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La guerra di Corea

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Negli Stati Uniti la guerra in Corea è anche conosciuta come il forgotten conflict, il conflitto dimenticato, e a ben vedere tale definizione calza a pennello perché, all’opposto della precedente Seconda guerra mondiale e del successivo conflitto in Vietnam, i tre anni di guerra nella penisola coreana sembrano essere finiti nel dimenticatoio della memoria collettiva. Basti pensare al numero sovrabbondante di film dedicati al conflitto mondiale o al Vietnam rispetto ai pochi, sinceramente a parte MASH non ne viene in mente nessuno, titoli dedicati alla Corea. Sembra come se questa guerra, iniziata all’improvviso e conclusasi senza vincitori né vinti sia stata abbandonata a sé stessa, quasi figlia di nessuno, nonostante che i suoi effetti il mondo li viva ancora oggi come uno dei più grandi pregiudizi alla pace internazionale. Infatti la tregua del 1953 vige ancora oggi perché mai venne firmato un vero trattato di pace tra le parti in lotta e questo è il motivo per cui molti esperti di geopolitica, nonostante il costante incendio mediorientale e le tensioni nello stretto di Taiwan, considerino ancora quella sottile striscia di terra che divide le due Coree lungo il 38° parallelo il luogo virtualmente più pericoloso del mondo.

Le origini del conflitto coreano sono da ricercare in uno degli eventi fondanti della guerra fredda: la vittoria da parte dei comunisti di Mao della guerra civile cinese. La nascita della Repubblica Popolare Cinese non solo rivoluzionò il quadro Geopolitico dell’Estremo Oriente, ma portò anche a un radicale cambiamento della politica estera degli Stati Uniti. Fino ad allora la politica statunitense rispetto all’avanzata del comunismo era stata la così detta “dottrina Truman ” basata sul containment dell’URSS in Europa; gli Stati Uniti, preso atto che l’Europa dell’est era stata completamente infeudata da Stalin, decidevano di agire per arginare ogni ulteriore avanzata del movimento comunista sia sostenendo la ricostruzione del vecchio continente (piano Marshall) sia intervenendo a sostegno di quei paesi vittime di pressioni o aggressioni da parte dell’URSS o di forze ad essa riconducibili (Grecia e Turchia). L’affermarsi tra la fine del 1949 e il 1950 di quello che Carlo Pinzani chiama il “mito della perdita della Cina”, unito con l’acquisizione da parte sovietica dell’arma atomica, portò alla revisione della dottrina Truman per mezzo di uno dei documenti più importanti nell’ottica della nascita delle “regole” della guerra fredda: la National Security Council resolution 68 0 NSC-68. Con questo documento non solo il containment veniva esteso su scala mondiale, ma la condotta americana passò dall’essere difensiva a offensiva cioè non si mirava solo ad arginare l’URSS, ma anche a tentare di scardinarne lì dove possibile le posizioni acquisite. Nell’ottica della NSC-68 il segretario di stato Acheson delimitò il perimetro di sicurezza americano nel Pacifico che sarebbe andato dalle isole Aleutine fino alle Filippine includendovi al suo interno le isole Ryukyu e, soprattutto, il Giappone che ne diveniva il perno centrale. Questa analisi però si reggeva su un presupposto che ben presto sarebbe stato messo in pericolo e cioè che il Giappone non diventasse la linea del fronte della guerra fredda in Estremo Oriente. Come si può vedere la penisola coreana era alla vigilia del conflitto fuori da questo perimetro di sicurezza, anche perché personalità militari di primo piano come Eisenhower e MacArthur non consideravano la Corea come vitale per gli interessi difensivi americani. La situazione in cui si trovava la Corea nel 1950 era una delle più strane eredità della seconda guerra mondiale. Fino al 1945 il paese era stata una colonia del Giappone, ma negli ultimi giorni della guerra nel Pacifico la parte Nord della penisola era stata invasa dall’Armata Rossa che, come da accordi precedentemente presi tra Stalin e gli Alleati, fermò la sua avanzata lungo il 38° parallelo lasciando così che il Sud venisse occupato dalle forze americane. Originariamente si era pensato che la Corea non fosse “pronta” a un’immediata indipendenza e che quindi il paese sarebbe stato governato da un mandato a quattro URSS, Cina, USA e Gran Bretagna. In concreto però la situazione si fece ben presto molto diversa perché la Cina era troppo impegnata nella fase finale del conflitto tra Mao e Chiang Kai-shek, mentre la Gran Bretagna non era disposta ad assumersi ulteriori oneri economici in aggiunta a quelli già pesanti delle occupazioni in Europa. Sul campo rimasero quindi solo sovietici e americani, ma i primi accenni della guerra fredda favorirono il crearsi in Corea di una situazione molto simile a quella che si sarebbe affermata in Germania. Nel Nord della penisola infatti i sovietici sfruttarono la loro posizione per favorire l’affermazione del locale Partito Comunista guidato da Kim Il Sung; questi, nonostante uno dei più grotteschi culti della personalità abbia poi tentato di trasformarlo in una sorta di misto tra Napoleone e Giulio Cesare, in realtà non era altro che il proconsole di Stalin scelto per la sua assoluta fedeltà alla casa madre moscovita. Se ciò avveniva sopra il 38° parallelo va detto che a sud di questo non si andava certo verso l’affermazione di una luminosa democrazia; gli americani infatti, allo scopo di creare una diga al comunismo, si appoggiarono sulle forze nazionaliste più conservatrici rappresentate da Syngman Rhee che sin da subito diede al suo governo un’impronta smaccatamente autoritaria. I tentativi di negoziato tra URSS e USA per giungere a una riunificazione della penisola finirono ovviamente in una serie di reciproche accuse di voler creare dei regimi fantoccio. Nel Settembre 1947 gli Stati Uniti passarono la palla alle neonate Nazioni Unite che votò una raccomandazione in base alla quale si sarebbero dovute tenere libere elezioni in un’unica Corea. Questa votazioni si tennero nel Maggio 1948 nella sola parte sud e decretarono la vittoria di Syngman Rhee che proclamò la Repubblica di Corea come unica legittima rappresentante della penisola; per tutta risposta il 9 Settembre dello stesso anno Kim Il Sung annunciò la nascita della Repubblica popolare di Corea con capitale Pyongyang. Ben presto quel 38° parallelo, che era stato la linea di demarcazione tra le due zone di occupazione, diventò il confine tra due stati sovrani che si guardavano in cagnesco e facevano platealmente reciproci progetti per superare manu militari la divisione della penisola. Nonostante i venti di tempesta tanto l’URSS che gli Stati Uniti decisero di disimpegnarsi dalla Corea e, una volta nati entrambi i regimi del Nord e del Sud, iniziarono a ritirare le loro forze così che nel 1949 poco più di tremila truppe straniere erano rimaste nel paese. Si è discusso a lungo su quale sia stata la responsabilità di Stalin nello scoppio del conflitto e, in parte, solo l’apertura degli archivi sovietici negli anni novanta ha permesso di dare una risposta certa. Sappiamo per certo che agli inizi del 1950 Kim Il Sung si recò a Mosca per ottenere la benedizione al suo piano di unificazione delle due Coree attraverso un’invasione del Sud; la risposta che ottenne fu ambigua perché l’uomo d’acciaio si disse a favore del progetto, ma ponendo sin da subito due condizioni: primo l’URSS, qualsiasi cosa fosse successo, non sarebbe mai direttamente intervenuta militarmente a fianco della Corea del Nord, secondo Kim Il Sung avrebbe dovuto ottenere il via libera anche da parte di Mao. Questa seconda condizione rende ben chiaro quale mutamento degli equilibri in Asia fossero derivati dalla vittoria comunista in Cina nonché la particolarità della natura dei rapporti che vi era tra Stalin e Mao. Il leader sovietico infatti non se la sentì di approvare che fosse appiccato un incendio a due passi dalla Repubblica Popolare Cinese senza che questa non ne fosse stata messa al corrente e avesse dato il suo assenso. Mao infatti era l’unico leader comunista, insieme a Tito in Jugoslavia e Ho Chi Minh in Indocina, che non doveva quasi nulla a Stalin avendo conseguito con le sue sole forze il primato assoluto all’interno del suo paese e del relativo partito comunista. Nonostante ufficialmente URSS e Cina fossero granitici alleati contro l’imperialismo occidentale le differenze, sia di ordine politico che d’interesse strategico, tra i due paesi avevano iniziato a farsi sentire sin da subito e Stalin, che già doveva vedersela con la “ribellione” di Tito, preferì avere un occhio di riguardo verso la sua controparte cinese. Se si fosse trattato di un qualsiasi altro leader comunista, come Ulbricht o Gottwald, Stalin non avrebbe chiesto l’assenso a un piano che condivideva, ma si sarebbe limitato a dare un ordine a cui ci si doveva semplicemente mettere sull’attenti. Sin da subito quindi la questione coreana vide il coinvolgimento, da una posizione di quasi pari livello, di Cina e URSS. Kim si recò quindi a Pechino per esporre il suo progetto a Mao, condividendo l’opinione di Stalin su una mancanza di volontà americana di farsi coinvolgere in una guerra per la Corea, diede a sua volta il suo assenso impegnandosi anche a supportare lo sforzo bellico del vicino ad esempio inviandogli trentamila soldati coreani altamente addestrati che avevano combattuto con i comunisti durante la guerra civile cinese. Kim Il Sung ci teneva a mantenere un’equidistanza tra URSS e Cina sia in per un ottica di tipo utilitaristico, entrambi i paesi gli stavano inviando molto materiale al fine di non perdere terreno l’uno sull’altro,  sia perché non si fidava completamente di Mao dato che, storicamente, la Cina era stata per l’indipendenza coreana una minaccia non minore del Giappone.

Il 25 Giugno 1950, dietro la scusa puerile di un attacco ad opera della Corea del Sud, Kim Il Sung diede ordine di iniziare l’invasione. Di fatto, da un punto di vista militare, c’era un abisso tra il Nord e il Sud della penisola coreana in quanto le forze comuniste potevano contare su 130.000 uomini più altri 100.000 riservisti tutti addestrati da consiglieri militari sovietici ed armati con armamento moderno, ad esempio la potente 105 Brigata corazzata disponeva di 120 carri T-34, mentre le forze di Syngman Rhee si attestavano attorno ai 100.000 uomini male addestrati. Il piano d’invasione, elaborato dai consiglieri sovietici, prevedeva una rapida avanzata in direzione di Seul mentre alcuni reparti sarebbero discesi lungo la costa occidentale ed orientale della penisola. Come fa ben osservare Carter Malkasin la penisola Corea mal si presta a una guerra lampo essendo per lo più fatta di risaie,  colline con versanti ripidi e percorsa da Nord a Sud nella sua parte Orientale dalla catena montuosa del Taebaek; la disposizione delle truppe della Repubblica di Corea, schiacciate per una difesa ad oltranza sul 38° parallelo, favoriva però i piani d’attacco del Nord. Sin da subito il superiore addestramento delle truppe della Repubblica Popolare di Corea mise a mal partito del difese guidate dal generale maggiore Chae Pyongdok e ben presto le forze della Corea del Sud si ritrovarono nel caos più assoluto con le linee di comunicazione tagliate e il rischio di essere circondate dalle più mobili forze comuniste. Nonostante alcuni episodi di resistenza accanita e ben diretta, come quello della 1 Divisione della Repubblica di Corea guidata dall’abile Paik Sun Yup, la decisione di Chae Pyongdok di non effettuare una ritirata strategica a sud del fiume Han condannò le forze sudcoreane che, quasi per la metà, rimasero imbottigliate a Nord quando il 28 Giugno Seul cadde. Di fronte al rischio di un completo annientamento il nuovo comandante delle forze della Repubblica di Corea, Chung Il Kwon, decise di iniziare una ritirata verso Sud allo scopo di guadagnare tempo in attesa che gli Stati Uniti fossero in grado di schierare le loro forze. La reazione dell’amministrazione statunitense all’attacco nordcoreano fu infatti immediata e subito diretta a contrastare energicamente l’aggressione. Truman era assolutamente convinto di trovarsi di fronte a quella che poi avrebbe definito una “guerra per procura” portata avanti da Kim Il Sung, ma preparata a Mosca con il preciso scopo di saggiare la forza e volontà combattiva degli Stati Uniti e della NATO. L’idea generale era che non intervenendo si sarebbe ripetuta l’esperienza degli anni ’30, quando la politica di appeasement verso il nazismo non aveva fatto altro che incoraggiare la politica aggressiva di Hitler. Da un punto di vista strategico poi la caduta della Repubblica di Corea minacciava di portare il Giappone in prima linea e, come detto, il paese del Sol Levante era il perno del perimetro difensivo americano nel Pacifico; c’era il rischio che l’intero Estremo Oriente finisse sotto l’influenza comunista visto che, quasi nello stesso tempo, nell’Indocina francese era iniziata la guerriglia dei Viet Minh di Ho Chi Minh. Inoltre la situazione della penisola coreana ricordava troppo quella della Germania post-guerra e c’era dunque il rischio che non intervenendo si incoraggiasse Stalin a tentare un colpo simile in Europa. Vi erano poi anche ragioni di politica interna che spingevano l’amministrazione Truman ad intervenire: gli USA erano nel pieno della psicosi del grande complotto comunista di Joe McCarthy e le elezioni di mid term incombevano con i Repubblicani che battevano sulla gran cassa della “perdita della Cina”. Sulla base di tutte queste ragioni il 29 Giugno Truman autorizzò il generale MacArthur, a capo delle forze americane d’occupazione nel Giappone, di usare l’aviazione e la marina statunitense per supportare la Repubblica di Corea, ma già il giorno dopo l’uomo che aveva ricevuto la resa del Giappone comunicò a Washington che solo un intervento delle forze di terra poteva salvare la situazione. Queste prime iniziative militari statunitensi furono accompagnate da una rapida e risoluta reazione in ambito internazionale tesa a coinvolgere l’ONU nella vicenda coreana. Approfittando di un marchiano errore di calcolo dell’URSS, che aveva ritirato il suo rappresentante dal consiglio di sicurezza per il mancato riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese in luogo della Cina di Taiwan, gli Stati Uniti poterono agire senza il rischio di un veto sovietico ottenendo così subito una risoluzione con cui si condannava l’aggressione nordcoreana imponendo un immediato ritiro a Nord del 38° parallelo. Di fronte allo scontato inadempimento del regime di Kim Il Sung il 27 Giugno una seconda risoluzione, votata a maggioranza, autorizzò un’ “azione di polizia” internazionale al fine di restaurare la pace; gli stati aderenti all’ONU furono così invitati a fornire forze militare da porre sotto la bandiera dell’Organizzazione stessa e infine sarebbero stati sedici i paesi che avrebbero risposto all’appello (tra i quali Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, Turchia e buona parte del Commonwealth) anche se fu subito chiaro che il grosso del lavoro lo avrebbero dovuto fare gli Stati Uniti. Una terza risoluzione del 7 Luglio approvò la nascita di un Comando dell’ONU per la difesa della Corea del Sud alla testa del quale fu messo, ovviamente, il generale MacArthur. Douglas MacArthur era una figura sui generis in ogni aspetto; veterano di entrambe le guerre mondiali fu innegabilmente una delle menti militari più brillanti della prima metà del novecento, ma era anche un egocentrico vanaglorioso che non accettava di sottostare a nessuna catena di comando che non avesse lui stesso al vertice. Durante la Seconda guerra mondiale Roosevelt fu costretto a dividere in due il teatro del Pacifico per l’impossibilità di mettere d’accordo le idee di MacArthur con quelle del Ammiraglio Chester Nimitz, pari merito artefice della sconfitta giapponese, e una volta messo a capo delle forze d’occupazione nel Pacifico il generale americano gestì la cosa come una sorta di sua dittatura personale. Chiamato adesso a far fronte alla crisi coreana sin da subito a MacArthur andò stretta l’intenzione di Truman di contenere l’invasione nordcoreana senza rischiare lo scontro aperto con l’Unione Sovietica. Questi disaccordi al vertice rimasero comunque sul momento sottotraccia di fronte all’impellente necessità di rispondere a una situazione che si faceva di ora in ora sempre più grave. Le prime iniziative statunitensi stavano infatti avendo effetti ambivalenti perché se la settima flotta, supportata da navi inglesi, riuscì facilmente a prendere il completo controllo delle acque coreane e l’aviazione fece piazza pulita della forza aerea di Kim Il Sung, anche perché Stalin fedele alla sua linea del non intervento non concesse la copertura aerea sovietica, risultati non altrettanto brillanti furono ottenuti dalle prime truppe americane giunte nella penisola. Queste forze, composte per lo più da reclute impigrite dalla vita d’occupazione, ebbero spesso la peggio e non riuscirono ad arginare l’avanzata nordcoreana. Questi primi combattimenti degli americani, uniti con una serie di azioni di retroguardia sudcoreane, permisero comunque di rallentare l’avanzata delle forza di Kim quanto bastava perché il generale Walton Walker, comandante sul capo dell’Ottava Armata Americana, potesse creare il così detto perimetro di Pusan cioè una linea fortificata che seguiva il corso del fiume Naktong fino alla costa pacifica orientale. Lo scopo di tale perimetro era di difendere il grande porto di Pusan così da avere una solida testa di ponte dove sbarcare le forze del comando ONU via via che giungevano a disposizione di MacArthur. Nonostante attacchi feroci, soprattutto ad opere delle truppe veterane della guerra civile cinese, il 24 Agosto i nordcoreani dovettero rinunciare alla speranza di sfondare il perimetro e bloccare l’afflusso di rinforzi. Fermatesi per riprendere fiato e riorganizzarsi le truppe di Kim Il Sung prepararono una seconda grande offensiva contro il perimetro per il gli inizi di settembre; ormai però sia il vantaggio materiale che quello numerico stavano rapidamente transitando a vantaggio del Comando delle Nazioni Unite, ai 98.000 nordcoreani si contrapponevano 180.000 forze ONU armate con il più moderno armamento americano fatto di bazooka e carri pesanti Pershing, e così la seconda battaglia del Naktong si risolse in una sconfitta comunista con pensati perdite, stando ad alcune fonti i nordcoreani persero 70.000 uomini. Mentre lo slancio dell’offensiva nemica si infrangeva a Sud MacArthur, per evitare che la guerra si trasformasse in un’estenuante lotta di logoramento lungo il perimetro di Pusan, progettò un’audace operazione anfibia che se avesse avuto successo avrebbe potuto annientare le l’esercito di Kim Il Sung in un unico colpo. Ciò che il generale americano propose era uno sbarco a Inchon, il porto di Seul, al fine di tagliare le vie do comunicazione delle forze d’invasione della Repubblica popolare ed imbottigliarle nel Sud della penisola; si trattava di un’operazione estremamente rischiosa sia per la difficoltà intrinseca di uno sbarco anfibio con immediati combattimenti urbani sia per la natura del mare di Inchon variabile e fangoso. MacArthur però era convinto che tutti questi fattori invece che uno svantaggio sarebbero stati un vantaggio perché i nordcoreani non si sarebbero mai aspettati una mossa così ardita e, dando ancora una volta prova della sua testardaggine, infine riuscì a far prevalere la sua opinione. A incaricarsi dell’operazione sarebbero stati i marines della Prima divisione insieme con la fanteria della Settima divisione; non si trattava più di reclute da occupazione, ma in molti casi di veterani della seconda guerra mondiale forgiati dai combattimenti con i giapponesi e i tedeschi. Il piano di MacArthur prevedeva uno sbarco nella limitata finestra di tempo in cui la marea era a favore seguito da una rapida avanzata su Seul e dunque dall’isolamento delle forze nordcoreane nel sud penisola. L’operazione ebbe inizio nella mattina del 15 Settembre 1950 e lo sbarco si svolse senza grosse difficoltà, anche perché il regime di Kim Il Sung aveva deciso di ignorare tutti i segnali premonitori per concentrare le sue forze sul Naktong, già in serata i marines si erano spinti di 10 km verso l’interno conquistando una solida e ben difendibile testa di ponte. Trinceratisi dentro Seul ventimila nordcoreani diedero luogo a un ferocissimo combattimento nelle vie cittadine e solo il 28 Settembre la città poté essere liberata; pochi giorni prima, esattamente il 23 settembre, anche il generale Walker a Sud era passato alla controffensiva sfondando le difese nemiche e mettendo in rotta le forze della Repubblica popolare. Come previsto da MacArthur i nordcoreani si trovarono bloccati tra le forze di Walker a sud e quelle sbarcate a Inchon a nord finendo così annientate; quando l’ultimo soldato di Kim Il Sung ripassò il 38° parallelo le perdite ammontavano a più di 150.000 uomini di cui 125.000 prigionieri, mentre le forze del Comando delle Nazioni Unite avevano perso all’incirca 18.000 uomini. Di MacArthur si può pensare quello che si vuole e ci sono centinai di motivi per criticarlo, ma resta un fatto che lo sbarco di Inchon è una delle più brillanti operazioni anfibie della storia ancora oggi studiata nelle accademie militari come modello perfetto d’esecuzione di un’azione del genere. Respinta la Repubblica Popolare a Nord del 38° parallelo tecnicamente il Comando delle Nazioni Unite aveva adempiuto al suo mandato, ma non ci volle molto perché si iniziasse a discutere della possibilità di estendere le operazioni anche nel Nord della penisola al fine di conseguire l’unificazione della Corea sotto la Repubblica di Syngman Rhee. Questi chiedeva continuamente di non perdere l’occasione argomentando, facendo un giro obbiettivamente molto largo, che tecnicamente la legittimazione ONU a un’azione del genere c’era già dato che la raccomandazione del 1949 auspicava l’unificazione della penisola sotto un governo democraticamente eletto e tale era solo quello della Repubblica di Corea.  In realtà presso l’ONU e buona parte del mondo si sperava di poter giungere a una tregua tra le due coree all’interno di una più generale revisione della situazione dell’Estremo Oriente, comprendente anche una forma di riconoscimento alla Cina di Mao, ma gli Stati Uniti non erano di questo avviso. Qui l’entusiasmo conseguente alla grande vittoria di Inchon spingeva per raggiungere la vittoria totale che non implicasse solo l’unificazione della penisola coreana, ma anche la riapertura della questione cinese. I Repubblicani, molto vicini alla lobby cinese, e MacArthur, politicamente schierato con la destra più intransigente, facevano pressioni su Truman perché autorizzasse il superamento del 38° parallelo al fine di spingere Chang Kai-shek a tentare uno sbarco nella Cina continentale. Ufficialmente il superamento del 38° parallelo poteva avvenire solo dietro mandato ONU e qui l’URSS, accortasi dell’errore fatto, aveva rapidamente ripreso il suo seggio al Consiglio di sicurezza per mettere il veto a qualsiasi mozione in tal senso; gli USA però superarono il problema con un artifizio facendo cioè passare il 3 Novembre la così detta Uniting fo Peace in base alla quale se il Consiglio di sicurezza fosse stato bloccato da un veto opposto a una maggioranza qualificata la questione sarebbe passata alla competenza dell’Assemblea generale dove non c’era diritto di veto. A monte di questi trucchi da azzeccagarbugli il problema vero era che il superamento del 38° parallelo invece di favorire il ritorno della pace rischiava invece di produrre una nuova escalation con l’ingresso nel conflitto della Repubblica Popolare Cinese. Il rapido collasso delle forze nordcoreane aveva infatti enormemente allarmato tanto Mosca che Pechino; Kim Il Sung a Settembre era volato al Cremlino per mendicare l’aiuto sovietico, ma Stalin, nonostante fosse preoccupato per un possibile stravolgimento degli equilibri in Oriente, non se la sentiva ancora di rischiare di scatenare la Terza guerra mondiale per cui scaricò la patata bollente su Mao. Il leader cinese era infatti molto preoccupato della possibilità di ritrovarsi per vicino una Corea unita filo-americana, che avrebbe potuto fare da base d’appoggio per aiutare le forze nazionaliste a Taiwan in un loro tentativo di controffensiva, e così iniziarono a partire una serie di moniti, cristallizzati poi da un’esplicita dichiarazione del primo ministro Zhou Enlai all’ambasciatore indiano, che la Cina non sarebbe rimasta passiva di fronte a un superamento del 38° parallelo. A Washington però si era ormai completamente ebbri del successo e sembrava assurdo concludere il tutto con un semplice ritorno allo status quo; lo stesso generale Marshall, che Truman aveva fatto segretario alla Difesa proprio per contenere l’esuberante MacArthur, fece sapere al suo collega che il governo non voleva che si sentisse “vincolato dal punto di vista tattico e da quello strategico a procedere a nord del 38° parallelo.”. Le minacce cinesi furono bellamente ignorate e Carlo Pinzani afferma che in questo giudizio entrò anche una componente di razzismo per la convinzione statunitense che i cinesi fossero un popolo arretrato che mai sarebbe stato in grado di condurre un conflitto contro una grande potenza. Il 1° Settembre le truppe della Repubblica di Corea superarono il 38° parallelo e il 7 dello stesso mese, dietro mandato ONU, le forze della coalizione internazionale le seguirono. La Cina non perse tempo a dare seguito alle sue minacce; già il 2 Mao riunì il Politburo per annunciare l’intervento e l’8 i così detti volontari cinesi, mera propaganda e ripicca agli artifizi fino ad allora messi in campo dagli americani, iniziarono a radunarsi lungo il fiume Yalu al comando del Maresciallo Peng Dehuai, navigato veterano della guerra civile. Le truppe dell’ONU non ebbero difficoltà ad inseguire i resti dell’esercito di Kim il Sung e nella seconda metà di Ottobre, dopo aver preso Pyongyang il 20, la strada per il confine del fiume Yalu sembrava sgombra agli oltre 200.000 uomini di MacArthur. Più però l’avanzata procedeva e più Truman iniziava a paventare il rischio che le minacce cinese non sarebbero state a vuoto; al contrario MacArthur ostentava sicurezza e durante un incontro col Presidente sull’isola di Wake assicurò che né l’URSS né la Cina sarebbero intervenute nel conflitto e che comunque sullo Yalu non c’erano più di 60.000 soldati di Mao. In effetti non erano 60.000, ma 300.000 che, sebbene non bene armati com’erano stati i nordcoreani a inizio guerra, erano per lo più veterani della guerra civile e della Seconda guerra mondiale, addestrati a compiere lunghi spostamenti a piedi in tempi rapidi e ad eseguire ardite manovre d’infiltrazione ed aggiramento del nemico. Il 14 Ottobre i primi reparti cinesi entrarono in territorio coreano e due settimane dopo lanciarono un primo limitato attacco contro le forze della Repubblica di Corea per rallentare l’avanzata dell’Ottava Armata. MacArthur non diede grande peso al fatto e ordinò di continuare a procedere senza assumere alcun tipo di precauzione; così gli americani marciarono in lunghe colonne convinti che entro Natale la guerra sarebbe finita. Invece la sera del 25 Novembre Peng Dehuai lanciò la Seconda fase offensiva; sfruttando l’effetto sorpresa e un lungo addestramento per operare coordinati anche nelle ore di buio (senza radio si ricorse a trombe e tamburi) i cinesi investirono le forze del Comando ONU completamente impreparato a fare fronte a una controffensiva così ben diretta.  Ad Ovest il Secondo corpo d’armata della Repubblica di Corea fu annientato lasciando così esposto il fianco del I Corpo d’Armata USA che rischiava di essere circondato; la 2 Divisione USA, a cui MacArthur non comprendendo la gravità della situazione permise di ritirarsi solo il 28, trovò la strada bloccata dai cinesi e soffrì pesanti perdite di uomini e mezzi, riuscendo a fuggire solo dopo che tonnellate di napalm erano state riversate sulle posizioni cinesi. Ad Est, sulle montagne del bacino del lago Chosin, le cose non andarono meglio per i 120.000 uomini del X Corpo d’armata; avanguardia di questa forza era l’eccellente 1 Divisione dei marines che avanzava sotto zero nella neve direzione il fiume Yalu, come da ordini di MacArthur, quando il 27 i cinesi attaccarono riuscendo a circondarne alcuni reggimenti. I combattimenti furono all’ultimo sangue, come solo una forza veterana di Guadalcanal e Okinawa poteva sostenere, e il 29, ancora una volta col contributo determinante dell’aviazione, i marines riuscirono a rompere l’accerchiamento e a iniziare a ritirarsi, sebbene il generale Smith affermò “Ritirata? Al diavolo stiamo solo attaccando da un’altra direzione.”. Agli americani, come agli antichi romani, non piace particolarmente perdere e così i loro storici si concentrano molto sull’eroico coraggio dei marines che combatterono nella neve contro forze preponderanti; ora è indiscutibile che i marines furono eroici, ma è altrettanto indiscutibile che gli Stati Uniti presero un sacco di legnate in quella che passò alla storica come “The Big Bug Out” (la grande disfatta). Le forze del Comando ONU dovettero iniziare una drammatica ritirata, che in più di un caso si trasformò in una rotta, direzione 38° parallelo mentre MacArthur perdeva completamente la testa e inondava Washington di richieste di estendere la guerra alla Cina continentale facendo anche uso di armi atomiche. Truman, sebbene ancora deciso a non uscire sconfitto dalla Corea, aveva però serie perplessità ad autorizzare una condotta del genere perché ciò avrebbe rischiato seriamente di poter spingere l’URSS ad entrare nel conflitto e questo voleva dire la Terza Guerra Mondiale. Particolarmente preoccupati erano gli alleati europei, che per primi avrebbero subito la furia della rappresaglia sovietica, e così, quando il 30 Novembre il Presidente non escluse la possibilità di fare uso dell’atomica, il premier inglese Attlee volò oltre Atlantico per raffreddare i bollenti spiriti americani. Dai colloqui Truman-Attlee emerse la nuova linea di condotta delle forze ONU in Corea: guerra limitata, si rinunciava alla speranza di poter riunificare le due Coree accontentandosi di conseguire il ritorno allo status quo ante. MacArthur fu ben poco felice di questa nuova strategia e ne propose una alternativa che prevedeva l’ingresso della Cina di Taiwan nel conflitto e di considerare la Repubblica Popolare Cinese come un belligerante a tutti gli effetti con le relative conseguenze; l’idea venne bocciata e anzi, conoscendo il tipo, gli venne espressamente ordinato di non compiere nessuna azione che potesse portare a un’ulteriore escalation. Frattanto, a seguito della morte in un incidente stradale del generale Walker, al comando dell’Ottava Armata giunse il Generale Matthew Ridgway che si attivò per resuscitare il morale di una forza gravemente colpita dalla sconfitta; fu Ridgway a decidere per il passaggio dalla guerra di manovra a quella di logoramento ritenendo che la necessità immediata non fosse quella di contrattaccare i cinesi, ma fermarne l’avanzata. Il nuovo comandante dell’Ottava Armata riteneva che sfruttando al massimo la superiorità tecnologica statunitense si potessero infliggere gravissime perdite al nemico riducendo al minimo quelle  delle forze alleate. L’ultimo dell’anno Peng lanciò la Terza fase offensiva e, sebben Seul cadde per la terza volta, la strategia di Ridgway produsse pesanti perdite  e il totale collasso del sistema di rifornimento dei cinesi. Sentendo che la situazione stava cambiando Ridgway ordinò il 15 Gennaio 1951 un limitato contrattacco e il 9 Febbraio l’Ottava Armata riuscì a recuperare la forte posizione difensiva sul fiume Han; sottovalutando la rinnovata compattezza delle forze del Comando ONU Mao ordinò a Peng di lanciare subito una nuova offensiva che però si arenò il 20 Febbraio senza aver raggiunto alcun risultato se non la perdita di molti uomini. L’ordine che veniva da Washington era di costringere il fronte comunista ad accettare negoziati per una tregua e Ridgway si fece interprete di questa linea attraverso la strategia così detta del “tritacarne”: attaccare un obbiettivo limitato con un’ampia concentrazione di forze al fine di infliggere il massimo numero di perdite al nemico. Chi invece non era assolutamente d’accordo con questa nuova condotta della guerra era MacArthur che, istrionico come suo solito, non si contenne e decise di sfidate frontalmente l’amministrazione Truman rilasciando il 24 Marzo un comunicato in cui minacciava la Repubblica Popolare Cinese di un inasprimento del conflitto. Come se già questa condotta non rasentasse l’insubordinazione il 5 Aprile MacArthur fece giungere al capogruppo repubblicano della Camera dei rappresentanti una lettera in cui ripeteva la sua strategia per un attacco diretto alla Cina comunista e fustigava l’idea di una guerra limitata affermando che “non esistono alternative alla vittoria”. Truman non poteva accettare un comportamento del genere, tanto più perché c’era sempre il rischio che MacArthur decidesse prima o poi di fare di testa sua, e così l’11 Aprile lo sollevò dal suo incarico mettendo al suo posto lo stesso Generale Ridgway. La decisione di silurare il popolare generale portò a un fuoco di fila da parte dei repubblicani contro la Casa Bianca; l’opinione pubblica, che mal comprendeva una strategia ambigua come quella della guerra limitata, si schierò in gran parte al fianco di MacArthur che iniziò ad accarezzare sogni presidenziali dopo un solenne discorso al Congresso in cui definì la strategia di Truman immorale. Nel Giugno 1951 il Senato a maggioranza Repubblicano tentò di sfruttare l’impopolarità dell’amministrazione aprendo un’inchiesta sull’allontanamento di MacArthur, ma quando altri generali di grande fama come Marshall e Bradlay testimoniarono sull’inaccettabilità dell’atteggiamento di MacArthur e sul rischio che la condotta di questi potesse portare allo scontro con l’URSS l’inchiesta si arenò mentre gli americani perdevano via via interesse per una guerra che non capivano. In Corea intanto Peng, dopo aver fatto riprendere fiato alle sue esauste forze, organizzò la Quinta fase offensiva per sfondare il fronte del Comando ONU; l’attacco principale sarebbe stato ancora una volta sostenuto dai cinesi ad Ovest in direzione di Seul, che era stata riconquistata dalle forze ONU il 14 Marzo, mentre ad Est le forze della Repubblica popolare di Corea se la sarebbero vista con i loro cugini del Sud. L’attacco ebbe inizio il 22 Aprile e sebbene i cinesi riuscirono a sfondare in più di un settore, efficaci azioni di retroguardia evitarono i devastanti accerchiamenti del Novembre 1950; l’eroica resistenza del 1 Battaglione del Reggimento Gloucestershire, che venne quasi completamente annientato (sopravvissero solo 39 uomini), permise al grosso dell’Ottava Armata di disimpegnarsi ripiegando sulla così detta Linea Senza Nome a difesa di Seul. Il nuovo comandante dell’Ottava Armata, generale James Van Fleet, fedele alla nuova strategia della guerra di logoramento fece in modo che la potenza di fuoco dell’artiglieria e dell’aviazione del Comando ONU decimasse le forze cinesi che attaccavano “a onda umana”. Non riuscendo a procedere oltre ad Ovest, Peng spostò il peso dell’attacco ad Est, ma anche qui un’ordinata ritirata unito a un costante fuoco di copertura vanificò l’attacco cinese. Rendendosi conto che i cinesi erano esausti Ridgway decise di sfruttare l’occasione e il 20 Maggio diede ordine di lanciare il contrattacco e stavolta furono le linee forze di Peng a vedere le loro linee sfondate correndo il rischio di venire accerchiate; entro il 15 Giugno tutto il terreno perduto era stato riconquistato. Volutamente Ridgway decise di fermare l’offensiva ritenendo che un nuovo tentativo di superare il 38° parallelo direzione Pyongyang o lo Yalu avrebbe comportato perdite inaccettabile nonché favorito il fronte comunista attraverso l’accorciamento delle sue linee di rifornimento; l’obbiettivo era ancora costringere il nemico a trattare e il fallimento della Quinta Fase offensiva di Peng con pesanti perdite, quasi 85.000 morti contro i 39.000 dell’ONU, fece tramontare la speranza di Mao e Stalin di poter conseguire una vittoria completa in Corea. Tra Maggio e Giugno i sovietici iniziarono a lanciare i primi segnali di una disponibilità ad aprire negoziati per una tregua e le discussioni iniziarono ufficialmente il 10 Luglio a Kaesong dietro le linee comuniste. Due erano le principali questioni da discutere: la linea del cessate il fuoco e lo scambio dei prigionieri; l’inizio dei negoziati comunque non significò la fine delle ostilità perché entrambe le parti continuarono a battersi al fine di rafforzare la reciproca posizione al tavolo delle trattative. Ormai la guerra di Corea si andava trasformando in una macabra ripetizione del Fronte Occidentale del 14-18: guerra di logoramento ad oltranza con l’obbiettivo di portare le perdite nemiche a un tale livello di intollerabilità da ottenere le migliori condizioni di pace. Non è un caso che in contemporanea con questo stallo a terra il Comando ONU decidesse di rafforzare l’offensiva aerea contro obiettivi strategici in Corea del Nord e in Manciuria; va detto che Carter Malkasian esprime forti dubbi sull’efficacia di questa attacchi in quanto il vero cuore della produzione bellica del fronte comunista non era né in Cina né in Corea del Nord bensì nell’URSS che foraggiava, facendosi pagare, i suoi alleati orientali. Comunque è ormai accertato che la guerra di Corea fu forse l’unica occasione della guerra fredda in cui piloti americani e sovietici si trovarono a duellare; Stalin infatti aveva infine ceduto alla richiesta di Mao e Kim di fornire copertura aerea, ma lo aveva fatto stabilendo la precisa condizione che i piloti russi dovessero indossare uniformi cinesi e volare su MIG con insegne o cinesi o coreane. Intanto i negoziati di pace si erano arenati intorno alla questione della linea del cessate il fuoco: i comunisti chiedevano il 38° parallelo mentre il Comando ONU la linea di contatto cioè la prima linea del fronte. Nonostante una sequenza di attacchi e contrattacchi per conquistare il maggior numero di posizioni possibili già ad Agosto Mao e Stalin avevano compreso che un avanzamento fino al 38° parallelo era impossibile, ma nonostante ciò tentarono ancora di prendere tempo sperando di cogliere qualche inaspettato successo che ne rafforzasse la posizione negoziale. In Autunno fu il turno di Ridgway passare all’attacco e sebbene inflisse dure perdite ai sino-coreani, anche i caduti tra le forze ONU tornarono a superare a soglia dell’accettabile; il motivo di ciò è che Peng riuscì in più di un’occasione a costringere il suo avversario a combattere le così dette “battaglie a fasi alterne” in cui lo stesso pezzo di terra era oggetto di continui attacchi e contrattacchi con l’unico scopo di logorare il nemico. Ci furono però anche dei limpidi successi del Comando ONU come l’Operazione Commando condotta dalle forze del Commonwealth, dove in particolare gli australiani riuscirono a conquistare e tenere le colline di Maryang Sun, respingendo i continui contrattacchi cinesi, fino a che non venne dato loro l’ordine di ripiegamento avendo inflitto un numero significativo di perdite al nemico. Proprio l’operazione Commando spinse i comunisti a tornare al tavolo delle trattative con un atteggiamento più ricettivo e la disponibilità ad accettare la linea di contatto come linea del cessate il fuoco. Il 27 Novembre si giunse così ad un accordo sulla materia e, anche se gli americani speravano di poter rivedere la questione in seguito allo scopo di riprendere Kaesong, nessuna delle successive offensive sarebbe riuscita a modificare linea del cessate il fuoco. Nonostante questo passo avanti la pace però non era ancora possibile perché una nuova impasse nacque sulla questione dei prigionieri di guerra: l’amministrazione Truman fece del rimpatrio volontario un suo punto fermo a cui il fronte comunista, temendo diserzioni di massa che mettessero in crisi il mito del paradiso del proletariato, rispose con un netto rifiuto. Questo nuovo stallo portò a una continuazione del conflitto sebbene questo fosse ormai entrato in una fase di stanca con lungo la linea del fonte entrambi gli schieramenti dediti a leccarsi le ferite dopo le battaglie dell’autunno 1951 mentre nei cieli il Comando ONU condusse senza successo l’operazione Strangle per distruggere le linee di rifornimento nemiche. La situazione sul campo cambiò parzialmente nel Maggio 1952 quando Ridgway, promosso al comando delle forze NATO in Europa, venne sostituito dal generale Mark Clark, l’uomo che era entrato a Roma nel Giugno 1944, il quale approvò la così detta offensiva aerea prolungata contro obiettivi industriali e politici in Corea del Nord ( tra cui un devastante bombardamento al napalm su Pyongyang che comportò ingenti vittime civili). Anche nel fronte opposto vi fu un avvicendamento perché Peng fu ufficiosamente sostituito dal generale Deng Hua il quale, sfruttando il possente ammodernamento dell’esercito cinese grazie ai rifornimenti sovietici, passò alla così detta “difesa da posizione attiva” che prevedeva di rispondere alle avanzate del Comando ONU non più con gli attacchi di massa, ma con operazioni più ragionate sfruttando le tattiche d’armi combinate e la ricognizione del campo. A Settembre 1952 poi Deng condusse una vasta offensiva contro le forze delle Repubblica di Corea nella sacca di Kumsong; Van Fleet si lasciò convincere a impegnare le forze americane per sostenere i sudcoreani trovandosi però così a combattere una dura battaglia contro un nemico preparato (i cinesi avevano scavato molti tunnel nelle montagne per mettersi al riparo dal fuoco dell’artiglieria) che costò oltre 9.000 finché il Comando ONU non fu costretto a ritirare le sue forze lasciando a Deng le posizioni conquistate. L’evento che infine segnò la svolta decisiva nella guerra furono le elezioni americane del Novembre 1952 vinte da Dwight Eisenhower sulla base della promessa di “andare in Corea” per mettere fine in un modo o nell’altro a una guerra che gli americani non sopportavano più per la sua inconcludenza. Va rilevato come i repubblicani si guardarono bene dal mettersi nelle mani del pur popolarissimi MacArthur preferendo invece il più cauto e riflessivo Eisenhower, scelto anche perché l’unico con il prestigio sufficiente da arginare la linea neoisolazionista che stava prendendo piede nel GOP. Ufficialmente il generale Clark sosteneva la guerra limitata, ma ufficiosamente era convinto che per costringere il fronte comunista ad accettare la tregua fosse necessario colpire duro e così propose al suo ex-superiore della guerra in Italia un’offensiva aerea contro la Cina unita con una nuovo attacco in Cora direzione fiume Yalu anche attraverso l’uso di armi nucleari. Era una linea molto rischiosa perché per attuare un piano del genere sarebbe stato necessario rafforzare le forze di terra dell’Ottava armata, prospettiva che non andava a genio a molti sia in America che in Europa, nonché correre il rischio di una rappresaglia nucleare sovietica contro le stesse forze ONU in Corea o contro il Giappone. Sul momento Eisenhower rigettò il piano di Clark, ma lo tenne comunque nel cassetto come estrema ratio qualora non fossero sopraggiunti eventi nuovi; fortunatamente per i destini del mondo l’evento nuovo avvenne: il 5 Marzo 1953 Stalin morì. Da tempo sia Mao che Kim Il Sung avrebbero voluto chiudere il conflitto dato che l’economia dei loro paesi era al collasso, ma Stalin era sempre stato restio a mettere fine a quella costante fonte di salasso per le forze dell’occidente nella convinzione che, prima o poi, la Terza guerra mondiale vi sarebbe comunque stata. Venuto meno l’uomo d’acciaio a Mosca, mentre nel Cremlino andava in scena la lotta per la successione, la nuova dirigenza sovietica decise di raffreddare il clima di tensione internazionale favorendo la ripresa dei negoziati di pace in Corea ancora arenati sulla questione dei prigionieri. Il 28 Marzo Zhou Enlai autorizzò il Little switch (piccolo scambio) di malati e feriti come segno di buona volontà e a maggio i sino-coreani proposero una commissione neutrale per il rimpatrio che avrebbe dato ai belligeranti la possibilità di “convincere” i propri prigionieri a rientrare “volontariamente” nei rispettivi paesi. Paradossalmente proprio in ragione di questi passi in avanti la guerra ebbe un improvviso ritorno di fiamma perché, come l’ultimo giorno della Grande Guerra, al fine di ottenere migliori condizioni entrambe le parti ripresero l’iniziativa. A Marzo Eisenhower decise di dare un aut aut: se entro un paio di mesi i negoziati non fossero giunti a conclusione si sarebbe dato seguito al piano di Clark; usando il primo ministro indiano Nehru come tramite gli americani resero nota la loro posizione a Pechino e allo stesso tempo informarono i sovietici che si era alle ultime mosse della partita. Il 25 Maggio 1953 il Comando ONU rese note le sue “Posizioni finali” in cui si accettavano tutte le richieste comuniste in materia di prigionieri, ma si rendeva anche noto che in caso di rifiuto comunista il generale Clark era stato autorizzato ad abbandonare il tavolo dei negoziati; la Repubblica popolare cinese si affrettò a comunicò la sua accettazione. Chi non accettò fu la Repubblica di Corea visto che Rhee ancora sognava l’unificazione della penisola e a tal scopo tentò di sabotare l’accordo liberando unilateralmente 25.000 prigionieri nordcoreani. Rhee però venne rapidamente rimesso al suo posto perché mentre i cinesi condussero una limitata offensiva contro le solo forze sudcoreane, che comunque si comportarono bene, gli americani fecero pressioni perché l’armistizio fosse accettato dietro la promessa di un trattato di garanzia in base al quale gli USA si sarebbero presi carico della difesa della Corea del Sud. Così il 27 Luglio 1953 un nuovo accordo per il cessate il fuoco venne concluso mettendo così fine alla guerra.

Ufficialmente l’armistizio avrebbe dovuto aprire la strada a negoziati politici per la riunificazione della penisola, ma così non fu e la divisone delle due Coree si cristallizzò. La linea del cessate i fuoco del 1953 è divenuto il confine internazionale più militarizzato al mondo perché ad oggi non è mai stato firmato un trattato di pace e quindi, ufficialmente, Corea del Nord e Corea del Sud restano stati belligeranti con gli Stati Uniti unico paese terzo a mantenere un’ingente forza armata nella penisola. Le perdite umane dell’intero conflitto furono altissime : quattro milioni di coreani, praticamente il 10% dell’intera popolazione della penisola, perse la vita; i cinesi persero a loro volta un milione di uomini mentre gli americani ebbero 33.600 morti e 103.200 feriti. Alcuni autori, giustamente a mio parere, definiscono la guerra di Corea come una Terza guerra mondiale in piccolo perché questa fu l’unica occasione, durante tutta la Guerra fredda, in cui soldati americani si trovarono a combattere direttamente contro soldati cinesi e sovietici, anche se questi ultimi solo nei cieli. La guerra di Corea fece poi entrare la Repubblica Popolare Cinese nella geografia politica mondiale come contraltare politico-militare in Estremo Oriente tanto degli Stati Uniti quando dell’Unione Sovietica; anzi alcuni autori riconducono proprio al conflitto coreano le prime serie fratture tra URSS e Cina in quanto Mao si sentì sfruttato dai sovietici per il loro limitato coinvolgimento militare e per la pretesa di farsi pagare i rifornimenti militari necessari alla prosecuzione della lotta. Probabilmente fu in questo periodo che il leader cinese si convinse che il suo paese dovesse al più presto dotarsi di una forte economia propria al fine di non restare dipendente dagli aiuti sovietici. Difficile infine dire chi vinse la guerra; per alcuni storici a conti fatti la bilancia pese a favore del fronte comunista visto che riuscì a mantenere le sue posizioni in Estremo Oriente riducendo anzi le possibilità di una riscossa della Cina di Taiwan, per altri invece l’unico vincitore fu l’ONU che, conducendo le operazioni sotto la sua bandiera, acquisì legittimità internazionale riuscendo a superare quello che  fu il grande limite della Società delle Nazioni cioè l’incapacità di dare una risposta efficace agli atti d’aggressione ad opere dei singoli stati nazionali.

Per quanto riguarda la Corea stessa la penisola fu letteralmente distrutta  dal conflitto, ma negli anni successivi entrambe le Repubbliche si rialzarono sebbene seguendo strade diverse. Il regime di Seul, che ora disponeva di un moderno esercito di 600.000 uomini, intraprese quella strada che l’avrebbe portata a diventare una delle grandi potenze economiche asiatiche sebbene Rhee diede un’impronta sempre più autoritaria al suo governo e, dopo un breve idillio nel 1960, si dovette attendere il 1988 perché si instaurasse una vera democrazia multipartitica nel paese. La Corea del Nord invece progressivamente divenne uno dei regimi comunisti più integralisti al mondo sorretto da un esasperato culto della personalità del leader e un completo isolamento internazionale. Ciò gli permise di superare senza scossoni la tempesta del 1989 spostandosi nell’orbita della Cina e quando oggi vediamo quelle manifestazioni di grande cordoglio di fronte alle tombe di Kim Il Sung e Kim Jong-il oppure gli entusiasmi di fronte all’ennesimo test missilistico non dobbiamo credere che siano tutte delle farse perché il livello di indottrinamento della società è totale e costante. Ad inizio articolo ho detto che il confine tra le due Coree è probabilmente oggi l’area più pericolosa al mondo ed effettivamente è così perché, a monte dell’armamento nucleare, la Corea del Nord è il paese più militarizzato del mondo con una forza armata che si aggirava intorno al 2010 ad oltre un milione di uomini senza contare la riserva; ciò vuol dire che la ripresa delle ostilità in Corea non porterebbero ad una guerra da operetta, ma a un conflitto contro un esercito altamente addestrato, ben armato e fanaticamente fedele. In realtà però, anche con riguardo agli eventi di questi giorni, non bisogna sopravvalutare la volontà nordcoreana di ricominciare a combattere; infatti dovendo mantenere un esercito di tali proporzioni e finanziare un programma nucleare l’economia di Pyongyang è costantemente a un passo dal baratro e si mantiene solo con gli aiuti cinesi. Ma allora vi chiederete il perché delle continue provocazioni e sfide alla comunità internazionale; follia? Non bisogna scambiare l’astuzia cinica con la follia, infatti io credo che Kim Jong-un, come già suo padre, non faccia altro che riproporre quella che fu la teoria del pazzo di Nixon cioè dare a vedere un comportamento assolutamente irrazionale per costringere l’avversario a venire a trattare lì dove si vuole (quindi nel caso nordcoreano riduzione delle sanzioni o aiuti internazionali) nella consapevolezza che il timore di una guerra, peggio ancora se nucleare, giochi a proprio favore.

 

Bibliografia:

  • Carter Malkasian, La guerra di Corea
  • Carlo Pinzani, Il bambino e l’acqua sporca – La guerra fredda rivisitata
  • Ennio di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali 1918-1999
  • Mario Del Pero, Libertà e impero – Gli Stati Uniti e il mondo 1776 -2006
2 Responses
  • marco
    7 Luglio 2017

    guerra dimenticata ma avvenimennti da riscoprire: molto interessante, e tutto ancora gravido di conseguenze. che speriamo siano sempre molto lontane da una eventuale guerra mondiale, sempre minacciata sempre sbandierata. sarebbe tempo di pensare ad una pace vera sul 38° parallelo. già ma oggi c’è anche Trump presidente, peggio addirittura di Mac Arthur?

    • Eduardo D'Amore
      7 Luglio 2017

      MacArthur quanto meno era un grandissimo stratega mentre Trump è… beh è Trump. Comunque una pace in Corea fintanto che permane il regime di Pyongyang è secondo me impossibile perché vorrebbe dire che una delle due Repubbliche rinneghi se stessa.

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