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La Guerra Fredda – Parte II: Approfondimenti tematici.

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Approfondimento tematico I: Al di fuori dei blocchi: il caso di Finlandia e Austria – Approfondimento tematico II: Il maccartismo e la paura rossa negli Stati Uniti – Approfondimento tematico III: La questione di Trieste – Approfondimento tematico IV: Adenauer e la fine della denazificazione nella BRD.


Approfondimento tematico I: Al di fuori dei blocchi: il caso di Finlandia e Austria

Nella contesto della polarizzazione dei blocchi che caratterizzò la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50 in Europa, due situazioni spiccarono in quanto paesi che, al di fuori di casi di terzietà storica (Svizzera e Svezia) e prima ancora dell’emergere del fenomeno dei non allineati, proclamarono la loro neutralità. Le vicende che condussero Finlandia e Austria a compiere questa scelta meritano di essere analizzate in quanto, in entrambi i casi, ciò venne considerata una vittoria diplomatica dell’Unione Sovietica.

La Finlandia fu un alleato sui generis dell’Asse in quanto, indipendentemente da quanto affermava la propaganda sovietica, non solo non era un paese qualificabile come fascista, ma non era neanche governato da un regime autoritario. Da ché infatti Helsinki aveva guadagnato la sua indipedenza a seguito degli eventi legati alla rivoluzione russa, fatta eccezione per il divieto legale di costituzione di un partito comunista (retaggio della brutale guerra civile tra bianchi e rossi che aveva insanguinato i primi mesi del giovane Stato), la vita politica finlandese era stata scandita da regolari elezioni parlamentari alle quali aveva costantemente partecipato, qualificandosi sempre come il partito di maggioranza relativa, il Partito Socialdemocratico Finlandese, il quale aveva anche espresso tra il 1926 e il 1927 il Primo Ministro. Il proto-fascista Movimento Lappista non assunse mai un ruolo primario nella politica del paese, venendo messo fuori legge nel 1932 dopo un fallimentare tentativo di colpo di stato. Il condividere il confine con l’Unione Sovietica non poteva però non condizionare la politica estera finlandese, soprattutto perché Helsinki mantenne sempre, nonostante un patto di non aggressione, un atteggiamento anti-russo considerando Mosca una minaccia diretta alla sua indipendenza. Con il deteriorarsi della situazione europea Stalin, diffidando dell’atteggiamento che questo vicino avrebbe tenuto in caso di guerra tra Unione Sovietica e Germania e consapevole che il confine con la Finlandia era a soli 32 km da Leningrado, falliti i tentativi di trovare una soluzione diplomatica scatenò la guerra d’inverno nel Novembre 1939. La sconfitta finlandese, nonostante una coraggiosa resistenza, fu ciò che spinse Helsinki a decidere di allearsi con la Germania allorché questa nel 1941 decise per l’invasione dell’Unione Sovietica. Il conflitto che ne seguì, chiamato guerra di continuazione in quanto diretto a recuperare i territori perduti, fu sostenuto da un governo di unità nazionale (al quale partecipò anche il Partito Socialdemocratico) e fu condotto in modo molto prudente, con le truppe finlandesi che, una volta rioccupate le aree cedute l’anno prima, fornirono un contributo minimo all’assedio di Leningrado. Già poi nel 1943 il governo finlandese si convinse che la Germania avrebbe perso la guerra e cercò un contatto diplomatico con Mosca, ma fu solo a seguito della controffensiva sovietica del Giugno 1944 che Helsinki chiese ufficialmente la pace. L’armistizio di Mosca del 19 Settembre 1944 fu alquanto tenero e i finlandesi, impegnandosi ad espellere le truppe tedesche presenti nel loro territorio, evitarono l’occupazione, pur dovendo subire l’installazione di una Commissione Alleata di Controllo, anche perché i sovietici ritennero non utile sprecare forze che sarebbero state più utili su altri fronti. Già questo dunque è un punto fondamentale per comprendere lo sviluppo dei successivi eventi: a guerra conclusa, viceversa che negli altri paesi del futuro blocco sovietico, non c’erano truppe dell’Armata Rossa che stazionavano in Finlandia. Alla conferenza di pace di Parigi del 1947 la Finlandia non solo fu obbligata ad accettare il confine del 1940, ma dovette anche cedere all’Unione Sovietica la regine di Petsamo, perdendo così il suo unico sbocco al Mar Glaciale Artico, oltre a concedere ai sovietici in affitto l’isola di Porkala e una fascia di territorio di 13 km vicino Helsinki. Il paese era dunque virtualmente alla mercé di Mosca e al fine di assicurare la preservazione della indipendenza politica di Helsinki, il nuovo Presidente della Repubblica Juho Kusti Paasikivi (1946-1956) varò la dottrina che prese il nome suo e del suo successore Urho Kekkonen (1956-1982), ma che sarebbe divenuta nota con il nome che le diedero spregiativamente i tedeschi occidentali negli anni ’60: finlandizzazione. Al fine di poter mantenere un sistema politico liberal-democratico e un assetto economico capitalista, la Finlandia accettava di condurre una politica estera supinamente filo-sovietica non compiendo mai nessun atto che potesse essere in qualsiasi modo avvertito come ostile dal vicino. Si rammenterà come nel precedente capitolo di questa nostra serie avevano visto come Stalin, in un primo momento, prese in considerazione un modello simile per i rapporti con paesi come la Cecoslovacchia o l’Ungheria, abbandonandolo in favore della sovietizzazione a seguito della svolta avviata con la creazione del COMINFORM. La Finlandia si salvò dal destino che colpì Praga e Budapest intanto perché, come detto, non vi erano truppe sovietiche al suo interno e dunque la si sarebbe dovuta invadere per supportare il locale Partito Comunista (intanto tornato ad essere legale) in un cambio di regime, ma anche perché mentre in quegli altri paesi proprio solo il Partito Comunista era visto come garante dell’amicizia con Mosca, ad Helsinki l’intero arco politico approvò la finlandizzazione con tanto Paasikivi quanto Kekkonen che provenivano da partiti di orientamento liberal-conservatore. Senza infatti che vi fosse dibattito in merito la Finlandia rigetto il piano Marshall, di cui avrebbe certamente avuto bisogno, accettò di processare tutti i politici indicati da Mosca come colpevoli della guerra di continuazione e sciolse le organizzazioni politiche non gradite al Cremlino. Il punto di arrivo di questa politica fu la stipula il 6 Aprile 1948 (meno di due mesi dopo il colpo di stato a Praga) del Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza tra Unione Sovietica e Finlandia; in base ad esso Helsinki si impegnava a resistere con le armi e a chiedere anche il supporto sovietico di fronte a qualsiasi tentativo della “Germania e dei suoi alleati” di attaccare la Finlandia o l’Unione Sovietica attraverso il territorio finlandese, ma allo stesso tempo era libera di conservare la sua neutralità in caso di conflitto tra l’Unione Sovietica e altri paesi che non coinvolgesse direttamente il territorio finlandese. Forte di questo accordo, e mantenendo relazioni con i paesi dell’Alleanza Atlantica entro livelli che non fossero mai percepiti come minacciosi dal Cremlino, la Finlandia poté gentilmente declinare l’offerta sovietica di unirsi al Patto di Varsavia quando questo venne fondato, qualificandosi dunque come neutrale nel contesto della guerra fredda. Si trattava però comunque di una neutralità caratterizzata da una forte impronta di quiescenza verso il vicino moscovita, che manteneva ad Helsinki una delle sue più grandi rappresentanze diplomatiche ed indicava nel modello finlandese quello la cui replica era precondizione per la riunificazione tedesca. Fino alla caduta dell’URSS la Finlandia tenne infatti sempre un’atteggiamento teso a non irritare i sovietici; così alle Nazioni Unite Helsinki non votava mai contro l’Unione Sovietica, reagiva in modo ambiguo a fatti come l’invasione dell’Ungheria nel ’56 o della Cecoslovacchia nel ’68 e nel paese erano censurati tutti quei libri o film che in qualsiasi modo fossero qualificati come anti-sovietici (ad esempio “Arcipelago Gulag” di Solzenicyn o il film “The Manchurian Candidate”). La più evidente manifestazione del condizionamento che Mosca era in grado di esercitare sulla vita politica finlandese la si ebbe con la cosiddetta crisi della notte gelida del 1958. Insoddisfatto dalla presenza all’interno del terzo governo di Karl-August Fagerholm di due ministri espressione dell’ala destra anti-comunista del Partito Socialdemocratico, Chruscev ordinò all’ambasciatore sovietico a Helsinki di “andare in vacanza”. Subito il Presidente della Repubblica Kekkonen si attivò per disinnescare il tutto, forzando l’esecutivo a dimettersi, ribadendo così il suo ruolo di garante della neutralità del paese e varando l’ufficiosa prassi che tutti i ministri di ogni nuovo governo dovevano avere il suo preventivo benestare prima di entrare in carica. Per tutti questi motivi in occidente la neutralità finlandese era guardata con scetticismo, si è visto che finlandizzazione era un termine inteso in senso negativo, e vi era la convinzione che, in caso di guerra, i finlandesi non si sarebbero opposti nel caso i sovietici ne avessero violato il loro territorio per colpire le forze NATO in Norvegia, ed infatti vennero presi in considerazione scenari di uso di armi atomiche per impedire ciò.

Diverso fu il percorso che portò alla dichiarazione di neutralità permanente da parte dell’Austria. Durante la guerra vi fu in una prima fase incertezza da parte di Alleati e Unione Sovietica se considerare l’Austria alla stregua della Germania, ricordando le folle entusiastiche che avevano accolto Hitler a Vienna dopo Anschluss, oppure se qualificarla come la prima vittima dell’espansionismo nazista. Ancora alla terza conferenza di Mosca dell’Ottobre-Novembre 1943 vi fu una certa ambiguità, con la dichiarazione finale che affermava che l’Anschluss era da considerarsi nulla pur ritenendo il popolo austriaco coresponsabile di quello tedesco. Proprio alla luce di ciò a fine conflitto si venne a creare una situazione peculiare: diversamente infatti da altri paesi annessi dal Terzo Reich, come la Cecoslovacchia o la Polonia, non si procedette semplicemente a restaurare l’indipendenza austrica, ma, similmente alla Germania, il paese venne diviso in quattro zone d’occupazione con Vienna che si trovò in una situazione analoga a quella di Berlino; diversamente però dalla situazione tedesca, proprio in forza della dichiarazione del 1943, non vi fu una debellatio e dunque già il 27 Aprile 1945 fu possibile costituire un governo di unità nazionale (composto dal partito Socialdemocratico, da quello Popolare e da quello Comunista) che a Novembre tenne le prime libere elezioni nel paese dal 1930. Molti storici, tra cui Ennio di Nolfo, concordano che fu proprio questo immediato costituirsi per iniziativa degli stessi austriaci di un governo che riunì le due principali forze politiche del paese, gradito tanto ai sovietici quanto agli Alleati, ad evitare all’Austria il rischio di una divisone permanete, simile a quella cui andò incontro la Germania, una volta che le relazioni tra Occidente ed Oriente iniziarono a deteriorarsi. Fu infatti impossibile giungere ad un accordo sul contenuto di un trattato di pace con Vienna, che mettesse fine al regime di occupazione, in quanto i sovietici furono irremovibili nel legare la questione alla contemporanea definizione del trattato di pace con la Germania. Si determinò dunque una situazione di stallo nella quale l’Austria continuava a rimanere divisa nelle quattro zone d’occupazione, mentre il governo di unità nazionale continuava ad operare e a tenere regolari consultazioni elettorali (le quali marginalizzarono via via il piccolo Partito Comunista che già dal 1946 non fece più parte del governo). Fu solo a seguito del cambio di rotta nei rapporti con l’Occidente, da parte della nuova dirigenza sovietica dopo la morte di Stalin, che la situazione si avviò ad una soluzione. A margine della conferenza di Ginevra del 1954 Molotov infatti dichiarò la volontà sovietica di riaprire i negoziati sull’Austria, non ancora slegandone il destino da quello della Germania, ma per la prima volta mostrando maggior interesse a che il governo austriaco dichiarasse la neutralità permanente del paese. I contatti tra le parti continuarono nei mesi successivi finché, al Aprile 1955, Mosca comunicò che faceva cadere ogni altra pregiudiziale che non fosse la neutralità di Vienna, con il governo austriaco che immediatamente si dichiarò favorevole a porre in essere gli atti legislativi in tal senso necessari. Raggiunta l’intesa di massima la fase finale dei negoziati fu estremamente celere il 15 Maggio dello stesso anno Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito e Francia siglavano presso il castello del Belvedere a Vienna il Trattato di Stato austriaco. In base ad esso si statuiva che, non appena le ultime truppe straniere avessero lasciato il paese, il governo austriaco avrebbe passato una legge costituzionale che dichiarava la neutralità permanete di Vienna; oltre a ciò si faceva divieto all’Austria di cercare qualsiasi forma di unione politica od economica con la Germania, avendo però diritto di chiedere indietro tutti i beni che i tedeschi avevano trasferito a seguito dell’Anschluss. Il 25 Ottobre 1955 terminò lo sgombero del territorio austriaco da parte delle forze d’occupazione e il giorno dopo il parlamento austriaco votò la Neutralitätserklärung (Dichiarazione di neutralità), a seguito della quale si sciolse la Commissione alleata di controllo. A conti fatti il Cremlino poteva ritenersi la parte che aveva conseguito di più dalla risoluzione del nodo austriaco. La neutralità permanente di Vienna spezzava infatti la continuità territoriale della NATO, impedendo l’utilizzo del Brennero per la comunicazione tra le forze alleate in Baviera e quelle in Italia settentrionale, e creava uno stato cuscinetto tra i due blocchi molto gradito a Mosca. Nei decenni successivi lo sviluppo delle reti di comunicazione ridusse il vantaggio strategico che i sovietici ottenevano da ciò, ma nel 1955 gli Alleati decisero di fare buon viso a cattivo gioco per conseguire un’altra serie di vantaggi: in primo luogo per la prima volta si realizzava una forma di roll back in Europa, con i sovietici che volontariamente si ritiravano da un paese da loro occupato nel 1945, si tagliavano i costi per il mantenimento delle truppe d’occupazione in Austria ed infine si favoriva quella distensione dei rapporti con Mosca che anche in Occidente era auspicata e che avrebbe condotto, di lì a pochi mesi, al summit di Ginevra. La Neutralitätserklärung impedì a Vienna non solo di avvicinarsi alle due opposte alleanze militari, ma nel contesto della guerra fredda anche di allinearsi a tutte quelle organizzazioni percepite dai sovietici come filo-NATO come le istituzioni eurocomunitarie; non a caso l’Austria (così come anche la Finlandia) ha potuto unirsi all’Unione Europa solo nel 1995 e nello stesso anno ha aderito anche al programma Partnership for Peace della NATO, solo però dopo aver ottenuto il placet del governo russo.

In questo quadro dei neutrali in Europa, caso sui generis che merita un breve cenno è quello che riguarda la Repubblica d’Irlanda. Dublino infatti aderì al piano Marshall, ma rifiutò l’invito ad unirsi al Patto Atlantico in quanto la reciproca garanzia dei confini che si facevano i paesi membri l’avrebbe obbligata ad abbandonare le pretese sull’Ulster. Il governo irlandese avanzò la proposta di un intesa bilaterale con i soli Stati Uniti, ma Washington fece cadere la questione ritenendo il tutto superfluo sia per via degli storici ottimi rapporti tra i due paesi, anche in ragione dell’ampia comunità di emigrati irlandesi oltre oceano, sia perché si dava per scontato che, in caso di guerra, proprio la necessità di difendere l’Ulster avrebbe imposto di estendere il perimetro di sicurezza all’intera isola di smeraldo. Comunque già dal 1955 iniziò una collaborazione tra la CIA e i servizi d’intelligence irlandesi. Per cui sebbene la Repubblica d’Irlanda fu formalmente neutrale durante tutta la guerra fredda, di fatto era allineata con il blocco occidentale.

Approfondimento tematico II: Il maccartismo e la paura rossa negli Stati Uniti

La prima paura rossa si manifestò negli Stati Uniti tra il 1917 e il 1920 quale diretta conseguenza della rivoluzione d’ottobre in Russia. L’aumento esponenziale del numero degli scioperi proclamati dall’Industrial Workers of the World, che toccarono il loro apice nel 1919 con quasi tremilaseicento astensioni dal lavoro, creò una psicosi, tanto nelle istituzioni quanto nella popolazione, che fosse imminente un tentativo rivoluzionario anche sul suolo americano. I media fecero da grancasse a questi timori, spesso assecondandone la vena xenofoba che vedeva in qualsiasi immigrato un possibile agente della Terza Internazionale, incoraggiando l’adozione di una legislazione anti-comunista, anche a scapito di alcune libertà costituzionali. Quando poi proprio nella primavera-estate del ’19 una serie di attentati dinamitardi anarchici colpirono personalità di primo piano come J.P. Morgan, John D. Rockefeller, il Giudice Capo della Corte Suprema e il Procuratore Generale Mitchell Palmer, proprio quest’ultimo ordinò un’ondata di arresti, passata alla storia come Palmer Raids, che portò in carcere oltre tremila persone e alla deportazione di quasi seicento immigrati, in particolare italiani ed ebrei dell’Est Europa. Proprio però questa ondata repressiva portò ad un mutamento nel clima nel paese, con la denuncia da parte di preminenti giuristi dell’incostituzionalità delle misure adottate. Quando poi Palmer, nel tentativo di respingere le critiche, denunciò l’esistenza di un complotto di sinistra diretto a dare inizio ad un’insurrezione generale in occasione del 1° Maggio 1920, il non concretizzarsi della minaccia fu accolto dallo scherno generale e portò, oltre al tramonto della carriera politica del Procuratore Generale, al rientrare dell’ondata di panico. L’anti-comunismo radicale rimase comunque un elemento caratterizzante di alcuni settori della società americana e di certi organi governativi, come l’FBI di J. Edgar Hoover, che continuarono a paventare la minaccia che le organizzazioni di sinistra rappresentavano per i valori e le libertà americane. D’altra parte però il crollo della borsa nel’29 portò molte persone, in particolare in ambito intellettuale, a guardare al comunismo come una valida ideologia con cui rispondere alle storture di un capitalismo che aveva gettato il paese nell’incubo della Grande Depressione; nel 1939 il partito comunista americano poteva contare su cinquantamila iscritti. Durante la guerra mondiale se ufficialmente l’Unione Sovietica era rappresentata come l’alleato che coraggiosamente si stava battendo contro il comune nemico nazista, l’FBI continuava a dare la caccia alle spie comuniste che si riteneva si fossero infiltrate a vari livelli del governo. La situazione iniziò a cambiare a seguito della rottura tra Mosca e gli Alleati, il timore di avere una quinta colonna in casa che potesse trasmettere ai sovietici informazioni vitali (in particolare i segreti atomici) spinse ad una nuova serie di misure draconiane a partire dall’ordine esecutivo 9835, firmato da Truman il 21 Marzo 1947, con il quale si imponeva che tutti i dipendenti pubblici prestassero giuramento di fedeltà al governo americano e veniva si autorizzava l’FBI ad indagare su qualsiasi funzionario che avesse tenuto comportamenti che giustificassero un sospetto di antiamericanismo. Nell’immediato oltre duemilasettecento persone vennero licenziate e altre dodicimila condivisero lo stesso destino tra il 1947 e il 1956. Contemporaneamente il Comitato per la Camere per le attività anti-americane (HCUA) iniziò le sue indagini per accertare la presenza nel governo di individui che intendessero fare propaganda o sovvertire l’assetto costituzionale del paese. Le cose precipitarono però tra il 1949 e il 1950 allorché l’opinione pubblica fu sconvolta dal rapido succedersi della vittoria comunista nella guerra civile cinese, dell’acquisizione da parte sovietica della bomba atomica ed infine dall’esplodere della guerra in Corea. Fu in questo clima che salì alla ribalta nazionale l’allora semisconosciuto senatore repubblicano del Wisconsin Joseph McCarthy che, in un discorso tenuto il 9 Febbraio 1950 al Club delle donne repubblicane di Wheeling in West Virginia, asserì di essere in possesso di una lista di duecentocinque noti comunisti che lavoravano al Dipartimento di Stato (in seguito McCarthy non produsse mai la lista e in successivi discorsi cambiò il numero dei nomi prima in cinquantasette, per poi farli risalire ad ottantuno). Se fino a quel momento l’amministrazione Truman aveva supportato l’attività d’indagine alla ricerca di dipendenti pubblici infedeli, il tentativo demagogico di McCarthy di trasformare l’anti-comunismo in strumento di lotta partigiana per dipingere il Dipartimento di Stato, pieno di funzionari filo-democratici, come un nido di spie rosse destò allarme. Ormai però il treno era partito e non fu possibile fermarlo; quando Truman tentò di porre il veto al McCarran Internal Security Act, che andava ad incidere pesantemente sulle libertà personali obbligando le organizzazioni genericamente qualificabili come comuniste di fornire la lista dei loro iscritti e autorizzando il Presidente a far arrestare chiunque fosse ragionevolmente sospettato di essere coinvolto in attività di spionaggio, il Congresso lo superò con un ampia maggioranza sia alla Camera che al Senato. Ormai famoso su scala nazionale McCarthy venne facilmente rieletto con oltre centomila voti di distacco dal suo avversario; va detto comunque che non solo la carriera politica del senatore del Wisconsin venne favorita dal suo mettersi in prima linea nella lotto contro le attività anti-americane, anche Richard Nixon si fece conoscere come membro dell’HCUA, mentre Bob Kennedy ottenne il suo primo incarico pubblico quando nel 1952 venne chiamato proprio da McCarthy a far parte come assistente del suo comitato d’indagine (da cui però in seguito prese le distanze per le modalità d’indagine).

McCarthy comunque non era particolarmente amato neanche all’interno dell’ambiente dell’anti-comunismo radicale, devo molti (es J. Edgar Hoover) lo consideravano un opportunista, e anche per questo i suoi stessi colleghi repubblicani ritennero di limitarne l’esposizione pubblica mettendolo a capo del poco importante Comitato del Senato per le operazioni governative. Purtroppo da questo comitato dipendeva il Sottocomitato permanente d’ispezione e il senatore del Wisconsin ne interpretò molto alla larga il mandato per trasformarlo nel suo personale strumento d’inchiesta sui comunisti nel governo. Forte del supporto pubblico, scosso dal contestuale esplodere del caso di spionaggio a carico dei coniugi Rosenberg, McCarthy chiamò innanzi al sottocomitato oltre seicento persone per interrogarle con un fare spesso inquisitorio. La sua stella iniziò però a tramontare quando le audizioni del comitato iniziarono ad essere trasmesse in televisione, in particolare nella trasmissione See it now di Edward Murrow che condusse una dura campagna contro il senatore, in molti infatti rimasero infastiditi dai modi usati da McCarthy per confrontarsi con le persone indagate. Quando poi nel 1954 McCarthy tentò di inquisire anche l’esercito, accusando di simpatie comuniste personalità come il Generale Marshall, la misura fu colma anche per i suoi colleghi repubblicani; l’esercito accuso McCarthy di aver cercato di ottenere un trattamento di favore per il suo amico David Schine e l’immagine del consulente legale dell’esercito Joseph Welch che, spazientito, gelido afferma “Dunque non ha davvero alcun senso della decenza senatore?” rappresentò la pietra tombale della carriera di McCarthy che, il 2 Dicembre del 1954, venne ufficialmente censurato dal Sanato. Va messo in chiaro che una importante attività di spionaggio a favore dell’Unione Sovietica ad opera di cittadini americani, anche inseriti all’interno dell’amministrazione pubblica, era un fatto reale e soggetta ad indagine da parte dei servizi segreti per mezzo del progetto Venona; in questo modo si accertò la natura di agenti comunisti di Alger Hiss (uno dei diplomatici americani più importanti sotto le amministrazioni Roosevelt e Truman) e di Harry Dexter White (padre del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale) sebbene la necessità di tenere Venona sconosciuto ai sovietici impose di non rendere pubbliche queste informazioni sino 1995 e nessuna prova è mai emersa che McCarthy o altri politici coinvolti nelle attività d’inchiesta fosse a conoscenza dei documenti di Venona. John Earl Haynes, tra i massimi storici del movimento comunista americano, pur affermando che troppo spesso si sottovaluta la natura non democratica del partito comunista statunitense, afferma che il maccartismo fu un danno per l’anticomunismo in quanto lo declassò a demagogico strumento di lotta politica interna tra democratici e repubblicani. Accanto però alla ricerca di vere spie, con anche alcuni successi importanti come l’arresto di Rudolf Abel nel 1957, il clima da caccia alle streghe fu funzionale per additare all’opinione pubblica e colpire come pericoloso comunista chiunque fosse anche solo simpatizzante dell’Unione Sovietica o avesse idee troppo “di sinistra” su temi come i diritti civili delle minoranze etniche o l’assistenza sanitaria pubblica; dopotutto anche quando era impossibile portare una persona sotto processo, gli si poteva rendere la vita impossibile con campagne stampa, ritorsioni lavorative e procedure di sorveglianza arbitrarie. In questo contesto chi furono soprattutto colpiti furono intellettuali e scienziati. I casi più noti sono quelli di Charlie Chaplin, a cui nel 1952 il ministero della giustizia vietò il rientro nel Stati Uniti, e di Robert Oppenheimer, a cui nel 1954 fu revocato il nulla osta di sicurezza dalla Commissione per l’Energia Atomica per la sua opposizione allo sviluppo della bomba H, ma tanti altri si videro la vita rovinata come il fisico David Bohm, che venne prima arrestato per aver invocato il quinto emendamento innanzi alla HCUA e poi venne licenziato dal suo incarico a Princeton nonostante l’impegno in senso contrario di Einstein. In particolare ad Hollywood la Società cinematografica per la salvaguardia degli ideali americani (nella quale militavano artisti come John Wayne, Walt Disney, Cecil B. DeMille, Gary Cooper e Clark Gable) agì attivamente per ostracizzare chiunque fosse sospettato di simpatie comuniste fino al punto di stilare ufficiose liste nere di artisti che non dovevano più essere impiegati: Carl Foreman, sceneggiatore tra l’altro di Mezzogiorno di fuoco e I cannoni di Navarone, non poté essere accreditato in alcuni film di quegli anni e dovette rifugiarsi nel Regno Unito così come il collega Ring Lardner jr., premio Oscar nel 1943 per La donna del giorno, mentre Dorothy Parker non poté più lavorare nel cinema dopo il 1949, anche Leonard Bernstein e Orson Welles furono segnalati dal Dipartimento di Stato. Joseph Mankiewicz (quattro volte premio Oscar e regista di capolavori come Eva contro Eva o Cleopatra) si salvò invece nonostante le esplicite accuse di Cecil B. DeMille, solo perché strenuamente difeso dal collega John Ford. Ancora Arthur Miller venne giudicato colpevole di insulto al Congresso per essersi rifiutato di fare i nomi di altri letterati con simpatie comuniste e lo stesso rischiò Thomas Mann, il quale pubblicamente paragonò il Comitato per le attività anti-americane al nazismo. Nel calderone del sospetto finirono poi ovviamente tutti coloro che mettevano in discussione il regime segregazionista all’epoca ancora vigente in molti Stati soprattutto del meridione, come l’Associazione nazionale per l’avanzamento delle persone di colore e la neonata Southern Christian Leadership Conference di Martin Luther King. Al culmine della paura rossa il Congresso passò nel 1954 il Communist Control Act che, di fatto, impose lo scioglimento al già moribondo Partito Comunista degli Stati Uniti, sebbene in seguito la legge venne fatta a pezzi dalla Corte Suprema. Nonostante la psicosi per le attività di spionaggio sovietiche negli Stati Uniti si ripresentò ciclicamente, nella seconda metà degli anni cinquanta l’isterismo progressivamente si andò infine attenuando in concomitanza con la prima distensione, ed anche per lo spostamento della Corte Suprema su posizioni più liberal a seguito dell’ingresso come giudici di William Brennan e Earl Warren, che avrebbe portato alla stagione delle grande decisioni in merito ai diritti civili (Brown vs BOE sulla desegregazione delle scuole e Loving vs Virginia sui matrimoni interraziali) e sulle garanzie costituzionali (caso Miranda sui diritti degli indagati).

Approfondimento tematico III: La questione di Trieste

Quale paese sconfitto, anzi quale paese membro di primo piano di quell’Asse Roma-Tokyo-Berlino uscita debellata dal conflitto mondiale, era inevitabile che l’Italia dovesse far fronte, in sede di trattati di pace, a possibili amputazioni territoriali. Se non era in discussione che sarebbero andate perse le occupazioni del fascismo (Etiopia e Albania), nessuna illusione ci si faceva anche per il Dodecaneso, etnicamente greco, mentre per le colonie africane si sperava di poter conservare una qualche forma di amministrazione sotto mandato internazionale. L’obiettivo dunque di De Gasperi, nella intera vicenda dei negoziati con i vincitori, fu quello di preservare per quanto possibile il territorio metropolitano. L’Alto Adige/Sud Tirolo fu ben presto salvo in forza del trattato stipulato tra il Presidente del Consiglio italiano e il Ministro degli Esteri austriaco Karl Gruber, che garantiva ampia autonomia alla minoranza di lingua tedesca. Anche sul confine occidentale gli iniziali appetiti della Francia si limitarono a minori aggiustamenti della linea di confine (Tenda, Briga ed i monti Chaberton e Thabor). La vera questione fu dunque sin da subito il destino della Venezia Giulia, sulla quale gravavano gli appetiti di Tito. I contrasti tra Italia e Jugoslavia in ordine alla frontiera tra i due paesi risalivano alla fine della Grande Guerra e avevano entità ben maggiore del conflitto che poi si determinò in merito a Fiume. Già nel Maggio 1915 il comitato jugoslavo presentò ai rappresentanti di Francia, Regno Unito e Russia un memorandum nel quale si rivendicava al futuro stato degli slavi meridionali tutta la Dalmazia e l’Istria incluse Fiume, Pola, Triste, Gorizia e la Carnia. Ancora alla conferenza di pace di Parigi del 1919 la richiesta ufficiale della delegazione jugoslava fu che il confine tra Italia e il nuovo Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni fosse 15km ad ovest dell’Isonzo. Così nel 1945 Tito, intenzionato a far valere delle pretese che gli jugoslavi non avevano mai messo da parte, approfittando del collasso generale delle difese tedesche negli ultimi giorni di guerra tentò di creare il fatto compiuto lanciando le sue formazioni partigiane su Triste per occuparla prima degli anglo-americani. La gara venne vinta per poco dagli inglesi del generale Freyberg, i quali però non poterono evitare un iniziale regime di co-occupazione con gli jugoslavi; solo il 9 Giugno le formazioni titine lasciarono la città fatta eccezione per un contingente di rappresentanza. La delimitazione delle zone d’occupazione della Venezia Giulia tra jugoslavi e Alleati venne dunque stabilito sulla base della cosiddetta linea Morgan, dal nome del generale inglese che la negoziò, la quale correva lungo l’Isonzo lasciando sul lato Alleato Gorizia e Triste, delimitando attorno a questa un arco. Consapevole che gli americani erano tendenzialmente favorevoli all’Italia, ma anche che qualcosa andava concesso, De Gasperi tentò sin da subito di dare un’immagine di buona volontà proponendo un ritorno alla linea Wilson del 1919, con conseguente sacrificio di Fiume e Zara. Per gli jugoslavi era ovviamente inaccettabile e, per il tramite dei sovietici in quel momento pienamente allineati a Tito, proposero una linea che faceva indietreggiare il confine italiano anche al di là di quella che era stata la frontiera con l’Austria-Ungheria. Nel mezzo si ponevano francesi, inglesi ed americani che proponevano loro linee di compromesso: quelle di Washington e Londra si rifacevano alla linea Wilson solo un po’ più favorevole agli jugoslavi, mentre quella francese era la linea Morgan allungata fino a Cittanova d’Istria a favore dell’Italia. Alla fine fu proprio la linea francese, in quanto quella maggiormente salomonica, ad essere accolta dalle quattro potenze, le quali però, non riuscendo a trovare un accordo in merito all’assegnazione di Trieste e dei suoi dintorni, decisero di non decidere inventandosi la formula del Territorio Libero di Trieste (TLT) per congelare la situazione finché non si fosse trovata la quadra. A sua volta il TLT veniva diviso in due: la zona A dal confine con l’Italia sino a Muggia, amministrata dal comando militare alleato, e la zona B comprensiva dei distretti di Capodistria e Buie, amministrata dalla Jugoslavia. Paolo Canali, segretario particolare di De Gasperi, riassume così il perché si giunse alla formula del Territorio Libero “La Russia, impotente a far accettare subito che Trieste fosse assegnato alla Jugoslavia non chiedeva di meglio che un espediente, pur di non lasciarla all’Italia; la Francia, favorevole all’URSS con il progetto di internazionalizzazione, mirava ad ottenere l’adesione russa ai suoi piani di pace con la Germania; gli Stati Uniti, non ancora abbandonata la politica di appeasement con l’URSS, desideravano mettere fine allo snervante negoziato; la Gran Bretagna, ansiosa a sua volta di non inasprire i rapporti con l’URSS, non si sentiva, per Trieste, di pregiudicare l’accordo proprio in extremis.”. La formula prevedeva che il TLT avrebbe avuto uno statuto internazionale sotto egida del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite, si sarebbero dovute tenere elezioni per la convocazione di un’assemblea costituente mentre nell’immediato doveva essere nominato un Governatore. Di fatto tale regime non entrò mai in vigore in quanto fu impossibile raggiungere un accordo tra tutte le parti coinvolte in merito al nome del Governatore da nominare. Gli Alleati occidentali, preoccupati che con il ritiro delle forze d’occupazione dall’Italia nel 1947 la zona di Trieste potesse divenire una breccia per una futura offensiva comunista in ragione della debolezza militare italiana, decisero così di mantenere la zona A sotto la loro amministrazione, dovendo però accettare in parallelo che Tito facesse la stesso nella zona B, dove cominciò subito un’opera di annessione di fatto alla Jugoslavia. La situazione triestina ebbe notevole impatto sulle vicende politiche della giovane Italia repubblicana. Per il PCI fu una notevole spina nel fianco in quanto, essendo tenuto all’obbedienza delle direttive di Stalin (in quel momento ancora in buoni rapporti con Belgrado), non poteva prendere esplicitamente posizione contro la Jugoslavia e ciò scontentava un’opinione pubblica pesantemente colpita dai racconti e dalle immagini dell’esodo giuliano. Consapevole di ciò De Gasperi, che nel 1948 doveva affrontare la sfida delle fondamentali elezioni contro il Fronte Popolare social-comunista, incoraggiò gli Alleati a pronunciarsi per mostrare agli elettori che l’occidente era a favore dell’Italia in merito a Trieste. Il 9 Marzo ’48 l’amministrazione militare alleata della zona A stipulò accordi economici con Roma; a ciò seguì il 20 dello stesso mese, a trenta giorni esatti dal voto, la Dichiarazione tripartita emessa da Francia, Regno Unito e Stati Uniti con la quale i tre paesi si impegnavano a promuovere l’assegnazione di tutto il TLT all’Italia. Sebbene immediatamente respinta da Unione Sovietica e Jugoslavia, la Dichiarazione Tripartita divenne la linea ufficiale del governo italiano, ma a Giugno sempre del ’48 sopraggiunse la rottura tra Tito e Stalin che andò di nuovo a rimescolare le carte. Sebbene infatti Tito perdesse l’appoggio sovietico alle sue rivendicazioni, cosa che toglieva il PCI da molti imbarazzi, l’espulsione della Jugoslavia dal blocco comunista rendeva il paese non più parte dello schieramento avversario, bensì un soggetto che gli Alleati erano interessati a sostenere e che dunque non andava irritato con iniziative su Trieste a lui contrarie. Si determinò così una situazione di stallo nella quale gli anglo-americani, desiderosi di liberarsi dei costi della gestione della zona A, cercavano, pur senza rimangiarsi la Dichiarazione Tripartita, di spingere perché Roma accettasse di rientrare in possesso della zona A, nella consapevolezza che ciò avrebbe portato Tito ad ufficializzare l’annessione della zona B. De Gasperi però faceva una questione di principio sul rispetto da parte degli Alleati della Dichiarazione Tripartita, e rifiutò di accettare qualsiasi opzione che ne potesse in qualche modo intaccare la validità. Va specificato che anche Tito non aveva per nulla rinunciato alla speranza di conseguire una forma di co-amministrazione italo-jugoslava sulla zona A, e dunque ora fingeva di trattare, ora alzava i toni, proclamando che l’Italia non avrebbe mai avuto Trieste, il tutto in attesa di vedere cosa sarebbe successo con le elezioni italiane del 1953.

L’uscita di scena di De Gasperi a seguito del fallimento della legge truffa probabilmente convinse il leader jugoslavo che il nuovo Presidente del Consiglio Giuseppe Pella, poco noto sulla scena internazionale, fosse una controparte più facile da convincere a trattare sulla base delle istanze di Belgrado, applicando un po’ di pressione. Il 28 Giugno 1953, solo pochi giorni dopo la fiducia al nuovo governo italiano, l’agenzia di stampa Jugoslava Jugopress emise una nota durissima nella quale si affermava “La Jugoslavia ha perduto la pazienza con l’Italia per quanto concerne la questione di Trieste e sta pensando ad un cambiamento del suo moderato e tollerante atteggiamento probabilmente annettendosi la zona B in risposta della fredda annessione della zona A da parte italiana.”. Il riferimento era agli accordi siglati a Londra l’anno prima coi quali Francia, Regno Unito e Stati Uniti aumentavano la partecipazione dell’Italia all’amministrazione della zona A con un passaggio da cinque a ventuno funzionari italiani, oltre all’affiancamento di un consigliere politico italiano a quello inglese ed americano. La reazione di Roma alla nota jugoslava fu durissima, infatti il governo italiano, che già stava subordinando la ratifica dei trattati della CED al rispetto de parte degli Alleati della Dichiarazione Tripartita, temette che l’annunciato raduno per il 6 Settembre di 250.000 ex-partigiani jugoslavi a Okroliga, vicino Gorizia, sarebbe stata l’occasione in cui Tito avrebbe proclamato l’annessione della zona B alla Jugoslavia, ma anche in cui si sarebbe tentata una mossa sulla zona A. La risposta di Pella fu un rafforzamento delle truppe a copertura del confine del orientale, senza preventiva comunicazione ai comandi NATO, e il ventilare la possibilità che, in caso di mossa jugoslava sulla zona A, l’Italia avrebbe reagito con una contromossa come mandare la flotta a Trieste. Sembra che in alcune riunione di governo si parlò anche della possibilità di aprire il fuoco contro le truppe anglo-americane se queste avessero tentato di impedire l’ingresso a Trieste delle forze italiane, Pella negò sempre però confermò di aver inviato un telegramma alle principali cancellerie occidentali nel quale si specificava come, nel caso di mancata solidarietà degli alleati, Roma avrebbe dovuto ripensare al suo ruolo nel Patto Atlantico. Il discorso di Tito del 6 Settembre fu duro e sprezzante verso l’Italia, alla quale ricordò i crimini di guerra nei Balcani durante l’ultima guerra, non si fece parola di una annessione della zona B, ma perché si diede ad intendere come ciò fosse già successo da tempo nei fatti, e si indicò come unica soluzione per Trieste una internazionalizzazione della città. Il 13 dello stesso mese Pella replicò con un discorso in Campidoglio a Roma: la soluzione giusta e democratica alla vicenda era un plebiscito in tutto il TLT previa conferenza internazionale per discuterne le modalità, se Belgrado rifiutava tale proposta tutti, in primis americani e inglesi, avrebbero dovuto trarre le dovuto conseguenze di ciò. In questa situazione già di per sé tesa giunse ad inasprire ulteriormente il clima l’annuncio, l’8 Ottobre, da parte di americani e inglesi di voler ritirare le loro forze dalla zona A e trasferirne il controllo all’Italia. Pella, che al contrario di De Gasperi riteneva che non avrebbe indebolito la posizione italiana accettare di recuperare al paese la zona A senza un preventivo chiarimento del destino della zona B, si affrettò a dare il suo assenso in parlamento specificando però che ciò “non avrà in alcun modo il significato di una rinuncia alla rivendicazione dell’italianità dell’intero Territorio Libero di Trieste”. Tito invece reagì in maniera furiosa minacciando esplicitamente l’uso della forza se truppe italiane fossero entrate nella zona A; ciò costrinse gli anglo-americani a sospendere i loro progetto, ma allo stesso tempo da Washington e Londra si afferma che l’assenso dato dall’Italia alla proposta dell’8 Ottobre rendeva superata la precedente Dichiarazione Tripartita e che Roma avrebbe dovuto entrare nella mentalità di accettare la spartizione del TLT negoziando con la Jugoslavia un accomodamento per le rispettive minoranze linguistiche. Nel mentre di questa di tutto ciò giunse l’anniversario della vittoria nella Grande Guerra (4 Novembre), occasione che ovviamente in quel clima diveniva ancor più carica di significato sovreccitando gli animi. Pella si recò al sacrario di Redipuglia per poi andare a Venezia dove tenne un discorso promettendo “buona guardia per Trieste”. A Trieste però le manifestazioni degli italiani erano ben presto degenerate in scontri con la polizia dell’amministrazione alleata, a cui il generale inglese Winterton aveva dato ordini rigorosi, il peggio però avvenne nei due giorni successivi: il 5 la polizia sparò contro i partecipanti a una nuova manifestazione fuori dalla chiesa di Sant’Antonio Nuovo, lasciando a terra due morti e cinquanta feriti, con le forze dell’ordine che inseguirono i manifestanti anche all’interno dell’edificio sacro, mentre il 6 ulteriori disordini provocarono altri quattro morti. I disordini triestini provocarono una certa tensione tra governo italiano ed inglese, con Londra che rifiutava di condannare l’opera di Winterton ed anzi accusava gli italiani di aver provocato gli scontri, comunque servirono anche a convincere ancor più gli anglo-americani della necessità di chiudere la questione. A Gennaio 1954 questi invitano Roma ad aprire un negoziato segreto con la Jugoslavia per mettere sul tavolo le reali intenzioni di entrambe le parti; le trattative che ne deriveranno porteranno infine il 5 Ottobre 1954 alla firma del memorandum di Londra tra Italia, Regno Unito, Stati Uniti e Jugoslavia che andò a cristallizzare la partizione del Territorio Libero di Trieste tra Roma e Belgrado. Il 26 Ottobre l’Italia riprese ufficialmente possesso della zona A, mentre il giorno dopo gli angloamericani completavano il ritiro delle loro forze. Va messo in chiaro che il memorandum di Londra non concludeva formalmente la vicenda della TLT perché regolò solo l’amministrazione delle due zone, mentre nulla stabiliva sulla sovranità delle stesse che continuavano ad essere reciprocamente rivendicate da Jugoslavia e Italia. La sistemazione definitiva si avrà solo con il tratto di Osimo del 10 Novembre 1975 che, salvo lievi variazioni di confine, confermò quanto stabilito dal memorandum di Londra e ribadì i rispettivi impegni a garanzia delle minoranze etniche.

Approfondimento tematico IV: Adenauer e la fine della denazificazione nella BRD

Alla fine del secondo conflitto mondiale circa il 10% della popolazione tedesca era iscritta al Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi e, aggiungendo a questa percentuale anche tutti coloro che erano iscritti alle organizzazioni collaterali come il Fronte del Lavoro o la Lega delle donne tedesche, il numero di persone che aveva in qualche modo legali con il regime nazista si aggirava sui quarantacinque milioni di tedeschi. Questi numeri misero le potenze occupanti di fronte ad un problema: da un lato, a fronte della gravità dei crimini del nazismo, questi non era visto solo come un avversario sconfitto, ma come l’artefice di condotte che si intendeva punire penalmente, dall’altro però ci si rendeva conto come non fosse realistico pensare di poter processare un intero paese. La soluzione a cui si giunse fu quella che sarebbe poi stata denominata come campagna per la denazificazione della Germania. L’obiettivo era sia quello di inculcare nella popolazione tedesca un senso di responsabilità collettiva per quanto era successo, sia epurare i gangli della società del paese da tutti coloro che avessero avuti rapporti diretti con il regime hitleriano. Per raggiungere questo secondo obiettivo si procedette a scrutinare i singoli cittadini tedeschi sulla base di criteri differenti a seconda della titolarità della zona d’occupazione: inglesi e francesi furono quelli che sin da subito ebbero l’atteggiamento più indulgente concentrandosi solo su coloro che fossero criminali di guerra comprovati o che intendessero ricoprire incarichi di rilievo socio-economico, i sovietici invece si interessarono a tutti coloro che fossero stati membri del Partito o delle sue entità collaterali, mentre gli americani furono quelli che in un primo momento si rivelarono più severi procedendo a esaminare il passato di ogni tedesco di età superiore ai diciotto anni per classificarlo all’interno di una delle cinque categorie di responsabilità (V Persone esonerate – IV Seguaci e simpatizzanti – III Criminali minori – II Attivisti, militanti e profittatori – I Criminali Maggiori). Il periodo tra la fine del 1945 e l’inizio del 1946 fu quello in cui la campagna di denazificazione ebbe la sua maggiore intensità, con quasi il 50% del personale della pubblica amministrazione licenziato e circa novanta milioni di tedeschi detenuti per crimini di varia natura legati al regime nazista. Non ci volle molto perché divenisse palese che tutto ciò portava alla paralisi di un paese che era già ridotto in macerie; ad esempio la stragrande maggioranza degli avvocati o degli insegnanti delle scuole di ogni grado erano stati iscritti al Partito Nazionalsocialista o alle associazioni di categoria collaterali al partito, e dunque la loro epurazione avrebbe comportato l’impossibilità di far funzionare l’apparto giuridico o l’istruzione pubblica. Fu così che intorno alla primavera del 1946 in tutte le zone d’occupazione si procedette a trasferire la responsabilità della denazificazione della maggior parte dei soggetti coinvolti a dei tribunali tedeschi, mentre le potenze occupanti conservavano la giurisdizioni sui processi ai grandi criminali (processo di Norimberga e le sue costole) con solo un potere di veto su qualsiasi decisione da parte delle autorità inquirenti tedesche. Tranne che nella zona sovietica, dove i tribunali per la denazificazione erano composti in maggioranza da filo sovietici (come i membri del Partito Socialista Unificato), nelle zone d’occupazione occidentali le corti tedesche mostrarono sin da subito una maggiore indulgenza verso i propri connazionali. La denazificazione era odiata dai tedeschi sia perché percepita come una giustizia dei vincitori, sia perché nonostante le evidenze c’era una certa dose di negazionismo in merito alla proporzioni dei crimini del nazismo; il sentimento generale era di voler voltare pagina, lasciandosi alla spalle ciò che era state tra il 1933 e il 1945 in favore della ricostruzione del paese. Così ad esempio in Baviera il commissario tedesco per la denazificazione reintegrò il 75% del personale amministrativo licenziato dagli americani, mentre sempre più spesso la sanzione per coloro trovati colpevoli furono delle multe nella ormai divenuta cartastraccia vecchia valuta. Va detto che già prima di ciò gli anglo-americani avevano autorizzato i rispettivi servizi segreti a sottrarre ad ogni forma d’incriminazione questi tedeschi che, indipendentemente dal loro coinvolgimento con il regime nazista e i suoi crimini, erano considerasti titolari di competenze vitali in prospettiva del confronto con i sovietici. Lo sforzo più importante fu l’operazione Paperclip, per mezzo della quale dal Settembre 1946 i servizi segreti dell’esercito americano (CIC) e la neonata CIA esfiltrarono dalla Germania tecnici e scienziati tedeschi; caso emblematico quello di Wernher Von Braun, colui che porterà gli americani sulla luna, ma che era stato anche il padre delle V2 che avevano devastato Londra e che venivano assemblate nel campo di concentramento di Dora-Mittelbau dagli internati. I sovietici risponderanno a ciò con l’operazione Osoaviachim, cioè il trasferimento forzato in Unione Sovietica di duemilacinquecento specialisti tedeschi nell’Ottobre dello stesso anno. Le crescenti tensioni tra sovietici ed gli Alleati, con il conseguente nuovo ruolo della Germania nello scacchiere europeo, assestarono il colpo finale alla credibilità della campagna di denazificazione. Adenauer infatti era nettamente contrario alla denazificazione e non fece mistero di considerarla un ostacolo tanto alla creazione della nuova Repubblica Federale Tedesca, quanto al suo inserimento all’interno della cornice dell’Alleanza atlantica. Il cancelliere tedesco riteneva infatti che troppe persone il cui contributo era vitale per la rinascita dello stato tedesco erano a rischio d’epurazione, inoltre argomentava come non si poteva pretendere che la BRD svolgesse il suo ruolo di membro fondatore delle istituzioni europee e alleato nella NATO se i suoi cittadini continuavano ad essere processati e colpevolizzati per quanto avvenuto durante il nazismo. Si giunse così ad un tacito compromesso: sul piano internazionale la BRD avrebbe riconosciuto le responsabilità per i crimini del nazismo e si sarebbe fatta carico di risarcirne le vittime, ma allo stesso tempo sul piano interno si sarebbe messo fine alla campagna di denazificazione, ritenendo raggiunto lo scopo con le condanne ai principali gerarchi del regime (comunque poi spesso scarcerati anticipatamente), ed autorizzando il varo da parte del governo tedesco di una serie di leggi d’amnistia che coinvolsero quasi ottocentomila persone. Le conseguenze sulla società della Germania Occidentale della fine della campagna di denazificazione furono molteplici. Intanto ciò permise a molte personalità, i cui rapporti col regime nazista erano incontestabili, di assumere ruoli di rilievo all’interno della BRD (nel 1957 circa il 77% dei funzionari del ministero della giustizia era stato iscritto al Partito Nazionalsocialista). Due nomi per tutti quelli di Reinhard Gehlen e di Hans Globke. Il primo durante la guerra era stato Generalmajor della Wehrmacht e capo dei servizi d’intelligence sul fronte orientale; nel 1945 l’OSS l’aveva reclutato per creare una rete d’agenti tedeschi anticomunisti (tra cui anche ex-SS) che spiassero i sovietici, questa cosiddetta organizzazione Gehlen funse da fondamento per il Bundesnachrichtendienst, cioè i servizi segreti della BRD, costituiti nel 1956 da Gehlen stesso. Globke invece era stato un giurista che nel 1936 aveva scritto un commento alle Leggi di Norimberga e nel 1938 era stato nominato dirigente ministeriale dell’Ufficio degli affari ebraici del Ministero degli interni, dove aveva redatto la legge che imponeva a tutti gli ebrei maschi di aggiungere al loro nome Israel e alle donne Sara in modo da renderli più facilmente riconoscibili; ebbene dal 1953 per un decennio fu l’uomo di fiducia di Adenauer, divenendo di fatto l’eminenza grigia della cancelleria federale. Si diffuse poi una generale indifferenza, condita con una certa dose di giustificazionismo, nei riguardi delle denunce da parte dei sopravvissuti riguardo specifiche persone che avevano preso parte ai crimini del nazismo e che erano rientrati tranquillamente nella vita civile; allo stesso tempo i tedeschi che subito dopo la guerra avevano denunciato questi crimini erano trattati con malcelato disprezzo e, in alcuni casi, oggetto anche di denunce per diffamazione come nel caso di Hermann Graebe, che era stato testimone del massacro degli ebrei di Dubno e Rovno in Ucraina parlandone pubblicamente durante il processo di Norimberga. Si chiusero poi gli occhi sui rapporti che molti tedeschi occidentali, anche in posizioni di rilievo pubblico, mantenevano con ex-nazisti ricercati e fuggiti all’estero come Josef Mengele, Klaus Barbie o Adolf Eichmann. Infine anche il trattamento delle vittime del nazismo non fu uniforme; se infatti gli ebrei furono ammessi incondizionatamente ai risarcimenti e alle scuse per quanto successo, così come (seppur con varia gradazione) i prigionieri politici, altri gruppi come Rom e Sinti, i Testimoni di Geova e gli omosessuali non ricevettero alcun riconoscimento in quanto considerati perseguitati non per questioni razziali o politiche, ma perché soggetti asociali o criminali (anzi gli omosessuali continuarono ad essere penalmente perseguiti sulla base del paragrafo 175 del codice penale).

L’effetto però più interessante, ai fini della nostra narrazione, della interruzione della campagna di denazificazione fu la creazione del mito della Wehrmacht pulita. La ricostruzione dell’esercito tedesco in prospettiva atlantica non poteva infatti che passare per coloro che, in particolare come ufficiali, avevano combattuto nell’ultima guerra. Adenauer però sosteneva che ciò non poteva avvenire fintanto che questi continuavano ad essere additati al mondo intero come componenti di una struttura che era stata corresponsabile dei crimini di guerra e contro l’umanità del nazismo. Tra il 5 e l’8 Ottobre 1950, su iniziativa del cancelliere tedesco, alcuni ex ufficiali della Wehrmacht si incontrarono nell’abbazia di Himmerod in Renania per stendere un memorandum da presentare agli Alleati sulle condizioni per la ricostruzione dell’esercito tedesco. Ne venne fuori un documento in tre punti: tutti i soldati tedeschi accusati di crimini di guerra dovevano essere rilasciati, si sarebbe dovuto mettere fine alla “diffamazione” del soldato tedesco e degli appartenenti alle Waffen-SS (separandole così idealmente dalle SS che avevano operato nei lager) ed infine si doveva agire per “trasformare l’opinione pubblica tedesca e straniera” riguardo all’esercito tedesco. Ancora una volta la necessità del confronto geopolitico con i sovietici ebbe la meglio sulla verità storica e così, già nel Gennaio 1951, il generale Eisenhower ebbe a dichiarare che c’era “una vera differenza tra il soldato tedesco e Hitler e il suo gruppo di criminali”, mentre un po’ tutti i paesi dell’Alleanza Atlantica mettevano un freno ai processi contro gli ex militari tedeschi. Nasceva così la leggenda della Wehrmacht come un’organizzazione apartitica, che si era comportata in maniera onorevole durante l’intero conflitto non prendendo parte ai crimini di guerra che erano esclusivamente attribuibili ai gerarchi del regime e alle SS. Tale mito venne alimentato dalla memorialistica tedesca; opere come “Vittorie perdute” di Manstein, “Panzer leader” di Guderian e i libri di Paul Carell furono tutte improntate su una linea di autoassoluzioni dagli alti gradi dell’esercito tedesco sia con riguardo ai crimini di guerra, sia rispetto alla sconfitta finale, entrambe le cose interamente attribuite alle azioni di Hitler e ai suoi sodali. Una storiografia compiante accolse tale ricostruzione, anche perché spesso utile a sminuire il contributo sovietico nella vittoria finale sulla Germania. Un caso su tutti quello di Basil Liddell Hart, sebben infatti i suoi libri sulla storia militare dei due conflitto mondiali rimangano un passaggio obbligato per chiunque intenda approcciare l’argomento, è ormai opinione comune che ne “Storia di una sconfitta – Parlano i generali del III Reich” egli abbia accolto in maniera acritica le testimonianze dei generali tedeschi da lui intervistati a guerra finita. Il mito della Wehrmacht pulita ero poi funzionale a fornire alla BRD, per mezzo dei cospiratori del 20 Luglio ’44, una narrativa di resistenza al nazismo di cui al contrario della DDR era priva. La Repubblica Democratica Tedesca, che pure non si fece scrupoli ad arruolare ex nazisti nell’amministrazione pubblica e nella STASI, poteva quantomeno ricollegarsi alla storia antifascista del Partito Comunista Tedesco e dei combattenti tedeschi delle Brigate Internazionali in Spagna. La BRD si trovava in posizione più complessa, non poteva per ovvie ragioni richiamarsi alla resistenza di sinistra e gruppi cattolici come quello della Rosa Bianca erano stati fenomeni troppo piccoli per assolvere un intero paese dall’accusa di complicità con il regime (inoltre si temeva che esaltando la resistenza cattolica si creasse un contrasto con la filo-nazista organizzazione protestante dei Deutsche Christen). La celebrazione dei congiurati del 20 Luglio permetteva di elevare la Wehrmacht a forza di opposizione che più di tutte era andata vicina a rovesciare il nazismo, e tramite la continuità ideale tra questa e la nuova Bundeswehr si rigettava qualsiasi dubbio sulla natura antifascista del nuovo esercito tedesco. Di nuovo però per sostenere questa narrativa fu necessario qualche artificio storiografico, si ammantò infatti la cospirazione di Stauffenberg di finalità democratiche che non le appartennero mai. Gli oppositori del nazismo interni all’esercito tedesco non furono infatti mai mossi dalla volontà di restaurare la Repubblica di Weimar o dall’orrore per quanto stava avvenendo nei lager, ma bensì unicamente dal timore che Hitler potesse portare la Germania alla rovina, decidendo di agire nel Luglio 1944 perché convinti della inevitabilità della sconfitta e ritenendo che eliminato il nazismo sarebbe stato possibile negoziare con gli Alleati una formula diversa dalla resa incondizionata.

Sebbene già alla fine degli anni ’60 la storiografia di gran parte dei paesi europei aveva iniziato a mettere in luce il contributo dato dalla Wehrmacht alle brutalità perpetrate nelle zone occupate, bisognerà attendere la fine degli anni ’70 perché in Germania gli storici inizino a contestare il mito della Wehrmacht pulita. Allo stesso modo se la cattura di Eichmann da parte del Mossad nel 1961 e i processi di Francoforte avviati dal procuratore dell’Assia Fritz Bauer, riaprirono la questione del rapporto della BDR con il passato nazista della Germania, in particolare nelle frange più giovani della popolazione, l’orientamento della maggioranza dell’opinione pubblica tedesca continuò ad essere tendenzialmente di rimozione del passato. Lo stesso governo tedesco, anche quando a presiederlo furono i socialdemocratici, se faceva sul piano internazionale atti di contrizione e di ammissione di responsabilità, continuò a frapporre ostacoli ad ogni tentativo da parte di altri paesi di chiamare in giudizio cittadini tedeschi per i crimini commessi durante la guerra e, ad esempio, avanzò ripetute richieste all’Italia per un atto di clemenza nei confronti di Herbert Kappler (rifiutandosi di riconsegnarlo dopo la fuga di questi dal carcere di Gaeta nel 1977). Allo stesso tempo però questo atteggiamento fornì un formidabile argomento di propaganda alla DDR per denunciare tra gli anni ’50 e ’60 la continuità tra il governo di Bonn e il precedente regime nazista, e tale line fu accolta dai gruppi della sinistra extra-parlamentare nella Germania Occidentale e fornì il fondamento ideologico ai gruppi armati come la Rote Armee Fraktion per giustificare le loro iniziative.

Bibliografia:

  • Ennio di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali
  • Robert Service, Compagni – Storia globale del comunismo nel XX secolo
  • Mario Del Pero, Libertà e impero – Gli Stati Uniti e il mondo: 1776 – 2016
  • Carlo Pinzani, Il bambino e l’acqua sporca – La guerra fredda rivisitata
  • Luigi Ferraris (a cura), Manuale della politica estera italiana 1947-1993
  • Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale
  • Henry Kissinger, L’arte della diplomazia

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