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Quando Roma e Cartagine erano alleate.

Nell’immaginario collettivo Roma e Cartagine rappresentano l’esemplificazione dei due nemici per eccellenza, di quei rivali stretti in uno scontro mortale che può concludersi solo nell’annientamento totale di uno dei due. Gli stessi autori classici diedero allo scontro tra queste due antiche super-potenze una dimensione superiore riconducendola a un destino ineluttabile precedente alla nascita della stessa Roma; Virgilio infatti narra di come Didone, sedotta ed abbandonata, nel suicidarsi abbia maledetto Enea preannunciando l’eterno odio tra la sua Cartagine e i discendenti dell’esule troiano. Eppure, al di là dei meravigliosi versi dell’Eneide, Roma e Cartagine per quasi due secoli e mezzo intrattennero ottime relazioni diplomatiche e, addirittura, vi fu un momento in cui si trovarono alleate per combattere un nemico comune.

La storia delle relazioni romano-cartaginesi antecedenti alla prima guerra punica è dunque un eccezionale strumento per ricostruire l’evoluzione degli equilibri geopolitici dell’area della penisola italica e del mar Tirreno nel periodo che va dalla cacciata di Tarquinio il Superbo all’intervento di Roma in Sicilia; scenario questo all’interno del quale non si mossero solo la res publica e Cartagine, ma anche gli etruschi, i coloni grechi, i vari popoli italici e, in ultimo, l’ambizioso re dell’Epiro Pirro. La principale fonte storiografica in  merito a queste relazioni è Polibio il quale, nelle sue Storie, ci ha tramandato i testi dei quattro trattati stipulati tra Roma e Cartagine e conservati nel tempio di Giove Capitolino. Il primo trattato, che Polibio sostiene fosse scritto in un latino così arcaico che pochi suoi contemporanei erano in grado di comprenderlo, risalirebbe alla fine del VI secolo negli anni immediatamente successivi alla cacciata dell’ultimo re (509-508 a.c.). Non tutti gli storici moderni sono concordi sulla effettività di questo primo, antichissimo, accordo, mentre tra gli storici antichi se Diodoro Siculo non ne fa menzione, Tito Livio si limita a riportare che, prima del trattato romano-cartaginese del 306 a.c., vi erano stati altri due trattati senza però dare loro una specifica collocazione temporale. Questo primo trattato prevedeva per il romani il divieto di navigare oltre Capo Bello (forse l’attuale Capo Farina in Tunisia), di commerciare in Sardegna e in Africa solo attraverso un intermediario cartaginese mentre in Sicilia avevano gli stessi diritti dei punici. Cartagine dal canto suo si disinteressava del Lazio accettando di non costruirvi fortezze e, nel caso vi occupasse una città, di consegnarla a Roma. La già citata collocazione temporale di questo trattato nelle fasi immediatamente successive alla nascita della repubblica genera due domande: perchè Cartagine volle negoziare subito queste condizioni col nuovo regime e se ci furono contatti precedenti tra cartaginesi e la Roma monarchica. La risposta alla seconda domanda potrebbe contenere il punto di partenza per la risposta alla prima. Da oltre un secolo Cartagine aveva rapporti con i popoli della penisola italiana, in particolare con gli etruschi coi quali condivideva la preoccupazione per l’afflusso verso Ovest dei coloni greci. Tra il 541 e il 535 a.c. cartaginesi ed etruschi avevano sconfitto i greci nella battaglia navale di Alalia a seguito della quale vi era stata una qualche forma di spartizione del Mar Tirreno: la Corsica e la fascia costiera dalla Liguria alla Campania agli Etruschi, Sardegna e Sicilia con tutto il braccio di mare che da queste isole va all’Africa a Cartagine. Ora bisogna ricordare che la dinastia dei Tarquinii era di origine etrusca ed è dunque probabile che anche Roma fosse stata inserita in qualche modo in questa spartizione di zone d’influenza. Così, al momento della cacciata di Tarquinio il Superbo, probabilmente Cartagine volle subito entrare in buoni rapporti con la res publica per sincerarsi che questa non rigettasse lo status quo tirrenico, e in effeti così fu. I punici infatti ottennero il rispetto della loro area d’interesse offrendo in cambio la mera rinuncia ad azioni nel Lazio, territorio che comunque non era di loro interesse visti gli sforzi che stavano compiendo in Sicilia contro i greci. Anzi promettendo di non costruire fortezze e di consegnare a Roma qualsiasi città del Lazio che avesse occupato, sottilmente Cartagine incoraggiava l’espansione romana verso il meridione e quindi verso le colonie greche della Campania. Da par suo Roma con questo trattato evitava sia che Cartagine potesse fornire supporto militare a quelle città etrusche pronte ad aiutare Tarquinio il Superbo in un tentativo di restaurazione monarchica, sia si rendeva indipendente per gli approvvigionamenti dai mercanti greci ed etruschi ricevendo la possibilità di commerciare liberamente in Sicilia e sotto supervisione cartaginese in Sardegna e Africa.

Questo il testo del trattato riportato da Polibio nel Libro III delle Storie: “A queste condizioni ci sia amicizia fra i Romani e gli alleati dei Romani e i Cartaginesi e gli alleati dei Cartaginesi: né i Romani né gli alleati dei Romani navighino al di là del promontorio Bello, a meno che non vi siano costretti da una tempesta o da nemici. Qualora uno vi sia trasportato a forza, non gli sia permesso di comprare né prendere nulla tranne quanto gli occorre per riparare l’imbarcazione o per compiere sacrifici, e si allontani entro cinque giorni. A quelli che giungono per commercio non sia possibile portare a termine nessuna transazione se non in presenza di un araldo o di un cancelliere. Quanto sia venduto alla presenza di costoro, se venduto in Libia o in Sardegna sia dovuto al venditore sotto la garanzia dello stato. Qualora un Romano giunga in Sicilia, nella parte controllata dai Cartaginesi, siano uguali tutti i diritti dei Romani. I Cartaginesi non commettano torti ai danni degli abitanti di Ardea, Anzio, Laurento, Circei, Terracina, né di alcun altro dei Latini, quanti sono soggetti; nel caso che quelli non soggetti si tengano lontani dalle loro città: ciò che prendano, restituiscano ai Romani intatto. Non costruiscano fortezze nel Lazio. Qualora penetrino da nemici nella regione, non passino la notte nella regione.”.

Passò più di un secolo prima che Cartagine proponesse a Roma un nuovo trattato per regolare i loro rapporti. Questo secondo accordo, risalente al 348 a.c., riproponeva molti dei termini del precedente accordo, ma si rivelava molto più limitativo in merito alle possibilità commerciali di Roma. I romani infatti accettavano di restare fuori dalla Sardegna, dalla Libia e dalla costa spagnola sotto controllo cartaginese (approssimativamente da Gibilterra fino alla futura Cartagena) mentre potevano liberamente commerciare in Sicilia e a Cartagine. I punici, dal canto loro, accettavano ancora una volta di restare fuori dal Lazio, di non attaccare le città alleate di Roma potendo invece saccheggiare quelle indipendenti, avendo però l’obbligo di consegnarle ai romani. Roma, impegnata in una dura lotta contro gli etruschi e gli altri popoli italici del Lazio, probabilmente accettò di sottostare ai termini peggiorativi in senso commerciale non solo per mantenere l’amicizia della più potente Cartagine, ma anche perchè la clausola di garanzia delle citta sociae sconsigliava a queste di sottrarsi al protettorato romano. Alcuni storici non escludono infatti che Roma valutasse la possibilità di usare, all’occorrenza, i cartaginesi come conquistatori per suo conto, offrendogli in contropartita il bottino del saccheggio. L’interesse di Cartagine in questo secondo trattato va invece probabilmente ricercato nel raggiungimento di due obiettivi strategici: in primo luogo rendere vieppiù il Mediterraneo Occidentale un mare esclusivamente cartaginese; secondariamente, di fronte all’ascesa di Roma e all’inizio del declino degli etruschi, storici compagni di lotta contro i greci, avere un alleato di riserva di fronte all’ambizione del tiranno di Siracusa Dioniso il Grande.

Il testo di questo secondo accordo stando a Polibio era il seguente: ” A queste condizioni ci sia amicizia tra i Romani e gli alleati dei Romani e i popoli dei Cartaginesi, dei Tirii e degli Uticensi e i loro alleati. I Romani non facciano bottino, né commercino, né fondino città al di là del promontorio Bello, di Mastia, di Tarseo. Qualora i Cartaginesi prendano nel Lazio una città non soggetta ai Romani tengano i beni e le persone e consegnino la città. Qualora i Cartaginesi catturino qualcuno di quelli con cui i Romani hanno accordi di pace scritti, ma che non sono a loro sottomessi, non lo sbarchino nei porti dei Romani; qualora poi un Romano metta mano su chi è stato sbarcato, sia lasciato libero. I Romani, allo stesso modo, non facciano ciò. Se un Romano prende acqua o provviste non commetta torti ai danni di nessuno di quelli con cui i Cartaginesi sono in pace e amicizia. Un Cartaginese, allo stesso modo, non faccia ciò. Altrimenti non si vendichi privatamente: se qualcuno lo fa che l’offesa sia pubblica. In Sardegna e in Libia nessun romano commerci o fondi città (…) se non finché abbia preso provviste o riparato l’imbarcazione. Qualora una tempesta ve lo trasporti si allontani entro cinque giorni. Nella parte controllata dai Cartaginesi e a Cartagine faccia e venda tutto quanto è permesso anche a un cittadino. Un Cartaginese faccia lo stesso a Roma.”

Appena quarantadue anni dopo questo secondo accordo, nel 306 a.c., le due città ne siglarono un terzo, l’unico di cui non conosciamo il testo in quanto non riportato da Polibio. Nonostante ciò, partendo da altre fonti classiche, gli storici sono generalmente concordi che questo terzo accordo prevedesse la delimitazione di reciproche sfere d’influenza esclusive, l’Italia per Roma e la Sicilia per Cartagine, nelle quali la controparte non poteva interferire. Questo nuovo trattato mostra chiaramente come, in appena quarant’anni, i rapporti di forza si fossero evoluti nel senso di un riequilibrio a favore di Roma. Questa infatti, dopo aver definitivamente debellato i popoli laziali e aver estero il suo controllo sulla costa settentrionale della Campania, poteva adesso costringere Cartagine a riconoscere il suo predominio non più sul solo Lazio, ma su tutta la penisola. Dal canto suo Cartagine si trovava invece in difficoltà in quanto impegnata in una dura lotta contro il re siracusano Agatocle, il quale appena quattro anni prima aveva portato la guerra in Africa. Poichè però anche Roma si trovava nel pieno delle guerre sannitiche, ultima tappa verso il dominio assoluto dell’Italia, l’interpretazione più corretta da dare a questo terzo trattato è che, tanto i romani che i cartaginesi, volevano evitare che i loro nemici trovassero nell’altra città un possibile alleato. In tal senso Roma prometteva di non aiutare Agatocle, mentre Cartagine di non aiutare sanniti ed etruschi. Alcuni storici poi suppongo che, tra il secondo e il terzo trattato, vi possano essere stati ulteriori importanti contatti tra romani e cartaginesi in vista di una reciproca assistenza per fronteggiare un’eventuale campagna occidentale d’Alessandro Magno. Certamente entrambe le città guardarono con crescente sospetto i trionfi del re macedone e dovettero chiedersi se, conclusa la sua avanzata in Asia, Alessandro non potesse rivolgere le sue attenzioni verso l’Italia, la Sicilia e il Mediterraneo occidentale. La possibilità di contatti di questo genere è resa ancora più probabile se si osserva ciò che avvenne quando in Italia sbarcò un emulo, nonchè lontano parente, del grande sovrano macedone: Pirro re dell’Epiro.

Chiamato nella penisola dai tarantini, il re epirota aveva sin dall’inizio della sua spedizione l’ambizioso progetto di farsi leader dei greci d’occidente sia contro Roma che contro Cartagine (Pirro infatti era sposato con la figlia del re siracusano Agatocle). Appare dunque evidente che i cartaginesi avessero tutto l’interesse a supportare lo sforzo bellico della res publica al fine di evitare un passaggio di Pirro in Sicilia. Risulta certo che tra la battaglia di Eraclea e quella di Ascoli, probabilmente in contemporanea col primo tentativo di trattative di pace tra Pirro e i romani, una grande flotta cartaginese comandata dall’ammiraglio Magone giunse ad Ostia per portare rifornimenti e finanziamenti a Roma. Certamente questo attivo supporto da parte cartaginese fu molto utile alla fazione degli intransigenti, guidata da Appio Claudio Cieco, per convincere il senato a rigettare gli abboccamenti dell’epirota. Incapace di vincere la resistenza romana e in difficoltà per le perdite subite, nel 278 a.c. Pirro sbarcò in Sicilia, al fine di cacciare di cartaginesi, dopo aver concluso una qualche tregua con i romani. Fu a questo punto che Cartagine decise di rompere gli indugi e stipulare un preciso accordo militare anti-Pirro con Roma. Il trattato, oltre a ribadire le reciproche zone d’influenza esclusiva, stabiliva che se una delle parti avesse concluso un’alleanza contro Pirro avrebbe dovuto obbligatoriamente inserire una clausola che prevedesse l’aiuto reciproco in caso di attacco del proprio territorio da parte dell’epirota. Roma avrebbe messo a disposizione dell’alleanza le sue legioni, mentre Cartagine la sua flotta da usare sia per spostare gli eserciti nelle zone d’operazione sia per condurre una guerra sul mare. I punici dovevano essere realmente preoccupati se accettavano la possibilità che soldati romani mettessero piede in Sicilia, territorio da loro gelosamente custodito, per combattere Pirro. Concretamente non si hanno notizie di azioni belliche comuni romani-cartaginesi, ma certamente questo nuovo trattato e il costante afflusso di rifornimenti da Cartagine spinse i romani a stracciare la tregua e riprendere le ostilità contro Taranto recuperando tutti i territori perduti. Con la sconfitta di Maleventum del 275 a.c. Pirro fu costretto a rientrare in patria, ma nell’ora del trionfo, come poi sarebbe successo anche alla fine della seconda guerra mondiale, qualcosa si ruppe nel rapporto tra i due alleati. Si trattava infatti di due città storicamente giovani, ambiziose ed espansioniste le cui rispettive zone d’interesse strategico avevano iniziato pericolosamente a sovrapporsi. Fino a quel momento Cartagine, grazie alla sua maggiore potenza economico-navale, aveva potuto strappare a Roma condizioni più vantaggiose negli accordi bilaterali; adesso però che la res publica era divenuta padrona dell’intera penisola italiana non solo si era raggiunto il pareggio di potenza, ma Roma sentiva anche il richiamo di quel Mediterraneo Occidentale che Cartagine aveva fatto in modo di trasformare in un suo lago. Le prime avvisaglie di questa rottura le si ebbero al momento della caduta di Taranto, che il comandante epirota lasciato da Pirro aveva accettato di cedere senza spargimenti di sangue; infatti, all’incirca nello stesso momento in cui i romani entravano in città, una flotta cartaginese comparve nel golfo. Ufficialmente essa era giunta per dare aiuto agli alleati, ma è più probabile che fosse stata inviata a tentare un colpo di mano per impadronirsi della città ed evitare l’ulteriore rafforzamento della potenza romana. Forse se la res publica avesse diretto le sue ambizioni verso la pianura padana, le due città avrebbero potuto convivere in rapporti almeno di buon vicinato ancora per un secolo. Il richiamo delle ricchezze siciliane era però troppo suadente per il senato, mentre Cartagine non poteva accettare nessuna ingerenza romana su di un’isola nella quale aveva riversato tante attenzioni e risorse negli ultimi tre secoli. Dunque non la maledizione di Didone, ma la geopolitica resero impossibile la continuazione di un rapporto cordiale tra Roma e Cartagine.

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