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La partita del sangue nell’acqua

Quando il 6 dicembre del 1956 la squadra ungherese e quella sovietica di pallanuoto scesero nella piscina di Melbourne per la semifinale olimpica, sia gli atleti che i tifosi sentirono che quella non era solo una sfida per l’accesso alla finale; mezz’ora dopo quell’incontro sarebbe stato consegnato agli annali dei giochi olimpici come la partita del sangue nell’acqua.

La storia di questa partita ebbe inizio nel Febbraio di quello stesso anno quando, durante il XX congresso del PCUS, Chruscev denunciò il culto della personalità di Stalin e i suoi crimini. Per l’intero blocco comunista il “rapporto segreto” fu una scossa elettrica, un’intera generazione addestrata alla venerazione per l’uomo d’acciaio vincitore del nazismo vedeva crollare impietosamente il suo idolo. In molti paese del patto di Varsavia le parole di Chruscev furono avvertite dalla popolazione come un’aperta delegittimazione per la nomenklatura comunista, che dalla fine della guerra avevano assunto la guida dello stato proprio in funzione del loro essere i proconsoli di Stalin. La prima scossa si ebbe a Giugno in Polonia dove i lavoratori di Poznan  insorsero contro la presenza delle truppe sovietiche nel paese; sebbene repressa duramente la rivolta spinse l’URSS ad accettare un cambio della guardia alla direzione della Polonia nella persona di Gomulka, sostenitore di una maggiore autonomia da Mosca.

Il vero terremoto avvenne però in Ungheria; qui manifestazioni studentesche e l’assedio all’edificio della radio spinse il governo a chiedere l’intervento delle truppe russe scatenando una vera e propria insurrezione. In un primo momento sembrò che la situazione potesse risolversi come in Polonia, con la nomina di un primo ministro appartenete all’area riformista del Partito comunista nella persona di Imre Nagy, ma gli ungheresi commisero l’errore di perdere il senso della misura portando le loro richieste da una semplice maggiore autonomia al completo ritiro delle forze sovietiche dal paese e la libertà di poter uscire dal Patto di Varsavia. Il 4 Novembre l’armata rossa forte di 150.000 uomini entrò in Ungheria, attaccando Budapest anche con l’artiglieria e l’aviazione; la resistenza degli insorti fu eroica, ma inutile perché la sproporzione delle forze era incolmabile e dopo cinque giorni di scontri la battaglia si concluse con il loro annientamento. Questa è ovviamente solo una breve sintesi dei fatti d’Ungheria del ’56, che sicuramente meritano e avranno una trattazione a parte, ma è più che sufficiente per comprendere il clima in cui si trovò la squadra magiara di pallanuoto quando, giunta a Melbourne per le prime olimpiadi nell’emisfero meridionale, scoprirono cosa stava succedendo nel loro paese.

Ervin Zádor mentre lascia la piscina. Questo evento fu la goccia che fece traboccare il vaso per i tifosi già in delirio.

Negli anni cinquanta l’Ungheria stava vivendo uno dei suoi momenti sportivi più felici: la sua nazionale di calcio, guidata da campioni come Puskas e Czibior, aveva perso in maniera molto sospetta la finale del mondiale due anni prima contro la Germania Ovest e la nazionale di pallanuoto,  secondo alcuni una delle squadre  più forti della storia di questo sport, era oro olimpico in carica ed intenzionata a difenderlo in Australia. I giocatori si stavano allenando fuori Budapest quando l’insurrezione ebbe inizio e vennero subito portati in Cecoslovacchia da dove poi partirono per Melbourne ignorando completamente della battaglia che si era accesa nel loro paese. Ne vennero a conoscenza solo una volta giunti in Australia quando l’unico giocatore che parlava inglese comprò un giornale. Immediatamente la squadra ammainò dal villaggio olimpico la bandiera dell’Ungheria comunista sostituendola con il tricolore bucata nel centro, simbolo dell’insurrezione. Ma come se il destino stesso si fosse preso incarico di dirigere gli eventi in semifinale la squadra magiara si trovò davanti proprio la rappresentanza dell’Unione Sovietica. Un misto di emozioni sportive, molti nuotatori erano, sportivamente parlando, in età avanzata e quindi sapevano che sarebbe stata per loro l’ultima Olimpiade, si unì con l’odio verso gli invasori in una miscela esplosiva.

Ervin Zador, stella ventunenne di quella squadra, raccontò che gli ungheresi entrarono in vasca con la strategia precisa di aggredire verbalmente i russi perché “se si fossero arrabbiati avrebbero iniziato a combattere e una volta che si fossero messi a combattere non avrebbero giocato bene, se non giocavano bene noi li avremmo battuti e avremmo vinto le olimpiadi.” . Fare ciò non era difficile perché da dopo la guerra in Ungheria “si studiava più russo che ungherese”. Il pubblico, composto anche da molti immigrati magiari, mostrò sin da subito da che parte stava voltando le spalle ai sovietici quando fecero il loro ingresso e applaudendo invece fragorosamente gli ungheresi.

 

Sin da subito l’incontro si fece caldo con gli ungheresi che urlavano “Bastardi! State bombardando il nostro paese” mentre i russi gli rispondevano dandogli dei traditori del socialismo. Ben presto dalle parole si passò alle spinte, alle gomitate e ai pugni, uno sferrato dal capitano ungherese Gyarmati è rimasto impresso su pellicola, mentre l’arbitro, incapace di controllare quella che si stava trasformando in una battaglia, non poté far altro che espellere cinque giocatori. Il momento però che sarebbe entrato nella storia si ebbe nei minuti finali quando, mentre gli ungheresi conducevano per 4-0, Zador volgendo lo sguardo all’arbitro perse di vista il suo marcatore Valentin Prokopov che balzò fuori dall’acqua e lo colpì, secondo alcuni con una testata secondo altri con un pugno, all’occhio destro provocandogli un grosso taglio che iniziò subito a sanguinare copiosamente. Va detto che sebbene Zador sia sempre stato convinto che quel gesto fosse intenzionale, “vidi 4000 stelle” avrebbe detto in seguito, alcuni testimoni affermarono invece che gli parve un contatto involontario. L’immagine di Zador che usciva dalla vasca grondante di sangue trasformò la piscina in una bolgia e ai giocatori delle due squadre si unì il pubblico che invase il bordo vasca minacciando i giocatori russi, che dovettero essere scortati fuori dalla polizia mentre l’arbitro sospendeva, e poi dichiarava finita, la partita.

In seguito i russi chiesero che la partita fosse annullata, ma il comitato dei giochi, evidentemente desiderosa di mettere il più presto possibile una pietra sopra quel disgraziato incontro, confermò la vittoria della squadra ungherese che poi sarebbe andata a vincere l’oro contro la Jugoslavia. Di tutti i giocatori magiari quello che pagò di più fu sicuramente Zador che non solo a causa della ferita non poté giocare la finale, ma una volta finiti i giochi decise, insieme ad alcuni compagni di squadra, di non rientrare in patria ed emigrò in America. Qui provò a continuare a dedicarsi alla pallanuoto però racconta che, avendo trovato uno sporto giocato ancora a livello molto dilettantesco, ben presto perse la voglia e decise di ritirarsi a soli 26 anni; sarebbe comunque in seguito diventato allenatore del campione olimpico Mark Spitz.

26 anni dopo una situazione simile si ripeté quando, durante i mondiali di Spagna, Polonia e Unione Sovietica scesero in campo a Barcellona mentre a Varsavia il generale Jaruzleski imponeva la legge marziale. Questa volta non successe niente in campo, ma per tutto un tempo uno striscione con su scritto “Solidarnosc” campeggiò dietro la porta polacca.

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