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Storia dei mondiali di calcio – Brasile 1950: il Maracanazo.

Esistono alcune partite che, a volte non solo per ragioni sportive, hanno assunto una fama tale da poter essere identificate senza la necessità di citare le squadre che le hanno giocate o il risultato finale: la partita della lattina, la battaglia di Santiago o il miracolo di Berna. C’è però solo un incontro che è diventato talmente iconico da fare in modo che la parola usata per identificarlo entrasse nel lessico comune di un paese: Maracanazo. Ancora oggi infatti in Brasile per indicare un evento tragico ed inaspettato si usa dire “è stato un maracanazo” un po’ come da noi in Italia si dice “è successo un quarantotto” o “è stata una Caporetto”.  E in effetti quella partita aveva tutti gli elementi per assurgere al rango di leggenda: un risultato che sembrava già scritto, una squadra nettamente superiore all’altra e un esito finale drammatico nelle modalità in cui si concretizzò. Di fatto la storia del calcio brasiliano si può dividere in ciò che avvenne prima e ciò che avvenne dopo quel pomeriggio del 16 Luglio 1950.

Andiamo però con ordine iniziando da come arrivò il mondiale del ’50 in Brasile. Gli inglesi avevano diffuso il calcio in Sud America alla fine dell’ottocento e, nello specifico, in Brasile pare fu un immigrato scozzese di nome Thomas Donohoe ad introdurre il nuovo sport che fu subito molto apprezzato dai locali. Non ci volle molto infatti perché il calcio iniziasse ad essere indicato come “o gioco bonito”, ma nonostante ciò le prime apparizioni della seleçao ai mondiali furono alquanto deludenti; la federazione brasiliana soffriva infatti di una mai completamente risolta rivalità tra la federazione di Sao Paolo e quella di Rio de Janeiro il che, unito con differenti vedute in merito alla questione del professionismo, rendeva difficile costruire una nazionale competitiva. L’impossibilità di far giocare insieme paulisti e carioca fu all’origine dei deludenti risultati sia nel mondiale uruguagio del 1930 che in quello italiano del 1934 dove, in entrambe le occasioni, la nazionale non fu in grado di superare la prima fase del torneo. L’organizzazione mussoliniana del mondiale 1930 ispirò però Getulio Vargas l’uomo che, dal novembre 1930, aveva assunto il potere nel paese a seguito di un colpo di stato instaurando l’Estando Novo, un simil-fascismo in salsa latino americana avvicinabile al peronismo argentino. L’idea di un mondiale casalingo, e dunque controllabile, con annessa vittoria della seleçao apparve a Vargas lo strumento ideale per cementare la popolazione intorno al nuovo regime, oltre che a dare all’estero l’immagine di una paese ricco e moderno. Grazie al supporto governativo al mondiale del 1938 in Francia si riuscì finalmente a superare le divisioni interne al calcio brasiliano quanto bastava per inviare una nazionale unitaria che fu protagonista del torneo. Il suo fuoriclasse, Leonidas, con sette reti si laureò capocannoniere mentre la squadra perse la semifinale contro l’Italia con un rigore di Meazza piuttosto dubbio (ci fu anche un caso Leonidas tenuto in panchina per tutto l’incontro, si parlò di corruzione anche se in realtà fu solo eccesso di fiducia dell’allenatore che riteneva certa la finale). L’ottima prestazione della squadra permise comunque agli uomini di Vargas di avanzare la candidatura brasiliana per il mondiale del 1942 ricevendo anche una mezza assicurazione da Jules Rimet e Henri Delaunay che ritenevano opportuno il ritorno della coppa in Sud America dopo le due edizioni europee. Ovviamente lo scoppio della seconda guerra mondiale fece saltare tutto, ma quando a guerra conclusa si decise di riprendere la manifestazione il Brasile si presentò subito come paese ospitate e la FIFA accettò immediatamente temendo che un ritardo potesse comportare una morte prematura della competizione per oblio. Il Campionato del mondo di calcio del 1949 venne così assegnato al Brasile, ma questi chiese di poter spostare la competizione avanti di un anno così da avere il tempo di concludere la costruzione di quello che sarebbe dovuto diventare il più grande stadio del mondo: il Maracanà di Rio de Janeiro. Sebbene al potere non ci fosse più Vargas le motivazioni del governo brasiliano erano ancora le stesse, infatti i militari che nel 1945 lo avevano esautorato indissero delle elezioni per subito dopo la fine della competizione sicuri che la vittoria della seleçao avrebbe fatto da volano alla loro affermazione nelle urne. Scelta la sede bisognava adesso trovare le squadre che avrebbero partecipato, cosa che se oggi è semplice nel 1950 fu un autentico parto. Intanto due paesi non furono neanche invitati; com’era già successo in occasione delle olimpiadi londinesi di due anni prima Germania e Giappone, considerati gli aggressori dell’ultimo conflitto e ancora soggetti a occupazione, furono volutamente tenuti fuori dalla competizione. In base a questo principio anche l’Italia sarebbe dovuta essere esclusa, ma non fu così; a giocare a nostro favore fu il fatto di essere i bicampioni uscenti, si ritenne che non permettere ai detentori della coppa di difendere il titolo avrebbe falsato il mondiale, nonché il fatto che in Brasile c’erano centinai di immigrati italiani che non vedevano il momento dell’arrivo degli azzurri. Ancora, sempre in linea con quando era successo alle olimpiadi, l’intero blocco sovietico rifiutò di prendere parte alla competizione “borghese” e così due nazionali all’epoca fortissime, Ungheria e Cecoslovacchia, restarono a casa; unico paese comunista a fare eccezione fu la Jugoslavia del reprobo Tito. Queste defezioni e respingimenti preventivi misero seriamente a rischio la possibilità di organizzare una competizione seria se non ché, per la prima volta, le nazionali d’oltre Manica decisero di uscire dal loro splendido isolamento calcistico e presentarsi al mondiale. Lo fecero però a mondo loro e infatti non parteciparono alle qualificazioni europee, ma chiesero che la loro qualificazione venisse decisa dall’esito del torneo interbritannico 1949-1950. La FIFA, per evitare di perdere altri possibili partecipanti, non fece questioni mettendo in gara due posti se non che, il 15 Aprile 1950, si giunse all’ultima giornata con Inghilterra e Scozia prime a pari punti che si giocavano lo scontro diretto. Gli scozzesi annunciarono che, qualora non avessero vinto, non avrebbero partecipato al mondiale; l’incontro si concluse uno a zero per gli inglesi e la Scozia diede forfait. Le restanti cinque squadre europee vennero determinate da un sistema a gironi che elegantemente può essere definito confusionario… I gironi 2, 3 e 4 erano fatti da tre squadre di cui due si dovevano giocare l’occasione per andare a giocare lo spareggio finale con la terza squadra considerata una specie di testa di serie. Il girone 2 saltò completamente: qui vi erano Siria, Turchia e Austria come testa di serie, l’andata tra Siria e Turchia finì sette a zero per i turchi e i siriani rifiutarono di giocare il ritorno; non si tenne però neanche l’incontro finale perché l’Austria si ritirò così la Turchia risultò qualificata a tavolino, ma in un secondo momento anche Istanbul si tirò indietro adducendo gli eccessivi costi per il viaggio. Il girone 3 funzionò invece alla perfezione: qui vi erano Jugoslavia, Israele e Francia come testa di serie. La Jugo passeggiò sugli israeliani in entrambi gli incontri mentre pareggiò uno ad uno sia l’andata che il ritorno con la Francia; si tenne così uno spareggio sul campo neutro di Firenze e il gol di Zeljko al 114′ mandò gli slavi in Brasile. Altri problemi vi furono al girone 4 composto da Lussemburgo, Svizzera e Belgio come testa di serie: qui fu il ritiro belga a mandare al mondiale la Svizzera che aveva vinto entrambi gli incontri contro la squadra del granducato. Il quinto girone (Svezia, Irlanda e Finlandia)  funzionò invece a girone ordinario per cui chi arrivava primo accedeva alla fase finale. La Finlandia si ritirò prima della fine, ma ciò fu ininfluente in quanto la Svezia dominò; all’Irlanda invece fu offerto il posto della Scozia, ma declinò anch’essa per i costi di viaggio. L’ultimo girone, il sesto, fu un mini girone iberico a due tra Spagna e Portogallo; vincendo l’andata e pareggiando il ritorno la Spagna si qualificò, ma anche il Portogallo fu invitato come sostituto della Turchia solo che i lusitani rifiutarono l’offerta. Ancor più ridicolo fu come andarono le cose in Sud America; qui avrebbero dovuto esserci due gironi di qualificazione per quattro posti in totale messi a disposizione, ma non si giocò neanche una partita! Nel girone uno (Argentina, Bolivia e Cile) tutte le squadre si ritirarono per le tipiche beghe politico-calcistiche dei paesi sud americani; in particolare l’Argentina, offesa con la FIFA perché aveva accettato la candidatura brasiliana prima che ne potesse arrivare una concorrente di Buenos Aires, non solo disertò il mondiale del ’50, ma anche quello successivo in Svizzera ritornando sulla scena solo in occasione di Svezia ’58. Invece nel secondo girone il ritiro preventivo di Ecuador e Perù fece accedere automaticamente alla fase finale Uruguay e Paraguay. Cosa seria fu invece la qualificazione Nord Americana dove furono messi in gara due posti: il Messico dominò il girone mentre gli Stati Uniti giunsero secondi grazie all’unica vittoria contro Cuba. Altra farsa fu la qualificazione asiatica dove non si riuscì a formare neanche un girone perché, prima ancora che si organizzasse qualsiasi cosa, Burma, Indonesia e Filippine si ritirarono sempre per la questione dei costi di viaggio. Si sarebbe dovuta qualificare a tavolino l’India, ma all’ultimo minuto anch’essa diede forfait. La giustificazione ufficiale fu ancora una volta i costi di trasferimento, ma in realtà pare fosse sorto un dissidio con la FIFA in quanto gli indiani avevano chiesto il permesso a di giocare a piedi nudi com’erano solito fare ricevendo però un netto rifiuto. Così di sedici squadre che avrebbero dovuto partecipare alla fase finale, solo tredici si presentarono con il risultato che si sorteggiarono i quattro gironi del primo turno con due che nascevano già monchi. Nonostante questi problemi il 24 Giugno 1950 si aprì ufficialmente al Maracanà di Rio de Janeiro il primo mondiale di calcio del secondo dopo guerra. 

Il mondiale del 1950 consistette in due fasi a gironi: le quattro vincitrici della prima fase si sarebbero andate a giocare la coppa in un girone finale. Seguiamo adesso le vicende del mondiale fino a giungere al finale travolgente iniziando dal gruppo uno dove, insieme ai padroni di casa brasiliani, trovarono posto la Jugoslavia, il Messico e la Svizzera. La seleçao è la strafavorita e non solo per il tipico vantaggio ambientale di giocare in casa, ma anche perché la squadra è certamente la più forte che vi sia in quel momento nel mondo e una delle più forti mai espresse dal Brasile. In porta Barbosa fino a quel momento considerato una certezza tra i pali, in difesa il terzetto Augusto, Bigode e Juvenal mentre i due mediani sono a destra Bauer “o monstro”, che in seguito scoprirà Eusebio, e a sinistra Danilo “o principe” e poi c’è la linea dei cinque davanti: esterno destro Friaça, al centro Ademir, dotato di uno dei tiri più potenti della storia del calcio brasiliano (segnò 462 gol in diciassette anni di carriera), interno sinistro Jair, che insegnerà a Pelé a calciare a giro, e esterno sinistro Chico. Il fuoriclasse (o forse il più fuoriclasse) di tutta la formazione nonché dell’interno mondiale però è l’interno sinistro: “o mestre” Zizinho in quel momento il giocatore più forte al mondo e considerato da Pelé il più forte calciatore brasiliano di tutti i tempi, è la quintessenza della finta brasiliana che fa sedere il difensore mentre con la palla si va dalla parte opposta. L’avvio è subito devastante con un quattro a zero netto contro il Messico, ma incredibilmente la seleçao stecca la seconda partita pareggiando con la Svizzera; gli elvetici applicano il verrou, l’antenato del catenaccio inventato prima della guerra dall’austriaco Karl Rappan, che imbriglia il gioco dei brasiliani i quali scontano anche il tifo freddino di Sao Paulo. Dall’altra parte invece la Jugoslavia aveva vinto entrambe gli incontri e così la seleçao si trova già a giocare un dentro o fuori contro gli slavi, se perde o pareggia si troverà incredibilmente fuori dal mondiale. Quella con la Jugo è già una partita con elementi incredibili: intanto essendo il Maracanà ancora un mezzo cantiere il capitano slavo Mitic, entrando in campo, sbatte la testa contro un ferro spiovente procurandosi uno squarcio sulla fronte e svenendo, il fiscale arbitro gallese Griffiths non fa né ritardare il calcio d’inizio né sostituire l’infortunato così la partita comincia dieci contro undici e dopo quattro minuti Ademir segna. Mitic entrerà dopo un quarto d’ora e ritrovata la parità numerica l’incontro si fa teso con occasioni da gol da entrambi i lati finché al sessantaquattresimo Zizinho mette a sedere il difensore e segna, ma l’arbitro annulla; da vero campione Zizinho non protesta limitandosi a rifare la stessa identica azione cinque minuti dopo segnando il due a zero e regalando al Brasile il passaggio del turno. Il gruppo due è invece quello dell’Inghilterra che, in teoria, dovrebbe passeggiare su Spagna, Stati Uniti e Cile. La squadra ad occhio potrebbe essere la seconda più forte della competizione insieme all’Uruguay avendo in difesa Billy Wright, colonna del Wolverhampton che quattro anni dopo vincerà la Premier, e Alf Ramsey, che allenerà la nazionale campione nel mondiale casalingo del ’66, mentre in attacco c’è Stan Mortensen, autore di un gol assurdo due anni prima in un’amichevole a Torino, Tom Finney, ancora oggi considerato il più forte giocatore di tutti i tempi del Preston, e soprattutto Stanley Matthews. Questi, che nel 1956 sarà il primo a vincere il Pallone d’oro, era dotato di una velocità devastante coniugata con un’abilità nella finta e nel cross in grado di fargli piazzare delle palle precise per il colpo di testa dei compagni; per descriverlo basta la finale di FA Cap del 1953 tra il suo Blackpool e il Bolton: il Blackpool al cinquantacinquesimo è sotto tre a uno poi, in appena un’quarto d’ora, Matthews mette dentro tre assist che si trasformano in tre gol. Nonostante ciò quella inglese è una squadra non esattamente irresistibile; intanto sconta una certa inesperienza internazionale dovuto ad un complesso di superiorità derivante dal ritenersi implicitamente superiore in quanto inventori del calcio, e dunque  indifferenti a tattiche e metodi d’allenamento provenienti dal resto del mondo, inoltre stando a Federico Buffa, alle cui “Storie mondiali” mi ispiro per questa serie, gli manca un vero uomo d’area com’era stato Dixie Dean, autore di trecentoquarantanove gol in trecentonovantanove presenze nell’Everton tra il 1925 e il 1937. Gli inglesi vincono la prima partita contro il Cile e il 29 Giugno devono andare a giocare a Belo Horizonte contro i cugini americani in quella che tutti si aspettano essere una passeggiata di salute; tanta è la sicurezza che l’incontro si risolverà in una goleada per i britannici che la FIFA si è premurata di far sapere all’arbitro italiano Dattilo che, qualora finisse lo spazio regolare sul referto, è autorizzato anche a scrivere sulla parte di dietro del foglio. In effetti la squadra americana giustifica questi pregiudizi in quanto, durante le qualificazioni, aveva preso tra andata e ritorno dodici gol dal pur innocuo Messico e, più che una nazionale di calcio, pareva una comitiva di amici in vacanza; erano tutti calciatori dilettanti per lo più immigrati o figli di immigrati e la loro “spedizione” era talmente raffazzonata che arrivarono in Brasile senza una divisa tant’è che dovette prestargliele il River Plate. Gli inglesi non fanno nulla per nascondere la sicurezza della loro superiorità: Stanley Matthews non è in campo in quanto ha affermato che lui non avrebbe giocato con “ex-sudditi di sua maestà” e la squadra, non appena giunta allo stadio, considerando scadente la qualità degli spogliatoi affitta una stanza in un albergo vicino per cambiarsi lì. Sin dal calcio d’inizio però si capì che quella era la classica partita in cui una squadra avrebbe prodotto palle gol dall’inizio alla fine senza però mai, ora per un miracolo del portiere ora per un palo o una traversa, riuscire a metterla dentro. Sappiamo tutti cosa puntualmente succede in queste partite vero? Al trentottesimo il difensore Walter Bahr buttò la palla in area e l’attaccante haitiano Joe Gaetjens, che non otterrà mai la cittadinanza americana, si tuffò per colpirla di testa anticipando il difensore inglese Williams e insaccando. Per il resto della partita gli inglesi cercheranno in tutti i modi di metterla dentro senza mai riuscirci e, anzi, rischiando sul finale anche di prenderne un altro; al triplice fischio il pubblico brasiliano farà invasione di campo per portare gli americani in trionfo. Si racconta che quando la notizia giunse a Londra in un primo momento si pensò ad un errore e i giornali della sera uscirono con il titolo “Inghilterra 10  – Stati Uniti 1”; è certo però che il giorno dopo la gara i titoli a carattere funerario furono “La morte del calcio inglese”. In realtà nonostante la sconfitta la nazionale britannica non era ancora fuori dal mondiale, ma doveva andarsi a giocare l’ultima partita con la pericolosa Spagna. Il contraccolpo psicologico per l’umiliazione unito con abilità degli iberici determinerà l’eliminazione degli inglesi a seguito del gol di Zarra, che deteneva il record di reti segnate in una sola stagione della Liga prima di essere superato da Messi nel 2011/2012. E veniamo al terzo gruppo che, a causa delle defezioni di cui abbiamo detto, fu a tre e non a quattro squadre. Si tratta del nostro girone che ce la giochiamo con Paraguay e… Svezia… ahia. L’Italia potrebbe essere sullo stesso livello di Uruguay e Inghilterra ed anzi lo è sicuramente almeno fino alle 17:05 del 4 Maggio 1949 quando un Fiat G.212 si schianta contro la collina di Superga portando con se il Grande Torino e l’ossatura della nostra nazionale. Nonostante la tragedia la nostra non è una squadra di scappati di casa in quanto comunque in porta abbiamo Sentimenti IV e poi ci sono delle certezze come Boniperti e Carpellese; il problema è però che ci sono una serie di circostanze che, messe insieme, creano delle pessime premesse per la nostra spedizione. Intanto l’allenatore; uno dirà dov’è il problema? c’è Vittorio Pozzo l’unico commissario tecnico ad aver mai vinto due mondiali e invece no, con una magnifica scelta suicida la FGCI l’ha costretto a dare le dimissioni nell’Agosto del 1948. Le ragioni sono sia politiche, viene identificato con la nazionale del ventennio che giocava in “camicia nera” e faceva il saluto romano prima delle partite, che tecniche, Pozzo continuava a sostenere la validità del metodo (WW) mentre il resto del mondo stava passando al sistema (WM). Chi allena allora? Il genio italico partorisce una trovata fantasmagorica: viene istituito un triumvirato di cui solo uno, il meno autorevole, è un tecnico di professione mentre gli altri due sono uno un dirigente sportivo e l’altro un  giornalista. Così accanto a Roberto Copernico, per una stagione alla guida proprio del Grande Torino, c’è Ferruccio Novo, che del Grande Torino era il Presidente, e Aldo Bardelli. Secondo problema: come si va in Brasile? Si prende l’aereo a Fiumicino no? bravi diteglielo voi ai giocatori di farsi una traversata atlantica un anno dopo Superga. Così Bardelli, anche per aumentare il suo peso nel terzetto rispetto a Novo, propone il viaggio in nave da Napoli a Santos! A Cadice tutti i palloni sono già andanti a far divertire i delfini e quindi per tutta la traversata atlantica sono solo flessioni ed esercizio fisico, potete immaginare in quale stato di forma arrivano gli azzurri in Brasile… e la prima partita è con la Svezia che è campione olimpico di calcio in carica. Ora chi ci ha impedito di qualificarci al mondiale in Russia? la Svezia, dove si è giocato l’unico altro mondiale nel quale non ci siamo qualificati? in Svezia, chi insieme alla Danimarca ci ha fatto il biscotto nell’europeo del 2004? la Svezia… secondo voi com’è andata Italia-Svezia del 1950? Tre a due per i nordici il che vuol dire Italia fuori dal mondiale dopo una sola partita perché, essendo il nostro un gruppo a tre, alla Svezia bastò vincere il secondo incontro contro il Paraguay per rendere il nostro successo sempre contro il Paraguay utile ai soli fini della statistica. Resta solo il quarto gruppo che fu un girone per modo di dire in quanto, sempre per le defezioni, ne facevano parte solo due squadre: Uruguay e Bolivia. E l’Uruguay, sebbene non sia la grande squadra del 1930, si candida certamente ad essere una delle protagoniste del mondiale; non ha la qualità trabordante della seleçao, ma dispone di una serie di singolarità che sono in grado di creare problemi a qualsiasi avversario. In porta c’è la sicurezza di Maspoli, esterno destro è Schubert Gambetta anche se in realtà è il prototipo di quello che poi in Sud America sarà chiamato il “carrillero” cioè quel giocatore che “porta” la palla dalla difesa all’attacco, esterno sinistro Rodriguez Andrade nipote José Andrade già campione del mondo nel 1930, davanti invece ci sono Mìguez, Ghiggia e poco dietro come interno sinistro lui: Juan Alberto “Pepe” Schiaffino. Un giocatore immenso che la leggenda vuole fosse solito mettere sulla traversa delle lattine per poi tirarle giù da fuori area di destro e di sinistro, per descriverlo cito due italiani che lo videro giocare quando, dopo il mondiale, passò al Milan: uno è Gianni Brera che lo riteneva il regista perfetto dicendo di lui “Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d’istinto”, l’altro è Cesare Maldini che fu suo compagno al Milan e disse “aveva un radar al posto del cervello”. Chi però nell’Uruguay fa davvero la differenza non è Schiaffino, ma l’uomo che sta esattamente al centro della formazione. Infatti l’Uruguay, alla faccia dei critici di Pozzo, gioca ancora con il metodo così da avere i due centrali, Tejera e Gonzalez, che coprono le spalle a Obdulio Varela il caudillo della squadra; di fatto il vero allenatore della squadra era lui che non solo marcava ad uomo chi arrivava per dare tempo ai due dietro per disporsi a zona, così che uno taglia mentre l’altro va di copertura, ma soprattutto aveva un carisma straripante in grado di fargli sempre leggere psicologicamente la partita così da dire o fare esattamente ciò che serviva per spingere i compagni a dare il massimo. Per spiegare l’importanza di Varela Buffa cita Nelson Rodrigues, scrittore e giornalista brasiliano, che illustrò il Maracanzo dicendo che tutto era successo perché “Obdulio ci ha trattato a calci come fossimo dei vira latas (cani randagi)”. L’unica partita del “girone” contro la Bolivia viene vinta facilmente e così l’Uruguay si qualifica come quarto finalista del mondiale. Si giunge così alla fase finale che i brasiliani si sono aggiustati in modo tale da giocare tutte e tre le loro partite nella bolgia del Maracanà, e se nella prima fase la seleçao non sempre era stata perfetta adesso invece scatena tutta la sua forza dirompente facendo sette gol alla Svezia e sei alla Spagna. L’Uruguay invece pareggia con la Spagna, dopo essere anche andata in svantaggio, e vince tre a due contro la Svezia, ma tanto basta perché si realizzi l’unica cosa che i brasiliani volevano evitare cioè “o fatìdico” una partita che di fatto è una finale nonostante due risultati su tre li renderanno campione. I tre giorni che precedono la partita sono caratterizzati dal trionfalismo dei padroni di casa che, mandando a quel paese ogni prudenza e scaramanzia, si atteggiano già da vincitori; ad esempio il personale dell’albergo dove alloggiano gli uruguaiani ogni volta che incontrano un giocatore gli fanno il segno del quattro per dire “minimo quattro ve ne facciamo”. Questo clima rischia di contagiare la stessa celeste, ma Varela fa pretattica e, nonostante sia consapevole che il Brasile è più forte, parla sempre come fosse certo della vittoria; si dice che un giorno sentendo un dirigente uruguagio dire “cumplimos (facciamo il nostro dovere) se non ne prendiamo più di tre” lo prenda e lo attacchi al muro dicendogli “cumplimos si somo campeones”. E arriviamo così al 16 Luglio 1950 una giornata in cui distinguere ciò che è successo veramente dalla leggenda non è sempre facile. I giornali di tutto il Brasile sono già usciti col titolo “A vitoria nossa”. La seleçao è stata in ritiro blindato per tutto il torneo, unico contatto con l’esterno un camion che ogni giorno portava regali a lettere d’amore da tutto il paese, ma il giorno dell’ultimo partita l’allenatore Flavio Costa è costretto a portare la squadra alla stadio del Vasco de Gama perché i politici vogliono farsi fotografare con la squadra. I loro discorsi fanno ben capire qual è il clima nel quale la nazionale e l’intero Brasile si avvicina alla partita: si è certi della vittoria, una vittoria che non sarà solo un trionfo sportivo bensì una dichiarazione del paese al resto del mondo per rivendicare il proprio ruolo; Buffa nello specifico riporta una frase molto evocativa “fate capire al mondo che qui da noi non ci sono i cobra per le strade”. Succede però anche qualcosa che, qualsiasi altro giorno sarebbe ascrivibile al caso, ma in quella giornata sembra entrare a far parte di una trama superiore: l’autobus che porta la squadra la Maracanà ha un incidente e il capitano Augusto prende anche una botta alla testa. L’Uruguay invece arriva alla chetichella, ma qualche tifoso brasiliano individua il suo spogliatoio e vi lancia dentro dei petardi, indifferente Gambetta si è mette a dormire e si sveglierà solo prima di entrare in campo. Fuori sugli spalti ci sono oltre 200.000 spettatori un numero mai ripetuto in una finale del mondiale; il Brasile proletario ha speso i pochi soldi che ha per vedere la squadra diventare campione mentre la telecronaca, per chi dovrà partecipare all’impresa via radio, è affidata ad Ary Barroso giornalista e compositore autore di “Aquarela do Brasil”. Alle 14:38 il Brasile scende in campo tra l’esultanza generale e il prefetto di Brasilia pronuncia un breve discorso in cui dice “Voi, brasiliani, che io considero vincitori del Campionato del Mondo. Voi, giocatori, che tra poche ore sarete acclamati da milioni di compatrioti. Voi, che non avete rivali in tutto l’emisfero. Voi che superate qualsiasi rivale. Siete voi che io saluto come vincitori!”. Subito dopo scende in campo l’Uruguay, ma Varela, consapevole dell’effetto travolgente che può avere sui suoi compagni la vista di questo stadio monocolore, rivolge agli altri una frase che è un’ulteriore dimostrazione del suo carisma: “Los de afuera son de palo” cioè “Quelli la fuori non esistono”. Ancora indistinguibile tra verità e leggenda è la circostanza che quando l’arbitro inglese Reader lanciò la monetina, Varela l’abbia afferrata a mezz’aria dicendo “Arbitro come se siano usciti loro. Faccia scegliere loro palla o campo, tanto vinciamo noi.”. Sin da subito si capisce che, nonostante Flavio Costa abbia scelto un WM molto offensivo, non sarà una goleada come le precedenti partite, infatti l’Uruguay con il suo WW castra i movimenti sulle fasce spingendo il gioco verso il centro dove c’è Varela a fare buona guardia. Ovviamente il brasile controlla il gioco, ma non riesce a concretizzare e le poche volte che l’Uruguay va a rete è sempre pericoloso. Si va così alla fine del primo tempo in perfetta parità ed è qui che, stando a Buffa, Ghiggia dice a Pérez “pared tuya mia” cioè triangola con me perché si è accorto che riesce a superare sempre Bigode in velocità, ma Augusto sulla palla lunga scala e lo anticipa, quindi triangolare per superare Bigode così che Augusto, non potendo uscire, o zona oppure si va uno contro uno e Ghiggia è sicuro di superarlo. Fischio d’inizio del secondo tempo e dopo soli settantotto secondi i 200.000 del Maracanà esplodono perché Ademir ha servito Friaça che con un diagonale mette dentro portando il Brasile in vantaggio. Varela capisce subito che se si riprendesse subito a giocare i suoi sarebbero travolti e così, essendogli parso con la coda dell’occhio che per un attimo il guardalinee aveva alzato la bandiera, con tutta calma prende il pallone e si dirige dall’assistente dell’arbitro per dirgli “offside”. Sa benissimo che quella protesta non sarà mai accolta, ma deve far passare quei cinque minuti che spengano l’entusiasmo dei brasiliani e facciano recuperare lucidità agli uruguagi ed infatti i giocatori della seleçao iniziano ad urlargli contro di rimettere la palla al centro “che ve ne facciamo altri cinque”. Grazie a quella piccola pausa l’Uruguay supera il colpo e inizia a giocare così che, al sessantaseiesimo, c’è il triangolo chiesto da Ghiggia, Bigode è saltato mentre Augusto deve zonare così che Ghiggia se ne va in velocità sulla fascia e passa verso il centro dell’area dove c’è Schiaffino; “Pepe” dirà che voleva metterla sull’altro palo, ma la caviglia gli ha fatto un movimento strano e così la spedisce all’incrocio segnando il pareggio. Dal punto di vista brasiliano poco è cambiato perché la seleçao anche col pareggio è campione e dunque logica suggerirebbe di gestire il risultato lasciando che fosse l’Uruguay ad esporsi così magari da colpirlo in contropiede, ma qui per la prima volta l’ospitare il mondiale gioca a svantaggio della nazionale di casa. Infatti se vincere quel mondiale vuol dire anche mettere il paese sulle carte geografiche del mondo allora non la si può pareggiare quella partita, il successo brasiliano deve essere completo e incontestabile soprattutto contro l’Uruguay dato che la celeste aveva battuto il Brasile in un’amichevole prima del torneo. I brasiliani così, invece di accontentarsi, si lanciano all’attacco con il risultato che, dieci minuti dopo, Pérez lancia Ghiggia in contropiede il quale brucia la difesa ed entrato in area, non appena Barbosa cambia peso per coprire nel caso ci sia un uruguagio al centro da servire, tira sul primo palo… due a uno. Il Maracanà piomba in un inquietante silenzio perché l’unica possibilità che non era mai stata presa in considerazione, d’improvviso era divenuta una realtà. Jules Rimet raccontò che sull’uno ad uno aveva lasciato la tribuna d’onore per andare a provare il discorso che aveva preparato in cui magnificava il Brasile campione, rientrato però nello stadio trovò questo silenzio di tomba così alzò lo sguardo al tabellone e vide che l’Uruguay era passato in vantaggio “Era tutto previsto tranne il trionfo dell’Uruguay”. Gli ultimi dieci minuti della partita sono un dramma come forse mai è stato per una squadra di calcio e un’intera nazione; i brasiliani attaccano alla disperata mentre gli uruguagi difendono con le unghie e con i denti tentando di perdere ogni secondo possibile (Varela ad un certo punto si butterà a terra anche se non si è fatto niente). L’ultima azione è un calcio d’angolo per il Brasile, sulla bandierina di destra va Friaça che però crossa lungo lontano dai compagni e, non appena la palla rimbalza a terra, Gambetta la prende con le mani… c’è un attimo di smarrimento, Maspoli se lo guarda come per dire “ma che….” e invece è finita e Gambetta ha udito distintamente il triplice fischio di Reader che consacra l’Uruguay campione del mondo per la seconda volta. Non ci fu una vera cerimonia di premiazione perché nulla era stata organizzato per l’eventualità, neanche considerata, che l’Uruguay vincesse; così la banda d’onore non aveva gli spartiti dell’inno uruguaiano e Rimet, l’abbiamo visto, non aveva nessun discorso. Di fatto la premiazione fu un Rimet disorientato che consegnò la coppa a Varela il quale, subito, la passò al delegato uruguagio che la mise via e infatti c’è solo un breve frammento di filmato che ritrae confusamente la scena. C’è però un momento ulteriore raccontato da Buffa e cioè Reader che, essendo la sua ultima partita e intuendo già che aveva partecipato a qualcosa che entrerà nella storia, va nello spogliatoio dell’Uruguay per chiedere il pallone della partita; Varela si avvicina con due palloni e dà all’arbitro quello più consumato, ma in realtà quello dell’incontro è l’altro e infatti oggi si trova al museo del calcio di Montevideo accanto agli scarpini proprio di Varela. Per i brasiliani invece è un dramma nazionale: ci fu chi si sentì male, chi si suicidò per la disperazione o perché si era giocato tutti i risparmi sulla certa vittoria della seleçao, Ary Barroso da quel momento non commentò più una partita mentre il capitano Augusto ancora vent’anni dopo racconterà che la notte sognava di segnare il pareggio su assist di Zizinho. Chi però se la passò peggio fu il portiere Barbosa che, indicato come responsabile del gol di Ghiggia, passò tutta la sua vita ad essere indicato dalle nonne ai nipoti come “l’uomo che ha fatto piangere l’intero Brasile”; nel 1993 chiederà di fare gli auguri alla seleçao che stava giocando le qualificazioni per USA ’94, ma gli fu impedito in quanto iettatore e a seguito di ciò dichiarerà “In Brasile la pena più lunga per un crimine è trent’anni di carcere. Io da quarantatré anni pago per un crimine che non ho commesso.”. In effetti dopo il Maracanazo la nazionale brasiliana fu presa da una sorta di furia di rimozione di tutto ciò che avesse un collegamento con la partita e così la casacca bianca usata fino a quel momento venne sostituita con l’attuale verdeoro. Curiosità finale le elezioni brasiliane del 1951 sarebbero state vinte da Getulio Vargas che, rifattasi una verginità democratica, governò il paese sino al colpo di stato del 1954.

Nel 2014, dopo l’umiliazione inflitta dalla Germania alla seleçao, si iniziarono a fare i confronti tra le due partite usando, non in Brasile, anche il termine Mineirazo. In realtà le due partite sono molto diverse in primis perché mentre la squadra del ’50 l’abbiamo visto era fortissima, forse è stata la più forte squadra brasiliana insieme a quella di Messico ’70 e di Spagna ’82, quella del 2014 era una formazione mediocre che, appena persi Neymar e Thiago Silva, fu travolta dal rullo compressore teutonico. Soprattutto però la grande differenza fu come giunse la sconfitta: nel 2014 fu una “morte rapida” perché in venti minuti i tedeschi segnarono cinque gol e così, già alla fine del primo tempo, era chiaro che il Brasile era fuori, invece nel 1950 fino a dieci minuti dalla fine la seleçao era campione del mondo e quindi fu una tragedia lenta perché ogni secondo che passava, ogni occasione da gol sprecata, faceva avvicinare di un attimo in più un baratro ritenuto fino ad un attimo prima imponderabile.

 

Bibliografia:

  • Federico Buffa, Nuove storie mondiali

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