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Alle radici della tensione sino-indiana: la Guerra del ‘62

Di Giuseppe Cammarano

Cina e India sono, oggi, i due più grandi e potenti paesi dell’Asia; vantano entrambi territori e popolazioni vastissimi, e negli ultimi anni si sono caratterizzate come vere e proprie “potenze emergenti” (tanto da far parte dell’unione BRICS, di cui fanno parte anche Brasile, Russia, e Sudafrica).

Eppure, questi due colossi si confrontano attraverso una grande e lunga conflittualità, esplosa tra l’ottobre e il novembre del 1962, ma che le cui origini risalgono a più di un secolo prima. Sono infatti le politiche coloniali a porre le basi per la tensione tra questi due paesi, che in precedenza avevano intrattenuto rapporti solo superficiali, considerando la grande vicinanza geografica. Questo a causa della catena montuosa dell’Himalaya, che ha agito da “muro”, separando le due culture per via terrestre.

Si è accennato alle remote origini di questo conflitto. Ebbene, è difficile poter anche solo parlare di questa parte di storia, senza tenere a mente che le condizioni per la tensione e per la guerra furono poste all’incirca negli anni ‘30 del 1800, quando l’Impero Russo e quello Britannico si contendevano i vastissimi territori compresi tra l’India coloniale e il Turkestan. I britannici, infatti, temevano un ulteriore espansione della potenza zarista, verso l’Oceano Indiano (sfruttando l’alleanza con la Persia); da qui la loro intenzione di definire completamente i confini settentrionali del gigantesco dominio coloniale, per scopi, ovviamente, di difesa. In tal senso, due furono le azioni degne di note: a Est, nel 1826, fu creata la linea McMahon, a ridosso del fiume Brahmaputra. A Ovest, invece, nel territorio dell’Aksai Chin (un territorio desertico, ma non per questo meno importante) sorse la linea McCartney-McDonald; in questo caso si ebbe un piccolo conflitto tra l’Impero Britannico e le guarnigioni cinesi a difesa del Tibet, ancora vassallo della dinastia Manciù. A seguito della fuga dei cinesi da Lhasa, furono posti definitivamente i paletti confinari, e il Tibet del Dalai Lama ne approfittò per porsi sotto l’ala di protezione inglese. Ci fu protesta da parte cinese, ma il vetusto Celeste Impero era fin troppo debole per poter opporre una decisa resistenza.

La questione dei confini rimase stabile fino all’indipendenza dell’India, nel 1947, e alla nascita della Repubblica Popolare Cinese, nel 1949. I due stati avevano già molto in comune: due movimenti di stampo anti-imperialista alla guida (il Congresso Nazionale Indiano e il Partito Comunista Cinese), e, soprattutto, un’indipendenza molto recente. A fare il primo passo nella costruzione di nuove relazioni fu l’India di Nehru, che invitò la Cina alla Conferenza di Bandung del 1955, offrendole quindi un posto nel Movimento dei paesi non allineati. La problematica legata ai confini, però, non ci mise molto a saltare fuori. Le truppe cinesi erano infatti entrate nella capitale tibetana, riportando il Tibet nell’alveo cinese e mettendo in fuga il Dalai Lama. Il regno himalayano, che fino ad allora aveva fatto da “cuscinetto” tra i due paesi, presentava un grande problema: a causa della sua natura montuosa e desertica, la comunicazione con il resto della Cina era alquanto difficile. Dal 1952, anche se vennero aperti dei dialoghi diplomatici sino-indiani (i celebri “Cinque punti per una coesistenza pacifica”), fu iniziata la costruzione di una via che connettesse il Tibet ad un’altra remota regione cinese, lo Xinjiang. Nonostante la segretezza sulla costruzione, rapporti statunitensi evidenziarono che tratti di strada superavano il confine. Fu lampante, quindi, che da Pechino non c’era volontà di dialogo sulla questione dei confini (a onor del vero, questo fu dovuto anche all’addestramento da parte della C.I.A., su suolo indiano, di ribelli tibetani, e al rifiuto di riconoscere leggi risalenti all’Impero Manciù). Era un periodo molto particolare per la Cina maoista, che contemporaneamente con il vicino indiano, rompeva i rapporti anche con l’Unione Sovietica, che pure aveva supportato in larga misura i comunisti cinesi. La tensione si alzò sempre di più, ed avvennero molti scontri tra il 1960 e il 1961. I cinesi giunsero anche a presidiare la strada precedentemente costruita con pezzi di artiglieria, a difesa da eventuali attacchi indiani. A venir disputati erano soltanto i confini nord-occidentali (a Est, all’altezza della linea McMahon, la situazione appariva relativamente stabile), ma i rapporti sino-indiani degeneravano ugualmente, e il conflitto divenne inevitabile.

Nehru parve rassegnarsi all’opzione militare, e nel 1960 le forze indiane costruirono numerose fortificazioni nel territorio “caldo” (che, è bene ricordarlo, è quasi del tutto disabitato). Nel 1962, l’ordine dato ai soldati indiani fu di sloggiare gli occupanti cinesi dall’Aksai Chin. Per tutta risposta, il 10 ottobre dello stesso anno, l’Esercito Popolare di Liberazione superò i confini nord-orientali dell’India, penetrando velocemente nel territorio. Fu un attacco condotto con tattiche da guerra lampo, e risultò efficacissimo contro le esigue forze indiane, tanto da generare un grande caos tra la popolazione locale. Il governo di Nehru, infatti, non si aspettava un attacco a Est, concentrando tutte le capacità sul confine disputato. Il conflitto fu brevissimo (poco più di un mese), ma lasciò sul campo 722 soldati da parte cinese (a cui vanno aggiunti quasi 2000 feriti), e un numero imprecisato di soldati indiani (tra i 1380 e i 3250 caduti, secondo diverse stime), più diverse migliaia tra feriti, dispersi, e fatti prigionieri. Le perdite indiane furono molto più alte, nonostante Nuova Delhi avesse ricevuto supporto sia dagli Stati Uniti (che, nonostante le celebri posizioni progressiste di Nehru, vedevano nell’India un potenziale bastione contro l’avanzata del comunismo in Asia) e dall’Unione Sovietica (che, nell’ambito della crisi sino-sovietica, si trovava alla ricerca di nuovi alleati in Asia).

Non si ebbe alcun accordo di pace, ma solo un armistizio; Cina e India, formalmente, sono ancora in guerra. I risultati del conflitto sino-indiano furono la ritirata cinese dai territori occupati nella parte sud-orientale dell’India (anche se Pechino continua a rivendicare quei territori, nello stato indiano dell’Arunachal Pradesh), e la perdita definitiva da parte indiana dell’Aksai Chin (viceversa, Nuova Delhi mantiene ancora aperte le trattative sul controllo di quest’area). Le conseguenze di questo avvenimento non si fermano, però, al piano delle relazioni sino-indiane. Il conflitto del 1962, infatti, ebbe un eco internazionale, indebolendo il peso internazionale del Movimento dei paesi non allineati. Era infatti la prima volta che due paesi anti-imperialisti, del cosiddetto Terzo Mondo, e freschi d’indipendenza, si facevano la guerra tra loro. La Cina, con questa guerra, si allontanò ulteriormente dalle logiche della Guerra Fredda, con una sorta di isolamento internazionale che sarebbe durato fino al 1971, anno dell’ingresso della Cina “continentale” nell’ONU. Gli Stati Uniti si avvicinarono sempre più all’India, arrivando a condurre insieme ad essa anche delle simulazioni militari nel Golfo del Bengala (suscitando l’indignazione cinese). L’Unione Sovietica, anche a causa di questo conflitto, non riuscì ad agganciarsi completamente a Nuova Delhi, che ha così compiuto un cammino del tutto indipendente da Mosca.

La situazione è migliorata nel corso degli anni, e oggi i due colossi asiatici intrattengono notevoli rapporti di natura soprattutto commerciale. Ma la diffidenza permane in altri campi. Le accuse reciproche sono molte, e non prive di fondamento: gli stretti rapporti sino-pakistani, il rifugio del Dalai Lama in India, occasionali scaramucce ai confini, ecc.

Un conflitto breve ma intenso, la cui eredità, purtroppo, disturba ancora oggi il completo sviluppo di miliardi di persone, letteralmente.

 

Nota bibliografica sull’Autore: Giuseppe Cammarano è nato nel 2000 a Sapri, in provincia di Salerno. Frequenta il Liceo Classico e vive in un paesino della stessa provincia.

 

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