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Lo scisma inglese

Tutta colpa di una femmina! Questa è generalmente la prima reazione che si ha quando si discute dello scisma anglicano: quel farfallone grasso di Enrico VIII ruppe con Roma solo perché voleva sposarsi Anna Bolena. La cosa non deve sorprendere più di tanto perché la nascita della chiesa d’Inghilterra, evento così localizzato, sembra quasi finire schiacciata di fronte alla grandezza dei sommovimenti politico-religiosi sorti dalle contemporanee riforme luterana e calviniste; è dunque naturale che l’elemento più mondano e da gossip finisca per catturare l’attenzione dei non addetti ai lavori. La vicenda infatti, presentata unicamente nei suoi caratteri essenziali è da telenovela: un marito ricco, una moglie probabilmente sterile, una giovane amante, un divorzio combattuto e tutto intorno una pletora di cortigiani, intrighi e alleanze segrete… nulla di strano che ci abbiano fatto su anche una serie televisiva. Tutto il resto, le ragioni politiche e religiose, finiscono in secondo piano e ciò ha portato al nascere di alcuni luoghi comuni completamente fallaci come ad esempio che Enrico VIII, con l’Atto di supremazia, avrebbe introdotto il protestantesimo in Gran Bretagna. Con l’articolo di oggi tenterò allora di fare un po’ di chiarezza sullo scisma inglese sia mettendo in luce l’erroneità di alcune convinzioni, sia chiarendo meglio alcuni aspetti della vicenda che condusse alla rottura tra la monarchia inglese e il papato.

-Tutta colpa di una donna?

Iniziamo dal punto centrale: davvero Enrico scelse lo scisma solo per poter sposare Anna Bolena? Si e no; cioè si lo fece anche per poter sposare la sua amante, ma no i sentimenti che provava per lei non furono la ragione primaria della decisione. Questa ragione in realtà era qualcosa di molto più concreto e pressante per un monarca: il problema della successione. Mettiamo in chiaro una cosa: Enrico era uno che amava le donne, ma questo non deve sorprendere considerato che all’epoca tutti i matrimoni interni alle monarchie europee erano matrimoni concordati a tavolino in base a ragioni politiche; se poi tra i due sposi nasceva anche l’amore tanto di guadagnato, ma in caso contrario trovarsi un’amante era tra i re un costume diffuso quando l’andare a caccia. Se prendiamo gli altri due più importanti sovrani europei contemporanei ad Enrico, Francesco I di Francia e lo zelante Carlo V di Spagna, entrambi ebbero numerose amanti (ufficiali o meno) nonché dei figli illegittimi (uno Francesco, addirittura cinque Carlo). Il comportamento di Enrico non deve dunque sorprendere né creò problemi alla coppia reale nei primi anni di regno che anzi, almeno stando alle cronache, furono segnate da buoni rapporti tra il re e sua moglie Caterina d’Aragona. I problemi iniziarono a sorgere quando divenne sempre più evidente che la regina non era in grado di dare al regno il tanto agognato erede maschio. Nel 1527, anno in cui venne ufficialmente avanzata alla Santa Sede la richiesta di annullamento, Enrico regnava da vent’anni ed era sposato con Caterina da pari tempo, ma in tutto quel tempo la coppia aveva avuto “solo” una figlia, Maria, seguita da cinque tra aborti o neonati morti poco dopo il parto. La regina aveva ormai quarant’anni, mentre Enrico trentatré, e tutto lasciava supporre la possibilità di una menopausa precoce che mettesse fine alle speranze di un erede maschio. Certo oggi con Elisabetta II da più di cinquant’anni sul trono inglese, e con altre tre regine che hanno segnato alcune delle epoche più gloriose della storia della Gran Bretagna, può sembrare bizzarro che Enrico avesse tanto a preoccuparsi che la sua erede sarebbe stata una donna, ma come fa giustamente osservare Roland Bainton nel suo “La riforma protestante” precedentemente ai Tudor l’Inghilterra aveva avuto una sola regina, Matilda, e la sua successione era stata talmente problematica da provocare quasi vent’anni di guerra civile passati alla storia come l’Anarchia. Ricordiamo che il paese usciva da poco dalla lunga instabilità della guerra delle due rose, dovuta proprio a una crisi dinastica, e i Tudor faceva della loro capacità di restaurare la pace interna uno dei principali motivi di legittimità della loro ascesa al trono; il timore che una successione incerta potesse distruggere l’opera di suo padre agitava i sonni di Enrico VIII. Sicuramente il re era infatuato perso di Anna Bolena che, astutamente, avendo capito la precaria posizione di Caterina, rifiutava ogni rapporto fisico fintanto che la relazione non fosse stata legittima; ma se si fosse trattato solo di questo un uomo intelligente com’era Enrico non avrebbe mai rischiato lo scisma. Il problema era la latitanza dell’erede e se incidentalmente Anna Bolena sarebbe stata in grado di fornirglielo tanto di guadagnato congiungendo il dovere con il piacere.

-Enrico e il Papa

Da che Enrico chiese ufficialmente l’annullamento del matrimonio al momento in cui, con la dichiarazione di nullità del matrimonio con Caterina d’Aragona nel Maggio 1533, sfidò apertamente l’autorità spirituale del Papa passarono quasi sei anni quindi sicuramente non si può dire che il re abbia agito d’impeto. Fino al 1530, anno del licenziamento del potentissimo cancelliere del regno cardinale Wolsey, è probabile che Enrico sperasse di poter risolvere la questione senza dover giungere a uno scontro frontale con Roma. Da un punto di vista dottrinario certo la questione era piuttosto ingarbugliata; il matrimonio è un sacramento da portare avanti “nella buona e nella cattiva sorte” per cui non si potrebbe semplicemente sostituire la merce avariata. In assenza del divorzio, l’unico istituto a disposizione di Enrico era l’annullamento dovendosi però trovare un motivo per cui il matrimonio fosse stato viziato ab origine; il vizio venne ricercato nel modo alquanto tortuoso con cui Caterina giunse ad essere la moglie del re d’Inghilterra. Inizialmente infatti Caterina d’Aragona non era la promessa sposa di Enrico, ma dal fratello maggiore di questi Arthur che la sposò a quattordici anni nel 1501; il principe però morì dopo solio sei mesi di nozze e, dettaglio non da poco, la dote della sposa non era ancora stata versata per intero. Ferdinando d’Aragona pretese indietro la prima metà della dote, ma Enrico VII, che la storia ci ha tramandato come un personaggio piuttosto avido, non voleva né rinunciare a quanto già ottenuto né a quanto ancora doveva ottenere. L’uovo di Colombo venne trovato dando in sposa Caterina al nuovo erede al trono Enrico, ma da un punto di vista di legge ecclesiastica la cosa non era esattamente regolarissima. Le sacre scritture infatti, in merito alla possibilità di sposare la moglie del proprio fratello, sono piuttosto ambigue infatti in Levitico 20, 21 “Se uno prende la moglie di suo fratello, è una impurità, egli ha scoperto la nudità di suo fratello; non avranno figliuoli”, ma in Deuteronomio 25, 5 “Quando i fratelli abiteranno insieme e uno di loro morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto non si mariterà fuori, con un forestiero; il suo cognato verrà da lei e se la prenderà in moglie, compiendo così verso di lei il dovere del cognato”. Nel dubbio la chiesa propendeva per il dettame del Levitico, per cui parve opportuno chiedere una dispensa speciale a Papa Giulio II perché autorizzasse il matrimonio dietro garanzia che quello con Arthur non era mai stato consumato. Ecco dunque il possibile motivo dell’annullamento: la dispensa era stata ottenuta illegittimamente ed Enrico era incorso nel peccato di cui a Levitico 20, 21 infatti, a maggior riprova di ciò, la coppia non era in grado di avere figli. Il nuovo Papa non avrebbe dovuto far altro che ritirare la dispensa del suo predecessore e dichiarare nullo il matrimonio… più facile a dirsi che a farsi. Restando su un piano meramente dottrinale l’argomento a favore dell’invalidità della dispensa poteva infatti essere solo uno: che questa era stata ottenuta con l’inganno in quanto il matrimonio tra Caterina e Arthur era stato consumato; si passarono anni a discutere di ciò e oggi è opinione comune che quel matrimonio non era mai stato consumato. Caterina giurò sempre che era così e si trattava di una donna troppo piena di scrupoli religiosi per mentire su qualcosa di così grave per la salvezza della sua anima, sia d’innanzi a un rappresentante del Papa che a Dio. La questione però non era solo di legge ecclesiastica, ma anche, anzi soprattutto, politica. Clemente VII non era di per sé contrario a concedere l’annullamento, ma avrebbe preferito che invece di smentire il suo predecessore, proprio il genere di cose che aveva fatto perdere di credibilità alla Santa Sede, si trovasse una soluzione che salvasse l’onore di tutti. Il problema più grosso per il Papa era però che lo zio di Caterina era niente meno che l’Imperatore Carlo V il quale era assolutamente contrario all’annullamento. Tale posizione derivava sia dal voler evitare un’umiliazione a un membro della sua dinastia, sia dal non voler non perdere un utile mezzo d’influenza sulla corte inglese; inoltre se Maria fosse rimasta l’unica erede al trono si sarebbe aperta un’interessante partita per le sue nozze in cui la Spagna avrebbe potuto inserirsi in una posizione previlegiata avendo dalla sua la madre della principessa. Certo Clemente avrebbe potuto infischiarsene di ciò che pensava Carlo, ma non era nella posizione di farlo perché proprio nel 1527 la soldataglia imperiale aveva saccheggiato Roma e il Papa era di fatto un prigioniero dell’Imperatore dentro Castel Sant’Angelo. Inoltre Clemente aveva bisogno di mantenere un buon rapporto con Carlo perché questi, in un’Italia ormai sempre più colonia spagnola, era l’unico che poteva restituire la Romagna alla Santa Sede e Firenze ai Medici, famiglia d’origine dello stesso pontefice. Stretto tra questi due fuochi il Papa decise di prendere tempo dando ora un colpo al cerchio ora uno alla botte; per dare soddisfazione ad Enrico accettò di prendere in considerazione il caso e autorizzò anche che le udienze del tribunale ecclesiastico investito della questione si tenessero in Inghilterra, ma allo stesso tempo diede disposizione al suo inviato Campeggio di tirare la cosa per le lunghe cercando una soluzione alternativa all’annullamento. Fondamentalmente ciò che si tentò di fare fu convincere Caterina a entrare in convento in modo tale che tutti ne uscissero con la propria dignità intatta, ma la regina era fermamente intenzionata a dare battaglia e rifiutò ogni soluzione di compromesso. Sembra che a un certo punto tanto a Roma che a Londra si sia presa in considerazione l’ipotesi di autorizzare un rapporto di bigamia del re, ma infine l’idea venne lasciata cadere perché considerata troppo scandalosa. Enrico provò anche ad aprire una trattativa diretta con il papa inviando, all’insaputa di Wolsey che si giocò la carriera sulla faccenda dell’annullamento, il proprio segretario personale vescovo Wiliam Knight a Roma per perorare la causa. Clemente di nuovo però fece lo slalom restando ambiguo sull’annullamento, ma concedendo, probabilmente per tenere buono il re, la dispensa per poter sposare Anna Bolena nonostante che Enrico avesse avuto una relazione con la sorella di questa, tanto senza l’annullamento tutto ciò era inutile. Probabilmente né il Papa né Carlo credevano che Enrico sarebbe arrivato al punto dello scisma pur di separarsi da Caterina. Entrambi non tennero in considerazione che agli occhi del re inglese la faccenda stava andando al di là della semplice questione matrimoniale, investendo anche il prestigio e, soprattutto, la politica. Nel corso dei secoli la chiesa inglese si era ritagliata una certa autonomia da Roma, raggiungendo in epoca Tudor un equilibrio accettabile da entrambe le parti in base al quale le decime continuavano a giungere in Vaticano, ma da un punto di vista giurisdizionale e fiscale essa era soggetta alla corona. Simbolo di questo equilibrio era proprio Wolsey che era contemporaneamente: arcivescovo di York, dunque rappresentante della chiesa inglese, cardinale e legato papale, dunque rappresentante della Santa Sede, e cancelliere del regno, dunque funzionario della monarchia, il tutto per nomina regia restando dunque vassallo di Enrico. A fronte di questa autonomia il problema che si creava non era altro che la più vecchia questione tra il Papato e le monarchie nazionale: che rapporto vi poteva essere tra queste due istituzioni nel momento in cui la Santa Sede smetteva di essere un’entità sovranazionale, ma finiva sottomessa agli interessi politici di uno stato Europeo? Già alla fine del Medioevo quando, a seguito della cattività avignonese, il Papa era divenuto un cappellano del re di Francia, il rifiuto di questa situazione da parte delle altre monarchie maggiori (in particolare proprio Inghilterra e Sacro Romano Impero) portò al Grande Scisma e alla situazione ridicola di avere contemporaneamente tre Papi in carica. Adesso che Clemente VII era alla mercié di Carlo V la questione tornò d’attualità e, mentre la Francia reagì alleandosi coi protestanti tedeschi e concedendo una certa libertà alla predicazione dei riformati al suo interno, in Inghilterra Enrico iniziò a ragionare della possibilità staccare la chiesa inglese dal controllo gerarchico della Santa Sede. E difficile dire quanto le simpatie protestanti di Anna Bolena, donna colta e intelligente, e della sua famiglia, che più che una famiglia era una lobby di potere, influì sulle scelte del re; ma credo di non sbagliare nel dire che se Enrico avesse ottenuto l’annullamento il pensiero di separarsi da Roma non l’avrebbe mai accarezzato. Dopotutto fino a quel momento i suoi rapporti col papato erano stati ottimi e lui stesso, escludendo le scappatelle, si considerava un buon cattolico avendo patrocinato un’opera che contestava le asserzioni di Lutero per la quale aveva ricevuto il titolo di “Difensore della fede” da Papa Leone X.

-Scisma protestante?

E giungiamo dunque a quello che è il più grande equivoco in merito allo scisma inglese: che questo introdusse il protestantesimo, o comunque un culto riformato, in Inghilterra. Si tratta di un errore perché durante tutto il regno di Enrico VIII non solo non vi fu alcuno slittamento dottrinario dal cattolicesimo, ma ogni culto riformato fu ampiamente combattuto e ostacolato. Ma allora cosa fece Enrico VIII? Roland Bainton lo ha definito uno “scisma senza eresia” e la formula, nella sua sintesi, è perfetta per definire l’obiettivo che il re inglese intendeva conseguire. Per capire dobbiamo previamente precisare due elementi; in primo luogo l’estensione del potere regio che in Inghilterra non fu mai talmente ampio come in epoca Tudor e, in particolare, sotto Enrico VIII. Di tutti i monarchi inglesi dell’età moderna Enrico fu senza dubbio il più autocratico e totalitario con il Parlamento ridotto a mero passacarte; per cui se c’era un monarca che avrebbe potuto portare a compimento lo scisma con Roma imponendo dall’alto i binari su cui questo processo di fosse svolto questo era sicuramente Enrico. Ovviamente però il re, per quanto potente, a fronte di un passo del genere doveva comunque tenere sott’occhio gli umori del paese, e qui giungiamo al secondo punto e ciò la situazione religiosa dell’Inghilterra alla vigilia dello scisma. Questa era piuttosto particolare perché l’Inghilterra era l’unico paese europeo, insieme alla Boemia hussita, che prima di Lutero era stata attraversata da un serio movimento proto-riformista: la predicazione di John Wyclif e dei lollardi. Il pensiero di Wyclif, professore di teologia all’università di Oxford nel trecento, presenta in effetti alcuni punti di vicinanza con quello dei riformatori del cinquecento:  in primo luogo la critica alla gerarchia ecclesiastica, con condanna del ruolo secolare della chiesa e la maggiore attenzione al ruolo pastorale del sacerdote, ma anche le sacre scritture come unica verità assoluta, da distinguere dalla tradizione dei dottori della chiesa, la divisione della comunità dei fedeli tra predestinati alla salvezza e alla dannazione, la svalutazione del ruolo dei sacramenti dispensabili anche dai laici se dotati della pietà e la negazione del primato papale. L’unico motivo per cui Wyclif non finì incenerito su un rogo, come il suo allievo Jan Hus, fu perché la monarchia inglese scelse di proteggerlo in funzione anti-papale concedendogli anche una parziale libertà di predicazione; la così detta eresia lollarda ebbe una certa diffusione oltre Manica, anche per l’appoggio della nobiltà, finché non esplose una rivolta delle classi popolari inspirata dalle frange più radicali del movimento. Come in seguito avrebbe fatto Lutero in occasione della rivolta dei contadini anche Wyclif condannò l’insurrezione, consapevole che solo il supporto delle istituzioni poteva garantire la sopravvivenza del movimento di riforma, ma al contrario di ciò che accadde in Germania la monarchia inglese ritenne i lollardi un pericolo politico troppo grande e così iniziò a reprimere il movimento, soprattutto dopo che una seconda rivolta, guidata stavolta da esponenti della nobiltà, tentò di colpire direttamente la persona del re come ricordato da Shakespeare nell’ “Enrico V”. Ai tempi di Enrico VIII il lollardismo sopravviveva clandestino, ma il suo ascendente sulle masse si era molto affievolito; anche il pensiero di Lutero, Zwingli e Calvino non aveva fatto breccia restando per lo più limitato all’interno degli ambienti accademici. La situazione inglese viene così descritta da Bainton come “un misto di pietà religiosa individuale e di anticlericalismo”; il popolo insomma restava legato ai dogmi di santa romana chiesa seppur non nascondeva il suo disprezzo verso i privilegi e gli abusi delle gerarchie ecclesiastiche. Mettendo allora insieme l’autorità regia di cui prima e il sentimento religioso inglese dell’epoca possiamo comprendere cosa sia questo “scisma senza eresia” di Enrico VIII. Ciò che il re inglese fece fu prendere la chiesa cattolica inglese, mantenendo fermi tutti i dogmi dottrinali e i principi di fede, e staccarla dal controllo gerarchico di Roma trasformandola in un’entità autonoma, o meglio nazionale. Come già detto non fu un’azione d’impeto, ma un processo condotto un colpo alla volta e portato al punto di rottura solo quando fu evidente che le possibilità di un accordo con la Santa Sede in materia di annullamento era divenuto impossibile. Per prima cosa Enrico testò la volontà di resistenza del clero inglese accusandolo di aver violato l’antica disposizione dei Praemunire, che vietavano l’appello al Papa contro il volere del sovrano, riconoscendo l’ormai in disgrazia cardinale Wosely come legato papale; le gerarchie ecclesiastiche non solo non accennarono una difesa, ma decisero loro stesso di non legiferare più senza il preventivo assenso della corona. Accertato che da questo fronte non sarebbe venuta opposizione Enrico procedette ad approntare una struttura gerarchica che avrebbe dovuto sostituire quella della Santa Sede; come figura di vertice venne scelto l’arcivescovo di Canterbury e, non appena il titolare della carica morì, il re provvide a che fosse nominata una figura di sua completa fiducia e dipendenza. Costui era Thomas Cranmer, filo-protestante e soprattutto convinto che in materia di divorzio fossero le università a doversi esprimere, che venne nominato dal Papa nonostante a Roma si conoscessero benissimo le posizioni del soggetto. Infine Enrico fece approvare dal parlamento una disposizione che vietava al clero inglese di dare seguito nel regno a un qualsiasi interdetto o scomunica lanciata da Roma. Tutto era pronto per lo scisma: nel 1533 con l’Atto di successione il parlamento e l’arcivescovo di Canterbury dichiararono nullo il matrimonio di Enrico, che intanto aveva già sposato segretamente Anna Bolena, e poi il 3 Novembre 1534 il parlamento approvò l’Atto di Supremazia in cui si dichiarava “Sua maestà il re giustamente e legittimamente è e deve essere e sarà ritenuto l’unico capo supremo della Chiesa d’Inghilterra, detta Anglicana Ecclesia”; il clero prese atto senza fiatare dichiarando abrogata “la giurisdizione usurpata dal vescovo di Roma”. Così, con due atti del potere politico, veniva fondata una chiesa nazionale senza modificare in nulla la fede del paese che continuava ad essere il cattolicesimo. Non pochi problemi ha creato agli storici il cercare di inquadrare teoricamente l’ordinamento che Enrico VIII aveva in mente per la sua Anglicana Ecclesia. Il re era capo della chiesa restando però un laico, non assumeva alcuna dignità sacerdotale com’era invece ad esempio nella Roma imperiale dove il princeps era anche pontifex maximus, poteva designare i sacerdoti, ma non consacrarli ruolo che spettava all’Arcivescovo di Canterbury. Sempre Bainton offre ancora una volta una definizione sintetica che esprime chiaramente il nuovo ruolo assunto dal re: “difensore, ma non promotore, della fede”. Il primo modello che a molti storici è venuto in mente è stato il Cesaropapismo romano-orientale precedente allo scisma d’Oriente, in particolare il periodo di Costantino I e di Giustiniano, in cui stato e chiesa, pur restando due sfere distinte, avevano la stessa figura di vertice nell’Imperatore che gestiva gli aspetti di vita “attiva”, altra espressione di Bainton, della chiesa e ne era il protettore anche garantendone l’equilibrio interno, ad esempio imponendo la convocazione di concili che, sotto la sua autorità, avrebbero risolto i problemi dottrinali. Nel ‘600 la Chiesa Anglicana indicò nell’erastianismo la dottrina che spiegava il rapporto sussistente in Inghilterra tra stato e chiesa; questa era l’applicazione delle teorie del teologo svizzero Tommaso Erasto vissuto negli stessi anni della Riforma e dello Scisma. Non è facile dire se queste teorie siano state un fondamento originario della nuova chiesa scismatica o se siano state adottate in un secondo momento quando si rese necessario chiarire il rapporto tra stato e chiesa in Inghilterra; sembra improbabile che Enrico VIII conoscesse, almeno inizialmente, questo secondario teologo svizzero, ma obbiettivamente alcuni scritti di Cranmer richiamano elementi dell’erastianesimo. Sinteticamente Erasto sosteneva che la forma religiosa deve essere oggetto di legiferazione da parte dello stato, con ciò ovviamente giustificando uno scisma per atto parlamentare, ma questa tesi nasconde in sé un grosso  pericolo, che Bainton ricorda essere stato fatto rilevare già da Tommaso Moro ai tempi dei suoi interrogatori nella Torre, se lo stato può legiferare in materia di dottrina religiosa, dov’è il limite a questa possibilità di legiferazione? Moro precisamente chiese cosa potesse impedire al parlamento di votare un atto con il quale si diceva che Dio non era Dio. E’ ovvio che né Erasto né Cranmer pensavano alla possibilità di un’imposizione di un Ateismo di Stato né a un potere temporale in grado di fare il bello e il cattivo tempo in materia di dogmi religiosi; però certamente l’ambiguità resta. Più semplicemente Cranmer sostenne che, dopo un medioevo dove l’Impero aveva rivendicato l’autonomia parallela di Stato e Chiesa mentre il Papato il primato delle due chiavi di San Pietro, adesso al monarca era assegnata sia la spada che le chiavi. Ovviamente tutta questa elaborazione teorica va soppesata alla luce della necessità del clero inglese di dare un fondamento alle pretese di Enrico VIII di essere riconosciuto come il Capo della chiesa nazionale del Regno d’Inghilterra. Enrico che, lo si ripete ancora una volta, era fermamente intenzionato a non permettere che il suo scisma comportasse deviazioni di sorta dal punto di vista dei principi di fede. Ovviamente però l’atmosfera creatasi con la separazione dal Papato spinse a una più coraggiosa propaganda protestante, ma, a dimostrazione che il re non voleva uno slittamento verso Lutero, nel 1539 vennero imposti i Sei articoli di fede con cui la negazione della presenza reale di Cristo nell’eucarestia veniva punito con la morte così come era vietato il matrimonio dei sacerdoti (e il povero Cranmer, che intanto si era sposato, dovette nascondere la moglie in un baule ogni volta che viaggiava).  Di fatto gli unici due atti veramente di scontro compiuti da Enrico non possono essere considerati un tentativo di modificare il credo cattolico; questi due atti furono la traduzione della Bibbia in inglese e la dissoluzione dei monasteri. Per quanto riguarda la traduzione in volgare delle Sacre scritture si tende a credere che la Santa Sede vi fosse assolutamente contraria, considerandole al limite dell’eresia, ma non è proprio così perché ciò che Roma non approvava non era la possibilità della traduzione in sé bensì la traduzione modello Lutero cioè senza alcun controllo della sua attinenza con la dottrina. Una traduzione letterale della Bibbia infatti rischiava di rendere evidenti alcune distanze che si erano venute a creare nel corso dei secoli tra il testo originario greco e le sue trasposizioni in latino; Enrico impose la presenza in ogni chiesa di una Bibbia in inglese pretendendo però un testo nuovo e non quello tradotto da Wyclif, che continuò ad essere considerato eretico. Paradosso il traduttore Converdale, avendo tempi molto stretti, dovette rifarsi al testo tradotto da Wiliam Tyndale, bruciato vivo in Belgio nel 1536 come eretico e le cui opere ufficialmente erano ancora vietate in Inghilterra. Ancor meno rivoluzionario fu considerata la dissoluzione dei monasteri che la maggioranza della popolazione considerava solo luoghi di privilegi e di profittatori; già Wosely di tanto in tanto aveva soppresso alcuni monasteri per fare cassa e anche Enrico agì unicamente per ragioni economiche semplicemente passando all’estremo di fare piazza pulita. La tesi che la dissoluzione avvenne per la fedeltà dei monasteri a Roma non ha fondamento considerato che ventuno abati firmarono nel 1530 l’appello al Papa perché concedesse l’annullamento e quattro presenziarono al battesimo della principessa Elisabetta figlia di Enrico e Anna Bolena. La verità era che l’istituzionale monacale era da tempo in crisi, con un vero e proprio collasso delle vocazioni dopo la falcidia della Peste nere, e gli stessi ordini mostrarono una ben scarsa volontà di resistenza infatti, al contrario di alcune descrizioni da persecuzione neroniana, ai frati venne data libertà di scegliere se entrare negli Ordini maggiori o tornare allo stato laico; più della metà scelse la seconda opzione.

Prima di concludere questo articolo voglio, dopo aver mostrato come lo scisma di Enrico non fu mai nella dottrina, spiegare quando la Chiesa Anglicana ruppe con Roma anche sul piano della fede. Fintanto che Enrico VIII fu vivo nessuna autentica apertura venne concessa al protestantesimo, ma solo qualche presa di posizione tattica per accattivarsi le simpatie dei protestanti europei in funzione anti-papale. I riformatori più radicali furono però perseguitati duramente, come anche i papisti convinti, e alcuni finirono anche sul rogo. Enrico morì nel 1547 e sul trono salì suo figlio Edoardo VI, il tanto sospirato erede maschio avuto dal terzo matrimonio con Jane Seymou, un ragazzo di nove anni di salute cagionevole. Fu durante il suo breve regno che l’Inghilterra passò dallo scisma politico all’eresia; ciò avvenne per opera di suo zio il Duca di Somerset che assunse la reggenza del regno. Il cammino fu però abbastanza curvilineo anche perché gli anni di Enrico, con i suoi alti e bassi, aveva fatto entrare in Inghilterra le varie fedi riformate in maniera abbastanza equanime facendo in modo che non vi fosse il primato di una sulle altre. Così se inizialmente si procedette verso il luteranesimo, poi ci si orientò verso Zwingli e infine su Calvino. Più però che adottare una fede, si procedette a prendere elementi ora di un credo riformato, ora di un altro amalgamandoli insieme; inoltre la libertà religiosa concessa da Edoardo rese l’Inghilterra una meta d’esilio per molti riformatori europei proscritti nei loro paesi. Ovviamente questi esuli si attivarono per diffondere ora la parole di Wittenberg, ora quella di Zurigo, ora quella di Ginevra mentre predicatori locali come Hooper  gettavano le prime basi del puritanesimo. Somerset puntò a un protestantesimo puro, anche per legare l’Inghilterra alla Scozia che si stava avviando su quella strada, ma la sua tolleranza verso i contadini ribelli, rovinati dalle espropriazioni per favori i pascoli della lena, lo portò ad essere sostituito come reggente dal Duca di Northumberland che si orientò verso una riforma radicale tendente a Zwingli e Calvino. Fino comunque al regno di Elisabetta I non vi fu alcuna vera proclamazione dogmatica della Chiesa Anglicana mentre invece negli anni di Edoardo VI vennero gettate le basi della liturgia. La prima liturgia anglicana, o Book of common Prayer, del 1549 coniugava elementi della riforma, il vino e il pane che non erano divenuti carne e sangue di Cristo, ma fossero tali o ancora la comunione alla presenza dei fedeli, con elementi della tradizione cattolica come le preghiere offerte tanto ai defunti quanto ai vivi; questa via di mezzo lasciò insoddisfatti tutti e così venne varata nel 1552 una seconda edizione invece più preminentemente riformata con il rifiuto del purgatorio e della presenza reale di Cristo nell’eucarestia, divenuta una rievocazione dell’Ultima Cena, trasformando così il sacerdote in un ministro del culto. Dopo la parentesi di restaurazione cattolica sotto Maria, durante la quale almeno 288 persona furono arse vive tra le quali lo stesso Cranmer, il trono passò ad Elisabetta che in materia religiosa distingueva tra la sua fede personale e la ragion di stato. La situazione politica Europea con la rivolta delle Province Unite, l’imperialismo spagnolo di Filippo II e le guerre di religione francesi spinsero al regina vergine verso il protestantesimo con alcuni elementi tanto del cattolicesimo quanto del Calvinismo. Elisabetta, approfittando del fatto che i suoi predecessori avevano sfrondato gli opposti estremisti, puntò sul sostenere, o dare l’immagine di sostenere, una Chiesa autenticamente nazionale; solleticando così il sentimento nazionale del popolo inglese che in quel momento si sentiva assediato dalla Spagna cattolica. Nel 1536 vennero varati i Trentanove articoli di fede, eminentemente protestanti, che ancora oggi sono le fondamenta del credo anglicano, ma la loro analisi è materia più teologia che storica e quindi la lascio ad altri più competenti di me.

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