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Storia dei Fasci Siciliani dei lavoratori – Il Fascio di Palermo.

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Di Carlo Bonaccorso

Da oggi cominciamo un percorso dedicato a quelli che furono gli aspetti socioeconomici riguardanti i Fasci Siciliani dei Lavoratori, la nascita, lo sviluppo e il contesto nel quale essi crebbero, cercando di andare nel dettaglio per portarvi alla scoperta di un movimento che occupa uno spazio estremamente importante nella storia contemporanea siciliana.
Ricordando che i Fasci furono una delle principali esperienze di mobilitazione collettiva della storia della Sicilia, che nacquero come organizzazioni politico – sindacali dei lavoratori e si svilupparono tra il 1891 ed il 1893.


La protesta, che coinvolse diverse categorie quali operai delle industrie, lavoratori delle miniere di zolfo e contadini, portò alla formazione di Fasci urbani e rurali. La caratteristica principale di questo movimento, che in pochi anni arrivò a contare un numero altissimo d’iscritti, fu la sua matrice socialista. Con la formazione del Partito dei Lavoratori Italiani (poi Partito Socialista Italiano) nel 1892, la protesta acquistò sempre più la fisionomia di lotta di classe con l’ideale di socialismo ed eguaglianza sociale come punti fermi. Le figure principali del movimento dei Fasci (Garibaldi Bosco, Verro, Barbato, De Felice Giuffrida, Montalto) furono espressione, dunque, di un ideale che in quegli anni andava diffondendosi in tutto il paese. L’esperienza dei Fasci si concluse nel 1894, quando Francesco Crispi, ritornato a capo del governo dopo la parentesi giolittiana, decise di adottare una linea dura: in Sicilia fu proclamato lo stato d’assedio e i capi del movimento vennero arrestati e processati.


Entrando nello specifico, oggi parleremo del Fascio di Palermo, sorto tra l’aprile e il giugno del 1892. Lo storico Salvatore Francesco Romano, nella sua opera “Storia dei Fasci Siciliani” descrive la manifestazione che si svolse a Palermo il 4 dicembre 1892, una marcia di operai che attraversando tutto Corso Vittorio Emanuele, arrivò al Municipio per prelevare il gonfalone lasciato dagli operai milanesi venuti in Sicilia per l’Esposizione Nazionale ad inizio anno, affinché venisse dato all’organizzazione operaia più forte. A Palermo le società operaie non mancavano; il Consolato Operaio, infatti, creato nel 1882 e di ispirazione democratico-radicale, era una realtà ben strutturata, tuttavia la sua attività si limitava a quella di “organo garante” dei rapporti tra lavoratori e capitalisti, non andando aldilà di essi. Era così a Palermo, era così in tutta la Sicilia dove le numerose società di mutuo soccorso presenti nell’isola, spesso creazioni clientelari di politici locali, non svolgevano effettiva azione di rivendicazione e difesa dei diritti dei lavoratori.
Ma non furono solo i milanesi a spronare i lavoratori palermitani; nella primavera del 1892, infatti, mille soci del fascio catanese (sorto nel maggio del 1891) si recarono a Palermo per incontrare le società operaie ed esprimere la loro solidarietà. Il 26 e 29 maggio il XVIII congresso delle Società operaie affratellate locali, svoltosi sulla spinta di quelle manifestazioni di solidarietà, decretò una storica unione che darà vita al Fascio Siciliano dei Lavoratori di Palermo, organizzazione con una netta impronta di classe.
La figura che contribuì a rendere tutto ciò reale fu Rosario Garibaldi Bosco, ragioniere ventisettenne che da anni era impegnato, all’interno dei movimenti operai cittadini, nella creazione di un’organizzazione forte dei lavoratori. Così lo descrive Adolfo Rossi, nella sua Inchiesta sui Fasci Siciliani:


“Bosco è un giovinotto grosso e tarchiato, dalla larga faccia rotonda, dal colorito olivastro, capelli neri tagliati corti e baffetti da adolescenti. Era lui l’anima dell’organizzazione dei Fasci e il SUO valore era così noto fra i socialisti che all’ultimo Congresso di Reggio Emilia l’avevano nominato presidente in più d’una seduta. […] Viveva modestamente con la sua famiglia composta dei vecchi genitori, della moglie e d’un bambino. […] A quindici anni era già segretario di tutte le associazioni popolari di Palermo, leggeva i giornali socialisti agli operai, spiegava gli opuscoli e impiegava le domeniche a inoculare ne’ suoi compaesani i germi delle nuove idee.” (1)
Garibaldi Bosco studiò a Milano le Federazioni operaie, trasferendosi successivamente a Parigi per studiare l’organizzazione della Bourse du travail, acquisendo doti organizzative che applicò successivamente in Sicilia.
Come lui stesso dichiarò: “I soci di ogni Fascio hanno il servizio sanitario gratuito anche per le loro famiglie; il servizio farmaceutico pel quale comprano i medicinali col 50% di ribasso; la mutua assicurazione sulla vita, la scuola per gli adulti, divisa in due classi, una per gli analfabeti e l’altra di perfezionamento; la difesa gratuita per i reati politici.” (2)
Bosco, dunque, che tra le altre cose, introdusse anche il teatro all’interno del Fascio, fu l’artefice della diffusione del socialismo tra i lavoratori palermitani e siciliani; tuttavia il Nostro trovò un terreno in parte già fertile.
Le giovani generazioni siciliane, soprattutto quelle legate alle università, da tempo erano ormai pienamente coinvolte nelle nuove idee sociali e umane, in quella fede materialistica che entrava in maniera preponderante tra i giovani intellettuali dell’isola, accompagnandoli verso l’idea socialista. Figure come quelle del poeta catanese Rapisardi o dei professori universitari Schiattarella e Salvioli, la pubblicazione delle opere del Colajanni (tra cui quella fondamentale “Il Socialismo” del 1889) contribuirono alla costruzione di una generazione capace di uscire fuori dagli schemi convenzionali, schierandosi apertamente con le classi lavoratrici. Gli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento, in Sicilia, videro dunque la nascita di numerose riviste scientifiche e politiche, spesso nate per iniziative di giovani gruppi universitari che creavano le basi per quei dibattiti sul socialismo già presenti in Europa.

Il materialismo si presentava, come è stato osservato, come un movimento di pensiero, che se non fu certamente speciale della Sicilia, qui trovò le condizioni spirituali più favorevoli per divenire l’elemento caratterizzatore fondamentale della cultura siciliana. (3)
In questo contesto di innovazioni ideologiche si creò la classe dirigenti dei Fasci siciliani dei lavoratori; l’evoluzione delle idee democratico-radicali verso il socialismo contraddistinse l’evoluzione del movimento sindacale siciliano.
Il Fascio dei Lavoratori di Palermo, dunque, segnò l’inizio di un percorso organizzativo che sfocerà successivamente in tutta l’isola.
Già nel 1873 il giornale “Il Povero”, gestito da operai della Fonderia Oretea (stabilimento metallurgico di proprietà Florio), aveva lanciato la proposta di unificare in un’unica organizzazione che raggruppasse sezioni di mestieri; ma anche altre aree politiche propugnavano la medesima cosa, come gli anarchici, i repubblicani.
Considerando tutto ciò, non deve stupire dunque la nascita del Fascio palermitano che nel mese di maggio 1892 si riuniva per la prima volta, eleggendo una commissione incaricata di redigerne lo statuto e composta da Rosario Garibaldi Bosco, Giuseppe Messina, Domenico Persico, Vincenzo Sanfratello, Salvatore Vaccaro. Una organizzazione che vide, inizialmente, la presenza di socialisti ed anarchici, ma anche di democratici e repubblicani. Lo statuto veniva approvato nel giugno dello stesso anno e stabiliva gli obiettivi del Fascio:

“1) stabilire le tariffe dei lavoratori in ragione dei mezzi economici occorrenti per vivere e farle rispettare a favore del socio; 2)ridurre le ore di lavoro, onde il lavoratori abbia la possibilità di educarsi e di riposare; 3) prendere parte, indipendentemente da ogni partito, alla lotta pubblica, allo scopo di risvegliare nella classe lavoratrice la coscienza dei propri diritti finora sacrificati nell’interesse del capitalista; 4) appoggiare con ogni mezzo e con l’organizzazione operaia, divisa per arti e mestieri, la propaganda e l’attuazione della emancipazione sociale; 5) l’istituzione della Camera del lavoro; 6) l’istituzione di società cooperative e di produzione fra i soci del Fascio; 7) l’istituzione di case economiche per i soci.” (4)


Il Fascio dei Lavoratori di Palermo si formava dunque dalla fusione delle tante società operaie della città, secondo un’ organizzazione sindacale più che politica, con 7000 soci iscritti; Garibaldi Bosco tuttavia, era già impegnato nel dare al Fascio l’impronta socialista che arrivò dopo il Congresso di Genova dell’Agosto 1892 con la nascita ufficiale del Partito dei Lavoratori Italiani, cui Bosco diede un importante contributo; la decisione di escludere gli anarchici vide il numero iniziale di soci scendere da 7000 a 4734, mantenendo tuttavia una solidità nell’organizzazione che ora si professava pienamente socialista.
La strage di Caltavuturo del 20 gennaio 1893 diede una svolta fondamentale all’unione del fascio urbano di Palermo con quelli rurali della provincia, sancendo l’alleanza operaia-contadina che portò i Fasci alla piena espansione. I congressi del 21 e 22 maggio dello stesso anno, in Via Alloro 97, sede del fascio palermitano, nonostante le difficoltà (di cui parleremo in un’altra pubblicazione dedicata) diedero al movimento una più forte organizzazione.
Il Fascio dei lavoratori di Palermo verrà sciolto il 4 gennaio 1894 insieme a tutti gli altri dal governo Crispi; i capi, tra cui Bosco, arrestati e condannati dai Tribunali militari.

Chiudiamo qui questa prima pubblicazione dedicata al Fascio di Palermo; la successiva riguarderà il Fascio dei lavoratori di Catania, ad opera di Giuseppe De Felice Giuffrida.

Bibliografia:

(1) Adolfo Rossi, “L’agitazione in Sicilia. Inchiesta sui Fasci dei Lavoratori” Milano, Max Kantorowicz, 1894;
(2) Carmelo Botta e Francesca Lo Nigro, “Il sogno negato della libertà. I Fasci siciliani e l’emancipazione dei lavoratori”, Navarra Editore, Marsala 2015;
(3) Salvatore Francesco Romano, “Storia dei Fasci Siciliani”, editori Laterza, Bari 1959, pag. 117;
(4) Rapporto del Questore al Prefetto, 10 settembre 1892, n. 4700, in “Storia dei Fasci Siciliani” di Salvatore Francesco Romano, pag. 33.

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