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Tesori perduti: tra mito e storia.

Due anni fa scrissi un articolo in merito all’arte perduta durante le due guerre mondiali; ancora oggi lo considero come uno dei miei migliori articoli e fui molto felice di scriverlo in quanto affrontavo un tema che mi stava molto a cuore e cioè la perdita del patrimonio artistico mondiale a causa della stupidità dell’uomo. Di tanto in tanto ho pensato anche di scriverne una seconda parte, con riferimento a vicende antecedenti e successive ai due conflitti mondiali, ma non ho mai trovato il tempo di farlo. Oggi però voglio portarvi un articolo per così dire di complemento a quello sulla storia perduta: parleremo di nuovo di tesori, ma stavolta non di tesori artisti bensì di tesori nel senso proprio della parola, che si dice siano nascosti da qualche parte del mondo in attesa di uno scopritore. Partendo da miti e leggende proveremo a vedere quanto ci sia di storicamente reale nelle voci in merito a queste immense ricchezze.

I tesori dei pirati

Certamente quando parliamo di tesori pirateschi la prima cosa che viene alla mente è il meraviglioso libri “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson. Questo celebre romanzo ha di fatto creato buona parte dell’immaginistica in materia di pirati: Long John Silver è diventato l’archetipo del pirata privo di una gamba con un pappagallo parlante sulla spalla, così come vulgata comune sono divenute le mappe del tesoro con la X ad indicare il punto dove scavare per trovare il tesoro che una ciurma di pirati ha sepolto al termine dei loro saccheggi. Uscendo però adesso dalla fantasia dello scrittore britannico, proviamo a rispondere alla domanda se esistono o sono mai esistiti dei bottini che dei pirati o dei corsari hanno per qualche ragione nascosto senza avere occasione di andare a recuperare. Sgombriamo subito il campo dal luogo comune che fosse uso abituale dei bucanieri quello di seppellire su di un isola il frutto delle loro scorrerie; in realtà nella maggior parte dei casi ciò che era stato depredato veniva spartito tra l’equipaggio in proporzione al ruolo ricoperto e spesso rapidamente scialacquato in qualche porto tipo Tortuga. Se i pirati nascondevano il loro bottino era perché non avevano altra scelta (ad esempio perché avevano i cacciatori di pirati o le marine regolari alle calcagna) e si immaginavano comunque di poterlo a recuperare in un secondo momento.

Se però vogliamo andare a cercare nella storia un caso certo di tesoro piratesco sepolto dobbiamo fare certamente riferimento all’ambigua vicenda di William Kidd, meglio noto come il Capitano Kidd. Contrariamente a quanto si crede Kidd non era un pirata bensì un corsaro, cioè un soggetto legittimamente autorizzato da uno Stato mediante lettera di corsa ad abbordare e depredare vascelli di uno Stato nemico, e, paradossalmente, l’incarico che aveva ricevuto dal governo britannico era quello di dare la caccia ad altri pirati oltre che alle navi francesi intorno alle coste del Madagascar. Il confine però tra corsari e pirati è estremamente labile e Kidd fu costretto a superarlo quando il suo equipaggio ai ammutinò al termine del lungo ed estenuante viaggio da New York alle coste dell’Africa Orientale. Nell’Agosto del 1697 tentò di attaccare un convoglio della Compagnia delle Indie Orientali inglesi, fallendo, per poi abbordare e depredare un piccolo mercantile sempre di proprietà di un cittadino britannico. Dopo mesi di saccheggi sempre a metà strada tra il pirata e il corsaro, Kidd fece il colpaccio quando nel Gennaio 1698 catturò la nave Quedah Merchant che trasportava un carico di seta, calicò, zucchero, oppio e ferro per un valore stimato tra 200.000 e le 400.000 rupie, rivendendo il tutto per 7.000 sterline. I continui attacchi però finirono per richiamare l’attenzione delle autorità così che il Regno Unito disconobbe Kidd dichiarandolo pirata. Sentendosi franare il terreno sotto i piedi Kidd decise di rientrare a New York per cercare aiuto presso il suo protettore, il governatore Lord Bellomont, ma prima di ciò nel Giugno 1699 si fermò presso Gardiners Island, lungo la costa dell’America settentrionale, per nascondere in una località chiamata Cherry Tree Field il bottino accumulato, una fortuna di quasi 400.000 sterline, probabilmente allo scopo di usarlo come moneta di scambio per la sua impunità. Il tutto avvenne con il benestare del proprietario dell’isola Lion Gardiner, al quale era stato detto che il bottino apparteneva alla corona, e che ricevette per il disturbo un panno dorato parte del bottino della Quedah Merchant. Lord Bellomont, temendo di essere già troppo coinvolto nelle azioni di Kidd, non volle rischiare di affondare insieme al pirata/corsaro e lo fece arrestare non appena questi mise piede a Boston. Lion Gardiner, chiamato a testimoniare nell’istruttoria preliminare, indicò la posizione del tesoro che venne immediatamente recuperato. Si trattava di una cesta e una cassa d’oro e due casse d’argento oltre a real spagnoli, diamanti e rubini (Lord Bellomont si tenne per sé un diamante che in seguito regalò alla figlia). L’intera fortuna venne spedita in Gran Bretagna per essere usata come prova nel processo che si stava intentando a Kidd davanti alla Camera dei Comuni. Questi tentò di giustificare le sue azioni, indicando le responsabilità del suo equipaggio nell’averlo costretto ad atti di pirateria, e cercò di farsi riconoscere come corsaro legittimamente autorizzato, ma ogni documento a suo favore era convenientemente scomparso mettendo così nell’ombra il ruolo di re Guglielmo III, del cancelliere dello scacchiere e di alcuni parlamentari nel finanziamento della spedizione. Il 23 Maggio 1701 William Kidd venne impiccato.

Dunque quello che per alcuni fu il più grande tesoro pirata mai raccolto, l’unico che si sa per certezza essere stato nascosto dal suo proprietario, venne trovato immediatamente dopo il suo occultamento (anche se forse il temine trovare non è proprio esatto, in quanto non ci fu bisogno di cercarlo dato che la sua posizione fu sin da subito nota). Passiamo adesso ad alcuni tesori di pirati che, sebbene non possano essere ridotti a mere leggende, non vi è neanche una prova certa della loro esistenza. Iniziamo dal tesoro del pirata Olivier Levasseur detto La Buse (la poiana). Anche lui iniziò la sua carriera come corsaro, ma nel 1716 passò alla pirateria scegliendo come area di operazioni la costa dell’Africa Orientale in modo da colpire le navi europee di ritorno dalle Indie orientali o le navi mughal dirette alla Mecca. Fu qui che insieme ai suoi soci John Taylor, Jasper Seagar ed Edward England mise a segno uno dei più grandi colpi della storia della pirateria: la cattura del galeone portoghese Nossa Senhora do Cabo mentre questa era alla fonda all’Île de la Réunion per riparazioni dopo una tempesta. Il bottino, un carico appartenente al vescovo di Goa, era un tripudio di oro, argento, pietre preziose e paramenti sacri tra cui la Croce fiammeggiante di Goa, un manufatto in oro puro tempestato di diamanti, rubini e smeraldi. Sembra che al momento della divisione del bottino ogni membro dell’equipaggio ottenne 50.000 ghinee d’oro e 72 diamanti. Che Levasseur dovesse aver messo insieme una bella fortuna è testimoniato anche dal fatto che nel 1724 il governatore di Bourbon condizionò la concessione dell’amnistia alla consegna di una grossa parte del frutto delle scorrerie. La fortuna di Levasseur si concluse nel 1730 quando fu catturato ed in seguito impiccato a Réunion, fu in questo momento che nacque la leggenda del suo tesoro. Si racconta infatti che una volta sul patibolo, Levasseur abbia lanciato alla folla dei presenti un biglietto contenente un crittogramma di 17 linee affermando “Trova il mio tesoro, colui che può capirlo!”. I tentativi di decifrare il presunto codice di Levasseur non ebbero successo, ma la vicenda sembrò subire una parziale svolta nel 1923 quando un certa Rose Savy scoprì alcune immagini (vari animali, il buco di una serratura, due cuori uniti e altro) incise sulla pietra presso la spiaggia di Bel Ombre sull’isola di Mahé nelle Seychelles. A Victoria, la capitale delle Seychelles, un notaio pensò che quei simboli potessero essere di origine piratesca e facendo alcune ricerche negli archivi sembra trovò alcuni documenti che potevano indicare una connessione con Levasseur: intanto una mappa di Bel Ombre pubblicata a Lisbona nel 1735 in cui era scritto “proprietario del terreno… La Buse”; secondariamente il testamento, contenete due lettere e altri tre crittogrammi, del pirata Bernardin Nageon de L’Estang che aveva affermato essere entrato in possesso di una parte del tesoro di Levasseur. Un vicino di casa della Savy, tale Reginald Cruise-Wilkins, si convinse che i documenti di de L’Estang contenessero la chiave per il crittogramma di Levasseur, ma nonostante anni di studio non fu in grado di decifrare l’enigma sebbene abbia affermato che il tutto presentava connessioni con i codici massonici e il mito delle fatiche di Ercole. Stando a lui il tesoro si troverebbe sottoterra protetta dalle maree da un sistema di dighe che si romperebbero se avvicinate nel modo sbagliato. Come avrete notato ho abbondantemente usato il periodo ipotetico con riferimento al presunto tesoro di Levasseur, in quanto di certo vi è davvero ben poco. Contrariamente infatti alla vicenda del capitano Kidd, in questo caso riferimenti certi e provati a un tesoro occultato non esistono. La stessa circostanza del crittogramma gettato da Levasseur in punto di morte non trova conferme certe e l’intera faccenda, con un codice dalla chiave così indecifrabile, pare alquanto sospetta richiamando troppo altri miti senza fondamento come quello di Oak Island. A monte di tutto resta la domanda del perché Levasseur avrebbe dovuto mettere in piedi questo casino di camere segrete e codici misteriosi per nascondere il suo bottino?

Concludiamo con quella che, se tutto ciò che si riferisce fosse vero, sarebbe una vera e propria isola dei tesori. Faccio riferimento all’isola del cocco, un’isola nell’Oceano Pacifico al largo della Costa Rica (sì è anche l’isola di Jurassik Park, in quanto è l’area sorvolata dall’elicottero di John Hammond all’inizio del primo film della saga). La leggenda vuole che su quest’isola vari pirati abbiano nascosto i loro tesori ed almeno per uno di questi vi è una prova storica certa della sua esistenza. Mi riferisco al cosiddetto bottino di Lima. Nel 1820 l’impero coloniale spagnolo in Sud America era in pieno disfacimento, José de San Martín stava avanzando verso Lima con un esercito cileno per liberare la città e gli spagnoli decisero di imbarcare le ricchezze cittadine su una nave inglese di nome Mary Dear comandata dal capitano William Thompson. Si trattava di un autentico tesoro fatto di oro, argento e una statua della Vergine dorata che, stando ai racconti, era alta due metri, pesava oltre 350 kg ed era tempestata da 1648 pietre preziose. Per Thompson e si suoi si trattava di una tentazione irresistibile e così, una volta in mare aperto, massacrarono gli spagnoli e fecero rotta per l’isola del cocco dove nascosero il tesoro dentro dodici bauli. La marina spagnola però avvistò la nave di Thompson, catturò e giustizio tutti eccetto lo stesso capitano e un suo compagno per farsi dire dov’era stato nascosto il maltolto. Come in un film Thompson e l’altro finsero di collaborare, ma alla prima occasione fuggirono all’interno dell’isola venendo in seguito tratti in salvo da una nave di passaggio. Non si sa perché Thompson non fece mai ritorno sull’isola per recuperare il tesoro, forse non aveva i mezzi economici per farlo visto che passò il resto della sua vita come marinaio semplice, ma sembra che in punto di morte riferì la posizione del bottino al suo amico John Keating. Questi si recò tre volte sull’isola del cocco e in tutte e tre le occasioni ritornò con una certa quantità d’oro, senza però apparentemente recuperare mai l’intera fortuna. A sua volta Keating lasciò le informazioni sul tesoro in punto di morte a tale Nicolas Fitzgerald, il quale in seguito le vendette a un australiano di nome Curzon Howe che mise il tutto per iscritto in un carteggio ancora oggi conservato a Sidney. Nel novecento il primo a farsi avanti per reclamare la ricchezza fu il tedesco August Gissler che visse sull’isola con sua moglie dal 1889 al 1908 trovando però soltanto 35 monete spagnole prima di trasferirsi a New York per le difficili condizioni climatiche. Di seguito si fece avanti il francese Tony Mangel che, in due spedizioni, concentrò la sua attenzione in una grotta soggetta alle maree a sud della baia della Speranza. Nonostante l’uso anche di esplosivi, Mangel non trovò nulla e il suo posto venne preso da un’equipe belga che invece, cercando nel medesimo punto, portò alla luce una statua della Vergine di 60 cm interamente in oro. L’ultimo sviluppo si ebbe nel 1998 quando la NASA, tramite un satellite, accertò che sull’isola erano presenti almeno tre giacimenti d’oro, due sulla terraferma e uno in mare, ma ad oggi il destino del grosso del bottino di Lima, che si stima abbia un valore di quasi centosessanta milioni di dollari, resta sconosciuto. Oltre a questa immensa fortuna sembra che l’isola del cocco possa nascondere almeno altri due tesori: il tesoro del pirata Bennet Graham, proveniente dal saccheggio del galeone spagnolo Relampago e stimato in trecento milioni di dollari, e il tesoro del pirata William Davies nascosto intorno al 1684.

L’oro dei conquistadores

La distruzione dell’America precolombiana è una storia drammatica fatta di sangue, fanatismo religioso e avarizia. I conquistador imperversarono per l’intero continente inseguendo ogni sottile voce in merito ad immense ricchezze detenute da qualche civiltà ancora nascosta. Oggi sappiamo che per lo più inseguirono miraggi e possiamo guardare con stupore a come alcuni di loro finirono per annientarsi fisicamente e psicologicamente a causa dell’ossessione per la ricerca di queste ricchezze, ma all’epoca difficilmente qualcuno avrebbe potuto dire che si stesse esagerando tenuto conto di quant’era successo a Francisco Pizarro. Il 16 Novembre 1532 a Cajamarca questi, insieme al suo gruppo di neanche duecento uomini, catturò l’Inca Atahualpa al termine di una battaglia, o sarebbe meglio dire massacro vista l’unilateralità delle perdite. Pizarro, che prima di mettersi in viaggio aveva attentamente studiato le azioni di Cortes in Messico, aveva puntato tutto sul fare prigioniero il sovrano nemico così da paralizzare la capacità di reazione degli Inca privi della loro divinità incarnata. Nonostante la situazione Atahualpa non si scompose e, intuendo la brama di ricchezza degli spagnoli, si offrì di pagare un riscatto per la sua persona riempiendo l’intera stanza in cui era tenuto prigioniero (grande 6mx5m e alta 2.75m fino al segno rosso tracciato dallo stesso Inca) di ogni genere di ricchezza. Difficile dire se Pizarro e i suoi credettero sul serio alla promessa o la considerarono una sbruffonata, ma non avendo niente da perdere accettarono l’offerta e così da ogni angolo dell’Impero di Atahualpa iniziarono a giungere carichi di ogni genere di ricchezza (gioielli, oggetti in oro ed argento e pietre preziose). Possiamo solo immaginare con che occhi gli spagnoli osservarono quell’immenso tesoro crescere di giorno in giorno. Ovviamente Pizarro non aveva alcuna intenzione di liberare Atahualpa, temendo non a torto che non appena lo avesse fatto sarebbe stato polverizzato dalla schiacciante superiorità  numerica del nemico, e così, non appena intascato il riscatto, fece giustiziare l’Inca. Con una sorprendente serietà contabile Pizarro fece redigere un preciso inventario del tesoro accumulato prima di procedere alla sua divisione e l’astronomica cifra che venne fuori fu di 1,326,539 pesos d’oro più altri 51,610 marchi d’argento; se si tiene conto che di questa fortuna ogni singolo soldato ottenne 135 marchi d’argento e 3330 pesos d’oro (i cavalieri invece ricevettero 362 marchi d’argento e 8880 pesos d’oro mentre Pizarro si intascò 2350 marchi d’argento e 57220 pesos d’oro) ritenete ancora assurdo che i conquistadores che vennero dopo corressero dietro a qualsiasi racconto o leggenda?

Se il riscatto di Atahualpa fece ricchi gli uomini di Pizarro, vi fu un altro tesoro che i conquistadores poterono toccare brevemente con mano prima di vederlo scomparire per sempre: quello di Montezuma.

Quando nel 1519 Hernan Cortes giunse a Tenochtitlan, il suo arrivo lasciò interdetto l’imperatore Montezuma. Sebbene oggi non tutti gli storici concordino sul circostanza che gli aztechi confusero gli spagnoli per creature semi-divine emissari del dio piumato Quetzalcoatl, certamente la vista di questi individui armati in modo mai visto prima e dotati di un animale, il cavallo, completamente sconosciuto rese difficile a Montezuma decidere la linea d’azione da seguire (nonostante che numericamente gli aztechi avessero un vantaggio più che schiacciante). Astutamente Cortes approfittò di questa indecisione di Montezuma per cooptare il sovrano nemico ed isolarlo, intuendo che finché l’imperatore fosse stato in mano sua l’intera struttura politico-militare dell’impero azteco sarebbe stata paralizzata. Per un po’ spagnoli ed aztechi convissero, pur con crescenti tensioni, e durante questo periodo gli uomini di Cortes accumularono un invidiabile tesoro un po’ offerto spontaneamente dai locali per accattivarsene i favori, un po’ sottratto senza troppe cerimonie ai legittimi proprietari. Questa fortuna venne raccolta all’interno di un tempio che gli spagnoli trasformarono nella loro base e rimase lì a loro disposizione finché non giunse la proverbiale goccia che fece traboccare il vaso. Cortes aveva dovuto lasciare velocemente Tenochtitlan per andare ad occuparsi delle truppe che il governatore di Cuba Diego Velazquez aveva inviato per arrestarlo, e aveva lasciato il comando delle forze rimaste in città al suo secondo Pedro de Alvarado. Il 20 Maggio 1520 gli aztechi, sempre più insofferenti alla presenza spagnola, stavano celebrando la festività di Toxcatl quando gli uomini di Alvarado fecero irruzione alla cerimonia massacrando i presenti (gli spagnoli sostennero che lo fecero perché inorriditi dai sacrifici umani, mentre gli aztechi affermarono che fu una strage di rapina per rubare i monili e i gioielli dei nobili lì presenti). L’intera Tenochtitlan si sollevò contro l’occupante e neanche il ritorno di Cortes fu in grado di placare gli animi; il 1° Luglio si ebbe così la noche triste quando gli spagnoli tentarono di ritirarsi dalla città venendo braccati per le strade. Molti spagnoli morirono o furono catturati e spesso ciò avvenne perché appesantiti dai lingotti d’oro o dai gioielli che tentarono di portarsi dietro, essendo impossibile lasciare la città con l’immenso tesoro accumulato. Nonostante questa vittoria il destino dell’impero azteco era segnato, anche perché Tenochtitlan stava per conoscere la sventura dell’epidemia di vaiolo portata dagli europei. Quasi un anno dopo la noche triste iniziò l’assedio di Tenochtitlan ad opera di Cortes e dei suoi alleati nativi; allorché la città cadde una delle prime cose che gli spagnoli fecero fu torturare l’ultimo imperatore Cuauhtemoc per farsi dire dovesse gli aztechi avessero nascosto il tesoro che gli spagnoli si erano dovuti lasciare dietro. Cuauhtemoc però non parlò e del tesoro di Montezuma si persero le tracce, nonostante la disperata ricerca da parte degli spagnoli. Che fine fece questa fortuna? Le teorie sono varie: la più probabile è che gli aztechi lo nascosero da qualche parte per non farlo ritrovare a Cortes e ai suoi (alcuni dicono che venne gettato nelle acque del lago Texcoco, anche se nulla emerse durante i lavori di progressivo drenaggio del bacino per fare posto all’odierna Città del Messico). Una leggenda vuole che gli aztechi abbiano presi il tesoro e lo abbiano portato, per qualche motivo non meglio specificato, in una zona tra l’Arizona e lo Utah. In particolare la località di Casa Grande in Arizona è stata indicata come il luogo dove il tesoro fu nascosto in quanto qui esistono delle rovine, con un nugolo di cunicolo sotterranei, che però non sono di origine azteca, ma pueblo. Nonostante non esista il ben che minimo fondamento in merito alla teoria di un tesoro azteco sepolto nel Sud-Ovest degli Stati Uniti, ancora oggi molti cacciatori di tesori si avventurano nell’area alla sua ricerca.

Se il tesoro di Montezuma, almeno per un certo periodo, esistette davvero, il grande sogno dei conquistadores che li ossessionò, ma che rimase sempre al mero stato di mito è certamente El Dorado. Non è facile stabilire in che modo si diffuse presso gli europei la voce che nelle profondità del Centro-Sud America si trovasse una qualche città traboccante di ogni ricchezza; questo luogo a volte era chiamato sette città di Cibola, città dei Cesari o, appunto, El Dorado anche se quest’ultimo nome si riferiva a volte a una città a volte al sovrano di una città che si diceva avesse la pelle completamente ricoperta da una polvere d’oro. Generalmente il tutto viene fatto risalire dagli storici alla spedizione di Sebastiano Caboto del 1525 alla ricerca del regno del Birù (il Perù in seguito sottomesso da Pizarro); uno dei suoi luogotenenti, tale Francisco César, si spinse nel Rio de la Plata e quando ritornò si diffuse la voce che avesse trovato una città traboccante d’oro in cui le stesse strade erano pavimentate con questo materiale. Il mito si irrobustì in ragione dell’incontro da parte dei conquistadores di civiltà locali in cui l’oro era molto usato come materiale per decorare cose e persone; uno di questi popoli erano i Sinù, stanziati all’interno dell’odierna Colombia, che vennero completamente sterminati dal conquistadores Pedro de Heredia per saccheggiarne le tombe. Molte furono le spedizioni che i conquistadores lanciarono nelle profondità del Sud America alla ricerca della città d’oro e quasi tutte finirono tragicamente con la morte di molti dei partecipanti per malattie, fame e scontri con gli indigeni. Attorno al 1530 Ambrosius Dalfinger, incaricato dai banchieri Welser di governare la loro concessione nell’odierno Venezuela e fondatore della città di Maracaibo, seppe dai nativi che all’interno viveva un popolo che usava l’oro come merce di scambio per altri beni e viveva in un area ricca di pietre verdi che gli spagnoli supposero fossero smeraldi. Per quasi un decennio vari conquistadores cercarono questo popolo apparentemente senza successo; oggi si ritiene che il popolo che aveva dato origine alla leggenda fosse quello Chibcha il quale venne trovato e depredato ad opera di uno di questo conquistadores cioè Gonzalo Jimenez de Quesada. Questi però non si rese conto di essere giunto alla sua meta per un semplice motivo: i Chibcha erano sì ricchi di smeraldi, possedendone l’unico giacimento del Sud America, ma l’oro che avevano non era estratto da loro bensì era il frutto dei commerci con le varie popolazioni circostanti. I conquistadores, convinti che la città d’oro dovesse la sua ricchezza a qualche immensa miniera sotto il suo controllo, continuarono a girare in lungo e in largo quando invece ciò che cercavano era già stato trovato e distrutto. Pochi anni dopo Francisco Vazquez de Coronando cercò due città d’oro, stavolta chiamate Cibola e Quivira, nel Nord America conducendo una spedizione che dal Messico si spinse una volta sino al Gran Canyon e un’altra sino all’odierno Kansas. Nonostante i ripetuti fallimenti degli spagnoli ancora in tempi moderni non mancarono esploratori ed avventurieri che si gettarono nelle profondità dell’Amazzonia alla ricerca non più della mitica città d’oro, ma di una qualche civiltà perduta; in particolare celebre resta la vicenda dell’esploratore inglese Percy Fawcett scomparso con il figlio alla metà degli anni venti in Amazzonia mentre cercava quella che lui aveva battezzato come la città perduta di Z.

Tornando a El Dorado abbiamo detto come questo termine non indicasse solo una città, ma anche il sovrano di un popolo che, per motivi cerimoniali, aveva il corpo completamente ricoperto da una polvere d’oro. Legato a questo racconto vi sono le leggende in merito al tesoro della laguna di Guatavita in Colombia. Questo lago sulla cordigliera delle Ande, forse originata dall’impatto di un meteorite, era ritenuto sacro dal popolo dei Muisca, i cui insediamenti più antichi risalgono al 1270 a.c. e che all’epoca dell’arrivo degli spagnoli erano divisi in due confederazioni di città stato. Secondo la leggenda presso la laguna di Guatavita i Muisca compivano un rito connesso al culto del sole: lo Zipa, il capo di una delle due confederazioni, si cospargeva il corpo con resina e polvere d’oro per poi navigare su una zattera fino al centro del lago e lì buttarvisi dentro, facendo un serie di abluzioni fino a lavarsi completamente; contemporaneamente i fedeli, dalle sponde del lago, gettavano in acqua oggetti preziosi di varia natura come dono agli dei. Ovviamente i conquistadores non appena vennero a conoscenza di questo rituale cercarono di recuperare i tesori finiti nelle profondità del lago. I primi a muoversi nel 1545 furono Hernán Perez de Quesada, fratello del precedentemente citato Gonzalo, e Lázaro Fonte che tentarono di drenare il lago nel modo più semplice: una catena umana di gente armate di secchi che in tre mesi abbassò il livello dell’acqua di tre metri. I risultati non furono trascendentali, un po’ di oro e pietre preziose per il valore massimo di cinquemila pesos, ma sufficienti a ritenere comprovata la leggenda e spingere altri a cercare di recuperare il tesoro. Si fece così avanti nel 1580 Bogotà Antonio de Sepúlveda che organizzò, spendendo tutte le sue fortune, un’operazione in grande stile: sul fianco del lago venne scavato un canale di scolo di quindici metri per far defluire le acque e, dopo un incisione finale sul fianco del lago che provocò una marea che uccise alcuni lavoratori, il livello del bacino venne ridotto di venti metri. Si iniziarono a recuperare manufatti d’oro, smeraldi ed armature ornamentali finché, un giorno, le pareti del canale non sufficientemente puntellate crollarono seppellendo molti lavoratori indios. In tutto Sepúlveda raccolse quasi 12000 pesos, inviando parte di ciò che era stato ritrovato a Filippo II di Spagna, ma questi guadagni non furono sufficienti a compensare gli enormi costi dell’operazione e Sepúlveda morì in miseria di lì a poco. Nessuno fece ulteriori tentativi di pregio sino alla fine dell’ottocento quando venne costituita la Company for the Exploitation of the Lagoon of Guatavita la quale scavò un tunnel di scolo sotterraneo per fare un buco al centro del lago da cui far defluire l’acqua. Stavolta la laguna di Guatavita venne drenata con successo, ma sul fondo rimase quasi un metro di fanghiglia e sedimenti i quali, solidificandosi, resero pressoché impossibile cercare qualsivoglia manufatto. Al termine di questo immenso lavoro la Company for the Esploitation raccolse reperti per il misero valore di cinquecento sterline, battuti tutti all’asta da Sotheby’s, e nel 1929 la società dichiarò bancarotta. Dopo questo tentativo non ve ne furono di ulteriori in quanto il governo colombiano dichiarò l’area protetta e vietò ulteriori operazioni di ricerca anche per venire incontro alle richieste dei Muisca, popolo ancora oggi vivente, che ritengono ancora l’area sacra. Dunque El Dorado si nasconde ancora nelle profondità di Guatavita? Come abbiamo visto i ritrovamenti, sebbene interessanti, non sono mai stati tali da permettere di affermare con certezza che in quelle acque si nasconda un immenso tesoro. Nel 1801 l’esploratore tedesco Alexander von Humboldt, sulla base dei ritrovamenti di Sepúlveda, stimò che in fondo al lago potesse esserci un tesoro del valore attuale approssimativo di circa trecento milioni di dollari, ma nessuna prova certa in merito è mai stata data lasciando il tesoro della laguna di Guatavita nella stato di semi-leggenda.

Tre tesori in giro per il mondo.

Ci sarebbero tanti altri tesori perduti di cui parlare, alcuni certamente esistenti altri al limite del mito. Dovendo però questo articolo giungere a una conclusione ho deciso di sceglierne tre tra quelli che trovo più affascinanti: la miniera perduta dell’olandese in Nord America, l’aurum tolosanum in Europa e l’oro di Yamashita in Estremo Oriente.

Iniziamo proprio da quest’ultimo facendo un salto indietro agli anni del secondo conflitto mondiale. La leggenda vuole che, durante la guerra il governo giapponese abbia saccheggiato indiscriminatamente musei, banche ed abitazioni private nei territori conquistati al fine di reperire valuta per finanziare lo sforzo bellico. Quest’azione sarebbe stata portata avanti da un’organizzazione apposita, la Kin no guri (giglio d’oro), a capo della quale vi sarebbe stato il Principe Chichibu, fratello minore dell’Imperatore Hirohito, da sempre vicino agli ambienti più militaristi e filo-tedeschi della politica giapponese. Le ricchezze accumulate sarebbero state in un primo momento occultate a Singapore, per poi essere portare nel 1944 nelle Filippine (il cui governatore militare era appunto il generale Tomoyuki Yamashita) con la prospettiva di inviarle in Giappone al termine del conflitto; cosa che ovviamente non accadde mai causa la disfatta dell’Impero nipponico. I sostenitori dell’esistenza del tesoro affermano che a guerra conclusa la neonata CIA si attivò, d’accordo con la famiglia reale giapponese a cui era stata garantita l’immunità dalle accuse per crimini di guerra, per recuperare buona parte del tesoro. Per quanto la leggenda su questo tesoro possa apparire affascinante, e vari cercatori di tesori vi corsero dietro con esiti per altro sorprendenti come vedremo a breve, gli storici hanno messo in luce tutta una serie di criticità nella narrazione delle vicenda del tesoro: in primo luogo in merito al ruolo svolto dal Principe Chichibu al quale nel 1940 venne diagnosticata una tubercolosi polmonare e trascorse buona parte del conflitto in convalescenza nella sua villa i piedi del monte Fuji. Secondariamente viene fatta notare l’irrazionalità di aver trasportato in tesoro nelle Filippine nel 1944, infatti già nel 1943 la potenza navale dei giapponesi aveva subito colpi devastanti e il controllo dei mari nel Sud-Est Asiatico era quasi totalmente in mano agli Alleati la cui flotta di sommergibili faceva strage del naviglio giapponese; inoltre perché portare il tesoro da Singapore alle Filippine, territorio che di lì a poco era certo sarebbe stato invaso dagli americani (MacArthur vi sarebbe sbarcato a Ottobre), e non provare con la più sicura via terra cercando di raggiungere la Cina, Taiwan o la Corea? Nonostante questi evidenti punti deboli la vicenda dell’oro di Yamashita è tornata agli onori delle cronache tra gli anni ottanta e gli anni novanta quando nel 1988 il cacciatore di tesori filippino Rogelio Roxas dichiarò di aver trovato una parte del tesoro in una camera nascosta nei pressi di Baguio City (parlò di varie casse piene di lingotti d’oro e un Buddha d’oro del peso di una tonnellata) e fece causa presso un tribunale delle Hawaii all’ex-dittatore delle Filippine Ferdinand Marcos accusandolo di avergli sottratto il tesoro. La stessa mogli di Marcos, Imelda, indirettamente parve confermare l’affermazione di Roxas affermando che le ricchezze del marito derivavano dal tesoro di Yamashita. Penserete che si tratti di una vicenda ridicola, e invece no  perché il tribunale delle Hawaii sentenziò che Roxas aveva certamente trovato qualche genere di tesoro a Baguio City e, sebbene non ci siano elementi sufficienti per affermare con certezza che si trattasse dell’oro di Yamashita, le prove sembravano andare in quella direzione. All’esito di ciò la Golden Buddha Corporation, società fondata da Roxas, ottenne un risarcimento di 13,3 milioni di dollari per il furto subito mentre lo stesso Roxas ricevette altri sei milioni di dollari di risarcimento per la detenzione ingiusta che Marcos dispose nei suoi confronti per non fargli avanzare pretese sul tesoro. Ancora oggi molti inseguono le tracce dell’oro, ma apparentemente nessuno vi si è avvicinato quanto Roxas (sempre che questi abbia davvero trovato il tesoro accumulato dai giapponesi).

Passando all’Aurum Tolosanum questa è una delle più antiche leggende in merito a un tesoro nascosto. Siamo intorno al 280 a.c. quando la penisola greca, che sta vivendo insieme al resto del mondo ellenistico l’ultima fase del conflitto tra i diadochi, viene invasa da una coalizione di popoli celti variamente nominati nelle cronache di lingua greca e latina (a volte Galli a volte Galati). A guidarli era Brenno che però non era né lo stesso capo che aveva condotto i celti a saccheggiare Roma nel 390 a.c. né un suo omonimo in quanto Brenno non era un nome proprio bensì un titolo che veniva dato ai comandanti in tempo di guerra. I celti sfondarono le difese greche giungendo sino ad assediare Delfi, ma qui, stando ad alcuni cronache, sarebbero stati fermati oltre che dalla resistenza della città, anche da un’epidemia e da altri eventi naturali ricondotti ad un intervento di Apollo in difesa del suo santuario. Stando invece ad alcune fonti  di parte latina come Cassio Dione i celti, prima di ritirarsi, riuscirono a saccheggiare il santuario di Apollo mettendo insieme un tesoro di settanta tonnellate di oro. La proporzione del bottino non è per nulla assurda tenendo conto che Delfi era, insieme ad Olimpia, uno dei principali santuari panellenici al cui mantenimento e ricchezza avevano contribuito per secoli tutti i popoli di cultura greca. Oltre alle donazioni di privati di ogni estrazione sociale (ad esempio la cosiddetta Auriga di Delfi dono del tiranno Polizelo di Gela), erano le stesse polis ad offrire ex voto di vari tipi o a costruire edifici chiamati tesori o tesorerie nei quali venivano raccolte le offerte fatte ad Apollo in omaggio a vittorie in battaglia o ad oracolo favorevoli. Gli stessi greci erano perfettamente consapevoli dell’enorme giro d’affari che ruotava intorno al santuario e ben quattro guerre, dette guerre sacre, saranno combattute per assicurarsi la protezione/controllo di Delfi e dei profitti derivanti dai servizi offerti ai pellegrini. Insomma Delfi era ricca, enormemente ricca, ed è dunque realistico che se i celti fossero riusciti a saccheggiarla il bottino sarebbe stato di considerevoli dimensioni. Su questo tesoro però, data la natura sacrilega del furto, iniziarono sin da subito a girare voci di una maledizione lanciata da Apollo su chiunque l’avesse posseduto. Del bottino si persero le tracce finche nel 106 a.c.  il console Quinto Servilio Cepione, nel soffocare una rivolta delle tribù celtiche nella Gallia Narbonense, dichiarò di aver trovato nei pressi di Tolosa un tempio presso il quale era custodita una grande quantità d’oro che venne immediatamente identificata come il frutto del saccheggio di Delfi. Vari autori latini, tutti però di epoca successiva ai fatti, riferiscono del ritrovamento: Cicerone nel De natura deorum, Strabone, Cassio Dione, Posidonio e Orosio. La ricchezza sarebbe dovuta appartenere all’Erario di Roma, ma essa non raggiunse mai l’Italia; Orosio narra che Cepione spedì il tutto a Marsiglia sotto scorta, ma lungo la strada le guardie furono attaccate e massacrate mentre del tesoro se ne persero le tracce. Non ci volle molto che iniziasse a diffondersi la voce che il tutto fosse stato organizzato dallo stesso Cepione e sembra che questo pettegolezzo contribuì alla sua rovina. Nel 104 a.c. Cepione subì infatti una catastrofica sconfitta ad Arausio per mano delle tribù dei Cimbri e dei Teutoni, disastro in gran parte dovuto al suo non voler collaborare con il console Gneo Mallio Massimo per il suo status di homo novus, ma che da alcuni la sconfitta venne ricondotta alla maledizione di Apollo lanciata su coloro che possedevano il sacro bottino. Messo sotto processo ad opera dei tribuni della plebe per la disfatta e il furto dell’aurum tolosanum, Cepione perse la cittadinanza, fu spogliato dei suoi beni e costretto all’esilio a Smirne in Asia minore dove morì. Del tesoro si persero le tracce anche se la leggenda vuole che sia transitato di volta in volta nelle mani dei vari eredi di Cepione fino a giungere, infine, nella disponibilità di Marco Giunio Bruto (il cesaricida). Nessuno degli autori che hanno narrato delle vicende del tesoro ha riferito di quale possa essere stato il suo destino dopo il suicidio di Bruto a Filippi.

Concludiamo con la leggenda della miniera perduta dell’olandese che forse alcuni di voi conosceranno già, quantomeno di nome, in quanto oggetto di una delle storie di contorno alla Saga di Paperon de Paperoni di Don Rosa. Iniziamo dicendo che l’olandese non era olandese; Jacob Waltz infatti, di cui a breve racconteremo, era infatti tedesco, ma in America per definire un tedesco si usa il termine Dutchman e così il tedesco divenne olandese. Tutto ruota intorno all’area delle Montagne della superstizione nell’odierna Arizona (precedentemente nel territorio abitato dagli Apache); la leggenda vuole che in questa zona si trovi un vasto filone d’oro già noto agli stessi indiani. I primi europei a sfruttarlo sarebbero stati i membri della famiglia spagnola dei Peralta all’inizio dell’ottocento, i quali poi però sarebbero stati massacrati dagli Apache intorno al 1850. In seguito un certo Dr. Thorne avrebbe saputo della posizione della miniera da un indiano da lui curato, ma non sarebbe mai riuscito ad identificarne il sito. Anni dopo entrerebbe in scena Jacob Waltz, che in alcune versioni della storia sarebbe accompagnato da un altro pioniere tedesco di nome Jacob Weiser (anche se per alcuni autori i due in realtà sono la stessa persona), il quale avrebbe salvato la vita a uno degli ultimi discendenti dei Peralta ricevendo in cambio la posizione della miniera. Waltz sarebbe anche riuscito a trovare la miniera, ma apparentemente non fu mai in grado di sfruttarla morendo povero non prima di aver a sua volta lasciato indicazioni a una tale Julia Thomson. Ora fermiamo un attimo la narrazione per mettere alcuni puntini sulle i e vedere cosa c’è di storicamente certo in tutta questa storia. Nulla è mai stato trovato in merito all’attività di una famiglia Peralta in Arizona nell’ottocento; oggi si ritiene che questa parte della leggenda derivi dal fatto che effettivamente una famiglia Peralta gestì con successo una miniera nella seconda metà dell’ottocento, ma non in Arizona bensì in California. Quando però i profitti derivanti dalla miniera iniziarono a venire meno, Miguel Peralta organizzò una truffa in combutta con tale James Reavis per vendere al dottor. George Willing i diritti su una supposta concessione mineraria in Arizona. Willing pagò ventimila dollari per poi scoprire che la miniera non esisteva, ma ormai era troppo tardi per recuperare i soldi; i più ritengono che questa vicenda sia stata in seguito alterata per essere integrata nella leggenda della miniera perduta. Per quanto riguarda Jacob Waltz ormai è assodato che questi sia realmente esistito: sarebbe infatti nato a Wurttemberg nel 1810 per poi emigrare in America intorno al 1848. Verso il 1860 si spostò in Arizona dove certamente fece il cercatore d’oro, apparentemente però senza particolare  fortuna anche se altre versioni affermano che regolarmente giungeva in città con grandi quantità d’oro; molti autori ritengono non improbabile che Waltz possa aver effettivamente scoperto un ricco giacimento aurifero o, quantomeno, ne abbia sentito parlare fallendo però nella sua identificazione. In seguito nel 1870 acquistò una fattoria e vi rimase sino al 1891 quando un terribile alluvione devastò la proprietà; pochi mesi dopo Waltz morì accudito da tale Julia Thomson a cui, sul letto di morte, avrebbe consegnato una mappa con la posizione della miniera. La storia della miniera perduta rimase a lungo sconosciuta fuori dall’Arizona fino al 1931 quando il cacciatore di tesori Adolph Ruth, che affermava di possedere una mappa del luogo in cui si trovava la miniera, scomparve nelle montagne della superstizione. Le sua ossa furono ritrovate mesi dopo e nel cranio erano riscontrabili due ferite da arma da fuoco; la mappa non venne mai ritrovata, ma venne rinvenuto il libretto degli assegni di Ruth nel quale era presente una nota in cui l’uomo affermava di aver trovato la miniera. La morte di Ruth rimane ad oggi un mistero anche a causa della ridicola spiegazione che le autorità dell’Arizona diedero parlando di morte per disidratazione o per attacco di cuore. Ruth fu solo il primo di una serie di cacciatori di tesori che trovarono la morte nelle montagne della superstizione inseguendo il mito della miniera perduta dell’olandese (gli ultimi di cui si ha notizia nel 2011); e pensare che molti geologi sostengono che non esista oro nelle montagne della superstizione essendo queste di origine vulcanica.

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