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Esempio di analisi storica: l’intervento italiano in guerra (10 Giugno 1940).

Rivedendo un paio di articoli mi sono accorto che ho spesso citato, qui e là, la mia idea del processo di analisi del fatto storico, ma di non avervi mai dedicato una trattazione specifica. Così, trovandomi a ragionare in merito alla scelta mussoliniana di entrare in guerra il 10 Giugno 1940, ho pensato di prendere due picconi con una fava esponendo il mio pensiero su questo argomento e, allo stesso tempo, sfruttare l’occasione per illustrare la modalità con cui sono solito approcciarmi allo studio della storia. Una delle frasi più comuni che si sentono dire dagli apologeti del regime è che “gli unici errori di Mussolini furono le leggi razziali e l’entrata in guerra”… frase che mi lascia sempre enormemente perplesso. Non solo perché non è che si stanno citando errorini da poco, ma soprattutto perché detto così sembra che il giudizio storico sia il prodotto di una mera operazione di sottrazione delle supposte cose giuste dalle supposte cose sbagliate. Categorie per altro quelle di giusto e sbagliato secondo me che ben poco hanno a che fare con la storia sia in quanto sottintendono un giudizio morale, che poco dovrebbe interessare allo storico, sia perché la giustezza o l’errore di una determinata scelta fatta nel corso del divenire storico può essere determinata solo da una valutazione a posteriori di chi conosce già l’esito finale della vicenda. Il problema è però che chi compì quelle scelte non poteva conoscere in anticipo il loro esito e questo semplice dato incontestabile mostra tutta la fallacia di un’analisi storica che ometta di valutare il contesto in cui i fatti si svolsero: sono convinto che l’unico modo per giungere a comprendere, e dunque valutare la storia, sia attraverso la messa in relazione della situazione in cui l’evento si svolse con gli esiti che questo produsse. Così detto valutare la decisione di Mussolini solo considerando il disastro finale della guerra italiana è sbagliato in quanto si omette di tenere in considerazione degli elementi fondamentali per un’analisi scientificamente corretta: qual era la situazione all’alba di quel fatidico 10 Giugno del ’40 e quali alternative aveva in mano il Duce diverse dalla guerra.

Andiamo per gradi, al momento dello storico annuncio dal balcone di Palazzo Venezia era passato esattamente un mese da che i tedeschi avevano messo in esecuzione Fall Gelb (caso giallo) cioè il piano di guerra elaborato da Von Manstein per il superamento dello stallo sul fronte occidentale attraverso l’aggiramento della linea Maginot. La Wermacht aveva invaso Belgio, Olanda e Lussemburgo al fine di spingere gli Alleati, convinti in una mera riproposizione del piano Schlieffen, a lanciare il loro fianco sinistro nel Benelux. Nel momento in cui gli anglo-francesi si furono sbilanciati le Panzer Division di Guderian, Rommel e Kleist irruppero attraverso la foresta delle Ardenne sfondando il fronte a Sedan, attraversando la Mosa e prendendo alle spalle il nemico tranciando di netto le loro linee di comunicazione e approvvigionamento. Così in meno di un mese l’esercito francese era nel caos mentre gli inglesi avevano dovuto improvvisare una drammatica evacuazione a Dunkerque per salvare il salvabile. Gli italiani avevano seguito questi eventi con umori contrastanti e crescente apprensione. Al momento dello scoppio della guerra il paese era stato concordemente lieto di apprendere della decisione di Mussolini di dichiarare la pur pelosa non belligeranza; i rapporti tanto del capo della polizia Arturo Bocchino che del comandante dei carabinieri Azzolini Hazon erano concordi nell’affermare che gli italiani non ne volevano sapere della guerra e che anzi, in caso di intervento, vi sarebbero state sommosse a carattere neutralista nelle quali i carabinieri avrebbero fatto causa comune con la popolazione. Le ragioni di questa ostilità popolare erano varie: il ricordo dei sacrifici del conflitto del ’15-’18, l’assenza di motivazioni sentite per un intervento nonché una generale non simpatia per l’alleato tedesco. Diverse erano le ragioni che invece spinsero Mussolini a scegliere la non belligeranza e che vanno riassunte nella consapevolezza del Duce dell’impreparazione del paese al conflitto: impreparazione tanto economico-materiale quanto militare. Nei mesi che avevano preceduto lo scoppio delle ostilità, mentre la tensione attorno a Danzica cresceva, Mussolini e Ciano avevano dovuto prendere atto che le scorte di materie prime italiane, in particolare petrolio e nafta, erano assolutamente inadeguate a fare fronte a un conflitto, tenuto per altro conto che in caso di guerra con la Gran Bretagna l’Italia si sarebbe ritrovata imbottigliata nel Mediterraneo controllando gli inglesi tanto il canale di Suez quanto lo stretto di Gibilterra. Questa consapevolezza spinse il Duce e il suo ministro degli esteri, oltre a cercare di fungere da mediatori per evitare il conflitto, a mettere in chiaro con l’alleato tedesco che l’eventuale contributo militare italiano restava vincolato all’assicurazione, data dal Reich al momento della firma del Patto d’acciaio, che non vi sarebbe stata nessuna guerra in Europa fino al 1942-1943. Al fine di sottolineare ancor di più ciò Ciano inviò a Berlino una “lista della spesa” delle necessità materiali immediate dell’Italia che, per ammissione dello stesso genero di Mussolini, “era tale da uccidere un toro”. A questa deficienza materiale si univa una deficienza militare, tanto Badoglio, in maniera più diplomatica, quanto Graziani, in modo più rozzo e diretto, avevano messo apertamente in chiaro che l’esercito italiano non era pronto a combattere una nuova grande guerra europea. Non si trattava tanto della mediocrità degli armamenti, all’epoca ancora non evidente, ma dei profondi squilibri frutto delle avventuri militari del regime durante gli anni ’30. Bisogna infatti ricordare che erano appena passati vent’anni dalla conclusione della Grande Guerra, che aveva spinto l’esercito fino al suo limite, e tra il 1935-1936 vi era poi stata la guerra d’Etiopia che, sebbene vittoriosa, era stata estremamente faticosa costringendo l’Italia a impiegare tutto il suo potenziale militare per piegare la resistenza degli abissini. Ancora, dopo l’avventura africana, invece di lasciare che paese ed esercito riprendessero fiato, Mussolini si era invischiato nel dispendioso e velleitario conflitto spagnolo che aveva tenute impegnate le nostre forze armate fino all’Aprile del ’39. Ciò vuol dire che militarmente l’Italia fu impegnata costantemente sino a pochi mesi prima l’invasione della Polonia e, sebbene nel 1939 solo la Germania fosse pronta a combattere una nuova guerra europea, il peso di questi continui impegni riduceva enormemente le capacità belliche di un paese che soffriva già di un gap tecnologico-tattico rispetto alle altre principali potenze. Con un paese rigidamente anti-interventista e militarmente con il fiato corto per Mussolini la non belligeranza, in una guerra che sul fronte occidentale pareva dover ripetere gli schemi di logoramento del ’14-’18, era una scelta più che obbligata; nel mese però che andò dall’inizio di Fall Gelb al discorso di Palazzo Venezia almeno un elemento di questa equazione mutò radicalmente: la spettacolare avanzata della Wermacht portò infatti tanto gli italiani quanto il Duce stesso a interrogarsi sulla convenienza del perdurare nella neutralità. Ancora i rapporti di Arturo Bocchino mostrano questo parziale cambiamento nell’animo del paese per cui la guerra era ancora non sentita, ma allo stesso tempo vi era la convinzione generale che essa fosse avviata alla conclusione e che dunque fosse imprudente lasciare che la Germania vincesse da sola. Anche il capo dell’OVRA Guido Leto ricorderà nelle sue memorie “I nostri informatori hanno segnalato, prima sporadicamente e poi con maggiore frequenza, uno stato di timore che andava diffondendosi rapidamente che la Germania fosse sul punto di riuscire a chiudere, assai brillantemente e da sola, la tremenda partita e che di conseguenza noi, seppur ideologicamente alleati, saremmo rimasti privi di ogni beneficio per quanto riguardava le nostre aspirazioni nazionali e che a causa della nostra prudenza, di cui veniva attribuita la responsabilità a Mussolini, saremmo stati forse anche puniti dai tedeschi e che quindi, se ancora in tempo, bisognava bruciare le tappe ed entrare subito in guerra”. A posteriori noi possiamo forse sorridere del diffondersi di questa idea di una guerra ormai già finita, ma mettendoci nei panni di un osservatore dell’epoca dobbiamo ricordare che in meno di un anno i tedeschi avevano travolto senza troppa fatica Polonia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio, Lussemburgo e Francia; era difficile credere che i proclami di resistenza ad oltranza di Churchill fosse nulla più di pretattica prima dell’inevitabile inizio di una trattativa di pace. Pensare che davvero la Gran Bretagna avrebbe continuato da sola la guerra era considerato ridicolo non solo in Italia, ma anche a Berlino e in certi ambienti inglesi; anche perché delle uniche altre due grandi potenze che non erano ancora parte del conflitto, Stati Uniti e URSS, una era chiusa nel suo isolazionismo mentre l’altra era persino diventata alleata di Berlino a seguito del patto Molotov-Ribbentrop. Ci si iniziò a domandare dunque se, nel caso Hitler avesse vinto da solo, l’Italia non avrebbe corso il rischio di essere punita dallo schiacciasassi teutonico per la sua neutralità. I diari di Ciano mostrano chiaramente come il governo fascista fosse a conoscenza della simpatia con cui il Fuhrer guardava all’impero britannico e gli stessi fatti di Dunkerque, per quanto ancora oggi non completamente chiariti, inducevano a sospettare che la Germania fosse pronta a negoziare una pace con la Gran Bretagna. Il timore era che da una risistemazione dell’Europa ad opera anglo-tedesca l’Italia neutrale potesse uscirne fortemente penalizzata. Dopotutto, nonostante il Patto d’Acciaio, con il Reich restava aperta la questione dell’Alto Adige e dell’Adriatico: ad esempio la Gran Bretagna poteva attenuare le rivendicazioni tedesche ad occidente consentendo ad un arretramento del confine a Salorno. Modifiche queste che sarebbero potute venire anche indipendentemente da un accordo anglo-tedesco, ma per semplice “invito ultimativo” di Berlino adesso potenza egemone del continente.  Dunque l’opinione generale che si andò diffondendo tanto tra la gente quanto negli ambienti del regime tra il Maggio-Giugno 1940 era che l’intervento fosse una sgradita necessità per trovarsi nel campo dei vincitori e non correre rischi al momento della imminente pace. La frase probabilmente mai pronunciata da Mussolini “Mi serve solo qualche migliaio di morti per sedere al tavolo della pace.” viene sovente citata come prova dell’errore di calcolo del Duce, ma in realtà essa mette in luce una linea d’azione per nulla assurda in quel momento: si combatterà per uno massimo due mesi dopodiché al momento delle trattative di pace al peggio l’Italia ne uscirà alla pari, al meglio otterrà anche qualche aggiustamento di confine in suo favore. Questo timore di un’Italia possibile agnello sacrificale accompagnerà Mussolini per tutta la durata della guerra e ancora nel 1942 Ciano annoterà che il Duce riteneva inevitabile che prima o poi i tedeschi avanzassero la richiesta di una rettifica dei confini orientali “evento che produrrà una grave crisi nel paese e nel regime”. Ancora durante tutta la guerra la condotta strategica mussoliniana sarà sempre improntata più che a conseguire obiettivi specifici, al guadagnare “punti” da poter spendere in sede d’accordo di pace (“Bisogna mettersi in testa che al tavolo della pace si procederà per percentuali, chi più ha preso più avrà.”); illuminante in questo senso fu la risposta che diede al Generale Giovanni Messe quando questi, sempre nel ’42, gli contestò la scelta di aumentare l’organico del CSIR per renderlo ARMIR “Caro Messe, al tavolo della pace conteranno di più i duecentomila dell’ARMIR che i sessantamila dello CSIR”. Cinismo senza dubbio, ma ci stiamo occupando di politica. Il problema vero è che questa mentalità avrebbe determinato, e determinò, un terribile deficit morale per il paese qualora le previsioni si fossero rivelate sbagliate: poiché gli italiani entravano in guerra con l’idea di non doverla fare, o meglio di doverla fare per non più di un paio di settimane, la loro volontà guerriera era direttamente proporzionata alla minor durata dello sforzo bellico. A rafforzare poi questo gap morale vi era l’assenza di reali obiettivi cui tendere l’immaginazione per accettare i sacrifici di un conflitto prolungato; certo vi erano generalmente Nizza, la Savoia, la Corsica e, nelle fantasie più sfrenate, l’Egitto, ma era poca cosa rispetto al ricordo delle sofferenze della Grande Guerra e comunque certo non paragonabili al Lebensraum (unito al desiderio di revanche) tedesco o alla Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale giapponese.

Non va poi sottovalutato, nello studio di come maturò la decisione dell’intervento, l’elemento psicologico personale di Mussolini. Sempre i diari di Ciano ci testimoniano di come il Duce soffrisse il fatto di essere mero spettatore di un grande rivolgimento storico in atto. Personalità che “si adombra facilmente ed è vendicativo se i fatti non gli danno ragione”, come ebbe a dire Costanzo Ciano al figlio, da tempo Mussolini era sempre più insofferente all’attivismo di Hitler in quanto, sebbene in Italia si propagandasse il rapporto tra i due come quello tra discepolo (il Fuhrer) e maestro (il Duce), in realtà il dittatore italiano sentiva di essere messo sempre più in ombra dal suo collega tedesco. L’attributo di “motore del secolo” sbiadiva sempre di più a fronte dei risultati conseguiti da Hitler e già prima della guerra alcune mosse di Mussolini, come la creazione del grado di Primo Maresciallo dell’Impero o l’occupazione dell’Albania, erano dirette principalmente a tenere il passo con l’avversario/alleato che, in appena sette anni di governo, era divenuto l’incontrastato Fuhrer del Terzo Reich e Comandante supremo della Wermacht fagocitandosi Austria e Cecoslovacchia. Se questi già erano i sentimenti di Mussolini prima del 1° Settembre del 1939 possiamo solo immaginare quale evoluzione dovettero avere nei mesi della non belligeranza; nel momento in cui poi Hitler parve avviato a concludere da solo la guerra con una spettacolare vittoria per il Duce non fu in gioco solo l’interesse dell’Italia, ma anche il suo personale prestigio rischiando di essere completamente eclissato nonché di finire declassato al rango di mero gregario del nuovo padrone dell’Europa. Difficile dire se il Duce, ormai divenuto un monumento a se stesso come lo definiva Grandi, avesse iniziato a credere nella sua stessa propaganda illudendosi che, dopo vent’anni di regime, gli italiani fossero divenuti quel popolo di otto milioni di baionette strombazzato dal MINCULPOP. Secondo Montanelli una delle ragioni del siluramento di Starace da segretario del PNF nel Novembre 1939 fu dovuto al fatto che questi per anni aveva assicurato a Mussolini che l’Italia fosse ormai irreggimentata e ardesse di spirito guerriero, una fantasia che lo scoppio della guerra europea si affrettò a smentire con grande delusione del Duce. Comunque qualunque fosse l’opinione di Mussolini sulla tenuta morale degli italiani la situazione venutasi a creare dopo Fall Gelb lo dovette convincere che i rischi di un intervento fossero minimi; l’Italia era sì militarmente impreparata, ma questa impreparazione non sarebbe mai emersa dato che il conflitto si avviava a concludersi e sedendo al tavolo della pace dal lato dei vincitori avrebbe potuto evitare che Hitler sbancasse riducendo Roma a un satellite di Berlino.

Quali erano invece le alternative possibili allo scendere in guerra al fianco dei tedeschi? Bisogna premettere che nel Giugno 1940 l’Italia si trovava in un angolo diplomatico dov’era stata cacciata dalla sconclusionata e pressappochista politica estera del regime degli ultimi cinque anni. Da che infatti Mussolini aveva rotto il fronte di Stresa per inseguire il miraggio dell’Impero, la diplomazia italiana, con l’insediamento di Ciano al Ministero degli Esteri e l’abbandono della prudenza del filo-britannico Grandi, iniziò ad inanellare una serie di errori gravissimi in primis il girare la testa dall’altra parte di fronte all’Anschluss. La scelta assolutamente masochista di consentire la fine dell’Austria annullava in un attimo uno dei più importanti risultati conseguiti dall’Italia con la fine della Grande Guerra: la perdita di una grande potenza al proprio confine orientale. Adesso invece del piccolo e influenzabile stato austriaco, vi era l’agguerrito Reich che guardava con bramosia al Sud Tirolo e alla zona della Venezia Giulia. Di seguito all’Anschluss l’Italia agì sempre più da stampella alle pretese di Hitler ad esempio favorendo il trattato di Monaco e poi ingoiando anche il rospo della fine della Cecoslovacchia. Punto d’arrivo di questa politica suicida fu l’adesione al Patto d’Acciaio alleanza inutile per l’Italia ancor più della vecchia Triplice Intesa; se infatti quest’ultima era stata siglata in momento in cui esisteva il timore di un possibile scontro con la Francia, sebbene Visconti Venosta ritenesse che “Se l’Italia fosse aggredita dalla Francia sarà la Germania a correrle spontaneamente in aiuto, perché ciò è nel suo interesse”, il Patto d’Acciaio legava Roma mani e piedi alla nave tedesche che avanzava a tutta velocità verso una nuova guerra senza ottenere da ciò alcun vantaggio perché il rischio per l’Italia di essere aggredita da altre grandi potenze era inesistente, invece l’alleanza con la Germania ci metteva in una pericolosa rotta di collisione con la Gran Bretagna che controllava i due strategici accessi al Mediterraneo e aveva in questo mare la potente Mediterranean Fleet.  Questo era l’inghippo diplomatico in cui il regime si era volutamente posto e adesso, in alternativa all’entrata in guerra, vi erano solo due opzioni: un 8 Settembre anticipato e quindi denuncia dell’alleanza con la Germania e ingresso in guerra contro di questa oppure perdurare nella neutralità; due ipotesi che comunque esponevano il paese al rischio di una rappresaglia da parte tedesca diretta contro l’alleato traditore. L’impreparazione bellica italiana Mussolini la dovette considerare anche a confronto della devastante potenza dimostrata dal Reich; quale possibilità avrebbe avuto l’Italia, e il regime, di sopravvivere ad un’eventuale Strafexpedition di Hitler? E, come già detto, anche se non vi fosse stata un’invasione dell’Italia, alla Germania sarebbe bastato minacciarla velatamente per costringere la neutrale Roma a capitolare alle umilianti richieste teutoniche. Con l’Anschluss prima e la firma del Patto d’Acciaio poi il regime fascista aveva indissolubilmente legato il destino suo e dell’intero paese agli umori germanici e adesso che il Reich era trionfante l’unica possibilità per uscirne con le ossa sane era accodarsi al carro del vincitore. Questa è la vera responsabilità del fascismo, non la dichiarazione di guerra del 1o Giugno, inevitabile a mio parere data la situazione oggettiva del momento, ma l’aver portato avanti una politica estera sciagurata che non lasciava vie d’uscita!

Credo di aver fornito un esempio abbastanza chiaro della mentalità da me seguita allorché svolgo un’analisi storica per i miei articoli: concentrasi sui fatti, sul loro contesto e la loro connessione per trarne un quadro generale non inquinato da valutazioni di carattere etico-morale (non a caso non ho fatto accenni alla “pugnalata alle spalle” di una Francia già sconfitta in quanto ininfluente a mio parere per il giungere a una conclusione in merito alla questione storiografica che stavo studiando). Attenzione però perseguire questa “analisi asciutta” non vuol dire forzarsi ad essere neutrali, che nasconde l’altrettanto anti-storico “sospensione del giudizio”; ritengo infatti sia possibile essere di parte, cioè avere delle proprie idee schierate (non ho mai fatto mistero della mia convinta fede anti-fascista), senza essere allo stesso tempo parziale mantenendo dunque lucidità ed onestà nell’analisi. Dopotutto è mia opinione che il compito dello storico non sia dividere i buoni dai cattivi, ma giungere alla comprensione del perché e del per come degli eventi, operazione possibile solo mantenendo uno sguardo a 360° e senza avere il pregiudizio di voler che il risultato dell’analisi si accordi per forza al nostro gusto personale. 

1 Response
  • Guido
    17 Mag 2018

    L errore base di tale discorso è parlare di italia. Ben sappiamoo che mussolibi era un dittatore che aveva di fatto esautorato il onf da qualsivoglia decisione. E non si puo parlare di italia ma di singolo. Era la sua megalomania e prosopopea ad averlo spinto in questa direzione. Basta leggersi i vari rapporti fra. Franco e mussolini durante la guerra di Spagna per rendersi conto della prosppopea di mussolini e delle qualita di franco che usava e sfruttava l alleato ma non lo amava ne accettava che gli italiani svolgessero altro compito che quello di operai. L armir stesso non fu certo richiesto da hitler, ma usato da costui. Un discorso non semplice ma che illustra il fatto che le non democrazie creano determinati problemi.

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