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Capitani di ventura e briganti: le forze armate di Salò.

L’esame del variegato universo delle unità regolari ed irregolari che composero le forze armate della Repubblica Sociale Italiana sono forse il miglior spaccato di quell’immenso caleidoscopio di idee, pulsioni e prospettive che mosse coloro che scelsero Salò. Nella repubblica dell’ultimo patetico e crepuscolare Mussolini infatti si incontrò di tutto: fascisti della prima ora che sognavano la rivoluzione in camicia nera dopo i compromessi e la borghesizzazione del ventennio, militari che non hanno digerito la resa dell’8 settembre e il tradimento nei confronti dell’alleato tedesco, ex-socialisti e comunisti convinti che dal calderone di Salò sarebbe potuta emergere la vera socializzazione dell’Italia, giovani avventurieri in attesa della Gotterdammerung finale per avere la bella uscita di scena, briganti in cerca del facile bottino nel caos generale e sadici che vedono l’occasione di dar sfogo alle loro pulsioni con anche una patente di legittimità, ma anche semplici funzionari che si trovano travolti dal corso degli eventi e cercano, nel loro piccolo, di mandare avanti la sgangherata macchina di uno stato eternamente ostaggio dell’alleato/padrone germanico. Quello di ricostruire il quadro delle forze armate di Salò non è un compito facile sia per l’eterogeneità delle materia, sia per il rischio di perdere la prospettiva storica per finire prigioniero delle opposte pulsioni (assoluzione cieca o condanna senza appello). Non so se sarò in grado di adempiere al compito, ma, seppur non nascondendo in alcun modo la mia convinta fede anti-fascista, credo che chi conosca i miei lavori possa riconoscermi di aver provato ad affrontare l’argomento con l’onestà intellettuale e il rigore scientifico che ho sempre cercato di adoperare per ogni mio articolo. (Chiedo scusa per la captatio benevolentiae, ma conoscendo internet ho preferito mettere le mani avanti).

Un punto di partenza obbligato, ma non scontato di questa trattazione è comprendere che non tutti coloro che combatterono sotto le insegne di Salò erano fascisti. Vi fu infatti chi si ritrovò arruolato a seguito della coscrizione di Graziani e chi invece accettò Salò per sfuggire all’internamento conseguente alla rabbiosa reazione tedesca dopo l’8 settembre. Vi fu però anche una componente di soldati ed ufficiali che, come già detto, pur magari senza mai essere stati particolarmente vicini al fascismo durante il ventennio, all’alba dell’8 Settembre rimase scandalizzato dal modo in cui avvenne la capitolazione e ferito nel proprio onore militare per l’idea di aver in qualche modo perpetrato un tradimento nei confronti dell’alleato germanico. Forse la miglior rappresentazione di questo senso di smarrimento è data dalla lettera testamento di Carlo Fecia di Cossato che, pur scegliendo la fedeltà al re, si suicidò nel Giugno 1944 mettendo nero su bianco tutti i dubbi morali che gli eventi avevano prodotto nell’animo di alcuni militari. Per alcuni dunque Salò non rappresentò il seguire Mussolini, spesso anzi considerato corresponsabile della situazione, ma l’ideale di poter lavare d’innanzi ai tedeschi l’onta del tradimento (perché siamo chiari al netto del fatto che la guerra ormai era persa e la situazione dell’Italia drammatica, quello dell’8 settembre fu oggettivamente un tradimento, per altro maldestro, di un alleato che, d’altra parte, non era stato a sua volta particolarmente corretto. Gli italiani comunque furono in buona compagnia perché in seguito anche finlandesi, rumeni e bulgari avrebbero abbandonato la nave che affondava con medesime modalità). Questa fedeltà comunque non venne premiata dall’alleato in quanto i tedeschi guarderanno sempre con malcelato fastidio alla nascita di un esercito della RSI. Sia al comando di Hitler a Rastenburg che a quello di Kesserling l’idea generale fu che gli italiani fossero soldati inaffidabili e il Feldmaresciallo Keitel disse senza mezzi termini “il solo esercito italiano che non ci tradirà è un esercito che non esiste”. Per i tedeschi gli italiani erano più utili come forza lavoro da impiegare nel Reich piuttosto che come soldati da inviare al fronte; come ebbe a scrivere il colonnello Heggenreiner, ufficiale di collegamento di Kesserling con il Quartier generale del Maresciallo Graziani, “Dobbiamo convincerci che un popolo al quale si è fatto balenare la pace non e più atto alle armi, ma solo da sfruttare per il lavoro”. Raramente Kesserling accettò di adoperare forze italiane al fronte contro gli Alleati e comunque, dopo che un battaglione stanziato sull’isola d’Elba passò agli anglo-americani senza combattere, dichiarò espressamente di aver perso ogni fiducia nell’utilità in battaglia delle truppe della RSI, minando così ulteriormente la già fragile autorità del governo di Mussolini. Di fatto i tedeschi adopereranno le forze armate di Salò principalmente per la lotta anti-partigiana e per compiti di polizia, contribuendo così a sprofondare vieppiù il paese negli odi e nelle vendette della guerra civili.

Ma quali furono le forze armate della Repubblica Sociale? Un loro preciso inquadramento è reso ancor più difficile dal fatto che, accanto all’esercito per così dire regolare, orbitavano gruppi autonomi e semi-autonomi, spesso legati a qualche padrino politico che se ne serviva per le piccole lotte di potere interne al fascismo di Salò. Tecnicamente la RSI aveva un suo esercito, l’Esercito Nazionale Repubblicano, ma il suo parto fu estremamente travagliato sia tecnicamente che politicamente. Come detto il tedeschi non erano entusiasti all’idea di fornire un esercito alla Repubblica Sociale, ma allo stesso tempo comprendevano che se si voleva dare un minimo di credibilità al nuovo stato l’avere una propria forza armata era imprescindibile. Nella questione dell’esercito insomma divenne lampante tutta la contraddizione del rapporto che i tedeschi avrebbero avuto con la Repubblica di Mussolini: da un lato non volevano un’entità forte che potesse mettere loro i bastoni tra le ruote nella gestione dell’Italia, dall’altro pretendevano però che Salò avesse la forza di contrastare i partigiani e creare un consenso popolare intorno alla presenza germanica. C’era poi il problema di che tipo di esercito avrebbe dovuto avere la Repubblica. Il fronte del fascismo intransigente (Farinacci, Barracu, Ricci e Pavolini), contestando ai militari di professione la colpa dei disastri della guerra e l’infamia dell’8 Settembre, avrebbe voluto un esercito di partito, una sorta di squadrismo al fronte. Gli elementi moderati ritenevano che la credibilità del nuovo stato passasse anche dal fornirgli un esercito regolare, mentre i tedeschi , nonostante avessero visto le pessime prove al fronte in Africa e nei Balcani della MVSN, guardarono con favore all’esercito di partito semplicemente però per una maggiore economicità organizzativa e perché lo ritenevano più affidabile non dimenticando che, dopo l’8 Settembre, furono soprattutto i reparti della milizia a restare fedeli all’alleanza. La questione venne infine risolta implicitamente con l’occupazione del dicastero della difesa  da parte del Maresciallo Graziani; personaggio non amatissimo tra i ranghi del fascismo, era però ritenuto imprescindibile in quanto unico militare di prestigio non schieratosi con il Regno del Sud e i tedeschi pretendevano per ministro della difesa una figura di peso. Hitler, discutendo con Mussolini subito dopo la liberazione di questi, era stato generoso in fatto di promesse sull’entità del nuovo esercito della RSI, ma quando poi si passò ai numeri concreti fu un faticoso tira e molla tra Graziani e lo stato maggiore del Reich. Il tutto si concluse con la promessa tedesca di addestrare in Germania quattro divisioni il cui organico però sarebbe dovuto venire: per 12.000 tra ufficiali e sottoufficiali volontari tra quelli internati nel post 8 Settembre, il resto dal reclutamento a carico degli stessi italiani. Reclutamento che si prospettava tutt’altro che facile dato che in tutte le regioni soggette alla Repubblica Sociale stavano già facendo man bassa di uomini le varie milizie fasciste e gli stessi tedeschi, che reclutavano ausiliari per la difesa costiera e l’antiaerea. La chiamata alle armi riguardò le classi 1924-1925 e a ricevere la cartolina di precetto furono 180.000 giovani, ma a presentarsi effettivamente furono in 51.162 (45.153 di reclute e appena 6.009 volontari). In seguito lo stesso Graziani ammise che “Quelli che realmente partecipavano furono quelli che volevano partecipare. Noi non avevamo polizia. I carabinieri erano in sfacelo al Nord. Chi voleva se la squagliava, saltava dai treni.”. L’alta percentuali di renitenti alla leva avrebbe portato a uno dei più grossi errori tattici della RSI: il decreto Graziani del Febbraio 1944 che comminava la pena di morte per disertori e renitenti; errore tattico perché mise questi con le spalle al muro spingendone molti tra le file della resistenza. Comunque la maggior parte delle reclute fu immediatamente inserito nella neo formata Guardia Nazionale Repubblicana, mentre appena un quarto di coloro che si presentarono partì per la Germania dove vennero inquadrati nelle suddette quattro divisioni (la Littorio di fanteria, l’Italia di bersaglieri, la San Marco di fanti di marina e la Monterosa di alpini) e soggetti ad un eccellente addestramento ad opera dei tedeschi. Mussolini visiterà queste forze due volte, una nell’Aprile nel ’44 e una nel Luglio dello stesso anno pochi giorni prima l’attentato a Hitler, ricevendo in entrambi i casi un’accoglienza entusiastica da questi giovani che, lontani dal paese, non erano al corrente della guerra civile in atto e del sempre maggior discredito del governo fascista. I tedeschi comunque all’ultimo tenteranno ancora una volta di sabotare la creazione di un esercito della Repubblica proponendo che le quattro divisioni rimangano parte in Germania come forza contraerea, parte inviate sul fronte orientale; sia Mussolini che Graziani però stavolta puntarono i piedi affermando, non a torto, che un atto del genere sarebbe equivalso ad una campana a morto per il governo fascista. Così tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945 gli uomini   iniziarono a tornare in Italia e il contatto con il paese fu subito traumatico: la popolazione era nel migliore dei casi fredda, nel peggiore ostile, mentre le bande partigiane imperversavani con l’esperienza di ormai quasi un anno e mezzo di guerriglia. Alcuni soldati reagiscono rabbiosamente, altri si sbandano e disertano (Graziani parlerà di 5.000 mentre l’ambasciatore Rahn di 10.000). Eppure queste divisioni (in totale tra i 30 e il 35.000uomini ) saranno tra le poche forze della Repubblica Sociale a vedere davvero il fronte, in particolare gli alpini della Monterosa sono schierati nella Garfagnana dove ad ottobre combattono contro una divisione brasiliana e a Dicembre partecipano ad un’isolata controffensiva. Nelle fantasie di Mussolini e Graziani questa avrebbe dovuto essere la Valmy della RSI con la respinta degli Alleati dietro l’Arno, i tedeschi però smorzarono gli entusiasmi spiegando che l’assoluta superiorità aerea degli anglo-americani rendeva irrealistica una puntata di così grande portata; la Monterosa comunque si comporterà bene anche se l’azione risulterà completamente ininfluente nell’economia del conflitto. Al contrario i marò della San Marco, schierati in Liguria, saranno coinvolti nella lotta anti-partigiana e non vedranno mai la linea del fronte; ancor peggio però andò ai bersaglieri della Italia, destinati anche loro alla Garfagnana, ma lasciati a loro stessi dai tedeschi e costretti a raggiungere a piedi nella neve il passo della Cisa. Infine i reparti della Littorio, insieme con alcune unità della Monterosa, furono poste a difesa delle valli alpine dove non vedranno mai l’ombra del nemico (la retorica fascista vuole che queste forze abbiano impedito un’invasione americano-gollista, ma si tratta di fantasia in quanto alla fine del 1944 gli alleati non hanno interesse a disperdere truppe in un difficile attraversamento delle Alpi dato che ormai sono già alla frontiera tedesca). Questa è la vicenda dell’esercito di Salò; ben addestrato, ma giunto troppo tardi per avere qualche peso e nell’esito del conflitto e nel dare al governo di Mussolini quel prestigio necessario per ottenere il consenso della popolazione. Accanto a queste quattro divisioni “ufficiali” vi furono tutta una serie di reparti regolari che, nei mesi immediatamente precedenti e successivi alla nascita della RSI, si autorganizzarono sotto la bandiera di qualche ufficiale carismatico. Due entità in particolare meritano un focus specifico: il battaglione paracadutisti Nembo del Maggiore Rizzati e la Xa Mas di Borghese. La Nembo fu forse l’esempio principale di reparto regolare che, senza avere i suoi appartenenti una particolare storia di adesione al fascismo, decise di restare al fianco dell’alleato tedesco. Il battaglione fu il frutto dell’unione di due reparti di paracadutisti; il primo, comandato dal tenente Eugenio Sala, venne colto a Catanzaro dall’armistizio dell’8 Settembre. Nell’incertezza sul da farsi giunse la notizia che due batterie tedesche rischiavano di essere accerchiate dagli americani e così, in un sussulto di cameratismo con l’ormai ex-alleato, i paracadutisti italiani andarono in soccorso delle forze germaniche aggregandosi ad esse per essere al loro fianco nei combattimenti di Salerno e, purtroppo, anche nella fucilazione dei civili a Rionero in Vulture. Giunto a Nord questo gruppo si unì ad altri paracadutisti provenienti dalla Sardegna con i quali andò a formare appunto il battaglione Nembo comandato dal maggiore Mario Rizzati. Figura particolare e per certi versi romantica quella di Rizzati il quale non fa mistero di combattere solo “per la bandiera dell’onore” e non per “i carrieristi di Salò e per quella Maddalena pentita di Mussolini”. Queste dichiarazioni giungono all’orecchio della polizia fascista e il maggiore viene convocato dal Duce per fare ammenda; Rizzati si presenta con i suoi capitani solo per dire “per me non ho nulla da togliere o da aggiungere” restando insensibile alle preghiere del segretario di Mussolini Dolfin. Il Duce, informato della posizione del maggiore, si limitò ad un’alzata di spalle e in questo vi è tutta la distanza tra il Mussolini monumento a se stesso dell’ultimo decennio del ventennio, e il Mussolini disilluso e crepuscolare di Salò. La Nembo verrà schierata sul fronte di Anzio dove Rizzati inseguirà fino all’ultimo il suo destino “perché nessuno abbia il diritto di dire che gli italiani sono tutti vigliacchi”. Il battaglione subirà pesantissime perdite nei giorni dello sfondamento della linea Cesare e verrà decimato il 4 Giugno ’44 in uno scontro contro le avanguardie corazzate inglesi alle porte di Roma, durante il quale lo stesso Rizzati troverà la morte. I resti della Nembo saranno riuniti a Tradate e, ricostruita con delle reclute, finirà la guerra in Valle d’Aosta in attesa dell’invasione americano-gollista che mai arriverà. Vicenda per certi versi affine alla Nembo, ma per altri aspetti molti diversa, fu quella della Xa Mas una delle poche compagini italiane che sperimentò la vittoria durante i tre anni della guerra fascista. Sue infatti furono i successi della baia di Suda e di Alessandria, dove sei sommozzatori guidati da Luigi Durand de la Penne misero fuori uso due corazzate inglesi (facendo dunque più danni dell’intera flotta italiana fino a quel momento), e solo un antifascismo cieco e ottuso può negare il coraggio di queste azioni e la loro importanza nel tenere aperto un confronto nel Mediterraneo con la Royal Navy (soprattutto dopo il disastro di Taranto). L’armistizio trovò la Xa nella sua base tra La Spezia e Lerici; per Borghese, come per altri comandanti in giro per l’Italia, si pose il problema del che fare? L’ordine di Supermarina era lo stesso che per il resto della flotta italiana: raggiungere Malta per consegnare i mezzi agli inglesi secondo le clause firmate a Cassibile, ma Borghese non si muove forse perché i Mas non consentono una navigazione così lunga, forse perché tenta prima di mettersi in contatto con il suo diretto superiore, il principe Aimone d’Aosta. La decisione che infine viene comunicata alla truppa è che la Xa non si sarebbe arresa né ai tedeschi né agli angloamericani, gli equipaggi accolgono la cosa con entusiasmo anche se poi in concreto solo un centinaio di uomini resterà a vedere lo sviluppo degli eventi. Borghese in seguito dichiarerà che se i tedeschi avessero tentato nell’immediato di disarmare la Xa con la forza lui avrebbe dato l’ordine di aprire il fuoco, e, conoscendo il personaggio, non è affatto da escludere che solo il comportamento germanico determinò il lato della barricata nel quale la Xa si trovò a combattere. Infatti i tedeschi, caso raro nelle ore successive all’annuncio dell’armistizio, invece di reagire rabbiosamente inviano a Borghese il capitano di vascello Berninghaus con il quale, il 14 Settembre, il principe siglò una sorta di alleanza privata tra la Xa e il Terzo Reich “La Xa flottiglia Mas è unità complessa, appartenente alla marina militare italiana, con completa autonomia nel campo logistico, organico, della giustizia e disciplinare-amministrativo. La Xa Mas è alleata con le forze armate germaniche con parità di diritti e doveri. Batte la bandiera di guerra italiana. E’ riconosciuto a chi ne fa parte l’uso di ogni arma. E’ autorizzata a recuperare, armare con bandiera ed equipaggi italiani le unità italiane trovatesi nei porti italiani. Il loro impiego operativo dipende dalla marina germanica. Il comandante Borghese ne è il capo riconosciuto con diritti e doveri inerenti a tale incarico.”. Come si vede nessun accenno alla RSI o a Mussolini; i tedeschi non considerano la Xa come un’unità inquadrata nel nuovo esercito di Salò, ma come un’entità autonoma che intrattiene un rapporto diretto con il comando germanico bypassando il governo fascista. Il comportamento sui generis dei tedeschi è dimostrato anche dall’ampia libertà che viene lasciata a Borghese di riorganizzare ed armare la Xa proprio mentre Graziani fa il tiro alla fune per ottenere le già citate quattro divisioni. Al nucleo originario di cento uomini si aggiungono i sommergibilisti del capitano Mario Arillo, i quali si trovavano in Germania per ricevere un u-boot al momento dell’armistizio, insieme a un gran numero di volontari che si presentano nei centri di reclutamento rapidamente improvvisati in varie città. Durante tutto il periodo di Salò quasi 10.000 volontari si uniranno alla Xa (5.000 saranno però ceduti alla divisione San Marco); l’appello di Borghese per scegliere a una forza apolitica che porti avanti il principio del continuare a combattere non  per Mussolini, ma per l’onore della bandiera di guerra italiana colpisce molti a riprova di quanto ho già detto in merito a quella componente di italiani che, lontana da un’adesione al fascismo di Salò, semplicemente non vuole accettare la resa del re e di Badoglio. Giorgio Bocca parlerà non a torto di una sorta di petanismo all’italiana “no agli stranieri, no ai partiti politici, alleanza con il tedesco ma temporanea, per forza maggiore, il pensiero fisso alla patria di domani liberata dai politici corrotti, retta da combattenti onesti, dall’unico partito che la Xa riconosca, il partito delle medaglie d’oro”. Certamente la Xa assume sin da subito la fisionomia di una delle formazioni più serie e professionali schierate a fianco della RSI; Borghese infatti se la organizza con regole tutte sue: vitto eguale per tutti, promozioni solo sul merito, pena di morte per i colpevoli di furto, saccheggio, diserzione e codardia. La prima speranza di Borghese è di far combattere la Xa in quello che, teoricamente, dovrebbe ebbe il suo ambiente naturale: il mare. Facendo incetta di mezzi si crea una base per i Mas a Terracina da cui si punta a lanciare un attacco contro i convoglio alleati diretti a Salerno, ma lo sbarco di Anzio fa saltare i piani; spostata la base a Fiumicino le uscite in mare della Xa saranno più fonte di delusione che di gloria. Le diserzioni degli equipaggi dei Mas che si consegnavano agli anglo-americani furono molto alte, inoltre i rapporti tra la Xa e il ministero della marina sono pessimi e costellati da reciprochi sgarbi: allorché il sottosegretario della marina Ferrini redasse un rapporto critico sulla disciplina dell’unità di Borghese per tutta risposta la Xa lo sequestrò per un paio di settimane o ancora allorché il ministero negò dei mezzi per trasferire il battaglione Barbarigo questi li requisì puntando le armi sui carabinieri e gli ufficiali di servizio. Comunque di fronte all’impossibilità di condurre una seria guerra sul mare Borghese spostò la sua attenzione sull’organizzare la Xa come unità di terra formando sei battaglioni: Barbarigo, Fulmine, Freccia , Valanga, Sagittario e Lupo. In un primo momento sembra che Borghese debba occuparsi anche dell’addestramento della divisione dei fanti di marina San Marco, ma il timore che in tal modo la Xa possa diventare la forza combattente predominante nella RSI spingerà il governo fascista a non fare obiezioni a che anche la San Marco sia addestrata dai tedeschi in Germania. Il primo progetto di Borghese per la “guerra di terra” della Xa è quello di portare l’unità sul confine orientale per fare da scudo alle rivendicazioni degli slavi, ma il tutto abortisce in poco tempo di fronte al fatto che la Venezia Giulia è già stata annessa al III Reich nella nuova Adriatisches Kustenland e il Gauleiter Rainer non ne vuole sapere di unità italiane al di là del Piave. Borghese allora tenta di ottenere che la Xa supporti i tedeschi sulla linea del fronte contro gli anglo americani e nel Febbraio ’44 in effetti il battaglione Barbarigo combatterà ad Anzio (precisamente nella zona di Fogliano), ma dopo soli due mesi Kesserling, sempre diffidente all’idea di fare affidamento su truppe italiane, rimanderà tutti a Nord a fare la guerra contro i partigiani. Vulgata vuole che la Xa sia spedita alla controguerriglia senza saperlo, ma, come fa rilevare Bocca, ciò è falso in quanto fra i suoi appartenenti venne distribuito nella primavera ’44 un questionario in cui si chiede “Sei tu, marò, disposto a combattere contro i banditi?”. Gli uomini di Borghese opereranno nel Monferrato, nelle Langhe, nel Canavese, in Friuli e saranno in prima linea contro le repubbliche partigiane della Val d’Ossola seguendo sempre le direttive del generale Wolff (comandante delle SS in Italia) e abituandosi rapidamente alla lotta senza quartiere tipica della nostra guerra civile ( e in generale di tutte le guerre civili dell’ultimo secolo). Non meno importante da trattare è il rapporto ambiguo tra Borghese e il fascismo di Salò; il principe infatti non si comporterà mai, né si considererà, come un sottoposto di Graziani o di Mussolini, ma piuttosto fu una sorta di capitano di ventura del rinascimento, alleato e non subalterno al Duce. Degli scontri con il ministero della marina abbiamo già detto, ma anche con il resto del governo di Salò i rapporti sono tutt’altro che idilliaci se, ad esempio, di fronte all’ostilità del ministro della cultura popolare Mezzasoma alla propaganda della Xa questa risponde rapendogli la segretaria per farne la direttrice del suo ufficio stampa. Lo scontro sembra sul punto di divampare il 22 Gennaio 1944 quando Borghese e due ufficiali della Xa, convocati a Gargnano per rispondere delle accuse d’insubordinazione, sono fatti arrestare da Renato Ricci. Per tutta risposta la Xa si ammutina minacciando una marcia su Salò, Mussolini è costretto ad ordinare la liberazione di Borghese che però, nel Giugno del ’44, tornerà a far parlare di sé per aver prospettato al ministro degli interni Buffarini Guidi un golpe per “scindere il binomio Italia-Mussolini”. Ulteriori scontro la Xa li avrà con la Guardia nazionale repubblicana, di cui saccheggerà i magazzini simulando attacchi partigiani, e anche con i tedeschi a cui ruba materiale bellico per rivenderlo sul mercato nero così da “autofinanziarsi”. Con il sempre più evidente avvicinarsi della disfatta Borghese medita varie soluzioni per cercare una via d’uscita: c’è l’opzione nibelungica di organizzare una resistenza estrema nelle valli piemontesi (“il nostro Alcazar” come dirà il principe), ma il concentramento di truppe della Xa verrà bloccato di fronte ai timori del governo di Salò di una nuova puntata golpista di Borghese; c’è il tentativo di un negoziato con gli Alleati al fine di far riconoscere la Xa come una forza stabilizzatrice nel caos del dopo guerra e in tal senso si aprono dei contatti con il comando americano perché l’offensiva finale contro la linea gotica venga ritardata quanto basta affinché la Xa si porti a Trieste per fare muro contro l’avanzata dei partigiani di Tito (persino nel clima da pre-guerra fredda degli ultimi giorni di conflitto questa proposta sarà scartata sotto la giustificazione “La Xa troppo malfamata. Non trattare.”). Infine vi fu anche un tentativo di trovare simpatie tra le file della resistenza affidando all’esponente della sinistra fascista Bruno Spampanato il settimanale “Orizzonte” apertamente critico nei confronti del governo e dei gerarchi; in questo giornale troveranno ospitalità voci del fascismo critico come Concetto Pettinato, già autore del celebre e durissimo “Se ci sei batti un colpo”, che scriverà senza mezzi termini “il 25 Luglio è stato conseguenza non del complotto di una cricca di politicanti, ma di una profonda crisi del regime”. Tutti questi tentativi finiranno comunque nel nulla e il 26 Aprile, mentre  il fronte crollava e l’insurrezione dilagava, Borghese sciolse la Xa; alcuni reparti si arresero agli anglo-americani, altri ai partigiani subendo le inevitabili rappresaglie proprie di fine di una guerra civile. Borghese attraversò indenne la fase post-liberazione, anche per l’intervento dell’OSS (la neonata CIA), e, dopo aver beneficiato dell’amnistia di Togliatti, fu protagonista di alcune delle peggiori zone d’ombra della storia repubblicana.

Con le vicende della Xa concludo il quadro dei reparti professionali, regolari o meno, della RSI; ovviamente vi furono altri reparti ricostruiti e legati al capitano di ventura di turno (es. i paracadutisti della Folgore o il reggimento alpino Tagliamento del colonnello Zuliani), ma sarebbe troppo lungo seguire le vicende di ognuno di essi e conviene invece adesso sportarci nel ben più intricato e violento mondo delle milizie. Il punto di partenza non può che essere quella che i gerarchi dello squadrismo si illusero poter essere l’alternativa fascista all’esercito dei professionisti: la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR). Già parlando da Radio Monaco la sera del 18 Settembre, subito dopo la sua liberazione ad opera dei tedeschi, Mussolini aveva ordinato la ricostituzione della MVSN sotto il comando di Renato Ricci, ex-presidente dell’Opera Nazionale Balilla. Abbiamo già visto come nelle intenzione dell’anima più intransigente di Salò la Milizia avrebbe dovuto essere il nucleo del nuovo esercito “politico” della Repubblica Sociale, ma che la scelta di Graziani come ministro della difesa aveva fatto naufragare questo progetto. Nella necessità però di mantenere un equilibrio tra le varie anime del fascismo di Salò, ma anche per tentare di dare un ordine ai vari gruppi che si creavano autonomamente in un clima da ritorno allo squadrismo ante-marcia, Mussolini il 20 Novembre approva la costituzione della Guardia Nazionale Repubblicana come “quarta forza armata della Repubblica” all’interno della quale dovranno confluire sia la Milizia che i carabinieri. La GNR nacque come una forza di pubblica sicurezza e controllo del territorio nelle premesse fortemente politicizzata senza però per questo mettere da parte l’elemento della disciplina e dell’ordinamento gerarchico; l’elemento che avrebbe dovuto essere centrale erano i presidi territoriali attraverso i quali si sarebbero dovute creare sia delle piazzeforti locali contro l’avanzata degli Alleati, sia fornire alla struttura quella delocalizzazione in grado di permettere di gestire le varie realtà locali della RSI. In realtà la GNR andò subito incontro ad una serie di difficoltà che ne paralizzarono progressivamente le capacità d’azione. In primis i tedeschi, sebbene avessero appoggiato la nascita di questo esercito “politico”, in concreto fecero ben poco per supportalo e numerose furono le richieste di Ricci tanto al comando germanico che allo stesso Mussolini perché gli fossero fornite armi ed equipaggiamenti. Inoltre vi era un’ambiguità di fondo sulla natura della GNR che portò a mesi di risse continue tra Ricci e Graziani in quanto il primo rivendicava l’assoluta autonomia della milizia dall’ministero della difesa, mentre il Maresciallo d’Italia cercava costantemente di inserirla stabilmente nell’organigramma dell’esercito. Altro problema erano i carabinieri un’arma che, al contrario della rivale Polizia di Stato, non era mai stata fascista, ma risolutamente monarchica e i cui membri adesso spesso collaboravano con la resistenza a volte anche disertando per unirsi ai gruppi partigiani nazionalisti e filo-Savoia. Si arrivò al punto che ad Agosto 1944 i tedeschi decidessero, di loro iniziativa, un’epurazione della GNR arrestando molti ex-carabinieri per deportarli in Germania. Infine la GNR, proprio per la sua natura di forza territoriale, fu duramente colpita dall’esplodere della guerra partigiana le cui dimensioni ed organizzazione assunsero forme inimmaginate dal governo di Salò; il generale Wolff usò ampiamente la GNR a supporto delle forze tedesche durante i rastrellamenti e le operazioni anti-partigiane e ciò comportò che la Milizia si trovasse ben presto travolta nella spirale di veleni della guerra civile. Ricci ci proverà in tutti i modi ad irrobustire la GNR creando reparti “d’elité” come i battaglioni OP (ordine pubblico), i gruppi Onore e Combattimento composti da giovani fascisti e i RAP (reparti antipartigiani), ma nell’estate del ’44 l’incapacità della GNR di far fronte alla guerriglia e il conseguente collasso morale si fanno evidenti così come si acuisce lo scontro tra lo stesso Ricci e Graziani. Buffarini è impietoso in un rapporto al Duce “un disfacimento quasi totale (del resto previsto) dell’organismo della guardia repubblicana. Da quel giorno gli italiani si sono confermati nel convincimento che non esisteva ormai nella repubblica sociale una forza di polizia adeguata”. Consapevole che ormai è solo questione di tempo prima che la GNR venga inquadrata nell’esercito, Ricci tenta di spingere ciò che resta della Milizia a una presa di posizione, anche violenta, per opporsi a ciò. Mussolini risponde duro e il 15 Agosto decreta il passaggio della Milizia sotto le dipendenze dell’esercito, mentre il 19 dello stesso mese Ricci viene silurato e il Duce assume personalmente il comando della GNR. La guardia repubblicana vivacchierà sino alla fine del conflitto divenendo ogni giorni sempre più impotente; fallisce ogni tentativo di riconvertila in una forza combattente e la misura del suo collasso è data dalla constatazione che, nel dicembre 1944, tra le sue fila vi sono in tutto 40.185 uomini di cui 21.802 anziani addetti ai servizi. La volontà dell’anima nerissima di Salò di avere un esercito di partito per “non farci fottere più”, come esclamò il federale di Como durante il Congresso di Verona, non scompare però con il disfacimento della GNR, anzi quest’evento porterà Pavolini a chiedere ed ottenere da Mussolini la costituzione di una nuova milizia formata soltanto dai membri del partito. Nascono così il 26 Luglio del ’44 le Brigate Nere, finalmente quell’esercito degli squadrista agognato dalle fazioni più intransigente. Berrettino nero da sciatore, giubbetto nero sopra maglione dello stesso colore e pantaloni grigioverdi alla zuava; ecco il corredo di questo fascisti che dicono “Sappiamo quale sarà la nostra fine, ma prima vogliamo sfogarci.”. E in effetti  nelle Brigate Nere si respira un’aria da “muoia Sansone con tutti i filistesi”, di rassegnazione a finire nella tomba accompagnata però con la volontà di fare terra bruciata attorno a sé prima che ciò succeda. Questo esercito personale di Pavolini sarà ricordato come una delle peggiori espressioni di Salò, superiore solo alle bande di cui parleremo a breve, e uno dei massimi studiosi dell’esercito della RSI, Ricciotti Lazzero, ha lasciato questo impietoso affresco “Non vi furono mai, nella nostra storia recente, reparti di più basso livello morale e tecnico-militare, e fu subito evidente a tutti, anche a Mussolini, che quell’insieme di giovani e vecchi riottosi alla disciplina… non contava militarmente e poteva costituire solo un tampone alla guerriglia dal punto di vista poliziesco. Alla prova del fuoco, quelle poche volte in cui vennero chiamate accanto ai tedeschi a far numero in azioni difficili, le Brigate Nere, che pur ebbero molti morti, dimostrarono, salve rare eccezioni, di essere del tutto impreparate. Squallido e lugubre il loro stile, nefande certe loro azioni di vendetta. I tedeschi, che li controllavano e li conoscevano bene, avendo l’esperienza dei cosacchi, dei mongoli, degli ucraini, dei croati e di tutti gli altri collaborazionisti, non permisero mai che si affacciassero al fronte, dove avrebbero rappresentato un pericolo gravissimo.”.  Nelle intenzioni di Pavolini le Brigate Nere avrebbero dovuto essere la spina dorsale di quel Ridotto Alpino Repubblicano (noto anche come Ridotto della Valtellina), ma come già nel ’43 non si era vista traccia delle otto milioni di baionette così anche il Ridotto Nazionale attorno alle ceneri di Dante nell’ora fatale si dimostrò null’altro che un artificio retorico vuoto. Infatti al 25 Aprile ’45 anche le Brigate Nere si squagliarono e meno di una decina di uomini seguì Pavolini a Menaggio per offrire a Mussolini le fila dell’ultima resistenza del fascismo repubblicano.

Oltre alle due milizie “ufficiali” a Salò imperversarono tutta una serie di milizie private, spesso legate a qualche padrino politico che le usava per le lotte di potere interne alla RSI. Furono questi gruppi, le cui condotte spesso erano indistinguibili da bande di briganti, a dar luogo ad alcuni degli episodi più truci della guerra civili e a creare le tragicamente celebri “ville tristi”. Analizzare ogni singolo gruppo sarebbe lunghissimo per cui mi limiterò a narrare brevemente dei tre più famosi: la Legione Autonoma “Ettore Muti”, la banda Carità e la banda Koch. La Muti prende il suo nome dall’ex-segretario del PNF, nonché aviatore decorato in Etiopia e Spagna, morto in circostanze mai chiarite durante il suo arresto un mese dopo la notte del Gran Consiglio. Fondata a Milano nel Settembre del 1943 essa rappresenta il ritorno più puro allo squadrismo ante-marcia nonchè la miglior espressione, prima ancora delle Brigate Nere, di quel fascismo consapevole di come andrà a finire, ma che vuole uscire di scena senza rimpianti. Al comando vi è Francesco Colombo che durante il ventennio era stato espulso dal partito per omicidio colposo e malversazioni; personaggio estremo di lui Bocca narrerà questo aneddoto: mentre si trovava all’ospedale di Premosello nella Val d’Ossola seguendo col binocolo i movimenti di una colonna partigiana, d’improvviso alza un bicchiere di vino verso le montagne esclamando “Ma sì, anche alla vostra salute.”. Gran protettori della Muti sono Farinacci e il prefetto di Milano Parini e ciò permetterà a Colombo di imperversare nel capoluogo lombardo senza alcun controllo per tutto il periodo della Repubblica Sociale. A volte si tratta di guasconate come quando un centinaio di mucche sono “requisite” e condotte al parco del castello sforzesco per supplire ad una penuria di latte a Milano, altre volte invece si tratta di ruberie vere e proprie come l’estorsione di sei milioni di Lire ai professori Ferri e Tarantino. Colombo non fa mistero delle proprie intemperanze e così, quando un derubato dai mutini viene a chiedere la restituzione del maltolto, risponde “La Muti ha solo la colonna delle entrate”; un suo subordinato, Ferrau, a chi gli chiede un inventario dei beni sequestrati si limita a dire “Non usa più.”. Le autorità di Salò sono perfettamente consapevoli delle condotte banditesche della Muti e cercano di porvi rimedio anche per rispondere alle continue lamentele che vengono da prelati, avvocati e funzionari pubblici milanesi. Mussolini stesso, all’atto di nomina del vice federale di Milano Vincenzo Costa, gli darà mandato di “spazzare via la teppaglia che disonora il fascismo milanese. Avete carta bianca.”; Costa ci proverà in tutti i modi a mettere in riga la Muti, arrivando anche ad estrarre le pistole a volte, ma sarà tutto inutile. Mesi dopo Giorgio Pini si lamenterà personalmente sempre col Duce delle “imprese” dei mutini, ma quando poi si recò a Gargnano per decidere i provvedimenti da adottare “si aprì la porta dello studio e ne uscì Colombo raggiante: era stato nominato comandante della Legione Autonoma Muti su proposta di Buffarini”. Al momento del suo massimo splendore la Muti disporrà di 2.300 uomini, 800 dei quali nel battaglione mobile destinato alla guerra partigiana; fu propria una di queste unità, precisamente il gruppo Oberdan, ad eseguire, su incarico tedesco, la strage di piazzale Loreto allorché quindici partigiani vennero fucilati per rappresaglia e i loro corpi lasciati tutta la giornata esposti al vilipendio dei militi fascisti. Comunque il principale limite combattivo della Legione era che i quadri ufficiali, provenendo tutti dallo squadrismo, non avevano una preparazione bellica-tattica e si trovarono quindi inadeguati a fronteggiare una guerriglia partigiana sempre più indurita dalla lotta spietata contro i tedeschi. Colombo, coinvolto il 25 Aprile nella missione Alleata per arrestare Mussolini prima dei partigiani, fu riconosciuto a Cadenabbia, catturato e fucilato sommariamente il 28 dello stesso mese. Vi è poi l’Ufficio Politico della formazione, alloggiato presso la caserma Solinas, e diretto da Celestino Carella che farà incetta di tutti i legionari espulsi dalle unità combattenti. Le torture e gli abusi sui prigionieri sono all’ordine del giorno così come l’estorsione di riscatti presso le famiglie di questi. Il triste primato però di torturatori ed aguzzini se lo contendono Mario Carità e Pietro Koch. La banda Carità (o Reparto Servizi Speciali) pare uscita direttamente dal “Salò” di Pasolini: un intreccio di sesso, droghe, violenza e personaggi grotteschi come le stesse figlie di Carità, che alternano torture e rapporti con i membri della banda, i “quattro santi”, il prete spretato Guastaldelli o “la Mamma” che si occupa di estorcere denaro alle famiglie dei torturati. Mario Carità è un ufficiale della Milizia che, nei primi mesi di vita della RSI, viene posto al comando dell’Ufficio politico della 62a Legione a Firenze, facendone un suo feudo personale. Proprio nel capoluogo toscano viene aperta la prima delle “ville tristi” della banda, in Via bolognese 67, che sarà attiva finché, stando a Giorgio Bocca, il potente colonnello delle SS Dollmann, uno degli uomini di fiducia di Hitler in Italia, non ne pretese l’immediata chiusura, con annessa cacciata della banda dalla città, subito dopo un’ispezione a sorpresa. Secondo altri invece fu l’avanzata Alleata a spingere la banda a sloggiare da Firenze, non prima però di aver saccheggiato le riserve locali della Banca d’Italia. Carità si stabilì dunque a Padova a Palazzo Giusti dove continuò le sue atrocità sotto la protezione delle SS, che se ne servirono ampiamente per la raccolta d’informazioni. Le autorità di Salò, informate ampiamente di questi misfatti anche per le denunce di personalità fasciste di primo piano come Giovanni Gentile, paiono impotenti e, anzi, Carità si permetterà anche di rispondere a Mussolini con una lettera piccata allorché questi gli chiese conto della sua condotta. Sciolto il reparto subito dopo il 25 Aprile, Carità morirà a Maggio in un mai chiarito scontro a fuoco con soldati americani; molti membri della banda saranno processati nel dopo guerra e condannati a pena che vanno dalla fucilazione alla schiena sino ad un minimo di sedici anni di reclusione. Anche la banda di Pietro Koch, ex ufficiale dei carabinieri campano di padre tedesco, è ricca di figure “originali” come un altro prete spretato, Epaminonda Troya, celebri attori cocainomani come Osvaldo Valenti nonché la compagnia di questi Luisa Ferida o la soubrette Desy Macchi, ma anche un personaggio che in seguito sarebbe stato protagonista di uno dei fatti di cronaca più misteriosi della storia repubblicana: Mauro de Mauro. Il gruppo venne costituito a Roma nel gennaio 1944, stabilendosi prima alla pensione Oltremare in via Principe Amedeo e poi nella pensione Jaccarino in Via Romagna, ed entrò subito nell’orbita del questore Caruso e del comandate delle SS romane Herbert Kappler. Koch fu protagonista di alcuni degli episodi più significativi dell’azione antiresistenziale a Roma come l’arresto del generale Caracciolo di Feroleto, l’uccisione del socialista Eugenio Colorni o l’irruzione nel convento di San Giovanni in Laterano per arrestare gli anti-fascisti e gli ebrei lì nascosti, fatto che provocherà una delle più dure reazioni di papa Pio XII durante i mesi dell’occupazione della capitale. La banda Koch però ha su di sé anche l’infamia di aver consegnato ai tedeschi alcuni degli ostaggi in seguito trucidati alla fosse ardeatine (tra questi ad esempio il tenente della polizia Maurizio Giglio). Anche il regista Luchino Visconti sarà arrestato e transiterà per i locali della pensione Jaccarino prima di essere rilasciato per l’interessamento dell’attrice Maria Denis. Caduta Roma la banda Koch si trasferisce a Milano, stabilendosi in via Paolo Uccello, finendo sotto la protezione del ministro degli interni di Salò Buffarini, che le passa un mensile di due milioni di lire e la usa come braccio armato sia contro gli antifascisti che contro i fascisti “moderati” o a lui invisi. Scontri durissimi Koch li avrà con la Muti di cui arresterà il tenente Piero Braga insieme ad altri dieci militi, vantandosene con lo stesso Buffarini. Tale è la fiducia che questo ministro ha in Koch che lo userà per un tentativo di negoziato con la resistenza in nome di una pacificazione nazionale, abboccamento ovviamente fallito e che costerà la deportazione in Germania all’azionista Sandro Castelli latore del netto rifiuto del CLNAI. La rete di protezione di Koch gli permetterà di continuare ad arrestare e torturare impunemente sino a Settembre del 1944 quando il presidente dell’associazione avvocato milanesi invia una lettera al ministro delle giustizia Pisenti in cui denuncia i misfatti della banda “La cosa è ormai diventata di pubblica notorietà come un’infamia e un marchio per Milano”. Pisenti, da sempre ferocemente ostile agli arbitri dell’anima squadrista di Salò, decide di fare di Koch un esempio e il compito di liquidatori della banda sarà assunto proprio dagli avversari della Muti. La sera del 24 Settembre i mutini fanno irruzione in via Paolo Uccello arrestando tutti i presenti; il vice-questore di Milano Mancini scriverà nel suo rapporto “Un gran numero di prigionieri che erano stati nei decorsi mesi o passati alle carceri o rimessi in libertà o ricoverati in ospedale, risultavano ancora presenti nelle camere di sicurezza,… con atto assolutamente arbitrario ed illegale si usava dividere quello che si toglieva al prigioniero.”. Koch finirà a San Vittore da dove prenderà contatti con Farinacci ottenendone la protezione e, dunque, il ritorno in libertà. Consegnatosi spontaneamente il 1° Giugno del ’45 verrà fucilato quattro giorni dopo a seguito di un processo lampo; alcuni membri della banda saranno passati per le armi subito dopo il 25 Aprile mentre altri furono o condannati a pene detentive o beneficiarono dell’amnistia di Togliatti.

 

Bibliografia:

  • Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana
  • Giorgio Bocca, La Repubblica di Mussolini
  • Indro Montanelli, L’Italia della guerra civile

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