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I brogli del referendum del 2 Giugno

Da domenica sera si è conclusa la lunghissima, e dal mio punto di vista orribile, campagna referendaria vissuta fino all’ultimo coi nervi a fior di pelle tra sospetti per il voto estero e matite cancellabili; credo che per tornare a un referendum sentito con tanta agitazione da questo paese si debba andare indietro sino alla madre di tutto le consultazioni cioè la scelta tra Monarchia e Repubblica del 1946. Anche allora si giunse al giorno del voto tra tensioni, sospetti reciproci e minacce più o meno velate, ma mentre stavolta avuti i risultati tutti i timori si sono dissolti come neve al sole nel Giugno ’46 lo scontrò continuò a montare fin quasi oltre il livello di guardia e ancora oggi ci si divide intorno a una domanda: ci furono o meno dei brogli a favore della Repubblica? Non mi nascondo dietro un dito l’inserimento di questo articolo nella rubrica “leggende della storia” fa subito capire qual è la mia opinione però  come sempre non mi voglio limitare  ad affermare una tesi, ma proverò a portare dei fatti a suo sostegno in modo da cercare di dimostrare come l’affermazione che quel risultato fu viziato da irregolarità non stia in piedi.

La polemica sui brogli del 2 Giugno ’46 si è andata negli anni via via sempre più gonfiando con un sempre maggior numero di contributi al punto che, in certe persone, si è andata creando l’idea che il fatto che il voto non sia stato genuino sia un dato acquisito. Parte della colpa per lo sviluppo di questa mentalità fu, secondo me, dovuto anche all’esagerato trionfalismo della parte repubblicana che, nel corso degli anni, sembrò dimenticarsi come quella vittoria fosse stata molto meno netta di quello che poi si è voluto dare a credere. La Repubblica vinse per poco più di un milione di voti quindi una vittoria non risicata, ma neanche schiacciante dovuta quasi interamente al risultato del settentrione, perché nel meridione era stata una vendemmia di voti monarchici, il che autorizza a chiedersi cosa sarebbe successo se il referendum fosse stato ritardato quanto bastava perché il famoso “vento del Nord” si affievolisse. Il risultato consegnò di fatto un paese diviso ancora in due da una specie di invisibile linea Gustav, ma l’esultanza repubblicana creò una reazione di rigetto in una parte del campo avverso che si intestardì nel voler dimostrare come quelle manifestazioni di giubilo fossero ingiustificate finendo così però per mischiare tra loro molti elementi creando un groviglio di verità, ipotesi e fantasie difficilmente districabile.

Partiamo subito dicendo che è vero che la campagna referendaria fu estremamente tesa con continui colpi bassi reciproci e così se nel Nord la propaganda monarchica fu ostacolata con ogni mezzo, violenza inclusa, lo stesso avvenne nel Sud per quanto riguarda quella repubblicana. Ci si è molto concentrati sullo slogan di Nenni “o la repubblica o il caos” manifestata poi esplicitamente nella minaccia di uno sciopero generale in caso di affermazione monarchica, ma va detto che questa era in parte  una minaccia preventiva dovuta al timore che i partiti repubblicani avevano della possibilità di un colpo di mano dell’esercito e dei carabinieri, i cui comandi erano in gran parte rigidamente monarchici. Non si trattava però di una minaccia con una pistola scarica perché effettivamente tra i due schieramenti quello che poteva esser più propenso a una reazione insurrezionale a fronte di un risultato negativo erano i repubblicani, nelle cui file c’erano ancora molte delle armi della resistenza; i monarchici, concentrandosi principalmente nel vecchio schieramento liberale, difficilmente avrebbe incendiato le piazze e l’unica minaccia potevano venire appunto dalle forze armate che però avrebbero agito solo dietro un ordine del Re, ben intenzionato invece a evitate ogni rischio di una guerra civile. Per cui almeno l’affermazione che lo schieramento repubblicano usò il fattore paura per avvantaggiarsi non è contestabile, ma non è neanche annoverabile come broglio perché esso fu la naturale conseguenza del clima in cui si tenne quella consultazione con il fantasma di Vittorio Emanuele III e dell’otto settembre che incombeva sul paese.

Uno dei principali argomenti portati dai sostenitori dei brogli fu il progressivo andamento dei risultati la notte dello scrutinio con l’iniziale vantaggio monarchico seguito dalla improvvisa rimonta e vittoria repubblicana. Ciò, unito al fatto che sulla poltrona del  ministero dell’interno vi fosse il super-repubblicano Giuseppe Romita, diede adito al sospetto che qualcosa quella sera non andò in maniera limpida, ma è interessante notare come l’ipotesi di brogli venne solo molto dopo perché, in un primo momento, l’accusa fu che Romita avesse volutamente nascosto “nel cassetto” un milione di voti repubblicani da tirare fuori all’ultimo momento per gelare gli animi dei monarchici già lanciati vero la vittoria. In merito all’argomento che il governo, attraverso il ministero dell’interno, possa aver agito per falsare il risultato conviene ricordare che, se sulla poltrona del Viminale sedeva Romita, su quella di presidente del consiglio c’era De Gasperi fermamente intenzionato a non precludere alcuna strada alla Democrazia Cristiana qualsiasi fosse il risultato; non a caso la sera dello scrutinio, quando ancora sembrava che la monarchia stesse vincendo, il leader della DC si affrettò a inviare un messaggio al ministero della real casa felicitandosi per come stessero andando le cose. Il politico trentino infatti probabilmente tendeva più verso la monarchia se non altro per ragioni di stabilità istituzionale e aveva schierato la DC sul fronte repubblicano solo all’ultimo momento e perché costretto dai vertici del partito che temevano le conseguenze del lasciare la bandiera repubblicana appannaggio delle sinistre. Supporre per cui che Romita possa aver manipolato il risultato del voto all’oscuro sia di De Gasperi che dei comandanti delle forze di sicurezza, tutti di tendenza monarchica e che stando allo stesso ministero “visitavano” costantemente il Viminale, pare abbastanza improbabile. Per quanto riguarda invece i risultati la spiegazione del loro strano andamento la diede lo stesso Romita: per fatalità della sorte giunsero prima i voti del Sud, come detto ampiamente a favore del Re, il che falsò la percezione del risultato, quando il peso del Nord iniziò a farsi sentire con tutta la sua forza i rapporti furono capovolti. Certo si può sostenere che questa versione appaia troppo di comodo e interessata, ma ricordo a tutti che anche per la storia vale il rasoio di Occam per cui a meno di prove concrete, e non speculazioni, a favore dei brogli non vedo perché la versione più semplice, nonché perfettamente sensata, non debba essere anche quella vera.

 

 

Veniamo a questo punto al nodo gordiano cioè la querelle giuridica che spinse Umberto II a rifiutare il risultato e a lasciare l’Italia senza un formale trapasso dei poteri che è stato l’evento che più è stato citato dalla pubblicistica a favore dei brogli: l’idea che l’autorità giudiziaria non fosse convinta della genuinità del voto spinse il Re a resistere di fronte a un governo che tentava una specie di colpo di stato. Questo racconto però è assolutamente falso perché la problematica che venne sollevata dopo il voto da parte monarchica non riguardava assolutamente brogli o irregolarità bensì una questione di diritto che Nenni definì “da mozzaorecchi”, ma che in realtà era tremendamente serie: il ruolo delle schede bianche e nulle. Il 7 Giugno un gruppo di docenti di diritto dell’Università di Padova presentò un ricorso affermando che il decreto luogotenenziale del 16 marzo che aveva indetto il referendum faceva riferimento alla maggioranza degli elettori votanti e non dei voti validi il che voleva dire che il risultato andava calcolato tenendo anche conto delle schede bianche o nulle. Un successivo decreto di Aprile correggeva in parte il tiro affermando che le singole circoscrizioni dovessero sommare i voti della monarchia e della repubblica ignorando il numero base del totale dei votanti. Detto così magari ai non addetti ai lavori può sembrare davvero una questione da mozzaorecchi, ma tradotto in pratica ciò stava a significare che aggiungendo al computo dei risultati le schede bianche e nulle si passa da un 54,26% a favore della Repubblica a uno scarno 51,01 cioè una differenza così esigua da giustificare un riconteggio dei voti alla ricerca di errori o magari anche una ripetizione del referendum. Questa argomentazione di diritto venne fatta propria dal Re che pretese una pronuncia in merito della Cassazione prima di procedere a un qualsiasi trapasso di poteri, ma tanto il primo presidente Pagano che il procuratore  generale Pilotti, entrambi monarchici ma anche magistrati integri, il 10 Giugno si limitarono a dare conto dei risultati senza procedere ad alcuna proclamazione rimandando tutto ad altra seduta per analizzare i ricorsi. Fu questa decisione a far esplodere lo scontro tra Re e Governo perché il primo chiedeva di aspettare, mentre il secondo dava il risultato per acquisito. Qualcuno ha voluto vedere nella fretta del governo il suo timore che i brogli potessero venire alla luce, ma il motivo anche questa volta è molto più semplice e serio: De Gasperi aveva il terrore dell’effetto che quello stato di indeterminatezza avrebbe potuto avere sull’ordine pubblico. Come si è visto la controversia era molto tecnica e quindi difficilmente comprensibile dall’uomo della strada il che voleva dire che gran parte del paese non avrebbe capito il motivo di una attesa che sarebbe potuta dure anche mesi, il pericolo era che più il tempo passava più c’era il rischio che gli animi del paese, momentaneamente quietatisi dopo il voto, potessero tornare a scaldarsi  fino ad esplodere in manifestazioni di violenza in un momento in cui nella penisola erano ancora presenti le forze d’occupazione alleate. Alla fine come sappiamo Umberto II dovendo scegliere se andare allo scontro frontale o ritirarsi con onore preferì evitare il rischio di gettare il paese nella guerra civile e abbandonò l’Italia ribadendo però di non aver accettato l’interpretazione del risultato data dal governo. In seguito la Cassazione si pronunciò il merito al ricorso dei docenti padovani, dopo che i massimi calibri del diritto come Calamandrei e Mortati si erano espressi, respingendolo per dodici voti a sette, ma tra questi sette vi furono sia Pagano che Pilotti il che diede nuovo fiato alle trombe di chi sosteneva che dietro il dissenso tecnico vi fosse la volontà dei magistrati di non approvare un voto che sapevano essere stato falsato. La parola fine, e l’argomentazione decisiva, la faccio dare allo stesso Pagano che in un’intervista, riportata anche da Montanelli nel suo “L’Italia della Repubblica”, disse che la legge era fatta male e che lui l’aveva fatto presente prima del voto a Togliatti, allora ministro della giustizia, il quale però si schernì dicendo che non era opera sua, ma di Vittorio Emanuele Orlando già autore del disgraziato “la guerra continua” del 25 Luglio ’43. Pagano precisò che non vi furono brogli e che in merito al ricorso “Tra i sette voti favorevoli al ricorso ci fui il mio. Ma il suo accoglimento non avrebbe mai potuto spostare la maggioranza a favore della monarchia, poteva soltanto diminuire sensibilmente la differenza tra il numero dei voti a favore della monarchia e quello dei voti a favore della repubblica.”

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