teatri per il combattimenti “fuori sede” tra europei o spettatori passivi o partecipi meramente formali: ad esempio gran parte del Sud America o non prese mai parte al conflitto o si limitò a una dichiarazione di guerra di circostanza a seguito dell’intervento statunitense, senza poi partecipare effettivamente dalle operazioni belliche (solo il Brasile ebbe dei caduti sul campo). Basti dire che l’intero fronte del Pacifico tra il 1914-1918 vide meno caduti che il fronte americano durante la guerra dei sette anni. Ecco allora il perché della definizione che ho precedentemente dato di una guerra europea a rilevanza mondiale: questa Seconda guerra dei Trent’anni fu un conflitto principalmente tra stati europei nata da ragioni geopolitiche europee che, in ragione dell’imperialismo del XIX secolo e dell’estensione del confine politico mondiale, richiamò l’attenzione anche di potenze esterne allo scacchiere Europa che però o intervennero in Europa (vedi gli Stati Uniti) o mantennero un ruolo di comparse interessate (vedi il Giappone tra il 1914-1918). Di fatto un asiatico non avrebbe ragione di ritenere mondiali le ostilità tra il 1914-1918 più di quanto un europeo avrebbe ragione di ritenere mondiali le guerre mongole dell’XI-XII secolo. Ovviamente molti obietteranno che questa analisi va ad infrangersi con il fatto che, durante la seconda fase di questa guerra europea a rilevanza mondiale, vi fu un fronte del pacifico attivo ed importante quanto quello europeo. Vi invito però a tenere un attimo la mente aperta e provare ad interrogarvi su quanto sto per dire: quello dell’Estremo Oriente fu appunto un teatro di una Seconda guerra mondiale o forse si trattò di una grande guerra asiatico/pacifica che si incontrò ed intrecciò con la Seconda Guerra dei Trent’anni? Questa argomentazione, che in un primo momento potrebbe apparire speciosa se non proprio campata in aria per il solo gusto di essere “revisionisti”, è secondo me invece sostenibili sia con argomentazioni di carattere sostanziale che storico-comparato. Le ostilità in Estremo Oriente tra Giappone e Cina, le quali innescarono il processo di crisi dello status quo asiatico-pacifico, erano già iniziate otto anni prima che i soldati della Wermacht entrassero in Polonia, e fu questo espansionismo nipponico, e non il Patto Tripartito firmato nel 1940, a determinare la scelta di Tokyo di portare l’area asiatico-pacifica al suo conflitto finale. Infatti, sebbene fossero formalmente alleati, Giappone e Germania condussero di fatto due guerre parallele senza mai tentare un’effettiva coordinazione del loro sforzo bellico. Bisogna infatti ricordare che, anche dopo la firma del già citato Patto Tripartito, il Giappone rimase in pace con l’Impero Britannico per quasi un anno dichiarandogli infine guerra non per rispetto dell’alleanza, ma come conseguenza della decisione di dare un sterzata ultra-offensiva ai suoi progetti di dominio dell’Estremo Oriente con l’attacco a Pearl Harbor. Inoltre Tokyo non dichiarò mai guerra all’URSS e, stando ai termini sempre del patto Tripartito, né Germania né Italia erano tenute dopo il 7 Dicembre del 1941 ad aprire le ostilità con gli Stati Uniti. A monte dunque dell’Asse Roma-Tokyo-Berlino l’inquadramento degli eventi secondo me propende molto più per un parallelismo tra il conflitto europeo e il conflitto asiatico piuttosto che per una loro commistione in un’unica guerra. Si può dire dunque che la seconda fase della Seconda guerra dei Trent’anni abbia incontrato e condiviso una parte di strada con una Grande guerra asiatico-pacifica combattuta tra il 1931 e il 1945. Sono molti i casi storici citabili di conflitti che si sono tra loro intrecciati, per potenze ed interessi coinvolti, senza per questo poter essere considerati un tutt’uno o comunque letti dalla storia in tal senso. Solo per fare alcuni esempi si possono citare l’intreccio tra prima guerra macedonica e seconda guerra punica (durante le quali Annibale e Filippo V di Macedonia ebbero contatti per uno sforzo congiunto anti-romano) o l’intreccio tra prima guerra civile castigliana e guerra dei cento anni o infine l’intreccio tra guerra polacco-svedese e guerra dei trent’anni. Qualcuno forse potrà pensare se quest’analisi non sia altro che un mero esercizio intellettuale senza alcuna utilità pratica ai fini della ricerca storica, ma secondo me non è così. Degradando infatti quella che ho definito come la Grande guerra asiatico-pacifica a mero teatro di una Seconda guerra mondiale  nata in Europa si finisce per annacquarne le peculiarità storico-politiche nonché perderne di vista le cause proprie essendo queste  sì influenzate, ma non determinate, dalle contemporanee vicende europee. Infine rimane secondo me un ultimo possibile argomento che contro la tesi dell’unicità del conflitto, argomento che vorrei usare  come volano per giungere a trattare l’ultima parte di questo articolo e cioè come questa Seconda guerra dei Trent’anni possa confermare quel meccanismo crisi dell’equilibrio-conflitto finale; si tratta dell’asserzione che non si può dire che nel 1939 vi fu una ripresa delle ostilità dato che la guerra del 1914-1918 si era chiusa con un trattato una pace a tutti gli effetti cioè i trattati di Parigi del 1919, sinteticamente riassunti col nome di pace di Versailles. In tal senso si potrebbe argomentare che, sebbene esista un innegabile legame tra il contenuto dei trattati di Parigi e il riaccendersi delle ostilità nel 1939, la firma di un trattato di pace formale e quei vent’anni di pace propendono a sfavore dell’affermazione che tra il 1914 e il 1945 vi sia stata un’unica grande guerra europea. Davvero però quella di Parigi fu una pace o piuttosto, come ebbe modo di dire il Maresciallo Foch all’atto della firma dei trattati, si trattò solo di una tregua ventennale? Può apparire paradossale, ma non sempre la firma di un trattato di pace può essere considerata come la conclusione di una guerra; se infatti il suddetto trattato non riesce a dare reale soluzione alle cause del conflitto o se una delle parti non lo avverte come vincolante di un nuovo status quo, esso può diventare null’altro che lo strumento per una pausa tattica atta a riprendere fiato prima di un nuovo round di combattimenti. Ancora una volta vari precedenti storici possono essere citati a conferma di questa tesi. La guerra del Peloponneso si interruppe per sette anni tra il 421 e il 414 a.c. allorché Sparta ed Atene firmarono la così detta pace di Nicia che, nelle intenzioni degli estensori, avrebbe dovuto restare in vigore per cinquant’anni e risolvere tutti i contenziosi esistenti tra le polis greche. Ancora la guerra dei cento anni, prima della sua conclusione de facto nel 1453 con la battaglia di Castillon, vide la conclusione di due trattati di pace, quello di Brétigny nel 1360 (che resse per nove anni) e quello di Troyes nel 1420 (che resse solo per due anni), oltre a una serie di tregue come quelle di Malestroit (1343), Leulinghem (1389 e che durò ben tredici anni) e Tours (1444). Tanto nel caso della guerra del Peloponneso che della guerra dei cent’anni la firma di queste “paci intermedie” non hanno determinato la divisione in un primo, secondo o terzo conflitto, ma semmai in una serie di fasi di un’unica guerra e ciò perché l’evidenza della continuità delle cause del contendere rendeva un’eventuale divisione in una molteplicità di conflitti inutile e fuorviante. Ora se consideriamo i trentuno anni che vanno dal 1914 al 1945 come il conflitto finale punto d’arrivo di una crisi di un’equilibrio geopolitico, questo conflitto finale, se i ragionamenti da me fatti fino ad ora fossero giusti, si sarebbe potuto concludere solo con l’instaurazione di un nuovo status quo che risolvesse le cause della crisi del precedente equilibrio.  La domanda dunque che pongo che vi pongo é: queste cause che determinarono l’apertura delle ostilità nel 1914 furono risolte con i trattai di Parigi del 1919? Secondo me no perché la loro risoluzione si ebbe solo nel 1945 con l’insieme della resa incondizionata tedesca e delle conferenze prima di Jalta e poi di Potsdam, e dunque quella intercorsa tra il 1919 e il 1939 fu solo una tregua mascherata da pace che separò le due fasi in cui può essere divisa questa Seconda Guerra dei Trent’anni. Una tregua che fallì perché, come ebbi già modo di affermare nell’articolo con cui aprì questo blog, la Germania nel 1918 non aveva ancora subito quello schianto completo morale e materiale che solo rende possibile al vincitore assoluto della guerra finale di imporre il nuovo status quo. A questo punto però ci si chiederà, ma quali furono queste ragioni di crisi dell’equilibrio così gravi da aver condotto l’Europa a trent’uno anni di ostilità? A mia opinione l’evento che rompe lo status quo geopolitico e innesca il processo che infine condusse al conflitto finale del 1914-1945 fu la nascita del Reich tedesco nel 1871 con le contemporanee crisi dell’Impero Ottomano e, soprattutto, del gigantesco impero asburgico che, dalla pace di Westfalia in poi, aveva insieme alla Russia fatto da pilastro alla stabilità dell’Europa orientale. Credo che infatti sia innegabile che la nascita di una Germania unificata pose al resto dell’Europa la questione della sostenibilità per le altre potenze del continente di un paese primatista assoluto in campo demografico, economico e militare; al contempo la crisi e la successiva dissoluzione dell’Austria-Ungheria, insieme con la Russia czarista, aprì ad est una prateria di ambizioni ed appetiti che spiegano siano i “conflitti nel conflitto” degli anni venti (i quali a mio parere dimostrano vieppiù che i trattati di Parigi servirono solo a rimandare la risoluzione di una serie di questioni geopolitiche apertesi prima del 1914) nonché i rovesciamento delle alleanze tra la prima e la seconda fase delle ostilità (vedi Italia e Romania ad esempio). Concentrando però l’attenzione sul fattore destabilizzante principale, cioè la Germania, questa non faceva mistero della sua ambizione di assumere un ruolo di leadership continentale, prima nella modalità più soft di Bismark del patto dei tre imperatori e poi nella versione più  hard della Weltpolitik di Guglielmo II fino al livello estremo del nuovo ordine europeo immaginato da Hitler nel “Mein Kampf”. Leadership continentale che presupponeva un controllo ferreo germanico sull’area mitteleuropea, una disarticolazione della Francia, un patto con la Gran Bretagna e, dopo l’uscita di scena di Bismark, uno spostamento ad Oriente del confine con la Russia; esempi dei tentativi di dare forma pratica a questo progetto sono riscontrabili nel trattato di Brest-Litovsk, che può essere intesa come una forma embrionale del Lebensraum hitleriano, nonché i costanti tentativi dei vertici nazisti di giungere a una pace con Londra sulla base del riconoscimento inglese del primato continentale teutonico. Questa volontà di rideterminazione dell’equilibrio geopolitico ad opera di Berlino spinse Londra, Parigi, Pietroburgo/Mosca e, in varia misura, Washington ad accantonare le loro pur non irrilevanti differenze e diffidenze reciproche per ergersi invece a fronte di tutela dello status quo continentale. Ciò aiuta anche ad andare oltre al semplicistico inquadramento di un 1914-1918 come guerra politica opposta ad un 1939-1945 come guerra ideologica. A monte del fatto che la trasformazione della natura dei conflitti finali, spesso di lunga durata, non è evento raro, la Guerra dei Trent’anni nasce come guerra religiosa per terminare come guerra politica, l’idea secondo me di un 1939-1945 come la lotta tra le democrazie e i fascismi è abbastanza discutibile. La prova migliore di ciò è che Churchill, ferocemente anti-comunista e non ostile ai fascismi in quei paesi a rischio bolscevismo come Italia o Ungheria, fu il più incrollabile nemico della Germania hitleriana e non per un particolare odio per il nazismo in sé, che comunque disprezzava, ma perché coerente con un pensiero politico che precedeva al 1914 e vedeva nel primato continentale tedesco la più grande minaccia possibile all’Impero britannico. Ovviamente ci sarebbero molti altri aspetti di questa Seconda guerra dei Trent’anni da studiare, ma qui preferisco concludere con questa spiegazione della ratio della mia adesione a questa scuola di pensiero e il suo inserimento nella mia personale “costruzione teorica”; rimando quindi l’analisi del ruolo di quelli che ho chiamato i “conflitti nel conflitto”, dei cambi di leadership nei paesi coinvolti tra le due fasi, del ruolo della rivoluzione bolscevica e di quella fasciata nonché di molto altro a un articolo apposito dove possa concentrami esclusivamente sui vari aspetti di questo unico conflitto finale.

Le due teorie, se così posso permettermi di chiamarle, che ho provato ad illustrare (forse non sempre in modo chiarissimo) in questo articolo, cioè il sistema crisi geopolitica-conflitto finale e la conseguente rilettura del 1914-1945 come un unico conflitto, non hanno la presunzione di essere verità rivelata o la rivoluzione copernicana della storiografia. Si tratta di un contributo di idee e riflessioni da me maturate che ho voluto portarvi non per ottenere una standing ovation, ma per aprire un dibattito dato che, io per primo, riconosco che rimangono delle aree non cristalline nella mia analisi e delle conclusioni che possono produrre una duplice lettura. Concludo allegando una tabella in cui provo a fare una sintesi dell’applicazione delle mie idee ai nove conflitti da me sopra indicati e dando la rassicurazione che, pur con l’intenzione di continuare ad allargare questo discorso con ulteriori contributi, continuerò a portarvi articoli di pura divulgazione storica nei quali ovviamente le mie analisi saranno, come ho sempre fatto, accompagnate dagli altri orientamenti storiografici.

1 Response
  • RenoMD
    18 Mar 2018

    Vorrei ricevere i vostri articoli. Grazie

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