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Le origini della Grande Guerra – Parte III: Francia e Germania dal fantasma di Sedan alla vigilia della crisi di Tangeri

Se c’è una cosa di cui, forse, Otto Von Bismark si pentì sul suo letto di morte, questa potrebbe essere stata la decisione di accontentare lo Stato Maggiore prussiano quando, nel 1871, insistette perché nella pace con la Francia fosse inserita la cessione dell’Alsazia-Lorena al Reich. Bismark non era uomo da sentimentalismi e non aveva per quelle terre di frontiera alcun “romantico” desiderio di ricondurle alla patria germanica; furono i generali a convincerlo che per la difesa del nuovo Reich fosse vitale spostare il confine con la Francia al di là del Reno sui Vosgi. Il cancelliere di ferro accettò non immaginando che questa scelta avrebbe segnato i successivi cinquant’anni di rapporti tra la Francia e la Germania. Nella prospettiva di Bismark la Francia avrebbe dovuto metabolizzare Sedan come aveva fatto con Waterloo, stabilendo rapporti di buon vicinato con la Germania così com’era riuscita a fare con il Regno Unito dopo le guerre napoleoniche; ma l’amputazione delle due province assunse sin da subito le fattezze di un’ossessione nazionale, un marchio d’infamia da rimuovere. Come ho già raccontato in un articolo dedicato proprio alla storia di queste due terre contese il miglior esempio del modo in cui i francesi vedevano la questione alsaziano-lorenese era il fatto che in tutte le scuole le cartine geografiche della Francia presentavano quelle due zone velate di nero così che le nuove generazioni nonBettanier_La_tache_noire dimenticassero mai. Ogni speranza della Germania di avere relazioni normali con un paese in cui la revanche divenne la parola d’ordine di una meta ideale a cui tendere, vennero col tempo abbandonate a favore di una costante guerra fredda. In un primo momento comunque Bismark non credette che la Francia fosse qualcosa di cui preoccuparsi più di tanto. Dopotutto nel 1871 Parigi era a terra da ogni punto di vista: era a terra economicamente, gravato da un debito di guerra di 5 miliardi di franchi da pagare in tre anni, militarmente, con il famoso esercito francese debellato in maniera più che umiliante, e politicamente spaccato dalla guerra civile e dall’incertezza istituzionale. La Comune di Parigi si era infatti conclusa in un bagno di sangue, la repressione fece in pochi mesi più morti di tutta la rivoluzione francese, e nel Parlamento provvisorio la netta maggioranza dei deputati era a favore di una restaurazione della monarchia. In effetti si andò molto vicini al ritorno di un re in Francia in quanto i due rami del movimento monarchico, orleanisti e legittimisti, erano riusciti a mettere da parte le loro divergenze dinastiche stringendosi attorno ad Enrico d’Artois, nipote di Carlo X, che però perse l’occasione di salire al trono per una gaffe di dimensioni epiche: il rifiuto assoluto di accettare il tricolore come bandiera nazionale. Sembrerà cosa da poco, ma subito dopo una bruciante sconfitta quella bandiera, che ricordava i trionfi della rivoluzione e di Napoleone I, era molto sentita e l’idea di sostituirla con il vessillo bianco dei Borboni trovava pochi sostenitori. A fronte dello stallo i monarchici pensarono di trovare l’uovo di Colombo congelando la situazione: confermare momentaneamente la Repubblica, eleggendone a presidente un monarchico, in attesa che Enrico d’Artois passasse a miglior vita per dare la corona al nipote di Luigi Filippo d’Orleans. Come abbiano creduto che un simile piano potesse aver successo è un mistero; perché era ovvio che più tempo si dava alla Repubblica di mettere radici e più difficilmente la si sarebbe potuta rovesciare in un secondo momento. Infatti, come voleva dimostrarsi, alle prime elezioni dopo il conflitto, quelle del 1876, i repubblicani ottennero la maggioranza; il presidente della Repubblica, generale Patrice de Mac-Mahon, che come dette era stato messo lì per tenere il trono pronto per il re, tentò il colpo di forza sciogliendo immediatamente la nuove camere. Risultato? Alle elezioni dell’anno dopo la Coalizione Repubblicana ebbe una maggioranza ancora più schiacciante e tanto gli Orleans quanto i Borboni dovettero dire addio al sogno di una seconda restaurazione della monarchia in Francia. In effetti la Repubblica stava dando ampia prova, nonostante l’instabilità dei governi, di essere in grado di guidare il paese verso la rinascita dopo la sconfitta. Sfruttando una grande reazione d’orgoglio nazionale si riuscì infatti in pochi anni a rimuovere le macerie materiali del disastro del 1870-71. Già nel 1873 il debito di guerra con la Germania era stato interamente ripagato e gli ultimi soldati del Reich lasciarono il suolo francese; l’economia rifiorì e nel 1878 l’esposizione universale tenuta a Parigi dimostrò al mondo la forza del nuovo regime repubblicano che, stabilizzatosi, sotto la direzione di uomini come Leon Gambetta e Jules Ferry iniziò a preparare il paese per il giorno della revanche. Prima cosa da fare era trovare un’occasione di riscatto tanto per il paese quanto per il suo esercito e l’imperialismo coloniale oltremare parve a tutti essere lo strumento migliore. Inaspettatamente fu proprio Bismark a incoraggiare la Francia a compiere i primi passi che l’avrebbero portata a governare il secondo impero coloniale del mondo. Oltre Reno infatti il cancelliere di ferro stava conducendo una politica volta a rendere la Germania l’arbitro di un nuovo equilibrio continentale che, attraverso una serie di alleanze, creasse una situazione di pace imposta con la forza dei tre imperi conservatori coalizzati. Esclusa infatti la possibilità di una normalizzazione delle relazioni con i francesi, Bismark si adoperò per isolare diplomaticamente l’irrequieto vicino legando al Reich le uniche due grande potenze cui Parigi poteva rivolgersi: Russia e Austria-Ungheria (Londra era esclusa in ragione del suo splendido isolamento). Tra il 1872 e il 1873 Bismark, dopo alcuni contatti preliminari con Vienna, prima finse di negoziare un’alleanza segreta di mutuo soccorso con la Russia, per poi agire da intermediario tra lo Zar Alessandro II e l’Imperatore Francesco Giuseppe convincendoli a stipulare un accordo di concertazione sulle questioni che coinvolgevano le due potenze. Nasceva così la Lega dei tre imperatori, baluardo della pace Europea. Sfortuna volle che pochi anni dopo, precisamente nel 1877, Vienna e Pietroburgo iniziassero a litigare per i Balcani. Questa storia l’ho già narrata nel primo articolo di questa serie per cui, anche per ragioni si spazio, non vi tornerò su limitandomi a ricordare che, a seguito della pace di Santo Stefano che concluse la guerra russo-turca, per scongiurare il rischio di una guerra tra austro-inglesi e russi, Bismark convocò a Berlino tutto le potenze europee allo scopo di discutere in merito ai Balcani e all’instabile Impero Ottomano. A lato di queste trattative Bismark si avvicinò tanto alla Francia che all’Italia, usando con noi il suo secondo Von Bulow per rendere la cosa meno ufficiale, invitandole a procedere all’occupazione della Tunisia che, all’epoca, era ufficiosamente ancora una provincia dell’Impero Ottomano. Entrambi i paesi nutrivano ambizioni coloniali su Tunisi e la mossa di Bismark aveva un duplice scopo: in primo luogo spostare lo sguardo francese dai Vosgi, in secondo luogo provocare una frattura tra Roma e Parigi. Il governo italiano infatti ci teneva a mantenere buone relazioni con la Francia sia per il filo-francesismo del Presidente del Consiglio Cairoli sia per il timore di un intervento di Parigi per restaurare il Papa re. Roma sicuramente era interessata a Tunisi, ma sembrava incerta sul muoversi sia per i costi dell’impresa sia per il timore di scontentare la Francia e infatti celebre è rimasta la risposta che diede il nostro plenipotenziario conte Corti a Von Bulow “Voi volete farci litigare con la Francia!”. Parigi non colse subito l’invito di Bismark, ma diede ufficiosamente il suo appoggio all’azione diplomatica del suo console a Tunisi Roustan, intesa ad aumentare la sfera d’interessi francesi per giustificare una futura occupazione. Uscito si cena il suo collega inglese, ritirato da Londra che aveva a sua volta accettato che Tunisi sarebbe stata francese, Roustan diede inizio a un conflitto sotterraneo con il console italiano Maccio. Infine nel 1881, nonostante fosse anno d’elezioni in Francia, il governo si risolse ad agire nel timore che Bismark potesse cambiare idea e spostare il suo appoggio sull’Italia; il 12 maggio venne firmato il trattato del Bardo con il quale la Tunisia diveniva protettorato francese. Chi a Parigi temeva dimostrazioni di ostilità dell’opinione pubblica all’impresa, anche per la memoria del disastro messicano di Napoleone III, dovette invece constatare una generale accettazione del fatto; l’unica opposizione venne da personalità radicali come Clemenceau o lo scrittore Guy de Maupassant che accusarono il governo di aver agito solo per garantire gli interessi economici del Primo ministro Ferry. Nasceva così l’imperialismo coloniale francese che, a differenza di quello britannico, primariamente non sarebbe stato di natura economica, bensì politica e “di prestigio”. Bismark non poteva immaginare che, offrendo Tunisi a Parigi, metteva la Francia sulla strada che gli avrebbe dato nel 1914 mezzo milione di eccellenti truppe senegalesi, marocchine e algerine decisive sulla Marna e poi a Verdun. Il cancelliere tedesco intanto continuava a lavorare per tessere la rete d’alleanze che avrebbero dovuto garantire la sicurezza del Reich; il primo passo era un’alleanza con l’Austria tutt’altro che facile da raggiungere però visto che Vienna non voleva saperne nel partecipare a una guerra con la Francia. Visto che il timore principale di Bismark era la possibilità di un coalizzarsi di Francia e Russia, nel 1879, con una serie di giochi di prestigio, riuscì infine a convincere il conte Andrassy, ministro degli esteri austriaco, a firmare un trattato che, ufficialmente, era anti-russo, ma obbligava entrambe le parti a scendere in guerra anche nell’ipotesi in cui la guerra fosse iniziata da una terza potenza che fosse stata aiutata dalla Russia. Il ragionamento del cancelliere tedesco era che Parigi non avrebbe mai rischiato la guerra con la Germania da sola, e in quel caso il Reich avrebbe potuto regolarla da solo, ma in caso di attacco congiunto franco-russo vi sarebbe stata la necessità di qualcuno che supportasse le truppe tedesche ad est. Per essere però sicuro che i Balcani non finissero per portare la Germania in una guerra non voluta, Bismark fece inserire un memorandum in cui si diceva che nessuna questione risolta o meno dal Congresso di Berlino avrebbe giustificato un casus belli con la Russia a meno che non fosse stata questa l’aggressore manifesto. Il cancelliere di ferro però, al contrario dei suoi successori, riteneva che la Russia, pur se non amata, andasse comunque tenuta più come amica che come nemica; per questo motivo, subito dopo aver firmato la Duplice alleanza con Vienna, prese contatti con Pietroburgo per 5961460_origresuscitare la Lega dei tre imperatori. Queste trattative, interrotte dalla morte dello zar Alessandro II, si conclusero infine con la firma il 18 Giugno 1881 dell’Alleanza dei tre imperatori (Dreikasierbund) in base alla quale i tre imperi si garantivano vicendevolmente una neutralità benevola in caso di guerra con un’altra potenza e la concertazione riguardo a ogni vicenda attinente il destino della Turchia. Un anno dopo il sistema bismarkiano venne completato con la firma, per cinque anni, del primo trattato della Triplice che legava, in un patto difensivo, Germania, Austria-Ungheria e Italia. Il cancelliere tedesco coglieva i frutti della sua politica di frattura tra Roma e Parigi. Lo “schiaffo di Tunisi” aveva infatti fatto sentire l’Italia paurosamente isolata a livello internazionale e il timore costante che qualcuno potesse intervenire per restaurare il dominio papalino creò il clima opportuno per l’azione di Bismark. In Italia né Depretis né Cairoli erano troppo felice di un’alleanza con la Germania perché temevano che ciò avrebbe potuto portare l’Italia a una non voluta guerra con la Francia oltre che indirizzare la politica interna in senso conservatore, ma costatando che la Triplice, di fatto, annullava il rischio di un intervento austriaco o francese a favore del papa ci si decise a ingoiare il rospo. Con la Triplice da un lato e il Dreikaiserbund dall’altro Bismark aveva ridotto la Francia a un angolino diplomatico; era il suo trionfo, ma entrambi i trattati avevano in sé dei pericolosi germi che avrebbero potuto vanificarli. Dal lato del Dreikaiserbund bisognava chiedersi per quanto tempo Vienna e Pietroburgo sarebbero riuscite ad andare d’accordo in merito ai Balcani, mentre per quanto riguardava la Triplice l’irredentismo italiano rendeva incerte le possibilità di una collaborazione costruttiva sul lungo periodo tra l’Austria e l’Italia.

La prima a scricchiolare fu l’alleanza dei tre imperatori, troppi erano i motivi di attrito tra Russia e Austria perché si potesse sperare che una loro costante opera di concertazione li potesse rimuovere. Come già raccontato il punto di rottura si ebbe nel 1885 per le vicende riguardati la Bulgaria, allora protetta della Russia, e la Serbia, satellite austriaco sotto Milan Obrenovic. Bismark ce la mise tutta per tenere le file della situazione, anche minacciando l’Austria di non supportarla se avesse provocato una guerra con la Russia nei Balcani, ma alla fine, nonostante la guerra non scoppiò, il Dreikaiserbund era divenuto un corpo vuoto in attesa solo di essere sepolto. Per il cancelliere tedesco non vi poteva essere momento peggiore per una crisi del suo sistema di alleanze visto che in Francia vi era un improvviso ritorno di fiamma revancista. Oltre Reno infatti la progressiva consapevolezza che la riconquista dell’Alsazia-Lorena non sarebbe stata questione di anni, ma forse di decenni e più stava iniziando a provocare dei moti d’ostilità nei confronti del regime repubblicano che, come scrisse l’ambasciatore inglese, “ha ormai sedici anni di vita, tempo medio sufficiente a stancare i francesi di una determinata forma di governo.”. La Francia si era accanitamente dedicata a ricostruire il suo esercito su basi più solide di quelle del 1870-71; a tal scopo venne istituito il servizio militare obbligatorio con ferma di cinque anni, creato uno Stato Maggiore moderno, costruito un imponente sistema di fortificazioni al confine e adottati nuovi modelli di fucili e cannoni. Soprattutto però nacque una nuova generazione di ufficiali, molti dei quali provenienti dall’emigrazione alsaziano-lorenese, dediti allo studio delle materie militari, al contrario dei loro predecessori del secondo impero dediti ai caffè, e che si sarebbe fatta le ossa nei vari conflitti coloniali. Era ovvio però che nel clima post sconfitta il paese, dovendo cercare un nuovo simbolo di unità nazionale attorno cui stringersi, finì per trovarlo in un esercito così coccolato dal potere politico. Il rischio era che questi entusiasmi potessero dar luogo a pulsioni bonapartiste nel caso dell’emergere di un qualche avventuriero abbastanza spregiudicato; quest’avventuriero fu il generale Georges Boulanger. Già comandante delle forze francesi in Tunisia questo generale era divenuto nel 1886 ministro della guerra portando avanti una serie di riforme per migliorare la situazione dei soldati; allo stesso tempo però solleticò costantemente il desiderio di rivincita francese con un’oratoria infuocata e fece innamorare di sé le folle mostrandosi in sella a un meraviglioso cavallo nero durante la parata del 14 Luglio. La sua crescente popolarità spaventò il governo che nel 1887 lo dimissionò da ministro e, poco dopo, lavorò anche per farlo cacciare dall’esercito sotto l’accusa d’insubordinazione. Ovviamente questi eventi non fecero che aumentare ancora l’isteria delle folle per Boulanger che venne portato in parlamento con una valanga di suffragi. Bismark era a sua volta molto preoccupato perché temeva che in caso di salita al potere di Boulanger un  nuovo conflitto franco-tedesco, per altro auspicato da molti a Berlino, potesse diventare all’ordine del giorno. Mantenendo la calma, e non facendosi incantare dalle sirene dello Stato Maggiore per una guerra preventiva, il cancelliere rimase ad osservare preparando però allo stesso tempo il terreno per ogni evenienza rinnovando la Triplice, stavolta accontentando alcune delle richieste italiane, e cercando una soluzione con la Russia che, prevedibilmente, aveva dichiarato di non essere interessata a un rinnovo del Dreikaiserbund. Qui Bismark compì il suo capolavoro, un vero saggio di machiavellismo diplomatico; se non era possibile tenere uniti Russia e Austria allora la Germania avrebbe siglato un trattato segreto con la sola Russia in conformità coi suoi interessi. Quello che sarebbe passato alla storia come il Trattato di controassicurazione prevedeva la reciproca neutralità benevola in caso di guerra con una terza potenza purché tale guerra non fosse iniziata da Germania o Russia contro Francia o Austria; la Germania inoltre riconosceva i diritti della Russia nei Balcani e si impegnava ad agire affinché lo status quo della penisola non fosse violato da nessuno (leggi Austria-Ungheria). Come per il successivo accordo franco-italiano gli storici della politica estera si sono sforzati di dimostrare che il trattato di controassicurazione non fosse in alcun modo in contrasto con gli impegni della Triplice. Sicuramente da un punto di vista formale questo trattato era legittimo, ma moralmente era scorretto in quanto metteva Bismark nella condizione di decidere come meglio gli aggradava da che parte mettersi nel caso di una guerra tra Russia e Austria. Il cancelliere era perfettamente a conoscenza delle mire austriache nei Balcani e garantirne segretamente lo status quo alla Russia era un chiaro agire alle spalle dell’alleato in un settore di suo primario interesse. A Bismark però i Balcani non interessavano per niente, lui voleva solo impedire che Francia e Russia potessero avvicinarsi e se ciò voleva dire agire alle spalle dell’Austria non ci avrebbe perso il sonno. Bismark comunque continuò a lavorare per tenere a bada l’Austria e per calmare i bollenti spiriti dello Stato Maggiore tedesco che parlava sempre più spesso di guerra non solo ad ovest verso la Francia, ma anche ad est verso la Russia. In Francia intanto l’estasi boulangerista aveva raggiunto il suo apice nel 1888 quando, dopo che il governo per calmare il Reich aveva abolito la ferma cinquennale, l’ex-generale si era dimesso da deputato in aperta opposizione con le scelte dell’esecutivo. Tutti, dai radicali repubblicani ai monarchici, si stringevano attorno a Boulanger apparentemente però senza sapere bene con quale esito finale: Presidente della Repubblica? Dittatore? Restauratore della monarchia? Comunque nel Gennaio 1890 la Francia era in pieno clima da pre-colpo di stato, sarebbe bastata solo un ordine di Boulanger per scatenare la rivolta che, molto probabilmente, si sarebbe conclusa con lui portato in trionfo all’Esliso; ma nel momento culminante l’eroe del popolo si bloccò. Curzio Malaparte affermò che una delle condizioni necessarie per un colpo di stato è il saper cogliere l’attimo fuggente in cui tutto è dalla parte dei golpisti; Boulanger se lo lasciò scappare e un secondo dopo iniziò la sua parabola discendente. Infatti i suoi sostenitori rimasero interdetti e delusi di fronte al leone trasformatosi improvvisamente in micino e il governo repubblicano non si lasciò sfuggire l’occasione per eliminare il problema emettendo un mandato d’arresto nei suoi confronti. Costretto a fuggire prima in Belgio e poi a Londra, Boulanger concluderà la sua vicenda sparandosi un colpo in testa sulla tomba della sua amante morendo “da subalterno, com’era vissuto” secondo un caustico epitaffio di Clemenceau. Durante però i giorni di fuoco del Gennaio 1890 Bismark era stato costantemente a un passo dal dichiarare guerra alla Francia; infine ancora una volta poté gloriarsi della sua perspicacia perché la Germania si era evitata un conflitto mentre Parigi usciva dalla vicenda quanto meno umiliata dalla sua conclusione farsesca. Anche il cancelliere di ferro però , apparentemente al suo apice, stava per fare i conti con la massima latina “sic transit gloria mundi”.

Il 9 Marzo 1888 moriva Guglielmo I re di Prussia e primo Kaiser di Germania; il nuovo Kaiser Federico III era una persona di idee liberali che aveva sposato una delle figlie della regina Vittoria. Alcuni storici hanno supposto che fosse sua intenzione dare una svolta in senso maggiormente costituzionale alla monarchia tedesca, ma appena tre mesi dopo essere salito al trono morì a causa delle complicazioni seguite al tentativo di rimuovere chirurgicamente un incurabile cancro alla laringe. La corona di Prussia e Germania giunse così nelle mani di un giovane ventinovenne che avrebbe influenzato l’intera politica europea fino allo scoppio della guerra del 1914: Guglielmo II. Fino a quel momento nel Reich vi era stato un monarca ufficiale, il Kaiser, e un monarca di fatto, Bismark, ma Guglielmo II non era disposto a fare il semplice firma carte del suo cancelliere e sin da subito tra i due fu scontro aperto. Bismark tentò in tutti i modi di calmare i bollenti spiriti del giovane monarca, ma quando si giunse al nodo gordiano del rinnovo del trattato di controassicurazione la situazione precipitò. Bismark infatti era riuscito a convincere Guglielmo a dare il suo assenso al rinnovo, ma nel farlo aveva deciso di non presentargli 1890_Bismarcks_Ruecktrittalcuni documenti, da lui giudicati a ragione ingiustificatamente allarmisti, che davano a vedere intenzioni ostili della Russia verso la Triplice. Quei documenti però giunsero lo stesso nelle mani del Kaiser portati dal barone Holstein, nemico di Bismark e futura eminenza grigia della politica estera tedesca; il Kaiser accusò il cancelliere di avergli mentito e Bismark, in contrasto col giovane monarca anche per questioni di politica interna, decise il 18 Marzo 1890 di dare le dimissioni chiudendo oltre trent’anni di storia politica tedesca. Guglielmo II, in uno dei suoi primi cambi di posizione che lo avrebbero poi reso famoso, si dichiarò ancora pronto a rinnovare il trattato con la Russia, ma ancora una volta Holstein agì per convincerlo del contrario. Così il capolavoro politico di Bismark venne messo in soffitta lasciando mani libere alla Francia di avvicinarsi alla Russia. Non vi è libro che si occupi degli eventi che portarono alla Grande Guerra che non abbia un capitolo dedicato alla figura del Kaiser Guglielmo II, sicuramente uno dei personaggi più controverse della storia. Negli anni successivi alla guerra molti politici tedeschi come Von Bulow, probabilmente anche per ridurre il peso delle proprie responsabilità, hanno adombrato il dubbio di una malattia mentale del Kaiser, tesi seguita poi da alcuni storici alla ricerca del “cattivo”. Il giudizio non è solo estremamente scorretto, ma anche profondamente ingiusto nei confronti del personaggio; volendo essere cattivi Guglielmo II, al massimo, può essere definito eccentrico, volendo invece essere giusti l’aggettivo corretto per definirlo sarebbe vulcanico. Guglielmo infatti era una persona dotata di grandi talenti nonché di un’intelligenza viva e attenta, il suo problema è che questi talenti erano troppi e si mischiavano costantemente spingendolo a intervenire su tutto lo scibile umano dalla politica estera, alla strategia militare, alla costruzione di palazzi fino a metodi per gareggiare col suo yacht. E’ molto probabile che soffrisse di un forte complesso di inferiorità dovuto anche alla menomazione fisica che lo accompagnava sin dalla nascita; il suo parto infatti era stato molto difficile e i medici, per farlo uscire, furono costretti a usare le maniere forti provocandogli una lussazione del braccio che non guarì mai. Sua madre ebbe scarso affetto per lui, ma in generale per tutti i suoi otto figli, tentando però di compensare ciò con un’attenzione quasi ossessiva alla istruzione; questo atteggiamento provocò un moto di ribellione nel giovane Guglielmo che, da un lato, sviluppo un sentimento d’amore-odio per il Regno Unito, patria della madre, e dall’altro lo portò ad avvicinarsi a quegli ambienti conservatori – militaristi prussiani che rappresentavano l’esatta antitesi alle idee liberali che i suoi precettori tentavano di inculcargli. Del suo modo di governare l’aspetto più importante, ai fini della nostra narrazione, è quel tentativo di portare avanti una diplomazia personale parallela a quella ufficiale del governo. Guglielmo era infatti solito intervenire in politica estera scrivendo personalmente agli altri monarchi europei, con cui era nella maggior parte dei casi imparentato, per rimanere poi profondamente offeso quando questi non capivano le sue buone intenzioni o ne fraintendevano, a suo parere, il pensiero. Appare chiaro quale alchimia fatale venne a crearsi dall’unione tra una personalità del genere e un ministero degli esteri, guidato da dietro le quinte dall’intrigante Holstein, proteso a rivoluzionare completamente la politica bismarkiana. Weltpolitik, politica mondiale, ecco come è stata battezzata la politica estera tedesca dell’era di Guglielmo II intesa a dare alla Germania un ruolo in ogni vicenda mondiale. Mentre però la politica di Bismark era sempre ponderata e attenta alla sostanza, la Weltpolitik apparve ai più scomposta e di pura apparenza, come il pretendere dalla Cina una base navale o usare la flotta per costringere il Venezuela a ripagare il suo debito, dando così l’idea di essere la manifestazione pura dell’aggressività militarista tedesca. Servirebbe un articolo a parte per tratteggiare la politica mondiale tedesca in ogni suo aspetto, ma per la parte che più ebbe concorso a creare le condizioni per la conflagrazione del 1914 ci concentreremo su due aspetti: la politica delle alleanze e la flotta. Sulle decisione di dare inizio alla costruzione di una gigantesca flotta che potesse essere competitiva con quella inglesa ho già raccontato nell’articolo dedicato al Regno Unito, mi limiterò quindi a un riassunto aggiungendo solo alcuni dettagli su come in Germania nacque questa ossessione navale. L’origine va ricercata in un libro “L’influenza del potere marittimo nella storia” del capitano americano Alfred Mahan in cui era teorizzato il ruolo centrale del controllo dei mari non solo in tempo di guerra, ma anche in anni di pace. Guglielmo II, da sempre amante del mare e delle navi, rimase conquistato da quest’opera e si convinse della necessità per la Germania di dotarsi di una grande flotta da guerra; per far ciò il Kaiser nominò segretario alla marina l’ammiraglio Alfred Tirpitz fermo sostenitore della costruzione di una flotta offensiva che andasse a competere direttamente con quella inglese. Dal 1897 iniziarono così ad essere varate una serie di leggi navali che avevano come priorità la costruzione di grandi corazzate e incrociatori. Come ho già raccontato gli storici non sono concordi su quanto questa flotta tedesca rappresentò un’ossessione per l’Ammiragliato britannico, ma sicuramente non rese più facili i rapporti con Londra perché gli inglesi lessero l’atteggiamento tedesco come volutamente sprezzante mentre Tirpitz pose costantemente il suo veto a ogni trattativa con il Regno Unito che comprendesse un rallentamento sulle leggi navali. E giungiamo così al nodo delle alleanze. Come abbiamo visto l’inaugurazione del regno di Guglielmo vide la definitiva rottura con la Russia con la scelta di non rinnovare il trattato di controassicurazione. La politica del nuovo cancelliere Caprivi, che poi era la politica di Holstein, era diretta a stringere i rapporti con l’Austria-Ungheria, dando anche le prime garanzie a Vienna in materia balcanica, cercando poi anche l’alleanza con il Regno Unito. Anche questa storia l’ho già interamente narrata nel precedente articolo concludendo che la Germania, con il suo tentativo di costringere la Gran Bretagna a uscire dal suo splendido isolamento stringendo un’alleanza formale, perse l’occasione storico di un accordo con Londra su basi sicuramente meno solide di un’intesa militare formale, ma sufficiente a traghettare gli inglesi nell’orbita della Triplice. La ricaduta più pesante del nuovo corso diplomatico tedesco fu però la fine dell’isolamento diplomatico francese, obiettivo cui Bismark si era costantemente dedicato del 1871 in poi. Parigi fu lesta a cogliere l’occasione offertagli dalla caduta del cancelliere di ferro intensificando la sua opera diplomatica a Pietroburgo. Apparentemente non vi poteva essere nulla di più innaturale che un’alleanza tra l’autocrazia zarista e la repubblica francese, e in effetti in Russia erano molti a guardare con ostilità al regime repubblicano parigino, ma entrambi i paesi avevano necessità di uscire dall’isolamento rispetto alla Triplice. Lo zar Alessandro III doveva contemporaneamente fare i conti con un Reich che non era intenzionato a siglare alcun nuovo accordo, con una penisola balcanica dove il rischio di uno scontro con Vienna era più vivo che mai e infine a una Gran Bretagna che, in quel momento, gravitava pericolosamente nelle vicinanze di Berlino. La Francia inoltre stava finanziando fortemente l’economia russa che, proprio in quegli anni, stava iniziando a industrializzarsi e la necessità di mantenere costante il flusso dei capitali francesi spingeva Pietroburgo a fare buon viso a cattivo gioco. Nel 1891, in contemporanea col primo incontro dei ministri 250px-Le_Petit_Journal_Franco_Russian_Alliance_1893degli esteri dei due pesi, una squadra navale francese fece scalo a Kronstadt e qui venne accolta con entusiasmo dalla popolazione e dalla gemella russa; fatto però simbolicamente ancora più importante fu che lo zar, visitando la nave ammiraglia Marengo, all’esecuzione della Marsigliese, inno vietato in Russia, ascoltò a capo scoperto. Fu il segnale dell’inizio delle trattative condotte con entusiasmo da Parigi, ma con circospezione e incertezze da Pietroburgo che sperava ancora di riconciliarsi con la Germania. In effetti in quel momento la Russia non aveva alcuno screzio con Berlino, che era invece il nemico della Francia, mentre la sua ostilità era diretta contro l’Austria-Ungheria, con cui invece era Parigi a essere in rapporti normali. Berlino e Vienna erano però legate dalla Triplice e quindi, indirettamente, Pietroburgo non poetava tutelarsi dalla seconda senza fare lo stesso con la prima. Il 17 Agosto 1892 lo zar diede il suo assenso perché si iniziasse a discutere coi francesi una convenzione militare che implicasse un piano di guerra verso la Triplice nella sua interezza. Ci vollero però altri due anni perché l’accordo fosse raggiunto, due anni in cui Parigi fece di tutto per ingraziarsi i russi dal mandargli indietro gli anarchici esuli, al fare la faccia feroce con gli inglesi in Asia fino ad accogliere con tutti gli onori la flotta russa che nel 1893 ricambiò la visita di Kronstadt. Infine il 4 Gennaio 1894 venne firmata la convenzione militare segreta franco-russa, non un’alleanza perché questa sarebbe dovuta passare al parlamento francese, che impegnava i due paesi alla reciproca assistenza nel caso fossero stati aggrediti da una potenza della Triplice; specifiche convenzioni tra gli Stati Maggiori sincronizzarono poi le tabelle di mobilitazione e i piani di guerra dei nuovi alleati. Punto fondamentale del nuovo accordo, soprattutto in prospettiva di ciò che sarebbe successo nel Luglio-Agosto 1914, era l’obbligo reciproco di mobilitare qualora una qualsiasi parte della Triplice Intesa lo avesse fatto per prima; in tal modo i francesi per primi dettero per scontato che in caso di conflitto balcanico tra Austria e Russia sarebbe stato inevitabile un coinvolgimento tanto di Parigi quanto di Berlino. L’equilibrio bismarkiano veniva definitivamente sepolto e iniziava invece l’epoca della polarizzazione dell’Europa in due coalizioni contrapposte. Per Parigi la firma dell’accordo con Pietroburgo fu un grande successo che andò a coronare l’avvio di una dei periodi più felici della storia francese. Il paese infatti stava progressivamente uscendo dal ombra di Sedan accettando che la revanche, probabilmente, sarebbe stata appannaggio di un’altra generazione. Nonostante che tutti gli spettacoli del Moulin Rouge o del Moulin de la Galette si250px-Paris_1889_plakat concludessero sempre con una fanciulla alsaziana in costume nazione e che la lega patriottica di Déroulède teneva vivo l’odio per la Germania, la Francia stava entrando negli splendori della Belle Époque apice del trionfo della borghesia e segnata da un benessere generalizzato. Sono gli anni in cui nascono i grandi magazzini (il paradiso delle signore di Zola), in cui l’Orient Express, partendo dalla Gare de l’est, attraversa mezza Europa e in cui, per celebrare il centenario delle rivoluzione e l’esposizione universale del 1889, viene costruita la Torre Eiffel. Sono però anche gli anni del cinematografo dei fratelli Lumiere, del verismo di Zola, dell’impressionismo e post impressionismo, dei poeti maledetti e del can-can guardato mentre si sorseggia un bicchiere della fata verde. L’imperialismo coloniale sta raggiungendo il suo apice con l’annessione dell’Indocina, del Madagascar e la marcia verso l’interno dell’Africa a partire dalle coste senegalesi direzione Nilo. Il regime repubblicano è riuscito a mettere radici nonostante la volatilità dei suoi governi e la tendenza agli scandali come quello di Panama in cui, tra gli altri, venne coinvolti proprio Gustavo Eiffel. L’alleanza con la Russia era però soltanto il primo passo della nuova politica estera di Parigi; ora che si era rotto l’isolamento bisogna procede per rovesciare la situazione e spingere la Germania verso l’isolamento diplomatico. Il motivo di ciò era presto detto: in Francia erano tutti consapevoli che una guerra da soli contro la Germania sarebbe stata una follia dato il maggior potenziale demografico e industriale del Reich; bisognava dunque stringere attorno ai tedeschi un anello di ferro di nemici che li avrebbero infine strangolati. Guadagnata Pietroburgo adesso i due bersagli grossi cui dare la caccia erano l’Italia e, soprattutto, il Regno Unito. Proprio in quegli anni però esplodeva anche l’affaire Dreyfus, precisamente iniziato nel 1894 e detonato in tutta la sua forza nel 1898, che, non solo avrebbe gravitato su di sé le attenzioni dell’intero paese per quasi un decennio, ma avrebbe portato anche a delle significative conseguenze sia per l’ordinamento repubblicano che per l’esercito. La Repubblica infatti andò più di una volta vicina a una crisi di nervi e, dopo la definitiva vittoria anche politica dei dreyfusardi, gli elementi radicali e laici avrebbero provveduto non solo a una laicizzazione totale dello Stato (legge Combes), ma anche a depurare l’esercito, all’interno del quale l’affaire era nato, da tutti quegli elementi clericali e reazionari considerati come infidi e pericolosi. Dopo il 1902 la patente di fedeltà alla Repubblica e di anticlericalismo era pretesa per poter accedere ai gradi superiori con la conseguenza che nel 1914 non sempre al comando delle unità principali vi furono i migliori, ma i politicamente più fidati.

Il punto di svolta della politica estera francese successiva alla conclusione della convenzione militare con la Russia fu la crisi di Fascioda del 1899. Come già raccontato questa crisi nasceva dalla mai risolta disputa anglo-francese in merito al possesso dell’Egitto; il tentativo di Parigi di riaprire la discussione attraverso la spedizione di Marchand portò l’Europa a passare un brutto quarto d’ora nel quale un conflitto armato tra le due sponde della Manica parve prossimo. Infine la Francia si arrese accettando di evacuare il Nilo, ma tale scelta, se ricordate, non fu dovuta solo a considerazioni militari e di opportunità politica interna. A spingere per il ritiro infatti era stato il nuovo ministro degli esteri Théophile Delcassé, discepolo di Gambetta, che sarebbe stato l’artefice del “rovesciamento delle alleanze” in Europa in funzione anti-tedesca. E’ difficile dire se già nel 1899 Delcassé avesse come obiettivo l’Entente, rimane una sua famosa intervista a un giornale tedesco in cui affermava che la Francia doveva riavvicinarsi al Reich in funzione anti-inglese, ma è un fatto che fu lui a volere Paul Cambon, uno dei migliori prodotti del Quai d’Orsay, ambasciatore a Londra nonostante la sua ben nota anglofilia. Effettivamente parte dei meriti dell’opera di Delcassé dovrebbero essere riconosciuti ai singoli ambasciatori, tutti diplomatici di carriera e non politici, che seppero, ovunque andarono, adoperarsi per mettere il loro paese in una situazione di vantaggio nell’ipotesi di un futuro conflitto. In Italia quest’opera venne compiuta dal ministro Barrère che seppe sfruttare al meglio la fine dell’ubriacatura da grande potenza dell’era Crispi. Lo statista siciliano era infatti completamente affascinato da Bismark e nutriva un rapporto di amore-odio verso la Francia; per questi motivi non solo fu sempre a favore della Triplice, ma avviò anche una guerra doganale con il vicino d’oltralpe tentando poi anche di compere con questa sul piano coloniale. La sconfitta di Adua e l’uscita di scena di Crispi favorì una normalizzazione dei rapporti con la Francia esattamente in contemporanea di un riacutizzarsi dell’irredentismo che, inevitabilmente, portava a una situazione di costante tensione all’interno della Triplice. Già nel 1900 Barrère  era riuscito a firmare con l’Italia un accordo che divideva le reciproche zone d’interesse nel Nord Africa (Libia all’Italia, Marocco alla Francia), ma il vero risultato lo si ebbe nel 1902 con la convenzione franco-italiana. Questa convenzione fu figlia di un marchiano errore della Germania di accontentare l’Austria nel non voler concedere nulla al nostro paese in occasione del rinnovo della Triplice. Offeso dall’atteggiamento degli alleati il nostro ministro degli esteri Prinetti si lasciò facilmente convincere da Barrère a iniziare delle discussioni che, nei piani del Quai d’Orsay, dovevano avere come scopo la neutralità italiana in caso di guerra franco-tedesca. La convenzione venne siglata il 30 Giugno 1902 e conteneva, insieme con nuovi chiarimenti in materia coloniale, non solo la promessa della neutralità italiana nell’ipotesi in cui la Francia fosse aggredita da una terza potenza, ma anche nel caso in cui fosse la Francia a muovere per prima a seguito di “una provocazione diretta” che la costringesse ad agire “per la difesa del suo onore e della sua sicurezza”. Era una formula estremamente vaga che dava all’Italia un’effettiva scappatoia per evitare i suoi doveri di alleata della Germania e un sufficiente spazio di sicurezza alla Francia per poter fare i suoi piani di guerra senza dover prevedere forze a difesa delle Alpi. Due anni dopo Delcassé avrebbe poi fatto conseguire alla Francia il suo secondo più grande successo diplomatico dopo la firma degli accordi con la Russia: l’Entente con il Regno Unito. Come già raccontato l’entente fu figlia del tramonto definitivo delle speranze inglese di poter raggiungere un accordo simile con la Germania; Berlino infatti intendeva accettare solo un’alleanza in senso stretto passo a cui Londra invece non era ancora pronta preferendo solo l’avvicinamento a una grande potenza con la promessa di un reciproco supporto diplomatico. La Francia si dimostrò subito ben disposta a una discussione in tal senso e la visita di re Edoardo VII, filo-francese, oltre Manica servì a creare in clima politico adatto per un accordo. Fondamentalmente i principali motivi del contendere tra Francia e Gran Bretagna erano tutti di origine coloniale e Parigi si dimostrò disponibile a venire incontro agli inglesi nelle materie per loro più pressanti, Egitto e Asia, in cambio del Marocco e, soprattutto, della promessa di una futura concertazione tra le due potenze in merito a ogni questione che potesse turbare la pace europea. Come già scrissi nel finale del precedente articolo l’Entente del 1904 era per la Francia una scommessa in quanto nulla prevedeva di concreto nell’ipotesi di un conflitto con la Germania. Al contrario di Berlino però Parigi decise di correre il rischio ritenendo, a ragione, che un clima di collaborazione diplomatica tra i due stati avrebbe condotto, presto o tardi, a una collaborazione, anche solo ufficiosa, dal punto di vista militare. Nell’Europa polarizzata di inizio ‘900 anche il solo gravitare nell’orbita di uno schieramento comportava già di per se una scelta di campo che non si sarebbe potuto annullare senza pagare pedaggio.

I risultati diplomatici francesi ovviamente produssero una pessima impressione in Germania. Cancelliere era divenuto Bernhard von Bulow sicuramente il più capace dei successori di Bismark, sebbene comunque non paragonabile in nessun modo all’ex-cancelliere di ferro. Furbo più che astuto dovette fare i conti, come già aveva fatto Caprivi e come poi avrebbe dovuto fare Bethmann-Hollweg, con le funamboliche imprese del Kaiser che cambiava costantemente idea e indisponeva mezzo continente con la sua diplomazia personale. Va però detto che se sicuramente alcune iniziative di Guglielmo furono dannose per il Reich, pensiamo solo, per il periodo tratta in questo articolo, al telegramma Kruger o ai messaggi inviati a suo zio Edoardo VII su come vincere la guerra boera, ma anche la diplomazia tedesca “ufficiale” detta prova di una faciloneria spaventosa. La perdita dell’occasione di stringere una relazione con la Gran Bretagna va addebitata per ben più della metà a Von Bulow e al ministero degli esteri talmente sicuri che un accordo franco-inglese fosse impossibile da scegliere di rispedire al mittente ogni apertura da parte di Londra. Berlino era convinta che aspettando infine gli inglesi avrebbero capito che vi era un’unica vera opzione sul capo e si sarebbero decise a firmare il genere di accordo desiderato dal Reich; invece si trovarono a dover fare i con l’Entente finendo per ululare alla luna. In effetti dall’inizio del ‘900 in poi fu come se il complesso di inferiorità del Kaiser si fosse trasmesso all’intero paese che iniziò a sentirsi vittima degli altri paesi “brutti e cattivi” che facevano di tutto per fargli dispetto. Iniziava cioè a manifestarsi quella psicosi da accerchiamento che avrebbe portato la Germania a convincersi di avere tutta l’Europa contro per opera della Francia e, secondo il Kaiser, di Edoardo VII. Von Bulow tentò di ostentare sicurezza tanto a seguito della convenzione franco-italiana, in occasione della quale battezzò la politica estera italiana come la politica dei giri di valzer, che in occasione dell’Entente. In realtà però il cancelliere avvertiva la necessità di far segnare un punto alla Germania e, incredibilmente, cercò di farlo riesumando la politica di amicizia verso la Russia di Bismark. Guglielmo, in uno dei suoi tanti ripensamenti, si era infatti all’epoca infervorato all’idea di poter stringere un’alleanza con il cugino zar Nicola II, da lui chiamato Nicky e trattato in maniera paternalista, e ritenne che il momento propizio fosse in occasione della guerra russo-giapponese del 1905. Il Giappone era infatti alleato della Gran Bretagna e, durante il transito nella Manica della flotta russa che sarebbe andata distrutta a Tsushima, erano state affondati alcuni pescherecci inglesi, scambiati per cacciatorpediniere nipponiche, provocando una dura reazione di Londra. Guglielmo e von Bulow tentarono di capitalizzare la momentanea anglofobia dello zar per proporgli un’alleanza che sostanzialmente era una sorta di nuovo blocco continentale di napoleonica memoria, in tal modo, secondo Berlino, la Francia si sarebbe trovata indirettamente alleata della Germania. Lo furia dello zar, notoriamente persona indecisa, sbollì rapidamente e il suo governo gli fece comprendere che un accordo del genere non poteva essere fatto all’oscuro di Parigi. Ovviamente però se la Francia lo avesse saputo non solo avrebbe spinto per farlo naufragare, ma ne avrebbe immediatamente dato notizia a Londra per provocare una furente reazione anti-tedesca. Mestamente Berlino abbandonò l’ipotesi di ristabilire un’alleanza con Pietroburgo, ma non definitivamente come vedremo in futuro. L’esito deludente di questi negoziati spinse però von Bulow a ritenere che fosse opportuno di mettere sotto stress la nuova comunanza d’intenti franco-inglese. Da tempo tanto Parigi quanto Berlino avevano investito enormemente in Marocco, una delle ultime entità autonome in Africa, ma il paese si avviava alla bancarotta aprendo così le porte alla possibilità di un intervento europeo. La Francia, come abbiamo visto, aveva già da tempo iniziato un lavoro diplomatico per far riconoscere alle altre potenze la preminenza dei suoi interessi, ma von Bulow e Holstein identificarono nel paese nord africano il luogo dove mettere infliggere uno smacco ai francesi. Il 31 Marzo 1905 Guglielmo II sbarcava a Tangeri aprendo la prima crisi marocchina.

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