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La notte della Repubblica: Piazza Fontana 1969 – Parte II

Prima di addentrarci nella fase processuale torniamo un attimo agli anarchici per vedere come si era evoluta la loro vicenda mentre nasceva la pista nera. Forze dell’ordine e procura di Roma avevano tentato di irrobustire l’accusa contro Valpreda, ma non si riuscì mai ad andare molto oltre la testimonianza di Rolandi che restava la prova regina. Le indagini di Treviso non era state particolarmente prese in considerazione dagli inquirenti romani, così quando il 22 Febbraio 1972 si aprì alla Corte d’assise di Roma il processo per la strage gli unici imputati erano Valpreda e gli anarchici. Sin da subito la procura si trovò in difficoltà per una serie di colpi messi a segno dal collegio di difesa: l’avv. Giuliano Spazzoli dimostrò infatti che per due giorni le forze dell’ordine non informarono al procura di Milano, che ancora si stava occupando delle indagini, dell’esistenza di Rolandi come testimone portandolo arbitrariamente, contro tutte le norme sul processo penale, a Roma per metterlo a disposizione della procura capitolina. Successivamente l’avv. Fausto Tarsitano mise in luce come l’orario dell’esplosione della bomba alla Banca Nazionale del Lavoro a Roma fosse stato anticipato negli atti ufficiali per dare l’impressione che questo ordigno fosse esploso prima di quello di Piazza Fontana. Poi i giudici dovettero prendere in considerazione l’ingarbugliata vicenda delle dichiarazioni di Achille Stuani: ex deputato comunista Stuani, stando all’appendice de “La strage di Stato”, aveva raccolto le confidenze del suo amico avv. Vittorio Ambrosiano, prima comunista poi fascista di sinistra durante il ventennio e Salò nonché padrino del ministro Franco Restivo, il quale gli aveva detto che il 10 Dicembre 1969 aveva partecipato a Roma a una riunione di Ordine Nuovo, a cui erano intervenuti anche deputati del MSI, in cui si era detto che bisognava “andare a Milano a buttare tutto all’aria” selezionando anche la persona che doveva fare ciò a cui venne dato del denaro. Ambrosini, frequentemente ricoverato in ospedale per vari problemi medici, avrebbe affidato due lettere a Stuani una per il suo figlioccio Restivo e l’altra per il PCI nelle quali dava notizia di avere informazioni sulla strage. Ambrosini morirà il 20 Ottobre 1971 cadendo dal settimo piano dell’ospedale in cui era ricoverato. Messo a fronte di questo intreccio il Presidente della corte Orlando Falco, già autore della quantomeno discutibile sentenza sul poeta Aldo Braibanti per plagio, decise di respingerlo in blocco non ammettendo l’ingresso nel dibattimento. Il 4 Marzo però giunse la notizia dell’arresto di Rauti; continuare ad ignorare la pista nera era impossibile mentre l’intero processo diveniva giorno dopo giorno sempre più una patta bollente. Così due giorni dopo i giudici romani decisero di accogliere la richiesta dei difensori di Valpreda di dichiarare l’incompetenza territoriale di Roma e rinviare gli atti a Milano; in punta di codice l’incompetenza romana era palese sin dal primo momento, ma, come già detto, se si vuole essere maliziosi si può ritenere che questo difetto di procedura sia stato volutamente ignorato per sottrarre l’inchiesta al giudice milanese Paolillo sin da subito scettico rispetto alla pista anarchica. Lo spostamento di sede aprì la questione della carcerazione di Valpreda e degli anarchici, in detenzione sin dal giorno del loro arresto. Il 24 Marzo 1972 l’avv. Spazzoli fece richiesta di nuova sede e di libertà provvisoria per i cuoi assistiti. I giudici milanesi, sostenendo di non avere i poteri di decidere sul merito, rigettarono la richiesta e la Cassazione a Giugno confermò l’atto. Intanto Valpreda era stato candidato alle elezioni dalla lista del Manifesto, agglomerato di sigle della sinistra extraparlamentare, ma, nonostante oltre undicimila preferenze, il magro risultato della lista (0,67% dei voti) impedì all’anarchico di entrare alla Camera e potersi avvalere dell’immunità parlamentare. La battaglia per la liberazione degli anarchici coinvolse sempre più gli intellettuali che iniziarono a produrre una serie di documenti nei quali veniva chiesta la scarcerazione di Valpreda e compagni. Un primo manifesto il 6 Maggio 1972 raccolse quattrocento firme, ma venne duramente criticato da L’Unità per l’inopportunità e l’effetto contrario che avrebbe potuto produrre sulla situazione processuale degli anarchici. Un secondo appello venne reso pubblico il 12 Settembre a firma del Partito Radicale e di novanta intellettuali (tra cui Claudio Abbado, Dario Fo, Giorgio Bocca, Natalia Ginzburg, Vittorio Foa, Camilla Cederna e padre Camillo Del Piaz) a cui si aggiunse il segretario del PSI Mancini, Ferruccio Parri e i sindacati milanesi dei metalmeccanici (ma nessuna firma del PCI). Quello stesso giorno però il procuratore della Repubblica di Milano Enrico De Peppo fece domanda alla Cassazione per trasferire il processo agli anarchici dal capoluogo ambrosiano per legittima suspicione; secondo De Peppo le condizioni dell’ordine pubblico in città impedivano uno svolgimento sereno del dibattimento. Il 3 Ottobre il Presidente della Corte d’assise di Milano Mario Del Rio, sull’argomento che l’istruttoria sul cambio di sede presso la Cassazione non era ancora conclusa, rigettò la richiesta di scarcerazione degli anarchici in quanto irricevibile per difetto di competenza; Giovanni Conso, uno dei massimi processual penalisti del dopoguerra e in seguito Presidente della Corte Costituzionale, dissentì apertamente con questa decisione. Il giorno dopo questa pronuncia venne depositato al tribunale di Milano una “istanza popolare di libertà per gli anarchici” sottoscritta da centomila persone, ma ovviamente trattandosi di un atto non previsto dal Codice di procedura penale essa venne immediatamente respinta. Il 13 Ottobre la Cassazione manda il processo a Catanzaro con conseguente ulteriore allungamento dei tempi per gli anarchici reclusi. Ormai però gran parte del paese si è schierata a favore della loro liberazione, anche perché intanto Rauti era stato scarcerato e la sperequazione pareva a molti ingiustificata, il 22 Ottobre si svolsero in molte città italiane manifestazioni sindacali e a Roma i tre segretari generali dei sindacati CGIL, CISL e UIL chiesero la liberazione di Valpreda e compagni. Anche intellettuali non appartenenti alla sinistra come i cattolici Giovanni Conso, Franco Cordero, Bruno Storti e il già citato padre Camillo Del Piaz chiedevano ormai a gran voce la libertà per gli anarchici. A proporre l’uovo di Colombo fu Luigi Pintor che dalle colonne de “Il Manifesto” propose il 19 Ottobre una legge ad hoc per scarcerare Valpreda. Enrico Berlinguer, Eugenio Reale e Francesco Cossiga si dichiararono favorevoli e così il 26 Ottobre venne presentato un disegno di legge che aumentava i margini di discrezionalità per i magistrati nel valutare la scarcerazione nei casi in cui era previsto il mandato di arresto obbligatorio. Oltre che la situazione specifica di Valpreda, la legge permetteva di affrontare il nodo dei detenuti in attesa di giudizio che, su una popolazione carceraria di novantamila persone, all’epoca erano oltre ventimila. La legge 773/1972, esaminata dal Parlamento con procedura d’urgenza, venne approvata io 1° Dicembre 1972 col solo voto contrario del MSI. Il 5 Dicembre venne presentata dagli avvocati degli anarchici richiesta di scarcerazione al tribunale di Catanzaro e, dopo alcune discussioni per una iniziale lettura restrittiva della norma, il 29 Dicembre Valpreda e gli altri vennero rimessi in libertà dopo 1010 giorni di detenzione.

Dunque un pezzo alla volta tutte le varie parti dell’inchiesta sulla strage giunsero a Catanzaro. Sia all’epoca che in seguito si fece spesso della facile ironia su questo processo spedito “all’altro capo del mondo”, e a volte il sottinteso a questa ironia era che la decisione fosse stata presa con intenti insabbiatori. La Calabria è una regione spesso dimenticata nella storia degli anni di piombo eppure ci sarebbe invece molto da ricordare: intanto la rivolta di Reggio del 1970-1971 durante la quale si ebbe la strage di Gioia Tauro (inizialmente spacciata per tragico incidente ed in seguito accertata essere invece un attentato), poi la morte in un mai chiarito incidente stradale presso Frosinone di un gruppo di anarchici calabresi (Angelo Casile, Giovanni Aricò, Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Annalise Borth) che stava indagando proprio sulla strage di Gioia Tauro e che erano entrati anche nella vicenda di Piazza Fontana in quanto sentiti dal giudice istruttore del processo in merito ai tentativi di Ordine Nuovo di infiltrare anche i gruppi anarchici calabresi ed infine il ruolo che ebbero i forestali della Calabria nel golpe Borghese. In realtà i giudici calabresi furono tutto tranne che insabbiatori e gli andrebbe reso merito per la serietà ed accuratezza del lavoro che svolsero in una situazione tutt’altro che normale. Rendiamoci conto questi si videro dall’oggi al domani arrivare la più importante inchiesta del momento in un tutt’uno di pista anarchica, pista nera e ruolo degli apparati dello Stato! Va detto che della pista anarchica ormai non restava molto visto che era venuto meno anche l’unico elemento su cui di fatto si reggeva tutta l’accusa contro Valpreda e compagni e cioè la testimonianza di Rolandi. Il tassista milanese era infatti malato da tempo e morì nel Luglio 1971; la sua testimonianza era stata raccolta in istruttoria con vincolo di giuramento “a futura memoria” senza la presenza dei difensori degli imputati come ammesso dall’art. 304 bis dell’allora Codice di procedura penale. I difensori degli anarchici sollevarono allora questione di costituzionalità in merito a questa norma e la Corte, con sentenza 64/1972, dichiarò l’art. 304 bis cpp in contrasto con il secondo comma dell’art. 24 della Costituzione. Non solo, i giudici costituzionali espresso anche dubbi sul merito della testimonianza: certamente Rolandi era in buona fede, ma era dubbio che avesse potuto “fissare tanti particolari somatici della persona nonché dettagli dell’abbigliamento” tenuto conto che vi era stato vicino pochi munti, voltandogli la spalle e in un ora del giorno in cui la luce naturale era già abbastanza fioca. Venuta meno l’identificazione del tassista milanese la pista anarchica era pressoché azzerata di sostanza, ma come ammise con onestà Vittorio Occorsio si era ormai in una fase così avanzata che solo il dibattimento poteva certificare che l’inchiesta sugli anarchici era stata completamente sbagliata.

Il 27 Gennaio 1975 si aprì a Catanzaro il terzo processo sulla strage di Piazza Fontana che vedeva riunite la pista anarchica e la pista nera; il dibattimento non durerà però molto in quanto il rientro dalla latitanza di Guido Giannettini, ormai smascherato come agente del Sid a seguito dell’intervista di Andreotti a “Il Mondo”, obbliga a ricominciare tutto da capo per la quarta volta. A questo giro però sul banco degli imputati si sono andati ad aggiungere anche il generale Gian Adelio Maletti capo del reparto D del Sid e il capitano Antonio Labruna, anche lui del Sid, accusati dei depistaggi post-strage. Così se nel terzo dibattimento ci si era concentrati sul ruolo di Mario Merlino quale infiltrato dei neofascisti nel circolo anarchico 22 Marzo, adesso il centro del processo divenne il ruolo avuto da governo e servizi segreti nel nascondere Giannettini ai giudici. Nell’intervista ad Andreotti a “Il Mondo” il giornalista Massimo Caprara scrisse che c’era stata un’apposita riunione di governo nel Luglio 1973 per autorizzare il Sid ad opporre il segreto politico militare ed il generale Vito Miceli confermò che gli erano giunte “indicazioni superiori” in merito alla risposta da dare ai magistrati, ma quale governo aveva deciso ciò? Nella settimana in cui fu presa la decisione c’era infatti il passaggio di consegne tra il governo Andreotti II e il governo Rumor IV. Il 15 Settembre 1977 venne ascoltato Giulio Andreotti che, col suo solito stile felpato, sostenne che non aveva mai parlato di una riunione di governo la quale era stata erroneamente supposta da Caprara; chiamato il giornalista stesso questi invece confermò che il politico democristiano aveva parlato di una riunione di governo. Il giorno dopo fu il turno di Mariano Rumor, annientato politicamente ed umanamente dallo scandalo Lockheed, che negò che la riunione in merito a Giannettini vi fosse stata sotto il suo governo e negando altresì che il ministro della giustizia Mario Zagari lo avesse interpellato in merito. Zagari però affermò invece che aveva girato la richiesta dei magistrati milanesi a Rumor e che questi aveva detto che sarebbe intervenuto presso il ministro della Difesa Mario Tanassi. Tanassi, a sua volta coinvolto nello scandalo Lockheed e per questo condannato a due anni e quattro mesi di reclusione, negò ci fosse stata la riunione ed era una tesi abbastanza ardita in quanto era stato ministro della Difesa tanto dell’Andreotti II che del Rumor IV quindi certamente lui doveva esserci. Messo a confronto con Miceli il capo del Sid confermò che fu Tanassi ad autorizzarlo ad opporre il segreto politico-militare, mentre il politico socialdemocratico arrivò a negare che Miceli gli avesse mai parlato di Giannettini. In sintesi i politici chiamati a testimoniare offrirono un pietoso spettacolo di “Non ricordo”, “Non ho memoria” e “Non mi sovviene” in quello che il giudice Giancarlo Stiz definì come “lo Stato che affonda in diretta” (una selezione delle scene del processo vennero trasmesse in prima serata sulla RAI in un documentario a firma di Corrado Stajano e Marco Fini). Il 21 Novembre 1977 avvenne poi quello che nessuno avrebbe mai creduto possibile: nel confronto tra Miceli e il generale Saverio Malizia (sostituto procuratore generale presso il tribunale supremo militare e consulente giuridico di Tanassi al ministero)in merito a una riunione di alti ufficiali sulla vicenda Giannettini, durante la quale Malizia avrebbe suggerito l’opposizione del segreto, Miceli confermò il vertici mentre Malizia lo negò. Il tribunale ritenne che il secondo mentiva e così, due giorni dopo, su richiesta del pm il generale Malizia venne processato per direttissima in aula e condannato a un anno di reclusione per falsa testimonianza.

Il 23 Febbraio 1979 il Presidente Pietro Scuteri lesse la sentenza di primo grado per la strage: Freda, Ventura, Giannettini e Pozzan sono ritenuti colpevoli e condannati all’ergastolo, condannati il generale Gian Adelio Maletti e il capitano Antonio Labruna (quattro anni il primo e due anni il secondo) per le esfiltrazioni, rinviate al tribunale dei ministri per ulteriori indagini Giulio Andreotti, Mariano Rumor e Mario Tanassi. Assolti invece per la strage Valpreda e gli altri anarchici (incluso Merlino), ma con la formula dell’insufficienza di prove, dunque non un assoluzione con formula piena, abbastanza incomprensibile nel momento in cui il tribunale di fatto certificava la validità della pista nera che, inevitabilmente, escludeva logicamente quella anarchica. Ovviamente la controinformazione celebrò il suo trionfo, rivendicando la primogenitura della pista nera, anche se per onestà va ricordato che in realtà anche la ricostruzione de “La strage di Stato” era stata smentita in quanto la responsabilità non era stata individuata nell’asse Delle Chiaie-Borghese, ma nell’ordinovismo veneto che era stato quasi ignorato nell’opera. Ad ascoltare la sentenza però non ci sono né Franco Freda né Giovanni Ventura, entrambi infatti sono evasi a Gennaio con il favore dell’ndrangheta calabrese. I due fuggiranno in Sud America dove saranno arrestati ad Agosto, uno, Freda, in Costa Rica l’altro, Ventura, in Argentina; Freda sarà subito estradato in Italia in vista del processo d’appello mentre per Ventura la procedura andrà per le lunghe. Il giudizio di secondo grado si apre presso la Corte d’appello di Catanzaro il 22 Maggio 1980, ma l’atmosfera intorno al processo è cambiata: l’attenzione mediatica è scemata dopo la sentenza di primo grado così come quella dell’opinione pubblica anche perché intanto c’è stato il delitto Moro e le BR hanno lanciato la loro offensiva a tutto campo contro lo Stato; anche la controinformazione ha perso terreno travolta dalla crisi della sinistra extra-parlamentare a seguito del rapimento del Presidente della DC. Dopo quasi un anno di dibattimento la sentenza è un ribaltamento totale delle conclusioni del primo grado: tutti gli imputati sono assolti per l’accusa di strage per insufficienza di prove, Freda e Ventura sono condannati entrambi a quindici anni per le altre bombe del 1969 mentre confermata la condanna a Maletti e Labruna, ma con pene ridotte (rispettivamente a due anni e un anno e due mesi). La procura calabrese fa ovviamente ricorso in Cassazione, ma intanto ad Ottobre del 1981 decide anche di riaprire l’inchiesta andando ad indagare nella direzione indicata a suo tempo da “La strage di Stato” e dunque inscrive nel registro degli indagati Stefano Delle Chiaie per strage e Mario Merlino per associazione sovversiva. Questa seconda istruttoria riceverà uno stimolo decisivo allorché Angelo Izzo, condannato all’ergastolo per il massacro del Circeo e da sempre vicino agli ambienti dell’estrema destra romana anche negli anni del carcere, cominciò a collaborare con la giustizia facendo rivelazioni in merio alle stragi di Piazza Fontana, Piazza della Loggia, della stazione di Bologna, del golpe Borghese nonché degli omicidi di Mino Pecorelli, del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella e dei giovani militanti della sinistra milanese Fausto e Iaio. Quelle di Izzo furono un accurato insieme di verità, mezze verità e menzogne di cui ancora oggi è difficile capire se sono tutte integralmente riconducibili alla personalità border line di Izzo o se avevano qualche suggeritore. Certamente vere furono le sue indicazioni in merito allo stupro di Franca Rama, i cui mandanti venne accertato furono alcuni ufficiali della divisione Pastrengo dei Carabinieri, frammenti di verità probabilmente c’erano nell’indicazione di Giusva Fioravanti (leader dei NAR) come esecutore materiale dell’omicidio di Piersanti Mattarella (riconoscimento confermato in sede processuale dalla moglie del politico siciliano), così come l’indicazione di Massimo Carminati (ma non degli altri membri dei NAR) nel delitto Pecorelli ha  trovato parziale riscontro nelle dichiarazioni di Tommaso Buscetta e di altri pentiti di Cosa Nostra che indicarono in Carminati e Michelangelo La Barbera gli esecutori mentre come mandante Gaetano Badalamenti su indicazione dei cugini Salvo per fare un favore a Giulio Andreotti (anche se va detto che in sede processuale tutti furono assolti). Con riferimento alla strage di Piazza Fontana Izzo indicò in Stefano Delle Chiaie il mandante dell’attentato mentre come esecutore materiale riapparve in scena Massimiliano Fachini, il consigliere comunale del MSI di Padova già entrato nell’indagine su Ordine Nuovo del commissario Juliano ed in seguito sarà imputato anche nella vicenda della strage di Bologna. Mentre questa nuova inchiesta prende piede la Cassazione, nel Giugno 1982, annulla la sentenza di secondo grado e ordina la ripetizione del giudizio questa volta presso la Corte d’Appello di Bari. Severo il giudizio di Giancarlo Stiz rispetto a questo secondo giudizio d’appello “Uno spettacolo avvilente. A Bari la Corte d’appello ha condotto il processo in maniera discutibile. E c’erano prove nuove, c’erano alcuni pentiti che avevano collaborato. Eppure si è ripetuta l’insufficienza di prove, malgrado la maggior consistenza probatoria degli elementi presentati”. Dopo otto mesi di dibattimento è appunto di nuovo un’assoluzione generale per insufficienza di prove, dai fascisti agli anarchici, mentre sono confermate solo le condanne per Maletti e Labruna seppur con un ulteriore taglio delle pene. Il procuratore della Repubblica di Bari chiese un nuovo annullamento della sentenza in Cassazione, ma stavolta la Suprema Corte valutò fosse venuto il momento di mettere il punto e il 27 Gennaio 1987, dopo solo quattro ore di camera di consiglio, conferma la sentenza d’appello mettendo così fine alla prima istruttoria su Piazza Fontana con un nulla di fatto.

Mentre la Cassazione metteva la parola fine alla prima vicenda processuale sulla strage, la seconda inchiesta stava per entrare in aula. Le dichiarazioni di Izzo e di altri collaboratori di giustizia, unito al fatto che proprio nel 1987 Stefano Delle Chiaie venne arrestato in Venezuela ed estradato in Italia dopo diciassette anni di latitanza, fornirono materiale sufficiente alla procura di Catanzaro per procedere. Così il 26 Ottobre 1987 di nuovo nel capoluogo calabrese si apre il sesto processo per la strage di Piazza Fontana. Questa seconda inchiesta, che prova a seguire alcune delle ipotesi avanzate ne “La strage di stato”, non prenderà mai davvero quota e già la Corte d’assise assolverà nel 1989 tanto Delle Chiaie che Fachini per non aver commesso il fatto. La corte d’appello confermerà la sentenza dopo che la stessa procura aveva alzato bandiera bianca chiedendo, per entrambi gli imputati, l’assoluzione per il reato di strage e la condanna solo per attività sovversiva. Mentre però questa seconda inchiesta naufragava miseramente avviene qualcosa di nuovo: a Milano un giudice ha iniziato di nuovo ad indagare sulla strage. Il giudice si chiama Guido Salvini ed ha già una discreta esperienza in merito a vicenda di terrorismo avendo indagato sulle azioni milanesi di Autonomia Operaia e di Prima Linea, sull’omicidio dell’agente Antonino Custra durante una manifestazione e, soprattutto, sull’uccisione di Sergio Ramelli, un militante del MSI morto a seguito delle ferite riportate durante un pestaggio a colpi di chiave inglese per mano di un gruppo di Avanguardia Operaia. Ha indagato però anche il terrorismo di destra avendo rinviato a giudizio Gilberto Cavallini, membro dei NAR e autore di una serie di rapine a Milano per finanziare il gruppo. Nel 1988 giunge a Milano da Roma un troncone del processo che nella capitale si sta svolgendo contro Ordine Nuovo, si tratta delle attività del gruppo “La Fenice” di Giancarlo Rognoni ed il fascicolo viene affidato a Salvini. La particolarità sta nel momento in cui si svolge l’indagine, alla fine degli anni ottanta infatti una serie di situazioni vanno a incastrarsi tra di loro dando nuova vita alle indagini sulle vicende degli anni di piombo. In primo luogo l’avviarsi a conclusione della guerra fredda cambia il clima politico interno ed internazionale, inoltre la scoperta delle liste della P2 ha portato all’uscita di scena di molte delle personalità che avevano dominato i servizi segreti per oltre un ventennio. Ancora molta gente ha iniziato a farsi avanti per raccontare la sua versione della storia di quegli anni, ad esempio il capitano Labruna vuole dimostrare che tutto ciò che ha fatto l’ha fatto in ragione di ordini superiori da lui ricevuti. Infine, ed è la cosa più importante, il rientro in Italia del neo-fascista Vincenzo Vinciguerra, che si autoaccusa di essere l’esecutore della strage di Peteano, dà un contributo decisivo alla conoscenza degli anni di piombo in quanto Vinciguerra accetta di delineare il contesto in cui si svolsero le stragi. Vinciguerra è un personaggio quasi unico nella galassia nera, si ritiene un autentico combattente rivoluzionario in lotta non solo contro il comunismo, ma anche contro lo Stato. Quando però alla metà degli anni settanta si rende conto che ampie porzioni della destra extra-parlamentare hanno legami tanto con apparati dello Stato (forze di sicurezza e servizi segreti) quanto con ambienti della odiata NATO, organizza la strage di Peteano contro i carabinieri per provocare una rottura. Invece le istituzioni depisteranno le indagini per non far venire alla luce i rapporti ambigui tra i servizi segreti e Ordine Nuovo, di cui Vinciguerra faceva parte, e permetteranno agli attentatori di fuggire all’estero. Vinciguerra si recherà così in Sud America sperando di trovare nelle Junte latino-americane gli eredi di quel suo fascismo duro e puro, invece resterà deluso anche da queste e così alla fine degli anni ottanta decide di rientrare in Italia per assumersi tutte le responsabilità delle sue azioni. Non si considera un pentito, ed infatti si rifiuterà sempre di fare i nomi, ma accetta di raccontare tutto il resto così da mettere in luce la differenza tra la sua condotta e quelle di molti suoi camerati che egli ritiene sia stati usati dallo Stato. Grazie a Vinciguerra il giudice veneziano Felice Casson svela l’organizzazione GLADIO, braccio italiano della struttura NATO Stay-behind, ed iniziano così a riannodarsi le fila tra le varie braccia dell’eversione italiana: le stragi, i tentativi di colpo di stato e i depistaggi. Vinciguerra accetta di parlare anche con Guido Salvini è getta alcune luci interessanti sulla vicenda di Piazza Fontana. Invita infatti il giudice milanese a focalizzare l’attenzione su ciò che sarebbe dovuto succedere due giorni dopo la strage, il 14 Dicembre 1969: da mesi era stata organizzata al Palazzo dello Sport a Roma una grande manifestazione del MSI e delle varie sigle dell’estrema destra, chiamata pomposamente “Appuntamento con la Nazione”, che invece all’ultimo momento non c’era stata perché vietata dal Presidente del consiglio Rumor. Vinciguerra afferma che l’Appuntamento con la Nazione avrebbe dovuto essere la parata della vittoria dell’estrema destra italiana a seguito della proclamazione dello stato d’emergenza in conseguenza degli attentati del 12 Dicembre e questa dichiarazione richiama le affermazioni fatte nel 1972 a Giancarlo Stiz da un appartenente al gruppo di Freda che aveva indicato nell’Appuntamento con la Nazione una seconda marcia su Roma. Ancora Vinciguerra invita Salvini a non sottovalutare il fatto che lo stesso giorno della strage di Piazza Fontana a Bruxelles si stava tenendo una riunione del Consiglio atlantico ed in seguito affermerà in maniera molto più perentoria che se si cerca la verità sulla strage allora bisogna individuare il vertice di tutto proprio in quella riunione. Oltre alle dichiarazioni di Vinciguerra ci sono le indagini sul gruppo “La fenice” che rapidamente si accerta essere la costola milanese di Ordine Nuovo, emerge chiaramente altresì che “La fenice” era in costante contatto sia col gruppo ordinovista di Padova (Freda, Ventura e soci) nonché con quello di Venezia-Mestre alla guida del quale vi è il reggente di Ordine Nuovo per il Triveneto Carlo Maria Maggia. In questo gruppo c’è un personaggio molto importante di nome Carlo Digilio che si scopre essere l’armiere di Ordine Nuovo, il suo soprannome Zio Otto deriva dalla sua passione per la pistola Otto Lebel. Digilio però non è solo un importante membri di Ordine Nuovo, Salvini infatti accerta che era anche il fiduciario della CIA in Veneto, nome in codice Erodoto, subentrato in questo ruolo al padre alla morte di questi nel 1967. Quando la situazione in Italia si fece difficile per gli ordinovisti, Digilio fuggì a Santo Domingo dove continuò a lavorare per la CIA arruolando esuli cubani da usare contro Castro; nel 1996 però la CIA lo abbandona e lui viene arrestato per poi essere estradato in Italia. Giunto davanti al giudice Salvini, Digilio parla e afferma che nelle prime settimane del 1970 un suo camerata gli aveva detto che “aveva partecipato all’azione di Milano e che nonostante tutti quei morti, che erano dovuti ad un errore, l’azione era stata importante perché aveva ridato forza alla destra e colpito la sinistra” aggiungendo poi che in un secondo incontro nel 1973 sempre la stessa persona gli aveva detto “Guarda che io ho partecipato personalmente all’operazione di collocamento della bomba alla Banca Nazionale dell’agricoltura”. Il nome del camerata che gli aveva fatto queste confidenze era Delfo Zorzi.

Il giudice Guido Salvini che condusse l’ultima inchiesta sulla strage.

All’epoca della strage Zorzi è un giovane studente già molto conosciuto negli ambienti dell’estrema destra veneta per la sua durezza e la mancanza di reazioni alla vista del sangue. Legge avidamente i classici del misticismo fascista come Evola, ma è anche affascinato dal Giappone e dalla sua cultura. Cintura nera di karate, aveva aperto a Mestre una palestra dal nome Ronin Kai dove insegnava arti marziali nonché filosofia zen, misticismo e parapsicologia; si era anche laureato a Napoli in Lingua e letteratura giapponese con una tesi sul fascismo nipponico. In Ordine Nuovo era rapidamente diventato il braccio destro di Carlo Maria Maggia e in seguito Almirante gli offrì un ruolo dirigenziale nel Fronte della gioventù. Quando però la pista nera su Piazza Fontana inizia a farsi strada, Zorzi decide di trasferirsi in Giappone dove apre una fiorente attività di import-export, diventa miliardario, prende la cittadinanza e sposa una giapponese. Nonostante ciò non si fa mancare qualche altra improvvisata in vicende torbide della cronaca nera italiana: nel 1991 presta a Maurizio Gucci, figlio del patron dell’azienda, i trena miliardi con i quali questi evita la scalata al marchio da parte dei soci arabi; unico problema il tasso d’interesse è da usura e tre mesi dopo Gucci restituirà a Zorzi trentasette miliardi. Gucci poi sarà ucciso nel 1995 da un killer inviato dalla moglie in una delle vicende processuali più intricate degli anni novanta. Zorzi intanto è diventato il principale sospettato non solo per la strage di Piazza Fontana, ma anche per quella di Piazza della Loggia a Brescia del 28 Maggio 1974. A sostegno dell’accusa contro Zorzi giungono anche altre testimonianze: un altro suo ex-camerata, Martino Siciliano, racconta a Salvini che l’ultimo dell’anno del 1969 lui, Zorzi e un altro ragazzo stavano festeggiando a Mestre e tra una birra e un’altra all’inizio Zorzi la prende alla lontana “Disse che non dovevamo pensare che per un nazionalrivoluzionario la morte di qualche persona potesse costituire una remora sulla strada della rivoluzione”, per poi divenire più esplicito “Ci fece chiaramente intendere che gli anarchici non centravano per nulla e che erano presi come capro espiatorio per il fatto che coi loro precedenti come bombaroli, un’accusa contro di loro era credibile. In realtà gli attentati di Milano e Roma erano stati pensati e commissionati ad alto livello e materialmente eseguiti da Ordine Nuovo del Triveneto.”. Salvini crede di essere riuscito a ricostruire esattamente come erano stati preparati gli attentati: nell’estate 1969 in un casolare di Paese presso Treviso si erano incontrati Zorzi, Ventura, Pozzan e Digilio ed è quest’ultimo a fornire l’esplosivo ed insegnare come utilizzare i timer per preparare una bomba. Anche la purezza rivoluzionaria di Zorzi però lascia un po’ a desiderare; un giudice di Venezia, Carlo Mastelloni, indagando sulla strage dell’aereo militare Argo 16 scopre un fascicolo dell’Uaarr dal quale emerge che Zorzi era stato un loro informatore. Lo stesso ex-capo dell’Uaarr Federico Uberto D’Amato ammette, coi sui soliti modi gattopardeschi, che Zorzi era stato in rapporti con il vice-prefetto Vincenzo Sampaoli Pignocchi che negli anni settanta era ufficialmente il capo dell’ufficio stampa del ministero dell’interno, ma in seguito si scoprì essere al vertice di una serie d’informatori alcuni anche con nomi in codice. L’Uaarr era, come già detto, anche in stretti rapporti con Avanguardia Nazionale ed è accertato che dal 1966 al 1974 il suo leader Stefano Delle Chiaie è stato un fonte d’informazioni per D’Amato; Delle Chiaie lo abbiamo visto era anche in rapporti con Mario Merlino che si era infiltrato nel circolo anarchico 22 Maggio di Valpreda. Cercando di riannodare le file della strage per individuare i livelli superiori, sia come mandanti che come depistatori, Salvini recuperare un’informativa del Sid datata 16 Dicembre 1969 che era stata consegnata a Gherardo D’Ambrosio nel 1973. Questo documento affermava che esecutore della strage era Mario Merlino, indicato come maoista, su ordine di Stefano Delle Chiaie, questi a sua volta avrebbe agito su indicazione Yves Guerin-Serac indicato come un cittadino tedesco di fede anarchica e noto frequentatore dell’ambasciata della Cina maoista di Berna. Strano documento  sembra suggerire in anticipo la pista nera seppur con un serie di menzogne ben posizionate: Merlino definito maoista, ma soprattutto il ritratto di Guerin-Serac che in realtà è un ex-agente dell’Oas ed è alla guida dell’Aginter Press vera a propria centrale dell’eversione nera con sede nel Portogallo di Salazar e in strani rapporti con la CIA, i servizi segreti italiani e varie sigle dell’estrema destra italiana. A suo tempo D’Ambrosio non poté conoscere l’identità dell’estensore del documento, ma Salvini invece ci riesce e scopre che è Stefano Serpieri, neo-fascista del gruppo Europa civiltà, infiltrato dal Sid sempre nel circolo 22 Maggio.

La ricostruzione dei fatti che Salvini porta ai sostituti procuratori Grazia Pradella e Massimo Meroni è la seguente: nel 1969 in alcuni ambienti è forte la preoccupazione per gli sviluppi della contestazione studentesca e per l’autunno caldo delle lotte sindacali, ci si convince che, per evitare una crescita delle sinistra alle elezioni, sia necessaria una strategia d’attacco. Così alla costola veneta di Ordine Nuovo vengono commissionati una serie di attentati la cui responsabilità sarà da addossare alla sinistra extra-parlamentare, spesso infiltrata dai servizi segreti e dall’estrema destra che hanno già insieme condotto l’operazione “manifesti cinesi” (una serie di manifesti apparentemente d’ispirazione maoista contro il PCI, ma in realtà stampati e affissi da militanti di estrema destra). Agli uomini di Ordine Nuovo viene spiegato che gli attentati servono per creare il clima giusto nel paese per la proclamazione dello stato di emergenza e la messa in atto di una svolta autoritaria sul modello del regime dei colonnelli in Grecia. L’ora X sarebbe il 14 Dicembre, due giorni dopo la strage che dovrebbe sconvolgere il paese. Subito dopo l’attentato, come previsto, entra in azione l’apparato di depistaggio composto da Sid e Uaarr che, prima, indirizzando le indagini verso gli anarchici, e poi coprono il ruolo avuto dagli ordinovisti. Si tratta di una espressione della così detta teoria degli anelli espressa da Corrado Guerzoni, stretto collaboratore di Aldo Moro, alla Commissione stragi nel 1995: l’anello più esterno, di livello istituzionale, a un certo punto inizia a dire che la situazione è grave, che alla NATO sono preoccupati, che il paese è fuori controllo e via dicendo, così tra un anello interno e l’altro si inizia a dire “guarda che al piano di sopra sono preoccupati, bisogna fare qualcosa”; si scende così fino all’anello finale che sono coloro che materialmente agiscono. Quelli dell’anello esterno non avranno mai detto esplicitamente che bisognava mettere le bombe, ma saranno i beneficiari della situazione che le bombe creeranno e saranno coloro che faranno scattare la rete di protezione per l’anello finale quando servirà. In questo senso ci sono anche le dichiarazioni di Paolo Emilio Taviani, ministro dell’interno per la DC varie volte tra il 1963 e il 1974 nonché gran protettore di Federico Umberto D’Amato, che alla commissione stragi affermò che nel 1973 venne a sapere dal capo della polizia che la bomba di Piazza Fontana era stata messa da un gruppo di estrema destra proveniente dal Veneto e che “avrebbe dovuto essere un atto intimidatorio come lo furono quelle contemporanee a Roma”. Aggiunge inoltre Taviani “La sera del 12 Dicembre 1969 il dottor. Fusco, un agente di tutto rispetto del Sid, defunto negli anni ottanta, stava per partire per Milano con l’ordine di impedire gli attentati. A Fiumicino seppe per radio che una bomba era esplosa. Da Padova a Milano si mosse per depistare le colpe verso la sinistra, un ufficiale del Sid, Del Gaudio. Questi due dati sono indizi, se non prove, di atteggiamenti contrastanti dello stesso Sid. In alcuni settori del Sid e dell’Arma di Milano e di Padova vi furono deviazioni.”. Il figlio di Fusco confermò questa testimonianza di cui vanno messi in luce due elementi: l’attenzione di Taviani a tenere fuori dalla redte dei depistaggi l’Uaarr di D’Amato e l’affermazione che Fusco agiva in base ad un ordine il che implica che qualcuno nei vertici del Sid era informato in anticipo che il 12 Dicembre ci sarebbero state delle bombe e non fornì mai questa notizia ai magistrati che indagano sulla strage.

Il 21 Maggio 1998 sono rinviati a giudizio per strage Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni, Carlo Digilio e altri due ordinovisti. Secondo il giudice Salvini fu Zorzi a piazzare materialmente la bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura dopo essere giunto a Milano accompagnato in macchina da Maggi. Non è un processo facile quello che i sostituti procuratori Grazia Pradella e Massimo Meroni si apprestano a portare avanti: sono passati quasi quarant’anni dalla strage e molti testimoni sono morti, alcune prove sono andate perse e gente che dovrebbe stare sul banco degli accusati (come Freda e Ventura) non possono essere processati una seconda volta essendo stati assolti in via definitiva. Anche il clima politico non è favorevole ai giudici: a difendere Delfo Zorzi è l’avv. Gaetano Pecorella che negli anni settanta era stato uno dei promotori del Soccorso rosso, la rete di avvocati che pro bono difendeva gli attivisti della sinistra extra-parlamentare, ma adesso oltre a difendere Zorzi è anche uno dei difensori di Silvio Berlusconi, ritornato durante il processo alla Presidenza del Consiglio. Pecorella sarà anche accusato di aver tentato di comprare il testimone Martino Siciliano con una bustarella da centocinquantamila dollari (sarà assolto). Dopo la sentenza di primo grado, che nel 2001 condanna all’ergastolo per strage Zorzi, Maggi e Rognoni mentre dichiara prescritto Digilio in luogo delle attenuanti dovute alla collaborazione con la giustizia, il PM Meroni affermerà che il governo italiano non dimostra la volontà politica di ottenere l’estradizione di Zorzi dal Giappone e imputa ciò al fatto che Pecorella che anche l’avvocato del Presidente del Consiglio. Nel 2004 la Corte d’appello ribalterà la sentenza assolvendo tutti per insufficienza di prove e un anno dopo la Cassazione metterà la parola fine all’ultima vicenda processuale su Piazza Fontana confermando le assoluzioni e imponendo ai parenti delle vittime il pagamento delle spese processuali.

Davvero però quest’ultimo processo si è concluso ancora una volta con un nulla di fatto? In molti si sono concentrati sulla questione delle spese processuali, come fosse stato un dispetto dei giudici della Cassazione e non un obbligo in luogo del codice di procedura, ma soprattutto in molti hanno seguito il pessimo costume italiano di valutare una sentenza in base al solo dispositivo senza tenere conto delle motivazioni. Le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione tutto fanno tranne che affermare che resta processualmente ignota la responsabilità per la strage, anzi ricostruiscono in maniera chiara e devastante per lo Stato italiano ciò che accadde. In primo luogo la Cassazione afferma che è processualmente dimostrato che le bombe del 1969, comprese quelle del 12 Dicembre, furono tutte parte di una campagna di terrore messa in atto dalla frangia veneta di Ordine Nuovo e che esse avevano lo scopo preciso di provocare una svolta autoritaria, rischio che in Italia si ripeté almeno altre tre volte tra il 1969 e il 1974 con il tentato golpe Borghese, con il golpe della Rosa dei Venti e con il golpe bianco di Edgardo Sogno. Afferma che Digilio è credibile nella ricostruzione del tessuto nel quale nacque la strage, ma ritiene che in merito alla responsabilità dei singoli le sue affermazioni non sono sufficientemente supportate da prove e, in alcuni casi, contraddittorie. Sempre la Cassazione afferma che sono intanto emersi nuovi elementi che, se conosciuti anni prima, avrebbero certamente determinato la condanna per strage di Franco Freda e Giovanni Ventura e questi due non sono dei passanti, ma sono il centro del gruppo ordinovista di Padova che era in stretti contatti con quello di Mestre e con il gruppo “La Fenice” milanese. Ed infatti sempre la Suprema Corte aggiunge che è dimostrato che Zorzi fu a capo, insieme a Carlo Maria Maggi, di un gruppo eversivo costituito a Venezia-Mestre che dal 1967 fu in stretti rapporti con il gruppo padovano. La Cassazione non indica mandanti politici nella strage, ma afferma che l’addossamento della colpa agli anarchici non fu un errore di investigazione, bensì una precisa scelta e che i servizi segreti si attivarono per una cosciente e ripetuta opera di depistaggio delle indagini come nel caso dell’esfiltrazione di Maro Pozzan e di Guido Giannettini. In sintesi la Cassazione dice sappiamo quale gruppo mise la bomba, ma non siamo in grado di dire con certezza chi materialmente entrò quel pomeriggio alla Banca Nazionale dell’Agricoltura.

Cosa possiamo dire di sapere oggi in merito alla strage di Piazza Fontana? Le evidenze processuali e storiche smentiscono con abbondanza di prove le ipotesi alternative alla pista nera che, ancora oggi, qualcuno prova a tirare fuori come quando si è suggerita una sorta di pista rossa 2.0 che vede protagonisti agenti del KGB. Forse l’unica tesi meritevole di studio è quella avanzata da Paolo Cucchiarelli ne “Il segreto di Piazza Fontana”, ripresa anche dal film “Romanzo di una strage”, che non contesta le conclusioni della Cassazione, ma afferma che quel 12 Dicembre a Piazza Fontana c’erano due bombe: una innocua piazzata da Valpreda e una mortale posta da Ordine Nuovo. Si tratta di una ricostruzione interessante perché si basa sulla questione della natura dell’esplosivo utilizzato: si è sempre parlato di gelignite, ma Digilio dichiarò di aver visto anche altro tipo di esplosivo e tra i documenti di Ventura venne trovato un appunto con su scritto Vitezit 30 cioè un esplosivo jugoslavo molto più potente. Processualmente e storicamente si può dunque dire non solo che è dimostrata la responsabilità di esponenti di Ordine Nuovo nel Veneto non solo per Piazza Fontana, ma anche per gli altri attentati del 1969, ma anche il fatto che gli eventi del 1969 non sono una parentesi della storia italiana, ma si inseriscono in un contesto più ampio che chiamiamo strategia della tensione. Infatti le bombe del 1969 vanno considerate nell’ottica delle dichiarazioni rese da Roberto Cavallaro e Amos Spiazzi al giudice Giovanni Tamburino durante l’inchiesta sulla Rosa dei Venti e cioè l’esistenza in Italia, sin dal 1964, di un’organizzazione che riunisce vari gruppi come Ordine Nuovo, il MAR di Carlo Fumagalli, La Fenice e altri riconosciuta a livello istituzionale ed atlantico. Un’organizzazione dall’aspetto molto simile a quella di cui aveva accennato Ventura durante le sue confidenze all’amico Lorenzin e che va messa in relazione con la rete di GLADIO scoperta da Felice Casson. Un’organizzazione che entra la prima volta in azione nelle operazione anti-guerriglia in Alto Adige contro i terroristi autonomisti, e alle quali prendono parte personaggi come Freda, Delle Chiaie, Spiazzi e Fumagalli; un’organizzazione che dopo il 1968 è chiamata a destabilizzare per favorire la svolta autoritaria. Resta però da chiedersi allora perché questa destabilizzazione non ha mai portato al colpo di stato? Forse perché, come qualcuno ha suggerito, quella folla composta, ma risoluta che seguì le bare dei morti di Piazza Fontana mostrò un paese pronto a resistere all’offensiva stragista? O forse perché il golpe non doveva essere effettivo, ma una sorta invece di clima permanente da pre-colpo di stato? Destabilizzare per stabilizzare, spingere l’elettorato spaventato verso il centro e far capire al PCI che non c’era modo per lui di andare al governo senza la DC anche divenendo il partito di maggioranza relativo. Ed infatti dagli anni ’70 il PCI si converte completamente al compromesso storico, anche perché sconvolto dai fatti cileni del 1972, e i comunisti non affonderanno mai il colpo sulla DC in merito al ruolo di apparati dello Stato nei depistaggi, ma cercherà spasmodicamente il reciproco riconoscimento che apra la strada a una coabitazione del potere. In tal senso ci sarebbe anche da chiedere quanto gli esponenti dell’estrema destra fossero consapevoli di essere adoperati dallo Stato come strumenti di cui poi sbarazzarsi una volta esaurito il compito.

L’importanza di una memoria costante di ciò che accadde negli anni di piombo è data dalle risposte offerte da alcuni studenti delle superiori milanesi nel 2000: il 24% non aveva mai sentito parlare di stragi di stato, solo il 14% sapeva porre Piazza Fontana nel decennio giusto, il 43% attribuiva la strage alle BR e solo il 22% ai fascisti. Grandi colpe vanno a una scuola dove la storia del novecento viene fatta finire al 1945, ma anche ad un ambiente sociale che dal riflusso in poi ha sempre prestato meno attenzioni agli sviluppi delle vicende delle stragi tranne indignarsi per mezza giornata quando legge fugacemente la notizia di una qualche assoluzione. E così in molto ricordano l’ultima sentenza su Piazza Fontana esclusivamente per la vicenda delle spese processuali e non per ciò che hanno affermato i giudici così che possono allargare le braccia sconsolati affermando “Non sapremo mai la verità su Piazza Fontana”. La verità invece, come anche per altri fatti dell’eversione, esiste sia processualmente che storicamente e se certamente non può dirsi completamente o interamente soddisfacente, è comunque sufficiente a definire chiaramente cosa accadde nel nostro paese dalla metà degli anni sessanta all’inizio degli anni ottanta.

BIBLIOGRAFIA:

  • Aldo Giannuli, Bombe a inchiostro
  • Gianni Barbacetto, Il grande vecchio
  • Nicola Rao, La fiamma e la celtica
  • Nicola Rao, Il sangue e la celtica
  • La strage di Stato

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