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Il sistema Versailles – Un’analisi critica

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Pochi trattati internazionali nella storia sono stati infamati quanto quello di Versailles siglato tra le potenze dell’Intesa e la Germania il 28 Giugno 1919. L’accordo che, insieme con i trattati paralleli siglati con le altre componenti degli ex Imperi centrali, diede forma al così detto sistema Versailles che regolò l’assetto geopolitico dell’Europa fino alla conferenza di Monaco del Settembre 1938, appena firmato venne definito velenosamente dal Maresciallo Foch non una pace, ma una mera tregua di vent’anni, mentre già subito dopo l’invasione della Polonia da parte dei tedeschi nel 1939 si indicò nelle decisioni prese a Versailles una concausa decisiva tanto all’ascesa del nazismo in Germania quanto alla successiva riesplosione della guerra in Europa. Chi abbia letto il mio articolo sui conflitti finali sa che personalmente trovo la definizione di tregua ventennale particolarmente calzante in quanto ritengo che tra il 1914 e il 1945 in Europa non vennero combattute due guerre mondiali, ma un unico grande conflitto europeo a rilevanza internazionale nominabile come Seconda guerra dei trent’anni. In tal senso il sistema di Versailles non fu un sistema di pace, ma una mera tregua che, non risolvendo le cause profonde che erano alla base del conflitto scoppiato nel 1914, si frappose tra le due fasi armate della guerra. Continuando i miei studi in tal senso mi sono trovato ad analizzare la natura e le caratteristiche del sistema Versailles, iniziando anche a domandarmi quanto la sua cattiva reputazione fosse davvero meritata. Partiamo dal presupposto che il trattato di Versailles, e quindi il trattato con la Germania, nasceva sulla base di un grave errore commesso dalle potenze dell’Intesa: voler imporre la pace cartaginese ad un nemico che non si sentiva sconfitta. Come ho già esposto nel primo articolo che scrissi per questo blog, l’11 Novembre 1918, quando i delegati tedeschi firmarono l’armistizio di Compiègne, l’esercito germanico era ormai avviato verso la sconfitta, ma non ancora visibilmente disfatto ed infatti occupava ancora il Belgio e alcuni distretti tedeschi; nessun soldato dell’Intesa aveva messo piede in Germania prima della fine delle ostilità. A spingere il governo provvisorio di Berlino a chiedere la pace furono infatti la rivoluzione interna che portò alla cacciata del Kaiser, la fame per il blocco inglese, il crollo simultaneo degli alleati orientali e infine la promessa che la pace sarebbe stata basata sui 14 punti di Wilson. I cittadini tedeschi però non avendo mai avuto la guerra in casa non erano completamente consci di quanto disastrosa e senza via d’uscita fosse ormai la situazione militare del Reich e dunque accettavano l’idea di essere stati sconfitti, ma non di aver subito una disfatta tale da giustificare una completa sottomissione della Germania a qualsiasi condizione che i vincitori le avrebbero potuto imporre. Né il nuovo governo repubblicano né l’esercito fecero nulla per infrangere questa illusione, anzi l’alimentarono e così il nuovo Presidente della Repubblica social-democratico Ebert accolse l’esercito del Kaiser dichiarandolo invitto sul capo di battaglia mentre gli alti gradi militari iniziavano a lavarsi le mani della sconfitta creando la Dolchstoßlegende (leggenda della pugnalata alle spalle). Intuendo quanto fosse importante schiantare psicologicamente il popolo tedesco prima di trattare la pace tanto il Maresciallo Foch quanto il Generale Pershing chiesero di ritardare l’armistizio in modo da avere il tempo di “arrivare a Berlino”, ma i popoli dell’Intesa erano stremati da quattro anni di guerra e i loro governi non se la sentirono di tirare ulteriormente la corda visto anche il timore del contagio rivoluzionario dalla Russia dei soviet. Così l’unica parata trionfale sotto la Porta di Brandeburgo non fu delle truppe anglo-franco-americane, ma dello stesso esercito tedesco acclamato dai suoi concittadini come se fosse il vincitore. Ovvia dunque quale fosse la reazione di un paese con tale forma mentis quando si vide imporre, dietro minaccia dell’occupazione e di una continuazione del blocco navale, un durissimo trattato di pace come quello siglato a Versailles: poteva subirlo momentaneamente, ma non poteva mai accettarlo come la base sulla quale costruire i futuri rapporti con gli ex-nemici.

Luogo comune è quello che le condizioni capestro imposte alla Germania furono principalmente volute dalla Francia al fine di vendicare l’umiliazione del 1871. Ora certamente Parigi aveva il dente avvelenato dalla revanche, che era stato per quasi quarant’anni l’orizzonte e il collante nazionale del popolo francese, ma ridurre Versailles a una mera vendetta è non solo riduttivo bensì anche deleterio ai fini dell’analisi dei successivi vent’anni di storia europea. A determinare le scelte di Clemenceau e degli altri delegati francesi vi era certamente anche la volontà di far  pagare ai tedeschi Sedan, ma soprattutto vi era la consapevolezza di come la Francia aveva vinto la guerra appena conclusa. Come Dorando Pietri Parigi era giunta al traguardo, ma vi era giunta stremata e l’aveva tagliato solo perché sorretta dagli alleati inglesi ed americani. Con quasi un 1.500.000 caduti tra militari e civili (il 4,29% della popolazione) per un paese che aveva un tasso di crescita demografica anemico già dall’ottocento, a causa del mai saldato debito di sangue delle guerre napoleoniche, era irrealistico pensare di poter combattere un’altra guerra con la Germania che, nonostante quasi 2.500.000 morti, restava il paese più popoloso d’Europa con un tasso demografico in positivo (e infatti avrebbe assorbito altri 7.400.000 morti tra il 1939 e il 1945). Inoltre interi dipartimenti del Nord-Est del paese erano stati devastati dal conflitto e la loro ricostruzione avrebbe richiesto anni e ingenti risorse. Infine nessuno scordava che nel 1917, dopo il carnaio di Nivelle sullo Chemin des Dames, l’esercito francese esausto si era ammutinato e il Generale Petain aveva contenuto la sollevazione oltre che con una buona dose di fucilazione anche mettendo fine alle grandi offensive; così la Francia, che fino a quel momento aveva sostenuto il grosso dello sforzo militare sul fronte occidentale, passò sulla difensiva attendendo “i carri armati e i rinforzi americani” come ebbe a dire sempre Petain. Era legittimo dunque domandarsi se l’esercito francese avrebbe accettato di combattere una nuova Verdun. La delegazione francese alla conferenza di pace dunque, prima ancora di che vendicarsi della Germania, aveva la priorità di evitare a ogni costo che la Francia si trovasse a dover combattere di nuovo una guerra contro la Germania! Il Maresciallo Foch, a tal scopo, suggerì “l’opzione nucleare” cioè smembrare la Germania in una serie di stati o, al minimo, amputarla della Renania con suo immenso bacino industriale. Tale possibilità non venne però accolta: intanto non era gradita agli inglesi che, ragionando ancora con una mentalità ottocentesca e non comprendendo l’enormità geopolitica del conflitto in atto, ritenevano raggiunto l’obiettivo di evitare un predominio continentale tedesco e temevano che, indebolendo troppo la Germania, si sarebbe aperta la strada per una egemonia francese (come se Parigi fosse nelle condizioni di improvvisarsi Napoleone). La stessa delegazione francese però rimase incerta a fronte del suggerimento di Foch in quanto temeva che una pluralità di stati tedeschi si sarebbe rimpallata l’onere del debito di guerra rendendolo di fatto inesigibile; l’opzione dello scorporo della Renania era più gradita, ma si decise di lasciarla cadere in nome dei buoni rapporti con Londra. Si scelse dunque la strada della sterilizzazione della Germania attraverso l’imposizione di una serie di lacci e oneri che le avrebbero reso impossibile dare inizio a un nuovo conflitto; la Francia però fece cadere le sue richieste più dure dietro la garanzia che, nel caso di un nuovo conflitto franco-tedesco, inglesi ed americani sarebbero giunti in soccorso di Parigi. Questa garanzia però ebbe vita breve in quanto il Congresso americano rigettò il trattato di Versailles, firmando una pace separata con Berlino e dando una sterzata isolazionista alla politica estera statunitense, mentre gli inglesi, traumatizzati dall’esperienza del ’14-’18 e maturando un sentimento di pietas per i tedeschi, si disinteressarono progressivamente al mantenimento delle clausole di Versailles. La Francia così, sentendosi abbandonata, per garantire la propria sicurezza si fece guardiano pignolo delle condizioni del trattato favorendo così la nascita appunto del sistema Versailles cioè un equilibrio geopolitico dell’Europa basato sul contenimento delle spinte revisioniste dei trattati del 1919.

Questo sistema si basava fondamentalmente su quattro caposaldi: l’imposizione a Berlino del rispetto delle clausole, la tutela dell’indipendenza austriaca, la “piccola intesa” e una forte Polonia; a ciò però si aggiungeva un principio implicito, ma decisivo per la sussistenza di tutto il resto e cioè la volontà della Francia si tutelare, anche con le armi, il suddetto sistema. Delle clausole imposte alla Germania le tre più importanti erano il pagamento delle riparazioni, la limitazione agli armamenti e la smilitarizzazione della Renania (va però anche tenuta in considerazione la clausola che gettava interamente sui tedeschi la croce della responsabilità per lo scoppio della guerra nel 1914). Sul debito di guerra tedesco si è scritto e detto molto e già nel 1919 esso venne duramente attacco da John Maynard Keynes ne “Le conseguenze economiche della pace”; l’ostinazione con cui si portò avanti la sua riscossione fu legata da un lato ad esigenze di natura economica dei paesi vincitori, ricostruzione delle zone devastante dal conflitto e pagamento delle ingenti pensioni per le vedove e gli orfani, dall’altro all’idea che il debito di guerra servisse a tenere l’economia tedesca sotto controllo compensando la sua immensa forza industriale che pareva essere uscita indenne dal conflitto. Effettivamente i vari accordi sul pagamento (piano Dawes prima e poi quello Young) spingendo Berlino a contrarre prestiti per ripagare il debito, obbligava la Germania a tenere una condotta internazionale che non la rendesse invisa agli investitori internazionali. Il disarmo imposto al Rech, con la riduzione dell’esercito a una sorta di forza di polizia interna di sole centomila unità unita al divieto di dotarsi di tutta una serie di armamenti (carri armati, aerei, sottomarini ecc.), era poi lo strumento più immediato per prevenire una nuova guerra d’aggressione ad opera della Germania oltre che per tenere il paese sotto costante minaccia di rappresaglia. Tutto ciò avrebbe funzionato se si fosse fatto in modo che effettivamente Berlino adempisse al dovere, ma invece il governo tedesco repubblicano diede coscientemente e volutamente mano libera al generale Hans Von Seeckt, capo di stato maggiore della Reichswehr, perché disarmasse facendo però in modo che il paese fosse pronto a riarmarsi in brevissimo tempo qualora lo si fosse voluto. La commissione di controllo istituita dal trattato di Versailles denunciò costantemente i metodi usati dalla Germania per aggirare le imposizioni del trattato in materia di disarmo, in particolare progettare nuovi armamenti da vendere all’estero ed inviare ufficiali e truppe a fare addestramento nell’Unione Sovietica, ma non si fece nulla per mettere fine a tutto ciò. Non deve dunque sorprendere che Hitler in pochi anni fu in grado di ricostruire la macchina bellica tedesca dotandola di un’aviazione di prim’ordine e di una flotta sia di superfice che sottomarina in grado di sfidare la Royal Navy. Ingenuamente i francesi ritennero che il limite di centomila effettivi, fintanto che veniva rispettato, garantiva una sicurezza che compensava le altre violazioni, gli inglesi al contrario pensavano che in un certo senso l’agire di Berlino fosse giustificato visto che il disarmo imposto ai tedeschi dal trattato di Versailles si basava sulla premessa che anche il resto dell’Europa avrebbe disarmato cosa che invece non era successa. Infine la smilitarizzazione della Renania, che imponeva ai tedeschi di non tenere truppe o costruire fortificazioni sulla riva destra del Reno per una fascia di 50 km (mentre le potenze dell’Intesa avrebbero potuto tenervi una forza d’occupazione fino al 1935), era a mia opinione una garanzia di “buona condotta” ancor maggiore del disarmo. Una Renania smilitarizzata era infatti un coltello puntato alla giugulare di Berlino essendo questa la porta d’accesso d’occidentale al Reich nonché l’area dove si trova il bacino della Ruhr. Senza difese questo territorio poteva essere occupato senza colpo ferire infliggendo un colpo devastante all’industria tedesca ed impedendo alla Germania di poter condurre qualsiasi offensiva ad occidente com’era successo nell’Agosto-Settembre 1914. Dunque fintanto che gli art. 42-43-44 del trattato di Versailles venivano fatti rispettare, la Germania non avrebbe potuto iniziare un nuovo conflitto con la Francia senza rischiare che questa portasse immediatamente e senza troppe difficoltà la guerra all’interno dei confini del Reich. Ecco dunque spiegato perché nel Gennaio 1936 i generali tedeschi entrarono in agitazione allorché Hitler gli annunciò la sua intenzione di rimilitarizzare la Renania, erano consapevoli che se la Francia avesse reagito militarmente la Germania sarebbe stata facilmente schiacciata in quanto non era possibile creare in poche settimane le strutture difensive necessarie per contrastare un deciso contrattacco francese oltre il Reno. Di ciò era consapevole anche lo stesso Fuhrer che infatti diede l’ordine che in caso di reazione di Parigi, le truppe tedesche (appena diciannove divisioni) avrebbero dovuto ritirarsi senza combattere. Invece tanto Londra quanto Parigi, questa seconda con un autentico atto di masochismo accontentandosi della promessa inglese di considerarne la sicurezza francese suo interesse nazionale, decisero di transigere su questa palese violazione del trattato di Versailles che indeboliva il sistema di sicurezza creato al fine di scongiurare una nuova guerra; solo Churchill, all’epoca Cassandra inascoltata, predisse acutamente che “La creazione di una linea di fortificazioni di fronte alla frontiera francese consentirà alle truppe tedesche di essere economizzate su quella linea e consentirà alle forze principali di oscillargli intorno attraverso il Belgio e l’Olanda”. Comunque qualcuno avrebbe potuto dire che una Renania rimilitarizzata non era un pericolo eccessivo fintato che ad oriente avesse fatto buona la Polonia. Il rinato stato polacco era in effetti una delle entità su cui i negoziatori di Parigi più facevamo affidamento per stabilizzare la nuova Europa post-grande guerra; in particolare la Francia, che fu sempre il principale sponsor di Varsavia, dava alla Polonia il doppio e fondamentale compito di fungere da architrave del cordone sanitario steso per isolare la Russia dei Soviet e, allo stesso tempo, appunto di fare da guardiano orientale delle intemperanze tedesche. Prudenza e senso dello storia avrebbero dovuto suggerire a Varsavia di evitare questo ruolo visto che la scomparsa della grande unione placco-lituana alla fine del settecento era avvenuta allorché i suoi vicini si coalizzarono per spartirsela a tavolino; invece i polacchi, colti da un delirio da grande potenza che il Settembre 1939 si sarebbe occupato di ricondurre a realtà, iniziarono la storia del loro nuovo stato inimicandosi tanto l’Unione Sovietica, attaccando a sorpresa i bolscevichi mentre questi erano nel pieno della guerra civile contro i bianchi, quanto i tedeschi, insistendo sulla necessità vitale del corridoio di Danzica e tentando in tutti i modi di annettersi tutta l’Alta Slesia. Tra il 1920 e il 1939 Varsavia fece il miniamo sindacale per instaurare rapporti normali con i suoi due potenti vicini e nelle settimane drammatiche che precedettero il riesplodere delle ostilità nel Luglio-Agosto 1939 con la sua testardagine contribuì a spingere Stalin a ritenere vano trattare con l’occidente un accordo anti-tedesco preferendo andare a vedere quale fosse l’offerta di Hitler. Un guardiano è inutile se può essere preso alle spalle e così la Polonia, ancora una volta, venne spartita come una carcassa di bue tra i suoi vicini. Passando all’indipendenza austriaca, essa era stata messa nero su bianco tanto nel trattato di Saint-Germani-en-Laye  che nel trattato di Versailles dove, all’ art. 80, vi era un esplicito divieto dell’Anschluss. Obbiettivamente questo punto dei trattati fu uno dei meno giusti e coerenti con i principi ideologici che muovevano, o avrebbero dovuto muovere, le scelte delle potenze dell’Intesa. Ciò perché nel 1919 la maggioranza del popolo austriaco voleva l’unione con la Germania e, stante il principio di autodeterminazione dei popoli, gli si sarebbe dovuta dare la possibilità di realizzare questo desiderio. L’Anschluss però sarebbe stata una catastrofe geopolitica in quanto da sola sarebbe stata in grado di annullare tutte le altre iniziative prese per evitare il ricrearsi di una condizione di primato tedesco sull’Europa. Unendo infatti l’Austria al Reich si sarebbero create le precondizioni per una Drang nach Osten danubiana tesa a creare quell’egemonia tedesca sull’area della mitteleuropa che era stato uno degli obiettivi della Germania imperiale durante la guerra. Non solo infatti controllare l’alto Danubio avrebbe dato forti vantaggi commerciali a Berlino, ma la Germania avrebbe avuto un confine comune con Italia, Jugoslavia e Ungheria (l’altro grande paese revisionista) nonché avrebbe praticamente circondato a Nord, Sud ed Ovest il nuovo stato cecoslovacco. Da una tale posizione di forza, e con un’alleanza con l’Ungheria irredentista, Berlino avrebbe potuto facilmente spingere ad entrare nella propria orbita Praga (magari attraverso l’uso dei tedeschi dei sudeti), Belgrado (o in questo caso solleticare l’ego delle nazionalità insoddisfatte interne alla Jugoslavia) e fare pressioni anche sulla Romania o sull’Italia dov’era presente la minoranza tedesca degli altoatesini. Tant’era importante la difesa di un’Austria indipendente all’interno di un equilibrio europeo che quando, i nazisti austriaci, col beneplacito di Berlino, nel Luglio del 1934 misero in atto un colpo di stato per rovesciare il governo del Cancelliere Engelbert Dollfuss e imporre l’Anschluss, Mussolini, ufficialmente portavoce delle istanze di revisione dei trattati del 1919, inviò quattro divisioni al Brennero per scoraggiare ogni tentativo di Hitler di invadere il suo paese natale. Quattro anni dopo però lo stesso Mussolini decise per il suicidio diplomatico dando il suo placet all’Anschluss aprendo la strada all’ultimo e finale affondo contro il sistema di Versailles: la crisi della “piccola intesa”.  Quest’alleanza tra Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania era nata al fine di contrastare l’irredentismo ungherese e venne subito entusiasticamente sostenuta anche da Parigi in quanto, indirettamente, operava anche in senso di contenimento della Germania. L’esistenza di un forte blocco danubiano contrario ad una politica di revisione dei trattati del 1919-1920 non poteva infatti che fungere da argine ad una Drang nach Osten tedesca; se infatti si fosse aperta la strada ad una revisione del trattato di Versailles c’era il rischio che anche il trattato del Trianon riguardante l’Ungheria sarebbe potuto essere rimesso in discussione e né Praga, né Belgrado, né Bucarest avrebbero gradito la cosa dato che si erano appropriati del 70% delle terre della corona di Santo Stefano. Inoltre, come già detto, tanto la Cecoslovacchia quanto la Jugoslavia preferivano una Germania tenuta sotto controllo e che non potesse annettersi l’Austria sia per questioni geografiche (Praga sarebbe stata circondata per metà del suo confine) sia per non ritrovarsi un potente vicino che controllava tutto il corso dell’alto Danubio. Sulla carta la “piccola intesa”, grazie anche al supporto tanto di Parigi quanto di Varsavia, era una potenza regionale in grado di assicurare la tenuta del sistema di Versailles, ma guardando più a fondo ci si accorgeva che i tre paesi presentavano dei pericolosi elementi di squilibrio interno che una Germania “aggressiva” avrebbe potuto sfruttare a proprio vantaggio. Intanto, per una sorta di legge del contrappasso, tanto la Cecoslovacchia quanto la Jugoslavia soffrivano dello stesso problema che aveva sfiancato e infine ucciso il vecchio impero asburgico (di cui Praga e Belgrado erano i principali eredi): la presenza all’interno dei loro confine di una pluralità di nazionalità.  I cechi (che poi sono un insieme di boemi, moravi e slesiani meridionali) convivevano con gli slovacchi, che l’elite di Praga considerava poco più che contadini semi-alfabetizzati, con oltre tre milioni di tedeschi del Sudetenland e con quasi novecentomila ungheresi nella bassa Slovacchia. All’atto della sua nascita si era stabilito che la Cecoslovacchia dovesse essere uno stato in cui tutte le etnie avrebbero avuto pari diritti civili e politici, ma sin da subito la componente ceca assunse stabilmente le redini del paese creando non poche frizioni con le altre etnie. Ancor più complessa era la situazione della Jugoslavia dove convivevano cinque etnie, quattro lingue e tre religioni; anche qui alla fine della guerra era stato previsto che il paese dovesse essere una compartecipazione tra sloveni, serbi e croati, ma non ci volle molto perché serbi e croati iniziassero a litigare. I serbi infatti si consideravano i vincitori dei turchi e degli Asburgo e ritenevano che la Jugoslavia fosse solo un allargamento della Serbia, dal canto loro i croati si vedevano come gli slavi del sud colti e occidentalizzati mentre i serbi erano rozzi e orientali; insomma i serbi volevano comandare e i croati non avevano intenzioni di ubbidire. Questi problemi minarono la tenuta di entrambi gli stati con conseguenze catastrofiche e non è un caso che, dopo il 1945, tanto la Cecoslovacchi quanto la Jugoslavia abbiano adottato soluzioni draconiane (espulsione dei tedeschi dei Sudeti da parte di Praga e soppressione delle nazionalità ad opera di Tito) che comunque dilazionarono solo di cinquant’anni lo sfaldamento definitivo di entrambe le compagini. Questa dunque le debolezze intrinseca della “piccola intesa”: se una potenza esterna  (vedi Germania) avesse fatto leva sull’instabilità intera di uno dei tre paesi provocandone il collasso, l’intera alleanza si sarebbe sciolta come neve al solo. Tale eventualità era però apparentemente scongiurata dal supporto diplomatico e militare assicurato dalla Francia, ma cosa sarebbe successo se Parigi avesse manifestato chiaramente la non intenzione di combattere per tutelare i paesi della “piccola intesa”? Infatti tutti questi elementi del sistema Versailles era abbandonati a loro stessi e destinati a soccombere di fronte alla rinascita tedesca se non ci fosse staro un “gendarme” pronto ad intervenire. E questo ruolo di gendarme, a fronte del disimpegno tanto degli Stati Uniti quanto della Gran Bretagna, poteva essere svolto solo dalla Francia. Nell’immediato dopo guerra Parigi agì in effetti da cane da guardia molto aggressivo del trattato, ma lo fece nella maniera peggiore cioè  con l’occupazione della Ruhr per imporre il pagamento delle riparazioni prendendo a pretesto alcune violazioni secondarie e di scarso rilievo. Operazione eminentemente politica, con venature anche di mera rivalsa, da un lato attirò sulla Germania la solidarietà  di Londra e Washington, aumentando così  pericolosamente la distanza tra le due sponde della Manica in merito alla politica europea, dall’altro esacerbò ulteriormente il senso di frustrazione dei tedeschi che, colpiti anche della superinflazione, si sentivano  sempre più vittime di un trattamento arbitrario da parte dei vincitori. Dopo questa sfuriata però Parigi, colpita da una grave crisi economica e temendo di compromettere ulteriormente i suoi rapporti con l’Inghilterra, assunse un atteggiamento più moderato puntando più  che altro sul creare un forte sistema di alleanze che imbrigliasse la Germania. Come detto però  ciò aveva senso fintanto che i partner minori (Belgio, piccola intesa e Polonia) erano convinti che, nell’ipotesi estrema, la Francia avrebbe sfoderato la spada andando in loro soccorso; invece nel 1928 Parigi prese la decisione più  autolesionista possibile: la linea Maginot. Già in un’altra occasione ho spiegato come la cattiva fama di questo sistema difensivo sia in gran parte immotivato; la linea infatti svolse egregiamente il suo compito, sigillare il confine franco-tedesco, e infatti nel 1940 la Wehrmacht dovette aggirarla. Il problema della Maginot era invece il messaggio che dava: Parigi non avrebbe speso risorse e tempo in quel costoso sistema difensivo se non fosse stata sua intenzione, in caso di nuova guerra con la Germania, porsi sulla difensiva al riparo dei forti. Un gendarme asserragliato dietro un muro però  perde il suo ruolo, infatti gli alleati della Francia, interpretando la linea nel senso che Parigi li avrebbe lasciati da soli a vedersela con i tedeschi, cominciarono a rivedere la loro posizione divenendo sempre meno disposti a fare la faccia feroce quando a Berlino si insediò un Fuhrer che pareva pronto a passare dalle parole ai fatti. Il paradosso è che Parigi si avvide di ciò, ma decise di non decidere e rimase in mezzo al guado; così  la Maginot non venne estesa sino alla Manica per timore che il Belgio interpretasse la cosa come una rinuncia a difenderlo in caso di aggressione tedesca, ma Bruxelles già con l’inizio della costruzione della linea aveva valutato fosse meglio abbandonare il fronte dei difensori del sistema Versailles per tornare alla stretta neutralità  pre-1914. Negli anni ’30 poi, proprio mentre la nuova Germania nazista marciava a falange verso una nuova guerra, la Francia (colpita non solo dalla crisi economica, ma anche da una sociale e politica), pur di riguadagnare la garanzia inglese, seguì acriticamente Londra sul terreno dell’appeasement, nonostante lo ritenesse deleterio, limitandosi a proteste verbali nel caso della rimilitarizzazione della Renania e dell’Anschluss, accettando il non intervento in Spagna e, addirittura, controfirmando la condanna morte della Cecoslovacchia a Monaco. Il gendarme aveva abdicato al suo ruolo e il sistema Versailles era morto.

Avrete notato che non ho inserito tra i capisaldi del sistema Versailles la Società delle Nazioni. Il motivo è che il sogno di Wilson, guardato dagli europei con un misto di scetticismo e sospetto, era nato monco per la preventiva defezione americana nonché disarmato, e quindi impossibilitato a fare lo sceriffo del mondo. Per tutta la prima metà degli anni venti Londra e Parigi non ne ebbero la ben che minima considerazione, quando poi in seguito vi si impegnarono seriamente lo fecero in maniera ipocrita tentando sempre più che altro di adoperarla per il perseguimento dei loro obiettivi. Brevemente guardata con ottimismo dopo la firma degli accordi di Locarno, di cui dirò a breve, con al comparsa di Hitler la Società scese lentamente nell’ombra sostituita da un ritorno alla gestione delle crisi direttamente ad opera degli stati; così i pur molti moniti e avvertimenti partiti da Ginevra saranno sempre più null’altro che rumore di sottofondo alla marcia verso la ripresa delle ostilità.

Prima di concludere questa analisi voglio affrontare un’ultima questione: tra il 1920 e il 1939 vi fu mai un’alternativa realistica al sistema Versailles? A mio parere sì e furono due: Locarno e Stresa. Il trattato di Locarno del 1925, primo successo del ministro degli esteri tedesco Gustav Stresemann, prevedeva l’accettazione da parte della Germania dei confini stabiliti da Versailles in cambio dell’ammissione di Berlino nella Società  delle Nazioni. La Germania così  cessava di essere il reprobo della comunità internazionale creando le premesse per il suo reinserimento nel consesso europeo su un piano di parità. Locarno avrebbe potuto rappresentare il superamento di Versailles passando così  da un sistema di perenne “tregua armata” a, finalmente, un sistema di pace. Per far ciò però sarebbe stato necessario ad entrambe le parti avere il coraggio di osare un po’  di più: Berlino doveva definitivamente accettare di essere stata sconfitta e rinunciare ai suoi progetti di un primato assoluto sul continente, mentre i vincitori avrebbero dovuto incoraggiare-premiare un atteggiamento del genere rivedendo i punti più onerosi del trattato di Versailles come le riparazioni o la libertà per l’Austria di votare in merito all’unione con il Reich. Stresemann di fondo perseguiva lo scopo di far guadagnare alla Germania l’ambito dominio dell’area della mitteleuropea, ma era pronto a fare ciò per vie diplomatiche e accettando una coabitazione europea coi francesi sotto la benedizione benevola anglo-americana. In ciò era sostenuto dal primo ministro francese Briand e dal ministro Caillaux (che nel 1912 si era dovuto dimettere da primo ministro a causa della sua politica di pacificazione con Berlino) disponibili a trovare la quadratura della relazioni franco-tedesche magari nell’ottica del primo progetto europeista dell’oggi tanto bistrattato conte Kalergi. Il coraggio però manco e così mentre la Germania rifiutava di rompere i suoi ambigui rapporti con l’URSS, Francia e soci concessero poco o nulla sul piano delle modifiche alle clausole di Versailles. Nonostante ciò lo spirito di Locarno continuò ad aleggiare sull’Europa e nel 1929 sembrò esserci un nuovo passo avanti, di nuovo con la regia di Stresemann, quando la Germania ottenne che l’adozione del piano Young, che regolava definitivamente rate e scadenze dei pagamenti delle riparazioni, fosse condizionata allo sgombero della Renania da parte delle truppe dell’ormai ex-Intesa entro il 1930 invece che nel 1935. Probabilmente Stresemann e gli altri leader del suo tempo credevano di avere il tempo dalla loro e che, se anche ci fosse voluto un altro decennio, piano piano si sarebbe potuto superare in modo pacifico il sistema Versailles. Invece il tempo non fu dalla loro perché Stresemann morì quello stesso 1929 a poco più di un mese dall’inizio della crisi economica che avrebbe travolto la Repubblica di Weimar. Defunto così lo spirito di Locarno con l’insediarsi a Berlino di Hitler le speranze di salvare l’Europa di Versailles si concretizzarono nel così detto fronte di Stresa. Stresa fu una sorta di Versailles 2.0 nata a fronte dell’atteggiamento sempre più palesemente aggressivo della Germania (nel 1935 era stata reintrodotta la coscrizione obbligatoria in violazione delle clausole sul disarmo mentre un anno prima c’era stato il tentativo di colpo di stato a Vienna); così Francia, Gran Bretagna e Italia si accordarono per contrastare ogni ulteriore tentativo tedesco di infrangere le disposizione della pace del 1920. Non deve sorprendere la presenza di Roma nello schieramento in quanto la politica estera italiana in quel momento, ancora molto influenzata da Dino Grandi, era pro-inglese e anti-tedesca. Ufficialmente il fascismo si felicitava che “l’allievo” del Duce avesse preso il potere in Germania, ma ufficiosamente c’era più di una ragione per ritenere non conveniente l’attivismo del Fuhrer: le mire tedesche sull’Austria facevano paura perché ciò avrebbe portato a un confine comune con Berlino, c’era la questione dell’Alto Adige/Tirolo e infine i tedeschi guardavano con interesse all’area danubiana nella quale però anche Roma si era molto spesa diplomaticamente. Più in generale poi Grandi riteneva che all’Italia fascista convenisse un’Europa in equilibrio nella quale Roma potesse svolgere un ruolo di mediatore e cerniera diplomatica tra le parti. Stresa però, che poteva rappresentare una vera e propria camicia di Nesso per Hitler, naufragò nel dicembre dello stesso anno causa l’attacco italiano all’Etiopia. La volontà di Mussolini di creare un impero coloniale, per altro proprio mentre gli imperi coloniali entravano in crisi, mise in difficoltà Francia e Gran Bretagna che non potevano assecondare l’aggressione italiana senza in questo modo uccidere la Società delle Nazioni ed apparire ipocrite agli occhi del consesso internazionale. Vennero quindi approvate le sanzioni, per altro piuttosto tenue perché non dirette ai beni di prima necessità come petrolio e carbone, ma nell’ombra inglesi e francesi cercarono di trovare la quadratura del cerchio che parve realizzarsi col patto Hoare-Laval che chiudeva diplomaticamente, tutta a vantaggio dell’Italia, la vicenda abissina; qualcuno però contrario all’accordo nel governo inglese o francese fece trapelare la notizia alla stampa e Londra e Parigi dovettero innestare la retromarcia. L’ultimo rantolo del fronte di Stresa si ebbe nel 1936 quando l’Italia si unì a Francia e Inghilterra nel condannare la Germania come paese aggressore per la rimilitarizzazione della Renania; ormai però Mussolini, sempre più un “monumento a se stesso” come lo ebbe a definire proprio Grandi, si era legato al dito le sanzioni finendo allo stesso tempo attratto dalle sempre più insistenti sirene tedesche. L’arrivo di Galeazzo Ciano alla poltrona di ministro degli esteri segnò l’avvio del processo autolesionista di avvicinamento di Roma a Berlino che si sarebbe concluso con la firma del capestro Patto d’acciaio.

Dunque Versailles come tregua tra le due fasi combattute della seconda guerra dei trent’anni? A mia opinione sì e non semplicemente per il suo porsi esattamente a cavallo tra l’armistizio del 1914 e la ripresa delle ostilità nel 1939, ma perché, se resto coerente con la mia teoria dei conflitti finali come esito delle crisi geopolitiche, Versailles non poteva essere un accordo di pace in quanto non andava a risolvere la causa originaria dello squilibrio geopolitico europeo che aveva determinato il conflitto: la natura del rapporto tra la Germania e l’Europa. Versailles infatti non affrontò di petto la questione del se la Germania fosse sostenibile per l’Europa un po’ perché l’esaurimento morale e materiale portò l’Intesa a scegliere di vincere senza trionfare (secoli prima Scipione l’Africano non fece questo errore e preferì rischiare di affrontare Annibale a Zama piuttosto che trattare una pace che non spezzasse la schiena di Cartagine una volta per tutte), un po’ perché logiche ancora ottocentesche portarono inglesi ed americani a ragionare in termini di un equilibrio continentale che il carnaio delle trincee aveva completamente messo fuori dalla storia. La questione tedesca poteva essere risolta solo in due modi: o dando inizio a un processo d’integrazione europea che imbrigliasse la volontà egemonica della Germania tramite un progetto che fosse anche risposta all’inesorabile declino dell’Europa dei grandi stati nazionali, oppure la soluzione Foch e dunque cancellare la Germania come stato unitario per ricondurla entro ambiti di sostenibilità per il resto del continente (ciò che poi avvenne dopo il 1945 quando l’URSS si intestardì per una Germania o disarmata o separata). A Versailles si decise invece che la soluzione al problema dovesse essere legare mani e piedi a Berlino puntandogli anche alla tempia una pistola, una scelta che trovava il tempo che trovava perché si fondava interamente sulla capacità dei guardiani di questo sistema di tenere la guardia vigile sine die… fantascienza in un continente stremato da quattro anni di guerra totale e su cui si stava per abbattere una devastante crisi economica. E così non appena il guardiano cessò di essere tale e la Germania rialzò la testa, incattivita, con le stesse idee che ne avevano guidato la politica estera dopo l’uscita di scena di Bismark l’esito non poteva che essere la ripresa delle ostilità in quanto la crisi geopolitica apertasi in Europa nel 1871 con la nascita del Reich non aveva trovato soluzione negli accordi di “pace” del 1919.

PS: a mio parere oggi ci troviamo nella stessa situazione degli anni di Versailles. Con la riunificazione tedesca è riemersa la questione della sostenibilità della Germania per il resto d’Europa, l’Unione Europea com’è adesso è, mutandis mutandi, la versione attuale del sistema Versailles: un contenimento e non una soluzione. Il contenimento non può durare a tempo indeterminato, ma è anche verso che senza questo contenimento nulla impedirebbe alla Germania di riesumare la sua politica egemonica post-bismarkiana (certamente non condotta più con gli stivali degli eserciti, ma con la diplomazia e l’economia). Questo però è un argomento talmente vasto che non può essere affrontato in una postilla di fine articolo. Per mi limito a lanciare quest’esca rimandando a un’altra volta il suo sviluppo compiuto.

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