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Le battaglie della Grande Guerra – Francia 1914: i taxi della Marna

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Il Conte Alfred Von Schlieffen fu sicuramente uno dei più abili e competenti ufficiali tedeschi di Stato Maggiore che succedettero al grande Von Moltke il vecchio. Riprova di ciò è nel piano di guerra contro Francia e Russia che ancora oggi porta il suo nome. Schlieffen divenne Capo di Stato Maggiore quasi in contemporanea con la nascita dell’alleanza franco-russa e dunque sin da subito dovette porsi il problema di una possibile guerra che la Germania si sarebbe trovata a combattere su due fronti e contro forze che, anche assommando al Reich l’esercito austro-ungarico, erano numericamente superiori. Studiando il problema Schlieffen concluse che per il Reich sarebbe stato fatale impegnarsi in un conflitto prolungato dividendo equamente le sue forze tra Oriente ed Occidente, ciò che invece andava fatto era concentrare subito il grosso delle forze germaniche contro uno dei due nemici così da metterlo rapidamente fuori gioco per poi potersi dedicare interamente all’avversario rimasto. Gli spazi sconfinati e le dimensioni dell’esercito russo sconsigliavano di tentare di abbattere l’Impero czarista con un unico affondo, meglio invece provare ad eliminare la Francia, approfittando anche del fatto che i russi ci avrebbero messo tempo prima di poter dispiegare a pieno le loro immense forze. Se dunque doveva essere la Francia l’obiettivo del primo colpo vibrato dai tedeschi era da decidere la direzione dalla quale l’attacco sarebbe stato sferrato. Per un’invasione della Francia dalla Germania le vie percorribile sono, da sempre, solo tre: tramite la regione dell’Alsazia-Lorena, passando a Nord per il Belgio e il Lussemburgo oppure a Sud tramite la Svizzera. Tenendo conto però che il tutto doveva svolgersi in modo tale da ottenere un successo rapido e decisivo due di questi approcci si escludevano praticamente da soli. Passare per la Svizzera non era consigliabile per la natura montuosa del suo territorio, la certa volontà degli svizzeri di difendere la loro neutralità e l’assenza di obiettivi rilevanti a portata; anche l’approccio diretto tramite un’offensiva dall’Alsazia-Lorena non appariva una buona idea in quanto ciò avrebbe portato l’esercito tedesco ad andare ad infrangersi direttamente contro il sistema di piazzeforti che la Francia aveva costruito sull’asse Verdun-Toul-Epinal-Belfort. Dunque l’attacco doveva passare attraverso il Belgio in linea con la massima di Clausewitz che “Il cuore della Francia è tra Bruxelles e Parigi”. Fedele ad un altro fondamentale insegnamento del grande teorico prussiano, e cioè quello della “battaglia decisiva”, Schlieffen per il suo piano di guerra andò a cercare l’ispirazione in uno dei più grandi capolavori tattici della storia militare: la battaglia di Canne. Nel 216 a.c. Annibale indebolì il centro del suo schieramento per rinforzare le ali, in modo tale da riuscire in un accerchiamento su entrambi i fianchi delle legioni romane che vennero annientate. Schlieffen pensò di creare un’immensa ala destra che, passando attraverso il Belgio, aggirasse il grosso dell’esercito francese impegnato nell’Alsazia-Lorena dove invece lo schieramento tedesco sarebbe stato indebolito sia per aumentare la massa dell’ala aggirante, sia per invogliare i francesi ad attaccare. Lo storico militare inglese Basil Liddel Hart sintetizzò così il piano “La manovra avrebbe dovuto funzionare come una porta girevole: se si esercita una pressione su uno dei battenti, l’altro ruota sul cardine e colpisce alle spalle chi spinge”. Per un attimo sembra che Schlieffen sognò anche di mettere in atto un aggiramento su entrambe le ali così come Annibale, ma giudicando l’obiettivo troppo ambizioso decise di non sfidare la sorte. Per garantire il successo della manovra era necessario che il grosso dell’esercito tedesco fosse destinato a comporre l’ala aggirante e questo non imponeva solo di indebolire l’ala sinistra e il centro dello schieramento predisposto contro la Francia, ma anche di lasciare ad Est a confrontarsi coi russi una mera forza di copertura che avesse come unico scopo quello di ritardare il più possibile l’avanzata delle truppe czariste. Schlieffen contava sui tempi lunghi che ci sarebbero voluti all’elefantiaco esercito russo per essere pienamente operativo, ma anche qualora i cosacchi fossero riusciti a penetrare nella Prussia Orientale l’occupazione momentanea di questo territorio era un prezzo da pagare accettabile sull’altare della vittoria finale. Poiché però anche in questo modo le sole truppe regolari non sarebbero state sufficienti a predisporre l’ala aggirante voluta da Schlieffen, questi stabilì che anche reparti della riserva e della Landswehr avrebbero dovuto essere inviati nel minor tempo possibile in prima linea per aumentare gli effettivi dell’ala destra.  Originariamente Schlieffen aveva pensata a una violazione minima della neutralità Belga, mantenendo le truppe germaniche a Sud della Mosa, ma progressivamente il piano crebbe di dimensioni. Nel 1906, allorché il Conte andò in pensione, si era stabilito che una forza d’urto di sedici corpi d’armata (su un totale di trentasei schierati ad occidente) avrebbero attraversato non solo il Belgio, ma anche l’Olanda tramite l’appendice di Maastricht, per poi calare sulla Francia spingendosi sino ad aggirare Parigi da Ovest mentre ad Est venivano lasciate solo dieci divisioni a fronteggiare i russi. Schlieffen era stato talmente previdente che già in occasione di quest’ultima revisione aveva dato per certo che il Regno Unito sarebbe intervenuto a favore della Francia e valutò correttamente in centomila uomini la forza di spedizione che gli inglesi avrebbero inviato sul continente. Sul suo letto di morte il Conte affermò “La faccenda deve concludersi in un unico scontro. Preoccupatevi solo che l’ala destra sia forte.”. Purtroppo per la Germania il successore di Schlieffen alla guida della Stato Maggiore non aveva né la sua audacia né la sua creatività. Helmut Von Moltke il giovane aveva ereditato dal suo grande zio solo il nome, era infatti una persona insicura e nevrotica che ereditò un piano di guerra che sin dal primo momento gli diede una marea di preoccupazioni. Ad angustiare il nuovo Capo di Stato di Maggiore era sia la debolezza dell’ala sinistra che le esigue forze destinate a contenere l’attacco russo. Per questi motivi, pur senza mai cambiare l’impalcatura del piano, vi apportò tutta una serie di modifiche che finirono per snaturarlo in modo decisivo. In primo luogo, venendo meno all’ultimo monito di Schlieffen, delle nove divisioni che vennero costituite tra il 1905 e il 1914 Moltke ne destinò otto all’ala sinistra e solo una all’ala destra. Per compensare l’ala aggirante ricevette anche un’ulteriore divisione sottratta al fronte orientale, scelta molto azzardata in quanto l’esercito russo, dopo i disastri della guerra con il Giappone, aveva avviato un programma di riforme che lo rendevano molto più pericoloso rispetto ai tempi di Schlieffen. La variazione però più carica di conseguenze fu la rimozione dal piano dell’attraversamento dell’appendice di Maastricht. Schlieffen aveva deciso per la violazione anche della neutralità olandese al fine di aumentare il più possibile il fronte di marcia dell’ala aggirante; sebbene il Conte desse infatti quasi per certo che i belgi non avrebbero combattuto (o che comunque i francesi ne avrebbero violato la neutralità per primi) prudenza suggeriva di predisporre un percorso che permettesse alle forze tedesche di aggirare la grande fortezza di Liegi che presidiava il corridoio tra le Ardenne e il confine olandese. Moltke invece, ritenendo forse che la contemporanea violazione della neutralità di due paesi sarebbe stato troppo per l’opinione pubblica internazionale, scelse di eliminare dal piano la violazione della neutralità olandese con la conseguenza però che, per evitare che Liegi divenisse un cul de sac nel quale si imbottigliasse il grosso dell’ala aggirante tedesca, diveniva necessario prendere la città nelle prime ore successive all’inizio del conflitto. Conseguenza di ciò era che i tempi per la messa in esecuzione del piano divenivano strettissimi, per evitare infatti che i belgi potessero approntare un’efficacie resistenza presso Liegi diveniva necessario che l’esercito tedesco iniziasse a muoversi non appena fosse stato dato l’ordine di mobilitazione e senza dare alcuna possibilità al potere politico di aprire un’autentico negoziato con Bruxelles per ottenere il diritto di transito tramite il suo territorio. Insomma per salvare la neutralità olandese Moltke non solo condannò l’Europa, predisponendo il diabolico meccanismo per cui la Germania era l’unico paese per il quale mobilitare volesse dire automaticamente entrare anche in guerra, ma condannò lo stesso Reich alla gogna internazionale per le modalità in cui la violazione del della neutralità belga sarebbe avvenuta.

Affermazione piuttosto comune è che il piano Schlieffen colse di sorpresa i vertici militari franco-inglesi; in realtà questo è un falso storico perché ciò che li stupì, e li portò a un passo dalla catastrofe, fu non tanto la manovra in sé quanto le dimensioni dell’ala aggirante messa in campo dai tedeschi. Già nel 1904 il Deuxième Bureau, il servizio d’informazioni militare francese, aveva ottenuto copia del piano Schlieffen comprandolo da un ufficiale dello stato maggiore germanico. Nell’esercito francese vi era sempre stata la convinzione che i tedeschi sarebbero passati attraverso il Belgio, ma fino all’ultimo a Parigi si rimase dell’idea che questa manovra si sarebbe limitata all’area Sud della Mosa e che sarebbe stata o un diversivo o parte di una più ampia offensiva nell’Alsazia. Ciò che Joffre e l’intero Stato Maggiore francese ritenevano inconcepibile era che il Reich avesse forze sufficenti per estendere la sua ala aggirante oltre la Mosa. Forti della convinzione che “le riserve valgono zero” veniva a priori esclusa la possibilità che i tedeschi potessero usarle in prima linea e dunque si riteneva che, al massimo, la Germania potesse schierare sul fronte occidentale sessantotto divisioni quando invece nel 1914 ne schierò ottantatré e mezzo. Nel 1913 il generale Lebas, governatore militare di Lilla, si recò dal sottocapo di Stato Maggiore de Castlenau per lamentarsi del fatto che il suo settore era stato lasciato praticamente indifeso di fronte a una possibile manovra tedesca attraverso il Belgio. Per tutta risposta de Castlenau srotolò una mappa e, dopo aver misurato la distanza tra Lilla e la frontiera belga-tedesca, concluse che se i tedeschi, con le forze che si riteneva avessero a disposizione, avessero esteso il loro fronte fino a Lilla avrebbero di conseguenza assottigliato tanto il loro centro che “non avremmo difficoltà a tagliarli in due! Se giungono fino a Lilla tanto meglio per noi.”. In realtà non tutti i militari francesi condividevano queste visioni ottimistiche ad esempio il colonnello Grouard pubblicò nel 1913 un libro in cui metteva in guardia in merito ad un’offensiva tedesca attraverso il Belgio. Chi però più di tutto arrivò vicino ad ipotizzare le intenzioni della Germania, e per questo paradossalmente si vide la carriera rovinata, fu il predecessore di J0ffre alla guida dello Stato Maggiore e cioè il generale Victor-Constant Michel. Questi giunse alla conclusione che l’ala aggirante tedesca che avrebbe attraversato il Belgio sarebbe stata molto più robusta di quanto molti suoi colleghi ritenevano, intuì che per far ciò sarebbero state usate riserve in prima linea, e dunque la Francia, invece di passare all’offensiva, avrebbe dovuto mettersi sulla difensiva attendendo il nemico sulla linea Verdun-Namur-Anversa con uno schieramento di almeno un milione di uomini. Si trattava a tutti gli effetti di un’eccellente contromisura al piano Schlieffen… se non fosse stata proposta nella stessa epoca in cui trionfava il pensiero di de Grandmaision. Nel periodo che andò dal disastro del 1870-71 alla fine del secolo il pensiero militare francese fu fondamentalmente difensivista teso, nel caso di nuovo conflitto con la Germania, a far infrangere le offensive tedesche contro il sistema di fortificazioni di confine approntate. Con nuovo secolo iniziò a farsi largo un pensiero nuovo che prendeva l’idea dell’élan vital di Bergson, cioè quella forza che muove l’individuo portandolo a superare le avversità dell’ambiente, per trasformarlo in teoria militare. Per gli adepti di questa nuova dottrina la sconfitta del 1870-71 era stato dovuto ad un eccesso di difesa, che era andato contro la natura propria dell’esercito francese che era l’offensiva. Nacque così il pensiero dell’offensiva ad oltranza di cui principale teorico fu il generale Ferdinand Foch che affermò “La vittoria è la volontà”, nel senso che l’elan della truppa è in grado anche di capovolgere le sorti di uno scontro. Foch però era una mente militare troppo acuta per ritenere che il puro e semplice elan potesse essere l’elemento decisivo in battaglia e infatti, accanto a questa forza metafisica, poneva anche tutta una serie di elementi tattici come le misure protettive (o di sureté), la potenza di fuoco e i pattugliamenti. Un altro ufficiale però, il colonnello Louis de Grandmaison capo dell’ufficio operazioni militari, prese il pensiero di Foch, lo depurò di tutti gli elementi tattico-materiali, facendone una sorta di mistica dell’elan. Ai piani accurati e certosini di Clausewitz lui opponeva l’attacco in ogni condizione al fine di prendere l’iniziativa e schiacciare il nemico; la difesa diviene accettabile solo “per risparmiare le proprie forze in dati momenti allo scopo di aggiungere peso all’attacco”. L’evoluzione degli armamenti per  de Granmaison era irrilevante comparato al cran cioè il coraggio delle truppe tramite il quale anche la posizione meglio difesa poteva essere presa. In sostanza era come dire che la carica di Pickett a Gettysburg non era fallita perché l’artiglieria e i fucili unionisti avevano falciato le linee confederate che avanzavano in campo aperto, ma perché gli uomini di Lee non aveva avuto sufficiente cran! Incredibilmente le conferenze di de Granmaison mandarono in estasi non solo i giovani ufficiali, ma anche militari veterani che fecero del suo pensiero una forma mentis insindacabile. Mai un esercito aveva adottato come suo credo qualcosa di così antistorico, miope e suicida quali erano le idee di de Grandmaison. Il testo dei regolamenti tattici adottato nel 1913 si apriva con l’affermazione “L’esercito francese, rifacendosi alle sue tradizioni, accetta d’ora in avanti come sua sola legge quella dell’offensiva” e ancora oltre si diceva “La battaglia è prima di tutto e soprattutto una lotta spirituale. La sconfitta è inevitabile a partire dall’istante in cui cessa la speranza do conquista. Il successo non è di quello dei contendenti che ha patito meno danno, ma di quello la cui volontà è più ferma, lo spirito più robusto.”. Non si trattava però solo di parole in quanto l’intero esercito francese venne strutturato in modo tale da rispondere ai principi di de Granmaison e, quando nel 1913 fu il momento di aggiornare il piano di guerra contro la Germania, esso fu completamente influenzato da queste tesi. Tutto ciò che poteva ridurre l’elan dei soldati doveva essere eliminato e così niente mitragliatrici o cannoni a lunga gittata, perché rallentavano l’avanzata e incoraggiavano la difesa. Gli osservatori militari inglesi si sarebbero stupiti di come i soldati francesi, durante le manovre, fossero scoraggiati dal gettarsi a terra in favore dell’assalto alla baionetta. Infine il rifiuto completo dell’idea di avere i riservisti in linea, “le riserve valgono zero” si era solito dire, in quanto il loro istinto di autoconservazione da padri di famiglia infiacchiva il cran dei giovani. Tanto era l’affidamento quasi fideistico che si faceva nell’elan che anche solo la proposta da parte del ministro della guerra Messimy di abbandonare la storica vistosa uniforme caratterizzata dai pantaloni rossi scatenò un’accesa polemiche nell’esercito e in parlamento. Messimy, studiando le guerre balcaniche, aveva notato come i soldati bulgari fossero stati favoriti dal colore meno appariscente delle loro divise e così propose di adottare una nuova uniforme grigioazzurro o grigioverde. Un’uniforme del genere però si disse, oltre ad essere contraria al ben noto buon gusto francese, avrebbe spento l’entusiasmo dei soldati. Un deputato arrivò ad urlare in parlamento “i pantaloni rossi sono la Francia!”. Così non se ne fece niente con il risultato che i soldati francesi scesero in guerra vestiti nel modo più appariscente possibile. Dunque parlare di atteggiamento difensivo nell’epoca di de Grandmaision equivaleva a un’eresia. Tanto il ministro della guerra Messimy che molti dei più importanti generali francesi giudicarono il Capo di Stato Maggiore “un pazzo” e il suo piano “un’idiozia”; così nel Luglio 1911 Michel venne silurato dopo che una riunione del Supremo Consiglio Militare aveva bocciato all’unanimità il suo pensiero. Al posto di Michel, dopo il rifiuto di Gallieni, Messimy pose Joseph Joffre che per la sua figura panciuta, apparentemente bonaria e dal volto adornato da un paio di baffoni quasi bianchi si sarebbe guadagnato l’affettuoso soprannome di papa Joffre. Fu lui, col supporto del suo sottocapo di Stato Maggiore de Castelnau, ad elaborare nel 1913 quel Plan XVII che per poco non portò la Francia alla rovina. Probabilmente neanche volendo lo Stato Maggiore francese sarebbe riuscito a creare un piano di guerra che si combinasse tanto perfettamente con i propositi di Schlieffen. In realtà per quanto riguarda il Plan XVII parlare di piano è un po’ un’esagerazione, esso non era infatti una costruzione geometrica e accurata come quello dei tedeschi bensì un programma di spiegamento delle forze francesi con l’indicazione delle direttrici d’offensiva da intraprendere a seconda di quelli che sarebbero stati i movimenti delle forze germaniche. L’intero costrutto comunque si fondava sul dogma dell’offensiva ad oltranza e prevedeva che la Prima e la Seconda armata attaccassero in Lorena direzione il bacino della Saar, la Terza e la Quinta armata, col supporto questa delle forze inglesi, dovevano invece attaccare tra Metz e Thionville oppure, nel caso i tedeschi fossero entrati in Belgio, avrebbero dovuto avanzare nel Lussemburgo e nelle Ardenne dove si riteneva si sarebbe trovato il grosso dell’ala aggirante nemica, la Quarta armata veniva tenuta come riserva strategica; obiettivo ultimo del Piano XVII era penetrare rapidamente in Germania per ancorarsi saldamente sulla riva sinistra del Reno. Conseguenza di questo piano era che le forze franco-inglesi avrebbe coperto il confine con il Belgio solo sino ad Hirson, mentre da qui sino alla Manica veniva lasciata aperta un’immensa autostrada proprio in corrispondenza delle direttrici d’avanzata della Prima e della Seconda armata di Schlieffen: oltre quattrocentomila uomini non avevano praticamente davanti a loro alcuna forma di resistenza! Se già ciò non fosse stato un immenso regalo ai tedeschi, era l’intero programma d’offensive di Joffre che andava esattamente nella direzione sperata da Schlieffen in quanto i francesi si preparavano a premere proprio contro il centro e l’ala sinistra tedesca che il Conte aveva previsto non dovessero far altro che attirare l’attenzione del nemico mentre l’ala destra aggirante faceva il suo lavoro. Tenendo anche conto di ciò che avvenne nelle settimane prima di Verdun nel 1916 e di ciò che sarebbe successo nel 1940 con il piano Dyle di Gamelin, il confronto tra Francia e Germania durante la Seconda guerra dei trent’anni può essere riassunto in una serie di piani tedeschi per battere i francesi ed in una serie di piani francesi per facilitare questo scopo.

Dal momento successivo all’apertura delle ostilità tanto i tedeschi quanto i franco-inglesi si resero conto della validità dalla massima napoleonica “nessun piano sopravvive al contatto con il nemico”. Ossessionato dalla necessità di prendere Liegi nel minor tempo possibile Von Moltke aveva organizzato, nel caso in cui i belgi avessero deciso di resistere, una speciale Armata della Mosa di sei brigate, agli ordini del generale Von Emmerich, col compito di prendere la piazzaforte d’impero. L’assalto lanciato il 5 Agosto senza il supporto dell’artiglieria pesante fu disastroso e costò pesanti perdite ai tedeschi; solo grazie allo spirito d’iniziativa di Erich Ludendorff, in quel momento semplice ufficiale dello stato maggiore, fu possibile prendere la città, ma per demolire le fortificazioni bisognò attendere l’arrivo dei mortai Krupp da 420 mm. Nonostante questo intoppo la marcia attraverso il Belgio delle quattro armate dell’ala destra tedesca subì un mero ritardo di due giorni, rapidamente recuperato in ragione dell’atteggiamento tenuto dall’esercito belga. Sin dal primo momento re Alberto non si era fatto troppe illusioni sulla possibilità delle sei divisioni del suo esercito di contrastare la massa teutonica e per questo aveva chiesto ai franco-inglesi di inviare ingenti forze di supporto. Un intervento in Belgio però avrebbe significato annullare il Plan XVII e Joffre, un po’ perché ancora all’oscuro della reale dimensione della minaccia un po’ perché illuso dalla resistenza di Liegi, rifiutò invitando i belgi a ritirarsi in Francia. Ovviamente ad Alberto e allo stato maggiore belga l’idea di lasciare il paese senza combattere garbava e così, rinunciando all’iniziale proposito di formare una linea difensiva sul Gette, si scelse di ripiegare su Anversa e trincerarsi lì. Questo movimento lasciò praticamente campo aperto all’avanzata tedesca e così già il 20 Agosto, in anticipo sulla tabella di marcia, Bruxelles venne occupata e Namur posta sotto assedio. Moltke però fintanto che la resistenza belga continuava non era tranquillo e così, nelle settimane successive all’invasione, spinse perché il governo tedesco continuasse a cercare di convincere, inutilmente, Alberto e il governo di Bruxelles a rinunciare alla lotta. Fu in questo contesto che cominciarono le violenze sistematiche da parte delle truppe tedesche nei confronti della popolazione civile belga. Sin dalle prime ore dell’invasione, dietro la scusa dell’azione di franchi tiratori, si era proceduto alla presa di ostaggi civili e alla loro fucilazione (in particolare i preti cattolici). Ben presto si passò alla distruzione sistematica di centri abitati come il villaggio di Battice, ma l’evento che sconvolse il mondo e diede il là alla propaganda dell’Intesa per coniare l’espressione “stupro del Belgio” fu il rogo dell’antica città di Lovanio.  La città conservava alcuni di maggiori capolavori del gotico brabantino come il Grote Markt, il municipio, la Collegiata di San Pietro e la così detta Tavola Rotonda (luogo d’incontro delle corporazioni), ma il vero tesoro della città era la sua biblioteca universitaria che conteneva oltre 230.000 volumi tra cui 750 manoscritti medievali, mille incunaboli del quattrocento e altre opere uniche dal valore storico incalcolabile (come una copia del “De humani corporis fabrica” di Vesalio dono dell’Imperatore Carlo V). Dopo l’occupazione tedesca della città vi furono sin dal secondo giorno episodi di presa d’ostaggi e fucilazioni, ma la tragedia si ebbe il 25 Agosto quando le forze dell’esercito belga trincerato ad Aversa attaccarono la retroguardia dell’Armata di Von Kluck che si ritirò disordinatamente verso Lovanio. Nel caos che ne seguì si sparse la voce che i civili belgi avessero sparato dai tetti, seguita poi da altre notizie sempre più esagerate come quella che il figlio del borgomastro avesse colpito un generale. In risposta i tedeschi diedero alle fiamme Lovanio, saccheggiando la città e compiendo esecuzioni sommarie della popolazione. La biblioteca e la Tavola Rotonda andarono distrutte mentre il Grote Markt e la Collegiata subirono seri danno. La cosa peggiore fu che i tedeschi non cercarono minimamente di nascondere o attenuare la loro responsabilità in quanto il generale Von Luttwitz affermò dinnanzi alla legazione americana, venuta per sollevare una protesta formale, che dato il comportamento dei belgi era stato naturale che la città fosse stata distrutta. Quella di Von Luttwitz non fu un’intemperanza isolata perché da settimane i comandanti tedeschi rivendicavano il trattamento duro riservato alla popolazione belga. Era come se il Reich avesse perso del tutto il senso del pubblico non premurandosi minimamente dell’immagine di sé che il mondo si stava facendo. L’aggressività tedesca nei confronti del Belgio era dovuto a una molteplicità di fattori: rabbia per l’ostinata e incomprensibile resistenza del paese, paura per l’ossessione dello spauracchio dei franchi tiratori e infine anche terrorismo puro al fine di forzare il governo belga a lasciare libero passaggio alle forze di Berlino. La difesa, anzi la rivendicazione, di questi comportamenti era però altra cosa. In parte ciò era dovuto all’ossessione per l’Einkreisungspolitik (politica dell’accerchiamento) che si era diffusa in tutta la Germania prima della guerra; in molti, dal governo all’uomo della strada, erano convinti che quella che era iniziata era una lotta mortale per la sopravvivenza del Reich e dunque il fine giustificava i mezzi, anche estremi, adoperati. Vi era però anche una generale idea di giustezza della lotta intrapresa dalla Germania; ad Ottobre 93 tra i più eminenti scienziati e intellettuali tedeschi firmarono un appello alle nazioni civili in cui difendevano l’operato dello Stato Maggiore e persino Thomas Mann affermò che la lotta della Germania era una lotta per la Kultur cioè una lotta per l’essenza spirituale dell’Europa minacciata dalla Francia adescatrice, dal Regno Unito stato di pirati e dalla Russia barbara. Va detto che un po’ in tutta Europa gli intellettuali (eccezion fatta per poche mosche bianche come  Romain Rolland) esaltarono lo sforzo bellico dei rispettivi paesi, ma solo in Germania ciò assunse le forme, almeno in un primo momento, di una difesa incondizionata di ogni comportamento tenuto dalle forze armate tedesche nella loro avanzata attraverso il Belgio e la Francia.

Anche i francesi passarono subito all’offensiva non appena le ostilità vennero formalmente aperte. Già il 7 Agosto venne condotta un’offensiva “politica” in Alsazia da parte del generale Pau che a metà mese riuscì a raggiungere il Reno. Il vero sforzo però, come da previsione del Plan XVII, era in Lorena e qui i francesi si resero immediatamente conto che il cran ben poco poteva di fronte a un nemico di pare numero, assestato su forti posizioni difensive e dotato di armamenti moderni. Questo scacco però sul lungo periodo andò a svantaggio dei tedeschi. Si ricorderà infatti che Moltke, nel timore che la sua ala sinistra fosse troppo debole l’aveva irrobustita, vedendo la facilità con cui le forze del Principe di Baviera Rupprecht avevano respinto i francesi, il Capo di Stato maggiore fu incoraggiato a tentare ciò che Schlieffen aveva giudicato troppo ardito e ciò un accerchiamento del nemico su entrambi i fianchi. Così, seppur non dando esplicitamente un ordine in tal senso, lasciò libero il Principe Rupprecht di scegliere se restare sulla difensiva o contrattaccare; così facendo però l’ala sinistra abbandonava il suo compito di attrarre a sé il grosso dell’esercito francese passando invece a condurre una rischiosa offensiva sui Vosgi contro la linea fortificata nemica. Frattanto Joffre, preso atto della violazione della neutralità belga, ordinò di attivare le contromisure previste dal Plan XVII e così la Quarta e la Terza Armata si spinsero nelle Ardenne nella convinzione di andare a colpire il fianco dell’ala aggirante tedesca. Invece le forze francesi finirono direttamente contro le venti divisioni della Quarta e Quinta armata tedesca che respinsero duramente il nemico nella battaglia di Virton-Neufchateau. Questa disfatta creò nell’esercito francese il mito dell’inviolabilità delle Ardenne per un esercito moderno, mito che nel 1940 avrebbe portato la Francia alla catastrofe. Sull’estrema sinistra dello schieramento francese il generale Lanrezac, al comando delle tredici divisioni della Quinta Armata supportata dalle quattro divisioni del BEF (British Expedition Force), sin dal momento in cui i tedeschi erano entrati in Belgio tempestava Joffre di messaggi in cui affermava che l’ala tedesca che gli stava venendo contro era molto più grande di quanto lo Stato Maggiore aveva previsto. La cautela di Lanrezac salvò la Francia poiché, esitando a passare la Sambre, quando si vide attaccare dalla Seconda Armata tedesca, che aveva lievemente sopravanzato il resto dell’ala aggirante, e poté ritirarsi con il grosso delle sue forze ancora intatte. La ritirata della Quinta Armata francese aprì però un pericoloso dissidio con gli inglesi; il BEF aveva infatti appena preso posizione nei pressi di Mons quando venne attaccata da sei divisioni tedesche, dopo un giorno di scontri gli inglesi si ritirarono a loro volta in quanto il ripiegamento francese aveva lasciato esposto il loro fianco. Il comandante del BEF, Sir John Franch, ebbe un duro scontro con Lanrenzac, i cui nervi erano evidentemente scossi dalla situazione, e così iniziò un ripiegamento a ritmo doppio rispetto ai francesi nella convinzione che questi non gli avrebbero dato nessun supporto contro i tedeschi. Fu solo questo repentino ripiegamento dell’estrema sinistra del suo schieramento che rese finalmente Joffre avveduto di ciò che stava succedendo. Il comandante francese però non era ancora pronto a gettare al macero il Plan XVII, ancora dopo l’armistizio del 1918 continuò a difenderne la validità a spada tratta, e quindi nel tentativo di salvare capra e cavoli fece ruotare all’indietro, usando Verdun come perno, il centro e la sinistra richiamando poi forze dall’ala destra per costituire sul momento una Sesta Armata con cui irrobustire l’ala sinistra sotto attacco. La situazione per la Francia però si stava facendo estremamente grave; fortunatamente per Parigi però in quegli stessi giorni ad Est i russi si stavano sacrificando per salvare il loro alleato. Infatti l’offensiva russa che si sarebbe conclusa nel disastro di Tannenberg spaventò a tal punto Moltke da spingerlo ad inviare ad Est due corpi d’armata sottratte proprio all’ala destra aggirante. Inviando ad Est due corpi d’armata Moltke era convinto di non correre rischi dato che, a sua opinione, la battaglia ad Ovest era già vinta. Una sicurezza che apparentemente stride con il carattere insicuro e pessimista del Capo di stato maggiore tedesco, ma che trova ulteriore conferma nella decisione di dispiegare molte altre divisioni regolari e non della riserva per assediare Namur e sorvegliare il perimetro di Anversa. Si trattava di una palese violazione delle disposizioni di Schlieffen che aveva raccomandato di non andare in alcun modo ad indebolire la forza dell’ala aggirante (il generale Falkenhayn affermò polemicamente che gli appunti di Schlieffen era stati “gettati via”). Obiettivamente però non si può negare che la situazione per le forze anglo-francesi appariva drammatica. Joffre, convintosi finalmente della pericolosità della manovra sulla sua sinistra, assemblò in tutta fretta una Sesta Armata con cui rafforzare il suo fianco. Questa forza però non fece neanche in tempo a scendere dai treni che fu investita dall’avanzata della Prima Armata di Von Kluke che proprio in quel momento stava mettendo in atto la manovra che avrebbe determinato il fallimento del piano Schlieffen. Secondo il piano infatti Kluke avrebbe dovuto compiere una conversione verso l’interno aggirando Parigi, il generale tedesco invece, convintosi di poter intercettare e distruggere il B.E.F. (praticamente scomparso per la velocità con cui stava ripiegando) chiese ed ottenne da Moltke l’autorizzazione a realizzare una conversione esponendo il fiano al perimetro fortificato di Parigi; perimetro all’interno del quale era indietreggiata la Sesta Armata francese che Joffre aveva accettato di porre sotto il comando del governatore della piazza di Parigi Gallieni. Mentre Kluke iniziava la sua manovra Joffre ordinò alla Quinta Armata di contrattaccare a Guise per ridurre la pressione sugli inglesi. Questo contrattacco preoccupò il comandante della Seconda armata tedesca Von Bulow che chiamò in supporto Kluke portandolo a spingersi ancor più verso l’interno rispetto alla sua direttrice di marcia prestabilita. Fu in questo momento che Moltke decise di compiere quello che Liddell Hart ha definito una mossa paragonabile a quella di un’ “automobilista che su una strada sdrucciolata schiaccia a fondo il pedale del freno e dia una brusca sterzata.”. Mandando definitivamente in soffitta il piano del suo predecessore Moltke ordinò alle armate del centro e dell’ala sinistra di passare all’attacco per stringere a tenaglia su Verdun e realizzare una perfetta replica di Canne: l’aggiramento su entrambi i fianchi. Per fare ciò però l’ala destra doveva allinearsi per fare scudo davanti a Parigi, unico problema Kluke aveva sopravanzata Bulow sulla Marna e dunque la Prima armata tedesca avrebbe dovuto fermarsi e fare marcia indietro. Erano troppe manovre da fare tutte insieme tenuto anche conto che l’avanzata dei tedeschi, molto più rapida di quanto era stato pronosticato, aveva lasciato indietro i servizi logistici per cui le truppe erano stanche. Per anni è imperversata una polemica attorno a chi vada attribuita la primogenitura di aver intravisto l’occasione che la manovra di Kluke offriva per dare battaglia sulla Marna. Ormai però vi è concordia sul fatto che l’intuizione fu di Gallieni che si accorse di come, offrendo il fianco a Parigi, Kluke stava regalando ai francesi un’occasione eccellente per contrattaccare. Joffre invece non colse subito l’implicazione della situazione e infatti i suoi ordini erano di attestarsi sull’altra riva della Senna per organizzare lì la difesa ed eventualmente la controffensiva. Questo ha spinto molti autori a feroci commenti contro il comandante supremo francese, commenti però molto ingiusti. Certamente Joffre non fu rapidissimo a comprendere la validità del piano proposto dal suo ex-superiore del tempo delle colonie, ma quando si convinse infine non esitò ad agire e ciò fu dovuto al fatto che, contrariamente a quanto successe in quei giorni a molti personaggi su entrambi i fronti, lui non perse mai il controllo dei suoi nervi restando sempre pienamente padrone di se stesso nonostante la drammaticità del momento. Così dopo aver autorizzato Gallieni a mandare la Sesta Armata all’attacco, Joffre ordinò alla Quinta armata di invertire la sua marcia e passare all’offensiva dando anche disposizioni perché il nuovo comandante della Quinta Franchet d’Esperey convincesse il B.E.F. a partecipare all’azione (cosa più facile a dirsi che a farsi in quanto i comandanti inglesi erano pienamente nel panico). Alle prime luci del 6 Settembre la Sesta Armata francese attaccò il fianco destro di Kluke e il generale tedesco in serata, rendendosi conto del pericolo, decise di prendere due copri d’armata dal suo fianco sinistro per rafforzare quello destro. Ecco qui che la decisione Moltke di lasciare indietro e spedire ad Est tante divisioni si rivelò decisivo, perché Kluke togliendo forze dalla sua sinistra aprì un varco di 50 km tra lui e Bulow esattamente nel punto verso cui stava convergendo la Quinta Armata francese. L’arrivo di forze fresche rallentò l’attacco della Sesta Armata nella giornata del 7 e fu a questo punto che si verificò il celebre episodio dei taxi della Marna. Avendo necessità di mandare al più presto al fronte ogni uomo a sua disposizione Gallieni, padrone assoluto della città visto che il governo si era trasferito a Bordoux, precettò i taxi della capitale perché portassero 4.000 uomini a combattere. L’evento in realtà ebbe un peso minimo in quanto queste forze giunsero disorganizzate e non ebbero un impatto diretto sullo scontro, ma la vista di questi taxi che patriotticamente per tutta la notte fecero la spola dalla capitale al fronte galvanizzò l’animo dei francesi. Intanto però la Quinta Armata satava iniziando a premere contro il fianco scoperto di Bulow e quando il giorno dopo gli inglesi fecero finalmente marcia indietro unendosi alla controffensiva la semplice notizia della loro improvvisa ricomparsa convinse lo Stato Maggiore tedesco che la battaglia era persa. Decisivo fu tra l’altro il fatto che il nuovo piano del capo di stato maggiore per l’aggiramento su entrambi i fianchi stesse platealmente fallendo sia al centro che sulla sinistra perché, come preventivato da Schlieffen quando aveva preparato il suo piano, le forze tedesche si erano andate ad infrangere contro le piazzeforti di Verdun e Nancy che i comandanti francesi in loco, contravvenendo all’ordine dato da Joffre, avevano deciso di non abbandonare. Un merito per gli eventi della Marna va poi dato anche a Churchill che, con una delle sue trovate d’ingegno, aveva ordinato di far sbarcare 2000 fanti di marina ad Ostenda per creare nei tedeschi timori in merito a ciò stava accadendo alle loro spalle. Nonostante questa forza fosse irrisoria e non ebbe alcun ruolo attiva, nei rapporti che giungevano allo Stato Maggiore tedesco essa crebbe giorno dopo giorno a dismisura fino a giungere all’iperbolica cifra di 40.000 uomini appoggiati per altro da un corpo di spedizione russo di altri 80.000 uomini che non si sa da dove fosse uscito fuori. La notizia di questa armata fantasma in Belgio, unita al costante timore per le forze belghe asserragliate ad Aversa, portò Moltke a guardare con terrore alla possibilità di un attacco alle spalle della sua ala destra mettendolo così nella condizione psicologica perfetta per ritenersi vinto quando giunsero le notizie del contrattacco sulla Marna. Infatti già il 5 il colonnello Hentsch, inviato di Moltke presso Kluke, rappresentò al comandante della Prima Armata un quadro catastrofico della situazione dove “La VII e la VI (armata) sono bloccate. LA IV e la V incontrano resistenza. Gli inglesi sbarcano continuamente truppe fresche sulla costa belga. Alcuni rapporti segnalano la presenza in quella zona anche di un corpo di spedizione russo. Sta diventando inevitabile una ritirata.”. Probabilmente Gallieni ebbe ragione quando scrisse che in realtà non vi fu una vera battaglia della Marna, il tutto fu più che altro un confronto psicologico a chi aveva i nervi più solidi e Moltke lo perse alla grande. L’ordine di ritirarsi giunse infine il 9 Settembre e se Joffre avesse osato di più il tutto si sarebbe potuto trasformare in una catastrofe per i tedeschi. Qualora infatti il Capo di stato maggiore francese avesse ordinato alla Terza Armata a Verdun di attaccare il fianco sinistro dell’ormai ex-ala aggirante tedesca, qualora si fosse superato il vecchio sistema di marcia ad allineamento uniforme e se gli inglesi fossero stati più decisi nella loro avanzata verso la Marna sarebbe forse stato possibile travolgere le forze tedesche in ritirata; invece gli venne permesso di ritirarsi con ordine e di recuperare compattezza così che l’Intesa perse la miglior occasione da qui fino al 1918 di battere il Reich e chiudere la partita.

Personalmente ritengo che sulla Marna i tedeschi persero la loro migliore occasione di vincere la guerra. Infatti mai in seguito, né nella fasi più fortunate della battaglia di Verdun né in occasione dell’offensiva di Ludendorff del 1918, il Reich si trovò in un’occasione così favorevole di chiudere la partita con un successo totale. Infatti nel 1918, nonostante la spettacolare avanzata, Ludendorff si giocò il tutto per tutto in un’unica mano in quanto la Germania era allo stremo delle forze, i suoi alleati si stavano sgretolando a vista d’occhio e il costante afflusso dei rinforzi americani rischiava di dare all’Intesa un vantaggio numerico incolmabile. Invece nel 1914 vi era un fronte interno compatto ed entusiasta nell’appoggiare lo sforzo bellico, vi era una superiorità numerica assoluta sui franco-inglesi e a Tannenberg la minaccia russa era stata vaporizzata in maniera devastante. Probabilmente se vi fosse stato già Falkenhayn o Ludendorff a dirigere le operazioni le cose sarebbero andate diversamente in quanto a nessuno dei due sarebbe crollato moralmente e mentalmente alla semplice notizia dell’avanzata del B.E.F. (vero che nel 1918 anche a Ludendorff saltarono i nervi, ma solo nel momento tragico dello sfondamento di Amiens). Moltke aveva un nome glorioso, ma non era adatto al compito di guidare militarmente il Reich in un conflitto con la Grande Guerra e la sua debolezza caratteriale probabilmente condannò la Germania se non alla sconfitta, quasi certamente a non poter più vincere la guerra come invece sarebbe stato possibile nel Settembre 1914.

Bibliografia:

  • Basil Liddell Hart, La prima guerra mondiale
  • Barbara TuchmanI cannoni d’Agosto
  • David Stevenson, La Grande guerra

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