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Storia dei mondiali di calcio – Inghilterra 1966: la coppa rubata (in tutti i sensi).

Successe di tutto! Mai in un mondiale vi furono insieme tanti fatti unici ed irripetibili: la Corea del Nord ai quarti di finale e quasi in semifinale, la coppa Rimet rubata e ritrovata da un cagnolino a passeggio, l’Africa che boicotta la competizione, le sud americane che parlano di “furto del secolo” e infine una finale decisa da due gol di cui uno dubbio, l’altro palesemente irregolare. Soprattutto però l’Inghilterra campione del mondo per la prima ed unica volta nella sua storia nel mondiale casalingo, successo però ancora oggi avvelenato dal sospetto di favori e connivenze di vario tipo.

Intanto già la stessa assegnazione della coppa fu motivo di maldicenze. Candidate ad ospitare l’edizione 1966 erano, in rispetto del principio non detto dell’alternanza un’edizione in Europa una in Sud America, Inghilterra, Spagna e Germania Ovest; la votazione finale si tenne a Roma nell’Agosto del 1960 con la Spagna che si ritirò prima ancora che iniziasse lo spoglio. Con trentaquattro voti contro ventisette la patria del football si aggiudicò la coppa, ma sin da subito venne adombrato il sospetto che l’assegnazione fosse stata “aiutata” dal britannico presidente della FIFA Arthur Drewry e non aiutò certo a rasserenare il clima il fatto che a sostituire questi  alla guida del calcio mondiale un anno dopo fosse proprio il segretario dell Football Association Sir Stanley Rous. Sin da subito il commissario tecnico inglese Alf Ramsey capì che quella sarebbe stata un’occasione più unica che rara per i Three Lions. Da che infatti la nazionale inglese aveva abbandonato il suo splendido isolamento calcistico dopo la seconda guerra mondiale le cose erano andate male se non proprio malissimo. Per tutta la prima metà del novecento gli inglesi avevano ritenuto, essendo gli inventori del calcio, di essere a prescindere superiori a qualsiasi avversario e per questo non solo era pleonastico partecipare ai mondiali, ma non c’era neanche interesse a studiare moduli e tecniche d’allenamento provenienti da oltre Manica. Quest’autocompiacimento ebbe come conseguenza che, quando nel dopo guerra i britannici alzarono lo sguardo sul resto del mondo, si scoprirono forti, ma non così forti come credevano. Dell’umiliante spedizione brasiliana del ’50, con annessa sconfitta contro i cugini americani, abbiamo già parlato, ma il campanello d’allarme non fu colto ed così, quando tre anni dopo l’Ungheria di Puskas e Czibor scese sul fino allora inviolato campo di Wembley, fu la catastrofe con un pesantissimo sei a tre per i magiari bissato un anno dopo a Budapest con un ancor più bruciante sette a uno. Da allora le prestazioni internazionali della nazionale inglese furono mediocri: eliminata ai quarti dall’Uruguay nel 1954, fuori ai gironi nel ’58 e infine di nuovo eliminata ai quarti stavolta dal Brasile nel 1962. Anche sul versante dei club il ruolino internazionale delle squadre inglesi era scadente: nelle undici edizioni giocate sino ad allora della Coppa dei Campioni nessuna squadra inglese era mai giunta in finale e nella Coppa delle Fiere il Birmingham City aveva perso due finali consecutive, mentre gli unici successi erano giunti nella neonata Coppa delle coppe vinta una volta dal Tottenham e una volta del West Ham United. Insomma gli inventori del calcio non avevano molto di cui essere soddisfatti, ma Ramsey, che aveva giocato nell’Inghilterra del mondiale del ’50 e dell’umiliazione contro l’Ungheria, ritenne sin da subito che il torneo casalingo sarebbe stata un’occasione forse irripetibile per invertire la tendenza e mettere in bacheca la Coppa Rimet, per questo, prima di accettare di allenare la nazionale, pose due condizioni da lui ritenute imprescindibili per ambire al successo: avere l’esclusiva in merito alla scelta dei convocati e che gli venga fornito un fisioterapista fisso per la squadra. Ottenuto ciò Ramsey passerà i tre anni che lo separano dal mondiale a ripetere la parola d’ordine “football back home” e concludendo ogni intervista o dichiarazione alla stampa dicendo “e vinceremo il mondiale”. Il suo ottimismo non era campato in aria in quanto, affiancato al vantaggio ambientale, vi era una squadra estremamente competitiva probabilmente una delle migliori con cui l’Inghilterra abbia affrontato un mondiale. In porta Gordon Banks forse il miglior portiere della storia inglese e che, quattro anni dopo, farà quella che è considerata la miglior parata della storia su un colpo di testa di Pelé; in difesa il capitano e libero è Bobby Moore, stelle del grandissimo West Ham di Ron Greenwood, insieme a lui Jacky Charlton e, nel ruolo di esterni di fatto avendo Ramsey rinunciato al WM, Ray Wilson e George Cohen. Davanti a loro come mediano la grinta di Nobby Stiles, a cui mancano i denti superiori davanti perché da bambino è  caduto mentre festeggiava un gol del suo Manchester United e che in campo quando si tratta di fermare gli avversari non ci va troppo per il sottile; per comprendere la sua importanza basta dire che quando un dirigente della federazione britannica si andò a lamentare con Ramsey per l’eccessiva aggressività del suo giocatore, il tecnico rispose “O gioca lui, o me ne vado io.”. A centrocampo James Ball e Martin Peters altro giocatore del West Ham che, di fatto, oltre al terzo di centrocampo è anche il quarto d’attacco; poi ovviamente Robert “Bobby” Charlton fratello di Jacky e uno dei sopravvissuti del disastro aereo di Monaco di Baviera in cui perirono parte dei Busby Babes, un giocatore universale adattabile in qualsiasi ruolo dalla difesa all’attacco. In attacco Geoff Hurst, sempre dal West Ham che, stando a Federico Buffa, originariamente doveva giocare a cricket e che era determinante per la sua capacità di uscire e rientrare ad anticipare i difensori avversari di testa, poi Jimmy Greaves, autore in nove anni al Tottenham di duecentoventi reti più altre quarantaquattro in nazionale, anche se poi Ramsey finirà per prediligere Roger Hunt, indicato da Buffa come uno dei più “scarsi” della compagine, per la capacità di dare equilibrio alla squadra. Si tratta di una nazionale “operai” dato che la maggioranza dei giocatori è figlia dalla working class inglese. L’Inghilterra non era però l’unica squadra in diritto di nutrire ambizioni da campione, per cui adesso vediamo un attimo di scoprire quali sono le altre quindici squadre che si apprestavano a sbarcare sull’isola britannica per contendersi la coppa.

L’altra squadra qualificata di diritto insieme all’Inghilterra è il Brasile bicampione uscente che, non senza motivo, ha i favori del pronostico per una terza affermazione che vorrebbe dire portarsi a casa definitivamente la coppa Rimet. Sebbene la seleçao abbia perso alcuni dei protagonisti della doppietta ’58-’62, come Didi, Vavà, Zagallo e Nilton Santos, può già schierare al loro posto Gerson, Tostao e Jairzinho, e poi ovviamente ci sono Pelé e Garrincha in grado, quando sono in cattiva giornata, di vincere da soli la partita, quando sono in buona giornata, di spazzare via gli avversari dal campo senza troppe cerimonie. Le qualificazioni sarebbero abbastanza ordinarie se non fosse per due eventi. In primo luogo l’Africa boicotta il mondiale; la motivazione è che la FIFA ha scelto di non garantire un posto certo ad una nazionale africana, ma questo dovrà essere guadagnato con una partita di spareggio contro la vincitrice della qualificazione asiatica. Offese per la decisione considerata ingiusta e discriminante le quindici squadre africane che si erano iscritte si ritirano. Secondo la qualificazione asiatica finisce nel caos causa soprattutto l’iscrizione della Corea del Nord, oltre a loro infatti dovrebbero contendersi il biglietto per l’Inghilterra i cugini della Corea del Sud, l’Australia e il Sud Africa… perché il Sud Africa? Perché la confederazione africana (CAF) non ha ammesso al suo interno il paese segregazionista  che è dovuto andare a chiedere un posto alla confederazione asiatico-oceanica. I sud africani però non giocheranno una sola partita in quanto nel 1963 il paese venne sospeso dalla FIFA per l’Apartheid e Sir Stanley Rous mise in chiaro che solo una nazionale interrazziale sarebbe stata ammessa al mondiale. Anche la Corea del Sud si ritirò prima dell’inizio delle partite, ufficialmente lo fece per lo stesso motivo delle squadre africane ritenendo ingiusto lo spareggio, ma molto più probabilmente la ragione era il non voler dare un riconoscimento implicito al regime di Pyongyang giocando una partita ufficiale contro la sua nazionale. Gli australiani rimasero invece in gara, ma c’era il problema che Canberra non riconosceva la Corea del Nord e dunque né la sua nazionale poteva andare a giocare lì una delle due partite né i nord coreani potevano recarsi in Australia; la FIFA risolse il tutto salomonicamente facendo disputare i due incontro sul campo neutro di Phnom Penh in Cambogia. I nord coreani ne diedero sei all’andata e altri tre al ritorno agli australiani che segnarono solo un gol a partita, creando così un’ulteriore grana perché neanche Londra aveva vere relazioni diplomatiche con Pyongyang, si era in piena guerra fredda e si temeva l’incidente diplomatico con Seoul. Il Foreign Office si disse orientato per non concedere i visti d’ingresso ai nord coreani, ma la Football Association spiegò che ormai questi si erano qualificati e se l’Inghilterra gli impediva di giocare il mondiale la FIFA avrebbe spostato la competizione in un altro paese meno schizzinoso. Le regole del mondiale vennero così costruite allo scopo di ridurre al minimo l’impatto della partecipazione della nazionale di Pyongyang alla manifestazione: intanto divieto assoluto per le bandiere nord coreane dentro e fuori gli stadi, poi la squadra viene spedita a giocare in una delle due sedi più lontane da Londra cioè Middlesbrough infine gli inni non si suoneranno se non nella partita inaugurale dell’Inghilterra e in occasione della finale (dando per scontato che la Corea del Nord non si giocherà mai la finale…). Per il resto le qualificazioni si svolgono in maniera piuttosto ordinaria: i nove posti riservati all’Europa vengono conquistati da Bulgaria, Germania Ovest, Francia, Portogallo, Svizzera, Ungheria, URSS, Italia e Spagna (stecca incredibilmente la Cecoslovacchia finalista quattro anni prima) mentre i tre posti riservati al Sud America sono coperti da Uruguay, Argentina e Cile; completa il tutto il Messico che vince il gironcino finale dell’area Nord America-Caraibi. Tutto sembra pronto per l’inizio della competizione se non che il 20 Marzo 1966, durante un’esposizione pubblica alla Westminster Central Hall di Londra, viene rubata la Coppa Rimet! Quello che succede dopo sarebbe la trama perfetta per un film a metà strada tra uno 007 e una commedia poliziesca degli anni ’60-’70. Scotland Yard brancolò nel buio finché al presidente della Football Association Mears non giunse una lettera in cui si chiedevano 15.000 sterline in cambio della restituzione della coppa. Mears accettò, ma all’appuntamento con il ladro si presentò la polizia che, al termine di un breve inseguimento, arrestò tale Edward Bletchley uno scaricatore di porto disoccupato che però si dichiarò un mero intermediario. A questo punto non si sa bene cosa successe e si parlò di una trattativa tra la polizia e Bletchley con annessa visita in carcere di una donna misteriosa; fatto sta che il 27 Marzo il signor Corbett porta a spasso il suo cane, un bastardino di nome Pickles, il quale a un certo punto si mette a scavare sotto un albero trovando, avvolta nella carta di un giornale, niente meno che la coppa! Per il servizio reso a sua maestà Pickles viene ricompensato con: fornitura per un anno di cibo per cani, cinquemila sterline di premio (ai giocatori della nazionale a fine mondiale ne saranno date “solo” mille) e diviene la mascotte della Pinewood Studios nonché star del film “La spia dal naso freddo”. Intanto però gli inglesi, temendo la figuraccia di aprire il mondiale senza il trofeo, avevano chiesto alla FIFA di poter realizzare una copia, ma ovviamente la FIFA gli aveva in sostanza detto “Ritrovate quella vera!”. Nonostante ciò venne comunque commissionata una “coppa di riserva” al gioielliere George Bird che fu poi quella usata durante la cerimonia di premiazione finale mentre quella vera era stata messa al sicuro nella cassaforte della Bank of England. Comunque superato l’inconveniente del furto della coppa il mondiale può finalmente iniziare con la prima fase a quattro gironi.

Il primo girone è quello londinese e si gioca nelle incantate cornici di Wembley e dello White Stadium; è il girone dei padroni di casa inglesi che devono contendesi la qualificazione con Uruguay, Francia e Messico. Mentre Messico e Francia non rappresentano una particolare minaccia, l’Uruguay è ancora una squadra pericolosa perché costruito attorno al fortissimo Penarol di quegli anni, che umilierà il Real Madrid in andata e ritorno della coppa intercontinentale di tre mesi dopo, e ha la sua stella nel centrocampista Pedro Rocha. Il girone di fatto si risolve in un patto di spartizione tra inglesi e uruguagi: le due nazionali infatti pareggiano lo scontro diretto d’apertura e poi gli inglesi vinceranno entrambe le altre partite mentre la celeste batterà la Francia e pareggerà col Messico. Il secondo girone invece dovrebbe essere più combattuto ospitando la Germania Ovest, l’Argentina, la Spagna campione d’Europa in carica e infine la Svizzera. I tedeschi sono una bella squadra anche se non ancora la formazione temibile dei mondiali del ’70 e del ’74: il cuore della squadra è nella coppia di centrocampo formata da Wolfgang Overath e da Franz Beckenbauer che ha solo vent’anni, ma già dimostra in pieno la sua classe cristallina organizzando il gioco e trasformandosi, a necessità, in trequartista in grado di segnare. Poi ci sono il portiere Tilkowski, non sempre brillante sulle uscite, Hottges, Schnellinger, Schulz e Weber in difesa, mentre in attacco la forza dirompente del capitano Uwe Seeler è sostenuta da Sigfried Held e da Lothar Emmerich (che detiene il record di maggior gol segnati in una sola stagione della coppa di Germania), ma l’uomo in più lì davanti è Helmut Haller che giocava nel Bologna ed era descritto da Fulvio Bernardini come “capace di creare possibilità eccezionali, inventare passaggi stupendi per un compagno che gli andava a genio”. Haller faceva di tutto: segnava, driblava e creava assist… insomma come dice Buffa “fa veramente male a tutti”. Nonostante le premesse il secondo girone, che si gioca a Birmingham nel Villa Park e all’Hillsborough di Sheffield (dove nel 1989 si consumerà la più grande tragedia del calcio inglese), è una mera replica dell’andamento del girone londinese. La Spagna infatti, nonostante una rosa di tutto rispetto composta da giocatori come Del Sol, Luis Suarez, Gento e Peirò, riuscì a vincere sola la partita contro la Svizzera per altro con un rigore negato all’ultimo agli elvetici; così Germania Ovest e Argentina pareggiarono il loro scontro diretto e vinsero gli altri incontro superando il turno a pari punti. Sorpresona invece nel girone tre ospitato a Manchester, ovviamente all’Old Trafford, e a Liverpool, non ovviamente al Goodison Park casa dell’Everton (si dice che gli organizzatori inglesi abbiamo escluso Anfield perché non si fidano del comportamento della Kop). Qui il Brasile strafavorito viene accoppiato a Bulgaria, Ungheria e Portogallo e qui iniziano anche a succedere quelle stranezze che porteranno le squadre Sud Americane a contestare la regolarità della competizione. Accade infatti che le tre partite del Brasile sono arbitrare una volta da un tedesco e le altre due da inglesi (tenete bene a mente questa accoppiata arbitrale), direte e allora? che vuol dire? Vuol dire che, stando a Buffa, nella prima partita tra Brasile e Bulgaria i secondi l’avrebbero dovuta concludere in sette visto che, ripetutamente, non fecero molta distinzione tra pallone e caviglie dei brasiliani (e infatti Pelé si rompe per quattro giorni). Nonostante il gioco duro degli avversari i Brasile vinse la partita due a zero con un gol di Pelé su un rimpallo favorevole e, soprattutto, punizione di Garrincha in cui il giocatore tirò con l’esterno dritto sopra la barriera insaccando all’incrocio; si trattò di una partita storica perché fu l’ultima che proprio Pelé e Garrincha giocarono insieme in nazionale. Alla seconda uscita la seleçao va contro gli ungheresi che non sono più la aranycsapat (squadra d’oro) di inizio anni cinquanta, ma sono ancora in grado di fare male (vinceranno l’oro olimpico due anni dopo a Messico ’68) e infatti fanno tre gol anche se di nuovo l’arbitraggio fu molto tenero nei confronti del gioco duro dei magiari. I brasiliani quindi si devono andare a giocare un dentro fuori dal mondiale contro il Portogallo che però è una grandissima squadra essendo costruita sul Benfica di Bela Guttman, due volte consecutive vincitore della coppa campioni, e avendo in attacco uno di quei giocatori che, senza timore di smentite, si può dire essere passati una sola volta nella storia del calcio: Eusebio. Era stato scoperto da “o monstro” Bauer, che aveva giocato con la seleçao il mondiale del 1950, e originariamente doveva andare allo Sporting Lisbona, ma il Benfica lo soffiò ai cugini facendone il perno della squadra. Si tratta di un giocatore che se messo oggi in una qualsiasi squadra d’Europa farebbe la differenza; era soprannominato “la pantera nera” per la sua velocità esplosiva e se arrivava davanti al portiere difficilmente la palla andava da un’altra parte che non fosse il fondo della rete avversaria. A forza di nove gol porterà il Portogallo al miglior risultato mai raggiunto a un mondiale di calcio al momento in cui scrivo questo articolo; per intanto però l’incontro coi brasiliani è a senso unico e si conclude con un secco tre a uno per i lusitani (doppietta proprio di Eusebio) che, insieme agli ungheresi, accedono così ai quarti di finale. E veniamo alla spedizione Italia che, insieme a Cile, Corea del Nord e URSS, si giocò la qualificazione tra il Roker Park di Sunderland e l’Ayresome Park di Middlebrough. Gli azzurri potrebbero essere una nazionale molto competitiva se non giungessero in Inghilterra già attraversati da una serie di veleni interni. Sulla panchina siede Edmondo “Mondino” Fabbri autore tra il 1955 e il 1962 di una incredibile cavalcata col Mantova dalla quarta serie alla serie A; in nazionale era approdato nel 1962 sponsorizzato da Aldo Bardelli, che aveva già fatto parte del triumvirato alla guida degli azzurri nel fallimentare mondiale del 1950. Sin dalla sua nomina a commissario tecnico si apre una controversi convocazioni in quanto Fabbri esclude dalla nazionale molti giocatori della Grande Inter che domina in Italia ed in Europa; in particolare rimangono spesso a casa Armando Picchi e Mario Corso e quest’ultimo si vendicherà delle costanti esclusioni andando a fare, dopo aver segnato un gol, il gesto dell’ombrello sotto la tribuna dove si trovava Ferruccio Valcareggi, all’epoca secondo di Fabbri. La motivazione tecnica addotta per queste esclusioni era che in nazionale non c’erano giocatori che potessero svolgere i ruoli che nell’Inter erano ricoperti da Jair e Luis Suarez, ma in realtà c’era altro… in primis è noto che Fabbri non amava particolarmente il catenaccio di Herrera considerandolo macchinoso e poco appagante e in ciò era sostenuto da Rivera che chiedeva per la nazionale un assetto tattico che si coniugasse al suo stile di gioco. Per alcuni, tra cui Buffa, però vi era anche una ragione: prima di giungere alla nazionale Fabbri era stato avvicinato da Italo Allodi, braccio destro di Angelo Moratti, nel 1962 infatti l’Inter, dopo due stagioni non eccelse, pensava di sostituire Herrera anche perché il futuro mago aveva assunto la guida pro tempore della nazionale spagnola senza informare preventivamente Moratti che se ne risentì. I tifosi però fanno muro intorno al tecnico e così Herrera resta, regalando all’Inter uno dei periodi migliori della sua storia, ma Fabbri, indispettito per il modo in cui era stato trattato, si sarebbe vendicato costruendo una nazionale che rappresenti l’esatto opposto di ciò che era la Grande Inter. Si dice ancora oggi che quella nazionale era costruita a “blocchi” di cui quello più importante e apprezzato da Mondino era il blocco del Bologna composto da Bulgarelli, Fogli, Janich, Perani e Pasciutti, scelta questa che però comportava altre esclusioni eccellenti come quella di un giovane Gigi Riva, semplice aggregato alla nazionale, e di Gigi Meroni. La nazionale così partì per il mondiale divisa al suo interno per tribù e, a peggiorare le cose, il luogo del ritiro era un triste college isolato ricordato ancora oggi dai giocatori come una caserma. Nonostante ciò ci sentiamo tranquilli perché il girone, tolta l’URSS, non pare irresistibile anche se la disposizione delle partite può essere insidiosa avendo nel mezzo proprio la difficile sfida contro i sovietici.  La prima partita è contro il Cile a quattro anni dalla battaglia di Santiago, vinciamo due a zero però non giochiamo benissimo, si vede che la squadra non è equilibrata. Andiamo dunque contro l’URSS che è una squadra forte, due nomi per tutti Jasin e Cislenko, ma non forte quanto potrebbe essere se sul suo miglior giocatore non si fosse abbattuto un incredibile veto politico. I sovietici infatti avrebbero a disposizione uno dei migliori giocatori russi di tutti i tempi, Eduard Strel’cov, ma questi nel ’58, durante una festa, si rivolse in modo non molto elegante a una componente del Politburo rimediando sette anni di gulag siberiano; nonostante l’esperienza fisicamente devastante quando tornò a giocare nel 1965 trascinò la sua Torpedo Mosca al titolo, ma ormai il KGB aveva messo un asterisco nero accanto al suo nome e così venne lasciato a casa in occasione del mondiale inglese. Nello scontro con i sovietici le crepe degli azzurri paiono ancor più evidenti e perdiamo uno a zero, ma fino all’ottantottesimo il risultato non ci preoccupa perché, nell’altro incontro, i nord coreani stanno perdendo a loro volta il che renderebbe lo scontro finale con la squadra asiatica una mera amichevole. All’ottantottesimo però Pak Seung-Zin pareggia cambiando le carte in tavola, nonostante tutto però ci sentiamo nettamente favoriti con Valcareggi che definisce i coreani una “squadra di Ridolini”. Fabbri però sta perdendo il controllo dello spogliatoio e con una decisione assurda cambia nove giocatori su dieci mentre il medico della nazionale, Fino Fini, garantisce sullo stato fisico dei giocatori se non ché Bulgarelli, già dolorante a un ginocchio, al primo contrasto si fa male e così restiamo subito in dieci perché le regole dell’epoca permettono la sostituzione solo del portiere. La partita, giocata in una Middlebrough completamente schierata per i coreani, si mette subito in quella maledetta modalità per cui senti che, se anche tirerai trenta volta in porta, neanche un gol entrerà; al quarantaduesimo Guarneri manca l’anticipo su una palla indirizzata nella nostra area di rigore e, sfruttando un rimbalzo, Pak Doo-Ik segna. Per anni in Italia è circolata la leggenda che ci avesse segnato un dentista, ma neanche per sogni! Pak Doo-Ik era un professore di educazione fisica, caporale dell’esercito e giocatore di punta del Moranbong. Gli azzurri ci provano in tutti i modi a pareggiare, ma i coreani reggono e, nonostante siano alti mediamente non più di 1,75, le prendono tutte di testa; com’è possibile? Marco Bogazzi, che ha scritto un libro sulla Corea del Nord del 1966, afferma che questi eseguano la cavallina cioè facciano leva l’uno sull’altro per  saltare di testa; tecnicamente è comportamento non leale e calcio di punizione, ma te ne devi accorgere. E dopotutto che i nord coreani non siano venuti a fare le comparse lo si capisce leggendo il loro allenamento standard sempre dal libro di Bogazzi: dalle sette di mattina alle undici di sera ogni giorni, qualsiasi sia il clima, esercizi fisici e tattici oltre a lezioni di scienze politiche ed economiche che non fanno mai male… più che un allenamento, un addestramento militare. Finisce così il nostro mondiale, ma c’è ancora spazio per polemiche: la squadra torna in Italia atterrando a Genova nella speranza di evitare contestazioni, ma i tifosi lo scoprono ed è lancio di pomodori! Fabbri, convinto di essere vittima di un complotto, stilò un documento nel quale parlava di sostanza somministrate ai giocatori per indebolirli, ma la conseguenza più a lungo termine del disastro fu la chiusura delle frontiere ai giocatori stranieri per una svolta autarchica del calcio italiano che sarebbe durata fino al 1980. Gli incredibili risultati dei gironi, Italia e Brasile fuori dopo sole tre partite, stanno però per essere messi in ombra, non da un punto di vista sportivo, da un fatto che avviene poco dopo la conclusione degli ultimi incontri. Bisogna infatti decidere gli arbitri per i quarti e le due sud americane ancora in gara, Uruguay e Argentina, forse messe in sospetto da ciò che era successo al Brasile chiedono di presenziare al momento della designazione; quando però i loro rappresentanti giungono a Londra scoprono che un comitato a tre composto da Stanley Rous, da un malese di nome Ko e dal capo degli arbitri Ken Aston (quello della battaglia di Santiago e dei due pugni, uno per parte, “non visti”) hanno già fatto l’assegnazioni dando a Argentina-Inghilterra un arbitro tedesco e a Uruguay-Germania Ovest un arbitro inglese. Le sud americane fanno la somma con le assegnazioni arbitrali del Brasile e per loro il mondiale del 1966 diviene “el robo del siglo” il furto del secolo. Malafede? Beh a vedere cosa succede nei due incontri incriminati mica tanto… Uruguay-Germania Ovest è uno scandalo! Per i primi dieci minuti gli uruguagi giocano da soli e a un certo punto, su calcio d’angolo, Rocha batte di testa Tilkowski se non ché Schnellinger para sulla linea e non sto parlando della mano de dios difficile da vedere, ma c’è proprio una fato che mostra che il difensore fa un vero e proprio colpo da pallavolo. Dovrebbe essere rigore, ma l’arbitro inglese evidentemente era impegnato a guardare la crescita dell’erba perché non vede nulla e sul rovesciamento di fronte Haller segna. Gli uruguaiani a questo punto perdono la testa e si faranno espellere in due, ma anche in inferiorità numerica reggono fino al settantesimo quando Beckenbauer mette dentro il due a zero e da lì è una slavina che si conclude con un quattro a zero in favore dei tedeschi. Storico invece è quello che succede a Wembley tra Inghilterra e Argentina; partita brutta, molto nervosa e con interventi duri da entrambe le parti finché al trentatreesimo l’arbitro tedesco misteriosamente espelle il capitano dell’argentina Rattin che era andato a protestare a seguito dell’ennesima scorrettezza di Stiles. Seguono otto minuti che non si sono mai più visti nella storia del calcio perché… non si capisce nulla di quello che succede: Rattin continua a indicare la sua fascia come se volesse intendere che vuole parlare all’arbitro, con cui non ha una lingua in comune, in qualità di capitano, gli argentini minacciano di lasciare il campo se Rattin verrà buttato fuori; alla fine l’argentino lascia il terreno di gioco, ma non va direttamente negli spogliatoi girando invece per tre quarti intorno al campo mentre dagli spalti gli tirano lattine e merendine che il giocatore raccoglie, smozzica un po’ e poi rilancia verso i tifosi inglesi… Rattin in seguito dichiarerà che se avesse fatto una cosa del genere in un qualsiasi stadio sud americano non ne sarebbe mai uscito vivo. La partita è storica però perché il famigerato Aston, in tribuna, in quel momento inventa i cartellini giallo e rosso come una sorta di linguaggio universale tra arbitro e giocatori. L’incontro continua nervoso finché al settantesimo Hurst la risolve anticipando il portiere di testa con un meraviglioso movimento a rientrare. Ramsey però a fine partita, in maniera molto poco british, definirà gli argentini “animali” e quando vede Cohen scambiarsi la maglia con un argentino blocca la cosa con rabbia urlando ” con questi tu scambi la maglia?”; alla fine poi uno scambio ci sarà ad opera di Wilson, ma la partita del ’66 dimostra che l’animosità anglo-argentina precede di molto la vicenda della Falkland-Malvinas. C’è però anche un altro quarto da cardiopalma ed è quello tra Portogallo e Corea del Nord; infatti, quasi a voler far dispetto al Foreign Office che tanto si era impegnato a rompere le scatole ai coreani, per cinquantasei minuti la nazionale di Pyongyang è semifinalista del mondiale! Questi infatti partono a razzo e, nonostante i lusitani creino molto, dopo venticinque minuti sono in vantaggio di tre gol, poi però Eusebio sale in cattedra e segnerà quattro volte (due su rigore) servendo infine l’assist per il definitivo cinque a tre. Più ordinario l’ultimo quarto di finale tra URSS e Ungheria, non certo drammatico come la partita del sangue nell’acqua del 1956, che si conclude due a uno per i sovietici. Delle due semifinali una, quella tra Germania e URSS, è ancora una volta materia per sospetti e dietrologia infatti i sovietici conclusero la partita in nove per l’infortunio di Sabo e l’espulsione di Cislenko, la quarta espulsione a vantaggio dei tedeschi durante il mondiale; la Germania vinse due a uno (gol di Haller e Beckenbauer), ma molti giornali fecero osservare come la squadra teutonica avesse giocato tre partite su cinque in superiorità numerica! L’altra semifinale, Inghilterra-Portogallo, è invece probabilmente la partita più bella del mondiale perché è giocata da due ottime squadre che sanno di contendersi, forse, un’occasione unica. Nobby Stiles prende in consegna Eusebio non annullandolo, ma sicuramente togliendo ossigeno al suo gioco mentre l’Inghilterra, dopo la prova non certo convincente contro l’Argentina, tira fuori una grandissima prestazione andando sul due a zero con una doppietta di Bobby Charlton; i lusitani però non si arrendono e all’ottantaduesimo Stiles va troppo duro su Eusebio che così guadagna e realizza un rigore che riapre l’incontro. Gli ultimi minuti della gara sono molto combattuti e il pianto finale della pantera nera portoghese rappresentano la triste conclusione della grande cavalcata di una squadra che aveva espresso uno dei migliori giochi della competizione; piccola soddisfazione il Portogallo vincerà la finalina per il terzo posto contro l’URSS.

Il giorno prima della grande finale, nonostante sia la fine di luglio, su Londra piove che Dio la manda, ma quand’arriva il momento dell’ingresso delle squadra in campo Wembley si fa trovare perfetto per l’occasione. In tribuna d’onore accanto alla Regina e al Principe Filippo ci sono Stanley Rous, il primo ministro Harold Wilson, tornato in tutta fretta dall’America, e Pickles chiuso in una gabbia. I giornali hanno tentato di dare prova del leggendario understatement britannico scrivendo “non importa li abbiamo già battuti quando contava”, ma nessuno ci crede davvero… Tecnicamente essendo Germania Ovest-Inghilterra sono i tedeschi a giocare “in casa” e così gli inglesi, cavallerescamente, cedono agli avversari la maglia bianca affrontando così l’unica finale mondiale della loro storia con la seconda maglia rossa. Sono passati appena vent’anni da quando l’ultima V2 si è abbatta sul Regno Unito eppure neanche un fischio si alza nel momento in cui, nel pieno centro di Londra, risuonano le note di Deutschland Deutschland uber alles; poi la banda intona God save the Queen e lo stadio diviene un solo uomo. In entrambe le formazioni non presentano sorprese, sia Ramsey che l’allenatore dei tedeschi Schon hanno deciso di fidarsi degli uomini che li hanno portati fino a lì. L’arbitro non è stavolta né un inglese né un tedesco, anche perché altrimenti sarebbe stato ridicolo, ma lo svizzero Dienst che alle 15:00 fischia il calcio d’inizio. Bobby Charlton e Beckenbauer si marcano a vicenda annullandosi di fatto reciprocamente, anche se Beckenbauer in seguito dirà che giocò leggermente meglio l’inglese, e così l’incontro si mostra subito molto equilibrato. Dodici minuti di gioco sul cronometro e Wilson rinvia male un pallone, Haller recupera e segna… attimi di gelo, sugli spalti i tifosi inglesi si chiedono “ma davvero rischiamo di perdere la finale del nostro mondiale contro i tedeschi?!?”. La Germania anche se spesso non magnifica nel gioco è, per antonomasia, psicologicamente granitica e il peggiori rischio giocando contro di loro è che prendano il controllo dell’incontro. Ramsey capisce che i suoi devono pareggiare subito e li esorta a farsi sotto: sei minuti dopo su punizione di Moore, Hurst fa lo stesso movimento che ha fatto con l’Argentina e batte Tilkowski che non si era arrischiato ad uscire… uno ad uno. Secondo tempo, squadre sempre in equilibrio finché al settantottesimo la difesa tedesca non pasticcia offrendo una facile occasione a Peters che non se la fa scappare, è fatta! No! Come impareremo anche noi italiani quattro anni dopo all’Azteca con i tedeschi è finita solo quando c’è il triplice fischio finale e come quattro anni dopo all’ottantanovesimo in mezzo all’area, sullo sviluppo di un calcio di punizione, c’è Karl-Heinz Schnellinger che devia la palla con la schiena facendola andare dall’altra parte dell’area dove c’è Weber che pareggia. Due a due e si va ai tempi supplementari. Ramsey, prima che i suoi tornino in campo, li arringa “L’avete già vinta questa partita, l’avete vinta due a uno. E’ successo qualcosa di strano, ma non deve cambiare quello che pensate. Siete più forti e il campo l’ha dimostrato.” e poi li fa girare verso i tedeschi “Guardateli! Guardateli! Li avete già battuti e ora sono distrutti, sono finiti, non ne hanno più. Adesso tornate in campo e finite l’opera”. Va bene però intanto bisogna segnare e qui accade una delle vicende più famose della storia dei mondiali. Centounesimo minuto di gioco Stiles lancia Ball sul lato destro, Ball con le ultime forze la tiene in campo, supera Schnellinger e mette la palla in area; Hurst fa un bellissimo controllo al volo si gira e tira… la palla colpisce l’interno della traversa, rimbalza sulla linea e torna in campo… è gol? Hurst alza le braccia per esultare mentre un difensore tedesco butta il pallone fuori dal campo, ma l’arbitro non sembra sapere che fare anche perché all’epoca il VAR non si sa neanche cosa sia. In seguito Dienst, che si trovava buoni venticinque metri dalla palla, dirà di aver avuto la sensazione del gol, ma non ne deve essere molto convinto perché va a cercare conferme dal guardialinee di destra l’azero-sovietico Tofik Bachramov. Le immagini mostrano chiaramente due cose: uno che Bachramov al momento del tiro di Hurst non era perfettamente in linea con l’azione dunque non nella posizione migliore per capire quello che era successo, due da regolamento se ritenesse fosse gol sarebbe tenuto ad andare verso il centro del campo cosa che non fa. Dienst e Bachramov non hanno una parola in comune eppure parlottano per un po’ finché l’azero non fa di sì con la testa e l’arbitro svizzero convalida il gol. Per i tedeschi è il colpo del KO, non hanno la forza né di protestare né di cercare di recuperare lo svantaggio e così il restanti minuti sono un soliloquio inglese il che però non giustifica ciò che accade in occasione del gol del definitivo quattro a due. Stavolta è Bobby Moore a lanciare Hurst in contropiede che mette di sinistro all’incrocio, cosa c’è di male? C’è che mentre Hurst correva verso l’area di rigore il campo era stato invaso da tre persone di cui una almeno di venti metri dentro; nella telecronaca radio si sente infatti a un certo punto un’altrimenti criptica frase “Qualcuno pensa che la partita sia già finita…(gol) adesso sì che è finita per davvero!”. Questo gol è certamente da annullare, ma Dienst invece lo convalida e l’Inghilterra vince il mondiale. I giocatori inglesi ricevono la coppa dalla regina, ma prima tutti sono andati a stringere la mano a Ramsey che però nessuno si azzarda a sollevare sulle spalle conoscendone il carattere.

I giornali tedeschi il giorno dopo usciranno con il malizioso titolo “Abbiamo perso due e due”, ma davvero come spesso si dice gli inglesi rubarono quel mondiale? L’abbiamo visto l’andamento della competizione giustifica il sospetto di un trattamento di favore dei padroni di casa da parte degli arbitri, ma è anche vero che nei mondiali questa è la norma e non c’è squadra ospitate che non sia stata un po’ più un po’ meno aiutata (basti ricordare i due casi limite dell’Argentina nel ’78 e della Corea del Sud nel 2002). La squadra era forte e quindi non è giusto sminuirne i meriti e sia la finale che la semifinale mostrano come gli inglesi ebbero un gioco che non rende illegittima la loro vittoria; guardando però allo specifico della finale se il quarto gol non è in discussione fosse da annullare, sul terzo non credo ci sia stata malafede. Anche oggi infatti se uno guarda l’azione a velocità normale non può in nessun modo dire se il pallone era completamente entrano o meno; ovviamente è impossibile dire quanto le convinzioni personali di ciò che avevano visto e quanto il condizionamento ambientale influirono sulla decisione di Bachramov però ripeto non credo ci fu malafede. Negli anni il gol fantasma di Wembley è stato, a livello internazionale, materia di discussione come il gol di Turone in Italia. Con il tempo la scoperta di filmati amatoriali, lo sviluppo delle “super-moviole” e studi specifici dell’Università di Oxford hanno fatto pendere la bilancia del giudizio su che non era gol per sei centimetri… sei centimetri che hanno contribuito a creare quell’aura che rende il calcio qualcosa di altro da un semplice sport.

 

Bibliografia:

  • Federico Buffa, Nuove storie mondiali

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