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La storia del Presepe

Di Giovanni Raimondo

Il presepe è una tradizione consolidata nel mondo cristiano, che si festeggia in ogni parte del mondo. Alcuni documenti menzionano il presepe già nel 1025, nella chiesa “Santa Maria ad praesepe” a Napoli, in piazza San Domenico Maggiore, poi scomparsa nel 700. Nel 1223, Francesco d’Assisi andò a Roma, per ottenere l’approvazione della Regola dei Frati  Minori, che ottenne il 29 novembre con la bolla “Solet annuere”. Desideroso di festeggiare la ricorrenza della nascita del Redentore, dopo aver visitato la Terra Santa, precisamente Betlemme, in cui rimase colpito dalla scena della Natività, chiese e ottenne il permesso dal Papa Onorio III. Francesco scelse come luogo Greccio, perchè gli piaceva la semplicità, la povertà assoluta e la sofferenza fisica della natura, il quale lo aiutava a meditare, sentirsi umile  e povero. Quello che è successo quella notte ce lo racconta Tommaso  da Celano nella sua “Vita prima di Francesco d’Assisi”:

“C’era in quella contrada [di Greccio, nella Valle Reatina, romitorio preferito da Francesco] un uomo di nome Giovanni [Velita, signore di Greccio], di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa quindici giorni prima della festa della Natività, il beato Francesco lo fece chiamare, come faceva spesso, e gli disse: “Se vuoi che celebriamo a Greccio l’imminente festa del Signore, precedimi e prepara quanto ti dico; vorrei fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme, e in qualche modo intravedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una mangiatoia (“in praesepio”) e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”. Appena l’ebbe ascoltato, quell’uomo buono e fedele se ne andò sollecito e approntò, nel luogo designato, tutto secondo il disegno esposto dal santo. E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati frati da varie parti; uomini e donne del territorio preparano festanti, ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per rischiarare quella notte, che illuminò col suo astro scintillante tutti i giorni e tutti i tempi. Arriva alla fine il santo di Dio e, trovando che tutto era stato predisposto, vede e se ne rallegra. Si accomoda la greppia, si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. Quella notte è chiara come pieno giorno e deliziosa per gli uomini e per gli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al rinnovato mistero. La selva risuona di voci e le rupi echeggiano di cori festosi. Cantano i frati le debite lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il santo di Dio è lì estatico di fronte alla mangiatoia, lo spirito vibrante pieno di devota compunzione e pervaso di gaudio ineffabile. Poi viene celebrato sulla mangiatoia il solenne rito della messa e il sacerdote assapora una consolazione mai gustata prima. Francesco si veste da levita, perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora è un invito per tutti a pensare alla suprema ricompensa. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva pronunciare Cristo con il nome di “Gesù”, infervorato d’immenso amore, lo chiamava “il Bambino di Betlemme”, e quel nome “Betlemme” lo pronunciava come il belato di una pecora, riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto. E ogni volta che diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e deglutire tutta la dolcezza di quella parola. Vi si moltiplicano i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Vide nella mangiatoia giacere un fanciullino privo di vita, e Francesco avvicinarglisi e destarlo da quella specie di sonno profondo. Né quella visione discordava dai fatti perché, a opera della sua grazia che agiva per mezzo del suo santo servo Francesco, il fanciullo Gesù fu risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e fu impresso profondamente nella loro memoria amorosa. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia. Il fieno che era stato collocato nella mangiatoia fu conservato, perché per mezzo di esso il Signore guarisse nella sua misericordia i giumenti e gli animali…”

Come  scritto nel racconto di Tommaso da Celano, Francesco d’Assisi voleva rivivere la nascita di Gesù in forma reale, nel contesto della Messa, nel senso che voleva vedere la scena reale in cui la Messa avrebbe richiamato la presenza di Gesù in quel luogo, infatti quando parlava dei sacerdoti, li rapportava alla Vergine Maria, perchè fanno rinascere sull’altare Gesù. Il pioniere del presepe antico è considerato Arnolfo di Cambio, che nel 1292, realizzò delle statuine in legno che scolpì per creare le figure, per ordine del Papa Onofrio IV. Nel 1530, Gaetano da Thiene, fu il primo ad vestire i personaggi con gli abiti del tempo e in questo secolo  fu intensa la produzione di presepi però in forma ridotta, fino ad giungere alla realizzazione del primo presepe a figure articolabili allestita dai padri Scolopi nel 1627, a Napoli, in una chiesa alla Duchessa. Questo presepe rappresenta un’innovazione perchè smontabile e si accentua la sacralità della sola grotta della Natività, con le vicende profane della vita quotidiana attorno. Il secolo d’oro del presepe è il 1700, precisamente riguardante il Regno di Napoli, dove si sviluppa la grande tradizione napoletana, cambiando i canoni della rappresentazione religiosa, diffondendola oltre i confini italiani, infatti l’ispirazione fu del frate domenicano  Gregorio Mario Rocco, noto personaggio che girava nei vicoli, per incontrare i peccatori per convincerli a pentirsi tramite il presepe usato come strumento di redenzione , esortando i malfattori a ritrarre la scena della Natività nel tentativo di accendere in loro la fede. Il Re Carlo di Borbone, amava molto lavorare il legno e con l’aiuto della moglie Maria Amalia, allestì un presepe e cucì  dei vestiti. Questa enorme  passione del Re, travolse  tutti gli strati sociali dal più alto al più basso del Regno di Napoli, facendo diventare il presepe da strumento educativo, religioso e moralistico, a semplice passatempo mondano, il quale tutte le famiglie potevano realizzarlo, facendolo diventare più colto e raffinato, guadagnando in popolarità quel che perse in sacralità. I pastori del presepe di Napoli, subirono un processo evolutivo in tre fasi, che li resi di assoluta autenticità:

1) L’altezza dei pastori  di circa 40 cm

2) Adozione dei snodi e giunture, poi si inizia ad applicare la testa e gli arti distinti su un corpo centrale, realizzato avvolgendo della stoppa a un’anima di fil di ferro

3) L’innovazione finale che sostituisce delle teste di legno scolpito, con testine di terracotta modellata per dare una precisa accuratezza e morbidezza espressiva, oltre a  rendere più veloce la realizzazione.

Questa corrente creatosi, scaturì la cimentazione di artisti, architetti, pittori, ceramisti, sarti, musicisti, scultori, orafi e costruttori di strumenti musicali, fecero si che tutta questa pluralità artistica, rese il presepe, qualcosa di ben differente da quello precedente. Questa corrente  aveva creato la corrente siciliana e genovese. Nella Napoli del Settecento, nel presepe, venne proiettato anche l’attualità  che continuò a dilagare e ancora oggi la mondanità profana è esistente  nella creazione del presepe. La tradizione del presepe di Napoli, con la partenza di Carlo di Borbone per Madrid, si diffuse in Spagna. Dopo il regno di Ferdinando I delle Due Sicilie, questa passione si spense lentamente e oggi quello che è stato salvato lo troviamo al Museo di San Martino, alla Reggia di Caserta e al Museo Nazionale Bavarese di Monaco di Baviera. Dopo la fine del Regno delle Due Sicilie, con la massiccia emigrazione nel Nord-Italia e all’estero, il presepe si diffuse, creando diverse correnti. Nel Novecento l’arte diventa artigianato, come quello di San Gregorio Armeno. Vi faccio  tanti auguri di Natale, con la speranza che la Cristianità viva  sempre perchè messaggio di civiltà, amore e pace.

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