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Twilight Struggle – Turno I: l’inizio della guerra fredda (Parte II).

Riprendiamo la narrazione della nostra partita a Twilight Struggle, tramite la quale stiamo andando a narrare con focus mirati gli eventi della guerra fredda, concludendo il primo turno nel quale abbiamo simulato gli anni che vanno dalla resa dell’Asse nel 1945 alla fine del 1949. Nella Parte I avevamo visto l’URSS iniziare a stringere le maglie del suo controllo sull’Europa Orientale in reazione al Piano Marshall mentre la decolonizzazione ha fatto entrare nei giochi il Sud-Est Asiatico. Oggi vedremo come, sebbene la seconda guerra mondiale si sia appena conclusa, i cannoni non tardano a ricominciare a sparare dall’Europa, al Medio Oriente sino a giungere in Asia.

Carta fase tre del giocatore USAGuerra arabo-israeliana

Indipendentemente da come la si pensi sul conflitto arabo-israeliano e sulle colpe rispetto allo stesso, a mia opinione se c’è un attore che sicuramente va chiamato sul banco degli imputati questo è il Regno Unito e la sua scriteriata politica nell’area medio orientale nella prima metà del novecento. Londra infatti non si fece troppi problemi a promettere, in piena prima guerra mondiale, agli arabi la creazione di un loro stato indipendente che comprendesse anche la Palestina, mentre al movimento sionista, tramite la celebre dichiarazione di Balfour del 1917, l’intenzione di voler incoraggiare la nascita di una national home per il popolo ebraico sempre in Palestina (formula ambigua che poteva essere interpretata in mille modi). Alla fine del conflitto ovviamente entrambe le parti vennero a battere cassa e il nodo venne al pettine, anche perché gli inglesi avevano i loro progetti imperialisti nell’area; la soluzione scelta fu dunque, tanto per scontentare un po’ entrambi le parti, che la Palestina fosse assegnata al Regno Unito come mandato di tipo A il quale avrebbe dovuto portare alla creazione nell’area di un’entità statale indipendente (anche se non si specificava di quale tipo). Gli arabi, sentendosi traditi dagli occidentali rispetto a ciò che gli era stato promesso durante la Grande Guerra, ovviamente guardarono come fumo negli occhi l’immigrazione ebraica che, sotto la direzione dell’Agenzia ebraica cominciò a far affluire persone in Terra Santa, soprattutto nelle collettive dei kibbutz, al fine di creare le basi per la ricostruzione di Eretz Israel. Non aiutava alla tranquillità dell’area la gestione schizofrenica da parte degli inglesi in quanto, se da Londra si continuava a ribadire la validità della dichiarazione di Balfour tentando ora di minacciare ora di placare gli arabi, l’autorità britannica in Palestina cercava in ogni modo di ostacolate i progetti del movimento sionista non facendosi scrupolo di aizzare i locali contro gli immigrati ebrei (cosa che spinse questi ad iniziare ad organizzare dei gruppi di autodifesa). Nonostante la linea del movimento sionista fosse quella della collaborazione con gli inglesi, grande delusione ebbe l’annuncio nel 1939 che l’immigrazione ebraica in Palestina sarebbe da quel momento stata limitata a 15.000 persone l’anno; ciò diede sempre maggior forza a quella componente che riteneva che gli ebrei dovessero fare da soli per ottenere la loro patria. Le cose peggiorarono ulteriormente con le vicende della seconda guerra mondiale. Poiché infatti parte della popolazione araba manifestò sentimenti filo-tedeschi (in funzione sia anti-britannica che anti-ebraica) gli inglesi tollerarono la formazione da parte degli ebrei di gruppi paramilitari, come la Haganah, se non propriamente terroristici, come la banda Stern o l’Irgun nelle quale militarono i futuri primi ministri israeliani Yitzhak Shamir e Menachem Begin, per usarli in funzione di repressione anti-araba, mentre una brigata ebraica venne integrata all’interno dell’esercito inglese e combatté in Italia. Con la sconfitta dell’Asse e la scoperta degli orrori dell’olocausto un gran numero di ebrei europei, sconvolti dall’indifferenza con cui amici e vicini di casa li avevano guardati andare al massacro nei campi di concentramento, decise di prendere la via per la Terra Santa nell’idea che solo fondando uno stato proprio gli ebrei avrebbero guadagnato quella sicurezza che le vicende del conflitto avevano dimostrato non poter essere loro garantita in Europa. Londra si trovò così a dover gestire una situazione che si faceva sempre più esplosiva, cercando di trovare un equilibrio che andasse a soddisfare i sionisti senza alienargli il mondo arabo, mentre i gruppi paramilitari ebraici iniziavano a colpire gli stessi inglesi per forzarli ad andarsene. Fu in questo contesto che l’amministrazione Truman si espresse a favore della immediata concessione del visto per la Palestina a 100.000 profughi ebrei dall’Europa, cosa che mise ulteriormente gli inglesi sotto pressione e li convinse infine a scaricare, nell’Aprile 1947, la patata bollente della sistemazione dell’area alle Nazione Unite annunciando che loro, in un modo o nell’altro, il 1° Agosto 1948 si sarebbero ritirati dalla Palestina. L’ONU elaborò l’unica soluzione realistica: dividere la Palestina in due stati, uno ebraico e uno arabo, con Gerusalemme internazionalizzata; ovviamente la proposta scontentò tutti, ma mentre gli ebrei valutarono che fosse meglio l’uovo oggi, gli arabi respinsero risolutamente l’idea. Le tensioni nell’area così continuarono a crescere fino al punto di rottura ed ebbero inizio gli scontri; gli inglesi, per nulla intenzionati a finire in mezzo al fuoco incrociato, decisero di anticipare la data del ritiro al 15 Maggio di fatto abbandonando la Palestina a sé stessa. Nel vuoto di potere che si creò Ben Gurion e il movimento sionista giocarono d’anticipo e proclamarono unilateralmente lo stato d’Israele, subito riconosciuto tanto da Washington quanto da Mosca. La reazione tanto della componente arabo palestinese quanto degli stati arabi fu la guerra, una guerra che però gli israeliani furono subito pronti ad affrontare convertendo l’Haganah nella base di un esercito che ricevette sin dalle prime fasi del conflitto approvvigionamenti tanto dagli stati occidentali, quanto dall’URSS e dalla Cecoslovacchia. A contrario gli arabi si mossero in maniera disordinata e spesso con obiettivi in contrasto tra loro: gli arabo-palestinesi lottavano contro la creazione dello stato ebraico senza però avere una chiara idea nazionale da opporgli, mentre egiziani, siriani, giordani e libanesi più che a difendere i diritti di questa componente guardavano alla possibilità di espandere i loro confini; ad esempio i giordani accettarono che la loro partecipazione al conflitto fosse solo formale in cambio della accondiscendenza israeliana all’annessione della Cisgiordania. Fu in questo contesto che iniziò la Nakba (catastrofe in arabo) cioé l’esodo, spesso imposto con la violenza dalle bande paramilitari ebree, di quasi 700.000 arabi-palestinesi verso i territori vicini. Di fronte all’evolvere della situazione l’ONU si fece di nuovo avanti per cercare una tregua basata sempre sulla soluzione di due stati, ma entrambi gli schieramenti rifiutarono ed anzi il mediatore internazionale conte Folke Bernadotte venne assassinato ad ottobre dalla banda Stern. Solo agli inizi del 1949, di fronte all’avanza israeliana verso il Sinai, il nuovo mediatore Ralph Bunche riuscì a negoziare la firma di una serie di armistizi tra Israele e gli stati vicini (tranne l’Iraq). La fine delle ostilità però non volle dire pace perché fu impossibile giungere a una definizione dei rapporti dell’area basati sul riconoscimento di Israele da parte degli stati arabi, la creazione di uno stato palestinese (i territori della Palestina non occupati da Israele vennero annessi da Giordania ed Egitto) e il rientro dei profughi palestinesi. Di fatto quella che si determinò fu una tregua armata con gli stati arabi fermamente intenzionati a rimettere in discussione l’esistenza di Israele non appena si fossero sentiti pronti.

La carta permette di simulare una delle varie guerre arabo-israeliane facendo in modo che l’URSS (anche se abbiamo visto che almeno nel primo conflitto l’URSS fu tutt’altro che filo-araba) di lanciare un dado, sottraendo un -1 per ogni stato arabo vicino ad Israele controllato dal giocatore USA, e nel caso di un risultato da 4 a 6 sostituire tutta l’influenza americana in Israele con influenza sovietica oltre a +2 VP. Ottiene anche automaticamente un +2 Mil. Ops.. Si tratta di un rischio calcolato per il giocatore USA in quanto il tiro ha già un -1 per il suo controllo sull’Egitto, e ottiene un altro malus perché gli USA usano i due punti di valore della carta per mettere altrettanta influenza in Giordania così da controllarla, cautela comunque inutile perché il dado dà un 2 intanto però gli USA aggiungono un altro paese del Medio Oriente al loro conto. La carta finisce tra gli scarti e se uscirà di nuovo potremo usarla per parlare degli altri conflitti tra Israele e i suoi vicini.

Carta fase quattro del giocatore URSSGuerra civile greca

Durante la guerra mondiale la Grecia era stata interessata da un ampio movimento di resistenza il quale però, come in molte altre parti d’Europa, era diviso in varie anime spesso non in buoni rapporti tra loro. Il gruppo più consistente (forte di quasi ventimila uomini) era l’Esercito popolare greco di liberazione (ELAS), braccio armato del Fronte di liberazione nazionale (EAM) che comprendeva tutte le forze repubblicane di sinistra con però l’anima comunista come quella più forte. Altre forze rilevanti erano l’Unione nazionale greca democratica (EDES) e Liberazione nazionale e sociale (EKKE) entrambi di tendenze liberal-repubblicane, seguivano poi una serie di organizzazioni più piccole alcune di esse legate al governo monarchico in esilio (in particolare l’Organizzazione panellenica di liberazione – PAO). Nonostante l’obiettivo comune di lotta contro gli occupanti, le diversità ideologiche ben presto portarono a scontro tra le varie formazione (e persino ad episodio di collaborazionismo con i tedeschi in funzione anti-comunista da parte dei gruppi monarchici e di destra), al punto che gli Alleati dovettero intervenire per fare da paceri. Nell’autunno-inverno del 1944 la Grecia venne infine liberata dalle forze inglesi sbarcate vicino ad Atene e venne installato un governo di coalizione guidato del generale Georgios Papandreu in attesa del rientro di re Giorgio II dall’esilio. L’EAM però non era entusiasta della restaurazione di una monarchia che aveva appoggiato la dittatura para-fascista di Ioannis Metaxas, inoltre si riteneva sottorappresentata nel governo rispetto al suo peso nella lotta di liberazione. Fu così che a Dicembre i ministri dell’EAM uscirono dal governo e il 6 scoppiarono scontri ad Atene tra i partigiani dell’ELAS e le forze britanniche appoggiate dai vari gruppi anti-comunisti della resistenza. Nonostante l’ELAS venne sconfitta ad Atene, fu in grado di mantenere le sue posizioni nelle campagne e in montagna; così a Gennaio ’45, su mediazione dello stesso Chruchill, si giunse ad un compromesso, con l’insediamento di un nuovo governo sotto il generale Nicholas Plastiras e la nomina come reggente del capo della chiesa ortodossa greca Arcivescovo Damaskinos. La sensazione generale però era che la resa dei conti tra le forze interne al paese era solo rinviata, anche perché da un lato gli anti-comunisti scatenarono una campagna di terrore bianco che portò alla morte di quasi duemila persone, dall’altro i partigiani dell’ELAS trassero da queste violenze la giustificazione per non ottemperare alla promessa di consegnare le armi. La situazione precipitò a seguito delle prime elezioni parlamentari che videro la vittoria del Partito Populista, formazione di destra guidata da Constantine Tsaldaris il quale come primo atto indisse un referendum sulla monarchia. Il voto del 1° Settembre 1946, che diede la vittoria al ritorno di re Giorgio II, fece precipitare definitivamente la situazione: l’ELAS si riorganizzò in Esercito democratico greco (DSE), proclamò la repubblica e riprese la guerriglia contro il governo monarchico e le forze d’occupazione inglese che le appoggiavano. I comunisti greci vennero sin da subito sostenuti dai loro compagni jugoslavi, bulgari e albanesi che fornivano uomini e materiali; Stalin da par suo si pose in una benevola indifferenza, la Grecia non rientrava nella sfera d’influenza sovietica concordata a Mosca con Churchill, ma se gli fosse caduta in mano per lo svilupparsi degli eventi non se ne sarebbe crucciato troppo. Il governo monarchico si trovò in grosse difficoltà e riuscì a sopravvivere solo grazie al supporto economico e militare inglese (Londra arrivò a schierare 40.000 uomini in Grecia), ma questo sforzo era eccessivo per l’economia del Regno Unito che stava uscendo distrutta dalla guerra mondiale. Fu così che, come abbiamo già raccontato, a febbraio 1947 gli inglesi comunicarono a Washington che da Marzo avrebbero dovuto ritirarsi; ciò fu tra le premesse all’enunciazione della dottrina Truman che portò gli Washington ad inviare in Grecia generosi aiuti economici oltre a scorte di cibo e armamenti. La presa di posizione americana fu per Stalin il segnale che era giunto il momento di smettere di tirare la corda e così ordinò che i comunisti greci fossero lasciati da soli al loro destino; tutti obbedirono tranne Tito e ciò contribuì alla rottura tra Mosca e Belgrado. Nonostante la Jugoslavia fosse l’unico paese ancora pronto ad appoggiarli, il DSE si attenne alla più stretta fedeltà alla casa madre russa rompendo a loro volta con gli eretici del mondo comunista. Rimasti da soli a fronteggiare le forze monarchiche, rivitalizzate dagli aiuti americani, i comunisti persero progressivamente terreno finché nel Settembre 1949 gli ultimi gruppi non furono costretti a riparare in Albania, il 16 Ottobre venne annunciato ufficialmente il cessate il fuoco. Nonostante la fine del conflitto, che pose la Grecia definitivamente nel campo occidentale con la sua adesione alla NATO nel 1952, le tensioni politiche e sociali all’interno del paese non si placarono e avrebbero condotto nel 1967 al colpo di stato che instaurò la dittatura dei colonnelli.

Questa è una carta custom che apprezzo sempre inserire nel mazzo sia perché aumenta gli eventi connessi agli stati minori, cosa che amo aggiungere alle mie partite, sia perché dà un po’ di respiro al giocatore americano nella gestione della barra delle Mil. Ops. nei tre turni di inizio guerra dove, eccezion fatta che usando la carta “Guerra indo-pakistana”, può soddisfare il quantum richiesto solo attraverso colpi di stato, sacrificando però carte operazioni magari che gli sarebbero più utili in altro senso, e con magari le opzioni d’azione limitate dallo stato del livello DEFCON. La carta permette di tirare un dado con un malus di -1 per ogni paese controllato dal giocatore sovietico e confinante con la Grecia; oltre a ottenere automaticamente un +2 Mil.Ops., con un risultato di 3 o più il giocatore USA guadagna +2 VP e sufficiente influenza per controllare la Grecia a rappresentare il supporto dato dall’America al governo monarchico contro i comunisti. Nel nostro caso il giocatore URSS controlla la Bulgaria quindi c’è un -1, ma il dado dà 4 e quindi anche con questo malus il giocatore USA fa risultato. Per quanto riguarda invece l’uso che il giocatore URSS fa dei due punti operazione la scelta è per una delle azioni classiche del lato sovietico ad inizio partita: un colpo di stato in Iran per sottrarre questo paese campo di battaglia all’americano e indebolire la sua posizione in Medio oriente anche in prospettiva di una carta di cui parleremo in futuro. Il dado dà 5 che unito al 2 di valore della carta permette di togliere tutta l’influenza americana e di aggiungere un punto di influenza sovietica, non abbastanza per controllarlo però un buon punto di partenza per ulteriori sviluppi. Il livello DEFCON sale a 4 (vietati colpi di stato e riallineamenti in Europa) e il giocatore sovietico va a 4 Mil. Ops. soddisfacendo per ora il richiesto da questo turno. La carta viene rimossa dal gioco.

Carta fase quattro del giocatore USAGuerra indo-pakistana

Abbiamo già accennato di come la partizione dell’India fu resa inevitabile dalla ferma convinzione della Lega musulmana di Ali Jinnah che la minoranza islamica non sarebbe mai stata garantita all’interno di uno stato a maggioranza indù. Il Partito del Congresso dovette infine accettare anch’esso la soluzione dei due stati a fronte del crescere delle violenze che rendevano concreto il rischio di una guerra civile a a carattere inter- religioso; ciò però non impedì lo scorrere del sangue e l’annuncio della nascita di India e Pakistan venne accompagnato dalla morte di quasi un milione di persone per scontri tra musulmani e indù, unito con uno scambio di popolazione tra i due nuovi stati di quasi undici milioni di persone (sette milioni di musulmani verso il Pakistan, cinque milioni di indù e sikh verso l’India). I problemi però erano appena iniziati perché incerto restava il destino dello Stato principesco del Jammu e Kashmir, a maggioranza musulmana, ma governato da un Maharaja indù, che proprio per questa ragione decise di non aderire a nessuno dei due nuovi stati. Appoggiata dal Pakistan, che avviò un vero e proprio embargo contro lo stato del Jammu e Kashmir, la maggioranza musulmana iniziò a protestare per chiedere l’adesione al vicino di fede islamica; a ottobre dalle proteste si passò all’insurrezione armata ad opera di milizie, per lo più formate da ex soldati dell’esercito dell’India britannica e armate da Karachi (all’epoca capitale del Pakistan), a cui si unirono bande proveniente dalle tribù di etnia pashtun. Di fronte alla rivolta il Maharaja Hari Singh ruppe gli indugi e chiese l’adesione del suo principato all’India, Nehru si affrettò a riconoscerla e ordinò alle truppe indiane di entrare nel Jammu e Kashmir. Il Pakistan ovviamente rifiutò di riconoscere l’adesione e avrebbe voluto mandare a sua volta i soldati nel territorio contesto, ma all’epoca i vertici dell’esercito erano ancora, come anche in India, in mano ad ufficiali inglesi che rifiutarono di eseguire l’ordine argomentando che il Jammu e Kashmir ormai era parte dell’India. Il Pakistan così in questa prima fase del conflitto si limitò ad inviare rifornimenti e “volontari” agli insorti i quali, sebbene respinti dalle forze indiane, riescono a mantenere il controllo della zona occidentale del Kashmir. Solo nel maggio del 1948, a seguito di una offensiva primaverile indiana che portò le truppe di Nuova Delhi ad avvicinarsi ai confini del Pakistan, Karachi ruppe gli indugi entrando formalmente nel conflitto con il suo esercito. Progressivamente la guerra entrò in una fase di stallo e ciò favorì una mediazione da parte delle Nazioni Unite, che ad Agosto del ’48 passò una risoluzione per un cessate il fuoco che venne accettato da entrambe le parti a Dicembre. Il base agli accordi di Karachi, siglati nel luglio del 1949, venne fissa una linea del cessate il fuoco di 830 km che poneva i 2/3 del fu principato del Jammu e Kashmir (valle del Kashmir, Jammu e Ladakh) sotto controllo indiano e il restante 1/3 (Azad Kashmir e Gilgit-Baltistan) sotto controllo pakistano. La risoluzione ONU prevedeva anche che i due stati avviassero negoziati per l’indizione di un plebiscito che decidesse il futuro dell’area previo reciproco ritiro delle rispettive forze armate; l’impossibilità di giungere a un accordo sulla demilitarizzazione del territorio (gli indiani volevano che i pakistani in quanto aggressori si ritirassero per primi, mentre i pakistani insistevano per un ritiro congiunto) impedì di trovare lo spazio per una risoluzione politica della controversia. Tentativi durante gli inizi degli anni cinquanta di giungere a un compromesso che permettesse la convocazione del plebiscito si scontrarono contro i veti incrociati delle due parti, finché nel 1954 non sembrò che Nehru e il nuovo primo ministro pakistano Bogra fossero sul punto di trovare un’intesa. L’annuncio però di un accordo per la fornitura di armi da parte degli Stati Uniti al Pakistan irrigidì nuovamente la posizione indiana, lasciando così il Kashmir in una situazione di stallo armato che non poteva che essere foriero di nuovi scontri.

La carta permette di simulare uno dei vari conflitti che opposero India e Pakistan durante la guerra fredda. Colui che la gioca come evento sceglie uno dei due paesi come bersaglio dell’aggressione e in caso di esito positivo (4-6 col dado) sostituisce tutta l’influenza dell’avversario in loco con influenza propria e guadagna +2 VP; la carta dà anche automaticamente un +2 di Mil. Ops.. Avendo già il giocatore americano il controllo del Pakistan e essendo l’India priva di influenza usarla come evento avrebbe pochi vantaggi e forse la scelta migliore sarebbe usarla per il valore di due punti operazione, ma dato che ho bisogno che il giocatore USA ottenga altri 2 Mil. Ops. per raggiungere la quota richiesta e l’unico altro modo sarebbe fare un colpo di stato in Medio Oriente o Asia che però mi andrebbe a creare problemi per la narrazione, la uso comunque come evento magari anche solo per i +2 VP. Scelgo come bersaglio l’India, ma il dado dà 2; comunque ottengo i 2 di Mil. Ops così anche gli USA sono sistemati per il turno da questo punto di vista. La carta va tra gli scarti e potrà essere nuovamente giocata in futuro e se sarà così avremo occasione di parlare degli altri conflitti combattuti dai due paesi.

Carta fase cinque del giocatore URSSNATO

Tra la fine del 1947 e gli inizi del 1948 le crescenti tensioni con l’Unione Sovietica per l’incancrenirsi del problema tedesco e l’ostilità di Mosca verso il piano Marshall, determinarono il sorgere tra i paesi dell’Europa occidentale della convinzione delle necessità di affiancare ai nuovi legami politico-economici anche progetti a carattere militare. Già nel Marzo 1947 Regno Unito e Francia avevano sottoscritto il trattato di Dunkerque, un’alleanza ufficialmente diretta contro un riarmo tedesco, ma in realtà volta a creare un polo europeo in grado di agire da terzo attore sulla scena internazionale a fianco di Stati Uniti e URSS. La linea oltranzista assunta dai partiti comunisti occidentali dopo la nascita del Cominform e il forte impatto emotivo che ebbe nell’opinione pubblica il colpo di stato a Praga del Febbraio-Marzo 1948 spinse però gli europei a prendere in considerazione accordi di più ampia portata che contemplassero anche un ruolo attivo degli americani. A margine delle conferenza quadripartita dei ministri degli esteri di Londra, conclusasi in un fiasco, inglesi e francesi sondarono l’interesse di Washington ad impegnarsi in un alleanza militare stabile; la risposta fu che, così come per il piano Marshall, l’iniziativa sarebbe dovuta venire dall’Europa. Così il 17 Marzo 1948, poche settimane dopo i fatti di Praga, venne sottoscritto il Patto di Bruxelles tra Regno Unito, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo con il quale si istituiva un’alleanza difensiva, detta Unione Occidentale, ufficialmente ancora diretto contro una eventuale nuova minaccia tedesca, ma ufficiosamente già orientata a creare un fronte europeo che si contrapponesse alla sfera d’influenza sovietica. Sebbene si trattasse di una mera espansione del trattato di Dunkerque, fortemente intrisa delle ambizioni i Londra e Parigi di conservare un ruolo da grandi potenza, la creazione dell’Unione Occidentale fu un segnale all’intera Europa occidentale accompagnato dalla promessa di Truman di aiuti da parte degli Stati Uniti e da precise dichiarazioni del ministro degli esteri inglese Bevin in ordine alla volontà di estendere l’accordo anche ad altri paesi. Effettivamente in una serie di incontri tra inglesi, canadesi e americani, Washington si era convinta che solo l’allargamento dell’Unione Occidentale ad un ambito più continentale e meno atlantico, l’avrebbe resa una credibile alleanza in funzione antisovietica a cui si  poteva convincere Congresso e paese ad aderire. Il momento di svolta fu l’adozione a Giugno del 1948 da parte del Congresso della risoluzione Vandenberg con la quale si autorizzava il Presidente a far “associare gli Stati Uniti (…) a quegli accordi regionali o a quegli accordi collettivi che (fossero) basati sul continuo ed effettivo impegno di autodifesa e reciproco aiuto….”. Era una rivoluzione copernicana per la politica estera americana, che per la prima volta contemplava la possibilità di aderire ad alleanze militari vincolanti in tempo di pace, e che portò il 6 Luglio all’apertura di colloqui ufficiali per la stesura del Trattato dell’Atlantico del Nord. Tre erano i nodi gordiani da scogliere: in primo luogo convincere la Francia che nessun’alleanza europea avrebbe potuto prescindere dalla partecipazione della Germania una volta ricostruito lo stato tedesco; ed anzi proprio la delineazione di un sistema di sicurezza collettivo dell’Europa occidentale convinse Parigi a moderare la sua posizione sul futuro assetto tedesco. Secondo stabilire l’ambito geografico dell’alleanza e cioè doveva comprendere solo i paesi dell’area atlantica, dando così all’accordo una dimensione prevalete navale e protestante (con minori possibilità di ottenere l’appoggio della Santa Sede in un momento in cui i giornali erano pieni di storie sulle persecuzioni dei religiosi nell’Europa orientale), o si doveva aprirlo anche ai paesi del Mediterraneo? Su questo punto la questione girò tutta intorno all’adesione dell’Italia, vista non di buon occhio dai paesi nordici che avrebbero preferito che alla NATO fosse affiancato un identico Patto del Mediterraneo, accettata infine perché sostenuta in senso ultimativo dai francesi (che speravano così di spostare l’asse dell’alleanza più sul continente a scapito del Regno Unito) e gradita agli americani che temevano in caso contrario di togliere autorevolezza al governo di De Gasperi. L’ultimo punto era la natura del casus foederis, che venne concordato in un attacco armato in Europa o America settentrionale contro uno qualsiasi degli Stati aderenti ad opera di un paese terzo. I negoziati si conclusero nel Marzo 1949 e il 4 Aprile a Washington il trattato che faceva sorgere l’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico venne sottoscritto da Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Portogallo, Norvegia, Italia, Islanda e Danimarca (Svezia e Svizzera preferirono conservare la loro politica di neutralità mentre sulla Spagna, la cui adesione sarebbe stata gradita agli americani, si abbatté il veto anti-franchista dei governi social democratici nordici). Già nel 1952 l’accordo venne allargato a Grecia e Turchia, comunque già parte del sistema militare americano dall’enunciazione della dottrina Truman, mentre l’adesione della Germania dell’Ovest nel 1955 portò l’Unione Sovietica a decidere di organizzare militarmente anche il campo socialista.

Carta il cui effetto forse non è così trascendentale in quanto impedisce al giocatore URSS di compiere colpi di stato o tiri di riallineamento in qualsiasi paese europeo controllato dagli USA (così da rappresentare il sorgere di questa alleanza difensiva che impedisce all’URSS di espandere a forza di colpi di mano la sua influenza sul vecchio continente), ma il medesimo risultato lo si ottiene facendo scendere il livello DEFCON a 4 (una situazione che è abbastanza abituale durante il gioco). Credo che sia molto più utile adoperarla per i quattro punti operazione ed infatti l’URSS che l’ha giocata li usa per espandere la sua influenza in Medio Oriente aggiungendo un punto influenza in Iran (paese campo di battaglia), uno in Siria ed due in Irak (paese campo di battaglia) acquisendo così il controllo di tutti e tre. La carta viene rimossa dal gioco.

Carta fase cinque del giocatore USARossi Indipendenti

Il dissidio Stalin – Tito rappresentò la prima grande eresia all’interno del mondo comunista; precedentemente l’unica devianza di rilievo rispetto alla dottrina di Mosca era stata rappresentata da Trockij il quale però, nonostante il suo prestigio, non era mai riuscito a provocare una frattura rilevante all’interno dei movimenti comunisti dei vari paesi. Premessa fondamentale, Josip Broz detto Tito ideologicamente era un convinto comunista di fede stalinista, il contrasto con Mosca non fu dunque sul piano dottrinale-ideologico dell’interpretazione del marxismo (il “titismo” iniziò a configurarsi come un approccio indipendente al comunismo solo negli anni cinquanta), bensì riguardò il grado di autonomia che i singoli partiti comunisti nazionali potevano esercitare rispetto alle direttive che giungevano dalla casa madre moscovita. Nel resto d’Europa, soprattutto in quella orientale, i leader comunisti dovevano la loro autorità al fatto di essere le persone scelte da Stalin per quel ruolo, si trattava in molti casi di funzionari dell’ex-COMINTERN che rientravano nei paesi nativi al seguito dei carri dell’Armata rossa come Rakosi in Ungheria, Ulbricht e Pieck in Germania o anche, tolta la parte dei carri armati, Togliatti in Italia. La Jugoslavia, ma va detto anche l’Albania, faceva però eccezione; qui durante la guerra il movimento di resistenza crebbe costantemente di dimensioni (300.000 uomini nel 1943, 500.000 nel ’44 e oltre 800.00 a fine conflitto) al punto da uscire dalla semplice attività di guerriglia per divenire un esercito in senso stretto in grado di affrontare battaglie campali contro le forze occupanti. Leader assoluto di questo movimento, soprattutto dopo che gli alleati ruppero con le formazioni monarchiche dei cetnici per il loro comportamento ambiguo con gli italo-tedeschi, era appunto Tito che non si limitò ad aspettare l’arrivo dell’Armata rossa, ma fece in modo che la Jugoslavia fosse già in parte liberata dai suoi partigiani quando i sovietici entrarono nel paese, che si trovarono così più che altro a svolgere un ruolo di supporto all’avanzata dell’Esercito popolare di liberazione che entrò autonomamente a Sarajevo, Zagabria, Lubiana e Trieste. Tito aveva dunque un suo prestigio personale che lo rendeva popolare non solo all’interno del Partito comunista jugoslavo, ma anche nella popolazione e nel neo ricostituito esercito (che altro non erano che le ex forze partigiane riorganizzate). Per questo motivo gli era difficile accettare di diventare l’ennesimo proconsole di Mosca tenuto a mettersi sull’attenti ad ogni ordine che giungeva da Stalin, di converso i sovietici iniziarono ben presto a guardare con preoccupazione alla propaganda titina che era solita porre il leader jugoslavo sullo stesso piano del segretario generale sovietico. A scontentare progressivamente sempre più Stalin era però soprattutto la linea di contrapposizione dura all’occidente propugnata da Tito all’interno del movimento comunista internazionale, la sua intransigenza sul destino di Triste, che stava mettendo sempre più in difficoltà i compagni italiani, nonché il suo eccessivo attivismo nell’area balcanica. Il sostegno dato dagli jugoslavi ai partigiani greci nella loro guerra contro il governo monarchico filo-occidentale di Atene, anche dopo che Stalin aveva ordinato di porvi fine, unito con gli accenni di progetto di una Federazione balcanica tra Jugoslavia, Bulgaria e Albania, fecero sospettare a Mosca che Tito intendesse porsi come guida unica del comunismo nell’Europa sud-orientale. Per nulla disposto ad accettare un tale elemento di disturbo all’interno della sua sfera di influenza il 27 Marzo 1948 Stalin passò all’attacco e, convinto di poter facilmente ricondurre all’obbedienza il reprobo, inviò una durissima lettera a Tito nella quale si accusavano vari suoi collaboratori, in particolare il suo braccio destro Milovan Djilas, di deviazionismo rispetto al marxismo-leninismo e se ne chiedeva la rimozione. Probabilmente il segretario generale sovietico era convinto che questa scomunica dalla chiesa madre avrebbe o costretto Tito a piegarsi o gli avrebbe rivoltato contro il resto del Partito comunista jugoslavo; non avvenne né l’una né l’altra cosa. Il Comitato centrale del partito jugoslavo infatti si schierò compatto con Tito nel rigettare le accuse e i filo-sovietici, come Andrija Hebrang e Sreten Zujovic, vennero ben presto epurati. Ormai lo scontro era palese e Stalin scelse la via dell’intransigenza così il 28 Giugno 1948 a Bucarest il Cominform condannò ufficialmente il Partito comunista jugoslavo per deviazionismo espellendolo dall’organizzazione; per nulla impressionato Tito tirò dritto, nonostante l’isolamento in Belgrado rischiava di trovarsi, stroncando l’opposizione interna al partito e preparandosi all’eventualità di una invasione sovietica. In suo soccorso giunse, non tanto inaspettatamente, l’occidente: durante la guerra mondiale infatti gli inglesi avevano investito molto nella resistenza jugoslava e adesso che era maturata la rottura con Mosca, Tito fece dei sondaggi per vedere se fosse possibile trovare di nuovo una sponda da quelle parti. Il governo laburista di Clement Attlee diede risposta positiva e anche gli Stati Uniti iniziarono ad inviare sussidi a Belgrado intuendo che, piuttosto che lasciare la Jugoslavia da sola al suo destino, era più conveniente supportarla, indipendentemente dall’ideologia seguita, allo scopo di far incancrenire la spaccatura verificatasi nel campo avversario e, magari, incoraggiare altri leader comunisti a seguirne l’esempio.

La carta giocata come evento consente al giocatore americano di pareggiare l’influenza del giocatore sovietico uno paese tra Jugoslavia, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia e Ungheria al fine di rappresentare il sorgere di una dirigenza comunista in Europa orientale non disposta ad allinearsi pedissequamente a Mosca. Sebbene potrebbe essere interessante usarla in Cecoslovacchia, così da sottrarre ai fini del punteggio dell’Europa un paese all’avversario insieme al creargli il timore di un tentativo USA di investire influenza in Polonia, decido di usarla non come evento bensì per i due punti operazione così da aggiungere entrambi come influenza in Libia e controllarla (potrebbe rappresentare la monarchia di re Idris che ebbe ottimi rapporti con Gran Bretagna e Stati Uniti). Ciò sia per le mie solite necessità narrative, sia soprattutto per rispondere nella regione del Medio Oriente alla perdita del controllo dell’Iran (anche in funzione di quella che sarà l’ultima carta che gli USA giocheranno nel turno). La carta “Rosso indipendente” così rimane in gioco e se uscirà di nuovo potremmo magari usarla per parlare dell’Albania di Enver Hoxha.

Carta fase sei del giocatore URSSScienziato nazista catturato

Durante la Seconda guerra mondiale il Terzo Reich fece grande affidamento sui propri scienziati perché fornissero alla Germania quel vantaggio tecnologico che potesse metterla in condizione di vincere la guerra. Solo per citare alcuni dei nomi più famosi Werner Heisenberg fu a capo del programma nucleare militare tedesco (che però non si avvicinò mai a creare una bomba atomica) mentre Wernher von Braun e il suo team realizzarono la V2 il primo vero missile balistico della storia; altre ricerche vennero svolte nell’ambito della guerra chimica e batteriologica nonché in ambito medico (come il trattamento dell’ipotermia), spesso tramite la vergognosa partica degli esperimenti sui prigionieri dei campi di concentramento. Fino agli ultimi giorni del conflitto i più irriducibili gerarchi nazisti come Goebbels si illusero che queste Wunderwaffen (armi-incredibili) potessero rovesciare le sorti dello scontro, ma nella realtà anche quando si giunse alla realizzazione effettiva di queste armi (la già citata V2, ma anche il Messerschmitt 262 che fu il primo caccia a reazione, l’U-Boot tipo XXI progenitore dei moderni sottomarini o il StG 44 quale primo fucile d’assalto della storia) giunsero troppo tardi e in quantità troppo ridotta per cambiare il destino del Reich millenario di Hitler. Già dal 1943 era comunque in atto l’operazione Alsos, al fine di entrare in possesso dei segreti nucleari dell’Asse prima dei sovietici, ma nell’estate del 1945 i vertici militari statunitensi autorizzarono l’operazione Paperclip al fine di catturare e reclutare scienziati e tecnici tedeschi, i cui nomi erano presenti in una lista ottenuta dal MI6 a Marzo dello stesso anno tramite un tecnico di laboratorio polacco a Bonn, al fine di avere accesso al loro know how. Il Presidente Truman impose come unica condizione che non fossero arruolati soggetti responsabili di crimini di guerra o contro l’umanità, ma all’atto pratico si fu ben disposti a chiudere un occhio o anche due come nel caso proprio di von Braun e del suo team di esperti di missilistica, coresponsabili dei morti nel campo di Dora-Mittelbau dove si assemblavano le V2, o ancora con Kurt Blome, capo del programma nazista di guerra chimica e biologica ed imputato nel processo ai dottori, dove venne assolto probabilmente per intercessione americana nonostante vi fossero prove che avesse compiuto esperimenti su esseri umani a Dachau e Buchenwald. Ovviamente i sovietici erano a conoscenza di questa campagna di reclutamento da parte degli Stati Uniti e risposero per le rime; anche loro avevano messo in campo durante la guerra squadre dello SMASH (il controspionaggio militare) per rastrellare tecnologia ed esperti tedeschi in ambito nucleare (e il loro apporto fu importante, insieme allo spionaggio, per colmare il gup atomico con gli americani), ma nel 1946 misero in atto l’operazione Osoaviachim per mezzo della quale 2.500 specialisti tedeschi, incluse lo loro famiglie, vennero deportati dalla zona d’occupazione russa in Germania all’Unione Sovietica per metterli al lavoro nei laboratori e nell’industria sovietica fino agli anni cinquanta, quando furono liberi di rientrare nella Germania dell’Est. Interessante notare come anche in Asia, a guerra finita, gli Stati Uniti si attivarono per entrare in possesso delle conoscenze scientifiche maturate dai giapponesi, in particolare venne concessa l’immunità in cambio di dati ed informazioni a molti appartenenti all’unità 731, una squadra di scienziati aggregata all’armata del Kwantung in Cina per la ricerca sulla guerra chimico-biologica ed anch’essa responsabile di crimini contro di guerra e contro l’umanità.

La carta permette al giocatore che la usa come evento di avanzare automaticamente di una casella nella corsa allo spazio a simboleggiare l’apporto che diede von Braun al programma spaziale americano, essendo stato il padre dei razzi Jupiter e Saturn che portarono prima i satelliti e poi gli astronauti a stelle e strisce nello spazio. Nello specifico il giocatore sovietico avanza nella casella “satelliti”, ottenendo i +2 VP per averla raggiunta per primo, e da una parte rappresenta effettivamente ciò che avvenne con la messa in orbita dello Sputnik che shoccò il mondo e gli Stati Uniti in particolare in quanto, dopo aver affermato per mesi che sarebbero stati loro i primi a mettere un oggetto in orbita, si svegliarono sotto una luna artificiale rossa. Lo Sputnik però viene lanciato il 4 Ottobre del 1957 quindi da un punto di vista di cronologia siamo molto in anticipo; volendo dare alla carta un contesto narrativo in questa partita diciamo che ci teniamo da parte lo Sputnik per il futuro ed intanto possiamo dire che l’evento rappresenta la spinta tecnologica, sia civile che militare, che l’URSS ricevette dall’essere entrata in possesso delle conoscenze scientifiche tedesche (es. Hugo Schmeisser, il padre del fucile StG 44, fu tra i deportati in URSS dopo la guerra e contribuì alla realizzazione dell’Ak-47). la carta viene rimossa dal gioco.

Carta fase sei del giocatore USAPunteggio Medio Oriente

Ultima carta giocata dagli USA è quella per il calcolo del punteggio del Medio Oriente. Riassumendo brevemente per i non avvezzi al gioco tramite queste carte, che vanno giocate obbligatoriamente durante la mano in cui le si è pescate pena la perdita automatica della partita, si valuta il “peso” di USA e URSS in una determinata regione assegnando VP in proporzione. Ci possono essere tre livelli di impatto sulla regione: presenza quando si controlla uno o più paesi, dominio quando la somma dei paesi e paesi campi di battaglia controllati da un giocatore è superiore a quella dell’altro giocatore, dominio quando un giocatore controlla la maggioranza dei paesi e tutti i paesi campo di battaglia di una regione (se si ha dominio in Europa si ottiene una vittoria automatica). Inoltre per ogni paese campo di battaglia controllato si ha un +1 VP e sempre un +1VP si ha per ogni paese controllato che confina con l’avversario (es. Polonia con l’URSS o Messico con gli USA). In Medio Oriente abbiamo gli Stati Uniti che controllano la Giordania, l’Egitto (paese campo di battaglia) e la Libia (paese campo di battaglia), l’URSS invece controlla la Siria, l’Irak (paese campo di battaglia) e l’Iran (paese campo di battaglia). Ciò vuol dire che entrambi gli schieramenti raggiungono solo la presenza nella regione e dato il pareggio nei paesi campo di battaglia, i VP restano invariati. Probabilmente in una partita competitiva l’approccio migliore al turno per gli USA, sapendo di dover giocare il punteggio del Medio Oriente, sarebbe stato investire un punto influenza in Libano per passare in vantaggio nel numero di paesi controllati, ed eseguire un contro colpo di stato in Iran per provare a sottrarlo all’URSS; in questo modo avrebbe archiviato dominio e un +3/4 VP

Siamo giunti così alla fine del primo turno di questa nostra partita a Twilight Struggle. Abbiamo creato i due blocchi contrapposti con la sovietizzazione dell’Europa Orientale e la nascita in quella occidentale di uno schieramento di paesi allineati agli Stati Uniti in forza prima del piano Marshall e poi della creazione della NATO. Abbiamo altresì iniziato a far scontrare questi due schieramenti in Medio Oriente mentre la decolonizzazione sta aprendo anche l’Asia al confronto tra le due grandi potenze. Da un punto di vista ludico il turno si conclude con la barra dei punti vittoria rimasta ferma a 0, il livello DEFCON a 4 e che quindi migliora a 5 per il passaggio di turno ed infine con entrambi i paesi che hanno condotto operazione militari a livello 4 soddisfacendo così la richiesta e non incontrando penalità. Nel prossimo turno, che coprirà gli anni dal 1950 alla fine fine del 1954 vedremo l’Asia prendere fuoco in Corea ed Indocina, l’Europa protagonista di alterne fortune per gli Stati Uniti e due cambi di regime in Medio Oriente che potrebbero cambiare gli equilibri geopolitici della regione.

Bibliografia:

  • Ennio di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali
  • Robert Service, Compagni – Storia globale del comunismo nel XX secolo
  • Pierre Grosser, Dall’Asia al mondo – Un’altra visione del XX secolo
  • Carlo Pinzani, Il bambino e l’acqua sporca – La guerra fredda rivisitata
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