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Twilight Struggle – Prologo e turno I: l’inizio della guerra fredda (Parte I).

Prologo

Prima di cominciare la nostra partita a Twilight Struggle, oltre a consigliare di perdere pochi minuti per leggere l’articolo in cui spiego le basi di questo progetto e i fondamenti del gioco, ritengo utile inserire gli eventi che andremo a simulare all’interno di una breve cornice storica; il gioco prova a fare questo attraverso il Turno Zero, una espansione che consente di testare una serie di situazioni propedeutiche alla guerra fredda (es. le elezioni inglesi del 1945, la fine della guerra in Europa e in Asia ecc.) per creare una serie di scenari What if?. Noi non giocheremo il turno zero sia perché prevede anche eventi che sono successivi ai primi cronologicamente contenuti nelle carte, sia perché creare situazioni ipotetiche non è utile nel contesto storico-narrativo che questa partita vuole avere.

Nonostante il passare del tempo rimane ancora oggi vivo nella mentalità dei più quello che alcuni storici definiscono il “mito di Jalta” e cioé l’idea che questa conferenza abbia determinato l’assetto geopolitico dell’Europa per i successivi quarantacinque anni. In realtà non serviva certo la conferenza di Jalta per stabilire che l’Europa orientale sarebbe rientrata all’interno di una nuova sfera d’influenza sovietica, essendo sufficiente guardare quali stati venivano liberati dall’Armata Rossa. Che la presenza esclusiva dei truppe sovietiche rendesse Stalin il potenziale dominus dell’area balcanico-est europea era evidente anche ai leader degli Alleati occidentali ed infatti già nell’Ottobre del 1944 Churchill, incontrando il segretario generale sovietico a Mosca, concordò le cosiddette percentuali di influenza per Bulgaria (75 URSS – 25 Alleati), Romania (90-10), Grecia (10-90), Ungheria (50-50) e Jugoslavia (50-50). Tali percentuali non vanno intese in senso rigido, quando più come l’accettazione da parte degli Alleati non tanto che in quei paesi si dovessero instaurare dei governi comunisti, ma bensì che erano di interesse strategico per l’URSS e che dunque nel dopoguerra sarebbero rientrati nella sua appunto sfera d’influenza; concetto questo che sempre Churchill palesò con brutale onestà nel suo celebre discorso sulla “cortina di ferro” a Fulton nel Marzo 1946. A Jalta, a parte la discussione sul caso polacco con l’accordo sul governo del comitato di Lublino allargato agli esponenti del governo in esilio a Londra ed elezioni libere al più presto, con gli americani però non intenzionati a sacrificare per la Polonia i rapporti con Mosca, molto più rilevante fu la discussione sul futuro post-bellico della Germania, ancora incerto tra i favorevoli a uno smembramento dello stato tedesco e chi invece intendeva ricostruirlo castrato per evitare future nuove intemperanze; non è un caso che proprio su questo punto, su cui si riuscì solo a giungere ad un’intesa generale, in seguito si determinò la più palese crepa nei rapporti tra gli appartenenti al fronte anti-Asse. Sebbene più la fine del Terzo Reich si avvicinasse, più entrambi gli schieramenti iniziavano a lavorare al loro tornaconto personale in previsione della situazione che si sarebbe creata una volta sconfitta la Germania, in questa fase la linea condivisa tanto da Roosevelt e Churchill quanto dal Cremlino era di continuare con la politica della ricerca del compromesso, evitando situazioni che potessero portare a pericolosi muro contro muro nella speranza che il non sentirsi minacciata nel riconoscimento dello stato di fatto ottenuto sul campo di battaglia spingesse l’URSS a mostrare moderazione nella gestione interna della sua area d’influenza. All’interno del gioco questa delimitazione delle sfere d’influenza in Europa a seguito della fine del conflitto mondiale è rappresentato con l’assegnazione ad entrambi i giocatori di un certo numero di punti influenza (sette per gli USA e sei per l’URSS) da spendere liberamente gli americani in Europa occidentale, i sovietici in quella orientale. Il giocatore sovietico decidere di investire tre punti in Polonia, controllando così questo paese campo di battaglia, e di mettere un punto a testa in Cecoslovacchia, Ungheria e Bulgaria; da par suo il giocatore americano mette quattro punti in Germania dell’Ovest (controllandola), due punti in Italia (controllandola) e un punto in Francia. Le cose iniziarono a cambiare con l’amministrazione Truman che, pur non rinunciando all’internazionalismo roosveltiano, iniziò sin dalla conferenza di Potsdam a tenere un’atteggiamento più deciso coi sovietici, anche in considerazione del fatto che il Regno Unito, come appariva palese dai programmi del nuovo governo laburista, più che a mantenere la sua proiezione imperialista su scala mondiale puntava a rimettere in ordine le sue finanze per poter creare il Walfare State. Il monopolio nucleare incoraggiava poi gli americani in questa maggior fermezza, alcuni analisti ritengo che tra le ragioni dei bombardamenti atomici sul Giappone c’era la volontà di Truman di far sapere a Stalin che gli USA avevano la bomba atomica, anche se il dittatore sovietico ne era già pienamente consapevole dai rapporti dei servizi segreti. Comunque neanche l’atomica dava a Truman e ai suoi tanta sicurezza da essere pronti a spingere un eventuale braccio di ferro con i sovietici fino al punto di rischiare uno scontro aperto.

Anche in Asia il collasso giapponese lasciò campo aperto a sovietici ed americani come nuovi attori principali dell’area, anche in ragione del già citato progressivo ritiro inglese da quelle posizioni ormai non più conservabili (es l’India). L’incognita più grande, accanto ai primi segnali di sfaldamento degli imperi coloniali nell’area, era però la situazione cinese dove le necessità di combattere i giapponesi aveva imposto a Chiang Kai-shek di venire a patti con i comunisti di Mao per creare un fronte ampio. Adesso che il conflitto era concluso gli americani speravano di fare da mediatori, non avendo molte speranze nel Koumintang data la sua endemica corruzione e l’incapacità di farsi promotore di quelle riforme ritenute necessarie al paese. Mao accettò di trattare, valutando che avrebbe giocato a sua favore se la parte dell’oltranzista fosse stata assunta da Chiang, mentre i nazionalisti non ebbero mai alcuna reale volontà di risolvere le cose con i comunisti in altro posto che sul campo di battaglia; ciò esasperò Washington spingendo non ad interrompere gli aiuti, ma a non prendere mai in considerazione l’ipotesi di un intervento militare a sostegno del Koumintang. Questo portò, dopo la proclamazione della Repubblica popolare cinese nell’Ottobre 1949 e la fuga dei nazionalisti a Taiwan, alla nascita negli Stati Uniti del mito della “perdita della Cina” e cioè l’accusa da parte dei repubblicani che la Cina fosse stata perduta in favore dei comunisti per mancanza di risolutezza da parte dell’amministrazione democratica, cosa che contribuì al formarsi della teoria del contenimento e della contrapposizione frontale all’URSS su scala mondiale. Volendo il gioco permette di simulare la guerra civile cinese sia con una scheda del Turno Zero sia con una regola speciale, ma date le difficoltà che ne potrebbero derivare ai fini della conduzione di una linea narrativa ho deciso di usare la regola standard che prevede che all’inizio del primo turno il giocatore URSS abbia in mano la carta Cina così da simulare la vittoria comunista nel paese e il momentaneo allineamento del nuovo regime allo schieramento di Mosca.

Avendo adesso segnato e memorizzato questi brevi, ma essenziali punti fermi della situazione mondiale al momento della resa dell’Asse, possiamo iniziare la nostra partita procedendo con il turno numero uno nel quale simuleremo i quattro anni che vanno 1945 alla fine del 1949. La situazione mondiale, in forza del setting di base del gioco e delle scelte fatte con la distribuzione preliminare dei punti influenza in Europa, vede gli Stati Uniti controllare già Regno Unito, Germania dell’Ovest, Italia e Australia nonché avere due punti influenza in Canada e un punto rispettivamente in: Francia, Israele, Iran, Panama, Sud Africa, Filippine, Corea del Sud e Giappone. L’Urss dal canto suo controlla già la DDR, la Polonia e la Corea del Nord mentre ha un punto influenza in Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria, Siria, Iraq e Finlandia.

Turno I

Carta Headline del giocatore URSSBlocco

La materia del futuro post-bellico dello stato tedesco fu quella che più di tutte rese al mondo evidente la spaccatura che si stava determinando all’interno di quello che era stato lo schieramento anti-Asse. A fine guerra la Germania era andata incontro a una debellatio, cioè l’azzeramento completo delle sue strutture istituzionali civili e militari; il paese era stato diviso in quattro zone d’occupazione (americana, francese, inglese, sovietica) ed era stata istituita una Commissione di controllo con il compito di concordare le politiche delle potenze occupanti. Tutte e quattro le potenze occupanti concordavano sulla volontà di restaurare uno stato tedesco unitario, ma ben presto sorsero difficoltà sulla natura istituzionale della futura Germania ricostruita (gli anglo-americani proponevano uno stato federale mentre i sovietici uno stato fortemente centralizzato); i sovietici inoltre, contando anche sul fatto che gli americani si sarebbero disimpegnati dall’Europa così come avevano fatto dopo la fine della Grande Guerra, insistevano per una Germania unita demilitarizzata, sulla quale sarebbe stato facile imporre il loro patronato, mentre gli Stati Uniti proponevano un trattato di garanzia tra le quattro potenze che le impegnasse a un controllo permanente sulle velleità di riarmo tedesche. Il nodo gordiano era però soprattutto la questione delle riparazioni, a cui era legata quella della ricostruzione economica del paese; in base agli accordi intercorsi tra le potenze occupanti il territorio tedesco avrebbe dovuto essere amministrativo in senso unitario da un punto di vista economico, ma nella realtà dei fatti se gli anglo-americani guardavano soprattutto a riavviare la produzione industriale-commerciale del paese, francesi e sovietici avevano come primo obiettivo spremere risorse ai fini della loro ricostruzione interna. La distanza tra le parti si fece sempre maggiore a seguito del lancio del piano Marshall, per tutti era chiaro che una ricostruzione dell’economia europea non poteva avvenire senza che nel progetto fosse inserita anche la Germania (e ciò, insieme con i primi abbozzi del progetto europeista, spinse la Francia a moderare le sue posizioni) questo però richiedeva si giungesse al più presto ad una quadra sulla sistemazione politico-economica del paese. A Dicembre del 1947 la conferenza di Londra dei ministri degli esteri delle quattro potenze si concluse con una situazione di aperta rottura tra sovietici e alleati occidentali; la notizia poi del colpo di stato comunista a Praga portò a marzo del ’48 alla decisione di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna di riunire le loro zone di occupazione con il duplice obiettivo di permetterne la partecipazione al piano Marshall e di consentire l’avvio dei lavori di un’Assemblea costituente che avrebbe dovuto redigere la nuova carta fondamentale del rinato stato tedesco. La strada per un confronto muscolare tra i due schieramenti sul destino della Germania era ormai aperto e il campo di battaglia designato fu Berlino: la città infatti, sebbene si trovasse all’interno della zona di occupazione sovietica, era a sua volta divisa in quattro zone d’occupazione; per permettere il rifornimento della città si era concordato che gli alleati occidentali avevano libero traffico terrestre, fluviale e aereo da e verso Berlino attraverso il territorio tedesco controllato dai sovietici. A seguito però della decisione di permettere la convocazione dell’Assemblea costituente nella parte occidentale della Germania, i sovietici iniziarono ad applicare politiche sempre più restrittive a questi spostamenti. Il punto di rottura si ebbe a seguito della decisione degli alleati occidentali, sempre nell’ambito della preparazione del paese al piano Marshall, di procedere a una riforma monetaria con la creazione di un nuovo Marco del valore di dieci a uno rispetto a ogni altro Marco in circolazione (anche quello stampato dai sovietici). L’annuncio che questo nuovo Marco avrebbe avuto corso legale anche nei settori d’occupazione occidentale a Berlino fece scattare la rappresaglia sovietica: il 24 Giugno tutti il traffico ferroviario, terrestre e fluviale fra Berlino e la Germania occidentale venne chiuso. Era una prova di forza perché se gli alleati non fossero stati in grado di rifornire Berlino l’unica soluzione sarebbe stata quella di piegarsi alle richieste sovietiche di una riapertura della discussione sul futuro della Germania. La proposta del generale Clay di sfidare i sovietici forzando il blocco via terra venne respinta da Truman per il timore di accendere un conflitto armato; così si decise di usare l’unico collegamento rimasto aperto, i corridoi aerei, per creare un ponte aereo con il quale rifornire Berlino di almeno 3.500 tonnellate di merci al giorno. Per oltre quattrocento giorni un’immensa flotta aerea fece la spola dalle base nella Germania occidentale all’aeroporto Tempelhof di Berlino, arrivando nel febbraio 1949 a far atterrare un aereo ogni due minuti per un totale di 7-8000 tonnellate di merci al giorno consegnate. Non mancarono momenti di tensione a causa dei tentativi sovietici di disturbare i voli, ma nonostante la morte di settanta piloti alleati si riuscì sempre ad evitare una escalation della situazione che potesse portare allo scontro aperto. Messo di fronte al fallimento del blocco Stalin decise per la ripresa dei negoziati e a Maggio del 1949 venne annunciato l’accordo: il blocco sarebbe stato tolto, ma Berlino non sarebbe stata pienamente integrata nella Germania Occidentale. Il tentativo sovietico di fermare la nascita della Repubblica Federale Tedesca era naufragato, il 21 Settembre del 1949 gli alleati riconoscevano il governo di Konrad Adenauer, e nonostante si continuasse a parlare di restaurazione dell’unità tedesca in realtà si erano create le premesse per la divisione del paese nel contesto della nuova divisione dell’Europa tra blocco orientale e occidentale.

Questa carta ha come effetto di obbligare il giocatore USA a decidere se scartate una qualsiasi carta della sua mano di valore 3 o superiore, a rappresentare l’impegno di risorse per aggirare il blocco sovietico, oppure perdere tutta la sua influenza nella Germania dell’Ovest, aprendola così all’inserimento dell’influenza russa, quale rappresentazione invece della conseguenza di un mancato supporto a Berlino. È una carta utile da giocare sia come headline per ridurre le opzioni del giocatore avversario prima dell’inizio delle fasi del turno, sia tra le ultime carte per cercare di sottrarre la Germania dell’Ovest agli USA profittando del fatto che magari l’avversario ha già giocato tutte le sue carte con valore 3 o 4. Nel nostro caso il giocatore USA scarta la carta di valore 3 “NORAD”, conservando così il controllo della Germania dell’Ovest. La carta viene rimossa dal gioco.

Carta Headline del giocatore USACreazione della CIA

Prima di Pearl Harbor gli Stati Uniti non avevano un vero e proprio servizio d’intelligence, ma i vari ministeri e le singole branche delle forze armate svolgevano indipendentemente operazioni di spionaggio ad hoc e decrittazione, mentre l’FBI era incaricata della sicurezza interna a livello federale e al controspionaggio. Dopo l’ingresso in guerra Roosevelt ritenne fosse necessario che l’America si dotasse di un proprio servizio di spionaggio che potesse agire su scala mondiale; prendendo ispirazione dall’MI6 e dallo Special Operations Executive nel Giugno 1942 il colonnello William Joseph Donovan creò l’OSS ovvero l’Office of Strategic Services. Arrivando a contare circa ventiquattromila agenti alla fine del conflitto, l’OSS era incaricato tanto dello spionaggio, quanto delle operazioni di sabotaggio dietro le linee nemiche nonché della collaborazione coi gruppi di resistenza tanto in Europa quanto in Asia (prendendo contatti anche con gruppi comunisti come quello di Ho Chi Minh in Indocina). Con l’avvicinarsi della fine del conflitto l’OSS, insieme con i servizi segreti britannici, iniziò però anche ad agire al fine di preparare gli Alleati occidentali ad un possibile deterioramento delle relazioni con i sovietici; ad esempio in Italia l’agente dell’OSS James Angleton si occupò di sottrarre il comandante della Xa MAS Junio Valerio Borghese ai partigiani in quanto ritenuto elemento valido per contrastare una possibile futura insurrezione comunista nel paese, o ancora alla fine del 1944 agenti dell’OSS acquistarono cifrari sovietici da ex ufficiali dell’esercito finlandese, ed infine nell’estate del 1945 i vertici dell’OSS si attivarono perché fosse portato negli Stati Uniti il generale Reinhard Gehlen, che durante il conflitto era stato a capo dello spionaggio tedesco sul fronte orientale e che fu poi il padre dei servizi segreti della Germania dell’Ovest, perché creasse una rete di spie tedesche anti-comuniste nelle aree di occupazione Alleate della Germania. A seguito della resa del Giappone l’OSS venne smantellato e le sue competenze spartite tra Dipartimento di Stato e Dipartimento della Guerra, ma nel 1947, nonostante la forte resistenza di militari ed FBI che non gradivano la creazione di un’agenzia di intelligence da loro autonoma, il Presidente Truman firmò il National Security Act con il quale, dalle ceneri di quello che era stato l’OSS, sorse la CIA – Central Intelligence Agency. Già nel 1949 con il Central Intelligence Agency Act all’agenzia venne riconosciuta ampia indipendenza d’azione, sia operativa che finanziaria, che andò poi crescendo sotto la quasi decennale direzione di Allen Dullas, fautore di una linea d’ingerenza diretta da parte dell’Agenzia nelle vicende interne dei singoli stati considerati d’interesse per “la sicurezza nazionale”, che di fatto rispondeva solo al Presidente. Tra gli anni ’50 e gli anni ’70 l’Agenzia fu in prima line nel confronti internazionale con le sue controparti d’oltre cortina (KGB e servizi segreti del blocco sovietico); fu la CIA, insieme all’MI6, ad organizzare in Europa occidentale la rete Stay-behind (che in Italia prese la forma dell’organizzazione GLADIO) per creare gruppi in grado di formare cellule di guerriglia in caso di invasione sovietica e sempre la CIA finanziò ed organizzò colpi di stato in funzione anti-sovietica tra l’altro in Iran nel ’53, in Guatemala nel ’54, in Brasile nel ’64 e in Cile nel ’70. Progressivamente però il Congresso, soprattutto dopo il fiasco della baia dei porci, iniziò ad avere sempre più riserve sulle libertà che la CIA si prendeva sia all’estero che internamente agli Stati Uniti; il punto di rottura fu lo scandalo Watergate che indirettamente portò alla luce del sole molti degli scheletri nell’armadio dell’Agenzia. Il Congresso creò un’apposito comitato preposte al controllo permanente dell’attività dei servizi segreti, mentre due commissioni, una del Senato (commissione Church) e una presidenziale (commissione Rockefeller), resero di dominio pubblico operazione come il progetto MK-ULTRA sugli esperimenti per il controllo della mente o l’operazione Mockingbird per reclutare giornalisti americani a fini di propaganda interna o ancora i contatti occulti con ex-nazisti ed esponenti del crimine organizzato. Ciò portò il Presidente Ford a firmare nel 1976 l’ordine esecutivo 11905 che vietava alla CIA gli omicidi politici e ne riformò integralmente i metodi d’azione. Sebbene la CIA sia divenuta nell’immaginario collettivo sinonimo di servizio segreto americano, in realtà l’Agenzia è parte di una più ampia rete d’intelligence, chiamata United States Intelligence Community, composta da diciassette agenzie federali tra cui anche i servizi d’intelligence delle varie forze armate (esercito, marina, aeronautica, marine), l’NSA- National Security Agency (per la crittografia e la raccolta di comunicazione in codice) e l’FBI (controspionaggio e sicurezza interna).

Nel contesto del gioco la la carta “Creazione della CIA”, che consente di vedere la mano avversaria e di eseguire un’operazione con valore 1, rappresenta appunto la volontà americana di creare agli inizi della guerra fredda un servizio d’intelligence per competere sul terreno dello spionaggio con i sovietici che già dagli anni trenta hanno in attività lo NKVD, che nel 1954 divenne il KGB. Si tratta di una buona carta da giocare come headline visto che permette di spiare le carte dell’avversario ad inizio turno, anche se nel nostro contesto perde di senso essendo una partita di me contro me stesso, e il punto di operazione lo uso per piazzare un’influenza in Iran così da portarlo sotto controllo americano. Questa mossa è diretta a simulare nel gioco la crisi dell’Azerbaijan persiano del 1946; durante la seconda guerra mondiale inglesi e sovietici, temendo simpatie filo-tedesche della Persia, invasero il paese per mettere in sicurezza il “corridoio persiano” quale rotta di rifornimento degli Alleati all’Unione Sovietica. A guerra conclusa però i sovietici non sembrano intenzionati a ritirare le loro truppe ed anzi nelle aree da loro occupate instaurarono dei governi comunisti secessionisti cioè il Governo popolare dell’Azerbaijan e la Repubblica di Mahabad. Stati Uniti e Gran Bretagna, temendo che lo scopo ultimo di Stalin fosse di annettersi l’Azerbaijan persiano, fecero forti pressioni tramite l’ONU su Mosca per costringere i sovietici a ritirare l’Armata Rossa dalla Persia; cosa che infine Stalin accettò di fare in cambio dell’ingresso di esponenti del partito comunista iraniano Tudeh nel governo ed di un accordo per la fornitura del petrolio che però fu poi subito rigettato dal parlamento di Teheran ormai sicuro dell’appoggio americano. La carta viene rimossa dal gioco.

Carta fase uno del giocatore URSSPiano Marshall

Il 5 Giugno 1947 George Marshall tenne all’Università di Harvard un discorso in merito alla situazione della internazionale e alle problematiche connesse alla ricostruzione post-bellica dell’Europa; il succo della sua allocuzione era: gli Stati Uniti hanno interesse e sono pronti a sostenere il risanamento dell’economia europea, ma devono essere gli stati del vecchio continente a prendere l’iniziativa e presentare un programma che delinei le loro necessità e gli obiettivi che ritengono necessario raggiungere. Queste parole, che vengono indicate come la prima, seppur generica, delineazione di quello che sarebbe passato alla storia come il piano Marshall, non erano frutto di una estemporanea intuizione del Segretario di stato americano, ma erano il punto di arrivo di una dibattito interno all’amministrazione Truman in ordine ai rapporti politico-economici che gli Stati Uniti avrebbero dovuto tenere nei riguardi dell’Europa, in considerazione soprattutto del ruolo assunto nel vecchio continente dall’Unione Sovietica a seguito degli eventi bellici. Nel 1945 buona parte dell’Europa era in macerie con un sistema economico-finanziario gravemente segnato dalle vicende belliche; in particolare a spaventare era il tasso d’inflazione, la difficoltà di approvvigionamento di beni essenziali ed un commercio internazionale quasi paralizzato. In realtà politiche di ricostruzione era già state avviate immediatamente dopo la fine delle ostilità, sostenute da ingenti aiuti provenienti dagli Stati Uniti in quantità ben superiore a quelli successivamente messi in campo con il piano Marshall, il problema era che esse mancavano di omogeneità e coordinazione tra i vari paesi, il che ne depotenziava l’efficacia e provocava dispersione di risorse materiale ed economiche fondamentali. A Washington c’era il timore che il perdurare di questa situazione, aggravata anche dal fatto che tra il 1946 e il 1947 vi era stato un inverno particolarmente rigido, potesse determinare situazioni di instabilità politico-sociali che favorissero un’espansione dell’influenza sovietica in una fase in cui i rapporti con Mosca si stavano deteriorando a causa dello stallo in merito alla vicenda del futuro post-bellico della Germania. Per gli Stati Uniti dunque la rinascita economica dell’Europa non era solo necessaria per la tenuta della loro stessa economica, non era possibile continuare a lungo con una bilancia commerciale tra America ed Europa pesantemente deficitaria, ma era connessa anche a questioni di ordine politico-strategico. Nell’amministrazione Truman si fece così avanti l’idea che per contrastare il comunismo fosse meglio usare “pane e voti piuttosto che pallottole”; era dunque necessario mettere in campo un programma coordinato di aiuti alla ricostruzione che andasse a sostenere quei paesi del vecchio continente nei quali avrebbe favorito la stabilità politica e il radicarsi di istituzioni democratiche favorevoli a modelli economico-commerciali liberisti affini agli Stati Uniti. Basta dunque con gli aiuti a pioggia a chiunque, anche a quei paesi già finiti sotto l’influenza di Mosca e orientati verso sistemi economici di stampo sovietico, ma senza dirlo esplicitamente: il piano sarebbe stato aperto tutti, ma ovviamente chi voleva parteciparvi doveva indirizzare la sua politica economica nella direzione indicata dagli altri stati aderenti. A Stalin non ci volle molto per capire le finalità implicite della proposta americana e ciò determinò l’ordine da Mosca a tutti i partiti comunisti europei di boicottare il piano Marshall come un progetto imperialista “teso ad isolare l’Unione Sovietica”; i dirigenti cecoslovacchi, che avevano in un primo momento aderito alla conferenza di Parigi dove si sarebbe dovuto discutere delle modalità di attuazione del progetto, vennero richiamati all’ordine e ritirarono la loro partecipazione. A Parigi così si presentarono sedici paesi e ciò che ne venne fuori fu un insieme di progetti per la crescita e il ripianamento del deficit commerciale di un valore di 19,3 miliardi di dollari suddivisi in tre anni (anche se poi in concreto la somma effettivamente messa a disposizione fu di 12 miliardi e 535 milioni di dollari), la creazione di forme di unione dogale, l’istituzione dell’OECE (Organizzazione europea per la cooperazione economica) antenato dell’odierno OCSE ed infine il superamento del veto francese sulla rinascita economica della Germania dietro la garanzia di un controllo internazionale su come ciò sarebbe avvenuto. Con l’approvazione del Congresso americano a Febbraio 1948 nacque ufficialmente l’European Recovery Program (ERP) con il primo stanziamento di 4,3 miliardi di dollari; in gran parte si trattava di aiuti in natura come macchinari e generi alimentari forniti dagli Stati Uniti come donativi a fondo perduto o condizionati alla vendita di merci ad altri paesi aderenti al programma. Gli effetti del programma di aiuti furono incontestabili. Nei tre anni del piano Marshall l’Europa occidentale superò la crisi ed entrò in una fase di crescita, nel 1951 la produzione di tutti i paesi aderenti all’ERP era sensibilmente aumentata e la bilancia dei pagamenti risanata. Soprattutto però il piano Marshall sortì l’effetto politico desiderato di creare un sistema di paesi con una visione affine a quella americana, ma non solo: le forme di cooperazione instaurate tra gli stati europei nel contesto dell’ERP incoraggiò lo sviluppo di quei programmi di collaborazione e risoluzione delle controversie inter-europee che sarebbero stati alla base del progetto di un’Europa comunitaria; non a caso proprio nel 1951, in contemporanea con la fine del paino Marshall, sarebbe stata creata la CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio).

Come carta si tratta certamente di una di quelle con gli effetti più favorevoli per il giocatore americano il quale, oltre ad essere abilitato a giocare “NATO”, può aggiungere un punto influenza in sette paesi dell’Europa occidentale non controllati dal giocatore sovietico; il fine è quello di rappresentare quell’effetto di attrazione economico-politico verso gli Stati Uniti che l’ERP ebbe per i paesi aderenti. Gli USA decidono di aggiungere un punto influenza in Italia, Francia, Regno Unito, Germania Occidentale, Canada, Spagna e Turchia (tutte scelte in chiave offensiva-difensiva in previsione di future carte). L’URSS da par suo, avendo essa giocato la carta, usa i quattro punti operazione per investire a sua volta in altrettanti punti influenza in Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria e Jugoslavia; ciò potrebbe rappresentare, volendo dare alla mossa un contesto narrativo, la maggior stretta da parte di Mosca sui paesi satelliti dell’Europa orientale costretti da Stalin a non aderire all’ERP.

Carta fase uno del giocatore USACOMECON

Il Consiglio di mutua assistenza economica, chiamato semplicemente in occidente come COMECON, viene a volte descritto in modo semplicistico come la risposta dell’Unione Sovietica al piano Marshall per l’Europa orientale. In realtà mentre l’ERP fu un progetto specificatamente mirato alla ricostruzione dell’economia europea, e quindi per sua natura con un orizzonte temporale determinato, il COMECON nacque sin da subito come un sistema permanente di collegamento e coordinamento delle economie dei paesi di quello che si stava configurando come il blocco orientale. Fondato nel gennaio 1949 su iniziativa congiunta di Unione Sovietica e Romania, al COMECON aderirono immediatamente Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Polonia e Albania mentre la DDR vi entrò l’anno dopo seguita, nel corso degli anni, dai vari paesi che si avvicinavano al campo socialista come il Vietnam e Cuba. Nei suoi primi anni di vita il COMECON, più che a favorire l’interconnessione tra i vari paesi socialisti, fu il luogo nel quale l’URSS stringeva accordi bilaterali coi singoli stati al fine di organizzare la conversione della loro economia al modello sovietico, dunque sistema dei piani quinquennali e industrializzazione forzata incentrata principalmente sull’industria pesante (siderurgica e meccanica in particolare). La situazione iniziò a mutare a seguito della morte di Stalin e l’ascesa di Khruscev, il nuovo leader sovietico infatti volle dare al COMECON un ruolo più attivo volto a favorire gli scambi reciproci tra i paesi aderenti, così da aggirare il problema della mancanza di sbocchi verso occidente delle loro economie, e la cooperazione tra gli stessi nell’ottica di renderlo un’alternativa del campo socialista alla Comunità economica europea. In questa direzione venne fondata nel 1963 la Banca internazionale per la cooperazione economica, per facilitare gli accordi finanziari tra gli stati membri ed attuare pagamenti multilaterali in rubli trasferibili, nonché vennero lanciati una serie di progetti come quello della unificazione delle reti elettriche, la cooperazione nella ricerca tecnico-scientifica e la costruzione dell’Oleodotto dell’amicizia per mezzo del quale il greggio sovietico giungeva e veniva distribuito all’Europa orientale. Se in un primo momento come detto i paesi socialisti erano stati incoraggiati ad uniformarsi al modello economico sovietico, adesso l’indicazione era di concentrarsi ognuno sui punti di forza tipici delle proprie economie così che mentre i più industrializzati (es. DDR, Cecoslovacchia e Polonia) dovevano diventare esportatori di prodotti di fabbrica, altri dovevano concentrarsi sulla produzione agricola e minerale così da diventare fornitori di materie prime. Non tutti accettarono di buon grado questa cambiamento di rotta, in particolare la Romania, che avrebbe dovuto concentrarsi sulla produzione di grano e benzina, la quale invece sotto prima Gheorghiu-Dej e poi Ceausescu rifiutò di abbandonare i suoi grandiosi piani di industrializzazione. Progressivamente il COMECON divenne sempre meno un vantaggio all’economia dell’Unione Sovietica, convertendosi sempre più in un mezzo per sostentare e quindi conservare alla propria sfera d’influenza i paesi che ne facevano parte; ciò anche per la difficoltà di avviare all’interno dello stesso un ampio programma di riforma teso ad instaurare relazioni di mercato tra i suoi membri, contrastato dai conservatori che insistevano sulla centralità della pianificazione economica. Nel 1971 fu adottato il Programma comprensivo d’integrazione economica socialista che integrava elementi tanto di economica di mercato, quanto di economia pianificata, che però non ebbe il coraggio di andare nella direzione presa ad occidente della CEE verso una piena integrazione delle economie dei vari stati membri nell’ambito della creazione di una entità sovranazionale. La sempre maggiore difficoltà delle economie dei paesi dell’Europa orientale negli anni ottanta, dovuto alla carenza di liquidità per l’aumento dei tassi d’interesse e del valore del dollaro sul mercato internazionale con conseguente stagnazione degli scambi commerciali reciproci, venne affrontata dal COMECON con una serie di progetti tesi a rilanciare la cooperazione e ad avviare programmi diretti a colmare il gap tecnologico con l’occidente. La svolta più grande la si ebbe però con Gorbacev che nel 1987 indicò la direzione da intraprendere come quella della creazione di un mercato unico socialista, visto però da molti come inconciliabile con sistemi a economia pianificata; il collasso del sistema socialista nel 1989, con la conversione di molti paesi membri ad un sistema capitalista, segnò, insieme con la decisione sovietica nel ’90 di mettere fini al commercio di rubli convertibili, la campana a morto per il COMECON che venne sciolto il 28 Giugno 1991.

La carta permette al giocatore sovietico di piazzare un punto influenza in quattro stati dell’Europa orientale non controllati dagli USA, simulando così il ruolo che il Consiglio di mutua assistenza economica ebbe nel rafforzare i legami tra l’Unione Sovietica e i paesi satelliti del blocco orientale. Aggiungiamo così un punto d’influenza in Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria (assumendo così il controllo su tutti e tre) e DDR che, anche se già controllata, conviene sempre proteggerla essendo un paese campo di battaglia. Gli USA che hanno giocato la carta invece ne usano i tre punti valore per piazzare altrettanta influenza e nello specifico: due punti in Pakistan, paese campo di battaglia, così da assumerne il controllo e iniziare a costruirsi una posizione in Asia aprendosi anche una rotta per l’India, e un punto in Israele (paese campo di battaglia, che però in una partita competitiva non è molto appetibile visto il pesante investimento d’influenza richiesto). La carta viene rimossa dal gioco.

Carta fase due del giocatore URSSL’abdicazione rumena

Sebbene questa carta faccia specifico riferimento alle vicende rumene, ritengo sia più interessante usarla per fare un discorso ad ampio raggio sulla stalinizzazione dell’Europa orientale. Errore comune che si compie è credere che l’instaurazione dei regimi monopartitici filo-sovietici nell’Est Europa sia stata una conseguenza diretta ed immediata della liberazione ad opera dell’Armata rossa di quei paesi; in realtà subito dopo la fine della guerra mondiale Stalin, in linea con l’accordo sulle percentuali raggiunto con Churchill a Mosca nell’Ottobre del 1944, per i paesi di quello che sarebbe divenuto il blocco sovietico accettò il compromesso dei governi di coalizione purché fossero sempre rispettate due condizioni: la presenza del locale partito comunista nella compagine di governo, anche in posizione minoritaria quasi sempre però con in mano le leve del fondamentale ministero degli interni, e il fatto che questi paesi stipulassero accordi di amicizia e cooperazione con l’URSS. Per comprendere ciò che accadde è necessario fare una premessa sulla forma mentis di Stalin: il segretario generale sovietico fu infatti per tutta la sua vita convinto della assoluta inevitabilità del conflitto tra Unione Sovietica e potenze capitaliste, seppur ritenendo possibili convergenze temporanee. In linea con ciò il fine principale della creazione di una sfera d’influenza sovietica in Europa orientale era stendere un cordone di sicurezza, composto da una serie di stati, che impedissero un’aggressione diretta da parte dell’occidente all’Unione Sovietica così come era successo nel 1918 con l’intervento dell’Intesa durante la guerra civile russa e poi nel 1941 con l’invasione tedesca. L’anello interno di questo cordone era rappresentato dalla triade Polonia, Romania e Bulgaria, cioè i tre paesi considerati da Stalin di primaria importanza per l’Unione Sovietica e nei quali la svolta autoritaria ad opera dei partiti comunisti si manifestò prima. In Bulgaria ciò fu particolarmente semplice in ragione del ruolo primario che i comunisti avevano avuto nel colpo di stato che nel 1944 rovesciò il governo filo-tedesco, già nel Settembre 1946 la monarchia era stata abolita e il governo era andato incontro ad una serie di rimpasti che avevano progressivamente aumentato il peso della compagine comunista al suo interno. In Polonia il governo di coalizione del comitato di Lublino resse per tutto il periodo 1945-1946, ma intanto i comunisti si erano fusi con i socialisti e il nuovo Partito comunista unificato polacco aveva progressivamente assunto il controllo dei gangli del potere finché, nel gennaio del 1947, non si sentì sufficientemente forte per andare a nuove elezioni con le quali occupò il 90% dei seggi. I rappresentanti dell’opposizione, ridotti ad appena ventisei deputati e ormai da tempo abbandonati a loro stessi dalle democrazie occidentali, già a ottobre dovettero lasciare il paese per evitare l’arresto. In Romania infine nel febbraio del 1945 i sovietici imposero a re Michele la sostituzione del primo ministro monarchico moderato genarele Radescu con il comunista Petru Groza, nel contesto però ancora di un governo di coalizione ampio. Iniziò però subito una guerra di posizione tra Groza da una parte e re Michele dell’altra, il quale cercava di resistere alla sovietizzazione del paese rifiutando la firma dei decreti che il governo gli presentava. Fuori da questo anello interno per gli altri paesi dell’orbita sovietica, Ungheria, Cecoslovacchia, Jugoslavia e Albania (la Germania non era ancora presa in considerazione perché il primo progetto di Stalin era la restaurazione di uno stato tedesco unitario demilitarizzato) il segretario generale sovietico era aperto all’idea di lasciare loro maggiore autonomia. Infatti in Jugoslavia ed Albania la sovietizzazione non fu tanto una direttiva che giunse da Mosca, ma il frutto dell’attivismo soggettivo di Tito e Hoxha, forti della loro posizione come leader della resistenza che aveva liberato i due paesi; Cecoslovacchia e Ungheria invece ebbero inizialmente una vita politica molto tranquilla e sembravano paesi improntati alla convivenza di un sistema democratico occidentale all’interno dell’area d’influenza sovietica. La situazione cambiò improvvisamente e drammaticamente nell’estate del 1947; il fattore scatenante fu l’annuncio del piano Marshall e l’apertura dello stesso anche ai paesi dell’Europa orientale. Abbiamo già visto l’intrinseca natura economico-politica del progetto americano e il fatto che anche paesi come la Cecoslovacchia o la Polonia si fossero mostrati interessato convinse Stalin che l’occidente non aveva intenzione di accettare il primato sovietico nell’Est Europa, a meno che questo non si fosse istituzionalizzato nei singoli paesi. Il segnale di svolta fu la creazione nel Settembre 1947 del Cominform quale organo teso a riunire e coordinare tutti i partiti comunisti d’Europa; le conseguenze di ciò furono molteplici: in primo luogo tutti i partiti vennero richiamati alla più stretta ortodossia stalinista, con l’avvio di una serie di purghe verso tutti quegli elementi che avevano sostenuto forme di comunismo nazionale come Rajk in Ungheria o Gomulka in Polonia, ai partiti comunisti dell’occidente fu imposto di abbandonare ogni forma di cooperazione con i partiti borghesi per una svolta di contrapposizione dura contro l’imperialismo americano, mentre i partiti dell’Europa orientale dovevano stringere i loro paesi attorno all’Unione Sovietica i cui “tratti sostanziali dell’edificazione socialista hanno validità universale”. Fu il segnale che ogni forma di compromesso andava abbandonato in favore di una sovietizzazione dei paesi della sfera d’influenza russa: in Romania re Michele venne costretto ad abdicare con un colpo di mano nel dicembre del ’47 e la nuova costituzione proibì ogni associazione “di natura fascista o anti-democratica” concetto che i comunisti intesero in senso molto ampio. In Ungheria il leader dei comunisti Rakosi dalla sua posizione di ministro dell’interno procedette con la sua “tattica del salame” ad eliminare uno dopo l’altro gli oppositori interni, nel 1949 la nuova costituzione, che ricalcava quella sovietica del 1936, trasformò il paese nella Repubblica popolare d’Ungheria. I fatti però che sconvolsero di più l’opinione pubblica occidentale furono quelli di Praga, anche perché la Cecoslovacchia aveva una lunga storia democratica e ancora forte era il ricordo della vergogna di Monaco. Nel Gennaio 1948 i comunisti, che anche qui controllavano il ministero degli interni, tentarono di licenziare tutti i funzionari di polizia non allineati, per tutta risposta i partiti borghesi uscirono dal governo nella speranza di farlo cadere per andare a nuove elezioni. In un clima di arresti di massa e di uno sciopero generale indetto dai consigli di fabbrica, mentre formazioni paramilitari filo-comuniste confluivano su Praga, il Presidente delle Repubblica Edvard Benes, temendo un intervento sovietico, scelse di piegarsi ed accettare la costituzione di un nuovo governo guidato da Klement Gottwald, capo del Partito comunista cecoslovacco. Il dramma del paese venne materialmente rappresentato dal suicidio del ministro degli esteri Jan Masaryk, figlio del fondatore dello stato cecoslovacco Tomas Masaryk, che si gettò da una finestra (anche se alcuni sospettarono che in realtà si trattò di omicidio). Alla nuove elezioni i comunisti imposero che su 300 membri dell’Assemblea, 237 fossero loro candidati; quando a giugno venne emanata la nuova costituzione che completava la trasformazione del paese, Benes si dimise per non doverla firmare. La proclamazione nell’Ottobre del 1949 della Repubblica Democratica Tedesca nel settore d’occupazione sovietico, quale risposta alla nascita della Germania Ovest e a fallimento del blocco di Berlino, chiuse il cerchio. Fu così che in appena un anno e mezzo l’intera Europa orientale finì sotto i ferreo controllo di proconsoli di Mosca fedelmente sottomessi alle direttive che giungevano dall’uomo del Cremlino.

Carta non particolarmente amata dai giocatori; io ne sfrutto l’evento perché narrativamente mi permette di completare la creazione del mio blocco orientale, ma in generale lo si ritiene un evento abbastanza inutile dato il ruolo secondario della Romania nel gioco, tranne se il giocatore USA la usa in combinazione con “Rosso indipendente” e “Dottrina Truman”. Ho sempre trovato strano che se si voleva mettere un evento per rappresentare la sovietizzazione dell’Europa orientale si sia scelto questo e non il colpo di stato di Praga. La carta viene rimossa dal gioco.

Carta fase due del giocatore USADecolonizzazione

La prima fase della decolonizzazione interessò l’area del Medio Oriente e dell’Asia ed è diretta conseguenza degli effetti che ebbe il secondo conflitto mondiale sulle potenze coloniali europee. In particolare in Asia le pesanti sconfitte patite dagli europei per mano dei giapponesi infransero il mito della superiorità occidentale, incoraggiando i locali gruppi dirigenti nazionalisti, in gran parte prodotto dei sistemi d’educazione all’occidentale importati dai colonizzatori, ad assumere un atteggiamento risoluto per impedire il ritorno dei dominatori europei e conseguire l’indipendenza. In Medio Oriente poi il colonialismo europeo era già arrivato fuori tempo massimo alla fine della Grande Guerra con l’ambigua formula dei mandati sui territori arabi dell’ex-Impero ottomano; i locali non avevano mai mandato giù l’imposizione di questo dominio, da loro vissuto come un tradimento delle promesse di autogoverno che gli erano state fatte durante il primo conflitto mondiale, e non vedevano l’ora che si creasse l’occasione per costringere gli anglo-francesi a fare le valige. Il contesto internazionale poi era particolarmente favorevole a queste istanze indipendentiste: la fine della seconda guerra mondiale lasciava gli stati europei provati economicamente e materialmente, per cui avrebbero avuto bisogno del sostegno degli Stati Uniti per conservare i loro imperi coloniali, ma Washington non aveva interesse a svolgere tale ruolo che avrebbe lasciato i sovietici liberi di ricoprire quello di paladini dell’autodeterminazione dei popoli. Nonostante questa atmosfera di sfaldamento imminente del dominio coloniale europeo, tolto il Regno Unito, la cui drammatica congiuntura economica post-guerra rendeva vitale tirarsi fuori da ogni situazione che potesse degenerare in un lungo e dispendioso conflitto, le altre potenze imperialiste del vecchio continente furono recalcitranti a rinunciare ai loro domini. Mentre infatti gli inglesi si affrettarono a sgombrare il loro mandato in Palestina, lasciando all’ONU la patata bollente delle gestione di un’area dove la tensione stava rapidamente montando (torneremo in seguito sulla nascita di Israele e sulle sue conseguenze con un’apposita carta), in Libano e Siria nel ’43 i rappresentati della Francia Libera fecero promessa di una futura indipendenza per garantirsi il supporto locale, ma quando a seguito di ciò si tennero elezioni che videro la vittoria dei nazionalisti moderati, i quali iniziarono a preparare questa indipendenza, i francesi cercarono di puntare i piedi. La mancanza di supporto tanto degli anglo-americani quando dei sovietici, che riconobbero tutti già nel ’44 i governi dei due territori, lasciò ai francesi solo da cercare di mercanteggiare una qualche forma di loro permanenza politico-militare nell’area, il tentativo però fallì e nel dicembre 1946 gli ultimi soldati stranieri lasciarono il Levante. In Asia il fatto epocale fu l’apparente disinvoltura con cui Londra rinunciò al gioiello dell’Impero: l’India. Accarezzata per un momento l’idea di creare una Federazione indiana quale dominion nel Commonwealth, le crescenti tensioni tra la Lega musulmana di Ali Jinnah, che chiedeva uno stato autonomo per i musulmani, e il Partito del Congresso, che propugnava invece la tesi dello stato unitario e temeva che nella separazione allo stato musulmano fossero assegnati Bengala e Punjab, portò gli inglesi ad accelerare i tempi del loro ritiro nel timore di una guerra civile. La nomina di Louis Mountbatten quale viceré rese quale strada maestra quella della partizione del subcontinente, accettata infine anche dal Partito del Congresso a fronte delle tensioni sempre più esplosive tra indù e musulmani. A mezzanotte del 14 Agosto 1947 nascevano l’India e il Pakistan, quali nuovi dominion nel Commonwealth, ma ciò non servì ad evitare le violenze e i contrasti tra i due nuovi stati i quali entrarono ben presto in conflitto per il controllo del Kashmir (torneremo nello specifico anche su questo in ragione di una carta ad hoc). Anche in Malesia gli inglesi, dopo aver in un primo momento tentato di riorganizzare il territorio come colonia dal nome di Unione malese, a fronte della forte ostilità manifestata dai locali a questo progetto preferirono evitare lo scontro e negoziare con i nazionalisti moderati per non rischiare di perdere quel territorio che proteggeva Singapore e le rotte verso il Mar cinese meridionale. Nacque così la Federazione della Malesia, un protettorato britannico con ampia autonomia interna degli Stati che la componevano, che sarebbe divenuta pienamente indipendente nel Commonwealth nel 1957. Infine in Birmania gli inglesi, resisi conto dell’impossibilità di restaurare il controllo coloniale data la forza che il movimento indipendentista aveva guadagnato durante l’occupazione giapponese, trovarono come loro interlocutore Aung San, leader della Lega della libertà popolare anti-fascista e popolare capo della resistenza contro i nipponici (seppur in un primo tempo li aveva appoggiati, distanziandosene quando ne intuì i disegni egemonici). Nonostante nel 1947 Aung San venne assassinato da alcuni rivali politici, a Gennaio dell’anno dopo la Birmania divenne indipendente decidendo anche di non entrare nel Commonwealth così da rompere ogni legame con gli odiati inglesi. Chi invece lottò con le unghie e con i denti per mantenere la propria posizione nel Sud-est asiatico furono francesi e olandesi. I giapponesi nelle ultime fasi della guerra mondiale decisero di lasciare un regalo di addio agli europei in Indocina e Indonesia, insediando come autorità sul territorio le forze nazionaliste indipendentiste le quali si affrettarono a proclamare l’indipendenza e a far intendere di non voler sentir parlare di reinsediamento delle potenze coloniali. Tanto Parigi quanto l’Aja non aveva però la ben che minima intenzione di rinunciare alle loro posizioni nell’area e dunque cercarono un trucco da illusionista per restaurare un dominio coloniale che non apparisse come tale. I francesi ci provarono con il progetto dell’Union Française, che avrebbe dovuto federare le varie entità dell’Indocina in una struttura istituzionale parzialmente autonoma, ma che incontrò la ferma e risoluta opposizione dei Viet Minh di Ho Chi Minh (anche sulla guerra d’Indocina torneremo in seguita in relazione a una specifica carta). Gli olandesi invece cercarono di organizzare la Federazione indonesiana, anch’essa con limitata autonomia dall’Aja, che mettesse all’angolo i repubblicani di Sukarno e Hatta limitando il loro controllo alle sole isole di Gava, Sumatra e Madura. A fronte dello stallo nei negoziati gli olandesi cercarono la soluzione militare al fine di mettersi in una posizione di forza ed organizzare la Federazione indonesiana così come la volevano: divisa in tanto piccole entità facilmente controllabili e nelle quali i repubblicani fossero minoranza. Nonostante i successi sul campo mancò però il supporto internazionale perché gli Stati Uniti temevano che questa linea oltranzista potesse spingere i repubblicani, fino a quel momento su posizioni moderate, ad appoggiarsi all’Unione Sovietica; così Washington minacciò l’Aja di interrompere gli aiuti del piano Marshall se non fosse tornata al tavolo delle trattative. Il 2 Novembre 1949 venne firmato il trattato di pace con il quale i Paesi Bassi riconoscevano gli Stati Uniti d’Indonesia, all’interno dei quali la Repubblica d’Indonesia aveva un ruolo preminente; ulteriori negoziati avrebbero dovuto stabilire i rapporti tra il nuovo stato e l’ex-madre patria, ma nel 1954 si decise per la completa separazione dopo che nel 1950 Sukarno aveva già dissolto gli stati creati dagli olandesi, riunendo l’intero territorio nell’unitaria Repubblica d’Indonesia.

La carta simula il collasso degli Imperi coloniali a vantaggio dell’Unione Sovietica quale potenza anti-colonialista e terzo mondista per eccellenza, anche se poi come abbiamo visto non fu sempre così automatico il legame tra indipendentisti e Mosca, permettendo all’URSS di piazzare un punto di influenza in quattro stati in Africa e nel Sud-Est Asia. Carta molto forte perché permette all’URSS di accedere ad aree altrimenti in questo momento da lei non raggiungibili; sebbene ci sono molti stati africani anche campo di battaglia che con un solo punto influenza possono essere controllati, decido, sia per coerenza storica con quanto appena detto sia perché nella fase di Inizio guerra c’è una carta punteggio Asia in giro, di spendere tutti i punti nel Sud-Est Asia: uno in Indonesia così da controllarla, uno in Laos/Cambogia così controllo anche questa e uno a testa in Thailandia (paese campo di battaglia) e Birmania (porta per l’India). Da par suo gli USA che l’hanno giocata spendono il valore di due punti operazione della carta per aggiungere entrambi come influenza in Egitto così da controllare questo paese campo di battaglia e rafforzare la loro posizione in Medio Oriente. La carta va tra gli scarti e potrà tornare in gioco in futuro e se avverrà la potremo usare per parlare della decolonizzazione dell’Africa.

Carta fase tre del giocatore URSSDottrina Truman

La natura del ruolo internazionale che Washington avrebbe ricoperto dopo la fine del conflitto mondiale era tutt’altro che scontato. Bisogna ricordare infatti che Roosevelt non sarebbe mai riuscito a portare il paese in guerra se il Giappone non avesse attaccato per primo e se Germania ed Italia non avessero immediatamente dopo optato per una dichiarazione di guerra per nulla obbligatoria in base al contenuto del patto tripartito. L’essere stati oggetto di un aggressione, per altro vissuta come un tradimento, aveva compattato gli Stati Uniti introno allo sforzo bellico, ma le correnti isolazioniste, in particolare nel Partito Repubblicano, erano ancora vive e pronte a dare battaglia perché, una volta sconfitta l’Asse, ci si ritirasse politicamente e militarmente dall’Europa, così com’era stato dopo la Grande Guerra, tornando a quella dottrina di “commercio con tutti, legami politici con nessuno” espresso da George Washington nel suo ultimo discorso da Presidente. Su posizione opposta erano i Democratici roosveltiani che invece premevano perché gli Stati Uniti continuassero sulla linea della cooperazione con gli alleati del tempo di guerra, Unione Sovietica inclusa, nella nuova cornice delle Nazioni Unite. Vi era però anche una terza corrente di pensiero, che stava prendendo forza nell’amministrazione Truman, che riteneva che l’America dovesse si rifuggire l’isolazionismo, ma allo scopo di contrastare, o meglio contenere come sarebbe in seguito stata definita questa dottrina, le ambizione espansioniste dei sovietici. I sempre maggiori contrasti con Mosca in merito al contenuto dei trattati di pace con le potenze dell’Asse, Germania in primis, stava infatti convincendo il Presidente e i suoi collaboratori che Stalin non si sarebbe lasciato scappare nessuna occasione per espandere la sfera d’influenza dell’Unione Sovietica oltre quella cortina di ferra concordata nelle ultime fasi del conflitto mondiale. La nomina nel Gennaio 1947 di George Marshall, capo di Stato maggiore durante tutta la guerra, a Segretario di Stato segnò un netto cambio di passo verso la volontà di Truman per una linea più decisionista nei rapporti con i sovietici. L’occasione per dare precisa enunciazione a tale nuova linea politica ed ottenere il supporto del Congresso alla stessa si presentò poco dopo, a Febbraio infatti gli inglesi comunicarono a Washington che, a causa delle difficoltà economica che stava attraversando il Regno Unito, Londra non avrebbe più potuto supportare il governo greco nel suo contrasto all’insurrezione comunista che aveva portato il paese alla guerra civile; già da un anno inoltre i sovietici avevano iniziato a fare pressioni sui turchi al fine di ottenere una revisione a loro favore della convenzione di Montreux che regolava il passaggio di navi militari attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Durante l’ottocento e la prima metà del novecento l’Inghilterra aveva svolto il ruolo di poliziotto dell’area del Mediterraneo orientale, ma adesso a causa della crisi finanziaria interna e dei primi sintomi del collasso del suo impero coloniale Londra si vedeva costretta ad abdicare a questo compito; si veniva così a creare il rischio che i sovietici potessero guadagnare posizioni strategiche verso sud con la possibilità di proiettarsi anche verso il Medio Oriente e il Nord Africa. Al fine sia di contrastare questo rischio specifico, sia di mandare un preciso messaggio tanto agli alleati europei quanto all’Unione Sovietica sulle intenzione degli Stati Uniti, il 12 Marzo Truman tenne un discorso al Congresso con il quale chiedeva l’autorizzazione a una spesa di 400 milioni dollari a fondo perduto per sostenere la Grecia e la Turchia in quanto “l’integrità territoriale e la sopravvivenza di queste nazioni sono importanti per la sicurezza degli Stati Uniti e di tutti i popoli amanti della pace”. Quella che sarebbe passata alla storia come dottrina Truman era una dichiarazione di principio con la quale gli Stati Uniti annunciavano di sostituirsi al Regno Unito come custodi della stabilità dell’area del Mediterraneo Orientale, e più in generale si dichiaravano pronti a sostenere, sia economicamente che militarmente, tutti i regimi democratici che fossero stati oggetto di aggressione diretta o indiretta sotto qualsiasi forma da parte dell’Unione Sovietica. Nei fatti se tale dichiarazione appariva coerente con riferimento al contesto dell’Europa occidentale, ed avrebbe avuto come abbiamo già visto quale prima conseguenza la messa in studio del piano Marshall, era palese che nel Medio Oriente il concetto di difesa della democrazia finiva per intrecciarsi in modo ambiguo con il controllo delle risorse petrolifere. L’effetto immediata dell’enunciazione della dottrina Truman fu di convincere Stalin della necessità di rispettare i confini delle sfere di influenza concordate a Yalta e ciò indirettamente contribuì, come vedremo a breve, a determinare la rottura tra il leader sovietico e Tito.

La carta consente al giocatore americano di rimuovere completamente l’influenza sovietica da un qualsiasi stato d’Europa non sotto controllo di nessuno proprio al fine di rappresentare il sostegno americano a quelle forze all’interno di quegli stati che magari si oppongono all’avanzata dei gruppi filo-sovietici. Nel nostro caso la carta è usata dal giocatore sovietico per cui l’evento si attiva automaticamente, ma non è che sia di grande utilità per il giocatore americano in quanto gli unici due paesi che incontrano le condizioni suddette sono la Finlandia e la Jugoslavia, entrambi con un uno di influenza dell’avversario, cioé due paesi non campo di battaglia e in cui dunque la perdita di quel punto di influenza non rappresenta un colpo alla strategia della controparte. Dovendo scegliere però togliamo il punto dalla Jugoslavia perché qui per raggiungere in controllo servono un +2 di influenza, mentre nel caso della Finlandia servirebbe un grande investimento di +3 abbastanza ingiustificato. Il giocatore sovietico da par suo usa il valore di uno della carta per aggiungere un punto di influenza in Thailandia così da controllare questo paese campo di battaglia. La carta viene rimossa dal gioco.

Bibliografia:

  • Ennio di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali
  • Robert Service, Compagni – Storia globale del comunismo nel XX secolo
  • Pierre Grosser, Dall’Asia al mondo – Un’altra visione del XX secolo
  • Carlo Pinzani, Il bambino e l’acqua sporca – La guerra fredda rivisitata
  • Winston Churchill, La seconda guerra mondiale – Vol. 12: Trionfo e tragedia

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