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La storia perduta durante le due guerre mondiali.

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I quasi dodici anni dei due conflitti mondiali sono costati all’Europa non solo un drammatico pedaggio in vite umane, ma anche un altrettanto tragico pedaggio di perdita della propria storia. Capolavori artistici, gioielli architettonici e manoscritti dal valore incalcolabile sono infatti andati perduti allorché la devastazione senza quartiere della guerra totale si abbatté sull’Europa. Certo era già successo nei secoli precedenti che l’incedere degli eventi avesse portato alla messa in pericolo, e a volte alla perdita, di pezzi del patrimonio storico europeo, basti pensare alla distruzione a Parigi della colonna di Place Vendome e del Palazzo delle Tuileries durante la Comune, ma mai questi rischi e queste perdite assunsero le dimensioni raggiunte durante la prima e la seconda guerra mondiale. Qualcuno forse può argomentare che sia stato inevitabile che, durante i due più grandi conflitti combattuti in Europa, parte del patrimonio culturale del vecchio continente sia potuto andare distrutto e, in parte, è un argomento assolutamente incontestabile in quanto a volte il caso sa essere crudele; bisogna però dire che non tutte le perdite erano inevitabili e ciò è dimostrabile dai molti casi in cui, tramite la buona volontà, alcuni beni furono salvati: nel 1944 i tedeschi in ritirata scelsero di non far saltare Ponte Vecchio a Firenze, sempre durante la campagna d’Italia il comando alleato diede preciso ordine che alcune città non dovessero essere bombardate a prescindere dalle necessità militari (es. Venezia o il centro di Roma) e infine, sempre nel 1944, il generale tedesco Von Choltitz scelse di disobbedire al criminale ordine di Hitler di distruggere Parigi. Quella della storia perduta durante le due guerre è una pagina non molto conosciuta; di solito tutti abbiamo cognizione di qualche evento specifico, ma manca spesso una visione d’insieme sull’ampiezza del fenomeno. Spinto dalla sostanziale indifferenza con cui il mondo ha osservato la vandalizzazione di Palmira, di Ninive e del Museo di Mossul, il quarto d’ora d’indignazione d’ufficio serve a ben poco, ho deciso di scrivere questo articolo che, senza l’ambizione di essere esaustivo, riassumerà i casi più tragici verificatisi tentando però infine di chiudere, come vedrete, con una nota positiva nel segno della speranza.

-Lovanio, 1914

Lovanio è la città capoluogo dell’odierno Branbante Fiammingo in Belgio e per secoli fu, insieme a Bruxelles, uno dei principali centri economici e culturali del Ducato di Brabante. La città attraversò una fase di grandiosa crescita durante il XV secolo; fu il secolo del così detto gotico brabantino che impregnò di sé tanto l’architettura civile quanto quella religiosa della città. Gli edifici del Grote Markt (Mercato Grande) ancora oggi ne sono considerati uno dei suoi massimi esempi in particolare il Municipio, descritto da Barbara Tuchman come “un arazzo di pietra scolpita a figure di cavalieri, di santi e di dame”, la Collegiata di San Pietro, bellissima nonostante la sua facciata incompiuta e che custodisce al suo interno alcuni capolavori di maestri fiamminghi come Dieric Bouts, le antiche sedi delle corporazioni mercantili e infine la così detta Tavola Rotonda, luogo adibito a sede d’incontro di alcune delle corporazioni, distrutta e ricostruita in stile neoclassico agli inizi dell’ottocento. Il più grande tesoro di Lovanio stava però nella biblioteca universitaria, situata nella trecentesca sede della corporazione della lana, dove, agli inizi del primo conflitto mondiale, erano custoditi 230.000 volumi. Questa era Lovanio all’alba dell’occupazione tedesca nei primi giorni della Grande Guerra subito dopo che il Reich, per dare esecuzione al Piano Schlieffen, violò la neutralità del Belgio. La popolazione belga non accolse di buon grado i nuovi arrivato e ben presto tra le truppe tedesche si diffuse la psicosi del franco tiratore, figura quasi inaccettabile per la mentalità dell’ordinato militarismo  statalista di stampo prussiano. Il primo giorno di occupazione sembrava che tutto andasse bene, i tedeschi tentavano di comportarsi correttamente pagando quanto prendevano ed evitando abusi di sorta, ma già il secondo giorno si verificarono degli attacchi isolati a soldati e ben presto iniziò la presa di ostaggi e la fucilazione di questi. La tragedia però si ebbe il 25 Agosto quando le forze dell’esercito belga trincerato ad Aversa attaccarono la retroguardia dell’Armata di Von Kluck che si ritirò disordinatamente verso Lovanio. Nel caos che ne seguì si sparse la voce che i civili belgi avessero sparato dai tetti, seguita poi da altre notizie sempre più esagerate come quella che il figlio del borgomastro avesse colpito un generale. In risposta i tedeschi diedero alle fiamme Lovanio,  saccheggiando la città e compiendo esecuzioni sommarie della popolazione. La biblioteca universitaria fu interamente distrutta e tutti i 230.000 volumi finirono in cenere compresi i 750 manoscritti medievali, i quasi mille incunaboli del quattrocento, tutti i manoscritti gotici e rinascimentali (tra i quali una copia del “De humani corporis fabrica” di Andrea Vesalio, dono dell’imperatore Carlo V) nonché alcune tavolette rongorongo dall’isola di Pasqua. Storicamente è considerata una delle più gravi perdite del patrimonio letterario mai verificatasi dopo la distruzione della biblioteca d’Alessandria. Quasi un sesto della città finì in cenere e anche il Grote Markt subì pesanti danni con la completa distruzione della Tavola Rotonda e il crollo del tetto della Collegiata (andò quasi interamente distrutto un crocifisso in legno del XII secolo) mentre, fortunatamente, il Municipio non subì danni. Il rogo di Lovanio disgustò il mondo e contribuì a generare il generale biasimo verso la Germania per quello che sarebbe passato alla storia come “Stupro del Belgio”; sorprendentemente i tedeschi non fecero nulla per negare o ridurre le proporzioni del loro gesto affermando che la responsabilità di ciò che era successo era del governo belga che aveva incitato la resistenza della popolazione. Lo stesso generale Von Luttwitz, governatore militare di Bruxelles, affermò dinnanzi alla legazione americana, venuta per sollevare una protesta formale, che dato il comportamento dei belgi era stato naturale che la città fosse stata distrutta. Lovanio sarebbe stata ricostruita a guerra terminata; la Tavola Rotonda tornò al suo stile gotico originale mentre la biblioteca venne rifondata grazie a sussidi americani e a una donazione internazionale di libri. Purtroppo però nel 1940 la guerra tornò a Lovanio e se il Grote Markt venne nuovamente danneggiato da un raid aereo, la biblioteca bruciò interamente una seconda volta; ricostruita oggi contiene quasi quattro milioni di libri.

-Il mercato dei tessuti di Ypres e la cattedrale di Reims, 1914-1918

Come Lovanio Ypres è un’altra città del Belgio fiammingo che ancora oggi conserva le testimonianze dell’età d’oro tra il ‘300 e il ‘400, periodo durante il quale i tessuti delle Fiandre erano una delle merci più pregiate d’Europa. A Ypres il simbolo di questa grande prosperità fu il mercato dei tessuti iniziato intorno al 1200 per essere completato nel 1304. Costruito lungo il fiume Ieperlee l’edificio ospitava sia i magazzini, dove i tessuti venivano caricati e scaricati sulle barche che percorrevano la via d’acqua, sia il mercato vero e proprio. Più che un unico edificio si trattava di una serie di strutture tra loro interconnesse che circondavano un cortile aperto al centro; la facciata sud, lunga 125 metri, che si affacciava sul Grote Markt presentava 48 porte ognuna delle quali dava accesso a una bottega. Al centro di questa facciata vi era il grandioso Beffroi, una gigantesca torre campanara di 70 metri nata originariamente come torre vedetta per avvistare rapidamente eventuali incendi in città; in seguito il piano inferiore divenne la sede del tesoro cittadino, il secondo era una sala d’armi mentre il terzo, detto Klokkenluidershuis, era dove si trovavano le campane. Il secondo piano del mercato era invece una serie di saloni usati per banchetti nonché per riunioni delle corporazioni e del consiglio cittadino; queste sale erano decorate con affreschi Ferdinand Pauwels e di Louis Delbeke. La struttura fu un altro dei capolavori del gotico branbantino con i quattro lati connessi per mezzo di torri cuspidate e le facciate decorate con quattro livelli decorativi: porte sormontate da bifore al piano terra, bifore cieche o con finestre sormontate da archetti pensili e da una merlatura al secondo piano. L’armonia gotica dell’edificio veniva parzialmente “infranta” dalla facciata est (Nieuwerck ) in stile rinascimentale costruita durante la prima metà del XVII secolo. Purtroppo dall’Ottobre 1914, al termine della così detta corsa al mare, Ypres finì sulla linea del fronte occidentale e divenne teatro di quattro sanguinose battaglia combattute tra il B.E.F. inglese e l’esercito tedesco; in particolare di grande importanza furono la seconda, durante la quale il 22 Aprile 1915 i tedeschi usarono per la prima volta il gas iprite (che prende appunto il nome da Ypres), e la terza, combattuta tra Luglio e Novembre del 1917 e meglio conosciuta col nome del piccolo sobborgo di Passchendaele, definita da Basil Liddell-Hart come “il più triste dramma della storia militare inglese”. Già nel Novembre del 1914 l’artiglieria tedesca bombardò Ypres per colpire gli inglesi asserragliati a est della città. Il 5 Novembre due bordate danneggiarono significativamente l’edificio, mentre il 21 un altro colpo centrò in pieno la Nieuwerck. Il peggio però doveva ancora venire perché il 22 Novembre i proiettili incendiari tedeschi centrarono in pieno il mercato che prese fuoco; il tetto del secondo piano, fatto in travature di legno, collassò. Nuovamente fatto oggetto di cannoneggiamento nell’Aprile del 1915, stavolta anche con l’aggiunta del fuoco di due “Grande Berta” da 42  cm, il mercato venne infine completamente raso al suolo nel 1918; solo la base del Beffroi rimase in piedi a ricordare dove una volta c’era stato il grandioso edificio gotico. Nel 1927 iniziarono i lavori di ricostruzione che furono completati nel 1967 rispettando totalmente l’aspetto originario della struttura. Il Beffroi, inserito nel 1999 tra i patrimoni dell’Unesco, ospita oggi un carillon di 49 campane che viene fatto suonare in date particolari come, ad esempio, l’ 11 Novembre anniversario dell’armistizio. Destino lievemente migliore lo ebbe la cattedrale di Reims. Costruita nel 1275 sui resti della chiesa dove San Remigio battezzò re Clodoveo nel 496, è una dei primi esempi dell’arte gotica francese dove gli elementi propri di questo stile sono già tutti presenti, ma non vengono ancora portati agli estremi di Amiens o di Notre Dame a Parigi. La facciata, decorata con statue, presenta la particolarità di un rosone centrale posto subito sopra il portone centrale e non separato da questo, come nella maggior parte delle cattedrali gotiche, da altre decorazioni scultore. L’interno poi è ricco di opera d’arte di grande importanze; oltre infatti alle stupende vetrate, vi sono arazzi, tra cui uno di grande importanza raffigurante la vita della Madonna, e dipinti di Tintoretto e Poussin nonché il celebre labirinto raffigurato sul pavimento che ha prodotto tante teorie di carattere mistico ed esoterico. L’importanza della cattedrale non è però solo artistico, ma anche storico perché è qui che tutti i re di Francia, da Ludovico il Pio in poi, venivano incoronati dopo essere stati benedetti con l’olio sacro che la tradizione vuole fosse stato consegnato a San Remigio da un angelo in forma di colomba. Non è un caso che, storicamente, il momento che simbolicamente segna la svolta a favore della Francia della guerra dei cento anni è appunto l’incoronazione di re Carlo VII a Reims alla presenza di Giovanna d’Arco. Ancora oggi l’unico frammento rimasto della Santa Ampolla, distrutta durante la rivoluzione francese, è conservato nel tesoro della cattedrale ed è considerato una delle principali reliquie francesi. Dopo la battaglia della Marna i francesi ripreso Reims dai tedeschi, ma il fronte si attestò ad appena pochi chilometri a nord-est della città. La cattedrale divenne un ospedale da campo e in un primo tempo fu risparmiata dall’artiglieria tedesca in quanto tacitamente dichiarata zona franca da entrambi gli schieramenti. La situazione però cambiò nel settembre 1914 con la prima battaglia dell’Aisne; i tedeschi accusarono i francesi di usare i campanili della cattedrale come punti d’osservazione per l’artiglieria, accusa su cui non si è mai fatta chiarezza, e ne decisero il cannoneggiamento. Tra il 19 e il 20 Settembre quasi 2000 proiettili colpirono la chiesa provocando incendi che fecero crollare il tetto e si diffusero a tutto l’edificio; anche le vetrate e le statue all’esterno della cattedrale dovettero pagare un duro pedaggio e la testa di un angelo (“l’angelo sorridente”), trovata in pezzi al suolo dall’abate Thinot, divenne il simbolo della distruzione selvaggia operata dai tedeschi al patrimonio culturale francese. Fortunatamente la gran parte delle opere d’arte sopravvisse a questo primo attacco, dando occasione al governo francese di evacuarle. Purtroppo però la cattedrale non si poteva spostare e così fu nuovamente colpita da almeno 200-300 colpi durante l’intero corso del conflitto. Alla fine della guerra solo lo scheletro esterno di mura e contrafforti era rimasto in piedi, mentre il resto dell’edificio era in rovina. I lavori di ricostruzione, iniziati nel 1919 e finanziati dai Rockefeller, si conclusero nel 1938.

-La camera d’ambra, 1941

L’arca perduta dei giorni nostri, ecco cos’è la Camera d’Ambra. Costruita nel 1701 per volontà del re in Prussia Federico I nel suo castello di Charlottenburg; si trattava di una stanza, interamente decorata con pannelli d’ambra, progettata dall’architetto e scultore Andreas Schlüter e costruita dall’artista danese Gottfried Wolfram. Completata erano state utilizzate sei tonnellate di ambra finemente lavorata, oltra a foglie d’oro e specchi per far meglio riflettere la luce sui pannelli. Nel 1716 lo Zar Pietro I vide la camera e ne rimase talmente incantato che Federico I decise di regalargliela come omaggio per l’alleanza russo-prussiana contro la Svezia. Stipata in 18 casse la camera venne spedita a Pietroburgo per essere ricostruita nel Palazzo d’Inverno e lì vi rimase sino al 1755 quando la zarina Elisabetta ne decise il trasferimento a Carskoe Selo, la “piccola” Versailles estiva degli Zar. A occuparsi della sua installazione nella nuova sede fu l’architetto italiano Bartolomeo Rastrelli, il grande costruttore delle regge zariste a Pietroburgo, che ampliò le dimensioni della stanza, portandola a 55 metri quadri, facendosi inviare ulteriori pannelli d’ambra dalla Germania. Nei secoli la stanza svolse vari ruoli: luogo di meditazione per la zarina Elisabetta, sala di ritrovo per la corte di Caterina la grande e “museo privato” per il grande estimatore dell’ambra Alessandro II. Dopo la rivoluzione d’Ottobre Carskoe Selo divenne un museo statale e la camera d’ambra venne aperta al pubblico. Nel Settembre 1941, con l’avvicinarsi delle avanguardie del gruppo d’armate Nord della Wermacht, i curatori del Palazzo in un primo momento tentarono di smontare la camera per poterla nascondere, ma vedendo che l’ambra asciutta  si danneggiava, e non avendo il tempo per bagnarla, decisero di coprire i pannelli con della carta da parati sperando d’ingannare i tedeschi. Purtroppo lo stratagemma non funzionò e il 18 Ottobre 1941 la camera venne smontata in 36 ore, per essere poi spedita a Konigsberg. Qui venne rapidamente riassemblata all’interno del castello cittadino dove vi rimase nei due anni successi sotto la supervisione di  Alfred Rohde, direttore del museo, che passò il tempo a studiarne la storia. Con l’incentivarsi dell’offensiva aerea alleata sulla Germania si decise infine di smontare di nuovo la camera agli inizi del 1944 per nasconderla. E qui inizia il mistero perché da questo momento in poi se ne persero le tracce. Varie teorie sono state avanzate: la prima, la più tragica, è che la camera sia andata distrutta durante uno dei due raid aerei inglesi dell’Agosto 1944 che rasero al suolo il castello di Konigsberg, un’altra teoria è invece che la camera fu imbarcata su una nave che poi venne affondata prima di giungere a destinazione. C’è poi chi ritiene che la camera si possa trovare ancora nei sotterranei del Castello di Konigsberg, mai completamente riesplorati dopo la distruzione dell’edificio e che, secondo alcuni, erano collegati, tramite cunicoli sotterranei, alla Cattedrale cittadina. Infine c’è la teoria del bunker, è risaputo che negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale i tedeschi nascosero molti dei tesori artisti e non da loro saccheggiate in tutta Europa all’interno di bunker segreti (spesso si trattava di miniere abbandonate come quelle di Merkers, di Siegen e di Altaussee); è possibile che la camera d’ambra riposi in un qualche sito ancora nascosto magari insieme a qualcuna delle oltre centomila opere d’arte rubate dai tedeschi e non ancora ritrovate? Un calcolo fatta a fine guerra infatti stabilì che approssimativamente il 20% dell’arte europea venne saccheggiata dalla Germania Nazista durante la guerra (in questo elenco vi sono anche opere tedesche classificate come “arte degenerata”) e tra queste sedici dei quaranta quadri più pregiati sono ancora dispersi come “Ritratto di giovane uomo” di Raffaello, “Cinque ballerine ” di Degas, “Piazza Santa Margherita” di Canaletto e  ” Il Boulevard Montmartre” di Pissarro. Tornando alla camera d’ambra nel 1997 due pezzi di questa, un comò e un mosaico, riapparvero sul mercato grigio, ma quando il venditore venne rintracciato a Brema si scoprì che era il figlio di un ex-soldato della Wermacht e che non aveva la ben che minima idea di dove il padre avesse preso quegli oggetti. Il governo russo nel 1979 decise infine di ricostruire la camera d’ambra all’interno del più grande processo di ricostruzione degli interni di Carskoe Selo, gravemente danneggiati quando i tedeschi si ritirarono dal fronte di Leningrado. Dopo 25 anni di lavori e undici milioni di dollari d’investimenti la camera d’ambra è stata ufficialmente reinaugurata ed è oggi visitabile. Di tanto in tanto esce sui giornali o sui siti internet la notizia che qualche cacciatore di tesori ritenga di aver individuato il luogo dove la vera camera è nascosta, ma ad oggi nessuna di queste piste si è rivelata producente; personalmente niente mi toglierà mai la convinzione che, se la camera esiste ancora, in Germania qualcuno sappia benissimo dove si trovi.

-L’abbazia di Montecassino, 1944

La distruzione dell’abbazia di Montecassino non fu soltanto una catastrofe storico-artistica, ma anche uno dei più marchiani errori militari commesso dagli alleati nella loro cretinesca conduzione della campagna d’Italia. L’abbazia è uno dei monasteri più antichi d’Europa, ma non il più antico come a volte erroneamente si dice, e il luogo dove nacque l’ordine Benedettino. Distrutta ben tre volte (dai Longobardi nel 577, dai Saraceni nell’883 e infine da un terremoto nel 1349) l’abbazia fu per tutto il Medioevo uno dei principali centri della cultura europea; nel corso dei secoli la sua biblioteca raccolse un’immensa collezione di codici miniati, incunaboli nonché alcuni dei primi documenti in lingua volgare italiana (i placiti cassinesi sono ancora oggi conservati proprio nell’abbazia). Montecassino fu però tra le tante cose anche uno dei primi centri della scienza medica in Europa e la vicina Scuola Medica Salernitana dovette parte della sua fama all’accesso che ebbe ai testi di medicina araba custoditi nell’abbazia. Quasi nulla è rimasto dall’abbazia medievale  preterremoto, descritta nella Chronica sacri monasterii casinensis, e già prima del secondo conflitto mondiale erano andati perduti i mosaici opera di artisti fatti venire apposta da Costantinopoli dall’abate Desiderio. Nel 1944 l’abbazia si presentava nel suo bello stile barocco del ‘600 quando l’avanzata degli alleati si andò a infrangere contro le difese predisposte da Kesserling lungo la Linea Gustav. La città di Cassino e l’altura su cui si trovava l’abbazia erano strategicamente fondamentali in quanto situate proprio lungo la Strada Statale 6 per Roma, l’unica via nella Valle del Lire che poteva sostenere il passaggio delle divisioni corazzate alleate. Espugnare Montecassino era dunque fondamentale se gli alleati intendevano infrangere la Linea Gustav e andare in soccorso delle truppe impantanate ad Anzio, ma l’impervietà del terreno era tutta a vantaggio dei tedeschi che difendevano ogni metro di posizione con le unghie e con i denti. Nonostante fossero trincerati sui crinali intorno all’abbazia i tedeschi della 71° divisione di fanteria avevano accettato di dichiarare l’edificio zona neutrale istituendo tutto intorno una fascia di trecento metri all’interno della quale non sarebbero entrati; con il procedere degli scontri però la fascia di sicurezza venne progressivamente ridotta finché il generale tedesco Von Senger non autorizzò i suoi a costruire le loro posizioni difensive subito a ridosso dei bastioni dell’abbazia. Temendo ciò che poi effettivamente sarebbe successo l’abate Giorgio Diamare si accordò con due ufficiali della divisione corazzata “Herman Goring” (Julius Schlegel e Maximilian Becker) perché i tesori artisti dell’abbazia, all’interno della quale erano state portate anche opere d’arte evacuate dal resto del sud Italia, fossero inviati in Vaticano dove se ne potesse garantire la salvezza. Nell’Ottobre 1943 120 camion vennero riempiti con i documenti della biblioteca dell’abbazia e le varie opere d’arte raggiungendo la loro salvezza dietro le mura di San Pietro; anche se va detto che alcuni autori asseriscono che alcune casse arrivarono solo dopo pesanti proteste della Santa Sede e che 15 casse con parte del patrimonio del Museo di Capodimonte presero invece la via della Germania. Frattanto nel Febbraio 1944 gli alleati stavano preparando il loro secondo assalto contro la line Gustav e il compito di scalare le pendici di Montecassino venne affidata alla 4° divisione indiana del maggiore generale Tuker. Questi non aveva grande fiducia nel piano e chiese ripetutamente una revisione nel timore che i suoi uomini si impantanassero com’era già successo mesi prima agli americani; Tuker inoltre era molto preoccupato per l’abbazia perché i suoi muraglioni pieni di feritoie, finestre e merlature la rendeva una possibile fortezza se utilizzata. Che cosa sarebbe successo se i tedeschi fossero indietreggiati dentro l’edificio trasformandolo in un caposaldo? Convinto che finché l’abbazia fosse rimasta in piedi i suoi uomini sarebbero stati in pericolo Tuker chiese un preventivo bombardamento dell’abbazia e dell’intera zona circostante. Il destino dell’abbazia era già in discussione tra i comandi alleati da tempo perché c’era la convinzione che i tedeschi non stessero rispettando la neutralità dell’edificio; gli americani, che nella prima battaglia tra Gennaio e Febbraio avevano versato molto sangue su quei pendii, affermavano che i tedeschi avessero degli osservatori d’artiglieria dentro l’edificio mentre il generale dell’aviazione Ira Eaker affermò che, sorvolando la zona, aveva visto all’interno del monastero soldati, nidi di mitragliatrici e un’antenna radio. Sulla base di queste notizie il comandante del II corpo d’armata neozelandese Bernard Freyberg, a cui sarebbe toccato il decisivo attacco su Cassino, aveva già suggerito un bombardamento dell’abbazia e adesso che aveva anche il supporto di Tuker tornò alla carica. La richiesta infine venne accolta obtorto collo sia per supposte ragioni militari che per mantenere la pace all’interno del variegato comando alleato. Inizialmente il bombardamento sarebbe dovuto avvenire il 16 Febbraio, ma la necessità di supportare anche le truppe di Anzio fece in modo che venisse anticipato al 15. Ventiquattrore prima l’artiglieria alleata lanciò in tutta la zona contenitori con un messaggio in inglese e italiano in cui si preavvertiva la popolazione civile di evacuare l’area; l’abate Diamare negoziò con i tedeschi un corridoio per i civili rintanati nell’abbazia e lo ottenne purtroppo però per il giorno 16. 142 bombardieri pesanti e 114 medi presero il volo la mattina del 15 Febbraio sganciando 1150 tonnellate di bombe ad alto potenziale sul monastero che venne ridotto in macerie, ma non obliterato com’era stato richiesto da Freyberg. 230 civili morirono mentre molti altri, tra cui i pochi monaci rimasti e l’abate Diamare si salvarono nella cripta cinquecentesca sotto la cattedrale che fu l’unica parte dell’antica abbazia a salvarsi. Fu il più grande bombardamento fino ad allora condotto dagli alleati in Europa, ma per mancanza di coordinamento l’attacco che avrebbe dovuto travolgere i tedeschi non venne lanciato che a metà pomeriggio da settanta uomini del 1° reggimento “Royal Sussex” che furono facilmente respinti. A volte, per esagerare la portata dell’errore alleato, si dice che nessun tedesco rimase ucciso durante il bombardamento; non è vero perché i difensori della 71° furono duramente colpiti, ma il pressappochismo degli alleati fece in modo che la situazione di sbandamento creatasi tra i tedeschi non venisse sfruttata. In seguito si accertò che nessun  tedesco era entrato nell’abbazia prima del bombardamento; dopo però le rovine dell’edificio divennero una formidabile posizione difensiva per la temibile 1° divisione Fallschirmjager che l’avrebbe tenuta fino alla mattina del 18 Maggio 1944 quando ne venne infine scacciata dal 12° reggimento lancieri Podolski polacco. La ricostruzione dell’abbazia iniziò nel 1948 e i lavori per riportala com’era prima di quel triste giorno di febbraio si conclusero nel 1956; il 24 Ottobre 1964 Papa Paolo VI avrebbe infine riconsacrato la cattedrale abbaziale.

-Le navi del lago di Nemi, 1944

 A 30 chilometri da Roma, nei colli Albani, si trova il piccolo lago di Nemi che, anticamente, era stato un luogo sacro per gli abitanti del Lazio essendovi presente un tempio dedicato a Diana Aricina. Per secoli era girata la leggenda che nel fondo del lago vi fossero delle antiche nave romane piene di tesori, ma questa non sembrava la classica chiacchiera da osteria visto che di tanto in tanto il lago restituiva qualche pezzo di legno chiodi, tegole di rame ed altro. Così dal Medioevo si erano avuti una serie di tentativi di recupero tra i quali uno nel 1446 ad opera di Leon Battista Alberti e un altro nel 1535 con un primitivo scafandro; fu però durante l’ottocento che l’attività per far riaffiorare le navi si intensificò con ben tre tentativi durante i quali si riuscì a raggiungere i relitti e a riportarne in superfice alcune parti. Nel 1927 venne infine avviato, su diretto interessamento di Benito Mussolini, l’intervento finale che, in maniera estremamente semplificata, consistette in un drenare il lago fino ai 22 metri di profondità. Lo stesso Duce avvierà la prima pompa il 20 Ottobre 1927 e il 28 Marzo dell’anno dopo i profili dell’opera viva (cioè la parte immersa dello scafo) delle due navi iniziarono ad affiorare insieme con una serie di reperti come monete e armi romane. Tra il 1930 e il 1932 entrambi i vascelli vennero recuperati e in seguito portati nel Museo delle navi romane presso la stessa Nemi. Sebbene nessun incredibile tesoro fosse tornato alla luce, l’importanza archeologica del ritrovamento era fuori discussione in quanto i due relitti erano una vera enciclopedia delle conoscenze di carpenteria navale dei romani. Alcune epigrafi permisero di ricondurre le navi all’imperatore Caligola e la storia dei costumi bizzarri (per non dire folli) di questo princeps, unito con le dimensioni mastodontiche delle navi, spinse gli studiosi a credere che su di essere si svolgessero incredibili feste orgiastiche; questa tesi è stata oggi abbandonata in favori dell’ipotesi di un loro ruolo religioso data la natura sacra del lago di Nemi. E’ probabile che le navi vennero distrutte a seguito della damnatio memoriae che colpì Caligola dopo il suo assassinio nel 41 a.c.. Ciò che più stupì gli studiosi fu che non si trattava di semplici navi, ma di quanto più si potesse avvicinare a un transatlantico dell’epoca con un intero parco di strutture costruito sopra i ponti. Si scoprì un ingegnoso sistema di pompe e tubazioni usato per il prosciugamento delle sentine, ma anche un primitivo sistema di “cuscinetti a sfera” consistente in delle piattaforme girevoli su sfere di rame; il pezzo forte del ritrovamento vennero però considerate le due ancore, reperti pressoché unici, la prima in legno con ceppo in piombo e la seconda in ferro a ceppo (un modello che si riteneva d’invenzione ottocentesca). Le navi rimasero nel loro museo al sicuro sino alla fine di Maggio del 1944 quando i custodi vennero fatti sgombrare allorché una batteria d’artiglieria tedesca venne posizionata in zona. Questa batteria venne individuata dagli alleati il 29 Maggio e fatta segno nei due giorni successivi di raid aerei e fuoco di controbatteria; nonostante ciò la commissione che a guerra finita si occupò di ricostruire i fatti accertò che sino alle 21:20 del 31 Maggio il museo, sebbene colpito, era ancora integro. A quell’ora i custodi, che si erano rifugiati lì vicino, videro un lume girare all’interno del museo; in seguito alle 22:00 un incendio divampò improvvisamente propagandosi in tutto l’edificio. Delle navi non rimase altro che cenere e un moncone di ferro del ceppo di una delle due ancore. Come scomparvero le due navi di Nemi? sin da subito la commissione d’inchiesta mise sul campo tre teorie: colpa dei raid aerei, colpa dell’artiglieria alleata o incendio doloso ad opera dei tedeschi. I raid aerei vennero subito esclusi per l’assenza di crateri di bombe nel luogo dell’incendio; anche l’artiglieria alleata venne assolta perché anche se era possibile che qualche scheggia ardente fosse in grado di provocare il rogo è certo che le ultime granate fossero cadute intorno alle 20:15 e i custodi, quasi un ora dopo, videro l’edificio ancora integro e una luce muovervisi all’interno. I colpevoli vennero dunque indicati verosimilmente nei soldati tedeschi che prima avrebbero volutamente danneggiato alcuni dei reperti archeologici del museo e poi avrebbero dato fuoco all’edificio senza fare alcun tentativo per spegnere l’incendio. Certo resta il dubbio del perché di questo atto che, così posto, pare del più bieco vandalismo, ma a oggi tutte le ipotesi alternative, come quella di un incendio provocato da civili che volevano recuperare il piombo fuso per rivenderlo, non hanno portato alcun elemento a supporto che le possa rendere più veritiere rispetto alla conclusione a cui giunse a suo tempo la commissione.

-Incendio della Flakturm Friedrichshain, 1945

Il 2 Maggio 1945, dopo il suicidio di Hitler nel Fuhrerbunker, Berlino si arrese all’armata rossa. La città era ridotta a un cumulo di rovine, ma neanche la fine delle ostilità mise fine alla distruzione del patrimonio artistico europeo che invece stava per subire uno dei colpi più duri. In un momento impreciso tra i 5 e il 7 Maggio 1945 la gigantesca Flakturm di Friedrichshain, dov’erano custoditi 417 dipinti lì portati da ogni museo e collezione privata della Germania, prese fuoco trasformando in cenere quell’immenso tesoro artistico. Le Flakturm erano immense torri contraerei in cemento che Hitler volle dopo il primo bombardamento di Berlino nel 1940; ben tre ne furono costruite a Berlino e in due di queste (quella dello zoo e quella di Friedrichshain) i funzionari museali tedeschi chiesero di nascondere il patrimonio artistico della Germania di fronte all’intensificarsi dei raid aerei. Nel Marzo 1944 i miglioramenti della tecnologia alleata resero le Flakturm molto meno efficaci e distruttibili spingendo i direttori dei musei a iniziare a prendere in considerazione l’ipotesi di far uscire le opere d’arte da Berlino per portarle in luoghi più sicuri. La situazione però sempre più critica tanto ad est quanto ad ovest faceva in modo che il destino di quei tesori non rientrasse nelle priorità della cancelleria, anzi Hitler probabilmente già stava pensando a quell’ultimo folle ordine di distruggere ogni infrastruttura civile in Germania così che nulla del paese restasse in mano ai vincitori. Nel 1945 la scomparsa della Luftwaffen dai cieli rese possibile agli alleati iniziare a bombardare le città tedesche anche di giorno; a fronte di ciò i musei di Berlino vennero svuotati delle ultime opere lì presenti che vennero portate nelle Flakturm Friedrichshain e dello zoo nel mentre si tentava di organizzare dei convogli per farle uscire della città. Tra l’11 Marzo e il 7 Aprile dieci convogli riuscirono ad abbandonare Berlino portando in slavo, seppur con molte difficoltà, molta parte del patrimonio storico-culturale tedesco. Il 16 Aprile i russi iniziano il loro attacco contro la capitale del terzo Reich che dal 21 Aprile venne ininterrottamente bombardata dall’artiglieria dell’armata rossa; in un momento impreciso dell’assedio la guardia della Flakturm Friedrichshain abbandonò la posizione lasciando la struttura senza difese. Non appena la città si arrese i funzionari museali presero subito contatto con i comandanti russi perché venisse garantita la sicurezza dei tesori artistici ancora a Berlino; i sovietici erano particolarmente interessati alla cosa perché a Mosca si era già deciso di attingere a questo patrimonio come compensazione dei danni arrecati all’Urss dalla Wermacht. Il 5 Maggio si accertò che la Flakturm Friedrichshain e ciò che vi era all’interno erano ancora integri e in buone condizioni, ma nulla venne fatto per garantire la protezione dell’edificio. Quando però il 7 Maggio si tornò per un secondo sopralluogo si scoprì con orrore che la torre aveva preso fuoco; immediatamente si provvide allo sgombero della Flakturm dello zoo, ma per quella di Friedrichshain non ci fu niente da fare. Quando il 10 Maggio si riuscì infine a spegnere le fiamme non si poté far altro che constatare che dei 417 dipinti custoditi nella torre non era rimasto nulla. Nei mesi successivi vari tentativi si fecero per cercare se qualcosa era miracolosamente scampato alle fiamme, ma furono ritrovato solo frammenti, metallo fuso e cocci di vario genere. Infine nel 1946 la Flakturm Friedrichshain, che si trovava nella zona d’occupazione russa, venne definitivamente demolita dai russi. Escludendo l’ipotesi oggettivamente improbabile di una combustione spontanea è ovvio che l’incendio fu di natura dolosa, ma chi ne fu il responsabile? Non lo si scoprì mai anche se fondamentalmente le ipotesi probabili sono solo tre. La prima è che dei civili, entrati nella torre alla ricerca di cibo o altro, possano aver involontariamente causato un incendio; effettivamente nei giorni successivi all’incendio più volte fu vista gente entrare e uscire dalla torre e ciò non deve sorprendere dato che la popolazione di Berlino doveva sopravvivere giorno per giorno con quello che si trovava per strada. Una seconda ipotesi è che la soldataglia russa, ebbra della vittoria, possa aver dato alle fiamme la torre; anche in questo caso però sarebbe altamente improbabile che ci sia stata una volontà di distruggere le opere perché come detto i russi volevano portarsi via quei tesori e quindi dall’alto non sarebbe mai giunto l’ordine di incendiare la Flakturm. Infine la terza ipotesi è che un gruppo di Werwolf, gruppi di irriducibili nazisti organizzati in formazioni paramilitari prima della fine della guerra per compiere operazioni di sabotaggio contro gli alleati, possano essere venuti a conoscenza di ciò che c’era nella torre e abbiano deciso di darvi fuoco per impedire che i tesori della Germania finissero nelle mani dei vincitori. Lo storico dell’arte inglese Christopher Norris, che nel 1945 era arruolato all’interno della Commissione alleata per i monumenti e le arti”, definì l’incendio come “il più grande disastro artistico della storia moderna, dopo la distruzione del Palazzo dell’Alcazar di Madrid, avvenuta nel 1734” e andando a scorrere la lista delle perdite non si può che dargli ragioni. Nel rogo infatti andarono perduti 158 opere di artisti italiani tra i quali Caravaggio, il Ghirlandaio, Filippo Lippi, Paolo Veronese e Lorenzo Veneziano, 143 opere di artisti olandesi e fiamminghi come Van Dyck e Rubens e 67 opere di artisti tedeschi come Caspar David Friedrich più altre opere di artisti vari come Goya.

– Il tesoro di Priamo, 1945-1993

Infine, come promesso, concludiamo con una nota positiva di un tesoro ritenuto perduto, ma che è invece stato ritrovato. Nel 1873 Heinrich Schliemann trovò quella che lui dichiarò essere la Troia di Omero; il 15 Giugno di quello stesso anno, nell’ultimo giorno di scavi prima della pausa estiva, avvenne una delle più grandi scoperte della storia dell’archeologia. Mentre supervisionava gli scavi presso quelle che lui riteneva fossero le mura di Priamo l’archeologo tedesco notò qualcosa che lo fece sobbalzare: oro! Senza perdere tempo fece congedare i suoi operai in modo da restare solo con la moglie Elena; armato solo di un coltellino Schliemann iniziò a dissotterrare una serie di oggetti preziosi che finirono nascosti nello scialle rosso della moglie. Schliemann era convinto di aver trovato il tesoro di re Priamo che qualche membro della famiglia reale aveva nascosto mentre gli Achei sciamavano dentro la città grazie al celebre cavallo. Sebbene avesse cannato il contesto, non aveva sbagliato sulla definizione; era infatti un vero e proprio tesoro di oro, argento e avorio quello con cui iniziò ad adornare Elena che in seguito sarebbe apparsa in una foto agghindata come la sua omonima omerica. C’era di tutto: orecchini, collane, bracciali, un grandioso diadema in oro e poi oggetti più comuni come coppe, armi, vasi e calderoni. Teoricamente il tesoro apparteneva alla Turchia, ma Schliemann, con l’aiuto dei parenti di Elena, riuscì a farlo uscire dal paese per portarlo ad Atene e da lì in Germania. C. W. Ceram spiega che se moralmente quello dell’archeologo tedesco fu senza dubbio un furto, legalmente la cosa era un po’ più ambigua visto che le norme turche in materia di ritrovamenti erano alquanto sibilline. In seguito Schliemann rimandò parte del tesoro a Istabul per poter tornare a scavare a Troia, ma il grosso lo espose gongolante a Berlino, alla faccia di tutti quelli che gli avevano dato del cacciatore di leggende, per poi venderlo al Pergamon Museum. Con l’avvicinarsi dei russi a Berlino nel 1945 il tesoro fu prima nascosto nella Banca Statale Prussiana e poi in un bunker presso la Flakturm dello zoo di Berlino; da qui se ne persero le tracce e di fronte alla continue negazioni da parte dei russi di averlo loro, se ne concluse infine che doveva essere andato distrutto negli ultimi giorni della guerra. Fortunatamente non era andata così, infatti, come ho già detto, i russi intendevano vendicarsi di quattro anni di guerra totale saccheggiando i tesori della Germania e il tesoro di Priamo fece parte del bottino di guerra riportato in Russia. Tenuto nascosto durante tutta la durata della guerra fredda esso riapparve nel 1993 quando fu esposto al Museo Puskin di Mosca. Ovviamente la Germania ne pretese la restituzione, ma la Russia rispose picche insistendo che era una giusta compensazione per i danni prodotti dall’invasione tedesca. Oggi il tesoro si trova parte a Mosca parte all’Ermitage di San Pietroburgo e la Duma russa ha varato una legge nel 1998 con cui si vieta ogni restituzioni dei beni saccheggiati alla Germania alla fine della seconda guerra mondiale. Personalmente penso che, se mai la camera d’ambra tornerà alla luce, si potrebbe organizzare uno scambio di essa con il tesoro di Prima così da fare pari e patta e non ci pensiamo più.

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