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Le battaglie della Grande Guerra – Gallipoli 1915: l’azzardo di Churchill

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Chi come me nelle scorse settimane si è recato al cinema a vedere l’ottimo “The darkest hours” avrà sentito un nome aleggiare costantemente attorno a Gary Oldman/Churchill come un eterno fantasma: Gallipoli. Effettivamente del fallimento di questo ambizioso sbarco anfibio, e dei conseguenti morti, venne ritenuto responsabile il Primo Lord dell’Ammiragliato che, in conseguenza, dovette dimettersi dal governo iniziando un lungo periodo di purgatorio politico che si sarebbe concluso solo a guerra finita. Davvero però Winston fu il “colpevole” del fiasco oppure, come lui sempre sostenne, fu solo il capro espiatorio per errori compiuti dai militari, i quali non vennero sanzionati per l’ubi maior del conflitto mondiale? Oggi vi racconterò dunque della campagna dei Dardanelli e proverò a dare la mia risposta all’appena posta domanda insieme ad un altro quesito: una vittoria a Gallipoli avrebbe potuto cambiare il corso della Grande Guerra?

Partiamo dicendo che è falso dire che l’attacco ai Dardanelli fu un’idea di Churchill. Essa in realtà nacque all’interno di quegli ambienti del governo inglese che, già nel dicembre 1914, si stavano rendendo conto che il fronte occidentale andava verso lo stallo completo mentre il conto dei morti cresceva a vista d’occhio. Mentre i generali, con il ministro della guerra Lord Kitchener in testa, insistevano che la vittoria si poteva cogliere solo in Francia e nelle Fiandre, alcuni politici come David Loyld George, Maurice Hankey e, appunto, Winston Churchill iniziarono a cercare un modo per prendere alle spalle gli Imperi centrali così da aggirare il cono d’imbuto del fronte occidentale. Il piano di Churchill guardava al Baltico e prevedeva di occupare l’isola di Borkum nel Mar del Nord per farne una base da dove poi attaccare la Germania; l’idea venne immediatamente scartato dall’Ammiragliato sia per la presenza dei campi minati e delle forti difese costiere tedesche, sia perché Mar del Nord e Baltico avrebbe voluto dire confrontarsi con la flotta del Kaiser cosa che gli Ammiragli inglesi, nonostante le pompose assicurazioni date sulla superiorità della Royal Navy prima della guerra, adesso erano restii a tentare. Al contrario Loyld George e Hankey guardarono sin da subito al Medio Oriente in particolare dopo che il 29 Ottobre 1914 navi turche e tedesche avevano bombardato le coste russe nel Mar Nero decretando l’ingresso della Turchia in guerra. Il come Costantinopoli giunse a questa fatale decisione che avrebbe condotto infine allo smembramento dell’Impero Ottomano ho già avuto modo di raccontarlo in un vecchio articolo, ma per convenienza farò un brevissimo riassunto. Dal 1908 la Turchia era governata dai Giovani Turchi un gruppo di politici e militari nazionalisti filo-occidentali che sognavano una restaurazione della potenza ottomana attraverso un ampio programma di riforme teso alla modernizzazione del paese. Allo scoppio della guerra la Germania, la quale aveva già da tempo ottimi contatti economico-militari con alcuni elementi del governo ottomano, guardò a Costantinopoli come un possibile alleato per mettere in difficoltà gli inglesi in Medio Oriente e costringere i russi ad inviare forze nel Caucaso. Londra ci mise del suo nel creare le precondizioni per l’intervento turco allorché decise, principalmente su insistenza di Churchill, di sequestrare ed aggregare alla flotta inglese le due moderne corazzate che i turchi avevano commissionato e già pagato ai cantieri navali inglesi. Di fatto però l’alleanza turco-tedesca fu il prodotto dell’audace azione dell’ammiraglio Wilhelm Souchon che, bugerando la flotta inglese del Mediterraneo, riuscì a condurre le sue due navi a Costantinopoli. Da questa posizione Souchon agì per forzare la mano del governo dei Giovani Turchi lanciando, con la complicità dell’interventista ministro della guerra Enver Pascià, il già citato attacco navale alle coste turche che mise Costantinopoli davanti all’alternativa tra l’entrare in guerra al fianco della Germania o piegarsi all’ultimatum dell’intesa. L’Impero Ottomano era però militarmente impreparato al conflitto e il grande programma di riforme avviato a seguito del disastro delle guerre balcaniche di fatto era ancora più che altro sulla carta. In tutto l’impero vi erano solo due fabbriche di munizioni entrambe a Costantinopoli, la rete di comunicazioni erano in alcune zone inesistente, l’addestramento delle truppe era carente e la stessa sicurezza della capitale era a rischio visto che già il 3 Novembre navi inglesi bombardarono senza troppe difficoltà i forti all’imboccatura dei Dardanelli. Di fronte all’imbarazzante fiasco delle prime due offensive turche, nel Caucaso e lungo il canale di Suez, come detto nel governo inglese iniziò a farsi strada l’idea che Costantinopoli fosse il ventre molle degli Imperi Centrali e che dunque lì andasse diretto lo sforzo bellico alleato. Loyld George in particolare inseriva questa offensiva contro la Turchia all’interno di un più ampio piano balcanico: occupando Costantinopoli si sarebbe potuto infatti spingere Grecia, Bulgaria e Romania ad entrare in guerra al fianco dell’Intesa così da prendere alle spalle l’Austria-Ungheria, magari anche con la collaborazione dell’Italia, nonché rifornire la Russia attraverso la nuovamente aperta rotta del Mar Nero. La Grecia in particolare, per bocca del suo filo-inglese primo ministro Eleutherios Venizelos, aveva già dato ad Agosto la sua disponibilità a scendere in campo a fianco dell’Intesa e condurre un’offensiva contro Costantinopoli. A porre un deciso niet a questa proposta fu il ministro degli esteri inglese Edward Grey il quale temeva sia di provocare inutilmente la Turchia, all’epoca non ancora entrata in guerra, sia di incorrere nelle ire di Pietroburgo. Costantinopoli e i Dardanelli erano infatti stati promessi alla Russia che, da più di un secolo, guardava alla città sul Bosforo come a una sorta di Terra Promessa;  adesso che finalmente anche Londra, per tutto l’ottocento protettrice dell’Impero Ottomano in funzione anti-russa, aveva fatto cadere (per ora) le sue obiezioni al passaggio di Costantinopoli sotto la sovranità dello Czar, il governo di Pietroburgo non avrebbe accettato che nessuno mettesse in pericolo il suo premio. Ovviamente se i greci, che vedevano nell’antica Bisanzio la loro capitale naturale, avessero occupato la città difficilmente poi li si sarebbe potuti sloggiare e ciò avrebbe non poco irritato i russi per cui Grey, attento a non creare fibrillazioni all’interno dell’Intesa, pose il suo veto all’idea di spingere Atene ad entrare in guerra. Le ambizioni greche erano ben dimostrare dal fatto che, quando la stessa Russia chiese ad Atene la sua disponibilità a inviare proprie forze per contribuire ad occupare i Dardanelli, il pur filo-tedesco re Costantino I (era cognato del Kaiser) non solo si disse a favore se gli fosse stata garantita la neutralità della Bulgaria, ma se ne uscì con un grande piano in cui sarebbero stati coinvolti 90.000 soldati greci. Ad opinione di tutti gli esperti militari un attacco greco a Costantinopoli tra l’Agosto e l’Ottobre 1914 sarebbe stata una passeggiata militare. La discussione in merito all’apertura di un secondo fronte ad Oriente finì sotto traccia per qualche mese finché non venne di nuovo accesa da un memorandum del sottosegretario alla guerra Hankey del 28 Dicembre 1914 nel quale si proponeva il trasferimento di tre copri d’armata inglesi nell’Egeo per lanciare, insieme a Grecia, Bulgaria e Romania, un’offensiva congiunta contro Costantinopoli; una volta caduta la loro capitale i turchi avrebbero negoziato la pace e si sarebbe potuto dirigere queste forze contro l’Austria e il fianco scoperto della Germania nonché riaprire le comunicazioni con la Russia, ottenere una riduzione del prezzo del grano e liberare 350.000 tonnellate di naviglio mercantile. Per Hankey l’unico problema era trovare il giusto compromesso tra gli appetiti dei vari stati balcanici, ma riteneva che se Regno Unito, Francia e Russia avessero fatto da direttori d’orchestra garantendo un’equa spartizione dei frutti della vittoria si sarebbe potuto superare le diffidenze reciproche post-guerre balcaniche. Fu tramite questo memorandum che Churchill si convertì all’aggiramento attraverso la Turchia abbandonando il suo progetto baltico, ma chi invece non si convinse, facendo in modo che la cosa si risolvesse in un nulla di fatto, fu di nuovo il ministro degli esteri Grey appoggiato da Lord Kitchener. Grey infatti restava convinto che un qualsiasi movimento direzione Costantinopoli avrebbe irritato la Russia fin al punto anche da spingerla a cambiare alleanza, mentre Kitchener fu categorico nell’affermare che ogni singolo uomo a disposizione fosse necessario sul fronte occidentale. La situazione cambiò però improvvisamente agli inizi del 1915. Nel governo infatti il sempre più evidente stallo delle trincee spingeva a guardare con interesse alle soluzioni alternative mentre la prima offensiva turca nel Caucaso spaventò a tal punto i russi da spingere il Granduca Nicola a chiedere a Kitchener che gli alleati lanciassero un attacco di alleggerimento contro i Dardanelli. Il ministro della guerra inglese, temendo che dopo Tannenberg un altro disastro potesse portare al collasso dell’esercito zarista, si risolse a dare il suo placet ad un’azione militare contro la Turchia mettendo però in chiaro che questa avrebbe dovuto essere condotta dalla sola Royal Navy. Paradossalmente il pericolo turco nel Caucaso era già evaporato nel momento in cui la campagna dei Dardanelli iniziò a prendere forma, ma in Russia nessuno pensò di attivarsi per fermala fintanto che fosse stato ancora possibile. L’Ammiragliato, investito del compito di preparare l’azione, espresse per bocca del Primo Lord del Mare John Fisher l’idea che una mera azione dimostrativa davanti agli stretti, come suggerito da Kitchener, sarebbe stata una perdita di tempo e che invece si dovesse tentare un’azione combinata in grande stile al fine di forzare i Dardanelli e giungere fino a Costantinopoli. Appena espresso questo parare Churchill si mise in contatto con l’ammiraglio Sackville Carden, comandante della squadra navale inglese al largo dei Dardanelli, per chiedere se “è possibile, a Suo avviso, passare i Dardanelli con forze esclusivamente navali?” specificando che per l’azione non si sarebbero usate navi moderna, ma anche che, data l’importanza dell’operazione, eventuali perdite elevate erano ritenute accettabili. La risposta di Carden provocò un terremoto a Londra “Non penso che i Dardanelli possano essere superati di slancio. Per farlo sarebbero necessarie operazioni su vasta scala con un gran numero di navi.”. Il 13 Gennaio il gabinetto di guerra inglese studiò la proposta di Carden, ma l’ambiente attorno all’operazione stava rapidamente cambiando. Innanzitutto se nel 1914 c’erano buone possibilità di coinvolgere Grecia, Bulgaria e Romania in un attacco contro la Turchia adesso, con il fronte occidentale in stallo e la Russia che vacillava, i paesi balcanici preferivano restare alla finestra attendendo gli sviluppi mentre l’Italia nicchiava. Kitchener inoltre, facendosi latore del pensiero del comandante del B.E.F. in Francia Sir John French, ribadì che se l’azione si doveva fare essa sarebbe dovuta essere solo navale senza il supporto di truppe di terra inglesi. Churchill tentò di aggirare l’ostacolo cercando di convincere i russi a partecipare all’operazione suggerendo al Granduca Nicola che, nel momento in cui gli inglesi avessero colpito i Dardanelli, l’esercito e la marina dello Czar attaccasse il Bosforo via terra e via mare. A Pietroburgo però, caduti i timori per l’offensiva di Enver Pascià nel Caucaso, tornò l’avarizia di avere Costantinopoli tutta per loro; come scrisse in seguito il ministro degli esteri Sazonov nelle sue memorie “Non mi piaceva affatto l’idea che gli stretti e Costantinopoli potessero essere conquistati dai nostri alleati e non da noi… Quando infine i nostri alleati decisero per la spedizione di Gallipoli… mi fu difficile nascondere loro quanto dolorosamente la notizia mi avesse colpito.”. Insomma come fa giustamente osservare Basil Liddell Hart i russi, pur di non condividere con nessuno Costantinopoli, rifiutarono di dare una mano a liberare la loro stessa “trachea” finendo così per rimanere soffocati. La decisione che venne infine presa mostra nella sua forma tutte le incertezze e le confusioni di cui era vittima il governo inglese in quel momento “preparare una spedizione navale in Febbraio, destinata a bombardare e conquistare la penisola di Gallipoli, avendo come obiettivo conquistare Costantinopoli.”. Ancora Liddell Hart fa osservare come questo sia stato forse il primo caso nella storia in cui a delle navi fosse dato il compito di conquistare un pezzo di terraferma! La scelta di assecondare Kitchener nella sua idea che i Dardanelli sarebbero dovuti essere un’operazione solo della Royal Navy provocò un brusco cambio d’umore nei ranghi militari dell’Ammiragliato. Se infatti Churchill sosteneva con enfasi il progetto, considerandolo anzi persino poco ambizioso, Fischer e i suoi colleghi erano preoccupati all’idea che l’intero lavoro sarebbe dovuto essere svolto dalla sola marina. L’idea però di affiancare alla flotta anche forze di terra non era però ancora stata completamente messa da parte e nel gabinetto di guerra prendeva corpo l’idea di usare, se non le forze che era già in Francia, almeno una parte delle nuove divisioni in teatri diversi dal fronte occidentale. Il 16 Febbraio la questione venne portata al gabinetto di guerra da Churchill, il quale aveva ricevuto un messaggio da Fischer in cui il Primo Lord del mare metteva nero su bianco i dubbi degli ammiragli. Winston, ormai completamente convertitosi alla campagna dei Dardanelli, espose la situazione presentando le uniche tre opzioni sul campo: o procedere contro l’opinione degli ammiragli o annullare tutto oppure fornire il supporto di forze di terra richiesto. A sorpresa Lord Kitchener fu maggiormente possibilista sulla terza opzione e accennò alla possibilità di mettere a disposizione la neo costituita 29a divisione più una divisione francese. Secondo David Fromkin questo cambio di opinione fu dovuto a un dialogo che il Ministro della guerra ebbe Wyndham Deedes, ex funzionario della gendarmeria ottomana, il quale gli espresse tutti i suoi dubbi sulla riuscita di un’azione esclusivamente navale; Kitchner non prese bene la cosa, ma dovette dare sufficientemente credito alla parola dell’esperto di affari turchi per decidere di aprire alla possibilità di una partecipazione dell’esercito alla campagna. Il gabinetto di guerra dispose così che la 29a divisione dovesse immediatamente partire per Mudros nell’Egeo, anche per fungere da strumento di pressione indiretta nei confronti di Atene al fine di spingerla a intervenire (speranza vana perché i greci si erano detti disposti ad entrare in guerra solo se la Romania avesse fatto lo stesso, così da spingere la Bulgaria a restare neutrale, ma la Romania non aveva interesse a farsi coinvolgere adesso che la Russia passava uno dei suoi peggiori momenti). Neanche tre giorni dopo però e Kitchener aveva cambiato idea sull’invio della 29a in Medio Oriente, a spingerlo sicuramente erano state le veementi proteste giunte da Joffre e Franch che temevano questo fosse l’inizio di un disimpegno della Gran Bretagna dal fronte occidentale in favore della “via orientale alla vittoria”. Innestata la retromarcia Kitchener però capì che a quel punto se non fossero state messe a disposizione unità di terra l’attacco ai Dardanelli sarebbe stato annullato e così offrì in alternativa alla 29a gli ANZAC cioè le truppe australiane e neozelandesi appena giunte in Egitto. L’incertezza di Kitchener è dimostrata anche dalle contraddittorie dichiarazioni da lui rilasciate: prima dell’attacco aveva infatti affermato che fosse opportuno “sospendere i bombardamenti, se dovessero risultare inefficaci” (in ciò sostenuto anche da alcuni opinionisti dei giornali britannici come il Times), ma in seguito cambiò linea in quanto “Gli effetti di una sconfitta in Oriente sarebbero molto gravi. Una ritirata potrebbe rivelarsi impossibile.”. Da un lato dunque il ministro della guerra recalcitrava all’idea di usare l’esercito per supportare la flotta, dall’altro lato però ammetteva anche che per ragioni politiche e di prestigio una ritirata, una volta iniziata la campagna, diveniva difficile creando dunque le precondizioni per un massiccio impegno britannico contro l’Impero Ottomano. Comunque siamo giunti al 19 Febbraio giorno d’inizio dell’attacco, attacco che i turchi si aspettavano ampiamente data l’improvvisa concentrazione delle forza navali inglesi e francesi nel Mediterraneo Orientale. Nonostante questo preavviso c’era poco che sembrava i turchi potessero fare per resistere dato che, nonostante il supporto dei consiglieri militari tedeschi, i lavori di rafforzamento dei forti lungo i Dardanelli era resi vani da una cronica mancanza di munizioni.  Alle prime ore del mattino del 19 Febbraio (anniversario tra l’altro del tentativo riuscito dell’ammiraglio Duckworh di forzare gli stretti nel 1807) la flotta di Carden aprì il fuoco contro i forti posti all’imboccatura. Seguirono cinque giorni di mal tempo così che le operazioni potettero riprendere solo il 25. Le posizioni turche, rapidamente rimaste senza proiettili, vennero ben presto abbandonate e già il 26, mentre la flotta tentava un primo infruttuoso attacco delle fortificazioni lungo gli Stretti, squadre di demolitori vennero sbarcate per distruggere i cannoni dei forti evacuati. Questa azione si svolse praticamente indisturbata, solo il 4 si ebbe una qualche timida reazione turca, e ciò dimostra quanto in quel momento le difese ottomane fossero praticamente inesistenti. L’eco dei bombardamenti e della caduta dei forti esterni produsse immediatamente effetti tanto a Costantinopoli che in tutto l’area dei Balcani. Atene e Bucarest si dimostrarono molto più disponibili all’idea di intervenire a fianco dell’Intesa mentre Sofia, che solo poche settimane prima aveva contratto un prestito con il Reich, si orientò nuovamente verso la neutralità; persino in Italia il governo Salandra, a fronte dell’azione anglo-francese, decise di rompere gli indugi e iniziare a trattare seriamente con l’Intesa le condizioni per un suo ingresso in guerra contro l’Austria. Addirittura il 1° Marzo il primo ministro greco Venizelos offrì di sbarcare tre divisioni greche a Gallipoli; queste avrebbero probabilmente chiuso la partita, ma su di esse si abbatté ancora una volta il veto russo “In nessun caso possiamo permettere che forze greche prendano parte all’assalto alleato a Costantinopoli” affermazione che fece infuriare Churchill al punto da scrivere a Grey “Se la Russia impedirà alla Grecia di aiutarci, farò tutto ciò che è in mio potere per impedirle di avere Costantinopoli.”. Se dal lato alleato si respirava aria di vittoria, sul fronte opposto si era già sicuri del disastro: l’ambasciatore americano a Costantinopoli riferì al suo governo che l’opinione generale in città era che gli anglo-francesi sarebbero stati lì a giorni e anche i consiglieri militari tedeschi riferivano che l’arrivo della squadra navale dell’Intesa nel Bosforo, con conseguente rivolta anti-interventista, era inevitabile. Il governo ottomano era nel panico tanto da arrivare a offrirsi volontariamente al secolare nemico russo perché lo salvasse dal disastro in cambio della perpetua apertura degli Stretti in suo favore. Il 4 Marzo Carden telegrafò essere sua convinzione di poter giungere a Costantinopoli in quattro giorni; nelle cancellerie dell’Intesa si iniziò a discutere della spartizione della preda ottomana mentre a Londra tutti, da Fischer a Kitchener, cercavano di intestarsi un parte del merito del successo. Tutto era perfetto tranne che il morale dell’uomo alla guida dell’attacco. Carden infatti, nonostante il suo telegramma, procedeva con cautela e il 9 Marzo espresse l’idea di rallentare il ritmo finché non gli fossero stati forniti aerei di ricognizione in grado di segnalare alla flotta i bersagli sulla terra ferma. Ancora il 13 l’ammiraglio comunicò che lo sminamento procedeva a rilento, notizia che lasciò perplesso Churchill visto che al momento la conta delle perdite anglo-francesi era ferma a zero; il problema era che queste operazioni di sminamento erano state affidate a dragamine con equipaggio civile i quali non lavoravano sotto il pur impreciso fuoco di sbarramento ottomano. In realtà Carden, angustiato dal timore di un disastro negli stretti, stava perdendo il controllo dei propri nervi e il colpo finale gli venne da Churchill. L’11 Marzo infatti il Primo Lord dell’Ammiragliato gli telegrafò di lanciare l’atto finale aggiungendo che non sarebbe stato ritenuto responsabile di eventuali perdite elevate, poi il 13 gli inviò un secondo messaggio in cui diceva “In base alle informazioni disponibili le artiglierie turche stanno esaurendo le munizioni, e gli ufficiali tedeschi inviano rapporti in tono disperato”. Entrambe le informazioni erano vere, ma orami Carden non nutriva abbastanza fiducia nell’operazione per comprendere che davanti a lui c’era una vittoria certa che bisognava solo avere l’audacia di cogliere con un’azione decisa. L’ammiraglio comunicò che tra il 17 e il 18 Marzo avrebbe lanciato l’attacco per forzare la strozzatura dei Dardanelli, ma la sera prima dell’azione crollò; un medico redasse un compiacente referto che parlava d’indigestione con una diagnosi di tre-quattro settimane di riposo periodo sufficiente per poter telegrafare a Londra “Molto spiacente di essere stato incluso nell’elenco degli ammalati. Seguo il parere dell’ufficiale medico.”. Senza esitazione Churchill ordinò al secondo ufficiale di grado più elevato John De Robeck di prendere il comando delle operazioni; in quelle stesse ore il generale Ian Hamilton, comandante designato dalle forze di terra che avrebbero dovuto supportare l’attacco, raggiunse la flotta. Il 10 Marzo infatti Kitchener aveva finalmente deciso di mettere la 29a divisione a disposizione insieme agli ANZAC e a una divisione francese, sottratta da un recalcitrante Joffre alle retrovie del fronte occidentale. Hamilton era partito da Londra il 13 senza aver potuto discutere con nessuno dei suoi sottoposti e avendo come uniche informazioni “d’intelligence” un manuale dell’esercito turco del 1912 e una carta geografica dei Dardanelli molto approssimativa (per compensare dovette far comparare dal suo aiutante una guida di Costantinopoli in una libreria). La situazione per lui non migliorò una volta giunto nel teatro delle operazioni: Mudros come base per il raduno delle forze di terra era pessima mancando di acqua e di difese adeguate, inoltre le truppe già in zona erano mal distribuite sulle navi (un battaglione era stato diviso su tre navi mentre i carri rifornimenti erano stati posti su imbarcazioni diverse da quelle dov’erano i loro cavalli da traino) e quindi, prima di tentare un qualsiasi sbarco, bisognava riportarle a terra per ridistribuirle. Venne così presa l’importante decisione di spostare la base ad Alessandria d’Egitto e dirigere là i trasporti truppe per rimettere ordine. Lo stesso giorno in cui venne fatta questa scelta, cioè il 18 Marzo, De Robeck lanciò quello che doveva essere l’attacco finale. La sorte però era pronta a giocare un brutto tiro mancino agli anglo-francesi: durante la notte una piccola imbarcazione turca posamine era sfuggita al controllo dei cacciatorpediniere inglesi stendendo una nuova linea di mine parallelamente alla costa della baia di Eren Keui. Ignara di questo pericolo la flotta aprì il fuoco contro le posizioni turche e attorno alle 13:45 i forti erano stati messi a tacere senza grossi danni. De Robeck ordinò dunque che i dragamine avanzassero negli Stretti mentre le navi francesi avrebbero dovuto abbandonare la prima linea passando proprio per la baia di Eren Keui; fu in questo momento che il Bouvet incappò in una mina che fece affondare l’imbarcazione in soli due minuti uccidendo buona parte dell’equipaggio. Nonostante non capisse cosa fosse successo De Roneck ordinò alle navi inglesi di avanzare per riprendere il fuoco di sbarramento contro i forti turchi, ma di nuovo alle 16:00 altre due navi, l’Inflexible e l’Irresistible, finirono contro delle mine sbandando paurosamente. A questo punto De Robeck, ancora ignaro che la sua flotta fosse incappata in questo nuovo campo minato, ordinò di interrompere l’attacco, ma prima che la giornata finisse un’altra nave, l’Ocean, colpì una mina mentre un vascello francese fu centrato dall’artiglieria turca finendo per incagliarsi. Si era trattata di sfortuna, o fortuna a seconda del punto di vista, e per altro una sfortuna che non aveva causato danni gravi: 61 morti, tre navi affondate e tre danneggiate. Va ricordato che Churchill e il governo inglese avevano messo in conto la possibilità che il forzare i Dardanelli potesse provocare gravi perdite e lo avevano ritenuto un prezzo accettabile per portare l’Impero Ottomano fuori dal conflitto. Inoltre, nonostante gli anglo-francesi potessero lamentare di aver avuto una cattiva giornata, quella dei turchi era stata ancora peggiore: molti cannoni dei forti erano stati messi fuori combattimento, il morale delle guarnigioni lungo gli Stretti era sotto i piedi e, cosa ancor peggiore, erano finite sia le munizioni che le mine marine quindi i Dardanelli e Costantinopoli erano ormai privi di difese. Nella capitale fu il panico: la popolazione iniziò ad evacuare la città, l’archivio di Stato e le riserve auree delle banche vennero messi al sicuro mentre treni speciali venivano approntato per portare in Anatolia il sultano e il governo. Sembrava che gli appartenenti alla fazione neutralista dei Giovani turchi fossero pronti ad un colpo di stato per trattare una capitolazione quanto più indolore mentre Enver Pascià ordinava di radunare scorte di petrolio per dare fuoco a Costantinopoli mentre venivano minati monumenti come Santa Sofia. Liman Von Sanders, l’ufficiale tedesco posto nel 1914 alla guida dell’esercito turco e la cui nomina aveva quasi fatto scoppiare la guerra con qualche mese d’anticipo, dichiarò in seguito che, a sua opinione, in quel momento nulla poteva impedire all’Intesa di occupare Costantinopoli. Incredibilmente a Londra Churchill e l’Ammiragliato erano perfettamente consapevoli di ciò, infatti il pomeriggio del 19 Marzo era stato intercettato un messaggio tedesco con cui si comunicava a Berlino che i forti lungo i Dardanelli erano rimasti senza munizioni. Winston era talmente sicuro che il giorno dopo si sarebbe celebrata una grande vittoria da infuriarsi nell’essere messo al corrente che il servizio segreto della marina aveva cercato un approccio con il potente ministro degli interni turco Talaat Bey per conoscere il prezzo che gli ottomani avrebbero richiesto per uscire dal conflitto. Tutto era nelle mani di De Robeck che non doveva far altro che allungare la mano per cogliere il frutto e inizialmente parve che questa fosse la sua intenzione; l’ammiraglio infatti comunicò a Londra che si stava organizzando per rinnovare l’attacco, ma in realtà quella serie di sfortunati eventi del 18 Marzo lo stava rodendo dentro. Ancora incapace di spiegarsi ciò che era successo, De Robeck pensava di aver compromesso la sua carriera e venne sentito dire “Questa non me la perdoneranno, immagino!”. Va inoltre tenuto conto, come già ebbi modo di dire altre volte, che tendenzialmente gli ammiragli sono molto più prudenti delle loro controparti dell’esercito; ciò perché, cinicamente, un soldato morto può essere rimpiazzato in tempi brevi mentre una nave affondata ci possono volere mesi se non anni per sostituirla. Questa tensione psicologica lo portò a vedere nel generale Hamilton, venuto a prendere congedo prima di partire per Alessandria, un’ancora di salvezza cui aggrapparsi per sfuggire all’onere di rinnovare l’attacco. Hamilton raccontò che lui e i suoi ufficiali non si era nemmeno seduti che già De Robeck li informò essere sua opinione che, senza il supporto dell’esercito, la flotta non avrebbe potuto forzare i Dardanelli. Va detto che l’ammiraglio trovò nel generale un uditore disponibile in quanto Hamilton già il 18 Marzo aveva comunicato a Kitchener che, secondo lui, l’intervento delle forze di terra era necessario per vincere. Il ministro della guerra sperava ancora che l’intera campagna potesse essere conclusa dalla sola flotta, ma ligio alla sua idea che le opinioni dei comandanti sul campo fossero Vangelo non mosse obiezioni facilitando così l’opera di scarica barile di De Robeck. L’unico che tentò di opporsi a tutto ciò fu Churchill che, non appena venne informato della cosa, preparò un duro telegramma da inviare a De Robeck per spingerlo a non lasciarsi sfuggire l’attimo fuggente; questo telegramma non partì mai perché l’Ammiragliato fece muro nel difendere la scelta del professionista militare contro l’ingerenza del potere civile e il resto del governo (eccezion fatta per Lolyd George) non se la sentì di andare dietro a Winston contro l’opinione dei massimi vertici militari della Royal Navy. Come ha scritto lapidariamente Fromkin le perdite dell’Intesa in quel momento ammontavano a qualche centinaio di uomini, ma per l’Ammiragliato la campagna dei Dardanelli era finita. Non erano però finito il pericolo mortale per l’Impero ottomano; usando sempre una frase di Fromkin a Costantinopoli era stata solo concessa un’insperata sospensione della pena, ma la minaccia era ancora grave. Le difese turche l’abbiamo visto erano seriamente compromesse e gli spazi per una vittoria delle truppe di Hamilton c’erano tutti; l’unico problema, messo ancora una volta in luce dal sempre lucido Maurice Hankey, era che un vero piano per un’azione combinata di sbarco di forze di terra col supporto della flotta non era stato approntato e quindi c’era il rischio che il tutto si risolvesse in un’operazione eseguita “sul momento” con tutti gli enormi rischi del caso. Tra l’altro Hankey faceva rilevare che ormai l’effetto sorpresa era evaporato infatti la fine dell’offensiva navale lasciava chiaramente supporre un prossimo attacco di terra; attacco che gli inglesi fecero ben poco per nascondere data l’evidente concentrazione di forza ad Alessandria e il fatto che la loro posta aveva per intestazione “Forze Campali Costantinopoli”. Il 25 Marzo Enver Pascià affidò la difesa dei Dardanelli a Liman Von Sanders che, convinto che lo sbarco fosse imminente, pregò che il nemico gli lasciasse almeno otto giorno per organizzarsi. Gli vennero concesse quattro settimane! E nonostante ciò, a riprova dello stato semi comatoso dell’Impero ottomano, questa ingente finestra temporale fu a malapena sufficiente al generale tedesco per radunare sei divisioni la cui disposizione era però un immenso problema dato che indovinare dove gli anglo-francesi avessero tentato di sbarcare rasentava il tirare a sorte. Secondo Von Sander quattro erano gli obiettivi più probabili: la costa asiatica presso la baia di Besika oppure la penisola di Gallipoli nella strozzatura del golfo di Saros presso Bulair, dove la distanza tra l’Egeo e il Mar di Marmara era di appena 5 km, presso Gaba Tepe o all’estremità sud a Capo Helles. Da par suo Hamilton aveva l’opposto problema cioè quello di individuare il punto più opportuno per effettuare lo sbarco e raggiungere l’obiettivo che non era conquistare via terra Costantinopoli, ma aprire il passaggio attraverso gli Stretti alla flotta. Il golfo di Saros venne escluso perché da lì l’artiglieria navale non avrebbe potuto colpire i forti lungo i Dardanelli, inoltre Hamilton poteva contare solo su 75.000 uomini e temeva che queste forza potessero finire circondate tra Costantinopoli e la Tracia. La scelta del generale inglese fu dunque di colpire la punta meridionale della penisola di Gallipoli: la 29a divisione sarebbe sbarcata qui al fine di conquistare Achi Baba mentre gli ANZAC avrebbero preso terra poco più a Nord presso Gabe Tepe; allo stesso tempo sarebbero stati compiuti due attacchi diversivi uno ad opera dei francesi sulla costa asiatica e uno ad opera dei fanti di marina nel golfo di Saros. Furono ideati vari stratagemmi per massimizzare l’effetto sorpresa come l’uso di un’imbarcazione, la River Clyde, come una sorta di cavallo di Troia da arenare sulla spiaggia V così da portare rapidamente a riva centinaia di uomini, ma l’idea principale di Hamilton era quella di sbarcare di notte. Purtroppo questa opzione venne recisamente scartata dal troppo prudente comandante della 29a divisione Hunter-Weston che temeva la confusione che si sarebbe potuta creare; il comandante degli ANZAC Birdwood invece preferì corre il rischio così da fornire la massima copertura ai suoi uomini. Il 20 Aprile la forza d’attacco lasciò l’Egitto per concentrarsi a Mudros e da lì attese che le condizioni metereologiche divenissero opportune cosa che avvenne il 23 quando venne diramato l’ordine di avviare l’operazione. La sera del 24 iniziò il finto sbarco nel golfo di Saros, azione che si svolse senza problemi; poche ore dopo, all’1:30 del mattino, i primi 1.500 uomini degli ANZAC iniziarono a prendere posto nei mezzi da sbarco ed ad avvicinarsi alla costa, ma le correnti spinsero i rimorchi verso Nord davanti a un tratto scosceso segnato da dirupi e strapiombi che sarebbe passato alla storia col nome di ANZAC Cove. Alle 4:25 le difese turche, colte completamente di sorpresa, aprirono il fuoco contro le quarantotto imbarcazioni che si avvicinavano alla spiaggia; lo sbarco avvenne senza difficoltà, ma l’enorme confusione che si creò una volta toccato terra portò le unità a mescolarsi e confondersi rallentando l’avanzata. Nonostante ciò, a ulteriore riprova di quanto gli ottomani fossero stati presi in contropiede, la prima ondata di australiani avanzò nell’entroterra per quasi 1500 metri senza incontrare praticamente alcuna resistenza; una pattuglia giunse sino ad avvistare le acque dei Dardanelli. Più difficili furono invece le cose per la 29a divisione. Questa doveva sbarcare su quattro spiagge indicate con le lettere V, W, Y, X, S; ma le due spiagge centrali, W e V ai due lati di capo Hellas, erano gli unici due punti pesantemente presidiati dai turchi con filo spinato e nidi di mitragliatrice e quindi qui il tutto si trasformò in un bagno di sangue per gli inglesi. Lo sbarco su X ed S fu invece senza problemi in quanto si trattava di due punti che i turchi avevano considerato improbabili vista la conformazione del territorio, così i battaglioni che presero terra lì si trovarono praticamente senza opposizione e se avessero puntato verso l’interno avrebbero preso alle spalle le forze a difesa di W e V. Invece non vi fu il ben che minimo tentativo di sfruttare la situazione e in un ottuso rispetto degli ordini ci si limitò a prendere il controllo della spiaggia e iniziare a preparare delle trincee. La cosa grave fu che quest’inerzia venne approvata da Hunter-Weston il quale, completamente concentrato su W e V, non si rese conto della grandiosa occasione che si stava perdendo non sfruttando gli altri punti di sbarco. Ancor più grave fu l’occasione sprecata con lo sbarco sulla spiaggia Y, posta cinque km a nord rispetto a Capo Hellas, qui presero terra 2000 uomini che per undici ore vennero lasciati indisturbati dai turchi! In quelle undici ore avrebbero potuto facilmente prendere Achi Baba e colpire alle spalle i difensori di W e V, invece anche questa forza venne ignorata e anzi, dopo aver respinto senza troppe difficoltà un contrattacco ottomano nella notte, venne fatta rimbarcare sprecando così un’altra ottima occasione. A volte il generale Hamilton è stato criticato per la scelta dei luoghi di sbarco, in realtà questa è una critica ingiusta perché lo stesso Von Sanders ammise in seguito che questa serie di sbarchi, in vari punti unito con i due finti sbarchi, lo mandò completamente in confusione e per quasi 48 ore non fu in grado di capire dove fosse la vera minaccia. Semmai l’errore di Hamilton fu di non volersi intromettere sul modo in cui Hunter-Weston stava mettendo in atto l’operazione e così si limitò a suggerire di inviare altre truppe sulla spiaggia Y, non sollevando però obiezioni quando invece Hunter-Weston insistette per dirigere tutti i rinforzi su W e V dove l’attacco era bloccato. Più a nord, ad ANZAC Cove, l’avanzata dell’Intesa fu arginata dalla pronta reazione di uno dei pochi ufficiali turchi che si sarebbe distinto durante la guerra: Mustafà Kemal. Questi si trovava con la sua compagnia a 6 km dalla costa quando gli giunse notizia dello sbarco; mostrando un’attitudine completamente diversa dai comandanti inglesi Kemal non perse tempo e si diresse immediatamente a fare muro contro gli ANZAC. Nonostante pesanti perdite, quasi 2000 uomini, il fuoco degli shrapnel e un’accanita resistenza arginò l’avanzata degli australiani che iniziarono a rifluire verso la spiaggia, che si stava intasando visto che continuavano a giungere a terra sempre più truppe (verso sera sarebbero state quasi 15.000 in un fazzoletto di terra). Molti ufficiali, ancora inesperti, furono presi dal panico e mandarono rapporti così drammatici a Birdwood da fargli prendere seriamente in considerazione la possibilità di una ritirata. In realtà la situazione non era tragica perché le forze di Kemal erano a loro volta stremate da una giornata di durissimi scontri e non avevano né i numeri né il fiato per ricacciare in mare gli ANZAC. A salvare la situazione fu Hamilton che, giungendo per puro caso con la sua nave nei pressi di ANZAC Cove proprio mentre si discuteva se reimbarcare, inviò un messaggio a Birdwood che diceva “Avete superato la parte difficile. Ora dovete solo trincerarvi, trincerarvi, trincerarvi finché non sarete al sicuro.”; in un attimo i propositi di ritirata svanirono. Se Basil Liddell Hart lodò Hamilton per questo deciso ordinò che fermò la spirale di panico tra i vertici dell’ANZAC, al contrario Fromkin emise un giudizio di condanna affermando che Hamilton, invitando Birdwood a trincerarsi, creò le precondizioni perché Gallipoli divenisse una replica dello stallo del fronte occidentale. La critica di Fromkin è valida solo però a posteriori osservando il modo in cui vennero gestite le giornate successive, ciò in quanto l’ordine di trincerarsi poteva essere giusto se fosse servito solo a superare il panico del momento e non come premessa per un impantanamento dell’operazione sulle spiagge. Gli anglo-francesi infatti, nonostante le difficoltà incontrate nelle prime ventiquattrore, avevano ancora un’ampia superiorità numerica dato che, come detto, Von Sanders era stato subito in grado di capire dov’era la minaccia e dunque dove concentrare le sue truppe. Ciò che dunque bisognava fare, fintanto che ve n’era l’occasione, era rinnovare l’attacco e invece sia ad ANZAC Cove che a Capo Hellas si rimase nell’inattività per quasi tre giorni nel timore del contrattacco di un nemico che invece si era ritirato su una nuova linea difensiva davanti Krithia. Quando il 28 finalmente Hunter-Weston cercò di riprendere l’iniziativa l’afflusso di rinforzi ottomani aveva fatti quasi completamente perdere agli alleati il vantaggio del numero. Va detto che dal canto loro anche i turchi commisero errori imbarazzanti; questi infatti si sarebbero dovuti limitare a trincerarsi lasciando che il nemico si logorasse in quelle minuscole teste di ponte da cui non era in grado di uscire e invece Enver ordinò una serie di inutili contrattacchi per “buttare a mare gli invasori”. Contro i cannoni della flotta e un avversario trincerato le offensive ottomane, lanciate tra il 1° e il 2 Maggio, furono un inutile bagno di sangue che non produsse alcun risultato. Nonostante ciò l’Intesa stava ormai vedendo naufragare l’intera operazione; gli anglo-francesi si avviavano infatti a trovarsi nella medesima situazione in cui si sarebbero trovati gli alleati ad Anzio nel 1944: bloccati su una testa di ponte che era facilmente difendibile, grazie anche al supporto della flotta a largo, ma da cui non v’era modo d’uscire. Inoltre la posizione dei turchi era molto migliore di quella in cui si sarebbero trovati i tedeschi, infatti le truppe di Kesserling dovevano tenere testa sia alle forze alleate ad Anzio che a quelle che premevano sulla linea Gotica mentre gli ottomani, avendo le spalle sicure, potevano attendere all’infinito facendo solo opera di contenimento. Il 6 Maggio Hunter-Weston provò nuovamente a spezzare lo stallo, ma lo fece con un attacco che pareva una triste imitazione di quelli che stavano solo accumulando cadaveri sul fronte occidentale: nessuna sottigliezza tattica, ma solo assalto frontale su un fronte di appena 5 km e con un preavviso alle truppe di  sette ore. Stanca e sfiduciata la 29a divisione fu facilmente respinta e Hunter-Weston, imitando ulteriormente i suoi colleghi che operavano in Francia e nelle Fiandre, ritenne che la cosa migliore da fare fosse rinnovare il medesimo attacco nei due giorni successivi. Un ultimo assalto venne ordinato stavolta da Hamilton che gettò nella mischia le ultime tre brigate di riserva dopo aver affermato che l’intero schieramento dell’Intesa doveva “innestare la baionetta, impugnare i fucili e avanzare su Krithia alle 17:30 in punto”. Nonostante la retorica anche questo attacco fallì e fu così che in appena tre giorni gli anglo-francesi persero un terzo delle loro forze avendo in cambio un guadagno territoriale pari a zero. A questo punto la campagna di Gallipoli era di fatto persa; a nulla sarebbe servito il pesante afflusso di rinforzi che nei mesi successivi Londra diresse verso Oriente (alla fine in loco si trovarono 15 divisioni per quasi 500.000 uomini) perché non si riuscì mai a uscire da quelle maledette teste di ponte. Teste di ponte che divennero tristemente note in quanto essendo null’altro che sottili strisce di terra (ANZAC Cove era lunga 2,5 km e larga meno di un km) divennero ben presto terreno fertile per il diffondersi di pidocchi e malattie che angustiarono ulteriormente le già stanche e demoralizzate truppe. Hamilton tentò di capovolgere la situazione facendosi mandare degli ufficiali più risoluti e tentando nuovi sbarchi in altri punti della penisola, ma ormai la concentrazione di truppe turche era troppo elevata perché si potessero ripetere le eccezionali condizioni favorevoli dei primi due giorni dell’attacco. Probabilmente la soluzione più giusta sarebbe stata quella di ritirarsi già dopo il fallimento delle offensive di inizio Maggio, ma a Londra Kitchener e Churchill insistettero perché si continuasse l’attacco. Questa testardaggine fu fatale per Winston che, ingiustamente, venne identificato dall’opinione pubblica come la mente dietro l’operazione e quindi il responsabile delle perdite mentre Kitchener, che era stato il invece il primo ideatore di quel bizzarro piano di un’azione solo navale, sfruttò il suo enorme prestigio per mettersi al sicuro dalle critiche. Il 14 Maggio il leader conservatore Bonar Law offrì la disponibilità del suo partito ad entrare in un nuovo governo di grande coalizione chiedendo però in cambio la testa di Churchill sia perché considerato troppo ambizioso ed avventuroso, sia perché ormai si era messo contro l’intero Ammiragliato dove i militari non sopportavano più i tentativi di questo civile di dare ordini ai professionisti della guerra. Il nuovo governo Asquith venne inaugurato il 25 Maggio senza più Churchill come Primo Lord dell’Ammiragliato, ma col meno prestigioso incarico di Cancelliere del Ducato di Lancaster. I conservatori avrebbero voluto ritirarsi subito da Gallipoli, ma Kitchener, convinto che ciò avrebbe compromesso gravemente il prestigio inglese in Medio Oriente e in Asia, insistette per restare senza però essere in grado di tracciare una strategia per la vittoria. Si continuò a traccheggiare per tutta l’Estate e l’Autunno, mentre intanto il conto dei morti saliva, finché non si decise di sostituire Hamilton con Sir Charles Monro che, appena giunto a Gallipoli, dichiarò che l’unica opzione era la ritirata. Kitchener provò a tenere duro, ma dopo esseri recato di persona nella penisola non poté far altro che ammettere che ormai l’intera campagna si era trasformata in un pantano che invece di aggirare lo stallo del fronte occidentale, come si era sperato all’inizio, si era trasformato in una sua imitazione. Gli ANZAC furono i primi ad essere reimbarcati nella notte del 18 Dicembre, mentre le forze a Capo Hellas dovettero attendere l’8 Gennaio perché si iniziasse la loro evacuazione.

Gallipoli fu la fiera delle occasioni perse. Almeno quattro volte l’Intesa ebbe l’occasione di cogliere una facile vittoria, ma i dubbi e i nervi dei comandanti tanto della Royal Navy quanto dell’esercito fecero naufragare tutto. Certo va detto che l’operazione era nata male tra i mille dubbi se dovesse essere un’azione solo navale o se le truppe di terra avrebbero dovuto prendervi parte, ma resta il fatto che se De Robeck prima e Hunter-Weston dopo non si fossero lasciati sfuggire di mano delle vittorie già pronte e servite centinai di morti si sarebbero potuti evitare. Churchill pagò per tutti e, continuamente accusato di essere il responsabile del disastro, infine si dimise dal governo per andare a combattere in Francia riuscendo a rientrare, seppur con molte difficoltà, nell’agone politico solo dopo la fine della guerra. Sicuramente Winston fu usato come capro espiatorio in ragione del fatto che altrimenti si sarebbero dovute ammettere le mancanze degli alti gradi militari, Ammiragliato e Kitchener in testa, ipotesi considerata dal governo inaccettabile in tempo di guerra. L’unica colpa di Churchill fu quella di insistere su un’impresa ormai fallita, ma è altresì vero che questa era fallita per l’inettitudine dei comandanti in loco, inettitudine a cui lui aveva cercato in tutti i modi di porre rimedio fornendo consigli che, a posteriori, si deve ammettere fossero esatti. Nonostante già a guerra finita alcuni storici militari come Basil Liddell Hart cercarono di riabilitare l’opera del Primo Lord dell’Ammiragliato, il fantasma di Gallipoli continuò ad aleggiare su di lui e solo gli eventi del secondo conflitto mondiale riuscirono ad esorcizzarlo.

Cosa rimane della campagna di Gallipoli? A mio parere due cose: la consapevolezza di una grande occasione persa e la nascita di una coscienza nazionale per gli australiani e i neozelandesi. Non vi è dubbio infatti che fu ad ANZAC Cove che Australia e Nuova Zelanda iniziarono a prendere coscienza di loro non più come semplici dominion dell’Impero Britannico, ma come Nazioni con una loro identità. Lo stesso sarebbe successo due anni dopo ai candesi lungo i pendii di Vimy Ridge. Gallipoli rimane però soprattutto a mio parere il più concreto tentativo fatto dall’Intesa di aggirare un fronte occidentale ormai già bloccato in uno stallo insolubile. Sono infatti convinto che l’idea di prendere alle spalle gli Imperi Centrali colpendo il nemico più debole, l’Impero Ottomano, fosse valida e la descrizione che ho fatto di questa campagna credo abbia mostrato quanto i turchi furono ad un passo dal disastro. Se Costantinopoli fosse caduta difficilmente il governo ottomano avrebbe continuato il conflitto e con l’Intesa saldamente installata sul Bosforo la Bulgaria sicuramente ci avrebbe pensato due volte prima di scendere in campo a fianco di Berlino. Oltre a ciò si sarebbe potuta aprire la via del Mar Nero per rifornire i russi mentre Romania e Grecia avrebbero avuto ottimi motivi per imitare l’Italia e rompere gli indugi entrando in guerra. A quel punto, con gli interi Balcani schierati a fianco dell’Intesa, si sarebbe potuto colpire il barcollante Impero Asburgico su tre fronti (Italia-Balcani-Galizia) e, una volta messa fuori gioco Vienna, andare a bussare alla porta di servizio della Germania. Se si tiene conto che tra il 1915 e il 1918 gli inglesi dovettero impegnare in Siria e Palestina quasi 550.000 uomini per vincere la resistenza turca, immaginiamo cosa avrebbero potuto fare questi uomini se fossero stati disponibili per una campagna balcanica, magari insieme a quelle forze che in seguito avrebbe composto l’Armata alleata in Oriente, già alla fine del 1915. Certo si tratta di una storia fatta coi se e dunque per sua natura incerta, ma resta il fatto che la Germania fu vinta nel 1918 solo quando i suoi alleati orientali crollarono e che l’armistizio di Compiègne fu firmato senza che le forze dell’Intesa, pur con i rinforzi americani, fossero riuscite a ricacciare via i tedeschi dai territori che occupati nei primi mesi del 1914.

 

Bibliografia:

  • Basil Liddell Hart, La prima guerra mondiale
  • David Fromkin, Una pace senza pace – La caduta dell’Impero Ottomano e la nascita del Medio Oriente moderno
  • David Stevenson, La Grande guerra

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