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Alle porte dell’Europa: Poitiers 732 d.C.

L’uomo che salvò l’Europa dall’assalto dell’islam, questo è l’appellativo che più comunemente si dà a Carlo Martello colui che sconfisse gli arabi nella battaglia di Poitiers. Da secoli l’idea che a Poitiers si decise il destino dell’Europa è una specie di architrave della storia, ma da un paio di anni tale lettura è stata se non negata certamente messa in dubbio da alcuni storici che, domandosi cosa fu davvero la battaglia di Poitiers, respingono l’idea che nel 732 d.c. vi fosse stato un tentativo d’invasione dell’Europa bensì una “semplice” incursione oltre i Pirenei. Attenzione però il fatto che il contesto nel quale si verificò la battaglia possa essere stato meno da giorno del giudizio di quanto si è a lungo creduto non comporta automaticamente anche che l’importanza di questo evento sia da ridimensionare.

Il VII secolo d.c. è dominato dall’imperiosa espansione dell’islam nel Mediterraneo, sotto i colpi degli eredi di Maometto cadono sia le terre che Giustiniano avevano riconquistato sia il Regno di Visigoti in Spagna; il Califfato Omayyade si estende dall’Indo, all’Anatolia fino ai Pirenei, ma questa vigorosa espansione sta iniziando ad entrare nella sua fase calante sia per ragioni interne che esterne. Intanto entriamo nell’ordine di idee che il fronte mussulmano era molto meno compatto al suo interno di quanto non si possa credere: al nucleo originale delle tribù arabe, già divise al loro interno tra arabi del sud (Kalb) e arabi del Nord (Qays), si erano aggiunte le tribù siriane che avevano rapidamente acquisito un’importanza militare fondamentale; ad ovest poi, a seguito dell’avanzata lungo la costa africana, si era aggiunto un terzo elemento rappresentato dai berberi che, anche dopo essersi convertiti all’islam, continuarono ad avere un trattamento da sottoposti rispetto agli arabi il che creò non poche tensioni in Spagna, dove il loro ruolo era stato centrale per la conquistata. A questi iniziali scricchiolii interni, che in meno di un secolo avrebbero portato alla fine dell’unità politica del mondo mussulmano, si unirono le prime difficoltà militari perché, sebbene la macchina bellica restasse formidabile grazie alle ingenti risorse economiche di cui disponeva il Califfato,  in Medio Oriente i khanati turchi della steppa kazara iniziarono a premere contro le giovani frontiere degli Omayyadi mentre il fallito assalto a Costantinopoli nel 717 non solo sigillò la rotta d’invasione balcanica, ma segnò anche l’inizio del contrattacco bizantino. In questo contesto la Spagna fu l’ultima grande vittoria musulmana e, sebbene la nobiltà visigota riuscì a mantenere una striscia di terra nelle Asturie e le tribù basche sui Pireni (le stesse avrebbero massacrato Orlando a Roncisvalle nel 778 d.c.) fossero una costante minaccia, l’idea di continuare l’attacco puntando l’odierna Francia meridionale non fu mai in dubbio e infatti, già nel 719 d.c., Narbona con tutta la Settimania caddero in mano araba. Gli obiettivi successivi sarebbero stati naturalmente la Provenza e l’Aquitania e giungiamo quindi a provare a rispondere alla domanda iniziale di che cosa fu la campagna militare conclusasi con Poitiers: incursione o invasione? E’ probabile che fu metà dell’una e metà dell’altra perché la strategia di conquista araba prevedeva, prima di lanciare l’invasione vera e propria, di fiaccare la resistenza nemica con una serie di incursioni. Tra il 714 e il 731 almeno ventiquattro volte gli arabi condussero penetrazioni nel regno franco giungendo anche ben più a Nord di Poitiers come Chalons, Sens e forse anche i Vosgi; è però interessante notare come tutte queste incursioni abbiano usato l’accesso orientale dei Pirenei mentre quella che si concluse a Poitiers fu la prima a attraversare i Pirenei occidentale cioè nel pieno del territorio dei bellicosi regni baschi. Comunque ulteriore prova che quella non fosse l’invasione vera e propria è che non si ha notizie del trasporto di armi d’assedio il che fa supporre che l’azione fosse pensata per essere rapida, senza dunque i lunghi tempi morti di un assedio, perché pare irrealistico credere che si potesse pensare di invadere il sud della Francia contando di prendere fortezze e città ben difese solo mezzo il tradimento o l’assalto. E interessante osservare che, forse, un vero e proprio tentativo di invasione vi fu prima di Poitiers e cioè nel 721 d.c. quando gli arabi attaccarono Tolosa, stavolta portando con se molte armi d’assedio, con un forte esercito in cui erano presenti anche le famiglie dei soldati il che fa pensare a un progetto di colonizzazione della terra conquistata. L’attacco fu un fallimento perché l’esercito fu annientato dal principe Oddone d’Aquitania e gli storici arabi, mentre non prestarono mai particolare attenzione a Poitiers, considerarono molto pesante la sconfitta subita sotto le mura di Tolosa.

Se dunque, come abbiamo visto, molte cose riguardanti il fronte islamico sono state riviste nel corso degli anni lo stesso si deve fare in merito alle forze franche. Qui la vulgata è che il Re dei Franchi si scontrò con gli arabi per difendere il suo regno e la chiesa di Cristo (una specie di crociata difensiva ante litteram), ma in realtà dobbiamo rivedere sia il titolo di Carlo Martello sia le sue motivazioni. In primo luogo Carlo Martello non era il re dei Franchi perché all’epoca la corona era ancora appannaggio della dinastia dei Merovingi avviata ormai però verso l’estinzione; Carlo, rappresentante della dinastia dei Pipinidi e capostipite di quella dei Carolingi, era il loro maggiordomo di palazzo, sorta di connubio tra un primo ministro e un leader militare, sebbene a esercitare il vero ed esclusivo potere nel Regno fosse lui. Da che aveva assunto il titolo Carlo aveva condotto una campagna militare dopo l’altra al fine di restaurare i confini del Regno franco, in crisi a causa della debolezza degli ultimi re merovingi (i famosi re fannulloni), e nel 732 d.c. puntava lo sguardo a sud dove la sua attenzione era catturata non tanto dagli arabi, ma dal già citato principe Oddone che aveva dichiarato l’indipendenza del Ducato d’Aquitania. Oddone però non solo aveva staccato l’Aquitania dal regno franco, appoggiandosi all’elemento gallo-romano ancora molto forte nel sud della Francia, ma sfidava anche Carlo Martello per il ruolo di più importante signore di Francia estendendo i suoi possedimenti sino alla Loira e acquisendo grande prestigio per aver sbaragliato gli arabi a Tolosa. Carlo aveva dunque due obiettivi: impedire l’attacco arabo all’importante chiesa di San Martino a Tours e rimettere al suo posto un pericoloso rivale magari recuperando anche l’Aquitania al Regno Merovingio; in effetti intervenendo per fermare un’incursione araba nel regno di Oddone Carlo Martello riaffermava il possesso franco su quelle terre e David Nicolle, autore del volume su Poitiers per la Osprey, afferma che solo gli uomini di chiesa videro in tutto ciò in primo luogo uno scontro tra cristianesimo e islam. Queste rivalità interne al fronte cristiano potrebbe aver condizionato la condotta anche degli arabi; precedentemente abbiamo infatti notato come nel 732 d.c., per la prima volta, questi varcarono i Pirenei per i più impervi passi occidentali attraverso le terre dei baschi, alleati di Oddone, e il motivo di una scelta così rischiosa può derivare dalla consapevolezza della pressione che Carlo Martello stava mettendo al sovrano d’Aquitania e quindi della maggior debolezza di questi rispetto a dieci anni prima. Resta un fatto che Carlo Martello si mosse solo quando Oddone, reduce da due disastrose sconfitte ad opera degli arabi, andò personalmente a domandare il suo aiuto; non sappiamo i termini dell’accordo raggiunto tra i due rivali però, in ragione del fatto che dopo la battaglia l’Aquitania divenne vassalla del Regno dei Franchi, possiamo supporre che prevedesse la fine delle ambizioni indipendentiste di Oddone. Carlo avrebbe ben potuto decidere di lasciare che gli arabi regolasse Oddone mentre lui si poneva sulla difensiva in Neustria, ma lo spontaneo presentarsi del suo avversario interno che mendicava aiuto rappresentava un successo personale troppo grande per non coglierlo. Comunque, anche dopo aver accettato d’aiutare il principe d’Aquitania, la strategia di Carlo non fu improntata all’offensiva  e infatti non irruppe lancia in resta in Aquitania per cercare lo scontrò, ma avanzò con prudenza apparentemente più preoccupato a garantire la sicurezza del regno merovingio che a liberare le terre di Oddone. Da par loro anche l’atteggiamento degli arabi non pare proprio quello di un esercito di conquista perché, dopo aver sconfitto Oddone, si dedicarono principalmente al saccheggio e non provarono minimamente a prendere Poitiers, difesa da solide mura, preferendo aggirarla per puntare su Tours e sul ricco tesoro della chiesa di San Martino.

Non vi sono certezze in merito allo svolgimento della battaglia ed io, tra le varie ricostruzioni avanzate, scelgo quella sostenuta da Nicolle basata sull’unione delle fonti arabe con l’analisi del terreno. Ciò che è certo è che lo scontro si svolse tra il 18 e il 26 Ottobre lungo un’antica strada romana tra Poitiers e Tours e fu ben lontana dall’avere i caratteri dell’epicità o della drammaticità di un combattimento nel quale tutto era in gioco come Maratona o Stalingrado. Carlo, ancora una volta, preferì attestarsi sulla difensiva attendendo che fosse il nemico a fare la prima e gli arabi decisero di attaccare solo dopo uno stallo di almeno un paio di giorni durante i quali si verificarono una serie di scaramucce minori. Non vi furono particolari astuzie o sottigliezze tattiche eccezion fatta per l’acutezza di Carlo di tenere la posizione senza cadere nella tattica mordi e fuggi del nemico; così ben presto lo scontro divenne un grosso, ma equilibrato, combattimento al centro del campo di battaglia. Due fatti, tra loro consecutivi, decisero la giornata: in primis la cavalleria aquitana, probabilmente sotto il comando dello stesso Oddone, sfruttando la sua conoscenza del territorio attaccò il campo nemico spingendo gli arabi a indietreggiare su di esso per difendere il bottino; Carlo li seguì più che inseguì e si accese una nuova mischia durante la quale si verificò il secondo decisivo evento: il comandante musulmano Abd al-Rahman al-Ghafiqi fu ferito a morte. Gli arabi riuscirono infine a respingere l’attacco, ma la perdita del loro capo portò al crollo del morale e alla decisione di ritirarsi lasciando il bottino del saccheggio in mano al nemico. Questa fu la battaglia di Poitiers e gli eventi successivi sembrano corroborare la mia precedente affermazione che si sia trattato di un evento bellico in sé piuttosto “normale”. Carlo infatti, desideroso di tornare rapidamente a nord per problemi interni e con un esercito che, dopo esserci arricchito con i tesori lasciate dal nemico, aveva ben poca voglia di continuare a combattere, si limitò ad ordinare ad Oddone di inseguire da solo il nemico non prendendo mai neanche in considerazione l’ipotesi di una controffensiva per riprendere Narbona o, addirittura, la Spagna. D’altro canto la ritirata degli arabi non fu affatto una rotta disperata, bensì un ripiegamento ordinato, durante il quale si ebbe anche tempo per qualche nuovo saccheggio, che si concluse raggiungendo senza troppi problemi la Settimania; destino diverso colpì invece chi provò a riattraversare i Pirenei perché furono duramente attaccati dalle tribù basche. Anche il numero dei morti tende a smentire l’ipotesi di una grande battaglia perché, se per secoli si è ritenuto che l’esercito arabo fosse stato annientato, oggi gli storici sono propensi a credere che le perdite, da ambo le parti, siano state abbastanza contenute e che gli autori arabi, nel parlare della morte di molti martiri, non si riferirono a Poitiers bensì alla precedente battaglia di Tolosa. La prova finale però che Poitiers non fu visto dagli arabi come una sconfitta decisiva o irrimediabile sta nel fatto che, già un anno dopo, fu condotta una spedizione punitiva sui due lati dei Pirenei contro baschi e guasconi e, sebbene nessuna nuovo attacco fosse portato all’Aquitania, nuove incursioni furono compiute negli anni successivi  giungendo anche ad occupare parte della Provenza fino al 739 d.c. quando, sempre Carlo Martello, ottenne una vittoria stavolta decisiva ad Arles.

Tornando allora alla domanda iniziale se Poitiers davvero salvò l’Europa la risposta che, secondo me, si deve dare è no se presa singolarmente e sì se invece inserita all’interno di un contesto più ampio. Da sola questa battaglia non salvò l’Europa perché nell’Ottobre del 732 d.c. l’Europa non fu in pericolo (stando ad Henri Pirenne un’eventuale vittoria araba avrebbe portato solo a un saccheggio più grande); ma è probabile che la sconfitta costrinse gli arabi a rivedere i loro piani nel breve periodo portandoli a rinviare l’invasione. Constatare che oltre i Pirenei c’era un nemico militarmente forte li avrà spinti ritenere che i tempi non fossero ancora maturi e quindi Poitiers fece guadagnare tempo all’Europa; tempo che fu decisivo perché nel 750 d.c. il califfato Omayyade fu abbattuto dagli Abbasidi e l’Al-Andalus, dopo una serie di conflitti interni tra arabi e berberi, si costituì in emirato indipendente privo di velleità di conquista. Di fatto la fine dell’unità interna musulmana concluse la prima fase dell’espansione araba in Europa e solo un secolo dopo essa riprenderà con la conquista della Sicilia e di Creta non più però nell’ottica di un’unica grande avanzata dell’islam. In questa prospettiva non si può allora che concordare con il già da me spesso citato Ostrogorsky il quale affermò che, delle tre battaglie che i cristiani combatterono contro gli arabi agli inizi dell’VIII secolo, quella che merita di titolo di aver salvato l’Europa fu l’assedio di Costantinopoli del 717. La capitale bizantina era infatti l’ultimo argine alla marea e, se fosse caduta, si sarebbe spalancata la via balcanica in quel momento praticamente indifesa perché una cosa era affrontare il potente Regno dei Franchi altro sottomettere le disunite tribù slave per poi superare il Danubio in direzione dell’Italia e della Germania.

Chi uscì vincitore da Poitiers fu Carlo Martello il quale, in un solo colpo, ricondusse all’obbedienza l’Aquitania e ottenne un immenso prestigio personale; la propaganda carolingia infatti batté molto su Poitiers per giustificare le pretese della dinastia di porsi a guida dell’Europa cristiana e, dopotutto, ancora oggi ne vediamo gli effetti considerando che, per i più, Carlo Martello resta ancora l’uomo che fermò gli arabi. Poitiers allora non salvò l’Europa, ma ne determinò certamente la storia perché è probabile che, senza di essa, non vi sarebbe mai stato un Sacro Romano Impero e il Medioevo che conosciamo. Questa è la tesi sostenuta dal già citato Henri Pirenne, uno dei più importanti medievalisti del novecento, e, personalmente, la ritengo condivisibile alla luce del fatto che,  grazie alla vittoria, Carlo Martello poté consolidare  il primato suo e della sua dinastia nel Regno dei Franchi, appena vent’anni dopo suo figlio Pipino il Breve avrebbe scalzato dal trono l’ultimo dei Merovingi, oltre che iniziare a guardare all’Italia presentandosi al Papa come un protettore molto più affidabile rispetto ai bizantini contro i Longobardi.

2 Responses
  • Rino De Rienzo
    10 Ottobre 2019

    Leggendo, studiando, ficcandoci nei meandri della Storia, appare allucinante l’odierna situazione di pericolo relativo ad una “pacifica” invasione dell’Islam in Europa con la pazzesca complicità di governanti e fasce di popolo ignoranti e agnostici a fronte della possibile fine del vecchio continente. Dove sono i Carlo Martello di oggi ? Quale, ulteriore battaglia di Poitiers potrà difendere i confini delle Nazioni europee dall’assalto sdi ONG, gommoni, barche e barchini che scaricano ormai ogni ora migliaia i musulmani su rive e porti aperti secondo il volere di folli e disonesti governanti di quest’epoca di tradimenti e micidiali trabocchetti dell politica più cieca e disonesta ?

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