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Le origini della Grande Guerra – Parte VII: lo sparo di Sarajevo e l’inizio della crisi di Luglio

Il 28 Giugno 1914 l’Arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie Sophia giunsero a Sarajevo e dalla stazione cittadina si diressero vero il municipio in un corteo di quattro auto. Lungo il tragitto vi erano sette appartenenti alla Giovane Bosnia e alla Mano nera, di cui vedremo gli ambigui rapporti con la società nazionalista serba Narodna Odbrana, facenti tutti parte di una cospirazione per assassinare l’erede al trono d’Austria. Presso il ponte di Cumaria, sebbene fossero appostati tre attentatori, si mosse solo Nedeljko Ciabrinovic che lanciò una bomba contro l’auto dell’Arciduca, l’ordigno però cadde sulla capote dell’auto e rotolò via esplodendo al passaggio dell’auto che veniva dopo senza però provocare morti. Il corteo proseguì il suo tragitto e giunse in municipio dove Francesco Ferdinando disse al sindaco che si apprestava a tenere il discorso di circostanza “Signor sindaco, vengo a visitare la città e sono ricevuto con le bombe. Ciò è oltraggioso. Adesso continui pure.”. Frattanto Ciabrinovic ingerì la capsula di cianuro che tutti gli attentatori avevano con sé, si trattava di una missione suicida, e si gettò nel fiume; né il veleno né la caduta ebbero però effetto, il primo era di scarsa qualità mentre la seconda non finì nella Milijacka perché il fiume era in secca, così il giovane venne arrestato. In municipio, finita la cerimonia, si tenne un breve conciliabolo al termine del quale si consigliò all’Arciduca di rinunciare al resto della visita per questioni di sicurezza; Francesco Ferdinando acconsentì, ma pretese che prima di partire si potesse recare all’ospedale per accertarsi delle condizioni dei feriti dell’esplosione. Il corteo così si rimise in marcia e virtualmente il nuovo tragitto avrebbe dovuto mettere fuori causa l’ultimo attentatore, Gavrilo Princip, che si era portato sul percorso originario illustrato dai giornali, ma a questo punto il caso si prese carico di decidere i destini dell’Europa. Nessuno infatti si era preoccupato di informare gli autista del nuovo programma e così questi  svoltarono dal Quai Appal lungo Via Francesco Giuseppe direzione il museo cittadino; il governatore della Bosnia Potiorek diede ordine di tornare sul Quai, ma trattandosi delle auto d’inizio secolo per fare una cosa dele genere era necessario prima fermare la macchina e poi fare lentamente retromarcia. Francesco Ferdinando si venne così a trovare come un bersaglio immobile proprio davanti da Princip che, non appena avvedutosi della situazione, non perse tempo e, mano alla pistola, uscì dalla folla e sparò due colpi colpendo col primo l’Arciduca alla giugulare e col secondo la duchessa Sophia al basso ventre. Sophia morì sul colpo mentre Francesco Ferdinando dieci minuti dopo l’attentato; Princip tentò a sua volta di suicidarsi, ma venne aggredito dalla folla che lo avrebbe linciato se non fosse intervenuta la polizia ad arrestarlo. Così ebbe luogo quello che probabilmente è stato il secondo assassinio più importante della storia, l’altro è la morte di Giulio Cesare alle Idi di Marzo, nonché evento che diede inizio alla crisi di Luglio al termine della quale l’Europa si sarebbe trovava in guerra. Luigi Albertini ha dedicato quasi metà del secondo volume del suo “Le origini della guerra del 1914” a un’attenta ricostruzione della congiura, delle successive indagini della magistratura imperiale e delle eventualità responsabilità. Se io facessi lo stesso dovrei dedicare tutto questo articolo esclusivamente all’attentato per cui mi limiterò a fornire un ampio riassunto di tutti gli aspetti fondamentali della vicenda, consigliando comunque a tutti coloro che vogliano approfondire nello specifico i fatti legati a quel 28 Giugno di procurarsi l’opera dello storico direttore del “Corriere della Sera”. Iniziamo col dire che le autorità austriache non furono esenti da colpe negli eventi che portarono alla morte dell’erede al trono. In primis l’idea stessa della visita non era delle migliori in quando erano passati solo sei anni dalla crisi bosniaca e appena uno dalla seconda guerra balcanica; la tensione nella provincia quindi era estremamente alta, inoltre l’Arciduca si recò a Sarajevo all’interno di un più ampio programma di visita alla Bosnia durante la quale si sarebbero dovute tenere delle esercitazioni militari viste con grande sospetto in Serbia. Il giorno stesso della visita non era poi dei più opportuni dato che il 28 Giugno era il giorno di San Vito cioè l’anniversario della battaglia del Kossovo del 1389 quando i turchi avevano sconfitto, a carissimo prezzo, le forze del Regno di Serbia; un giorno quindi di grande importanza nella mitologia nazionalista serba e dunque allo stesso tempo provocatorio per la visita dell’erede al trono dell’Impero “occupante”. Infine, e su questo c’è stata sempre ampia concordia, le misure di sicurezza furono risibili, rendiamo conto solo centoventi poliziotti per la visita dell’erede al trono in una delle città per lui virtualmente più pericolose in Europa, e la colpa si ritiene sia da attribuire al governatore Potiorek che voleva esibire il controllo che era riuscito a imporre sulla provincia da poco annessa. Questo insieme di circostanza ha portato nella seconda metà del novecento, quando le cospirazioni hanno iniziato a essere di moda, ad avanzare la teoria strampalata che gli apparati di sicurezza austriaci fossero perfettamente a conoscenza dell’attentato, ma decisero di non fare niente al doppio scopo di sbarazzarsi di un indesiderato erede al trono e avere finalmente il tanto desiderato casus belli contro la Serbia. La teoria non sta in piedi intanto perché non è mai stato ritrovato il ben che minimo riscontro e in secondo luogo perché, e lo vedremo, la lentezza ed incertezza della reazione austriaca dopo l’attentato lascia supporre tutto fuorché che si stesse dando esecuzione a un piano già preordinato. Chiariamo è vero che Francesco Ferdinando non era amatissimo nell’Impero sia per le sue posizione politiche, era un fermo sostenitore del trialismo e aveva dichiaro che una volta salito al trono o l’Ungheria la smetteva coi suoi veti o ne avrebbe scardinato l’opposizione manu militari, sia per lo scontro che aveva avuto con Francesco Giuseppe in merito a Sophia, che apparteneva alla piccola nobiltà e non era considerata di rango sufficiente a divenire imperatrice, sposata infine morganaticamente come soluzione di compromesso. Prova di questa ostilità furono i grigi funerali, da alcuni osservatori giustamente definiti “scandalosi” anche perché separati da quelli dell’amata moglie, che ebbe l’erede al trono a Vienna. Tutto ciò comunque, in base allo spesso da me citato rasoio di Ockham applicato alla storica, non è sufficiente per supportare una teoria ardita come quella dell’attentato “favorito” quando l’intero insieme degli errori austriaci può essere ricondotto all’incuria e al carrierismo del governatore Potiorek. Archiviata la teoria del complotto passiamo invece ad analizzare nel dettaglio la congiura per giungere poi al nodo gordiano, nonché gigantesca zona d’ombra della storia, delle responsabilità della Serbia. Partiamo dal presupposto che nessuno dei sette presenti a Sarajevo era di nazionalità serba, ma erano tutti bosniaci di cui però tre da tempo vivevano in Serbia ed erano appositamente partiti da Belgrado per compiere l’attentato. Si trattava per lo più di giovani studenti appartenenti alla prima generazione alfabetizzata, innamoratisi a scuola del mito jugoslavo e che vedevano nella Serbia il Piemonte degli slavi meridionali. L’inchiesta venne condotta da un serio e competente magistrato Leo Pfeffer che la portò avanti con scrupolo e attenendosi strettamente alle leggi infatti, nonostante la gravità del crimine e le possibili implicazioni politiche, non venne esercitata alcuna forma di coercizione nei confronti degli imputati e lo stesso Princip evitò la condanna a morte perché minorenne secondo la legislazione austriaca. In un primo momento Princip e Ciabrinovic fecero di tutto per tenere la Mano nera fuori dall’inchiesta affermando di non conoscersi e di aver compiuto i loro attentati in completa indipendenza l’uno dall’altro; questa tesi era però difficilmente credibile in quanto entrambi avevano una capsula di cianuro con loro per suicidarsi per cui non era possibile non vedere un filo conduttore. L’elemento di svolta nell’inchiesta fu quando venne arrestato Danilo Ilic, suddito serbo e leader del gruppo, che in preda al panico se la cantò rivelando l’esistenza di una cospirazione per l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando che faceva capo alla Mano nera. Fu comunque solo dopo la fine della guerra, quando alcuni protagonisti della vicenda iniziarono a raccontarne i retroscena, che si poté ricostruire con certezza come nacque il progetto dell’attentato. In base a quanto emerso in seguito sembra che il primo abbozzo si ebbe nel Gennaio 1914 durante una riunione a Tolosa in Francia di esponenti dei circoli nazionalistici bosniaci; qui si concordò che dato il grande entusiasmo procurato in Bosnia dalle guerre balcaniche fosse opportuno che la gioventù locale desse un colpo ad effetto. Obiettivo di questo colpo però non era originariamente l’Arciduca d’Austria bensì l’odiato governatore Potiorek; Ilic venne messo a parte del progetto e decise di recarsi a Belgrado per avere l’opinione del capo della Mano nera, il potente colonnello Dragutin Dimitrievic. Fu questi a spostare il mirino da Potiorek a Francesco Ferdinando anche perché nella sua carica di capo del servizio d’informazioni dello Stato Maggiore Serbo si trovava nella condizione migliore per venire a conoscenza con un congruo preavviso del viaggio in Bosnia dell’Arciduca. Opinione prevalente è che il movente di Dimitrievic non sia stato, come si disse in un primo momento, il timore che le esercitazioni militari in Bosnia potessero in realtà nascondere un attacco a sorpresa alla Serbia, ma bensì l’idea che se l’erede al trono fosse stato in grado di realizzare il suo progetto trialista il moto tendente a staccare gli slavi meridionali dall’Impero a favore della Serbia si sarebbe andato ad arenare. Conviene a questo punto mettere in luce le relazioni tra la Narodna Odbrana e la Mano nera; la prima, come abbiamo visto nel primo articolo di questa serie, venne fondata nel 1908 subito dopo la crisi bosniaca con lo scopo di compiere attività di propaganda sia in Serbia che all’interno dell’Impero Austro-Ungarico a favore dell’unità delle popolazioni slave meridionali. A causa di contrasti con la monarchia e il governo serbo in merito alla conduzione delle attività rivoluzionarie nell’Impero Ottomano un gruppo di ufficiali appartenenti alla Narodna Odbrana, capeggiati appunto da Dimitrievic, fondò nel 1911 la Mano nera, il cui vero nome era Unione o morte, con l’obiettivo di compiere anche azioni terroristiche ufficialmente disapprovate dalla Narodna Odbrana. La particolarità del gruppo di ufficiali che fondò la Mano nera fu che erano stati tutti artefici del colpo di stato del 1903, conclusosi con la strage degli Obrenovic, e che dopo di questo avevano mantenuto un forte ascendente sulla vita politica serba. Sebbene buona parte degli aderenti alla Mano Nera fosse anche membro della Narodna Odbrana già Luigi Albertini fu in grado di affermare che, nel rapporto tra le due organizzazioni, non era la Narodna Odbrana a controllare la Mano nera bensì era la seconda che tentava costantemente di assumere il controllo della prima cercando di monopolizzarne gli incarichi di vertice. Dunque è un fatto che l’attentato del 28 Giugno venne organizzato in Serbia direttamente dal leader della Mano nera che, allo scopo, mise a disposizione sia i mezzi della sua organizzazione, le armi vennero fornite ai congiurati dal maggiore Tankosic aiutate di Dimitrievic, che quelli della Narodna Odbrana, i congiurati entrarono in Bosnia attraverso i passi di frontiera usati per introdurre nell’Impero il materiale di propaganda. Curiosamente l’Austria non accusò mai la Mano nera, ma la Narodna Odbrana di essere la mandante dell’attentato; perché? Originariamente si pensò che Vienna ignorasse l’esistenza della Mano nera, ma questo è stato ampiamente smentito dalle risultanze dell’inchiesta. In base a ciò restano solo due spiegazione: o gli austriaci ritennero che per dare più forza all’ultimatum non fosse opportuno fare riferimento a una società segreta con cui il governo serbo non aveva rapporti, oppure, ed è la tesi di Albertini, nella confusione post attentato Vienna non comprese pienamente che le due organizzazioni erano entità separate e sia dunque andata dritta a sospettare di quella Narodna Odbrana che da anni era ritenuta responsabile di tutti i problemi che l’Impero aveva con le sue popolazioni slave. Resta un ultimo punto da chiarire e cioè il ruolo del governo serbo nella vicenda. Per capire ciò bisogna premettere quali erano i rapporti tra quest’ultimo e la Mano nero e quindi, indirettamente, i rapporti tra il Primo ministro serbo Pasic e il colonnello Dimitrievic. I due si odiavano apertamente ed è dimostrato che nelle settimane prima dell’attentato la Mano nero cospirò per provocare la caduta di Pasic di cui non condivideva la linea politica sia interna che estera; dunque non esisteva alcun rapporto diretto tra governo e Mano nera anzi vi era un’aperta ostilità tra le due istituzioni. Se le cose stavano così perché allora Pasic non fece nulla per contrastare attivamente la Mano nera? Il motivo è che, come detto poco fa, gli ufficiali autori del colpo di stato del 1903 avevano ancora un grande potere all’interno della Serbia, erano una sorta di custodi non ufficiali del nuovo regime, e quindi Pasic temeva che, se fosse andato a uno scontro diretto con loro, questi avrebbero potuto mettere in atto una nuova sollevazione per sostituire sia lui che il reggente Alessandro. Detto ciò giungiamo alla domanda delle cento pistole: sapeva il governo serbo del progetto dio attentato? La risposta che oggi possiamo dare è sì e ciò in parte è merito proprio delle attente indagini compiute da Luigi Albertini. Fu infatti l’ex direttore del “Corriere della sera” il primo a scoprire che uno dei sette di Sarajevo, Vaso Ciubrilovic, era un agente doppiogiochista per conto di Pasic, infiltratosi nella Mano nera proprio per monitorarne le attività e riferirne al Primo ministro. Nonostante i tentativi del governo jugoslavo dopo la guerra di nascondere la polvere sotto il tappeto, l’ex ministro dell’istruzione Ljuba Jovanovic ammise nel 1924 che tra la fine di Maggio e gli inizi di Giugno del 1914 Pasic informò il governo di essere venuto a conoscenza di un piano per attentare alla vita dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel giorno di San Vito. Jovanovic disse anche che Pasic prese due provvedimenti per tentare di impedire l’evento: diede ordine ai responsabili di frontiera di non lasciar passare i congiurati e fece in modo che l’ambasciatore serbo a Vienna mettesse sul chi vive gli austriaci “giacché il governo serbo era venuto a conoscenza di circostanze le quali gli avevano fatto credere che si fosse organizzato a Sarajevo un complotto da tradursi in atto se l’erede del trono austriaco vi fosse andato.”. Il primo provvedimento non ebbe esito perché i responsabili di frontiera erano membri della Narodna Odbrana e si attennero alle istruzioni giuntegli da Dimitrievic, mentre l’avviso a Vienna si concretizzò in una comunicazione al ministro delle finanze austriaco Bilinski perché l’ambasciatore serbo era in pessimi rapporti col ministro degli esteri Berchtold. Con Bilinski però l’ambasciatore serbo non parlò mai esplicitamente della congiura, ma espose le vagamente delle ragioni di ordine diplomatico e politico che dovevano sconsigliare la partenza dell’Arciduca, purtroppo il ministro delle finanze non seppe leggere tra righe e così non comprese la natura dell’avvertimento che stava ricevendo. Durante e dopo la guerra, al fine di rendere vangelo la responsabilità tedesca nella scoppio del conflitto, i governi dell’Intesa furono assolutamente solidali con la Serbia nel negare ogni responsabilità di quest’ultima nell’attentato; tale tesi ha avuto tanto fortuna che ancora oggi la vulgata generale è quella della povera Serbia vittima innocente dell’aggressione austrica. Ora credo di aver ampiamente dimostrato, e lo farò ancora in questo e nel prossimo articolo su altri punti del mito della responsabilità esclusiva tedesca, che il governo Serbo ebbe delle grosse responsabilità nel non impedire che quell’attentato, nato all’interno dei suoi confini, avesse luogo in un momento in cui la tensione internazionale aveva già superato il livello di guardia. Comunque, e qui mi ricollego ancora una volta ad Albertini, se non è stato giusto gettare la croce sulla Germania, non è giusto fare adesso lo stesso con la Serbia; invito tutto come sempre a inserire tutta la vicenda nel contesto comprendendo anche le ragioni per cui Pasic non poté fare di più di ciò che fece. Chiusa così l’analisi dell’attentato riprendiamo adesso il corso degli eventi entrando in quella che Fromkin ha chiamato l’ultima estate dell’Europa: la crisi di Luglio.

Alcuni storici hanno sostenuto che se Vienna si fosse mossa contro la Serbia subito dopo l’attentato ci sarebbero state meno possibilità che la situazione degenerasse in un conflitto generalizzato; ciò perché sul momento l’attentato produsse una tale impressione in Europa che l’opinione pubblica, anche quella dell’intesa, nell’immediato sarebbe stata molto più tollerante rispetto a una reazione di forza dell’Austria. Ciò che avvenne invece fu che, non appena Ilic collegò gli attentatori con la Serbia, iniziassero le manovre per spingere Berchtold a rompere gli indugi. A Vienna il partito della guerra si andò a ingrossare rapidamente non limitandosi più al capo di stato maggiore Conrad o ad ambienti dell’ministero degli esteri, ma coinvolgendo anche personalità fino a quel momento concilianti come il già citato ministro delle finanze Bilinski. Berchtold, esplicitamente accusato di essere il responsabile della situazione balcanica per non essere intervenuto contro la Serbia nel 1913, finì ben presto per associarsi a coloro che volevano la soluzione di forza e su tale linea trovò concorde anche l’Imperatore Francesco Giuseppe che il 30 Giugno lo ricevette a Schonbrunn per comunicargli che la “politica della pazienza” della monarchia non era più possibile. L’Imperatore si assunse anche il compito di sondare l’opinione dell’alleato tedesco inviando un messaggio personale al Kaiser in cui chiedeva quale sarebbe stato il contegno del Reich nel caso di una guerra austro-serba. Guglielmo II, che era molto legato all’Arciduca assassinato, aveva già ben messo in chiaro con la corte quali fossero i suoi sentimenti verso i serbi definendoli un popolo di “assassini, banditi e regicidi” e affermava che l’Austria doveva agire  convinto anche, con uno dei suoi tanti voli pindarici,che la Russia stavolta avrebbe dato man forte a Vienna contro gli anarchici serbi. Fu in questo contesto che il 5 Luglio l’ambasciatore austriaco consegnò il messaggio di Francesco Giuseppe ed ebbe dal Kaiser quella che sarebbe passata alla storia come la “cambiale in bianco”; Guglielmo II infatti disse all’ambasciatore che la Germania avrebbe dato il suo pieno appoggio a qualsiasi condotta Vienna avesse deciso di seguire. Questa affermazione è stata per anni assurta al rango di prova inconfutabile in merito alla responsabilità tedesca nello scoppio del conflitto, ma se è giustamente contestabile la formula eccessivamente ampia usata dal Kaiser vanno anche fatte una serie di altre considerazione per contestualizzare la “cambiale”. A Berlino da tempo si guardava con timore alla passività dell’Austria nei confronti della Serbia; c’era la generale idea che la Duplice monarchia stesse abdicando al suo ruolo di grande potenza e ciò poteva essere disastro per il Reich dato che, dopo l’uscita di scena di Bismark, si era scommesso tutto in politica estera sull’alleanza con Vienna. Nel Luglio 1914 non solo il Kaiser, ma anche i circoli militari erano convinti che l’Austria dovesse battere un colpo e si era dell’idea che incoraggiando l’Austria questa avrebbe agito subito contro la Serbia favorendo la localizzazione del conflitto. Ciò che ad esempio il ministro degli esteri del Reich Zimmerman contestò in seguito all’alleato fu di aver perso settimane in vane discussioni su inchieste e ultimatum facendo così esaurire il momento magico in cui l’Europa intera era solidale con la Duplice monarchia. Comunque è da tempo assodato che quando il 5 Luglio il Kaiser si intrattenne per la prima volta con il cancelliere e i vertici militari in merito alla vicenda non si ebbe alcun consiglio di guerra, come poi qualcuno ha tentato di affermare, ma si decise solo per la linea della piena solidarietà all’Austria all’interno di un progetto di localizzazione del conflitto in quanto né il Kaiser né il Cancelliere ritenevano in quel momento auspicabile una guerra con la Russia (mentre di avviso diverso erano i militari preoccupati del programma di riarmo di Pietroburgo). Secondo Christopher Clark la logica seguita da Bethmann Hollweg e dalla classe dirigente tedesca era che se la Russia fosse intervenuta non sarebbe stato per mera solidarietà alla Serbia, ma per spezzare la schiena alla Triplice e dunque, se l’obiettivo ultimo di Pietroburgo si rivelava essere di scardinare la posizione europea del Reich, tanto valeva che il conflitto scoppiasse quando la Russia non era ancora pronta ad affrontarlo che in un secondo momento. Nonostante ciò però sempre quel 5 Luglio il Kaiser parlò di lasciare che fosse Vienna a decidere come agire, ma l’ambasciatore tedesco presso la Duplice Tchirschky prese alla larga il senso delle assicurazioni offerte da Guglielmo all’alleato e iniziò a fare pressioni su Berchtold perché la linea d’azione dell’Austria fosse risoluta. La “cambiale in bianco” fu un grosso contributo al partito della guerra a Vienna che adesso aveva un unico ultimo ostacolo da superare: gli ungheresi. Sin da subito infatti il presidente del consiglio ungherese Tisza si era mostrato freddo all’idea di un conflitto con la Serbia perché temeva che il suo risultato finale potesse essere un ulteriore aumento della popolazione slava all’interno dell’Impero, cosa che ovviamente sarebbe andato a svantaggio dell’orticello di potere che gli ungheresi si erano ritagliati con il compromesso del 1867. Il 7 Luglio si tenne un decisivo consiglio dei ministri; Tisza ammise che di fronte alla risultanze dell’inchiesta un’azione nei confronti della Serbia era inevitabile, ma contestava apertamente l’idea di Conrad di un’immediata dichiarazione di guerra. Lo statista ungherese chiese invece che fosse inviato alla Serbia un durissimo ultimatum, sebbene concordasse con le riserve di Bercthold sull’utilità a lungo termine di un mero successo diplomatico, e soprattutto pretese che nessun territorio serbo fosse annesso all’Impero, ma che si diminuisse quel paese a vantaggio di Bulgaria e Albania. Sul secondo punto si trovò una concordia quasi immediata, pena il rischio di un veto da parte ungherese, ma sull’alternativa guerra o ultimatum si dovette discutere a lungo finché non fu opinione generale che l’ultimatum avrebbe dovuto essere scritto in termini da risultare inaccettabili. Torneremo nel prossimo articolo su quest’ultimo punto, per intanto limitiamoci a dire che già nei successivi consigli dei ministri si abbozzarono le richieste da rivolgere ai Serbi come la punizione ed espulsione dall’esercito serbo per gli ufficiali responsabili della propaganda anti-austrica, una nuova legge sulle associazioni e sui giornali, inchiesta sul modo in cui i congiurati avevano ottenuto le bombe e il divieto di giornali anti-austriaci nei luoghi pubblici e nei circoli ufficiali. Bercthold aveva già deciso che l’ultimatum sarebbe stato consegnato il 22 Luglio, al termine dell’inchiesta su Sarajevo, e che, d’accordo con Conrad, se la Serbia avesse accettato le richieste dopo che l’Austria avesse mobilitato quest’ultima sarebbe stata occupata fino al pagamento di un risarcimento. Berlino fu ovviamente informata dell’intenzione di Vienna e suggerì che l’ultimatum partisse un giorno dopo, il 23 Luglio, perché così questo sarebbe giunto mentre il Presidente francese Poincaré era in viaggio per rientrare da una visita di stato allo Zar. Il 14 Luglio si tenne un colloquio decisivo tra Berchtold e Tisza in cui il premier ungherese accettò che l’ultimatum fosse inviato nel minor tempo possibile e che le condizioni poste fosse all’estremo limite di quanto un qualsiasi stato sovrano avrebbe potuto accettare; secondo gli storici furono due le ragioni che convinsero Tisza: le risultanze dell’inchiesta che ormai chiamavano in causa ufficiali serbi e la sensazione che Berlino guardasse alla condotta austriaca per valutare se la Duplice fosse ancora un alleato valido su cui fare affidamento. Bercthold però a questo punto già stava iniziando a fare marcia indietro perché se nel consiglio dei ministri del 7 Luglio parlava della guerra come esito inevitabile della vicenda, ultimatum o non ultimatum, durante il colloquio del 14 Luglio considerava già come un esito accettabile anche l’ipotesi che la Serbia si piegasse all’ultimatum dopo la mobilitazione austriaca pagando le spese di questa mobilitazione. Mentre Vienna marcia direzione l’ultimatum, Pietroburgo marcia direzione il sostegno incondizionato alla Serbia. Paradossalmente Francesco Ferdinando era stato nell’Impero il più fermo sostenitore del ripristino di buoni rapporti con la Russia e, al fine di favorire ciò, si era sempre opposto all’idea di una guerra con la Serbia litigando col suo pur grande amico ed alleato Conrad. Sin da subito dopo l’attentato la Russia aveva accettato una narrazione della vicenda che escludeva ogni responsabilità dello stato balcanico; per cui non era vero che a Belgrado non vi era stato cordoglio per la sorte dell’Arciduca, non era vero che il governo serbo chiudesse un occhio sulla propaganda anti-asburgica e non era vero che le armi dell’attentato fossero state consegnate ai cospiratori da un ufficiale serbo. Insomma si respingeva per intero le risultanze dell’inchiesta austriaca per arrivare a negare decisamente la legittimità di qualsiasi azione di Vienna contro la Serba; l’attentato era stato compiuto da privati cittadini delle cui condotte non si poteva in alcun modo accusare lo stato serbo.  Sin da subito Sazonov aveva messo le mani avanti e l’8 Luglio, intrattenendosi con l’ambasciatore austriaco, alla dichiarazione di questi che Vienna avrebbe chiesto di poter condurre la sua inchiesta anche in territorio serbo la risposta fu che ciò “avrebbe fatto una pessima impressione in Russia.”. Non appena iniziò ad essere chiaro che l’Austria avrebbe proceduto all’invio di un ultimatum alla Serbia Sazonov cominciò ad innervosirsi perché in quell’anno che era trascorso dalle guerre balcaniche anche a Pietroburgo il partito della guerra aveva guadagnato posizioni con l’uscita di scena del dialogante primo ministro Kokovtzof . Il 20 Luglio, parlando con l’ambasciatore tedesco, Sazonov affermava sia che la vicenda di Sarajevo non legittimava assolutamente Vienna a lanciare un ultimatum sia che comunque la Russia non avrebbe guardato passivamente a un’umiliazione della Serbia. Quello stesso giorno giunsero a Pietroburgo il Presidente francese Poincaré e il primo ministro Viviani; lo scopo primo di questa visita era fare da pompieri su alcuni nuovi dissidi sorti tra la Russia e il Regno Unito in materia asiatica, ma è impossibile credere che la discussione non sia rapidamente transitata sulle conseguenze del passo austriaco che ormai a Pietroburgo era dato per certo. Dopotutto anche da parte francese giungevano avvisi in merito alla gravità della situazione sai dai funzionari del Quai d’Orsay, sebbene a Parigi le prime pagine fossero tutte per l’affaire Caillaux, che dall’ambasciatore a Berlino J. Cambon il quale comunicava che la borsa continuava a ribassarsi mentre i funzionari tedeschi facevano orecchie da mercante a ogni richiesta di un anticipo su ciò che Vienna avrebbe chiesto. Non esistono documenti sul contenuto effettivo delle discussioni avvenute durante la visita di stato di Poincaré, gli stessi protagonisti rimasero sempre molto abbottonai, ma il Presidente francese, intrattenendosi con l’ambasciatore austriaco in Russia, prima mise apertamente in dubbio le risultanze dell’inchiesta, facendo un poco diplomatico riferimento ai precedenti casi Friedjung e Prohaska, per poi aggiungere che “la Serbia conta amici caldissimi nel popolo russo. E la Russia ha un’alleata, la Francia. Quante complicazioni da temere.”. Senza girarci troppo intorno Poincaré aveva dato bene ad intendere che Parigi era pronta a sostenere la Russia non meno di quanto Berlino lo era a sostenere l’Austria. E dopotutto l’intera visita di stato fu condita di esplicite affermazioni che mostravano quanto fosse sovraeccitato l’ambiente russo a favore della guerra; sovraeccitazioni che inevitabilmente dovevano influire sull’atteggiamento di Sazonov che ancora alla viglia dell’ultimatum telegrafava a Vienna paventando le conseguenze dell’azione austriaca e facendo intendere che l’Intesa era compatta nel chiedere moderazione. Non era esattamente così perché apparentemente gli unici in Europa che non si rendevano completamente conto di ciò che si stava rischiando erano gli inglesi; il Foreign Office era infatti stranamente ottimista che l’Austria non sarebbe andata fino in fondo con le sue minacce alla Serbia o che comunque si potesse giungere a un componimento della vicenda attraverso una mediazione da parte del concerto europeo. Ancora il 20 Luglio Gray si illudeva che tutta la vicenda si potesse risolvere con un negoziato diretto tra Austria e Russia, linea respinta da Poncaré che invece suggeriva a Londra di agire per moderare le intenzioni austriache, e solo il 22 Luglio il ministro inglese consigliò per la prima volta all’ambasciatore tedesco che il Reich trattenesse l’alleato dal presentare un ultimatum inaccettabile. Va detto che in quel momento il Regno Unito era scosso dalla discussione sulla concessione o meno della Home Rule (l’autogoverno) all’Irlanda, una vicenda che stava assumendo toni così drammatici da spingere lo stesso re Giorgio V a convocare a palazzo i capi partito per tentare un’infruttuosa composizione, ed è dunque probabile che la classe dirigente britannica non si avvide subito della tempesta all’orizzonte. Per quanto riguarda l’Italia nonostante fossimo alleati dell’Austria questa si guardò bene dal comunicarci le sue intenzioni come fece invece con Berlino. La scelta fu di Bercthold nonostante le costanti richieste che venivano dai tedeschi di coinvolgere Roma preventivamente; Berlino paventava già la possibilità che l’Italia si attenesse a un’interpretazione letterale del trattato della Triplice per non partecipare a una guerra contro l’Intesa e chiedeva a Vienna di iniziare discussioni su eventuali compensi, posizione completamente respinta da Bercthold. La linea del ministro austriaco fu infatti sempre che poiché Vienna non intendeva ingrandirsi a scapito della Serbia, l’Italia non aveva diritto ad alcuna delle compensazioni di cui si parlava nel trattato della Triplice in caso di mutamento dello status quo balcanico. Molti storici, anche italiani, sono concordi nel ritenere che il nostro ministro degli esteri San Giuliano commise l’errore di non mettere subito in chiaro con i suoi alleati, come invece era stato fatto nel 1913, che, in caso di guerra austro-russa a seguito di un attacco austriaco alla Serbia, l’Italia non avrebbe riconosciuto la sussistenza del casus foederis. Il vantaggio di una dichiarazione del genere era che non la si sarebbe potuta contestare dato che appunto già nel 1913 tanto Berlino quanto Vienna avevano riconosciuto la veridicità di un’affermazione del genere. San Giuliano era però stretto da un lato dagli impegni della Triplice e dall’altro da un’opinione pubblica filoserba e anti-austriaca; inoltre Giolitti aveva appena effettuato una delle sue tante ritirate tattiche dal governo e il suo sostituto Salandra era dal ministro degli esteri considerato, come scrive Montanelli, una persona più da controllare che da consigliare da controllare in attesa del ritorno dell’uomo di Dronero. San Giuliano colpevolmente invece di mettere in chiaro la situazione con gli alleati si impelagò subito nella materia delle compensazioni autorizzando Berlino e Vienna ad aspettarsi che vi fosse un modo per avere l’Italia dalla loro in caso di conflitto. Frattanto in Serbia si tentava di mantenere il sangue freddo e di propagandare in Europa l’idea che il piccolo stato balcanico fosse vittima di una crudele campagna stampa mentre in realtà esso era ansioso di poter collaborare con Vienna nell’inchiesta sui fatti di Sarajevo. Che anche a Belgrado però il clima fosse tutt’altro che sereno è dimostrato dalle voci che si diffusero dopo che l’ambasciatore russo Hartwig, radicalmente panslavista, morì durante un colloquio con il suo omologo austriaco. Hartwig era obeso, aveva problemi di cuore, asma ed era sovraeccitato per gli eventi per cui semplicemente aveva avuto un infarto dovuto al troppo stress; invece si diffusero rapidamente ridicole voci di un assassinio messo in atto dagli austriaci con mezzi da romanzo di spionaggio (sigarette avvelenate e cose del genere). Comunque nessun tentativo venne fatto dal governo serbo, neanche quando ormai era certo che un ultimatum fosse prossimo, di disarmare preventivamente le richieste austriache conducendo da se una dura azione contro la Mano nera e i suoi appartenenti soprattutto se inseriti all’interno dell’esercito; Pasic non se lo poteva permettere sia per timore della potenza dell’organizzazione di Dimitrievic  sia perché non voleva che emergesse quanto il suo governo fosse stato realmente a conoscenza del complotto del 28 Giugno.

Il 19 Luglio il Consiglio dei ministri austriaci approvò il testo dell’ultimatum piegandosi allo stesso tempo alla richiesta di Tisza che con una dichiarazione unanime si negasse l’intenzione austriaca di integrare parti della Serbia, sebbene non si mettevano limiti ad eventuali variazioni a vantaggio di altri stati balcanici amici. Fu in questa riunione che venne decisa l’aggiunta del famigerato punto 6 dell’ultimatum con il quale si chiedeva a Belgrado di “aprire un’inchiesta contro i complici del complotto del 28 Giugno che si trovavano nel territorio serbo; degli organi, delegati dall’Imperiale e Reale governo, prenderanno parte alle relative ricerche.”. Praticamente si chiedeva alla Serbia di accettare che l’Austria conducesse un’indagine all’interno del suo territorio, una richiesta che violava esplicitamente la sovranità dello stato balcanico; a questa richiesta ne sarebbero state aggiunte altre due parimenti offensive rispetto alla sovranità serba. La mattina del 23 Luglio, con Pasic assente da Belgrado per la campagna elettorale, l’ambasciatore austriaco Giesl presentò quell’ultimatum che Grey avrebbe definito “il più formidabile documento che egli avesse visto indirizzato da uno stato ad un altro stato indipendente.”.

 

Bibliografia:

  • Luigi Albertini, Le origini della Grande Guerra Vol. 2
  • Christopher Clark, I sonnambuli – Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra
  • Margaret MacMillan, 1914 – Come la luce di spense sul mondo di ieri
2 Responses
  • Diego
    14 Lug 2017

    Il motivo del contendere profondo e semplice e complesso allo stesso tempo: la Germania cresceva economicamente e intendeva continuare ad espandere la sua economia, la Germania allora come oggi e come il vino nuovo in una botte vecchia, si allarga, spinge, spuma, va a finire che una doga salta!! Regno Unito, Francia, Stati Uniti la vogliono “contenere” (cosa che ai tedeschi non va giu’, ne ieri ne oggi) alla fine si arriva alle mani!! Russia Austria Italia Turchia e gli altri paesi ne restano e/o si fanno coinvolgere, ogni uno secondo le proprie convenienze. I tedeschi ieri come oggi soggiaciono spesso ad un egoismo miope che mette in tensione gli equilibri economici e politici.

    • Eduardo D'Amore
      15 Lug 2017

      Beh in realtà la Russia e l’Austria non si fece coinvolgere, ma furono loro stesse protagoniste dell’insieme di eventi che condussero alla guerra. Fino all’ultimo la Germania tentò di restare fuori dal caos balcanico e alla fine decise di legare i suoi destini a quelli della penisola perché avendo scommesso tutto sull’alleanza con Vienna era nei Balcani che l’impero Austro-Ungarico si giocava la sua sopravvivenza. La Russia poi era nel 1914 anti-tedesca quasi allo stesso livello della Francia mentre il Regno Unito fu il paese che più di tutto, e lo mostrerò nei prossimi articoli, sottovalutò la portata della crisi di Luglio non chiarendo fino all’ultimo la sua posizione. La rivalità franco-tedesca fu un elemento importantissimo nel portare l’Europa in guerra, ma non decisivo perché nessun elemento in sé fu decisivo bensì il loro accumularsi nel tempo creò i presupposti per una tempesta perfetta.

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