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Le origini della Grande Guerra – Parte IX: l’apice della crisi di Luglio

La notizia della dichiarazione di guerra austriaca alla Serbia fu come una frustata per Sazonov. Come abbiamo visto nel precedente articolo il ministro russo si era convinto, causa un’incauta affermazione dell’ambasciatore di Vienna, che fosse possibile iniziare un dialogo diretto con la duplice monarchia sulla base della risposta serba all’ultimatum; in ragione di ciò Sazonov si mostrò molto ottimista durante i colloqui diplomatici tenuti tra il 26 e il 27 Luglio. Saputo invece dell’apertura delle ostilità, probabilmente mentre si redava a colloquio con lo Zar, la prima intenzione di Sazonov era di dare immediata esecuzione alla mobilitazione parziale contro l’Austria, che Nicola II aveva già approvato; discutendo però con il capo di stato maggiore Januskevic venne finalmente a sapere ciò che i vertici dell’esercito fino a quel momento non si erano preoccupati di dire e cioè che, a loro parere, una mobilitazione parziale non solo era difficilmente realizzabile, ma anche pericolosissima. Non esistevano infatti piani per una manovra del genere, inoltre non la si sarebbe potuta in un secondo momento convertire in mobilitazione generale senza creare ulteriore confusione e ciò era un rischio gravissimo tenuto conto che c’era l’incognita della reazione tedesca. Per cui Januskevic mise in chiaro senza giri di parole che, a opinione dell’esercito, l’unica opzione sul tavolo era la mobilitazione generale. Era ovvio però che ciò avrebbe pericolosamente aggravato la crisi dato che una mobilitazione al confine con la Germania avrebbe reso altamente probabile una controreazione del medesimo tipo da parte di Berlino. In questo momento sarebbe stato certamente utile che da parte dell’alleato francese giungesse un invito alla moderazione o, quanto meno, a soppesare accuratamente i passi; invece l’ambasciatore Paléologue non solo affermò di nuovo che “in caso di necessità la Francia era interamente pronta ad adempiere ai suoi obblighi di alleata”, ma incoraggiò l’opinione di Sazonov che Berlino e Vienna stessero agendo in perfetta sincronia e quindi non c’era da avere riguardi per il Reich. Ho già illustrato nel precedente articolo come questo atteggiamento dell’ambasciatore francese non fosse una sua iniziativa, ma il mero adempiere a quella che era la linea già tracciata dal Presidente Poincaré e, così almeno Paléologue riteneva, anche dal Quai d’Orsay. Così se è giusto imputare a Berlino la colpa di aver spinto Vienna a dichiarare guerra alla Serbia, è altrettanto giusto imputare a Parigi di non aver fatto niente per impedire che Pietroburgo mettesse in moto il diabolico meccanismo delle mobilitazioni. Non fu difficile allo Stato maggiore convincere Sazonov a convertirsi alla mobilitazione generale, mezzo la minaccia che in alternativa era meglio non fare niente piuttosto che continuare sulla strada suicida dell’azione paziale, e così la sera del 28 Luglio il ministro degli esteri autorizzò il capo di Stato maggiore a preparare due ukase da sottoporre allo Zar: uno per la mobilitazione parziale e l’altro per quella generale. Certo più difficile era convincere lo Zar, in quanto estremamente avverso alla guerra e che già aveva accettato obtorto collo di approvare la mobilitazione parziale; ma attorno a Nicola II si agitavano in tal senso tutti i vertici dell’esercito: dal ministro della guerra generale Suchomlinof a suo zio il Granduca Nicola. La mattina del 29 Luglio Januskevic, con l’approvazione di Sazonov, presentò allo Zar i due ukase ottenendone l’approvazione, “tutt’altro che volentieri”, alla mobilitazione generale dietro due mandati ben precisi: comunicare all’ambasciatore tedesco che l’azione non era diretta contro la Germania e di attendere un suo ordine specifico prima di dare seguito all’ukase. Frattanto però il capo di stato maggiore volle portarsi avanti raccogliendo le necessarie firme del ministro della guerra, che improvvisamente pareva aver perso lo spirito bellicista, del ministro degli interni, che firmò dopo essersi fatto il segno della croce su un tavolo coperto di icone religiose, e del ministro della marina, che mise in chiaro come la flotta non fosse pronta a un conflitto. Appare evidente che  Januskevic mordeva il freno e voleva farsi trovare pronto non appena Nicola II avesse dato la sua autorizzazione. Tutto ormai sembrava cospirare contro la pace: mentre infatti un sempre più spaventato Sazonov discuteva con l’ambasciatore austriaco, comunicandogli della prossima mobilitazione russa, giunse notizia del bombardamento austriaco su Belgrado; l’evento in realtà era di scarsa portata, ma sovraeccitò ulteriormente il ministro degli esteri russo convincendolo vieppiù dell’idea che Vienna avrebbe invaso la Serbia da un momento all’altro. Come se ciò non bastasse l’ambasciatore tedesco trasmise a Sazonov un messaggio inviato da Bethmann-Hollweg in cui si affermava esplicitamente che la mobilitazione russa avrebbe condotto inevitabilmente alla mobilitazione della Germania. Questo telegramma fu altamente incauto perché irrigidì il ministro russo proprio nel momento in cui invece Berlino, dopo il passo inglese di cui ho raccontato nel precedente articolo, stava disperatamente tentando di arrestare la valanga; inoltre il tono del telegramma andava a contraddire un contemporaneo messaggio privato di conciliazione che Guglielmo II aveva inviato allo Zar, creando quindi sospetti in merito all’onestà dell’atteggiamento del Kaiser.  Forte della notizia del bombardamento di Belgrado, del messaggio minaccioso tedesco e della indiscrezione esagerata che Vienna stava lei per prima procedendo alla mobilitazione generale (in realtà erano stati richiamati solo sei corpi in Galizia), Sazonov riuscì a convincere Nicola II, che intanto aveva risposto al Kaiser chiedendogli delucidazione sull’atteggiamento apparentemente schizofrenico di Berlino, ad autorizzare la messa in esecuzione dell’ukase sulla mobilitazione generale della Russia. Sazanov inviò al suo predecessore Iswolsky, divenuto ambasciatore a Parigi, un messaggio da trasmettere ai governi inglesi e francesi in cui si affermava che, a causa delle minacce tedesche, “non ci rimane che accelerare i nostri armamenti e contare sulla probabile inevitabilità della guerra”. La forma vaga dell’ “accelerare i nostri armamenti”, unita con un successivo telegramma di Paléologue di cui diremo, contribuì a rendere Parigi cieca di fronte alla realtà delle misure assunte dai russi. Era le 21 quando il generale Dobrorolski, responsabile della mobilitazione, arrivò al telegrafo centrale per trasmettere l’ordine di mobilitazione generale a tutti i comandi. A questo punto però avvenne il primo di una serie di psicodrammi che caratterizzato quegli ultimi giorni di pace. Alle 21:30 infatti, quando già tutti e dodici i telegrafi erano pronti ad entrare in funzione, Dobrorolski venne contattato urgentemente per telefono da Januschkevic che gli ordinava di non fare nulla fino a nuovi ordini; poco dopo un messo dallo Stato maggiore giunse per informarlo che lo Zar aveva ritirato l’ordine di mobilitazione generale in favore di solo quella parziale. Cos’era successo? Era successo che Guglielmo II aveva inviato un secondo messaggio personale a Nicola II in cui lo pregava di astenersi da iniziative militari in quanto queste avrebbero impedito alla Germania di agire da mediatore presso Vienna. Come detto lo Zar non era stato molto felice di autorizzare la mobilitazione e dunque questo messaggio del Kaiser, che ricordiamo era suo zio, fu per lui più che sufficiente a revocare un ordine che, evidentemente, gli pesava ancora di aver dato. Sembra che in quelle ore drammatiche Nicola II ebbe a dire “Bisogna fare il possibile per salvare la pace. Io non voglio assumere la responsabilità di un mostruoso macello”. Si può solo immaginare la reazione che dovette avere lo Stato maggiore di fronte alla giravolta del sovrano; per Januschkevic non c’era nulla di peggio della mobilitazione parziale dato che, dal suo punto di vista, lo scontro con la Germania era inevitabile e dunque quella linea d’azione avrebbe portato la Russia alla catastrofe militare. La ricostruzione completa dei fatti di quella sera non è mai stata chiarissima perché i protagonisti o non uscirono vivi dagli eventi della rivoluzione del 1917 oppure nascosero le loro responsabilità nell’aver sprofondato l’Europa nel baratro; è assai probabile che inizialmente lo Zar intendesse revocare per intero la mobilitazione e che Januschkevic lo convinse a portare avanti almeno quella parziale così da poter lavorare per convincere il sovrano a convertirla in generale. In quelle stesse ore Sazonov, non informato della decisione del sovrano, teneva un drammatico colloquio con l’ambasciatore tedesco nel disperato tentativo di salvare la pace; il problema era però che ormai entrambe le parti si erano spinte talmente avanti che qualsiasi arretramento sarebbe stata una catastrofe politico-diplomatica: Pietroburgo si era legata mani e piedi alla difesa della Serbia mentre Berlino lo aveva fatto in merito ai diritti dell’Austria a risolvere da sé la questione con il turbolento vicino. L’ambasciatore Pourtales tentava di convincere Sazanov a ché la Russia si accontentasse della garanzia austriaca del rispetto dell’integrità territoriale serba, non potendo però garantire pari principio in merito alla sovranità di Belgrado; mentre il ministro degli esteri non era disposto ad accettare niente di meno che Vienna arretrasse accettando di investire della questione il concerto europeo. Alle 11 del mattino del 30 Luglio Sazonov, informato dalla decisione presa la sera prima dallo Zar, si incontrò con Januschkevic e Suchomlinof ricevendo da questi pareri estremamente negativi sulla possibilità di portare avanti solo la mobilitazione parziale; entrambi i generali affermarono che la Germania stava segretamente iniziando a mobilitare, cosa non vera, e che dunque non si poteva lasciare la Russia esposta al rischio di una guerra con il Reich. Januschkevic a questo punto pose un preciso aut-aut al ministro: o entro 24 ore la mobilitazione sarebbe divenuta generale o lui declinava ogni responsabilità su ciò che sarebbe successo. Sazonov a questo punto avrebbe dovuto avere il polso di rispondere ai generali che in tal caso tanto valeva sospendere tutto e verificare la percorribilità degli ultimi tentativi di pace ad opera di Londra, ma il ministro degli esteri era persona troppo insicura e dall’animo troppo eccitato perché potesse avere un tale scatto di buon senso. Accettò dunque di recarsi dallo Zar, che intanto era letteralmente sotto assedio da tutte le parti perché accettasse di autorizzare la mobilitazione generale. L’incontro fu teso con da una parte Sazanov che sosteneva vigorosamente il punto di vista dei militari, di cui ormai sembrava un mero nuncius, e dall’altra lo Zar che cercava disperatamente di trovare una formula che salvasse capra e cavoli; purtroppo non c’era molto da scegliere: o si sospendeva completamente la mobilitazione, cosa che neanche Nicola II voleva fare dato l’atteggiamento di Vienna, o si approvava quella generale. Messo all’angolo Nicola II fu costretto a cedere e ad autorizzare che venisse comunicata al capo di Stato maggiore l’autorizzazione a procedere alla mobilitazione generale. Senza indugio Sazonov chiamò Januschkevic per informarlo aggiungendo “ora potete rompere il vostro telefono”. La frase si riferiva ad una precedente affermazione del capo di Stato maggiore che mostra quanto ormai i vertici militari stessero marciando per loro conto; Januschkevic aveva infatti affermato che, non appena avesse ricevuto l’ordine dello Zar, “romperò il telefono e farò in modo che nessuno possa trovarmi e darmi ordini contrario che fermino la nostra mobilitazione generale”. Meno di un’ora dopo che Nicola II aveva dato il via libera il generale Dobrorolski fu di nuovo al telegrafo generale e stavolta nessuno gli impedì di trasmettere l’ordine di inizio di mobilitazione generale a partire dal 31 Luglio. Sazonov si illuse che fosse possibile tenere segreta la cosa, gabellando al resto d’Europa che in realtà era in corso solo la già annunciata mobilitazione parziale, ma già nella notte tra il 30 e il 31 i manifesti rossi che chiamavano alle armi tutte le classi iniziarono ad essere affissi per le strade di Pietroburgo e furono visto dall’ambasciatore tedesco Pourtales che chiese un urgente incontro con lo Zar. Senza girarci introno l’inviato di Berlino spiegò che la mobilitazione generale avrebbe fatto una pessima impressione in Germania e avrebbe immediatamente “determinato conseguenze irrimediabili”; Nicola II ascoltò il tutto estremamente composto e infine, alzando un dito verso il cielo, disse “Allora Egli solo può aiutarci”. Il fatalismo fideistico dello Zar, già espresso nel 1905 e che sarà di nuovo nelle parole dell’ultimo dei Romanov nel 1917, lo portò a piegarsi alla volontà dei generali convinto che alla fine tutto rispondesse alla volontà di un’entità superiore nelle cui mani era tanto il destino suo quanto quello dell’intera Russia. Pietroburgo aveva così rotto gli indugi dando campo libero alla valanga perché sommergesse l’intera Europa.

Le tragiche giornate del 30 e 31 Luglio, cioè quelle in cui citando Grey la luce si spense sul vecchio continente, furono un turbinio di eventi in tutte le capitali europee. Poiché molti di questi eventi si incrociarono tra loro ho ritenuto che seguire un criterio cronologico, passando costantemente da un  luogo all’altro, renda confusionaria la narrazione; per cui ho scelto di procedere nell’illustrare per singoli blocchi i fatti che si produssero a Parigi e Vienna (Londra e Berlino saranno materia del prossimo articolo in quanto legate alla vicenda del Belgio) indicando dove serve le connessioni più rilevanti. Iniziamo proprio dalla capitale della duplice monarchia presso la quale poca era la differenza se la Russia procedesse alla mobilitazione parziale o generale. Nel precedente articolo abbiamo visto come tra il 28 e il 29 Luglio la linea tenuta dal governo tedesco cambiò bruscamente; se infatti fino al 28 Bethmann-Hollweg accoglieva di malavoglia l’invito del Kaiser a trasmettere a Vienna la sua proposta di Halt in Belgrad, sabotandola di fatto con la frase “evitare accuratamente di dare l’impressione che noi vogliamo trattenere l’Austria”, il 29, con le prime esplicite dichiarazioni di Grey in merito alla possibilità di un intervento inglese al fianco dei franco-russi, il cancelliere cambiò rotta chiedendo a Vienna per la prima volta di accettare una mediazione che non si bassasse sulla pura e semplice accettazione dell’ultimatum alla Serbia. Paradossalmente fino a quel momento Berchtold era stato l’attendista, ma adesso che Berlino l’aveva costretto al passo decisivo della dichiarazione di guerra a Belgrado non intendeva fare un’umiliante marcia indietro che avrebbe annientato il prestigio di Vienna nei Balcani. Inoltre proprio mentre giungevano questi appelli da Berlino si diffondeva anche la notizia che la Russia stava per mobilitare contro l’Austria, evento di fronte al quale la duplice monarchia non poteva certo restare indifferente. Berchtold così trasmise a Berlino che di fronte all’attività russa l’Austria sarebbe stata costretta a decretare la mobilitazione generale, ma che comunque questi eventi “non ci lasceranno arrestare nella nostra azione bellica contro la Serbia”. In sostanza per Vienna la mobilitazione russa non cambiava la situazione; adesso che il dado era stato tratto con la dichiarazione di guerra l’Austria doveva andare fino in fondo. Per Berchtold l’Halt in Belgrad era inaccettabile in quanto per lui l’unico modo in cui la duplice poteva uscire da quella storia era con un successo, diplomatico o militare, che fosse totale e non mutilato o di mera apparenza com’era stato quello del 1913. La Serbia doveva smettere di essere una spina nel fianco dell’Austria, o questo o le spinte centrifughe delle varie nazionalità interne all’Impero danubiano sarebbero divenute inarrestabili. Altro orecchio da cui il ministro austriaco non ci voleva sentire era quello in merito ai compensi per l’Italia al fine di convincerla a supportare la Triplice in caso di conflitto. Era dall’inizio della crisi che Berlino supplicava Berchtold di fare una seria offerta a Roma, in quanto era innegabile che il casus foederis della Triplice non era invocabile e l’Italia, senza un conquibus, non si sarebbe mai schierata contro l’Intesa. A Vienna però ostinatamente non si voleva concedere nulla se non la generica promessa di un rafforzamento della posizione italiana in Albania; troppo poco perché Roma lo potesse considerare un serio motivo per rischiare la guerra con la Francia o, peggio, contro il Regno Unito. Il 30 iniziarono a giungere al potente ambasciatore tedesco Tschirschky gli affannosi telegrammi di Bethmann-Hollweg che manifestavano il cambio di linea di Berlino: Vienna doveva fare un passo indietro perché c’era il rischio di trovarsi in guerra anche contro il Regno Unito e senza l’appoggio né dell’Italia né della Romania. Tschirschky era uomo di fiducia del Kaiser e aveva un grandissimo ascendente su Berchtold, per questo Luigi Albertini giunse alla conclusione che il suo atteggiamento fu decisivo nell’orientare la risposta del ministro degli esteri di Vienna. A inizio crisi l’ambasciatore di Berlino aveva predicato la moderazione ricevendo per questo una sonora reprimenda da parte di Guglielmo II; dopo di ciò Tschirschky si era attenuto scrupolosamente alle istruzioni che gli giungevano dal suo governo spingendo in tutti i modi Berchtold a rompere gli indugi e a procedere al più presto possibile a dichiarare guerra alla Serbia. Non è possibile credere, dato il tenore dei telegrammi che riceveva, che non avesse capito la perentorietà con cui il suo cancelliere chiedeva a Vienna di accettare l’Halt in Belgrad, ma è probabile che ritenne di non potersi presentarsi con una richiesta del genere dopo che, neanche tre giorni prima, aveva praticamente costretto l’Austria a rompere gli indugi con Belgrado. Avendo il polso della situazione Tschirschky capiva che adesso che Vienna aveva dichiarato guerra l’Austria non poteva più tirarsi indietro; infatti una “vittoria mutilata” avrebbe annientato il morale dell’esercito nonché spinto ulteriormente la componente slava dell’Impero a vedere il suo futuro fuori dalla duplice monarchia. Così non solo non fece nulla per dissuadere Berchtold dal comunicare al capo di Stato maggiore Conrad di tenersi pronto a decretare la mobilitazione generale, ma non diede immediata notizia di ciò a Berlino anche se un evento del genere, in ragione della sua gravità, avrebbe dovuto essere subito comunicato. Altresì è probabile che fu Tschirschky a suggerire a Berchtold la risposta dilatoria da trasmettere a Berlino e alle altre capitali europee in merito all’offerta inglese di una conferenza degli ambasciatori e all’Halt in Belgrad. Apparentemente sembrava che Vienna facesse delle concessioni, ma in realtà non si muoveva più di tanto dalle sue posizioni: specificava che se pure ci fossero state delle discussioni essere non avrebbero intaccato nessuno dei punti dell’ultimatum e che comunque l’intenzione di Vienna era di procedere alla completa occupazione della Serbia (per cui non solo Belgrado come chiesto dal Kaiser) e che solo a pace avvenuta (il che implicava che ci sarebbe stata una guerra) l’Austria avrebbe sgombrato il territorio serbo mano a mano che fosse stata data piena esecuzione ai punti dell’ultimatum. Insomma Berchold non dava nessuna assicurazione sul punto che ormai era centrale per Pietroburgo: la garanzia del rispetto della sovranità serba. Ovviamente anche a Vienna i militari stavano sempre più invadendo il campo della politica e Conrad disse senza mezzi termini a Berchtold che lui “poteva aprire quante conversazioni voleva, ma le operazioni contro la Serbia non dovevano venire sospese in quanto ogni indugio avrebbe aggravato la posizione militare austriaca”.  Se non si poteva recedere allora si doveva andare avanti e Berchtold quindi era deciso a portare a Francesco Giuseppe la proposta di mobilitazione generale; ciò anche perché da Berlino era giunta una nuova, e stavolta molto pressante, richiesta di Bethmann-Hollweg a che Vienna si moderasse. Stavolta il cancelliere non aveva usato eufemismi e, dopo aver ripetuto che le condizioni in cui gli Imperi centrali rischiavano di entrare in guerra non erano delle migliori, disse che Vienna doveva considerare soddisfatto il suo onore con la sola occupazione di Belgrado e accettare dopo di ciò una mediazione internazionale. Se Tschirschky avesse fatto le dovute pressioni su Berchtold probabilmente il tremebondo ministro degli esteri sarebbe ricaduto nei dubbi e, forse, avrebbe quanto meno lasciato perdere l’idea di decretare la mobilitazione generale. L’ambasciatore tedesco però ormai agiva di testa sua e di nuovo non comunicò a Berlino che Berchtold si sarebbe recato da Francesco Giuseppe per discutere della mobilitazione generale se non dopo che questo incontro era già avvenuto. Così Berchtold e Conrad si recarono dall’Imperatore e il capo di Stato maggiore sostenne con forza la necessità di mobilitare, al fine di proteggere il confine della Galizia nel caso di guerra con la Russia, mentre il ministro degli esteri illustrò il tentativo di mediazione inglese suggerendo una formula conciliante, ma ferma, per respingerlo. L’incontro si concluse con la decisione che il 1° Agosto sarebbe stata decretata la mobilitazione generale dell’Austria e di ciò Conrad diede subito notizia al suo collega tedesco Von Moltke. A questo punto si creò un mostruoso doppio canale di comunicazione tra Vienna e Berlino: uno politico tra il cancelliere e il ministro degli esteri e uno militare tra i due capi di Stato maggiore. La gravità fu che mentre Bethmann-Hollweg tentava di agire da pompiere della situazione, Von Moltke, che vedremo passare rapidamente da una posizione moderata a una ultra bellicista, sosterrà la necessità austriaca di mobilitare nel più breve tempo possibile contro la Russia, dando assicurazioni che la Germania avrebbe fatto lo stesso (e Moltke sapeva che per Berlino mobilitare voleva dire automaticamente guerra!). Insomma nella giornata del 30 Luglio a Vienna giunsero segnali assolutamente discordanti da parte dell’alleato tedesco, ma incredibilmente si decise di dare più peso alle affermazioni di Von Moltke piuttosto che a quelle del Cancelliere del Reich e dello stesso Kaiser! Ovviamente l’Austria sentì ciò che voleva sentire e Berchtold scelse la strada della mobilitazione per affondare gli improvvisi sentimenti pacifisti sorti a Berlino. Si decise così di non attendere il 1° Agosto, ma di procedere subito il 31 con l’ordine di mobilitazione generale per mettere all’angolo l’alleato e costringerlo a fare lo stesso. A far cadere poi gli ultimi dubbi, nel caso ve ne fossero stati ancora, nella stessa mattina del 31 Luglio Tschirschky comunicò che a Berlino si era infine deciso di inviare un ultimatum alla Russia per intimargli di arrestare la sua mobilitazione; notizia che venne confermata dallo stesso Bethmann-Hollweg con un messaggio diretto allo stesso Berthtold. Vedremo nel prossimo articolo come si giunse a questa scelta fatale; ma per intanto se anche la Germania si apprestava ad imbracciare il fucile, a Vienna non vi era più motivo di tergiversare! Alle 12:23 da Schönbrunn venne trasmessa la notizia che Francesco Giuseppe aveva firmato l’ordine di mobilitazione generale, ordine che venne rapidamente approvato dal consiglio dei ministri. Va detto a proposito di questo consiglio dei ministri, a dimostrazione di come ormai Berchtold fosse deciso a non fare passi indietro, che il ministro degli esteri, nel riassumere la situazione, non fece menzione né agli appelli tedeschi in merito all’Halt in Belgrad, né alla notizia giunta sempre da Berlino che la neutralità inglese era ormai da escludersi, né alle costanti richieste dell’alleato di entrare in serie negoziazioni con l’Italia in merito ai compensi per un suo appoggio in caso di guerra. Avrebbe cambiato qualcosa se Berchtold avesse fornito queste notizie? Difficile dirlo… sicuramente il quadro nel quale Austria e Germania stavano per entrare in guerra era scoraggiante e qualcuno avrebbe potuto chiedersi se fosse davvero il caso di lanciarsi in un’impresa del genere, ma d’altro canto c’era nell’aria l’opinione generale che per l’Austria-Ungheria quella fosse l’ultima chiamata: o il trionfo o la dissoluzione della duplice monarchia.

A Parigi la situazione evolse in maniera molto diversa. Si ricorderà che la Francia si era trovata politicamente acefala all’inizio della crisi di Luglio in quanto, su espresso suggerimento tedesco, l’Austria aveva inviato l’ultimatum alla Serbia immediatamente dopo che il Presidente Poincaré e il primo ministro Viviani avevano concluso la loro visita di Stato a Pietroburgo. Può apparire strano che invece di fare immediatamente rotta per la Francia si decise invece di continuare con il programma recandosi in visita in Svezia, ma non si trattò di incoscienza bensì di una precisa scelta diplomatica per tastare il polso di Stoccolma, che non era in ottimo rapporti con la Russia, in previsione di un aggravarsi della crisi. Comunque abbiamo visto come Poincaré e Viviani rimasero in costante contatto con il Quai d’Orsay, benedicendo la linea di sostenere la Russia e suggerire alla Serbia una risposta condizionata che desse al mondo l’idea di una sua resa a Vienna. Con il peggioramento della situazione si decise però il 27 Luglio di evitare le visite in Danimarca e Norvegia per rientrare subito a Parigi e riprendere le redini politiche del paese. Le testimonianze ci danno un Poincaré deciso a tenere duro di fronte all’azione degli austro-tedesca, mentre Viviani era pessimista e timoroso alla prospettiva dell’esplodere di un conflitto europeo. In patria comunque non si stava con le mani in mano e il ministro della guerra, pur non assumendo ancora iniziative esplicitamente aggressive, autorizzò una serie di misure precauzionali tra le quali due sarebbero risultate vitali nei giorni della Marna: il rientro immediato di 100.000 uomini dall’Algeria e dal Marocco nonché la richiesta avanzata allo Stato maggiore russo che, nel caso la guerra fosse esplosa, Pietroburgo fosse nelle condizioni di condurre un’immediata offensiva nella Prussia Orientale. Ovviamente questa richiesta ebbe l’effetto di incoraggiare Januskevic a insistere per la mobilitazione in quanto solo mezzo questa l’elefantiaco esercito dello Zar sarebbe stato in grado di passare subito all’offensiva. Poincaré e Viviani sbarcarono a Dunkerque il 29 Luglio e in quel momento la notizia che la Francia aveva era che la Russia si apprestava a dichiarare la mobilitazione parziale contro la sola Austria. Il Presidente della Repubblica nelle sue memorie ci tiene a mettere il luce il clima entusiastico che incontrò, ma in realtà tende ad esagerarlo; fondamentalmente la claque era dei gruppi nazionalisti mentre la maggior parte del paese era rimasta per lo più indifferente alla crisi in quanto presa dalla conclusione del processo a madame Cailloux. Certamente i primi provvedimenti presi da Viviani, quasi sicuramente su pressione di Poincaré, furono di comunicare con Paul Cambon, ambasciatore a Londra, per avere un quadro chiaro su quali fossero le intenzioni inglesi nel caso la situazione fosse precipitata. Il 29 è però anche il giorno in cui la Russia decise per la mobilitazione generale cioè un atto che, per la sua gravità diplomatico-militare, sarebbe dovuta venire immediatamente a conoscenza del principale alleato di Pietroburgo. Incredibilmente però capire quale fu il momento in cui Parigi ebbe cognizione di ciò che i russi stavano facendo è uno tra i principali problemi della ricostruzioni degli eventi della crisi di Luglio. Come abbiamo visto Sazonov aveva inviato a Parigi un messaggio in cui spiegava che, come conseguenza dell’atteggiamento minaccioso di Berlino, la Russia si vedeva costretta ad “accelerare i nostri armamenti”. La formula l’abbiamo detto era vaga, soprattutto tenuto conto che in quel momento il ministro degli esteri aveva già deciso di proporre allo Zar l’ukase sulla mobilitazione generale, e la storiografia si è divisa tra chi (es. Albertini) ha ritenuto che in buona fede Parigi non comprese che ciò voleva dire una mobilitazione generale, e chi (es. Clark) invece crede che non fosse possibile non capire che non si era più nel campo della sola mobilitazione parziale. Chiarezza sarebbe dovuta venire dall’ambasciatore Paléologue e in effetti questi, nel messaggio preparato la sera del 29 Luglio, aveva scritto che la Russia stava procedendo alla mobilitazione generale, ma invece avvenne dell’incredibile. Si ricorderà che proprio quella sera lo Zar bloccò all’ultimo momento l’ordine di mobilitazione generale e Paléologue di conseguenza ne cancellò il riferimento all’interno del suo messaggio, ma si premurò né di informare che questa era stata a un passo dall’essere dichiarata né dal riferire dello scontro in atto ai vertici dello stato russo. Insomma dal messaggio dell’ambasciatore francese si intendeva solo che Pietroburgo aveva dato seguito al suo annuncio di mobilitazione parziale contro l’Austria. Perché agì così? L’analisi è la stessa dell’articolo precedente e si fonda sull’ormai condivisa opinione che in quei giorni Paléologue non mise in atto una sua politica estera personale; come già detti in realtà questi non fece altro che dare continuità alla rotta tracciata da Poincaré durante la sua visita di Stato. Certo però nascondere al Quai d’Orsay che la Russia era stata a un passo dalla mobilitazione generale era un fatto grave; e allora le spiegazioni sono due: o Poincaré gli aveva fatto intendere che non era opportuno comunicare a Parigi notizie che potessero far propendere per un’azione di moderazione sulla Russia, oppure Paléologue prese alla larga le dichiarazioni fatte dal suo Presidente esorbitando dai confini del suo mandato. Certo l’ambasciatore francese era perfettamente consapevole di in quali impasse si trovasse il suo governo: da un lato l’ovvio timore della possibilità di una guerra europea, dall’altro la necessità di non autoaffondare l’alleanza con la Russia pretendendo da questa una moderazione che sapeva tanto di umiliazione. Comunque il messaggio di Sazonov sull’ “accelerare i nostri armamenti” qualche timore lo dovette creare a Parigi e infatti la mattina del 30, d’accordo con Poincaré, Viviani inviò a Pietroburgo un telegramma in cui, dopo aver specificato che “la Francia è risoluta ad adempiere a tutti i suoi obblighi”, aggiungeva fosse meglio che la Russia “non prendesse immediatamente disposizione alcuna che offrisse alla Germania un pretesto per una mobilitazione totale o parziale delle sue forze”. Era un invito alla prudenza? Ni; cioè forse lo era in Viviani, ma è difficile lo fosse per Poincaré. Bisogna considerare che in contemporanea partirono anche dei telegrammi da parte del ministro della guerra Massimy in cui si suggeriva a Pietroburgo di “rallentare le misure di mobilitazione” senza però per ciò sospendere i preparativi militari. Secondo Albertini questo telegramma permette di decifrare le reali intenzioni del governo francese il quale, più che chiedere alla Russia, di fare un passo indietro, suggeriva invece di continuare di nascosto le misure di mobilitazione astenendosi però dal trasporto delle truppe verso il confine, in quanto ciò avrebbe potuto provocare una risposta tedesca. Perché si insisteva sull’affermazione di non provocare la Germania? La spiegazione era che Parigi stava già pensando a come spingere il Regno Unito a dargli man forte in caso di guerra e ciò sarebbe stato più facile se i tedeschi avessero assunto le vesti degli aggressori agli occhi del mondo. La Russia dunque doveva fare di tutto per trovarsi in buona posizione nel caso d’inizio delle ostilità, evitando però di dare la possibilità a Berlino di presentare le sue azioni come una risposta a una politica aggressiva russa. Sicuramente è vero che se da Parigi fosse giunto un preciso e categorico invito a evitare una mobilitazione generale questo probabilmente avrebbe dato man forte allo Zar per contrastare le richieste che gli venivano fatte in tal senso, ma è altresì da tenere in conto, come già detto, che Parigi in quei giorni temeva che se avesse trattenuto la Russia questo avrebbe segnato la fine dell’alleanza su cui tanti aveva scommesso da più di vent’anni. Va altresì detto che la situazione emotivo-psicologica della Russia, e di Sazonov in particolare, rendono dubbia la possibilità che anche un’iniziativa energica di Parigi avrebbe potuto arginare il diabolico meccanismo che si era messo in atto; tanto più che il ministro degli esteri russo poteva contestare a Paléologue che gli inviti francesi alla moderazione giungevano tardivi e dopo giorni in cui invece gli era stata predicata fermezza. Solo la sera del 30 Paléologue comunicò finalmente a Parigi che la Russia aveva deliberato segretamente “le prime misure di mobilitazione generale”. Abbiamo visto quanto segreta fosse la cosa e dunque quanto irrealistico fosse che a Berlino non se ne venisse subito a conoscenza. Comunque l’ambasciatore francese fu ancora una volta molto “libero” nella ricostruzione degli eventi del giorni precedente, ad esempio omettendo ancora una volta che lo Zar aveva precedentemente bloccato un ordine in tal senso già approvato, e non disse chiaramente che in Russia era già in atto una manifesta mobilitazione generale. Tutto questo serve a sostenere che, almeno nella giornata del 30, Parigi poteva onestamente credere che l’unica azione messa in atto dall’alleato fossero quelle misure precauzionali e segrete che Massimy aveva suggerito. Certo è però che il 30 le notizie che giungevano anche da Berlino, dove i giornali parlavano di mobilitazione imminente, non suggerivano ottimismo e quindi ci si iniziò a chiedere se non fosse opportuno iniziare a prendere delle misure militari in vista di un possibile conflitto. Anche a Parigi il capo si Stato maggiore Joffre iniziò a fare pressioni sul governo perché il paese si trovasse pronto alle peggiore evenienza, ma come scrisse Poincaré c’era il timore che “la nostra iniziativa sia sfruttata contro di noi dall’Impero tedesco in Inghilterra e Italia”.  Già prima di pranzo Massimy aveva portato al consiglio la richiesta di Joffre, che riceveva messaggi allarmanti su presunte manovre segrete dell’esercito tedesco, di schierare al confine le truppe di copertura, la prima misura che avrebbe condotto alla mobilitazione della Francia, e il governo si arrovellò per trovare una soluzione che permettesse di autorizzare la cosa senza che ciò si rivelasse un autogol diplomatico. L’uovo di Colombo venne trovato con la formula “recul de 10 km” cioè si potevano schierare le truppe di copertura, ma a condizione che queste restassero a 10 km dal confine tedesco così da evitare ogni contatto tra pattuglie francesi e germaniche. Joffre la accettò solo dopo essersi fatto dare l’autorizzazione di interpretare l’ordine in modo elastico e quindi poter scendere sotto i 10 km nelle zone dove riteneva militarmente opportuno una copertura più incisiva. Questa manovra fu fatta esclusivamente ad uso e consumo dell’opinione pubblica inglese e infatti Viviani telegrafò subito all’ambasciatore a Londra Paul Cambon, perché questi riferisse a Grey, che la Francia “abbandona così senza difesa una striscia di territorio nazionale all’aggressione improvvisa. Non abbiamo altro motivo per farlo che dimostrare all’opinione pubblica e al governo inglese che così la Francia come la Russia non saranno le prime a sparare.”. Ancora una volta Parigi capiva molto meglio di Berlino come si doveva trattare con la Gran Bretagna al fine di averla dalla propria parte. Ciò però non vuol dire che il governo francese fosse tranquillo in merito al comportamento che Londra avrebbe tenuto, anche perché Cambon riferiva che Grey non si era ancora espresso chiaramente in merito, e fu quest’ansietà che spinse Poincaré a chiedere l’autorizzazione di inviare un messaggio a re Giorgio V in cui si denunciavano le manovre militari della Germania e si chiedeva un rapido pronunciamento inglese per far tramontare a Berlino l’idea di una neutralità britannica in caso di conflitto. Opinione comune degli storici è che questo messaggio, più che un disperato tentativo di resuscitare una trattativa diplomatica, avesse lo scopo di spingere Londra a prendere una posizione specifica a cui si sentisse legata qualora la parola fosse passata alle armi. Nel pomeriggio del 31 Luglio giunse poi da Berlino la gravissima notizia che il Reich aveva proclamato lo Kriegsgefahrzustand (stato di pericolo di guerra) e alle 19 l’ambasciatore tedesco Schoen eseguì l’incarico che gli era stato dato di chiedere formalmente al governo francese quale sarebbe stato il suo atteggiamento in caso di guerra tra la Germania e la Russia. Schoen, come ordinato da Berlino, disse chiaramente che se la Russia non avesse smobilitato, com’era stato chiesto in un ultimatum inviato poche ore prima a Pietroburgo, anche la Germania avrebbe mobilitato e ciò avrebbe voluto dire guerra. Il peso di questa dichiarazione era gravissimo, ma il suo effetto non poté essere completo in quanto conteneva un’ambiguità di fondo non imputabile allo stesso Schoen. Dal tenore dell’affermazione si poteva intendere che la Germania avrebbe dichiarato guerra se fosse stata costretta a mobilitare e ciò non era vero in quanto, e lo vedremo nel prossimo articolo, a causa della natura del piano Schlieffen per Berlino mobilitare voleva di per sé stesso dire entrare in guerra.  Non c’era dunque in Germania una separazione tra mobilitazione e guerra, ma erano un tutt’uno; negli altri paesi d’Europa invece non era così e infatti sia la Russia che l’Austria stavano mobilitando senza essersi ancora rispettivamente dichiarate guerra. Schoen questo non lo sapeva e dunque la sua dichiarazione poté essere intesa da Viviani nel senso che il Reich, avendo la possibilità di mobilitare senza fare la guerra, avesse invece già deciso di far precipitare la situazione. La risposta del Primo ministro fu che l’ambasciatore sarebbe dovuto tornare il giorno dopo per avere la risposta ufficiale del governo francese. A quell’ora si era già deciso di cedere alla richiesta di Joffre di affiancare alla copertura il richiamo dei riservisti, ma adesso di fronte all’esplicita minaccia tedesca la questione della mobilitazione si poneva anche per Parigi. Il passo di Schoen provocò però anche un’altra importante conseguenza; l’ambasciatore tedesco aveva infatti giustificato l’atteggiamento di Berlino con il fatto che la Russia aveva decretato la mobilitazione generale, ma Viviani gli rispose affermando di non essere a conoscenza di un fatto del genere. Subito Viviani inviò un messaggio a Paléologue in cui gli riferiva delle affermazioni dell’ambasciatore tedesco e chiedeva lumi sulla situazione in Russia concludendo “non dubito che il governo russo, nell’interesse superiore della pace, non eviti per parte sua quanto potrebbe aprire la crisi”. Fu questo messaggio un estremo tentativo del governo francese di fermare il suo alleato? Sarebbe un’ipotesi credibile se la Francia fosse stata ancora all’oscuro che la Russia stava mobilitando, ma, sebbene nel suo telegramma del giorno prima Paléologue avesse parlato di prime misure di mobilitazione segreta, è davvero poco credibile che a Parigi, dopo le affermazioni di Schoen, si potesse ancora davvero credere che la Russia si stesse limitando a quelle semplici misure precauzionali suggerite da Massimy. Così per Albertini quel telegramma fu una mera mossa d’immagine, ad uso e consumo dell’opinione pubblica internazionale, per dare l’impressione di una Francia che, fino all’ultimo, tentava di evitare il conflitto e ciò era necessario in quanto a Parigi si era ormai presa la decisione di decretare la mobilitazione generale. Era questa una manovra molto pericolosa perché mobilitando prima della Germania si rischiava di creare a Londra l’idea che fosse l’alleanza franco-russa che stava facendo precipitare la situazione, ma era altresì una manovra obbligata dato l’angolo in cui la Francia si era ormai ritrovata. L’unica alternativa era o chiedere a Pietroburgo di revocare la sua mobilitazione o abbandonare l’alleato al suo destino, ipotesi entrambe impercorribili in quanto avrebbero voluto dire gettare via oltre vent’anni di attività diplomatica! Poincaré e Paléologue con il loro atteggiamento a Pietroburgo aveva incastrato la Francia che adesso doveva adempiere ai suoi doveri di alleata; stante così le cose, nella consapevolezza che entro 24 ore la Germania avrebbe mobilitato, non fare lo stesso solo per fare bella figura oltre Manica voleva dire commettere un suicidio militare. Il telegramma di Viviani serviva dunque a dare inizio alla pantomima, continuata poi anche dopo la fine del conflitto, tesa a dare l’idea che fossero stati gli Imperi centrali a causare lo scoppio del conflitto mentre l’alleanza franco-russa, fino all’ultimo, aveva cercato una soluzione pacifica alla controversia. Sempre la sera del 31 però avveniva a Parigi un altro fatto gravissimo che testimonia il clima che si stava andando a creare nel paese: alle 21:30 Raoul Villain assassinò in un bar  il leader socialista Jean Jaurès. Jaurès oltre ad essere una delle figure politiche di maggior prestigio e carisma del paese era anche decisamente contrario alla guerra; da giorni sul suo giornale denunciava sia il comportamento fraudolento di Berlino e Vienna sia l’atteggiamento irresponsabile del governo russo. In particolare si era scagliato contro l’ex-ministro degli esteri e ora ambasciatore Iswolsky accusandolo di soffiare sul fuoco allo scopo di vendicare di Vienna per l’umiliazione bosniaca del 1909; ciò avrebbe in seguito dato adito a teorie del complotto che indicavano come russa la mano che aveva armato Villain. Certamente l’uscita di scena di Jaurès lasciò orfana di una guida il movimento socialista che quindi non fu in grado di organizzare una valida resistenza politica all’ingresso del paese in guerra accettando invece, come successe in Germania, di schierarsi pienamente a sostegno dello sforzo bellico. All’incirca nelle stesse ore il governo però metteva a segno un altro colpo di grane importanza al fine di accattivarsi i favori inglesi: infatti non appena l’ambasciatore di Londra Bertie chiese a Viviani garanzie in merito al rispetto della neutralità del Belgio, il primo ministro francese non perse tempo ad affermare che la Francia non avrebbe mai violato la frontiera belga se non per necessità di autodifesa nel caso che un’altra potenza (sottinteso la Germania) lo avesse fatto per prima. Erano le 20:30 quando, finalmente, da Pietroburgo giungeva un telegramma di Paléologue in cui si affermava laconicamente “E’ stata ordinata la mobilitazione generale dell’esercito russo”; erano passate quasi 24 ore da che lo Zar aveva firmato l’ukase e altre 8 ore da che la notizia era giunta a Berlino. Sempre nelle stesse ore Joffre avanzò ufficialmente la richiesta di proclamare la mobilitazione generale della Francia e ripeté la richiesta il mattino del giorno dopo presentando nuove informazioni su manovre sempre più consistenti (ma nella realtà quasi inesistenti) dei tedeschi alla frontiera. Il capo di Stato maggiore arrivò anche a dire che di fatto Berlino stava procedendo a una mobilitazione segreta e che quanto questa fosse stata proclamata ufficialmente di fatto sarebbe già stato troppo tardi per replicarvi. Prima di convocare il consiglio dei ministri per decidere in merito Viviani ricevette Schoen per dargli la risposta promessa il giorno prima; si trattò di un laconico “La Francia si ispirerà ai suoi interessi”, che però tra le righe sottintendeva “In caso di guerra non tradiremo l’alleanza su cui tanto abbiamo scommesso.”; il tutto seguito da un’esplicita accusa a Berlino di star trascinando l’Europa in guerra nonostante vi fossero delle trattative ancora in corso. L’ultima affermazione era falsa perché né i negoziati dell’ultima ora tra Vienna e Pietroburgo erano autentici, si trattava di un mero espediente di Berchtold per tentare di gabbare il resto del vecchio continente, né la Russia aveva aderito a un appello inglese dell’ultima ora di un generale disarmo per tornare al tavolo dei negoziati. Ancora una volta si trattava di una cortina fumogena per tentare di dare a bere al resto del mondo l’innocenza franco-russa e la colpa grave tedesca. Subito dopo questo incontro alle 15:55 il consiglio dei ministri francese decretò la mobilitazione generale a partire dal 2 Agosto. Ancora oggi in una angolo di Pace de la Concorde, custodito in una teca di vetro, è conservato un manifesto autentico con cui si comunicava il fatto all’8° arrondissement . Immediatamente venne redatto un proclama, firmato dall’intero governo e da Poncaré, con cui si giustificava al paese la scelta fatta. La colpa veniva data alla Germania che “senza emanare un decreto di mobilitazione, ha cominciato e continuato preparativi che in realtà equivalgono alla mobilitazione stessa e ne sono l’esecuzione anticipata”. Per Albertini queste parole mostrano la coda di paglia del governo francese, perfettamente consapevole di quanto prematura fosse la sua mossa visto che al contempo si affermava che Parigi ancora cercasse con tutte le sue forze una soluzione pacifica alla crisi. Ancora il proclama affermava, con forse un involontario surrealismo logico, “la mobilitazione non è la guerra. Al contrario essa, nelle circostanza attuali, è il miglior mezzo per assicurare la pace con onore”. Difficile pensare che Viviani, Poincaré e l’intero governo potessero crederci davvero dato che Schoen la sera prima aveva espressamente detto cosa sarebbe successo se la Russia non avesse adempiuto all’ultimatum tedesco; comunque poco contarono questi tentativi di rassicurazione dato che, esattamente cinque minuti dopo la decisione del consiglio dei ministri di Parigi, al castello di Potsdam Guglielmo II firmava il decreto di mobilitazione generale del Reich dando fuoco alla polveriera Europa.

Bibliografia:

  • Luigi Albertini, Le origini della Grande Guerra Vol. 2 – 3
  • Christopher Clark, I sonnambuli – Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra
  • Margaret MacMillan, 1914 – Come la luce di spense sul mondo di ieri

 

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