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La Guerra Fredda – Parte I: La rottura dell’alleanza Anti-Asse e la nascita dei blocchi in Europa (1945-1949)

Indice: 1. Gli accordi tra Alleati e URSS durante la guerra – 2. I primi contrasti tra Alleati e URSS: il “lungo telegramma” di Kennan e la “cortina di ferro” di Churchill – 3. La rottura: l’enunciazione della dottrina Truman e il piano Marshall – 4. La sovietizzazione dell’Europa Orientale e il blocco di Berlino – 5. Il dissidio Tito-Stalin – 6. Il Patto Atlantico e la fine del monopolio nucleare americano – Approfondimento tematico: La guerra civile greca.


1. Gli accordi tra Alleati e URSS durante la guerra

Per comprendere le origini di quel contesto di relazioni internazionali che ha preso il nome di Guerra Fredda è necessario partire dalla storia dei rapporti tra i componenti della coalizione che dal 1941 al 1945 si contrappose all’Asse Roma-Tokyo-Berlino. Uno dei miti ancora oggi maggiormente affermati nella vulgata storica è quello di Yalta come la sede nella quale le tre grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale decisero a tavolino la divisione dell’Europa in due macro aree di influenza; in realtà per quanto l’importanza della conferenza di Yalta nella storia delle relazioni internazionali non possa in alcun modo essere sminuita, essa rappresentò solo il punto di arrivo e sintesi di un processo di ridefinizione degli equilibri politico-diplomatici del mondo post-guerra. Dall’estate 1941 fino alla fine del conflitto i rappresentanti di Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica (integrati in alcune occasioni anche da quelli di Francia e Cina) ebbero oltre venti incontri ufficiali, più una serie di incontri informali; e se fino al 1943 l’argomento principale era stato il coordinamento dello sforzo bellico, come l’invio di aiuti all’URSS o la questione dell’apertura del “secondo fronte” in Europa, dopo la resa dell’Italia e le vittorie russe di Stalingrado e Kursk, che arrestarono definitivamente la spinta offensiva tedesca in Russia, sul tavolo delle discussioni iniziarono a fare capolino anche le questioni politiche. Emersero in questo modo gli specifici obiettivi particolari, ulteriori a quello generale comune della sconfitta di Germania e Giappone, che gli appartenenti alla coalizione anti-Asse si proponevano di conseguire a seguito della vittoria finale. Per Churchill, da vecchio conservatore-imperialista britannico qual era, l’interesse principale era che a guerra finita l’URSS non andasse a sostituire la Germania quale potenza egemone sul continente e che dunque si restaurasse una qualche forma di bilanciamento di potenze (per questo fu il massimo avvocato della restaurazione del ruolo della Francia quale potenza internazionale sotto De Gaulle); inoltre andava difeso l’Impero britannico, il che implicava che venisse conservata l’influenza di Londra nei Balcani al fine di proteggere il ruolo inglese nel Mediterraneo ed in proiezione nel Medio Oriente, con il controllo del canale di Suez e dei preziosi giacimenti petroliferi locali. La prospettiva di Stalin era più complessa e allo stesso tempo più semplice: più complessa perché nel leader sovietico la sua interpretazione del marxismo, sintetizzata nella dottrina del socialismo in un solo paese che lasciava ben poco alla prospettiva dell’internazionalismo rivoluzionario, si fondeva alla storica visione geopolitica russa, basata su una forte insicurezza e timore di aggressione da parte dei vicini accentuatosi nel novecento a fronte di quattro aggressioni giunte da occidente (le due invasioni tedesche durante le guerre mondiali, l’intervento dell’Intesa a favore dei bianchi durante la guerra civili ed infine l’attacco polacco nel 1919); più semplice perché la conclusione a cui giungeva era la necessità che l’Unione Sovietica si dotasse di un proprio spazio di sicurezza che rendesse impossibile una nuova aggressione a sorpresa al suo territorio com’era successo nel Giugno del ’41 e permettesse all’URSS a guerra finita di concentrarsi sulla ricostruzione di un paese sfiancato dalla lotta al coltello per la sopravvivenza contro l’invasore nazista. Si può dire che in questo modo Stalin dava applicazione pratica a quella che era stata la profezia di Filippo Turati al congresso socialista di Livorno del 1921 che il bolscevismo si sarebbe fuso col nazionalismo russo in una forma di imperialismo di opposizione a quello dell’occidente, non era dunque la Russia ad essere al servizio della causa comunista bensì il comunismo ad essere strumentale al perseguimento degli obiettivi geopolitici russi. Roosevelt infine dei tre era quello che si muoveva in un orizzonte più idealistico che prendeva le mosse dal wilsonismo; la guerra doveva essere l’occasione per la creazione di un nuovo ordine mondiale basato sul diritto e la cooperazione tra le nazioni il cui strumento primario sarebbero state le Nazioni Unite, una nuova organizzazione internazionale che, evitando gli errori della defunta Società delle Nazioni anche tramite l’impegno diretto americano, avrebbe consentito la mediazione dei conflitto tra gli Stati e il superamento delle politiche di potenza che avevano già due volte condotto il mondo nell’incubo della guerra mondiale. Evidente che trattandosi di tre orizzonti di idee tra loro molto diversi era necessaria un’opera di sintesi che permettesse ai pezzi di combaciare in una forma che trovasse il comune gradimento di tutti. La prima importante occasione in cui operare questa sintesi fu la conferenza di Teheran (28 Novembre – 1° Dicembre 1943), che fu il primo incontro a tu per tu dei “tre grandi”, durante la quale gli anglo-americani riconobbero il vitale interesse sovietico alla sua sicurezza che sarebbe passato attraverso una ridefinizione dei rapporti con i paesi confinanti. Non si parlò mai di “sfere di influenza”, ma vi erano già degli elementi che rendevano un tale sbocco implicito. In primo luogo Roosevelt, enunciando la sua idea dell’ONU, vi legò il principio dei four policemen (quattro poliziotti) cioè le quattro potenze vincitrici (USA, URSS, Gran Bretagna e Cina) che avrebbero dovuto operare come guardini della pace a guerra conclusa; Stalin si mostrò perplesso temendo che ciò avrebbe implicato una presenza militare stabile americana in Europa, ma il Presidente statunitense specificò che nel vecchio continente tale ruolo sarebbe stato svolto integralmente da sovietici e inglesi (presupponendo una loro capacità di cooperare). In secondo luogo già in occasione della conferenza di Mosca dei ministri degli esteri di Ottobre che nei paesi dell’Asse sconfitti si sarebbero dovute insediare delle Commissioni alleate di controllo che avrebbero assunto un ruolo di supervisione di questi Stati fino alla firma dei trattati di pace; per gli anglo-americani esse dovevano essere uno strumento per non lasciare i paesi balcanici, dov’era quasi inevitabile che la prima a giungere sarebbe stata l’Armata Rossa, soggetti alla sola influenza sovietica, ma proprio perché avevano per primi violato in Italia il principio della pari rappresentanza in favore invece del principio che la parte che si assume gli oneri dell’occupazione militare, rivendica anche il primato nella gestione amministrativa. Stalin aveva pacificamente accettato che i sovietici svolgessero un ruolo meramente di rappresentanza in Italia, benedicendo la linea di Togliatti di piena cooperazione del PCI con gli organi istituzionali monarchici, ma adesso si apprestava a restituire il favore in Romania e Bulgaria. Più spinosa era la questione della Polonia: dopotutto la guerra era iniziata nel 1939 per difendere l’integrità territoriale dello stato polacco, ma adesso i sovietici facevano un punto non negoziabile della loro politica di sicurezza in primis nel mantenimento dei territori annessi a seguito del patto Molotov-Ribbentrop (principio accettato dagli Alleati in quanto vi sarebbe stata compensazione a danno della Germania) e in secondo luogo in un mutamento dei rapporti tra Varsavia e Mosca in senso di amicizia tra i due paesi, molto difficile da conseguire in ragione delle relazioni gelide che vi erano tra il Cremlino e il governo polacco in esilio a Londra. Verso i polacchi la condotta degli Alleati fu da questo momento un misto di imbarazzo ed ipocrisia; non volendo rischiare una rottura con i sovietici (soprattutto finché non vi fosse stata l’apertura del secondo fronte in Europa) gli anglo-americani cercarono quantomeno di spingere Mosca a un compromesso che salvasse le apparenze e non desse l’impressione di un totale abbandono del paese al suo destino. Stalin però sfruttò al massimo l’evidente disinteresse degli alleati occidentali: ogni apertura al governo polacco in esilio doveva essere compensata da una sua qualche concessione in merito alle pretese sovietiche sulla Polonia, e non appena se ne presentò l’occasione Mosca ruppe di nuovo relazioni per mandare avanti quale rappresentante del popolo polacco il Comitato di liberazione nazionale insediato a Lublino e composto da uomini di stretta osservanza sovietica (salvo poi offrire una ricomposizione, dietro però la richiesta che il governo in esilio a Londra accettasse al suo interno componenti del Comitato di Lublino). Questo atteggiamento dei sovietici verso la Polonia, unito alla gestione dei paesi balcanici occupati dall’Armata Rossa, preoccupò molto Churchill che temette fosse intenzione di Stalin creare la cintura di sicurezza dell’URSS attraverso una sovietizzazione politico-sociale dell’Est Europa. Per scongiurare ciò il Primo Ministro inglese si recò a Mosca nell’Ottobre 1944 e ciò che ne venne fuori fu il cosiddetto accordo sulle percentuali, in base al quale gli Alleati e l’URSS concordavano sulle relative quote di influenza in cinque paesi: Romania 90% URSS / 10% Alleati, Grecia 10% / 90%, Bulgaria 75% / 25%, Ungheria e Jugoslavia 50% / 50%. Anche con riferimento a questo accordo si è spesso parlato di delimitazione delle zone di influenza, ma Churchill negò sempre che fosse diretto a preparare una rigida spartizione dell’Europa; effettivamente nel momento in cui si ragiona che di fondo gli Alleati già a Teheran avevano informalmente accettato il principio di una sfera di influenza sovietica riconoscendo l’interesse russo alla sua sicurezza, si può leggere l’accordo sulle percentuali più che altro come un tentativo da parte di Churchill di ribadire a Stalin la volontà degli Alleati di rispettare gli interessi sovietici nell’Europa Orientale, in modo da spingere il Segretario Generale a rinunciare ai propositi di sovietizzare i paesi di quell’area quale garanzia di questi interessi. Purtroppo però i motivi di conflitto tra Alleati e URSS invece che ridursi sembravano costantemente andare ad aumentare visto che in Grecia, liberata in autunno dagli inglesi, le tensioni tra il restaurato governo monarchico e le formazioni partigiane comuniste dell’EAM iniziarono a montare (nonostante il disinteresse di Stalin che rispettava così le percentuali concordate a Mosca).

Fu anche per l’emergere di questi nuovi motivi di dissidio, insieme alla necessità di definire ulteriormente i punti già discussi a Teheran, che si decise per un nuovo incontro dei tre grandi da tenersi stavolta a Jalta in Crimea nel Febbraio del 1945. La questione più rilevante che venne affrontata fu lo status post-bellico della Germania, la cui sconfitta appariva come prossima, con la conferma della divisione del paese in “zone di occupazione” (tre con una possibile variazione a quattro qualora la Francia avesse accettato di accollarsi gli oneri e i costi conseguenti), ma l’abbandono dell’idea originaria di uno smembramento del paese divenuta col tempo sempre meno popolare in particolare presso inglesi e sovietici. Stalin infatti prospettava già sviluppi favorevoli all’URSS nella rinascita di uno stato tedesco alla cui occupazione le forze sovietiche avrebbero partecipato, mentre per Churchill la Germania avrebbe dovuto diventare insieme a Francia e Regno Unito il contrappeso al ruolo che l’URSS avrebbe assunto in Europa dopo la guerra. Sui dettagli però di quali forme avrebbe dovuto assumere l’amministrazione delle zone di occupazione, sia singolarmente che nel loro insieme, si manifestarono sin da subito pareri divergenti così che si preferì restare sul vago, rimandando la questione a vittoria conseguita. Altro argomento di discussione fu la Polonia con l’estremo tentativo degli Alleati di trovare la quadra tra le pretese sovietiche e la necessità di salvare la faccia innanzi all’opinione pubblica. Ancora una volta Stalin fu dialogante su un piano formale perché già pronto a sfruttare le ambiguità delle clausole concordate: i sovietici infatti non facevano obiezioni sul principio della democrazia della Polonia, purché fosse assicurata l’esclusione dalla vita politica polacca degli “elementi fascisti”, nozione che Mosca intendeva interpretare quale sinonimo di “elementi anti-sovietici o non filo-comunisti”. Usando la vicenda come contropartita per garantire all’URSS vantaggi in sede di organizzazione dell’ONU (come l’ingresso della RSS ucraiana e della RSS bielorussa quali stati membri con diritto di voto) Stalin acconsentì che si formasse un nuovo “Governo provvisorio polacco di unità nazionale” che fosse composto tanto da membri del vecchio governo londinese in esilio, quanto da esponenti del Comitato di Lublino; questo governo avrebbe dovuto al più presto organizzare elezioni libero e a suffragio universale, alle quali però avrebbero dovuto partecipare solo le “forze democratiche” altra definizione generica alla quale i sovietici si sarebbero premurati di dare la loro personale interpretazione. Fu cinismo quello degli Alleati? Più che altro fu realismo, con le forze dell’Armata Rossa che avevano liberato/occupato la Polonia il loro spazio di manovra era molto ristretto e Roosevelt era comunque convinto che il nuovo ordine mondiale post-guerra fondato sull’ONU avrebbe permesso di superare i dissidi tra gli stati spingendo i sovietici ad allentare la morsa a fronte del venir meno delle minacce ai suoi confini. Su un piano più generale le due principali questioni trattate a Jalta furono appunto la forma da dare a queste nuove Nazioni Unite e la cosiddetta “Dichiarazione sull’Europa liberata”. Questo documento può essere interpretato come un ulteriore tentativo da parte degli Alleati di ottenere da Stalin una concessione di moderazione per l’Est Europa, a fronte della ripetuta assicurazione anglo-americana sul rispetto assoluto da parte loro delle necessità di sicurezza sovietiche. In essa si ribadiva che i tre Stati si impegnavano a portare avanti una politica di dialogo e cooperazione anche per il dopo-guerra al fine di assicurare la ricostruzione dell’Europa e la creazione in ogni paese di “istituzioni democratiche scelte autonomamente”. In particolare si affermava che ogni ex-paese satellite dell’Asse (e qui il riferimento a Bulgaria, Finlandia, Romania e Ungheria era non così velato) che lo avrebbe richiesto sarebbe stato aiutato a “stabilire condizioni interne di pace;… a formare governi provvisori largamente rappresentativi di tutti gli elementi democratici della popolazione e impegnati a istituire al più presto possibile, mediate libere elezioni, governi rappresentativi della volontà popolare“. Anche stavolta Stalin non fece particolari questioni e accettò di firmare la Dichiarazioni, già intenzionato comunque ad allargare e restringere a sua convenienza il concetto di “elementi democratici”. Jalta rappresentò l’ultima occasione in cui i componenti della coalizione anti-Asse riuscirono, nel bene e nel male, a trovare una sintesi dei rispettivi interessi dando un’immagine di unità; di lì a qualche mese la morte di Roosevelt, il grande mediatore, e il venire al pettine a seguito della sconfitta della Germania dei vari nodi irrisolti avrebbe iniziato a rendere evidenti le crepe fino a quel momento abilmente occultate.

2. I primi contrasti tra Alleati e URSS: il “lungo telegramma” di Kennan e la “cortina di ferro” di Churchill

Il 12 Aprile 1945 moriva Franklin Delano Roosevelt, a monte delle illusioni che ciò determinò in Hitler e Goebbels di un prossimo collasso della coalizione avversaria, l’ascesa alla Presidenza del suo vice Harry Truman, rimasto fino ad allora ai margini della gestione delle questioni di guerra (non era neanche stato informato degli studi sulla bomba atomica) segnò l’inizio di un cambio di rotta nel modo in cui i sovietici venivano percepiti a Washington. Fino a quel momento gli americani erano stati infatti i più favorevoli al dialogo con Mosca, spinti in ciò dell’idealismo rooseveltiano della creazione dalle ceneri del conflitto di un nuovo mondo, Truman, pur non rinnegando i progetti del suo predecessore, iniziò sin da subito a mostrare un certo fastidio per il modo disinvolto con cui i sovietici interpretavano a loro vantaggio gli accordi stipulati durante la guerra. Così quando pochi giorni dopo il suo insediamento Molotov gli venne a portare le sincere condoglianze di Stalin per la morte di Roosevelt, Truman espresse la sua volontà di continuare sulla strada del dialogo, pretendendo però in cambio che Mosca si attenesse maggiormente alla lettera delle intese di Jalta (il riferimento era al cambio di governo imposto dai sovietici in Romania con l’uscita di scena del monarchico Generale Radescu e la formazione di un ministero a maggioranza comunista guidato dall’agrario di sinistra Petru Groza). La resa della Germania (7-8 Maggio 1945) e la fine delle ostilità in Europa portò al formarsi di altre micro-faglie di tensione tra i vincitori: in Italia si aprì il caso Trieste, occupata dai partigiani jugoslavi di Tito (con chiare finalità annessionistiche) i quali si rifiutavano di lasciarla alle forze anglo-americane del generale Alexander, mentre di nuovo sul tavolo finì la questione polacca, dove i negoziati sulla composizione del nuovo governo provvisorio di unità nazionale procedevano nella melassa dei veti sovietici e che infine portarono ad un’ultima intesa, con la formazione il 29 Giugno di un governo guidato socialista filo-sovietico Osobka-Morawski e nel quale solo un quarto dei componenti non era comunista o filo-comunista. Date queste questioni sul campo la nuova conferenza interalleata che si aprì il 17 Luglio a Potsdam fuori Berlino nasceva in un clima completamente diverso da quello che aveva ispirato solo pochi mesi prima i negoziati di Jalta. Fatto non secondario da tenere in considerazione era che solo il giorno prima dell’apertura della conferenza gli americani avevano fatto brillare con successo il primo ordigno atomico nel deserto del Nuovo Messico; Truman accennò a Stalin che gli Stati Uniti erano in possesso di una nuova arma da usare contro il Giappone e, sebbene il Segretario Generale sovietico era perfettamente a conoscenza dei progressi del programma atomico americano grazie alle spie infiltrate nel progetto Manhattan, la cosa ebbe l’effetto di rinfocolare l’insicurezza sovietica per una possibile aggressione da parte dei sempre più ex-alleati. La manifestazioni più evidenti della distanza che si stava ormai venendo a creare tra Alleati e URSS riguardò la questione ormai non più rinviabile dell’organizzazione dell’amministrazione delle quattro zone d’occupazione della Germania, il cui coordinamento si sarebbe dovuto avere per mezzo della neo-costituita Commissione alleata di controllo per la Germania. Lo scontro si accese in particolare sul tema delle riparazioni che la Germania avrebbe dovuto pagare e su cui Stalin faceva grande affidamento per la ricostruzione post-bellica dell’URSS; già da mesi le truppe sovietiche avevano iniziato un’opera di trasferimento ad oriente di ciò che rimaneva del complesso industriale tedesco presente nella loro zona d’occupazione, e adesso Stalin chiedeva agli anglo-americani di confermare la cifra di cui si era accennato durante la guerra di venti miliardi di dollari di riparazioni. Truman oppose un netto rifiuto, avvicinando così gli americani alla posizione degli inglesi che non bisognasse lasciare la Germania in una condizione di indigenza che potesse determinare un collasso sociale del quale i sovietici avrebbero approfittato (il passaggio di testimone durante la conferenza tra Churchill e Attlee non comportò un cambio di posizione a Londra rispetto alle questioni europee), e l’accordo che si raggiunse infine fu di rinviare la determinazione del quantum delle riparazioni ad un’apposita Commissione, mentre per intanto ogni potenza occupante si sarebbe potuta appropriare di impianti industriali e materie prime nelle rispettive zone d’occupazione garantendo però ai tedeschi il mantenimento di un livello minimo di sussistenza (per rabbonire i sovietici, inglesi e americani promisero loro il 15% degli impianti delle loro zone d’occupazione molto più industrializzate rispetto alla Germania orientale). Superato lo scoglio delle riparazioni la conferenza si avviò alla conclusione, con un Truman impaziente di rientrare oltre oceano per gestire l’ormai prossima resa del Giappone, con la convergenza delle tre potenze sul principio che “durante il periodo di occupazione la Germania sarebbe stata trattata come un’unica entità economica”. Tale formula nascondeva i germi della rottura definitiva tra anglo-americani e sovietici sul tema del futuro post-bellico della Germania perché per una tale amministrazione economica omogenea il presupposto era che i soggetti coinvolti avesse un unico modello economico a cui fare riferimento, cosa che ovviamente non era data la distanza siderale tra il modello di libero mercato occidentale e quello socialista sovietico, in caso contrario lo scontro era inevitabile soprattutto se nelle rispettive zone d’occupazione le varie potenze avessero iniziato ad appoggiarsi ai gruppi socio-politici tedeschi più confacenti alle loro ideologie. I mesi che seguirono la conferenza di Potsdam furono caratterizzati dal succedersi di una serie di eventi che fecero rapidamente scemare la fiducia americana sulla possibilità di mantenere una dialogo costruttivo con l’URSS, avvertita sempre più come un soggetto infido e per nulla intenzionato a tenere fede agli accordi presi. A Novembre esplose formalmente la crisi dell’Azerbaijan iraniano: durante la guerra inglesi, sovietici ed americani avevano inviato truppe in Iran per tenere aperta la locale rotta di rifornimenti verso l’URSS non confidando nella fedeltà del governo locale; già alla conferenza di Teheran si era concordato per il ritiro di queste forze a guerra conclusa solo che venuto il momento i sovietici non solo rimasero sul posto, ma supportarono anche la formazione nella loro zona di occupazione delle due entità secessioniste del Governo Popolare dell’Azerbaijan e della Repubblica del Mahabad. Gli iraniani sollevarono la questione all’appena costituito ONU dove trovarono il pieno sostegno degli americani che iniziarono a fare pressioni su Mosca perché desse seguito alla promessa di ritirare le truppe; ad Aprile del ’46 infine Stalin, non volendo arrivare allo scontro con gli americani, accettò di trattare direttamente con il governo iraniano ottenendo la creazione di una compagnia mista iraniano-sovietica per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi dell’area e l’ingresso del partito comunista Tudeh nel governo dello Scià in cambio del ritiro delle truppe sovietiche e della fine del sostegno alle repubbliche secessioniste. Stavolta però i calcoli del leader sovietico si rivelarono sbagliato perché, dopo che le forze iraniane ebbero rapidamente represso la rivolta, il Majlis (il parlamento iraniano) rigettò l’accordo sul petrolio siglato con Mosca. Altri contrasti emersero in Asia dove la resa del Giappone lasciava varie questioni irrisolte (es. l’assetto della penisola coreana) e si stava per aprire la partita della decolonizzazione mentre la guerra civile cinese riprendeva vigore (ma questi saranno argomento di un futuro capitolo di questa serie), ma ciò che certamente attirava più l’attenzione e faceva crescere a Washington la sfiducia nei sovietici era l’andamento delle cose nell’Europa Orientale. Stalin aveva un’idea ben precisa di come si sarebbe dovuta strutturare la sfera di sicurezza sovietica ed era un assetto a due fasce: la fascia esterna (Ungheria, Cecoslovacchia, Jugoslavia e Albania) poteva vedere l’affermarsi di regimi democratici liberali pluripartito purché fornissero garanzie di amicizia all’URSS, mentre la fascia interna (Bulgaria, Polonia e Romania) data la sua contiguità con il confine sovietico imponeva la presenza al potere di gruppi di stretta fedeltà moscovita, pur magari nel rispetto dell’apparenza di un sistema democratico. Caso a parte quello della Finlandia, dove il governo di Helsinki fu abile a negoziare la garanzia della sua più stretta neutralità e amicizia con Mosca in cambio dell’indifferenza di Stalin per il regime politico del paese pur appartenente alla fascia interna di sicurezza sovietica. Questo ero il modo in cui il Cremlino interpretava e riteneva di dare esecuzione agli accordi raggiunti con gli Alleati durante la guerra in merito alla garanzia della sicurezza dell’URSS, ma a Washington le modalità seguite dai rappresentanti di Stalin per spianare la strada alle forze filo-sovietiche a Varsavia, Sofia e Bucarest (pur senza ancora procedere a una vera e propria sovietizzazione di quei paesi) era solo un altro segnale delle mire espansionistiche sovietiche. Una specifica analisi delle modalità in cui si venne a formarsi quello che sarà in seguito indicato come blocco orientale si avrà nel paragrafo 4., per intanto ciò che rileva è che le notizie che giungevano dall’Est Europa aumentavano la preoccupazione a Washington e portarono Truman a dichiarare il 27 Ottobre 1945 che, premessa la volontà per il momento di continuare con il dialogo con l’URSS, “rifiuteremo di riconoscere qualsiasi governo imposto a qualsiasi nazioni da una potenza esterna con la forza. In qualche caso sarà impossibile impedire l’imposizione violenta di tale governo. Ma gli Stati Uniti non li riconosceranno mai.”. I malumori del Presidente americano presero forma ancora più compiuta in una lettera del 5 Gennaio 1946 al suo Segretario di Stato James Byrnes nella quale Truman scriveva “Non credo dobbiamo continuare a cercare la via del compromesso” e “Sono stanco di coccolare in sovietici” (in originale “I’m tired of babying the Soviets”). Segnali incoraggianti però non venivano neanche da Mosca, Stalin infatti il 9 Febbraio tenne un discorso al teatro Bolscioi nel quale, oltre ad annunciare tre nuovi piani quinquennali per la ricostruzione dell’URSS, tornò a ribadire il suo pensiero sulla inevitabilità del conflitto tra il sistema capitalista e quello comunista.

Fu proprio a seguito di questo discorso che l’ambasciatore americano a Mosca George Kennan inviò in patria un telegramma (passato alla storia come “lungo telegramma” perché composto di oltre 8.000 parola) che fece da volano al definitivo cambio di rotta da parte dell’apparato politico-diplomatico statunitense nei confronti dell’URSS. Per Kennan la dirigenza sovietica era, in perfetta linea con la tradizione della geopolitica russa, ossessivamente preoccupata dall’idea di un’aggressione esterna alla Russia e dunque il suo atteggiamento in politica estera era dettato “dalle necessità interne fondamentali della Russia”; per questo motivo la linea d’azione del Cremlino si basava su una “lotta paziente ma totale intesa alla distruzione della potenza rivale, senza mai accettare con questa convergenze o compromessi”. Il diplomatico americano giungeva così alla medesima già menzionata conclusione cui era giunto Filippo Turati subito dopo la rivoluzione d’ottobre: il bolscevismo si era fuso con il nazionalismo russo in un rapporto simbiotico e l’uso che il Cremlino faceva dell’internazionalismo socialista a livello mondiale non era diretto tanto ad assicurare il trionfo della grande rivoluzione proletaria, quanto più a rispondere alle specifiche necessità geopolitiche del paese. Ancora si precisava come la situazione dell’URSS all’indomani della fine del conflitto mondiale rendeva irrealistici progetti aggressivi da parte di Mosca, per questo la strada intrapresa era quella di una politica di paziente costante espansione e rafforzamento del controllo sovietico, prima nella sua sfera d’influenza e poi nel resto del mondo profittando di ogni debolezza strutturale interna dell’Occidente. A fronte di ciò l’unica conclusione da trarre per Kennan era smettere di illudersi di poter raggiungere un’intesa coi sovietici ed invece rispondere con un’altrettanto paziente e deciso contenimento della loro azione, senza che però ciò trascendesse in “gesti istrionici esteriori, con le minacce o aggressivi e superflui atteggiamenti di durezza verso l’esterno”. Gli Stati Uniti insomma non doveva cercare il conflitto armato con i sovietici, ma organizzare il campo Occidentale in un compatto schieramento politico-economico in grado di far comprendere al Cremlino che non vi sarebbero più stati cedimenti o concessioni, e che dunque l’unica assetto internazionale possibile sarebbe stato quello di una coesistenza; ciò finché i limiti strutturali del sistema comunista non avessero determinato un mutamento interno all’URSS che si sarebbe riflesso in un mutamento dell’approccio alla politica estera. Il “lungo telegramma” di Kennan, che verrà nel Luglio 1947 pubblicato in forma anonima sulla rivista “Foreign Affairs” con il titolo “The Sources of Soviet Conduct”, produsse un immediato effetto in un’amministrazione americana già di suo indirizzatasi verso la rottura con i sovietici; Truman incaricò uno dei suoi più fidati collaboratori, Clark Clifford, di stendere un rapporto sulla situazione dei rapporti con il Cremlino e le conclusioni in esso contenute non differivano da quelle di Kennan: l’intesa era impossibile per cui l’unica soluzione per arrestare la spinta espansionista sovietica era contrapporvi un’alleanza con i paesi dell’Europa occidentale; era il primo abbozzo della dottrina del containment che avrebbe trovato la sua piena affermazione con la risoluzione 20/4 del National Security Council del Novembre 1948. Un tale cambio di approccio geopolitico richiedeva però il supporto dei principali soggetti socio-economici del paese e, soprattutto, del Congresso dove sedevano schiere tanto di eredi dell’internazionalismo rooseveltiano, tanto di sostenitori di un ritorno allo storico isolazionismo americano (basato sulla massima di George Washington “commercio con tutti, legami politici con nessuno”) guidati dall’influente senatore repubblicano Robert Taft. Era dunque necessario preparare il terreno prima di mettere in campo politiche effettive e ciò venne fatto attraverso due discorsi che ebbero grande eco negli Stati Uniti. Il primo venne pronunciato il 28 Febbraio all’Overseas Press Club di New York dal Segretario di Stato Byrnes, il quale affermò che “Se siamo una grande potenza dobbiamo comportarci come tale, non solo al fine di garantire la nostra sicurezza particolare, ma anche per salvare la pace nel mondo”. Venne espresso il solito auspicio di amicizia e collaborazione con i sovietici, aggiungendo però anche “Tuttavia nell’interesse della pace mondiale e nell’interesse della nostra comune e tradizionale amicizia dobbiamo dire con chiarezza che gli Stati Uniti intendono difendere la “Carta” (Atlantica ndr)”. Cinque giorni dopo Churchill, che nonostante non fosse più Primo Ministro conservava un prestigio indiscusso oltre oceano, si trovava negli Stati Uniti per una vacanza quando venne invitato da Truman a tenere un discorso presso il Westminster College di Fulton nel Missouri, stato d’origine del Presidente il quale sarebbe stato presente. L’ex Premier accettò e, dopo essersi consultato con vari esponenti dell’amministrazione americana, affermò “Diamo il benvenuto alla Russia nel suo giusto posto tra le più grandi Nazioni del mondo. Siamo lieti di vederne la bandiera sui mari. Soprattutto, siamo lieti che abbiano luogo frequenti e sempre più intensi contatti tra il popolo russo e i nostri popoli. È tuttavia mio dovere prospettarvi determinate realtà dell’attuale situazione in Europa. Da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente. Dietro quella linea giacciono tutte le capitali dei vecchi stati dell’Europa Centrale e Orientale. Varsavia, Berlino, Praga, Vienna, Budapest, Belgrado, Bucarest e Sofia; tutte queste famose città e le popolazioni attorno a esse, giacciono in quella che devo chiamare sfera Sovietica, e sono tutte soggette, in un modo o nell’altro, non solo all’influenza Sovietica ma anche a un’altissima e in alcuni casi crescente forma di controllo da Mosca.”. Come già Kennan anche Churchill specificò che l’Unione Sovietica non volevano la guerra, ma perseguivano piuttosto “un’espansione senza limiti della sua potenza e delle sue dottrine”; a ciò era necessario rispondere in modo adeguato in quanto “Per quanto ho visto circa i nostri amici sovietici sono convinto che non vi sia nulla che essi ammirino e rispettino tanto come la forza e non vi è nulla verso cui abbiamo minor rispetto che la debolezza militare”. Perno di questa risposta avrebbe dovuto essere “l’associazione fraterna dei popoli di lingua inglese… una relazione speciale (special relationship) tra il Commonwealth e l’Impero britannico e gli Stati Uniti.”. Queste parole, data l’autorevolezza di colui che le aveva pronunciate, furono un utile viatico per arginare le spinte neoisolazioniste della politica americana e creare una forma mentis che fosse pronta ad accogliere un nuovo tipo di approccio alle relazioni con l’URSS e con l’Europa.

3. La rottura: l’enunciazione della dottrina Truman e il piano Marshall

La seconda metà del 1946 e i primi mesi del 1947 videro il succedersi di una serie di avvenimenti che fecero da premessa alla definitiva rottura della coalizione che aveva vinto la guerra mondiale. Il 7 Agosto ’46 i sovietici presentano alla Turchia una nota nella quale denunciavano le modalità di gestione degli stretti turchi da parte di Ankara (facendo riferimento in particolar modo all’ingresso durante la guerra di navi italiane e tedesche nel Mar Nero) e chiedevano una revisione della Convenzione di Montreux che nel 1936 aveva regolato il regime di navigazione delle navi commerciali e militari attraverso di essi. Si trattava del punto di arrivo di un processo di progressivo aumento di pressione del Cremlino sulla Turchia, iniziato con la denuncia nel Marzo del ’45 del trattato di amicizia e non aggressione tra i due paesi e proseguito con l’avanzare pretese territoriali sui distretti di Kars e Ardahan a vantaggio delle RSS georgiana e armena, il tutto con l’obiettivo di realizzare una delle massime ambizioni di Mosca sin dai tempi degli Czar: controllare gli stretti e avere così un accesso diretto al Mediterraneo. La nota sovietica, seguita dal dispiegamento di ingenti forze navali nei pressi delle coste turche, creò immediatamente grande agitazione a Londra e Washington , dove si temeva che Ankara potesse capitolare finendo così assorbita nell’orbita dell’URSS, che avrebbe così acquisito un trampolino per dispiegare la sua potenza nel Mediterraneo Orientale e nel Medio Oriente. In autunno poi le tensioni tra governo monarchico e comunisti in Grecia sfociarono infine in aperta guerra civile, con gli inglesi attivamente impegnati militarmente a sostegno del governo e Stalin ambiguamente silente mentre jugoslavi, bulgari ed albanesi fornivano supporto logistico ai partigiani comunisti. Il principale terreno di scontro tra gli ormai ex-alleati del tempo di guerra era però lo status della Germania. Com’era prevedibile le possibilità di un’amministrazione coordinata delle quattro zone di occupazione, a fronte della crescente sfiducia tra le parti, era semplicemente impossibile e le singole potenze iniziarono a collaborare con le forze politiche locali ideologicamente affini (quindi i sovietici con i comunisti, mentre gli anglo americani con i cattolici liberali e i social-democratici) applicando i rispettivi modelli economici nelle aree di loro competenza. non ci volle molto perché inglesi ed americani iniziassero una stretta collaborazione nella gestione delle loro rispettive zone, ma per creare un fronte comune rispetto ai sovietici mancava il supporto dei francesi, ossessionati dal timore di una nuova rinascita della potenza tedesca, che insistevano per una linea dura sulle riparazioni e sullo scorporamento dei territori renani. A Marzo ’46, in contemporanea con l’annuncio da parte degli anglo-americano che non avrebbero più provveduto a consegnare la quota di impianti industriali tedeschi presenti nelle loro zone d’occupazione e promessi a Potsdam all’URSS, il Segretario di Stato Byrnes avanzò la sua proposta per la risoluzione della questione tedesca: accordo di pace immediato e stipula di un trattato di garanzia tra URSS, Stati Uniti, Regno Unito e Francia in base al quale i quattro paesi avrebbero mantenuto in Germania forze armate per prevenire un suo nuovo riarmo. In estate Molotov rigettò la proposta affermando che qualsiasi accordo di pace doveva seguire a un’intesa sul tema delle riparazioni, ma in realtà la questione di fondo era un’altra e riguardava la prospettiva di un impegno militare duraturo di Washington in Europa. Stalin aveva un’idea ben precisa di quale avrebbe dovuto essere il futuro assetto della Germania: uno stato unitario, neutrale e demilitarizzato sul quale l’URSS avrebbe potuto esercitare una forte influenza politica… praticamente una grande Finlandia al centro dell’Europa, progetto che però era incompatibile con la presenza stabile al suo interno di truppe americane. A fronte della risposta sovietica Byrnes colse l’occasione per dare il primo segnale del cambio di rotta della politica americana in un discorso tenuto a Stoccarda il 6 Settembre 1946: poiché era impossibile raggiungere un accordo su una gestione economica uniforme delle quattro zone di occupazione e tenuto conto del fatto che la ripresa della produzione tedesca era fondamentale per la rinascita economica dell’Europa, inglesi ed americani avrebbero per intanto provveduto all’unificazione economico-amministrativa delle loro rispettive zone d’occupazione. Fino ultimo era quello di consentire nel più breve tempo possibile il recupero della libertà politica e di autogoverno della Germania in quanto “Il popolo americano intende aiutare il popolo tedesco a riconquistarsi un posto onorevole nel consesso delle nazioni libere e pacifiche del mondo”. Per la prima volta dalla fine della guerra gli Stati Uniti rinunciavano a cercare un compromesso con i sovietici scegliendo la via della contrapposizione. Ulteriore sintomo del cambiamento in atto a Washington fu nel Gennaio 1947 l’avvicendamento proprio nel ruolo di Segretario di Stato tra Byrnes, da molti ancora considerato un uomo di Roosevelt, e il Generale George C. Marshall, ex Capo di Stato Maggiore degli eserciti alleati durante la guerra e persona con un autorevolezza tale che gli avrebbe permesso di assumere decisione sostenute da un sostegno bipartisan, il quale creò il Policy Planning Staff, un ufficio preposto all’analisi delle politiche e delle strategie verso cui indirizzare la politica estera americana, alla cui guida venne posto George Kennan. La nomina di Marshall coincise con l’evento che avrebbe condotto alla pubblica enunciazione del nuovo approccio geopolitico di Washington; il 21 Febbraio infatti gli inglesi comunicarono al governo americano che, a causa della grave crisi economica che affliggeva il paese, sarebbe stato per loro impossibile continuare il sostegno militare al governo greco nella sua lotta contro l’insurrezione comunista. Si trattava di una svolta epocale nella politica europea in quanto Londra, pur conservando un ruolo attivo nelle vicende continentali ed infatti a Marzo avrebbe concluso con la Francia il tratto di Dunkerque (un’alleanza formalmente diretta contro una rinascita di velleità aggressive della Germania, ma che in realtà guardava già all’URSS come il nuovo nemico da cui tutelarsi), al fine di concentrare le risorse nella creazione del welfare state promesso dal governo laburista rinunciava alla sua storica posizione di argine alle ambizioni russe di accedere al Mediterraneo, chiedendo che fossero gli Stati Uniti ad assumersi tale onere. Oltre oceano la situazione greca venne immediatamente messa in relazione con le pressioni sovietiche verso la Turchia per la questione degli stretti (sebbene le due vicende fossero tra loro molto diverse e in alcun modo in relazione) e, dopo un serrato dibattito, prevalse la linea del Sottosegretario di Stato Dean Acheson secondo cui se l’approccio generale scelto era ormai quello di contenimento di ogni ulteriore allargamento della sfera d’influenza sovietica, questa era esattamente una situazione che richiedeva un intervento. Il 12 Marzo Truman tenne un discorso al Congresso con il quale chiedeva l’autorizzazione a una spesa di 400 milioni dollari a fondo perduto per sostenere la Grecia e la Turchia in quanto, come poi avrebbe affermato la legge votata il 22 Maggio, “l’integrità territoriale e la sopravvivenza di queste nazioni sono importanti per la sicurezza degli Stati Uniti e di tutti i popoli amanti della pace”. Veniva così enunciata quella che sarebbe passata alla storia come dottrina Truman cioè una dichiarazione di principio con la quale gli Stati Uniti non solo annunciavano di sostituirsi al Regno Unito come custodi della stabilità dell’area del Mediterraneo Orientale, ma più in generale si dichiaravano pronti a sostenere, sia economicamente che militarmente, tutti i regimi democratici che fossero stati oggetto di aggressione diretta o indiretta sotto qualsiasi forma da parte dell’Unione Sovietica. Stalin comunque non diede particolare rilievo alle parole di Truman, in quanto comprese che non si riferivano a quei paesi già inseriti nell’orbita di Mosca, e l’unico reazione che ebbe fu la decisione di ordinare la cessazione di ogni supporto ai comunisti greci, fatto questo che avrebbe contribuito a creare le premesse per il dissidio con Tito. Ciò che però non si compresa al Cremlino era che una volta mollati gli ormeggi gli Stati Uniti adesso intendevano procedere a tappe forzare nell’organizzazione del campo occidentale, anche perché la situazione europea richiedeva azioni immediate.

Dopo la guerra infatti buona parte dell’Europa era in macerie con un sistema economico-finanziario gravemente segnato dalle vicende belliche; in particolare a spaventare era il tasso d’inflazione, la difficoltà di approvvigionamento di beni essenziali ed un commercio internazionale quasi paralizzato. In realtà politiche di ricostruzione era già state avviate immediatamente dopo la fine delle ostilità, sostenute da ingenti aiuti provenienti dagli Stati Uniti in quantità ben superiore a quelli successivamente messi in campo con il piano Marshall (al solo Regno Unito era stato accordato un prestito di 3 miliardi e 750 milioni di dollari), il problema era che esse mancavano di omogeneità e coordinamento tra i vari paesi, il che ne depotenziava l’efficacia e provocava dispersione di risorse materiale ed economiche fondamentali. A Washington c’era il timore che il perdurare di questo caos, aggravata anche dal fatto che tra il 1946 e il 1947 vi era stato un inverno particolarmente rigido, potesse determinare situazioni di instabilità politico-sociali che favorissero un’espansione dell’influenza sovietica. Per gli Stati Uniti dunque la rinascita economica dell’Europa non era solo necessaria per la tenuta della loro stessa economica, impossibile continuare a lungo con una bilancia commerciale tra America ed Europa pesantemente deficitaria, ma era connessa anche a questioni di ordine politico-strategico. Nell’amministrazione Truman si fece così avanti l’idea che per contenere il comunismo in Europa fosse meglio usare “pane e voti piuttosto che pallottole”; era dunque necessario mettere in campo un programma coordinato di aiuti alla ricostruzione che andasse a sostenere quei paesi del vecchio continente nei quali avrebbe favorito la stabilità politica e il radicarsi di istituzioni democratiche favorevoli a modelli economico-commerciali liberisti affini agli Stati Uniti. Basta dunque con gli aiuti a pioggia a chiunque, anche a quei paesi già finiti sotto l’influenza di Mosca e orientati verso sistemi economici di stampo sovietico, ma senza dirlo esplicitamente: il programma sarebbe stato aperto tutti, ma ovviamente chi voleva parteciparvi doveva indirizzare la sua politica economica nella direzione indicata dagli altri stati aderenti. Non è un caso che nei mesi in cui si stava abbozzando il contenuto del programma di aiuti, gli Stati Uniti iniziarono a fare pressioni su molti paesi dell’Europa occidentale perché fosse messa fine all’esperienza dei governi di unità nazionale sorti a seguito della liberazione e che spesso vedevano la presenza al loro interno dei locali partiti comunisti; a Maggio in particolare i comunisti prima sono espulsi dal governo in Francia e poi in Italia. Il 5 Giugno 1947 Marshall tenne all’Università di Harvard un discorso in merito alla situazione internazionale e alle problematiche connesse alla ricostruzione post-bellica dell’Europa; il succo della sua allocuzione era: gli Stati Uniti hanno interesse e sono pronti a sostenere il risanamento dell’economia europea, ma devono essere gli stati del vecchio continente a prendere l’iniziativa e presentare un programma che delinei le loro necessità e gli obiettivi che ritengono necessario raggiungere. Francia e Regno Unito, perfettamente consapevoli delle finalità ulteriori che si proponevano di raggiungere gli americani, si attivarono subito per organizzare la risposta europea all’invito del Segretario di Stato americano convocando tutti i governi europei ad una conferenza da tenersi a Parigi il 12 Luglio. Previamente si tenne però un incontro a tre inglesi, francesi e sovietici ufficialmente per provare ad inserire l’URSS nel progetto, ma concretamente per dare all’opinione pubblica l’immagine che non era Mosca ad essere ostracizzata bensì essa stessa che si rifiutava di prendere parte alla ricostruzione europea. Le informazioni che giungevano dai servizi segreti, unite all’evidente politica anti-comunista che si stava sviluppando nell’Europa Occidentale, resero infatti rapidamente evidente a Stalin gli scopi impliciti della proposta americana e così prima Molotov abbandonò polemicamente il tavolo dei negoziati, poi venne ordinato a tutti i partiti comunisti europei di boicottare il piano Marshall come un progetto imperialista “teso ad isolare l’Unione Sovietica”. I dirigenti cecoslovacchi, che avevano in un primo momento aderito alla conferenza di Parigi, vennero convocati d’urgenza a Mosca e richiamati all’ordine dovendo di conseguenza ritirarono la loro partecipazione. A Parigi così si presentarono sedici paesi (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Grecia, Islanda, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Svezia, Svizzera e Turchia) e ciò che ne venne fuori fu un insieme di progetti per la crescita e il ripianamento del deficit commerciale di un valore di 19,3 miliardi di dollari suddivisi in tre anni (anche se poi in concreto la somma effettivamente messa a disposizione fu di 12 miliardi e 535 milioni di dollari), la creazione di forme di unione dogale, l’istituzione dell’OECE (Organizzazione europea per la cooperazione economica) antenato dell’odierno OCSE ed infine il superamento del veto francese sulla rinascita economica della Germania dietro la garanzia di un controllo internazionale su come ciò sarebbe avvenuto. La palla adesso passava al Congresso americano, che già a Novembre autorizzò aiuti di emergenza in vista dell’inverno per Francia, Italia e Austria, e dopo un dibattito di due mesi venne approvato il pacchetto di norme che con la firma di Truman il 3 Aprile 1948 diedero vita all’European Recovery Program (ERP). Lo stanziamento per il primo anno fu di 4,3 miliardi di dollari, più un miliardo di dollari in merci fornite tramite soggetti privati, in gran parte nella forma di aiuti in natura, come macchinari e generi alimentari, forniti dagli Stati Uniti come donativi a fondo perduto o condizionati alla vendita di merci ad altri paesi aderenti al programma. Gli effetti del programma di aiuti furono incontestabili. Nei tre anni del piano Marshall l’Europa occidentale superò la crisi ed entrò in una fase di crescita tale che, nel 1951, la produzione di tutti i paesi aderenti all’ERP era sensibilmente aumentata e la bilancia dei pagamenti risanata. Soprattutto però il piano Marshall sortì l’effetto politico desiderato di creare un sistema di paesi con una visione affine a quella americana, ma non solo: le forme di cooperazione instaurate tra gli stati europei nel contesto dell’ERP incoraggiò lo sviluppo di quei programmi di collaborazione e risoluzione delle controversie inter-europee che sarebbero stati alla base del progetto di un’Europa comunitaria; non a caso proprio nel 1951, in contemporanea con la fine del piano Marshall, sarebbe stata creata la CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio). Nell’immediato però questa ulteriore manifestazione nel giro di pochi mesi di un netto cambio di passo da parte degli Stati Uniti nei confronti dell’URSS, produsse stavolta una reazione di segno uguale e contrario da parte del Cremlino.

4. La sovietizzazione dell’Europa Orientale e il blocco di Berlino

Abbiamo già accennato come i progetti di Stalin per la sfera di sicurezza sovietica in Europa Orientale non presupponessero necessariamente la sovietizzazione dei paesi coinvolti; più che alla forma il Cremlino infatti guardava alla sostanza della garanzia che queste nazioni potevano dare alla necessità sovietica di avere uno schermo di stati cuscinetto ai suoi confini. Nonostante ciò paradossalmente i primi due paesi nei quali vi fu una presa di potere assoluto e manifesto da parte dei comunisti appartenevano a quella che abbiamo definito come la fascia esterna della sfera di sicurezza sovietica, quella ciò nella quale inizialmente Stalin era disponibili ad ammettere status simili a quello della Finlandia e cioè democrazie liberale con una politica estera però dichiaratamente filo-sovietica. I due paesi in questione furono la Jugoslavia e l’Albania la cui sovietizzazione non fu però l’esito di decisioni prese a Mosca, quanto invece una conseguenza dalla lotta partigiana durante la guerra che aveva visto le forze comuniste quali principali artefici della liberazione dei rispettivi paesi. Tanto Tito in Jugoslavia quanto Enver Hoxha in Albania godevano di un prestigio indiscusso per aver guidato una lotta di resistenza che, unici casi in Europa, aveva realmente cacciato gli occupanti prima del sopraggiungere delle forze armate delle grandi potenze; forti di tale autorità e del fatto che le milizie comuniste da loro controllate avevano assunto il controllo dell’intero territorio nazionale poterono bruciare le tappe nell’opera di instaurazione di un governo a guida esclusivamente comunista, spesso anche contro i suggerimenti di gradualità che gli giungevano dai consiglieri sovietici. Ben altra situazione si sviluppò almeno all’inizio negli altri due paesi della fascia esterna: Ungheria e Cecoslovacchia. A Budapest nel Dicembre 1944 era stato formato un governo provvisorio, composto da un insieme di esponenti del vecchio regime dell’ammiraglio Horthy e di politici dei partiti da poco ricostituitisi (tra cui due comunisti), guidato dal generale Bela Miklos. Le elezioni amministrative dell’ottobre 1945 ridimensionarono di molto le ambizioni dei comunisti, e loro progetti di un’assunzione violenta del potere vennero bloccati dal veto dei sovietici che concessero solo un rimpasto di governo con l’ingresso del leader comunista Matyas Rakosi quale Ministro degli interni (affiancato però da due sottosegretari di altri partiti). Ulteriore doccia fredda per il Partito comunista giunse un mese dopo con il 17% alle elezioni generali (70 seggi), a fronte del 53% del partito dei piccoli agricoltori (246 seggi), a seguito delle quali si formarono altri due governi di ampia coalizione presieduti prima da Zoltan Tildy (Novembre 1945 – Febbraio 1946) e poi da Ferenc Nagy (Febbraio 1946 – Maggio 1947) entrambi esponenti del partito agrario. Anche in Cecoslovacchia il ritorno alla vita democratica sembrò procedere in maniera ordinata: nel 1945 il restaurato Presidente del paese Edvard Benes nominò primo ministro il social-democratico Zdenek Fierlinger in un governo anche qui di coalizione dove i comunisti avevano otto dicasteri su venticinque (tra cui quello degli interni nelle mani del loro leader Klement Gottwald) annunciando anche elezioni per il 1946. Per i sovietici queste situazioni ibride di democrazie liberali pur all’interno della loro sfera parevano per il momento accettabili, anche perché in Ungheria Nagy espresse subito il fermo proposito di “mantenere il legame più stretto possibile con la Russia” mentre Benes già nel 1943 aveva firmato volontariamente un trattato di amicizia ceco-sovietico (memore del fatto che l’URSS era stato l’unico paese a dare pieno sostegno a Praga durante la crisi dei Sudeti); certo la domanda era se il tutto avrebbe retto qualora il quadro internazionale avesse portato Mosca a temere per la tenuta della propria sfera di sicurezza. Clima ben diverso si respirava nei tre paesi della fascia interna, quella in diretta continuità con il confine sovietico, dove Stalin era disposto a concedere all’occidente solo l’apparenza della forma in un contesto dove il controllo politico delle forze filo-comuniste fosse indiscusso. In Bulgaria, a seguito del colpo di stato del settembre 1944, il governo filo-tedesco del Primo Ministro Konstantin Muraviev era stato rovesciato dal Fronte della patria, una colazione di partiti di opposizione all’interno del quale il Partito comunista aveva un ruolo preponderate, che installò un nuovo esecutivo guidato da Kimon Georgiev (esponente dello Zveno vecchio partito di destra para-fascista che aveva già governato negli anni ’30). Sebbene il quadro istituzionale pareva invariato, venne mantenuta la monarchia con lo Czar bambino Simone II affiancato da nuovi reggenti fino al plebiscito del Settembre ’46, tra il 1945 e il 1946 la compagine di governo subì continui rimpasti su pressione sovietica che portarono i comunisti ad avere un peso sempre maggiore nell’esecutivo. Nel Novembre 1945 e poi di nuovo nell’Ottobre 1946 si tennero anche elezioni nelle quali il Partito Comunista si presentò in coalizione con gli altri partiti del Fronte della Patria che conseguì ampie maggioranze e, dopo il voto dell’autunno ’46, i comunisti si sentirono sufficientemente forti da rivendicare l’incarico di Primo Ministro (nella figura del loro storico leader Georgi Dimitrov) pur preservando la forma del governo multipartitico. L’interventismo sovietico fu molto più sfacciato in Romania dove il ruolo di rappresentante del Cremlino era ricoperto dal vice-ministro degli esteri e fedelissimo di Stalin Andrej Vysinskij (che era stato anche il giudice dei processi delle grandi purghe degli anni ’30); anche qui nel 1944, a fronte dell’evidenza della ormai prossima sconfitta della Germania, era stato organizzato un colpo di stato da parte del re Michele I che aveva portato al rovesciamento del conducator Antonescu e la nomina a del monarchico generale Nicolae Radescu come Primo Ministro in un governo anche in questo caso di coalizione. Già a febbraio del ’45 Vysinskij impose la sostituzione di Radescu con il filo-sovietico Petru Groza in un nuovo esecutivo dominato dai comunisti; come già detto però la sfacciataggine della condotta sovietica provocò una reazione degli americani che provarono a sostenere re Michele il quale iniziò una guerra sotterranea con il governo rifiutando la firma di molti decreti. Le tensioni nel paese erano evidenti, e se ne ebbe prova quando a Novembre ’45 l’esercito aprì il fuoco contro la folla che si era ammassata davanti al palazzo reale per acclamare il monarca nel giorno del suo onomastico, ma la posizione dei comunisti continuò a rafforzarsi finché, alle elezioni del Novembre 1946, il Fronte Democratico Popolare da loro dominato non conseguì il 69% dei voti in un contesto di forti irregolarità. Andamento altrettanto tragico, benché inevitabile, lo si ebbe in Polonia dove l’occidente raccolse i frutti delle scelte compiute durante la guerra. Nel Maggio del 1945 a Varsavia si era infine formato il governo provvisorio frutto degli accordi raggiunti a Jalta, ma già la sua composizione era indicativa degli equilibri di forza nel paese: su ventuno ministri, sedici erano esponenti del filo-sovietico Comitato di Lublino, tra cui il Primo Ministro Osobka-Morawski e il suo vice Gomulka, mentre i restanti rappresentavano il vecchio governo in esilio londinese il cui leader, Stanislaw Mikolayczyk, accettò di piegarsi alle pressioni anglo-americane per un compromesso non nutrendo però la ben che minima fiducia sull’esito finale. Nonostante uno dei primi atti del nuovo governo fu confermare il trattato di amicizia con l’URSS sottoscritto ad Aprile dal Comitato di Lublino, fino alla metà del 1946 l’apparenza di una situazione di equilibrio venne mantenuta, sebbene i comunisti silenziosamente procedevano ad infiltrarsi nei gangli della macchina statale e ad attrarre nella loro coalizione i piccoli partiti borghesi. A Giugno 1946 si ebbe però un cambio di passo con i comunisti che indissero un referendum per far approvare i nuovi confini del paese (spostati a occidente a danno della Germania per compensare i territori persi ad oriente a vantaggio dei sovietici nel 1939), la riforma agraria e l’abolizione del senato (su quest’ultimo punto il voto fu contrario con il 75%, ma i risultati vennero falsificati); pochi mesi dopo vi fu la fusione tra socialisti e comunisti nel nuovo Partito operaio polacco unificato che, insieme ai partiti satelliti coalizzati nel Blocco Democratico, raccolse il 90% dei voti nelle elezioni del Gennaio 1947. Questa era dunque la situazione dell’Europa occidentale allorché divenne evidente a Mosca il cambio di atteggiamento americano, con conseguente preoccupazione al Cremlino di una volontà di tentare di insidiare la stabilità della sfera di sicurezza sovietica. A Maggio, di fronte alla svolta anti-comunista in molti governi dell’Europa occidentale, Stalin mandò un primo segnale rimuovendo i vincoli imposti ai comunisti ungheresi i quali subito ne approfittarono per imporre le dimissioni al Primo Ministro Nagy e sfruttare il loro controllo del ministero degli interni per procedere alla rimozione degli avversari secondo quella che Rakosi chiamò la “tattica del salame”; con un opposizione in questo modo falcidiata (anche in forza di una nuova legge elettorale che escludeva dal voto tutta una serie di soggetti in quanto considerati “fascisti”) per i comunisti fu facile divenire finalmente il primo partito alle elezioni di agosto di quello stesso anno. La vera svolta però giunse a seguito dell’annuncio del piano Marshall, la sua natura implicitamente anti-sovietica e il fatto che fosse aperto anche ai paesi che rientravano nell’orbita di Mosca convinse Stalin che fosse in atto un tentativo da parte dell’occidente di venir meno agli accordi stretti durante la guerra e di insidiare la sfera di sicurezza sovietica nel tentativo di creare un nuovo cordone sanitario come negli anni ’20. La risposta del Cremlino fu dunque di abbandonare ogni velleità di rispetto, formale o effettivo, di un ordinamento democratico nei paesi all’interno della sua sfera di influenza, in favore invece di un rigido controllo da parte di Mosca per il tramite dei locali partiti comunisti tutti richiamati alla più stretta osservanza dell’ortodossia della chiesa madre. A Luglio 1947 Stalin decise così recuperò la proposta che un anno prima gli aveva fatto Tito di ricreare un qualche tipo di organizzazione per il coordinamento del movimento comunista a livello internazionale, inquadrandola quale risposta diretta al progetto imperialista americano avente per obiettivo “il formarsi di un accerchiamento strategico dell’Unione Sovietica” come scrisse l’ambasciatore sovietico a Washington Nikolai Novikov. Dal 21 al 27 Settembre si tenne a Szklarska Poreba in Slesia un conferenza alle quale parteciparono i rappresentanti di tutti i partiti comunisti dell’est Europa, dei partiti comunisti italiano e francese, nonché ovviamente del PCUS, all’esito della quale venne costituito il COMINFOM (Ufficio d’informazione dei partiti comunisti ed operai). Durante i lavori dure critiche vennero mosse dal rappresentante sovietico Zdanov e dagli jugoslavi contro i partiti comunisti dell’Europa occidentale per il loro essere troppo accomodanti con il sistema borghese, invitandoli ad assumere un atteggiamento più radicale così da “prendere nelle loro mani la bandiera della difesa dell’indipendenza nazionale e della sovranità dei loro paesi”. Ai partiti dell’est invece il compito di allineare i rispettivi paesi all’URSS procedendo alla loro sovietizzazione in quanto “i tratti essenziali dell’edificazione socialista nell’Unione Sovietica (hanno) validità universale” come ebbe ad affermare Rakosi. Gli effetti di questa chiamata all’obbedienza moscovita di tutto il movimento comunista europeo furono immediati: ad occidente i partiti comunisti si spostarono su una linea di opposizione dura ai rispettivi governi (e questo determinò quel clima da giorno del giudizio che influì sull’esito delle elezioni italiane del Maggio 1948), mentre una generale epurazione si ebbe in tutta Europa di coloro che sostenevano forme di socialismo nazionale o di una qualche autonomia da Mosca (es. Gomulka in Polonia, Rajk in Ungheria, Patrascanu in Romania e Kostov in Bulgaria).

La conseguenza più drammatica della formazione del COMINTERN fu però la sistematica sovietizzazione dell’intera Europa orientale. In Polonia i ventisei deputati di opposizione guidati da Mikolayczyk furono messi sotto tale pressione che ad ottobre dovettero abbandonare il paese per evitare l’arresto, mentre in Bulgaria a Dicembre venne approva una nuova costituzione ricalcata sul modello di quella sovietica del 1936. Anche in Romania il conflitto tra il governo comunista e re Michele giunse al suo atto finale quando il 30 Dicembre il Primo Ministro Groza e il leader comunista Gheorghe Gheorghiu-Dej, con un colpo di mano, costrinsero il monarca ad abdicare e ad abbandonare il paese il 3 Gennaio. A Febbraio del ’48 vi fu la fusione dei comunisti con i socialisti nel Partito rumeno dei lavoratori e ad aprile l’approvazione della nuova costituzione, anch’essa con quella sovietica come modello, che elevò il paese a Repubblica Popolare. Andamento simile lo ebbero gli eventi in Ungheria dove la tattica del salame di Rakosi aveva progressivamente portato alla soppressione di ogni forma di opposizione all’avanzata comunista; anche qui il primo passo dell’offensiva finale fu la fusione con i socialisti in un unico partito, seguì la defenestrazione prima del Presidente della Repubblica Tildy, che venne sostituito proprio con il socialista filo-comunista Arpad Szakasits, e poi a fine del 1948 del Primo Ministro Dinnyes, rimpiazzato da Istvan Dobi un altro esponente del partito dei piccoli agricoltori però apertamente vicino ai comunisti. A Maggio del 1949 gli ungheresi vennero chiamati alle urne con l’unica possibilità di approvare o respingere la lista unica del Fronte popolare indipendente ungherese con alla guida i comunisti, tre mesi dopo anche a Budapest venne approvata una nuova costituzione sul modello sovietico. I fatti che però sconvolsero maggiormente l’opinione pubblica occidentale furono quelli di Praga sia per un risalente senso di colpa per l’accordo di Monaco, sia perché la Cecoslovacchia, diversamente dagli altri paesi dell’Europa orientale, aveva una lunga storia di istituzioni democratiche stabili. Ancora fino agli inizi del 1948 sembrò che l’ordinamento pluralista potesse reggere, anche perché nel Maggio del ’46 si erano tenute regolari elezioni vinte dai comunisti che avevano così potuto rivendicare il ruolo di Primo Ministro per il loro leader Gottwald nel nuovo governo di coalizione. A per Mosca quella momentanea iniziale adesione al piano Marshall era sufficiente per sospettare in merito alla posizione che il paese avrebbe preso nel momento in cui vi fosse stato da scegliere tra est ed ovest, soprattutto perché il rigetto degli aiuti americani aveva prodotto una risposta negativa nella popolazione e si temeva che in nuove elezioni il Partito comunista ne sarebbe uscito sconfitto. A Febbraio ’48 Gottwald diede così il primo evidente segnale di un diverso atteggiamento cercando di licenziare, in forza del controllo comunista sul ministero degli interni, tutti quei funzionari che fossero sospettati di scarsa fedeltà. Il resto del governo si oppose e i ministri degli altri partiti provarono a fare argine dando le dimissioni nella speranza di provocare una crisi dell’esecutivo che portasse a nuove elezioni. I comunisti a questo punto però, forti del sostegno sovietico manifestato dalla presenza a Praga in quei giorni del vice-ministro degli esteri Zorin, decisero per la prova di forza: mentre esponenti dell’opposizione venivano arrestati, veniva proclamato uno sciopero generale per bloccare il paese e bande di miliziani di sinistra confluivano sulla capitale. Temendo la guerra civile e una reazione delle forze armate sovietiche di stanza nel paese, il Presidente Benes il 29 Febbraio si piegò ad approvare la formazione di un nuovo governo presieduto sempre da Gottwald e dominato dai comunisti. L’immagine della tragedia ceca fu nella morte del Ministro degli Esteri Jan Masaryk, figlio del primo Presidente della Cecoslovacchia Tomas Masaryk, che cadde da una finestra del ministero; ancora oggi non è stato possibile accertare se si trattò di omicidio o di suicidio (aveva già vissuto in prima persona il dramma del 1938 quando, da ambasciatore a Londra, era stato praticamente costretto da Chamberlain a far acconsentire al suo governo alla conferenza di Monaco). Quando a Maggio venne infine approvata la nuova costituzione che trasformava il paese in una repubblica popolare Benes si rifiutò di firmarla, dimettendosi a Giugno per morire amareggiato e stanco a Settembre per una emorragia celebrale. Si trattò però di un gesto senza conseguenze perché alle elezioni rapidamente organizzate, ed aventi anche qui una lista unica, 237 su 300 dei nuovi deputati eletti erano comunisti. A completamento del rafforzamento da parte di Mosca del controllo sulla sua sfera di influenza giunse nel Gennaio del 1949 la creazione del COMECON (Consiglio di mutua assistenza economica) quale organismo di collegamento e coordinamento delle economie dei paesi del nascente blocco orientale; sebbene nei suoi primi anni di vita esso, più che a favorire l’interconnessione tra i vari paesi socialisti, fu lo strumento tramite il quale l’URSS stringeva accordi bilaterali coi singoli stati al fine di organizzare la conversione della loro economia al modello sovietico (dunque sistema dei piani quinquennali e industrializzazione forzata incentrata principalmente sull’industria pesante). Mentre l’intero est Europa veniva sovietizzato nel modo appena descritto, in Germania andava in scena lo scontro finale tra sovietici ed occidente che avrebbe condotto alla definitiva divisione del paese. Come già detto a Washington ci si era convinti che la rinascita economica dell’Europa non potesse prescindere dalla ripresa della Germania, sia quale esportatrice di materie prime quanto di importatrice di beni di consumo; per far ciò era necessario inserire il paese all’interno del piano Marschall, ma far ciò implicava arrivare alla rottura anche ufficiale coi sovietici coi quali era pur sempre condiviso il regime di occupazione. Il primo passo fu la riunione dell’amministrazione delle zone d’occupazione britannica e americana, si fecero sondaggi presso i francesi per convincere anche loro a partecipare, ma inizialmente Parigi mostrò una certa resistenza temendo ancora che una ripresa della Germania potesse rappresentare un pericolo. La situazione cambiò radicalmente con il colpo di stato di Praga, la paura per la linea dura assunta da Mosca oltre a portare, come si vedrà nell’ultimo capitolo, ai negoziati per un’alleanza militare dei paesi occidentali, spinse anche il governo francese a far cadere molte delle sue obiezioni sulla situazione tedesca. Il 6 marzo del 1948 si tenne a Londra una conferenza dei rappresentato di Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo per giungere a un accordo sullo status quanto meno delle tre zone di occupazione non sovietiche. Mosca manifestò subito la sua ostilità a questa riunione che bypassava gli organi di controllo a quattro concordati a Potsdam; il 20 dello stesso alla Commissione di controllo composta dai rappresentanti militari delle quattro potenze occupanti il generale sovietico Sokoloskij si lanciò in una violenta arringa contro le politiche degli altri paesi “contro gli interessi dei paesi pacifici e contro quelli stessi dei tedeschi”. A Giugno i lavori londinesi giunsero a conclusioni con un accordo in merito all’inserimento delle tre zone d’occupazione sovietiche nell’European Recovery Program e all’autorizzazione ai tedeschi di convocare un’Assemblea Costituente per recuperare l’autonomia politica. Per i sovietici l’idea della ricostruzione di un’entità statale tedesca potenzialmente ostile ed aggregata al campo occidentale era semplicemente inaccettabile e così al Cremlino si decise di dare battaglia scegliendo come terreno di scontro Berlino. L’ex capitale si trovava infatti in uno status peculiare perché, pur trovandosi all’interno della zona d’occupazione sovietica, era a sua volta divisa in quattro zone d’occupazione; a fine guerra i sovietici, per non doversi fare carico del sostentamento dell’intera popolazione cittadina, avevano accettato di consentire il libero transito terrestre e fluviale, insieme a tre corridoi aerei, per il rifornimento delle zone d’occupazione occidentali. Già subito dopo la convocazione della conferenza a sei di Londra iniziarono ad essere frapposti i primi ostacoli a questa libera circolazione da e verso la città, e pochi giorni dopo la chiusura della riunione londinese vi furono i primi casi di interruzione momentanea dei traffici terrestri. La situazione precipitò però a seguito della questione della riforma monetaria messa in cantiere dagli Alleati. Dopo la fine del conflitto mondiale in Germania iniziarono a circolare tre valute: il vecchio marco del Reich, un marco d’occupazione occidentale che poteva essere scambiato su base paritaria con quello ante guerra e un marco d’occupazione sovietico che poteva essere a sua volta scambiato in modo paritario con gli altri due. Un tale regime era ovviamente estremamente caotico, e i sovietici ne approfittavano per scambiare a Berlino le varie valute con il rublo, per cui in vista dell’inserimento della parte occidentale della Germania nel piano Marshall si rendeva necessaria una riforma. L’11 Giugno venne così varato un nuovo marco che avrebbe avuto un regime di cambio uno a dieci con tutti e tre i marchi fino ad allora in circolazione nel paese; Mosca immediatamente fece muro vietando qualsiasi cambiamento al regime di circolazione monetaria vigente a Berlino, al ché gli Alleati risposero che i sovietici non avevano alcuna autorità sulle zone occidentali di occupazione della città e che dunque, in mancanza di un accordo, si sarebbe proceduto ad introdurre il nuovo marco anche a Berlino Ovest.

Di fronte al fallimento tanto della SED (il Partito socialista unificato di Germania filo-sovietico) di bloccare in sede di Assemblea Cittadina l’uso del nuovo marco a Berlino, quanto della richiesta sovietica di dare valore legale nei settori occidentali della città anche a un nuovo marco orientale frettolosamente creato, il Cremlino decise il 24 Giugno per la prova di forza bloccando tutti gli accessi terrestri e fluviali a Berlino lasciando aperti solo i tre corridoi aerei. L’obiettivo era di mettere all’angolo gli Alleati occidentali perché se questi non fossero stati in grado di rifornire le loro zone della città, avrebbero dovuto o lasciare Berlino al controllo esclusivo sovietico oppure tornare al tavolo dei negoziati con Mosca, sospendendo la restaurazione di un governo tedesco autonomo nella trizona d’occupazione. Truman fu subito dell’idea che andava respinto il ricatto sovietico, ma rigettò la proposta del generale Clay di inviare una colonna armata a riaprire i collegamenti di terra perché questo avrebbe potuto voler dire guerra; si decise così di mettere in piedi un ambizioso ponte aereo che, sfruttando i tre corridoi rimasti aperti, rifornisse Berlino fino a quando i sovietici non avessero ceduto. La grandezza dell’operazione si evince dal fatto che per sostenere la popolazione berlinese (in particolare con generi alimentari e scorte di carburante) fosse necessario far giungere in città ogni giorni almeno 3500 tonnellate di merci. Per 462 giorni una immensa flotta composta da aerei americani, francesi e inglesi (ma con equipaggi messi a disposizione anche da Australia, Sud Africa e Nuova Zelanda) fece la spola dalle basi della Germania occidentale agli aeroporti di Berlino ovest (tra cui il più celebre quello di Tempelhof) compiendo 278.228 voli per un totale di 2.326.406 tonnellate di merci consegnate. Nel momento del massimo sforzo, cioè nel Febbraio 1949, ogni due minuti un aereo atterrava a Berlino facendo arrivare in città giornalmente tra le 7.000 e le 8.000 tonnellate di rifornimenti. Non mancarono momenti di tensione in quanto l’aeronautica sovietica inviò i suoi mezzi per disturbare le operazioni di voli occidentali, ed in un’occasione un contatto accidentale tra i velivoli provocò lo schianto di entrambi con la morte di quindici persone, fortunatamente però né sovietici né Alleati vollero ulteriormente esacerbare la situazione decidendo di aspettare lo svilupparsi degli eventi. A Gennaio ’49 Stalin offrì una prima apertura accettando implicitamente l’eventualità della nascita della Repubblica Federale Tedesca nella trizona purché ciò fosse prima discusso in una conferenza dei ministri degli esteri delle quattro potenze occupanti; seguirono ulteriori negoziati che condussero il 5 Maggio a un comunicato con il quale si rendeva noto che il blocco sarebbe stato tolto il 12 dello stesso mese mentre il 23 si sarebbe aperta a Parigi la conferenza richiesta dai sovietici; lo stesso giorno di questo comunicato l’Assemblea Costituente convocata nella trizona approvò ufficialmente la Legge fondamentale della nascente Repubblica Federale Tedesca (RFT). La conferenza parigina fu ovviamente un nulla di fatto, ma i sovietici, a parte con la dialettica verbale, non frapposero ulteriori ostacoli alla rinascita di uno stato tedesco; unico punto su cui gli Alleati dovettero cedere fu che Berlino Ovest non entrasse a far parte della RFT (suoi rappresentanti avrebbero potuto sedere al Bundestag senza però potere di voto) e che la città sarebbe rimasta formalmente soggetta al regime di occupazione da parte delle quattro potenze. Il 7 settembre si riunì per la prima volta il nuovo parlamento tedesco che proclamò la nascita della nuova Repubblica con Konrad Adenauer come primo cancelliere, il 21 settembre le autorità militari Alleate riconoscevano ufficialmente il nuovo governo mettendo fine al regime di occupazione della trizona. Per l’URSS il blocco di Berlino si concludeva così con un grosso insuccesso politico-diplomatico; non solo infatti non si era riusciti ad arginare la nascita della RFT, ma la prova di forza sovietica fu per l’occidente una ulteriore dimostrazione, dopo i fatti dell’Europa orientale, della natura aggressiva della politica di Mosca fornendo una spinta decisiva ai negoziati che avrebbero portato alla conclusione del Patto atlantico.

5. Il dissidio Tito-Stalin

Una delle conseguenza certamente più inaspettate della radicalizzazione della linea sovietica fu la nascita di una branca scismatica all’interno del monolito marxista. Inaspettato perché fino a quel momento gli jugoslavi erano stati considerati all’interno dell’universo comunista la franga più oltranzista, ed infatti a loro era stato affidato l’incarico di guidare, in occasione della formazione del COMINFORM, la requisitoria contro la mollezza manifestata sino ad allora dai partiti comunisti dell’Europa occidentale. Premessa fondamentale è nel fatto che Josip Broz detto Tito ideologicamente era un convinto comunista di fede stalinista, il contrasto con Mosca non fu dunque sul piano dottrinale-ideologico dell’interpretazione del marxismo (il “titismo” iniziò a configurarsi come un approccio indipendente al comunismo solo negli anni cinquanta), bensì riguardò il grado di autonomia che i singoli partiti comunisti nazionali potevano esercitare rispetto alle direttive che giungevano dalla casa madre moscovita. La maggior parte dei dirigenti dei singoli partiti comunisti nazionali europei erano dei proconsoli di Stalin, spesso funzionari del disciolto COMINTERN passati indenni attraverso gli anni delle grandi purghe, la cui autorità derivava dall’essere stati selezionati per quel ruolo dal Cremlino in ragione della loro assoluta fedeltà a Mosca. Facevano eccezione Dimitrov in Bulgaria, protagonista del processo per l’incendio del Reichstag nel 1933 durante il quale attaccò frontalmente il giovane regime nazista, ed Hoxha in Albania e appunto Tito in Jugoslavia le cui autorità, come già detto, derivava da essere stati le guide indiscusse della lotta armata contro l’occupazione fascista dei loro paesi durante la guerra. Tito in particolare aveva comandato la più grande forza di resistenza in Europa, un vero e proprio esercito che contava alla fine del conflitto oltre ottocentomila uomini e che era stato in grado di liberare molto del territorio jugoslavo prima ancora che l’Armata Rossa giungesse in “aiuto”. Il leader jugoslavo dunque non aveva e non sentiva di aver alcun bisogno di una qualche forma di legittimazione da parte di Mosca, dato il sostegno incondizionato che raccoglieva e tra il ricostruito esercito jugoslavo (che altro non erano che le forze partigiane riorganizzate) e tra il le file del locale partito comunista. I rappresentanti sovietici a Belgrado ben presto iniziarono a guardare con diffidenza al mondo in cui la propaganda titina metteva sullo stesso piano il segretario generale sovietico e il leader jugoslavo, uno sgarbo che mai nessuno nel mondo comunista si era fino ad allora permesso di fare. Come anticipato i germi dello scontro tra Belgrado e Mosca si manifestarono a seguito della formazione del COMINFORM, in quanto una delle prime deliberazione del nuovo organismo di coordinamento del movimento comunista fu di dare un taglio netto alle varie forme di “vie nazionali al socialismo” in favore di una stretta obbedienza alle indicazioni che giungevano dal Cremlino. Se Dimitrov morì opportunamente nel 1949 e sulla assoluta ammirazione per Stalin di Hoxha non c’era da dubitare, con Tito le cose iniziarono rapidamente a deteriorarsi. A scontentare progressivamente sempre più Stalin era soprattutto l’intransigenza di Tito sul destino di Triste, che stava mettendo sempre più in difficoltà i compagni italiani, i progetti per un piano quinquennale non allineato con gli interessi economici del resto del blocco orientale nonché il suo eccessivo attivismo nell’area balcanica. Il sostegno dato dagli jugoslavi ai partigiani greci nella loro guerra contro il governo monarchico filo-occidentale di Atene, anche dopo che Stalin aveva ordinato di porvi fine, unito con la firma degli accordi di Bled che aprivano la strada al progetto di una Federazione balcanica tra Jugoslavia, Bulgaria e Albania, fecero sospettare a Mosca che Tito intendesse porsi come guida unica del comunismo nell’Europa sud-orientale. Per nulla disposto ad accettare un tale elemento di disturbo all’interno della sua sfera di influenza il 27 Marzo 1948 Stalin passò all’attacco e, convinto di poter facilmente ricondurre all’obbedienza il reprobo, inviò una durissima lettera a Tito nella quale si accusavano vari suoi collaboratori, in particolare il suo braccio destro Milovan Djilas, di deviazionismo rispetto al marxismo-leninismo chiedendone la rimozione. Probabilmente il segretario generale sovietico era convinto che questa scomunica dalla chiesa madre avrebbe o costretto Tito a piegarsi o gli avrebbe rivoltato contro il resto del Partito comunista jugoslavo; non avvenne né l’una né l’altra cosa. Il Comitato centrale del partito jugoslavo infatti si schierò compatto con Tito nel rigettare le accuse e i filo-sovietici, come Andrija Hebrang e Sreten Zujovic, vennero ben presto epurati. Ormai lo scontro era palese e Stalin scelse la via dell’intransigenza così il 28 Giugno 1948 a Bucarest il Cominform condannò ufficialmente il Partito comunista jugoslavo per deviazionismo espellendolo dall’organizzazione, mentre all’intero mondo comunista venne ordinato di cessare ogni forma di rapporto con Belgrado (ad esempio in Italia il PCI che fino a quel momento era stato ondivago in merito alla questione triestina, divenne improvvisamente uno dei più appassionati avvocati dell’italianità della città friulana). Tito però non si lasciò impressionare e tirò diritto per la sua strada stroncando l’opposizione interna al partito e preparandosi all’eventualità di una invasione sovietica, che comunque non era nei piani di Stalin il quale riteneva fosse sufficiente isolare la Jugoslavia per costringerla a cedere per sfinimento o provocare un colpo di stato. In soccorso del leader jugoslavo giunse però l’occidente, in particolare furono gli inglesi, i quali durante la guerra avevano scelto Tito quale loro unico referente per la lotta ai tedeschi nei Balcani, a farsi promotori presso gli americani della opportunità di sostenere la froda di Belgrado. Il governo di Attlee fece infatti presente a Washington che, piuttosto che abbandonare la Jugoslavia al suo destino, fosse più conveniente fornirgli le risorse per resistere sia per sottrarre Belgrado al campo comunista (togliendo così all’URSS un possibile accesso al Mediterraneo), sia per rendere evidente la spaccatura nel campo avversario in modo da incoraggiare magari altri leader comunisti ad assumere un atteggiamento più autonomo da Mosca. Fu così che già nell’inverno del 1948 gli Stati Uniti iniziarono a inviare alla Jugoslavia aiuti economici e materiali senza richiedere in cambio modifiche al regime politico-economico del paese (l’unica pretesa occidentale fu la fine del supporto jugoslavo alla guerriglia comunista in Grecia). In un primo momento Belgrado rifiutò di accettare anche assistenza militare, ma nel 1951 Tito valutò fosse necessario procedere a un riammodernamento dell’esercito e così accettò che il paese fosse inserito nel Mutual Defense Assistance Program, ricevendo da parte americana equipaggiamento standard NATO come i caccia F-86 o i caccia carri M36 e M18.

6. Il Patto Atlantico e la fine del monopolio nucleare americano

Gli eventi dalla seconda metà del 1947 ed inizi del 1948, in particolare la formazione del COMINTERN, la linea maggiormente barricadera dei partiti comunisti occidentali e il colpo di stato di Praga, generò profonda ansia in Europa profonda ansia in merito alla possibilità di una escalation aggressiva da parte dell’URSS. Sebbene questo timore fosse in gran parte ingiustificato, i sovietici non erano né in grado né interessati a dare inizio a un conflitto per espandere ulteriormente la loro sfera d’influenza, in molte capitale si iniziò a ritenere che fosse necessario istituire una qualche forma di collaborazione militare tra gli Stati dell’Europa occidentale, in modo da preparare un fronte unito nel caso del precipitare della situazione, cercando anche di coinvolgere gli Stati Uniti nel progetto. Si è già detto di come nel Marzo 1947 Regno Unito e Francia avevano dato vita al patto di Dunkerque, un’alleanza formalmente diretta contro un riarmo della Germania, ma che in realtà già guardava all’URSS; in inverno poi, a margine della fallimentare conferenza londinese dei ministri degli esteri che si era chiusa con un’aperta rottura tra Mosca ed Alleati sul tema tedesco, francesi ed inglesi avevano fatto i primi sondaggi presso gli americani in ordine alla possibilità che Washington si impegnasse militarmente in pianta stabile in Europa. I rappresentanti statunitensi si dimostrarono possibilisti, ma, come già per il piano Marshall, fecero presenti che per necessità interne la proposta sarebbe dovuta venire dagli europei. Gli Stati Uniti infatti nella loro storia non avevano mai aderito ad un’alleanza militare in tempo di pace, ed era dunque necessario per contrastare l’ala isolazionista del Congresso e ottenere l’appoggio dell’opinione pubblica (in un anno per altro di elezioni presidenziali) che il tutto apparisse come una richiesta di supporto da parte di un’Europa che già da sé si stava organizzando per contrastare l’espansione dell’influenza comunista. Fu così che il 22 Gennaio 1948 il ministro degli esteri inglese Ernest Bevin pronunciò ai Comuni un discorso nel quale accusò esplicitamente Mosca di stare portando avanti una politica aggressiva ed esortò i paesi europei a dare vita ad accordi sul modello del patto di Dunkerque per costituire una “Unione Occidentale” che mettesse in primo piano il tema della sicurezza. Questi progetti di un fronte unito europeo oltre che a rispondere ad una istanza di paura erano però anche diretti a riaffermare il ruolo di grandi potenze di Parigi e Londra in uno scenario internazionale fortemente modificato dall’ultimo conflitto mondiale: in particolare il Regno Unito puntava a divenire l’anello di congiunzione tra Europa, Impero britannico e Stati Uniti, in forza della special reletionship che la legava a Washington, mentre la Francia intendeva riguadagnare il suo ruolo di potenza egemone sul continente in modo da poter anche vigilare sulle modalità della rinascita dello Stato tedesco. A conti fatti ciò che si concretizzò fu una espansione del patto di Dunkerque con la firma il 17 Marzo 1948 del patto di Bruxelles tra Regno Unito, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo; ancora una volata i cinque paesi si offrivano reciproche garanzie “in caso di ripresa aggressiva da parte della Germania” aggiungendo però un sibillino “o su qualsiasi situazione che (possa) rappresentare una minaccia contro la pace, dove essa (si sarebbe presentata)”, non ci voleva certo grande fantasia per comprendere a chi questo secondo periodo si riferisse. Si trattava comunque di quel segnale richiesto dagli Stati Uniti ed infatti l’amministrazione Truman salutò con entusiasmo all’iniziativa promettendo il pieno sostegno americano. Allo stesso tempo vennero avviati degli incontri riservati al Pentagono tra Stati Uniti, Canada e Regno Unito per discutere della natura che il contributo statunitense avrebbe dovuto assumere; emerse rapidamente l’evidenza che solo un ulteriore allargamento della coalizione, insieme ad un coinvolgimento diretto di Washington, avrebbe costituito un credibile deterrente per Mosca. La svolta giunse l’11 Giugno ’48 quando la Commissione esteri del Senato votò una risoluzione proposta dal suo presidente, il repubblicano interventista Arthur Vandenberg che così gli diede un’importa bipartisan, in base alla quale si invitava la Casa Bianca ad “associare gli Stati Uniti, mediante procedimenti costituzionali, a quegli accordi regionali o a quegli accordi collettivi che (fossero) basati sul continuo ed effettivo impegno di autodifesa e sul reciproco aiuto, e che concernessero la sicurezza nazionale degli stessi Stati Uniti”. Era così compiuta la rivoluzione copernicana della politica estera di Washington, che abbandonava quasi un secolo e mezzo di isolazionismo in favore di un’assunzione di impegni stabili politico-militari al di fuori del continente americano. Forte del dettato della risoluzione, che forniva copertura politica all’iniziativa, l’amministrazione Truman potò avviare a Luglio negoziati ufficiali per la creazione di un’alleanza atlantica con i partner dell’Europa occidentale. Agli Stati Uniti e ai cinque membri del patto di Bruxelles si affiancarono sin da subito il Canada, la Norvegia, la Danimarca e l’Islanda, a dimostrazione di come il problema della sicurezza dell’emisfero nord occidentale fosse un tema sentito dai governi anche in ragione del precipitare della situazione in Germania con il blocco di Berlino da parte dei sovietici. Proprio la questione tedesca fu un punto molto discusso durante i negoziati; per gli Stati Uniti un progetto di coalizione europea non avrebbe potuto prescindere dal coinvolgimento tedesco, cosa però che avrebbe implicato un riarmo in tempi brevi della Germania, ipotesi che destava ancora qualche preoccupazione soprattutto a Parigi. Fu dunque molto importante dare l’idea che proprio la costituzione dell’alleanza sarebbe stato uno strumento di controllo della Germania, la cui struttura militare veniva così inserita all’interno di un sistema di cui gli Stati Uniti si facevano garanti; in tal senso si comprendono le parole del primo segretario della NATO, l’inglese Hastings Ismay, che il Patto Atlantico serviva “a tenere gli americani dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto”. Altra questione ampiamente discussa fu l’area di estensione dell’alleanza; gli Stati Uniti avrebbero voluto l’inserimento della Spagna, ma la natura para fascista del franchismo provocò il veto degli europei, nonché della Grecia e della Turchia, considerati però troppo distanti da quell’area atlantica che doveva essere il cuore dell’alleanza, così per il momento Washington decise di negoziare con questi paesi accordi bilaterali di garanzia. Lo scontro vero però lo si ebbe sull’Italia il cui invito nell’alleanza lasciava freddi in particolare i paesi del Nord Europa; i dubbi erano sia in merito all’immaturità democratica di Roma (ma si era già deciso per per l’ingresso del Portogallo di Salazar che tutto era fuorché una democrazia), sia in ordine al fatto che l’inserimento dell’italiano avrebbe esteso la sfera dell’alleanza atlantica anche al Mediterraneo. A favore di Roma si espresso però con forza tanto gli Stati Uniti che la Francia; l’ingresso italiano infatti avrebbe reso l’alleanza meno un patto marittimo e più una coalizione continentale, riducendo la centralità del Regno Unito in favore di un retroterra politico per Parigi che avrebbe così potuto inserire nella sfera dell’alleanza anche i suoi territori nord africani (considerati dalla costituzione della Quarta Repubblica parte del territorio metropolitano). Inoltre si osservava che l’Italia voleva dire guadagnare l’appoggio della Santa Sede, difficile altrimenti da ottenere data la preponderanza dell’elemento protestante-riformato, visto con favore date le notizie sulle persecuzioni del clero che giungevano dall’Europa orientale. Infine si riteneva che escludendo Roma si sarebbe minata l’autorità del governo De Gasperi, considerato dagli Stati Uniti un elemento fondamentale del sistema di contenimento dell’influenza sovietica in ragione della posizione dell’Italia quale paese di confine con il blocco orientale. I negoziati si trascinarono fino al Marzo del 1949 quando infine il nuovo Segretario di Stato americano Dean Acheson poté annunciare l’imminente firma del Trattato dell’Atlantico del Nord (o Patto Atlantico), che avvenne il 4 Aprile a Washington con l’adesione di dodici paesi: Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Portogallo, Norvegia, Danimarca e Islanda. Si trattava di un alleanza difensiva della durata di vent’anni, tacitamente rinnovabile e con diritto di recesso a vent’anni dalla sua entrata in vigore; l’art. 5 prevedeva il casus foederis a cui le parti si impegnavano: “Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale.”. Si trattava in realtà di una garanzia molto meno vincolante di quanto possa sembrare, poiché concretamente l’art. 5 non rende automatico l’obbligo della mutua difesa affermando genericamente che ogni paese in caso di attacco ad un altro membro dell’alleanza avrebbe intrapreso le misure giudicate necessarie per portargli assistenza. Tale formula piuttosto vaga si era resa necessaria per rendere il trattato compatibile con l’ordinamento costituzionale americano, in base al quale il paese non poteva entrare in guerra senza un voto in tal senso del Senato. Altrettanto importante era l’art. 9 che prevedeva la costituzione di un Consiglio Atlantico composto da rappresentanti di tutti gli Stati membri, il quale a sua volta avrebbe dovuto istituire tutti gli organi sussidiari necessari tra cui un Comitato di difesa. Si gettavano così le basi di quel sistema permanente di organi politico-militari che avrebbero costituito l’ossatura della NATO ovvero Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e ciò rappresentava la novità storica del Patto Atlantico: non era un mero accordo diplomatico di reciproca garanzia militare tra Stati, ma un trattato con il quale si andava a costituire una complessa organizzazione sovranazionale con organi permanenti e funzionanti anche in tempo di pace. L’occidente si era in tal modo organizzato militarmente e politicamente per resistere ai paventati progetti espansionisti di Mosca quando, solo pochi mesi dopo la firma del Patto Atlantico, gli Stati Uniti persero il monopolio nucleare. Nonostante gli Stati Uniti non avessero in quegli anni mai gettato sulla bilancia della diplomazia il peso dell’esclusività atomica, perché si trattava di un arsenale ancora limitato dove la realizzazione di ogni bomba era ancora un processo lungo e complesso, la consapevolezza di essere l’unico paese al mondo a possedere questa nuova devastante arma aveva contribuito a rafforzare la volontà americana di tenere un atteggiamento via via sempre più duro nei confronti dell’URSS. Allo stesso tempo per Mosca la bomba atomica era motivo di preoccupazione in quanto riacutizzava il senso d’insicurezza di una dirigenza politica che aveva sperimentato solo pochi anni prima l’attacco a sorpresa di un ex-alleato; il timore era che il nucleare americano potesse essere adoperato dall’occidente come strumento di ricatto per costringere l’URSS a rinunciare alla sfera d’influenza e sicurezza guadagnata con la vittoria contro la Germania. Per questo motivo divenne una priorità per il Cremlino entrare a sua volta in possesso quanto prima possibile della bomba. Il programma atomico sovietico risaliva agli anni quaranta e nasceva da un misto di iniziative autonome degli scienziati, in particolare i fisici Georgij Flerov e Igor Kurcatov si rivolsero personalmente a Stalin per spingerlo a considerare la ricerca sul nucleare una priorità nazionale, e notizie raccolte dagli informatori esteri del NKVD. I sovietici avevano infatti spie infiltrate a vari livelli sia del governo inglese (in particolare il quintetto di Cambridge) che di quello americano, oltre a simpatizzanti tra gli scienziati che stavano prendendo parte al progetto Manhattan (come ad esempio il fisico tedesco naturalizzato britannico Klaus Fuchs), e tutti questi soggetti fornirono costanti aggiornamenti al Cremlino sui progressi americani. Subito dopo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki Stalin ordinò di dare la massima priorità all’acquisizione da parte sovietica della bomba atomica dando avvio alla cosiddetta “operazione Borodino”, alla guida del quale venne posto il capo del NKVD Lavrentij Berija il quale, tramite un misto di intimidazioni e buona organizzazione, fu in grado di far procedere i lavori a tappe forzate. Già nel Giugno 1946 iniziarono i lavori per la realizzazione del primo reattore nucleare ad uranio, che sarebbe entrato in funzione a Dicembre sfruttando l’uranio catturato ai tedeschi alla fine della guerra, e già due anni dopo fu possibile iniziare la produzione del materiale fissile necessario per creare la bomba. Il 29 Agosto 1949 presso il poligono di Semipalatinsk in Kazakistan venne eseguito il test RDS-1 (o operazione primo lampo), all’esito del quale venne fatto brillare un ordigno a fissione al plutonio della potenza di ventidue kilotoni sostanzialmente simile alla bomba sganciata dagli americani su Nagasaki. Nel giro di pochi giorni gli americani, sulla base di detriti radioattivi atmosferici raccolti dagli aerei in volo, vennero a conoscenza del test sovietico e Truman ne diede notizia al mondo il 23 Settembre. La sorpresa da parte dell’occidente fu grande perché si riteneva che i sovietici non sarebbero riusciti a spezzare il monopolio nucleare americano prima del 1953-54; l’inaspettata svolta ebbe come immediata conseguenza l’avvio della corsa all’armamento nucleare con l’accelerazione del programma atomico statunitense, tramite la messa in studio della bomba all’idrogeno, e di quello britannico per l’acquisizione da parte di Londra di un autonomo deterrente nucleare. Soprattutto però l’acquisizione della bomba atomica da parte dell’URSS faceva compiere alla contrapposizione tra il blocco occidentale e quello orientale un salto di qualità, che imponeva ad entrambe le parti un riesame delle modalità attraverso le quali tale conflitto geopolitico doveva essere affrontato.

Approfondimento tematico: La guerra civile greca

Durante la guerra mondiale la Grecia, occupata da tedeschi ed italiani, era stata interessata da un ampio movimento di resistenza il quale però, come in molte altre parti d’Europa, era diviso in varie anime spesso non in buoni rapporti tra loro. Il gruppo più consistente (forte di quasi ventimila uomini) era l’Esercito popolare greco di liberazione (ELAS), braccio armato del Fronte di liberazione nazionale (EAM) che comprendeva tutte le forze repubblicane di sinistra con però l’anima comunista come quella più forte. Altre forze rilevanti erano l’Unione nazionale greca democratica (EDES) e Liberazione nazionale e sociale (EKKE) entrambi di tendenze liberal-repubblicane, seguivano poi una serie di organizzazioni più piccole alcune di esse legate al governo monarchico in esilio (in particolare l’Organizzazione panellenica di liberazione – PAO). Nonostante l’obiettivo comune di lotta contro gli occupanti, le diversità ideologiche ben presto portarono a scontro tra le varie formazione (e persino ad episodio di collaborazionismo con i tedeschi in funzione anti-comunista da parte dei gruppi monarchici e di destra), al punto che gli Alleati dovettero intervenire per fare da paceri. Nell’autunno-inverno del 1944 la Grecia venne infine liberata dalle forze inglesi sbarcate vicino ad Atene e venne installato un governo di coalizione guidato del generale Georgios Papandreu in attesa del rientro di re Giorgio II dall’esilio. Per Churchill una Grecia filo-britannica era fondamentale per conservare a Londra il suo ruolo nel Mediterraneo, per questo era necessario garantire la restaurazione di un governo che desse garanzie in tal senso. L’EAM però non era entusiasta della restaurazione di una monarchia che aveva appoggiato la dittatura para-fascista di Ioannis Metaxas, inoltre si riteneva sottorappresentata nel governo rispetto al suo peso nella lotta di liberazione. Fu così che quando a Dicembre il governo impose il disarmo delle forze partigiane, trovando però allo stesso tempo delle scuse per dilazionare la cosa nel caso delle formazioni filo-monarchiche, i ministri dell’EAM diedero le dimissioni e il 6 scoppiarono scontri ad Atene tra i partigiani dell’ELAS e le forze britanniche appoggiate dai vari gruppi anti-comunisti della resistenza. Nonostante l’ELAS venne sconfitta ad Atene, fu in grado di mantenere le sue posizioni nelle campagne e in montagna; così a Gennaio ’45, su mediazione dello stesso Chruchill, si giunse ad un compromesso (favorito dall’indifferenza di Stalin per le vicende greche in ottemperanza all’accordo sulle percentuali di Mosca), con l’insediamento di un nuovo governo sotto il generale Nicholas Plastiras e la nomina come reggente del capo della chiesa ortodossa greca Arcivescovo Damaskinos. La sensazione generale però era che la resa dei conti tra le forze interne al paese era solo rinviata, anche perché da un lato gli anti-comunisti scatenarono una campagna di terrore bianco che portò alla morte di quasi duemila persone, dall’altro i partigiani dell’ELAS trassero da queste violenze la giustificazione per non ottemperare alla promessa di consegnare le armi. La situazione precipitò a seguito delle prime elezioni parlamentari, disertate dai comunisti, che videro la vittoria del Partito Populista, formazione di destra guidata da Constantine Tsaldaris il quale come primo atto indisse un referendum sulla monarchia. Il voto del 1° Settembre 1946, che diede la vittoria al ritorno di re Giorgio II, fece precipitare definitivamente la situazione: l’ELAS si riorganizzò in Esercito democratico greco (DSE), proclamò la repubblica e riprese la guerriglia contro il governo monarchico e le forze d’occupazione inglese che lo appoggiavano. I comunisti greci vennero sin da subito sostenuti dai loro compagni jugoslavi, bulgari e albanesi che fornivano uomini e materiali permettendogli di mantenere in armi oltre ventimila uomini tra Grecia del Nord e Peloponneso supportati da un retroterra di quasi centomila simpatizzanti; Stalin da par suo si pose in una benevola indifferenza, come detto la Grecia non rientrava nella sfera d’influenza sovietica concordata a Mosca con Churchill, ma se gli fosse caduta in mano per lo svilupparsi degli eventi non se ne sarebbe crucciato troppo. Il governo monarchico si trovò in grosse difficoltà, minato da una mancanza di ufficiali esperti e di equipaggiamento adeguato, e riuscì a sopravvivere solo grazie al supporto economico e militare inglese (Londra arrivò a schierare 40.000 uomini in Grecia e a spendere dal 1944 quasi ottantacinque milioni di sterline), ma questo sforzo era eccessivo per l’economia del Regno Unito che stava uscendo distrutta dalla guerra mondiale. Fu così che, come abbiamo già raccontato, a febbraio 1947 gli inglesi comunicarono a Washington che da Marzo avrebbero dovuto ritirarsi; ciò fu tra le premesse all’enunciazione della dottrina Truman che portò gli Washington ad inviare in Grecia generosi aiuti economici oltre a scorte di cibo e armamenti. La presa di posizione americana fu per Stalin il segnale che era giunto il momento di smettere di tirare la corda in quanto evidente che gli anglo-americani non avrebbero mai permesso una vittoria comunista in Grecia che “rompesse le loro linee di comunicazione nel Mediterraneo”, così ordinò che i comunisti greci fossero lasciati da soli al loro destino; tutti obbedirono tranne Tito e ciò contribuì alla rottura tra Mosca e Belgrado. Nonostante la Jugoslavia fosse l’unico paese ancora pronto ad appoggiarli, il Partito comunista greco si attenne alla più stretta fedeltà alla casa madre sovietica rompendo a loro volta con gli eretici del mondo comunista ed espellendo dal DSE la componente filo-jugoslava del l’abile comandante della guerriglia Markos Vafiadis; a sua volta Belgrado non si fece scrupoli a cessare gli aiuti quando gli Stati Uniti chiesero ciò come contropartita per il supporto economico-finanziario offerto a Tito in funzione anti-sovietica. La popolazione civile greca, già fiaccata durante la guerra mondiale da una gravissima carestia, subì enormemente gli effetti del conflitto; in particolare i villaggi rurali vennero sistematicamente evacuati dalle forze governative per sottrarre punti d’appoggio ai comunisti. Altro aspetto controverso fu la sottrazione, da parte tanto del governo che del DSE, di oltre cinquantamila figli tanto dei guerriglieri da una parte per inviarli in “città dei bambini” sotto il controllo della regina Federica (molti di loro sarebbero poi stati adottati da famiglie americane), quanto degli anti comunisti dall’altra per inviarli in campi di rieducazione nei paesi socialisti. Rimasti da soli a fronteggiare le forze monarchiche, rivitalizzate dagli aiuti americani (stimabili 356,6 milioni di dollari 3 e oltre centosessantamila armi di vario tipo), i comunisti persero progressivamente terreno finché nel Settembre 1949 gli ultimi gruppi non furono costretti a riparare in Albania, il 16 Ottobre venne annunciato ufficialmente il cessate il fuoco. Nonostante la fine del conflitto, che pose la Grecia definitivamente nel campo occidentale con la sua adesione alla NATO nel 1952, le tensioni politiche e sociali all’interno del paese non si placarono e avrebbero condotto nel 1967 al colpo di stato che instaurò la dittatura dei colonnelli.

Bibliografia:

  • Ennio di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali
  • Robert Service, Compagni – Storia globale del comunismo nel XX secolo
  • Mario Del Pero, Libertà e impero – Gli Stati Uniti e il mondo: 1776 – 2016
  • Carlo Pinzani, Il bambino e l’acqua sporca – La guerra fredda rivisitata
  • Winston Churchill, La seconda guerra mondiale – Vol. 12: Trionfo e tragedia

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