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La notte della Repubblica: Piazza Fontana 1969 – Parte I

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“Una caldaia è esplosa nella sede della Banca nazionale dell’Agricoltura a Piazza Fontana” con queste prime indicazioni fornite dall’ANSA l’Italia venne a conoscenza, nel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1969, dell’evento che sarebbe stato uno dei più drammatici tornanti della sua storia nel secondo dopo guerra. Nonostante fossero le 16:37, all’epoca gli istituti di credito chiudevano alle 16:30, all’interno della BNA vi erano ancora molte persone in quanto quel Venerdì lì vi si teneva il Mercato degli agricoltori di tutta la provincia di Milano, inoltre fuori faceva freddo e pioveva; per questo l’esplosione, avvenuta esattamente al centro della cosiddetta rotonda il grande salone col soffitto cupola, lasciò a terra tredici morti (che diverranno diciassette nei giorni successivi) e quasi cento feriti.

Una caldaia appunto fu la prima ipotesi, ma bastarono poche ore perché questa tesi venisse messa da parte in favore di una più inquientante verità: non una caldaia era esplosa a Piazza Fontana, ma una bomba contenuta in una borsa Mosbach-Gruber 2131 piazzata esattamente sotto il grande tavolo al centro della rotonda. Una bomba così potente da aprire un buco nel pavimento sottostante; una bomba la cui natura del materiale esplosivo è, come vedremo, ancora oggi motivo di discussione. E quello di Piazza Fontana non fu l’unico botto di quel giorno: più o meno nelle stesse ore a Roma altri tre ordigni, meno potenti e che faranno solo sedici feriti, esplodono davanti all’Altare della Patria, all’ingresso del museo del risorgimento sempre nel complesso del Vittoriano e alla Banca Nazionale del Lavoro, mentre una quinta bomba viene ritrovata ancora inesplosa presso la Banca commerciale italiana a Piazza della Scala sempre a Milano. Quest’ultima bomba verrà subito fatta brillare per motivi precauzionali, scelta che in seguito sarà criticata in quanto impedì di ottenere informazioni sul tipi di ordigno usato in quella serie di attentati. Le esplosioni del Dicembre 1969 sono solo l’ultimo atti di una serie di attentati dinamitardi che, durante tutto l’anno, hanno colpito l’intero paese; in tutto oltre duecento attentati i più importanti dei quali furono il 1° Gennaio a Padova (casa del rettore e del questore), il 25 Aprile alla Fiera di Milano, 24 luglio al Palazzo di giustizia sempre di Milano, l’8 e il 9 Agosto su alcuni treni, il 20 Agosto al Palazzo di giustizia a Roma, il 4 Ottobre alla scuola slovena a Trieste ed infine il 1° Novembre al Cinema Brancaccio ancora a Roma. Questi attentati contribuiscono ad aggravare il clima di un paese ancora attraversato dall’onda lunga della contestazione studentesca e delle lotte operaie; politicamente ormai da quasi un decennio è iniziata l’esperienza dei governi di centro-sinistra, nati però sotto la cappa plumbea del tintinnar di sciabole del piano Solo, ma sono ancora in molti nelle istituzioni a non vedere di buon occhio questa apertura alle sinistre da parte della DC (tenuto anche conto che l’area dell’Europa meridionale vede ancora tre regimi autoritari: quello di Franco in Spagna, quello di Salazar in Portogallo e quello dei colonnelli in Grecia) ed è del 1965 il convegno all’Hotel Parco dei principi sulla guerra rivoluzionaria, finanziato dal SIFAR, in cui si trovano seduti uno accanto all’altro ufficiali dell’esercito, esponenti della destra neo-fascista come Pino Rauti, Stefano delle Chiaie e Mario Merlino, uomini dei servizi segreti come il giornalista Guido Giannettini e politici come Ivan Matteo Lombardo. Dunque le bombe del 1969, con il botto finale del 12 Dicembre, si inseriscono in questo contesto  di forti tensioni politico-istituzionali. Per molti di questi attentati, come quello alla Fiera di Milano o quelli ai treni, la polizia si era subito mossa in direzione della pista anarchica ed anche per le bombe del 12 Dicembre tanto il questore di Milano Marcello Guida che il capo della squadra politica Antonino Allegra puntano l’indice sugli anarchici; anche dall’Ufficio affari riservati (Uaarr) l’indicazione che arriva, tanto alle forze dell’ordine che al governo, è quella di una responsabilità degli anarchici. Meno convinto di questa tesi si dichiara sin da subito il giudice istruttore Ugo Paolillo e forse anche per questo rapidamente ci si si muoverà nella direzione di considerare tutti gli attentati di quel giorno come parte di un unico disegno criminoso in modo da accentrare l’inchiesta a Roma dove i giudici paiono più propensi ad assecondare la tesi delle forze dell’ordine (bisogna ricordare che negli anni successivi la procura di Roma sarà indicata come “il porto delle nebbie”, cioè una sede nella quale la linea guida è la massima del conte zio di manzoniana memoria “sopire, troncare”). Dietrologia? Forse, ma è un fatto processualmente accertato che in un primo momento nei rapporti ufficiali venne deliberatamente anticipata l’ora dell’esplosione della bomba alla Banca Nazionale del Lavoro a Roma così da far sembrare che fosse detonata prima di quella di Piazza Fontana, giustificando così la competenza romana sull’intera vicenda.

Dunque sono stati gli anarchici e per questo, sin dalle ore successive la strage, la squadra politica della questura di Milano compie degli arresti presso i principali circoli anarchici della città. Tra questi anche nel circolo del ponte della Ghisolfa di cui uno dei principali esponenti era il ferroviere Giuseppe Pinelli, che già era stato indagato per le bombe sui treni in Agosto. In realtà però le forze dell’ordine un sospettato principale l’hanno già, si chiama Pietro Valpreda ed è un anarchico tra i fondatori del circolo romano 22 Marzo. Valpreda, di cui in seguito i giornali argomenteranno velenosamente della sua attività da ballerino in una compagnia d’avanspettacolo, aveva rotto nel 1969 con l’anarchismo milanese, da lui accusato di essere troppo moderato, per trasferirsi a Roma e fondare il circolo 22 Marzo su posizioni più radicali. Strano circolo quello 22 Marzo, sin da subito venne infatti pesantemente infiltrato dalla polizia che vi ha pizzato il compagno Antonio che in realtà si chiama Salvatore Ippolito e sarà colui che comunicherà subito dopo la strage che l’11 Dicembre Valpreda era partito per Milano, dal SID che vi ha piazzato il suo informatore Stefano Serpieri ed infine dai neofascisti in quanto tra gli appartenenti al circolo 22 Marzo figura anche Mario Merlino, sì proprio lo stesso Merlino che aveva partecipato al convegno all’Hotel Parco dei Principi. Lui dichiarerà di essersi intanto convertito all’anarchismo, ma è un fatto, documentato anche in rapporti dei servizi segreti, che mantiene contatti con il leader di Avanguardia Nazionale Stefano delle Chiaie ed è altresì un fatto che, quando Merlino sarà arrestato il 16 Dicembre, per confermare il suo alibi per il giorno della strage chiamerà in causa proprio Delle Chiaie  il quale, debitamente avvertito da un avvocato, si darà alla latitanza fino al 1987. Merlino non è poi l’unico compagno di viaggio strano degli anarchici italiani in quegli anni, a Milano infatti è vicino ai gruppi anarchici Nino Sottosanti ex-legione straniera francese, considerato affine al gruppo di destra Lotta di popolo e su cui in seguito la controinformazione si concentrerà per la sua somiglianza con Valpreda.  Il 15 Dicembre un lungo corteo funebre attraversa Milano dall’obitorio di Via Gorini fino al Duomo, l’itera città di ferma e scende in strada per rendere silenziosamente omaggio alle vittime della strage. Nelle stesse ore, mentre il Ministero dell’Intero offre una taglia di cinquanta milioni di Lire per chiunque possa fornire informazioni sull’attentato, a Roma Pietro Valpreda viene fermato con l’accusa di essere il responsabile della strage con tanto di annuncio televisivo a reti unificate in un servizio di Bruno Vespa del giorno dopo. Quella stessa sera, pochi minuti dopo mezzanotte, Giuseppe Pinelli, da tre giorni in stato di fermo e dunque ben oltre i termini di legge, precipita dalla finestra dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi al quarto piano della questura. Il questore Guida dirà subito che si è trattato di suicidio ed anzi affermerà che questa è un’ulteriore prova della colpevolezza degli anarchici: Pinelli infatti, visto crollare il suo alibi, avrebbe fatto un balzo felino verso la finestra al grido “Questa è la fine dell’anarchia!”. In realtà di questa versione di vero non c’è nulla e le contraddizioni nelle dichiarazioni fornite dagli agenti presenti, come chi disse che gli era rimasta in mano una scarpa di Pinelli quando i testimoni furono tutti concordi che il corpo aveva ancora entrambe le scarpe, fece subito emergere ombre inquietanti sull’evento. La vicenda della morte di Pinelli, che si intreccia con quella del successivo omicidio del commissario Calabresi, è troppo ampia per essere trattata ora in quanto romperebbe l’unità della trattazione della vicenda di Piazza Fontana, per questo ho deciso di trattarla a parte in un’appendice a questo articolo che sarà pubblicata in un secondo momento. Torniamo dunque a Valpreda in quanto, sempre il 15 Dicembre, un tassista milanese, Cornelio Rolandi, si presenta dai carabinieri riferendo che il giorno della strage, intorno alle 16:00, aveva accompagnato un uomo da Piazza Beccaria alla Banca Nazionale dell’Agricoltura che era sceso dal taxi con una borsa e vi era rientrato senza. Si tratta di uno strano viaggio in taxi questo, infatti da Piazza Beccaria a Piazza Fontana sono poco più di cento metri e il Rolandi lo farà presente all’uomo, ma questi insisterà dicendo che il taxi dovrà anche aspettarlo per poi condurlo in un altro posto; la controinformazione affermerà che questa corsa in taxi sembra fatta apposta per farsi notare. La descrizione fornita da Rolandi è di una persona elegante, sulla quarantina, bruno, un po’ stempiato, con un cappotto marrone scuro, camicia, cravatta e voce baritonale; i carabinieri faranno un identikit che Rolandi riconoscerà all’ottanta per cento. Portato davanti al questore Guida a Rolandi viene mostrata una foto di Valpreda e il tassista dirà che potrebbe essere lui, ma con il volto più scavato; resta il fatto che nel rapporto finale la descrizione originaria di Rolandi è stata aggiustata: l’uomo diviene di meno di quarant’anni, con le guance schiacciate, cappotto scuro, voce gutturale e nessun riferimento all’aggettivo elegante. Procedura vorrebbe che Rolandi fosse portato davanti ai magistrati milanesi che si stavano occupando della strage, invece non solo la questura non informa la procura della presenza del testimone, ma porta il tassista in tutta fretta a Roma per fargli fare un confronto all’americana. Tutti i manuali d’investigazione spiegano che non si dovrebbe mai fare un confronto all’americana per individuare un soggetto il cui volto è già stato mostrato in foto al testimone, in quanto la memoria di questi è stata inevitabilmente condizionata dall’immagine vista, inoltre Valpreda si presenta spettinato, mal rasato e con gli stessi vestiti che aveva il giorno prima quando era stato arrestato mentre gli altri quattro uomini messi accanto a lui sono tutti funzionari di polizia in giacca e cravatta; in seguito si dirà che fu come mettere un cane randagio appena preso dalla strada a confronto con quattro cani di razza. Rolandi indica Valpreda, ma quando l’avvocato Guido Calvi, che ha assunto la difesa dell’anarchico, chiede al tassista se ne sia proprio sicuro questi ci pensa un attimo su per poi dire in milanese “Se non è lui qui non c’é”.

Il confronto all’americana di Valpreda. L’anarchico è il secondo da sinistra.

Valpreda vine dunque incriminato dal giudice romano Vittorio Occorsio, che in seguito si occuperà anche di Ordine nuovo, del golpe Borghese, della massoneria e che sarà assassinato nel 1976 dal neofascista Pierluigi Concutelli. I giornali si butteranno a pesce sulla vicenda dipingendo Valpreda come la bestia umana, il ballerino disadattato corriere della morte e altre didascalie a tinte fosche, ma non tutti sono convinti della colpevolezza degli anarchici; intanto contro di loro, tolta la testimonianza di Rolandi, non c’è molto ed inoltre si fanno progressivamente sempre più forti i dubbi sulla versione ufficiale della morte di Pinelli. Politicamente dalla parte degli anarchici si schiera subito la sinistra extraparlamentare (Lotta Continua, Potere Operaio e il Movimento studentesco) organizzando le prime campagne in loro favore; il PCI e il PSI invece in un primo momento non avanzano dubbi sulla versione ufficiale (Rolandi ad esempio è un iscritto al PCI e questo impedisce di considerarlo un provocatore o un prezzolato), ma ben presto anche i partiti della sinistra parlamentare inizieranno ad avanzare delle riserve rispetto alla pista anarchica. In favore di Valpreda e degli anarchici si porranno poi grandi firme del giornalismo come Giorgio Bocca, Camilla Cederna, Giampaolo Pansa e il gruppo de “Il Manifesto”, ma soprattutto ad indagare sulla vicenda si è mosso il Collettivo di controinformazione, gruppo nato nel Novembre 1969 per “restituire alle masse l’informazione di classe che è loro negata dalla stampa padronale o di partito”, la cui azione ben presto si salda con quella portata avanti a Milano dal gruppo d’informazione sorto per indagare sulla morte di Pinelli. Il risultato dell’azione congiunta di questi due gruppi è la pubblicazione il 13 Giugno 1970 del libro “La strage di Stato” da parte dell’editore Samonà e Savelli, legato alla Quarta internazionale, dopo un iniziale rifiuto delle edizioni Feltrinelli. “La strage di Stato” è la prima espressione organica di una tesi alternativa a quella delle forze dell’ordine in merito alla strage di Piazza Fontana nonché una delle opere principali del bagaglio ideologico della sinistra extraparlamentare italiana degli anni di piombo. Qual è la tesi sostenuta? Si parte dalla strana morte il 28 Gennaio 1970 di Armando Calzolari, tesoriere del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese, che, sebbene ex-marò della X-Mas in perfetta forma, sarebbe deceduto annegando in una buca di ottanta centimetri piena d’acqua dov’era caduto insieme al suo cane (a titolo di chiarezza dopo un’iniziale archiviazione come incidente nel 1990 il caso sarà chiuso come “omicidio ad opera d’ignoti”). La tesi del libro è che Calzolari, partecipando ad alcune riunioni del FN, avrebbe scoperto la responsabilità del gruppo di Borghese nella strage e avrebbe deciso di parlare, venendo eliminato prima che potesse farlo. La bomba di Piazza Fontana, insieme alle altre esplose nel 1969, sarebbero state parte di una strategia della tensione (termine per la prima volta usato in Italia dopo che era apparso per la prima volta sul giornale inglese “The Guardian” il 7 Dicembre 1969 in un articolo di Leslie Finer) al fine di arginare la contestazione, cacciare il PSI dall’area di governo di favore di un ingresso del MSI per infine giungere ad un colpo di stato sul modello di quello greco. Dietro questo progetto vi sarebbe stato il “partito americano” composto dai socialdemocratici, i repubblicani, il MSI, la destra DC, Confindustria, esercito, servizi segreti e forze dell’ordine e per questo la strage non era semplicemente fascista, ma di Stato in quanto nata all’interno delle istituzioni. Gli anarchici sarebbero stati tirati dentro scientemente, attraverso l’azione di infiltrazione del circolo 22 Marzo e l’utilizzo di Nino Sottosanti quale sosia di Valpreda, per offrire all’opinione pubblica i colpevoli ideali per preordinare la svolta autoritaria, mentre gli autori materiali degli attentati sarebbero stati esponenti di Avanguardia Nazionale. Seguiva poi una parte di analisi politica della situazione italiana diretta a contestare l’atteggiamento tenuto dalla sinistra parlamentare (in particolare il PCI) accusata di essere troppo moderata ed illusa da una prospettiva di un compromesso con la borghesia senza sbocchi. Molte delle tesi contenute nel libro non erano nuove, di partito americano e servizi segreti deviati si era già parlato all’epoca della vicenda del Piano Solo, ma la novità era la loro ricostruzione organica all’interno del progetto unitario della strategia della tensione. “La strage di Stato” aveva degli indubbi meriti come la dimostrazione che Merlino e Sottosanti erano degli infiltrati della destra negli anarchici, l’individuazione dei legami ambigui tra Delle Chiaie e la polizia, la denuncia della rete di agenti greci in Italia nonché la scoperta del ruolo di Michele Sindona come finanziatore del golpe dei colonnelli. C’erano però anche delle imprecisioni e degli errori, alcuni di essi (come date sbagliate o refusi nei nomi) posso essere attribuiti alla fretta con cui l’opera venne realizzata, mentre altri sono figli di un approccio ideologico che in seguito caratterizzerà l’intera controinformazione. In primis si sopravvalutava il pesi dei gruppi della destra extraparlamentare, di cui si presupponeva l’unità d’azione. Gli autori si concentrarono sull’asse Delle Chiaie-Borghese ignorando invece quasi completamente Ordine Nuovo; nel libro infatti la figura di Pino Rauti è citata solo di sfuggita così come non è presente un’indagine sugli ambienti ordinovisti veneti su cui in seguito le inchieste si concentreranno (viene citato una sola volta Giovanni Ventura mentre non vi sono riferimenti a Franco Freda). Secondariamente erronea era l’idea di un’unità nell’azione dei servizi segreti quando invece l’ambiente dei servizi segreti italiani è sempre stato attraversato da rivalità sia tra servizi che intra servizi; in particolare vi era una forte rivalità tra il Sid e l’Ufficio affari riservati, riflesso della storica rivalità tra carabinieri e polizia, ed infatti mentre il primo aveva contatti con Ordine Nuovo, il secondo intratteneva relazioni con Avanguardia Nazionale. Non è un caso che fu il Sid, per ripicca nei confronti del direttore dell’Uaarr Federico Umberto D’Amato che aveva costituito il club di Berna (una rete dei servizi d’intelligence europei fuori dalla rete NATO con grande fastidio della CIA), a far filtrare notizie di rapporti tra l’Uaarr e Delle Chiaie. Infine, ed è il fatto più importante da mettere in luce in quanto rappresenta il punto d’origine della frattura all’interno della sinistra italiana nell’interpretazione degli anni di piombo, l’idea stessa dell’esistenza del “partito americano” e dunque di un ampio arco delle istituzioni portava come conseguenza quella di un rigetto i queste istituzioni considerate mandanti e complici dei neofascisti (questo era anche il pensiero di Giangiacomo Feltrinelli); il PCI rifiuterà sempre il concetto di strage di stato e, quando emergerà chiaramente il ruolo dei servizi segreti e di alcuni apparati dello stato, userà la formula delle “sacche di resistenza” e cioè un ordinamento repubblicano nel suo insieme democratico nel quale però sopravvivono delle scorie dell’epoca fascista. Non si tratta di una distinzione di lana caprina perché la tesi del PCI è funzionale al perseguimento dell’obiettivo ultimo del compromesso storico, inaccettabile altrimenti se quei soggetti con cui si vuole negoziare sono stragisti, mentre la tesi della strage di stato fornirà la base ideologica per la lotta armata dei gruppi terroristici di sinistra. La grande esplosione del terrorismo rosso è infatti una reazione degli ambienti nati negli anni della contestazione al terrorismo nero (la prima uccisione da parte delle BR è del Giugno 1974 cioè quasi quattro anni dopo Piazza Fontana, quasi tre anni dopo il golpe Borghese,  e quasi un mese dopo la strage di Piazza della Loggia solo per riferire dei fatti più gravi) e trovava la sua folle giustificazione proprio nell’idea che quella che si stava combattendo era una guerra contro lo Stato stragista. Basta andare a leggere i comunicati delle principali sigle armate della sinistra per riconoscere il linguaggio e i fili ideali di quella che era stata l’interpretazione degli anni di piombo da parte della controinformazione (esempio il partito americano che nel linguaggio delle BR diventa il Sistema imperialista delle multinazionali); questo all’epoca del rapimento Moro dovettero ammetterlo anche personalità come Rossana Rossanda.

Chi erano però gli autori de “La strage di Stato”? Ad oggi l’identità dei componenti del collettivo che produsse il libro rimane in gran parte segreta; se all’epoca questo anonimato sembrava giustificato dal timore di rappresaglie, in seguito questa esigenza venne progressivamente meno e si iniziò a sospettare che un po’ il tutto venne mantenuto per conservare l’aura romantica del lavoro di militanza, un po’ per evitare problemi professionali ad alcuni soggetti che avevano collaborato all’opera.  L’unico che si espose sin da subito fu l’avv. Di Giovanni mentre solo nel 1988 emerse il nome di Marco Ligini, che fu il punto di contatto tra il collettivo romano e il gruppo milanese d’indagine su Pinelli. Di Giovanni in seguito affermò che oltre a lui e Ligini il gruppo di coordinamento era composto da altre due persone sul cui nome mantenne il segreto, anche se disse che uno dei due era “un esponente della sinistra che tutti hanno sotto gli occhi”, mentre tutto intorno c’era un insieme di giornalisti, avvocati, militanti e dirigenti di gruppi di sinistra che collaborarono in vario modo. Aldo Giannulli ipotizza anche la presenza di magistrati e in questo caso la persistenza dell’anonimato si giustifica dall’esigenza di evitare deferimenti davanti al CSM, anche a molti anni di distanza, per “incompatibilità ambientale”. Altra questione di cui si discusse molto era dove gli autori avessero preso le notizie. I maligni affermarono che era stato il Sid, nella sua eterna guerra con l’Uaarr, a far arrivare le indicazioni su Delle Chiaie, ma si è contestato che i fatti citati erano troppi perché un servizio segreto potesse averli rilasciati tutti per altro in un’unica direzione. Anche però la tesi fatta in seguito filtrare dal collettivo di “un vecchietto, il suocero di un alto funzionario del Sid, che covava un odio assoluto verso il genero e le istituzioni che, venti giorni dopo le bombe, ci venne a cercare alla nostra sede” pare oggettivamente fiabesca. Probabilmente ha ragione il già citato Giannulli quando scrive “l’ipotesi più ragionevole è che il libro sia stato la risultanza di varie fonti, da quelle aperte (stampa ecc.) a quelle della raccolta dei militanti, alle voci di ambienti giornalistici e forensi. A tuto ciò si aggiunsero le notizie ricavate dai rapporti personali di alcuni autori in ambienti diversi”. Per quanto riguarda infine le reazioni all’opera in una scheda dell’Uaarr si provvide a contestare punto per punto il contenuto del testo (anche se per prudenza non si escludeva che Delle Chiaie potesse aver millantato rapporti con le forze dell’ordine), sebbene dalla lettura della nota (molto lunga e dettagliata) pare trasparire una certo fastidio per il numero di informazioni contenute nell’opera (alcune delle quali come detto in seguito si dimostreranno vere e all’epoca già conosciute dall’Uaarr). La grande stampa (Corriere della Sera, Il Messaggero, La Stampa ecc.) in gran parte ignorò il libro, mentre una reazione ondivaga giunse dall’Unità: critica dura all’interpretazione politica e alle contestazioni al PCI contenute libro, negazione della novità di molte delle notizie riportate, ma cauto riconoscimento del valore dell’opera (con una citazione di Alessandro Natta) per il contributo dato alla risoluzione del caso. Più favorevoli invece le recensioni de L’Avanti e l’Espresso in quanto l’area socialista era più aperta ai movimenti di quanto lo fossero i comunisti e nella memoria del PSI c’era ancora il generale De Lorenzo, per cui ogni attacco ai servizi segreti era gradito.  

“La strage di Stato”, con tre ristampe in due mesi e oltre trecentomila copie vendute sino al 1978, contribuì a tenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica su una tesi alternativa rispetto alla pista anarchica e fornì a chi la contestava un vademecum di argomenti da spendere. Un libro però non è un magistrato e da solo non è sufficiente ad aprire un filone d’indagine alternativo. Quello che neanche gli autori del libro sapevano era che al momento della pubblicazione dell’opera un filone d’indagine alternativo a quello Valpreda si era già aperto da mesi e stava per scuotere le certezze dell’itero paese.

Tutto era iniziato il giorno stesso dei funerali delle vittime di Piazza Fontana. Quel giorno, a seguire le immagini del corteo funebre in televisione, c’era anche un professore di scuola media e segretario della sezione della Dc a Maserada sul Piave in provincia di Treviso di nome Guido Lorenzon. Questi ha un vecchio compagno di collegio che adesso fa il libraio a Treviso, Giovanni Ventura, il quale gli ha fatto delle confidenze che, viste retrospettivamente difronte a quelle bare, divengono molto inquietanti. Ventura ha infatti raccontato di far parte di un’organizzazione paramilitare con base a Milano e Roma, ma con ramificazioni anche nel Veneto, che questa organizzazione ha piazzato bombe e raccolto armi in vista di un colpo di stato di estrema destra, che lui stesso ha stampato un libretto spacciato per maoista a firma di un sedicente Fronte popolare rivoluzionario, nel quale si propaganda l’unione delle forze rivoluzionarie di ogni natura per abbattere il sistema, che in realtà era stato finanziato dai servizi segreti e distribuito dalla sua organizzazione. Soprattutto però Ventura parla delle bombe del 12 Dicembre dimostrando di sapere esattamente dov’era stata piazzata quella romana alla Banca nazionale del lavoro ed affermando che quella di Piazza Fontana era stata un errore, ma che era rimasto sorpreso “poiché nessuno a destra o sinistra si è mosso, quindi occorre fare altro.”. Lorenzon rimugina per un paio di settimane, poi si decide ad andare dal suo avvocato perché prenda contatti con la procura; l’avv. Alberto Steccanella si reca in procura il 24 Dicembre 1969 e qui vi trova un giovane magistrato siciliano di neanche trent’anni al suo primo incarico, Pietro Calogero, al quale riferisce delle inquietudini del suo cliente. Calogero accetta d’incontrare Lorenzon e in due occasioni il professore si vede col magistrato raccontandogli tutto ciò che Ventura gli ha riferito. Lorenzon però è ancora macerato dai dubbi e quando Calogero lo invita a formalizzare le dichiarazioni ha un ripensamento; non solo fa marcia indietro, ma riferisce anche tutto a Ventura il quale gli intima di ritrattare. Il 15 Gennaio in procura si tiene un nuovo incontro tra Calogero e Lorenzon durante il quale il magistrato mette in chiaro che se il professore insiste nel voler ritrattare lui non potrà fare altro che indagarlo per calunnia ai danni di Ventura; alla fine Lorenzon accetta non solo di firmare il verbale, ma anche di mettersi addosso un registratore per registrare ulteriori conversazioni con Ventura. Per due volte si tenta di fare questa registrazione, due incontri durante i quali Ventura afferma che le bombe sui treni dell’8-9 Agosto 1969 sono opera della sua organizzazione, ma entrambe le volte i nastri restano incredibilmente vuoti. A questo punto interviene il procuratore capo di Treviso Cesare Palminteri,  che anni prima era stato il PM nel caso Montesi ed è dunque meno candido del suo giovane collega rispetto a vicende di questo genere; porta Calogero a Venezia dal procuratore generale Luigi Bianchi d’Espinoza, ex partigiano azionista che in seguito riaprirà il caso Pinelli e indagherà il MSI per violazione della legge Scelba, il quale ordina che al giovane giudice siciliano sia fornita la più moderna apparecchiatura di registrazione disponibile. Così al terzo tentativo di registrazione, il 20 Gennaio 1970, tutto va a buon fine ed è un bene perché a questo nuovo incontro tra Lorenzon e Ventura, svoltosi a Treviso, partecipa anche una terza persona, un avvocato di Padova di nome Franco Freda che conferma molte delle cose dette da Ventura: le bombe sui treni dell’Agosto 1969 le hanno messe loro e non gli anarchici ed il libretto maoista era stato finanziato dalla Cia e lo stesso Freda ne era stato “lo scribacchino”. A questo punto Palminteri fa rilevare che, almeno per la parte degli attentati del 12 Dicembre, Treviso è territorialmente incompetente e che dunque bisogna trasmettere gli atti alla procura di Roma anche per renderli edotti dell’esistenza di una pista alternativa a quella anarchica. Le carte partono per Roma il 14 Febbraio 1970 e dopo qualche mese la procura capitolina decide di tenere le informazioni sul 12 Dicembre mentre restituisce a Calogero il materiale sulle azioni del gruppo di Freda e Ventura in Veneto quindi alcune delle bombe del 1969 e il ritrovamento di alcune armi in casa di Ventura durante una perquisizione.

Conviene a questo punto fermare un attimo la narrazione degli eventi per mettere in luce come il gruppo veneto di Ordine nuovo, era questa l’organizzazione di cui facevano parte Freda e Ventura, non fosse sconosciuto alle autorità. Già a inizio del 1969, dopo le bombe all’abitazione del questore e del rettore dell’università di Padova, il commissario Pasquale Juliano aveva aperto un indagine su di loro facendo rilevanti passi avanti fino a mettere sotto inchiesta Massimiliano Fachini, consigliere comunale per il MSI a Padova. Il 16 Giugno 1969 dal palazzo in cui vive Fachini, tenuto sotto controllo dagli uomini di Juliano, esce un ragazzo ben noto per essere un estremista di destra, perquisito gli vengono trovate addosso una bomba e una pistola. Il ragazzo dirà che la bomba gli è stata data da un altro estremista di destra che però è un informatore del commissario Juliano e così il commissario vine accusato di aver organizzato un trappolone a danno dei neofascisti. Per altri a finire in trappola è stato proprio Juliano, anche perché gli ordinovisti veneti sono perfettamente consapevoli dell’indagine su di loro grazie ad alcuni contatti nelle forze dell’ordine. A scagionare Juliano potrebbe essere il portiere delle stabile di Fachini, Alberto Muraro, il quale in un primo momento afferma che il ragazzo trovato con la bomba quella sera era uscito dall’appartamento di Fachini senza incontrare nessuno e poi ritratta dicendo che invece un incontro c’era stato. Il giudice che segue la vicenda non è convinto e convoca Muraro in procura per il 15 Settembre, due giorni prima di questo incontro il corpo di Muraro viene ritrovato nell’adrone dello stabile di cui è portiere, precipitato lungo la tromba delle scale dal terzo piano. L’inchiesta che ne seguirà archivierà la vicenda come incidente dovuto alla balaustra bassa. Per il commissario Juliano soluzione salomonica ad opera del funzionario dell’Uaarr Elvio Catenacci, lo stesso che mesi dopo scagionerà con un’inchiesta lampo Luigi Calabresi per la morte di Pinelli, Juliano viene reintegrato nel suo incarico, ma trasferito a Ruvo di Puglia e così l’inchiesta contro gli ordinovisto veneti viene frettolosamente archiviata con un nulla di fatto.

Franco Freda e Giovanni Ventura

Riprendiamo il filo degli eventi. Nel Gennaio 1971 Calogero, per far calare la guardia a Ventura, chiede l’archiviazione per la vicenda delle bombe riservandosi di continuare ad indagare sulle armi trovate in casa del libraio di Treviso. Il giudice istruttore chiamato a decidere è un quarantenne amante della caccia e proveniente da una famiglia di ufficiali di esercito e carabinieri, Giancarlo Stiz. Stiz chiama in tribunale sia Lorenzon che Ventura e, dopo un colloquio con entrambi, si convince che il primo dice la verità mentre il secondo mente e così rigetta la richiesta di archiviazione ed ordina un’istruttoria formale. Stiz, insieme a Calogero e Palminteri, si getta a capofitto nell’indagine e il 9 Aprile 1971 spicca mandato di arresto per Freda e Ventura in merito alle bombe sui treni e agli attentati all’università di Padova. A Giugno però Stiz si convince che il centro dell’organizzazione è Padova, dove vive Freda, e, nonostante l’opposizione di Calogero, dichiara la sua incompetenza territoriale inviando gli atti alla locale procura. A Novembre però a Castelfranco Veneto alcuni operai, durante i lavori di ristrutturazione di una casa, trovano nascosto un arsenale e il proprietario dell’edificio fa il nome di Ventura come colui che le aveva nascoste. Così gli atti sul gruppo di Freda e Ventura tornano a Treviso dove Stiz emette un secondo mandato di arresto contro i due. All’inizio di questa vicenda Stiz ha ancora piena fiducia nelle istituzioni e coì, come prima cosa, chiede informazioni sugli indagati al Sid e all’Uaarr, ma ben presto si accorge che qualcosa non va perché le sue richieste o sono ignorate o chi gli viene inviato più che a dargli informazioni sembra interessato a scoprire cosa lui già sappia. Il giudice istruttore inizia così ad essere prudente, servendosi ad esempio solo di un maresciallo dei carabinieri di sua piena fiducia, e visto quello che scopre i sospetti di stare toccando fili scoperti non paiono così campati per aria. Ad esempio recuperando il fascicolo dell’inchiesta del commissario Juliano emerge un’intercettazione di Freda del Settembre 1969, dichiarata dalla questura di Padova “senza interesse”, nella quale l’avvocato padovano ordinava alla ditta Elettrocontrolli di Bologna cinquanta timer da sessanta minuti in deviazione, lo stesso tipo usato per le bombe del 12 Dicembre. Interrogato in merito Freda, non potendo negare l’acquisto dei timer, affermerà di averli comprati per conto di un capitano dell’esercito algerino che li doveva a sua volta consegnare a un gruppo di palestinesi. Poi un testimone, tale Ruggero Pan studente vicino al gruppo di Freda, afferma che Freda gli aveva detto che era stato lui a mettere la bomba alla Fiera di Milano dell’Aprile 1969, ma per quella bomba era già stato condannato un gruppo di anarchici! L’evoluzione dell’indagine raggiunge il punto di ebollizione quando il 4 Marzo 1972 Stiz e Calogero firmano un mandato d’arresto per Pino Rauti, fondatore di Ordine nuovo e rientrato nel MSI nel 1969 dopo l’ascesa alla segreteria del partito neofascista di Giorgio Almirante. Seguendo la pista dell’arsenale di Castelfranco Veneto i magistrati sono giunti al custode di un istituto per ciechi di Padova, Marco Pozzan, il quale interrogato afferma che presso l’istituto si sono tenute le riunioni operative della cellula veneta di Ordine Nuovo durante le quali sarebbero stati decisi la maggior parte degli attentati del 1969. Afferma inoltre che a una riunione del 18 Aprile 1969 avrebbero partecipato due persone venute da Roma: una era un giornalista che appartiene ai servizi segreti mentre l’altra sarebbe stata appunto Pino Rauti. L’arresto del dirigente del MSI non solo fa in modo che l’intera Italia scopra l’esistenza di quella che sarà battezza come la pista nera, ma provoca una violenta reazione da parte di politici, giornali e semplici cittadini nei confronti dei giudici veneti. Mancano solo due mesi alle elezioni del 1972 e, anticipando un costume che poi sarebbe divenuto comune nel nostro paese, a Stiz e Calogero viene rivolta l’accusa di usare la giustizia per influenzare il risultato del voto e di essere degli infiltrati dei comunisti all’interno della magistratura. Stiz in seguito ricorderà con dolore quel Marzo 1972 in quanto lui, che mai si era occupato di politica ed era stato cresciuto con la fede nello Stato, si trova spaesato a fronte di questi accuse. Due volte lui e Calogero saranno denunciati dagli avvocati dei loro indagati, in entrambi i casi la procura di Bologna ordinerà l’archiviazione, ma ciò che Stiz ricorda con maggior dolore sono le lettere e le telefonate minatorie che iniziano a giungergli sia in ufficio che a casa, non tanto per l’effetto che ebbero su di lui bensì sulla sua famiglia “mia moglie, evidentemente, non è riuscita a non farsi travolgere. Non ha mai più saputo superare quei momenti di terrore.”. Per molti anni Stiz vivrà sotto scorta e in seguito si scoprirà che tra gli anni ’70 e ’80 varie sigle del terrorismo di destra, tra cui i NAR, avevano organizzato attentati contro di lui. Non vi sono però solo le denunce e le minacce, ma giungono anche manifestazioni di sostegno all’opera dei giudici come una seduta del Consiglio Comunale di Treviso alla quale i magistrati sono invitati per esprime loro stima e riconoscenza nonché molte lettere d’incoraggiamento inviate da privati cittadini anche per chiedere a Stiz e Calogero di occuparsi di altre vicende dell’eversione; “Sembrava dovessi scoprire tutto io, e in tutta Italia” ricorderà in seguito Stiz. Intanto però iniziano ad infittirsi le voci che la Cassazione stava lavorando per sottrarre l’inchiesta a Treviso e spostarla a Roma dietro presunti vizi d’incompetenza. Per evitare ciò Stiz e Calogero si preparando ad inviare gli atti a Milano dove, intanto, è stata riaperta l’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana. In meno di un mese viene preparata la requisitoria e la sentenza istruttoria e così il 21 Marzo 1972 due casse piene di fascicoli e corpi del reato prende la strada di Milano. Stiz continuerà a fare il giudice a Treviso, ma anche dopo essere andato in pensiero continuerà a ricordare con amarezza gli attacchi subiti e l’effetto che ebbero sulla sua famiglia. Anche Calogero resterà in Veneto, ma la sua vicenda avrà uno sviluppo che insegna molto del modo di ragionare del nostro paese; quella infatti che era stata accusata di essere una “toga rossa” nel 1979 diviene una “toga nera” in quanto Calogero è il procuratore del “7 Aprile” cioè il giudice che ordinò l’arresto dei vertici dell’Autonomia Operaia (Toni Negri, Franco Piperno, Oreste Scalzone e altri) con l’accusa di essere dei fiancheggiatori delle BR e di altri gruppi del terrorismo di estrema sinistra. Se nel 1972 contro di lui si era scagliata l’estrema destra, nel 1979 contro Calogero sparerà a tiro zero l’intero ambito della sinistra extra-parlamentare parlando spregiativamente di “teorema Calogero”, di reati di opinione e di processo ai cattivi maestri. Ancora oggi molti ricordano il processo 7 Aprile come una gogna contro gli indagati, dimenticando che la sentenza della Cassazione riconobbe l’esistenza dei contatti tra l’area dell’Autonomia Operaia e quelli della lotta armata.

Abbiamo detto che quando le due casse di fascicoli partì da Treviso per Milano, presso la procura lombarda si era già aperta una nuova indagine sulla strage del 12 Dicembre 1969. Tutto era iniziato quando nell’Agosto 1971 la vedova di Pinelli aveva fatto domanda al nuovo procuratore generale di Milano, il già incontrato Bianchi d’Espinoza, di riaprire l’indagine sulla morte del marito. Bianchi d’Espinoza affiderà l’inchiesta a Gherardo D’Ambrosio, già noto a Milano per la sua inchiesta sull’omicidio di piazzale Lotto, che per prima cosa andò a inquadrare il contesto della morte di Pinelli, riprendendosi le carte della stage di Piazza Fontana per verificare se la pista anarchica avesse una qualche consistenza. Non gli ci volle molto per notare tutte le criticità intorno all’accusa contro Valpreda; quando poi iniziarono a giungere le prime notizie sull’indagine di Treviso Bianchi d’Espinoza incoraggiò D’Ambrosio a prendere contatti con Stiz e Calogero. Così, al momento dell’arrivo dei fascicoli dal Veneto, giudice istruttore della nova inchiesta su Pizza Fontana vine nominato proprio D’Ambrosio mentre pubblico ministero diviene Emilio Alessandrini. Il 29 Marzo 1972 la procura di Milano apre un indagine su Freda, Ventura e Rauti, ma il dirigente del MSI viene scarcerato il 25 Aprile successivo in quanto intanto il direttore e la redazione de “Il tempo”, giornale per cui lavora, gli hanno fornito un alibi per la riunione ordinovista all’istituto per ciechi di Padova dell’Aprile 1969. D’Ambrosio e Alessandrini decisero di ricominciare l’inchiesta sulla strage da zero andando a ricontrollare ogni singolo corpo del reato. Facendo così iniziarono ad emergere strani errori nell’inchiesta che aveva condotto all’arresto degli anarchici. Intanto i frammenti del timer della bomba di Piazza Fontana: la perizia ufficiale aveva indicato che si trattava di un timer in chiusura, ma a un nuovo esame apparve evidente che si trattava di un timer in deviazione e i periti riuscirono anche ad accertare che proveniva dalla partita di cinquanta pezzi ordinati da Freda alla ditta di elettrici di Bologna. Andando poi a riprendere le foto della bomba rimasta inesplosa alla Banca commerciale a Milano, i giudici notano che, attaccato alla maniglia della borsa nella quale era contenuta l’ordigno, era rimasto attaccato il cordino a cui di solito si legava il foglietto del prezzo. Si inizia così ad indagare sulla provenienza delle borse Mosbach-Gruber 2131 usate per nascondere le bombe. In tutta Italia solo tenta negozi vendevano quel modello e solo sei vendevano sia quello di colore nero che quello di colore marrone (usati negli attentati di Milano); solo un di questi sei però usava attaccare il prezzo alla maniglia con quel cordino: si tratta di un negozio di Padova, guarda caso la città dove vive Freda. D’Ambrosio manda alla valigeria “Al Duomo” un maresciallo dei carabinieri che torna con una notizia incredibile: il proprietario del negozio, Fausto Giurati, non solo conferma che quelle borse le ha vendute lui il 10 Dicembre 1969 a un unico acquirente, ma dichiara anche che lui la segnalazione sulle borse l’aveva già fatta subito dopo la strage quando le riconobbe come sue dalla foto pubblicata sui giornali di quella che conteneva la bomba rimasta inesplosa. A seguito di quella segnalazione un agente del Sid era venuto a chiedere notizie per poi concludere rapidamente che la cosa non era rilevante “tanto si sa benissimo chi sono gli attentatori”. Di quella segnalazione nessun autorità giudiziaria era mai stata informata né dal Sid né dall’Ufficio politico della questura di Padova a cui Giurati aveva fatto la segnalazione. Questa delle borse è, insieme ai nastri dimenticati di Freda sull’acquisto dei timer, la più grande distrazione, se non vogliamo parlare di malafede, da parte delle forze dell’ordine italiane nell’indagine sulla strage di Piazza Fontana. Ormai la pista nera è una slavina che acquista forza giorno dopo giorno. La carcerazione spinge Ventura a iniziare a fare delle ammissioni in particolare su un soggetto particolare, il giornalista affiliato ai servizi segreti di cui già aveva parlato Pozzan e che viene indicato come l’agente Z. I magistrati milanesi credono di essere in grado di individuarne l’identità tramite lo studio di alcuni documenti rivenuti in una cassetta di sicurezza presso la Cassa di risparmio di Montebelluna intestata alla madre di Ventura: si tratta di un elenco degli agenti Cia in Italia e un rapporto sull’estrema destra e sull’estrema sinistra nella penisola a firma del giornalista Guido Giannettini. L’individuazione di Giannettini come l’agente Z fa compiere all’indagine un ulteriore balzo in avanti con l’ingresso di apparati dello Stato quantomeno nella fase preparatoria della strage. Ventura ben presto metterà fine alle sue dichiarazioni quando proprio Giannettini proporrà alla sorella del libraio di Treviso un audace piano di evasione; Ventura rifiuterà temendo una trappola, ma sapere che l’agente del Sid ha a disposizione una copia della chiave della sua cella lo convincerà che è meglio tornare a tacere. Intanto i vertici del Sid sono entrati nel panico per gli sviluppi dell’inchiesta, così nel 1973 decidono di passare dalla semplice non collaborazione con i magistrati al depistaggio attivo delle indagini. Il 27 Giugno 1973 D’Ambrosio fa domanda formale al capo del Sid Vito Miceli di confermare l’appartenenza di Giannettini al servizio segreto militare; tre giorno dopo Miceli riunisce i vertici del Sid e si decise di continuare a coprire Giannettini e così il 12 Luglio, con l’approvazione del governo, viene opposto ai giudici milanesi il segreto politico-militare. Questi resterà fino al Giugno 1974 quando Andreotti, con una mossa gattopardesca all’interno della guerra dei servizi segreti che si stava combattendo in quel momento, conferma in un’intervista a “Il Mondo” che effettivamente Giannettini è un agente del Sid. Se già l’opposizione del segreto politico-militare in una vicenda di strage non fosse grave, il Sid fa anche di paggio quando inizia a sottrarre dei testimoni all’autorità giudiziaria. D’Ambrosio e Alessandrini vogliono infatti parlare di nuovo con Pozzan per chiarire il ruolo di Rauti, ma al Sid si teme che il bidello di Padova non regga alla pressione e che così vengano alla luce gli ambigui rapporti tra il servizio segreto e Ordine Nuovo. Così il 15 Gennaio 1973 il capitano Antonio Labruna e il capo dell’ufficio D del Sid Gian Adelio Maletti esfiltrano Pozzan, cioè gli danno un passaporto falso a nome Mario Zanella (nome che anni dopo sarà trovato nelle liste della P2), dei soldi e un biglietto aereo. Mesi dopo anche Giannettini sarà esfiltrato anticipando così il mandato di cattura che verrà spiccato contro di lui dalla procura di Milano il 9 Gennaio 1974.  Quando a Milano si arrivò poi ad un passo dall’incriminazione dell’ammiraglio Eugenio Henke, capo di stato maggiore della Difesa e ex capo del Sid, il 18 Aprile 1974, a un mese dalla firma da parte di D’Ambrosio della sentenza istruttoria sulla strage , la Cassazione sottrae ai giudici milanesi la parte dell’inchiesta su Piazza Fontana per mandare tutto a Catanzaro dove già, con l’argomento della legittima suspicione, è stato inviato il processo agli anarchici. A Milano resta il troncone d’indagine dei rapporti tra Freda e alcuni personaggi eccellenti come Rauti, Giannettini, il petroliere-editore Attilio Monti, Lando Dell’Amico e Daniele Cametti. D’Ambrosio e Alessandrini vorrebbero fare anche un salto a Lisbona, dove ad Aprile 1974 è caduto il regime ed è stata scoperta l’Aginter Press dell’ex-SS Yves Guerin-Serac come centrale dell’eversione nera in Europa, ma non faranno in tempo. Di nuovo infatti interviene la Cassazione che manda anche questa parte dell’inchiesta a Catanzaro. In seguito D’Ambrosio ricorderà con amarezza i giorni di questo “scippo”, ma ricorderà soprattutto una battuta drammatica pronunciata dal collega Alessandrini “Ci hanno tolto l’indagine, ma ci hanno salvato la vita.”. Alessandrini sarà assassinato il 29 Gennaio 1979 da un gruppo di fuoco di Prima Linea. Il motivo di questo infame delitto? Quello di aver indagato su Piazza Fontana! Nella delirante logica di Prima Linea la colpa di Alessandrini era infatti quella di aver scoperto la pista nera ridando così dignità alle istituzioni, con cui i terroristi rossi si ritenevano in guerra, e dimostrando così ai cittadini che lo Stato non era stragista (o almeno non lo era tutto) e che c’erano ancora dei corpi sani che lottavano per la legalità. Il comunicato con cui Prima Linea rivendica il delitto è una testimonianza della pochezza morale e intellettuale di soggetti che, ancora oggi, qualcuno si ostina difendere quantomeno dal punto di vista “ideale” della coerenza delle scelte fatte.

1 Response
  • Matteo Giordano
    13 Luglio 2019

    Personalmente è stato una sorta di ritorno al passato, tutti i nomi citati sono stati tirati fuori dai cassetti della mia memoria e di tutti mi sono ricordato chi erano e cosa avevano fatto

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